Non solo un modo per disgregare gli Stati membri. Ma, anzi, un’opportunità per
l’Unione Europea. Da cogliere come? Con una maggiore integrazione politica ed
economica che passi da una soluzione precisa: aumentare la protezione degli
Stati membri e quindi gli investimenti nel settore della Difesa. Come chiedono
anche gli ex premier italiani Enrico Letta e Mario Draghi nei loro rapporti sul
futuro dell’Unione Europea voluti da Ursula von der Leyen. È questo il risultato
a cui arriva il primo studio italiano sulla nuova National Security Strategy
dell’amministrazione americana di Donald Trump che ha creato tanto dibattito
perché nel rapporto si parla di poter staccare alcuni Paesi europei – tra cui
l’Italia – dall’Unione. Lo studio di 25 pagine è firmato da due professori della
Bocconi, Carlo Altomonte e Walter Rauti, che il 18 gennaio hanno inaugurato lo
Shield, il primo hub europeo su Difesa, economia e geopolitica.
Nel paper sulla strategia di sicurezza degli Stati Uniti per il 2025 e “il
riposizionamento strategico dell’Unione Europea”, l’obiettivo è quello di
superare le analisi che sono state fatte in Italia sul tentativo americano di
disgregare gli Stati membri pur ammettendo le “ingerenze” politiche
dell’amministrazione americana sull’Europa che, influenzata dall’approccio Maga,
parla di “cancellazione della civiltà” portando avanti una “narrazione
civilizzatrice” degli Stati Uniti sul modello del discorso di JD Vance a Monaco.
Una dottrina, quella della Casa Bianca, che secondo i due studiosi riporterebbe
le lancette della storia a quella di Richard Nixon che chiedeva agli alleati di
“assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza” e di Ronald Reagan
che voleva aumentare gli investimenti militari “con pressioni perché
rafforzassero la propria posizione difensiva”. Un modo per disinteressarsi
dell’Europa per concentrarsi unicamente sulla sfida alla Cina. Ora sta
succedendo lo stesso, secondo gli studiosi dell’Università Bocconi. L’approccio
è quello del passaggio dal “Burden sharing” al “Burden shifting”: dalla
condivisione degli oneri al trasferimento (sull’Europa) degli oneri.
E quindi quale può essere l’opportunità per l’Europa? Una maggiore integrazione,
che passi soprattutto su un pilastro: gli investimenti sulla Difesa per
garantire la sicurezza autonoma del continente. E qui Altomonte e Rauti
analizzano quali dovrebbero essere i prossimi passi per far sì che l’Europa
aumenti la propria sicurezza. In primo luogo, pensare che la Difesa sia il
principale volano per garantire l’integrazione comunitaria fondamentale per
“l’identità politica dell’Europa e la sua capacità di agire nel mondo”. In
secondo luogo, avere una capacità istituzionale che permetta agli Stati membri
di coordinare le spese per la Difesa e “armonizzare” e “integrare” la capacità
industriale. Poi la “coesione politica” per far sì che gli Stati membri abbiano
gli stessi obiettivi di protezione e non più la Russia o il Mediterraneo a
seconda della posizione geografica ma anche l’integrazione industriale della
Difesa europea come teorizzata da Draghi e Letta.
Un paragrafo a parte riguarda l’opinione pubblica. I due studiosi ritengono che
le spese militari sono state storicamente “di scarsa rilevanza” per molti
cittadini europei, ma senza l’opinione pubblica le riforme teorizzate potrebbero
incontrare “resistenze e tensioni tra la spesa per la Difesa e lo Stato sociale”
fornendo un assist per quelli che Rauti e Altomonte chiamano “partiti
populisti”. I leader politici, dunque, devono fornire una “narrativa” secondo
cui la Difesa è strettamente collegata a “prosperità, sovranità e stabilità”. La
strategia, insomma, che sta portando avanti la Commissione Europea.
Dunque, la conclusione a cui arrivano è che, in estrema sintesi, la nuova
strategia di isolazionismo americano possa diventare una “opportunità” per
l’Europa e una prova di maturità. Come? Sempre con la stessa ricetta: l’aumento
degli investimenti della Difesa degli Stati membri.
L'articolo Strategia di sicurezza di Trump, la lettura della Bocconi:
“Un’occasione per l’Ue per riarmarsi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Orologio dell’Apocalisse avanza fino a 85 secondi dalla mezzanotte, cioè dalla
fine del mondo, il punto più vicino alla catastrofe mai raggiunto dalla sua
creazione nel 1947. È il dato più allarmante mai registrato dal Doomsday Clock,
lo strumento simbolico aggiornato ogni anno dal Bulletin of the Atomic
Scientists per misurare quanto l’umanità sia vicina all’autodistruzione. Alla
base dello spostamento delle lancette, spiegano gli scienziati, ci sono il
rischio crescente di una guerra nucleare, l’aggravarsi della crisi climatica, il
potenziale uso improprio delle biotecnologie e l’integrazione dell’intelligenza
artificiale nei sistemi militari.
Di questo scenario parla a In altre parole, su La7, Giorgio Parisi, premio Nobel
per la Fisica nel 2021, rispondendo a una domanda di Massimo Gramellini che gli
chiede un giudizio “da scienziato” sulla reale attendibilità di quell’orologio.
Parisi conferma la gravità del messaggio, chiarendo che non si tratta di
un’astrazione: “La guerra nucleare, nonostante il fatto che a volte sembrerebbe
presa un po’ presa sotto gamba quando le persone cominciano a parlare di armi
atomiche tattiche da poter utilizzare, è una cosa assolutamente disastrosa.
Probabilmente non sarebbe la fine dell’umanità, ma sarebbe una cosa molto, molto
pesante”.
E ricorda che già studi passati hanno dimostrato conseguenze devastanti anche in
scenari limitati: “Per esempio, anni fa si è stimato che già una guerra
semplicemente tattica per l’Italia comporterebbe cinque milioni di morti“.
L’orologio, aggiunge, serve proprio a questo: indicare la distanza temporale e
politica da un evento che non è teorico, ma possibile.
Nel suo intervento, il fisico sottolinea che l’avanzamento delle lancette non è
frutto di allarmismo gratuito, sottolineando una regressione nei meccanismi di
controllo degli armamenti. Il Bulletin infatti non sposta le lancette con
leggerezza, e il fatto che ciò sia avvenuto poche volte nella storia, mai così
in avanti, è di per sé un segnale.
“La pericolosità di una guerra atomica – spiega – è legata a quello che sta
succedendo, perché, mentre dagli anni Sessanta agli anni Novanta, c’è stata una
grande stagione di trattati fra l’Unione Sovietica prima, e la Russia dopo, e
gli Stati Uniti, che hanno diminuito il rischio, in questi ultimi anni stiamo
andando nella direzione opposta“.
Quando Gramellini nota che il tema dell’atomica sembra ormai “sdoganato” nel
dibattito pubblico, Parisi conferma: “Non ci si rende conto intanto dei
pericoli. Quelle stime di cinque milioni di morti erano fatte supponendo un
attacco all’Italia con cinquanta bombe atomiche scagliate lontano dalle città
per non fare troppi danni. Quindi, un attacco per non fare troppi danni darebbe
solo cinque milioni di vittime. Figuriamoci poi un attacco per fare danni,
quello è un altro paio di maniche”.
L'articolo Il Nobel Parisi a La7 commenta l’inquietante aggiornamento
dell’orologio dell’Apocalisse: “Attacco nucleare tattico in Italia causerebbe 5
milioni di morti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Domani la Commissione Esteri della Camera darà il via al decreto Riarmo, che poi
arriverà in Aula la settimana successiva. Nel titolo non si parlerà di aiuti
“militari” all’Ucraina, ma nel testo sì. La parola, infatti, è stata espunta
mercoledì dopo il voto di un emendamento presentato dalla maggioranza e passato
tra le proteste delle opposizioni. Con i dem Lia Quartapelle e Enzo Amendola in
prima linea nel sostenere che tale modifica fosse inammissibile, visto che
trasforma radicalmente il contenuto del decreto legge.
LE OPPOSIZIONI: “UNA BUFFONATA”
Se il Pd durante la seduta (lo scorso mercoledì) ha voluto criticare
l’emendamento a prima firma del leghista Zoffili perché presupporrebbe un
disimpegno dell’Italia nei confronti di Kiev (vedi l’intervento di Piero Fassino
nella stessa riunione), Avs e i Cinque Stelle lo hanno letto semplicemente come
una “buffonata” da parte del governo, un gioco di prestigio, per tenere dentro
sia chi è per il sostegno all’Ucraina senza se e senza ma e chi non è d’accordo
(leggi la Lega). Gli equilibrismi di Giorgia Meloni in politica estera di questa
settimana hanno avuto un risvolto anche a livello parlamentare. Con il Pd a
puntellare, anche di fronte a qualche vuoto nel centrodestra.
VIA LIBERA A SETTE DECRETI PER UN MILIARDO
Oggi c’è stato l’ennesimo passaggio sul riarmo nelle Commissioni Difesa di
Camera e Senato: sono stati votati sette decreti. Si va dagli obici ruotati
della tedesca Krauss-Maffei Wegmann – sia nuovi che da ammodernare – ai razzi
Mlrs a lunga gittata dell’americana Lockheed Martin, dai droni-bomba
dell’israeliana Uvision ai lanciarazzi della svedese Saab, dai mortai della
francese Thomson-Brandt alle batterie contraeree del consorzio a maggioranza
anglo-francese Mbda, più un centinaio di droni da sorveglianza di Leonardo.
L’impegno di spesa pluriennale da approvare è di oltre un miliardo di euro. Il
Pd in Senato ha detto sì, alla Camera si è astenuto (tranne sul decreto sui
droni di ricognizione sul quale ha detto sì, lo stesso sul quale i Cinque Stelle
si sono astenuti, invece di votare no come sugli altri sei).
I 5 STELLE: “PD PILATESCO”
A motivare l’astensione è stato Stefano Graziano: “Chiediamo al governo che
venga messa sul tavolo una discussione seria tra spese per il personale, spese
per l’esercizio e spese per gli investimenti. Non è accettabile che il governo
propenda e si preoccupi solo degli investimenti senza pensare al personale delle
forze armate e relativi esercizi. Il rapporto dovrebbe essere 50% investimenti,
25% personale e 25% esercizio. Oggi siamo completamente sbilanciati, 50-10-40”.
Un atteggiamento “pilatesco” quello del Pd secondo i Cinque Stelle.
D’altra parte, martedì scorso in Commissione Difesa sui sei decreti ministeriali
relativi a programmi di armamento per un impegno pluriennale di spesa prossimo
ai 4 miliardi di euro, il Pd aveva espresso parere favorevole. Lo stesso
Graziano intervenendo in Commissione aveva sottolineato come i programmi in
questione abbiano carattere difensivo e di ammodernamento tecnologico. E dunque,
come il gruppo del Pd abbia “una postura favorevole” rispetto alle necessità,
cui si dà risposta mediante i programmi in esame, di “implementare le capacità
antidroni, il pilotaggio da remoto e i sistemi di guerra elettronica”, poiché
“rispondono a esigenze di protezione del Paese”. Questo pur evidenziando la
necessità di un equilibrio della spesa per la Difesa. Da sottolineare che lo
stesso Graziano aveva denunciato l’assenza del governo mercoledì scorso in
Commissione Difesa, quando erano stati presentati i decreti su cui si è votato
oggi. Un tentativo di far emergere le difficoltà del governo di mettere la
faccia sul riarmo.
L'articolo Decreto Riarmo, il gioco di prestigio del governo: “aiuti militari”
nel testo, non nel titolo. Le opposizioni: “Buffonata” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La prospettiva è una manifestazione nazionale a Roma, probabilmente a fine
marzo, contro il riarmo e la stretta autoritaria dell’ultimo, ennesimo
“pacchetto sicurezza”, ma anche sui temi sociali: reddito e lavoro, casa, fino
alla difesa dell’ambiente e degli spazi sgomberati o sotto sgombero. Evitando
sovrapposizioni con il referendum costituzionale, al momento fissato per il 22 e
il 23 marzo. La parola chiave è “convergenza” e il percorso “Contro i re e le
loro guerre” passa per l’Assemblea nazionale di sabato 24 e domenica 25 al Tpo
di Bologna. “O re o libertà” è lo slogan, ispirato almeno in parte al movimento
“No Kings” nato negli Stati Uniti contro le politiche liberticide di Donald
Trump. Sullo sfondo un pugno chiuso stringe una carta da gioco, il re di cuori.
Partecipano oltre 700 tra associazioni, sindacati, movimenti, centri sociali,
gruppi e gruppetti. Dall’Arci alla Cgil, a Pax Christi, alla Fondazione
Perugia-Assisi e a tutte le sigle del nodo italiano della rete “Stop Rearm
Europe” e della rete “A pieno regime”, nata nel 2024 contro il Ddl sicurezza di
allora. Quel percorso si è intrecciato con la mobilitazione contro l’economia di
guerra e il genocidio dei palestinesi fino alle grandi manifestazioni che a
settembre-ottobre 2025 hanno accompagnato la Global Sumud Flotilla. A novembre
la prima assemblea “Contro i re” alla Sapienza di Roma. “L’obiettivo è non
rimanere tutti attaccati alla propria lotta, fare insieme un salto di qualità –
dice Barbara Tibaldi, segreteria Fiom Cgil – Noi difendiamo salario e lavoro e
non è possibile senza difendere anche la casa e i diritti democratici. Non
bisogna limitarsi a una semplice sommatoria e neppure sconfinare nei discorsi
astratti”.
Il rapporto tra la spesa militare che cresce e la spesa sociale che arretra lo
vedono tutti, come le spinte autoritarie che cavalcano fatti di cronaca alla
ricerca di nemici interni o esterni. Da qui anche gli sgomberi: a Bologna
dovrebbe partecipare Askatasuna (come pure il Leonkavallo di Milano già
sgomberato e Spin Time di Roma, a rischio). Il percorso verso la manifestazione
di marzo passa anche per quella del 31 gennaio contro lo sgombero del centro
sociale torinese, indetto da un’altra assemblea nei giorni scorsi, e in generale
contro il governo e il suo piano sgomberi. Anche a Napoli il 14 febbraio c’è un
corteo per difendere, tra gli altri, Officina 99. E ancora: il 5 marzo la
mobilitazione studentesca in solidarietà con gli studenti tedeschi che si
oppongono al ritorno della leva militare, che almeno per ora da noi non è
all’ordine del giorno.
“Queste date non sono un semplice calendario ma un’agenda politica per il
diritto al dissenso, alla pace, alla casa, a un lavoro dignitoso, per la parità
di genere, la libertà d’informazione e d’espressione, la giustizia climatica e
sociale”, dice Rosa Lella di Stop Rearm Europe, giornalista della Rete
#NoBavaglio. Alfio Nicotra, Rete italiana pace e disarmo: “Le politiche
anacronistiche di riarmo decise da Ue e Nato spingono il pianeta verso il
precipizio della guerra ai popoli, alla natura, ai diritti umani. La stessa
democrazia è messa in discussione dalla torsione autoritaria che il militarismo
imprime”. Marco Bersani, Attac: “Da qualunque parte si osservi il mondo siamo di
fronte alla fine dell’illusione liberista del benessere per tutti”.
L’elenco delle realtà che aderiscono è sterminato, comprende anche Magistratura
democratica impegnata nella campagna per il “no” al referendum sulla divisione
in due dell’ordine giudiziario, Amnesty International e Antigone, così come una
parte significativa del mondo cattolico. Ci sarà don Mattia Ferrari della Ong
Mediterranea e non è escluso – ha scritto l’HuffPost – che al Tpo si faccia
vedere Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei. Soprattutto
ci saranno attivisti di base da tutta Italia. Stanno pubblicando sui social
video di promozione dell’assemblea, tra gli altri è uscito quello di Maria Elena
Delia del Global Movement to Gaza e della Global Sumud: poche parole semplici
per legare la Palestina ai diritti di tutti. Proprio la Flotilla nei mesi scorsi
ha bucato la rete – 1,5 miliardi di contatti Instagram, dicono, roba da studiare
in tutte le scuole di comunicazione politica – anche raccontandosi con i volti
puliti di persone che si mettono in gioco. A Bologna ci saranno anche Patrick
Zaki e Zerocalcare.
E la politica tradizionale? Un passo indietro, ma c’è. Sono attesi gli
europarlamentari Cecilia Strada del Pd, Pasquale Tridico del M5S e Ilaria Salis
di Sinistra italiana. Quest’ultima, peraltro, ben presente dal 2024, specie a
Roma, nella mobilitazione contro il Ddl sicurezza. Ci sarà anche Rifondazione a
Bologna. Mancheranno invece l’Unione sindacale di base e altre voci importanti
del sindacalismo di base, come della sinistra radicale e antagonista, che su
questi temi ci sono ed erano all’assemblea di Torino per Askatasuna. Per quanto
poi a livello locale le convergenze siano a volte più ampie.
A Massa, per dire, sempre sabato 24 Cgil e Usb saranno insieme in piazza per
denunciare uno dei tanti procedimenti aperti in Italia per le manifestazioni del
3 ottobre scorso, all’indomani cioè dell’arresto (sequestro?) dei 462 della
Global Sumud e il sequestro (furto?) delle barche da parte delle forze armate
israeliane, quando nelle strade del nostro Paese c’era pure gente che non ci era
mai andata in vita sua. Anche i dirigenti sindacali locali, ben quattro della
Cgil, sono fra i 37 a un passo dal processo per interruzione di pubblico
servizio, blocco ferroviario e manifestazione non preavvisata. Reati per cui
rischiano anni, con le regole meloniane: fino a due per il solo blocco
ferroviario (decreto legge 11 aprile 2025, n. 48, in passato era un illecito
amministrativo). E’ bene ricordare che tutto si è svolto pacificamente.
“Parola chiave convergenza ma anche No Kings, cioè facciamo come in America
anche se l’Europa e diversa. Mettiamo insieme i pacifisti, molto radicali nel
loro rifiuto della violenza e delle armi, e realtà che costruiscono autogoverno
e resistenza come i centri sociali. Il Tpo non è solo un centro sociale e
costruisce radicalità, conflitto, autorganizzazione. Vista la violenza dei re,
quello che verrà dopo non sarà come prima: dobbiamo contrastarlo fuori da ogni
logica campista”, dice Christopher Ceresi del Tpo. All’assemblea parleranno
anche i Curdi del Rojava che resistono al regime siriano dell’ex qaedista Al
Jolani, al secolo Ahmed al-Shara; alcuni video “promozionali” sottolineano la
solidarietà con il popolo iraniano, vittima della repressione di ayatollah e
pasdaran: su queste vicende la sinistra più “campista” è freddina, mentre il
documento finale di Roma a novembre metteva anche Vladimir Putin e Xi Jinping
tra i “re” da contrastare.
La due giorni è organizzata su sessioni plenarie e tematiche. Il primo workshop,
sabato 24 alle 11, su “Decreto sicurezza e diritto di protesta. Cosa cambia e
come difendersi” con l’avvocata Paola Bevere (solo qui bisogna iscriversi:
formazioneattivismo@asud.net), alle 14 la plenaria e alle 15 tre sessioni
tematiche in parallelo: “Salario europeo, reddito incondizionato, diritto alla
casa, mutualismo urbano”; “Diritto di protesta, svolta autoritaria, superamento
della democrazia liberale”; “Moltiplicare e organizzare la resistenza a guerra,
riarmo, militarizzazione, genocidio”. La mattina di domenica 25 la plenaria
sulla “questione europea”, poi le conclusioni.
L'articolo Riarmo, dalla Cgil ad Amnesty fino a Pax Christi la sinistra “vera”
si organizza a Bologna: “Contro i re e le loro guerre” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Dieci anni fa la nostra era una misura preventiva, un atto lungimirante da
parte della società civile, che aveva capito che un giorno l’intelligenza
artificiale sarebbe stata integrata nel settore militare. Adesso quel momento è
arrivato, l’IA è già stata integrata nei dispositivi di molte forze armate ma il
settore vive una deregulation totale, come nessun’altra forma d’arma”. Prima di
diventare direttrice esecutiva della campagna internazionale Stop Killer Robots,
l’anno scorso, Nicole van Rooijen ha lavorato per anni per la Croce rossa
internazionale Ginevra, occupandosi dell’assistenza ai civili nei teatri di
guerra, come l’Afghanistan. Giovedì van Rooijen è sbarcata a Roma, al Senato
della Repubblica su iniziativa di Archivio Disarmo in collaborazione con Rete
Italiana Pace e Disarmo, per fare il punto sulla campagna internazionale che, da
dieci anni, cerca di raggiungere un consenso tra gli Stati per un trattato
regolamentazione dell’uso delle armi autonome (o robot killer), ossia tutti quei
dispositivi bellici che non richiedono il controllo umano per operare, dai cani
robot con la mitragliatrice ai software che usano l’intelligenza artificiale per
identificare i bersagli di raid aerei e missilistici. Strumenti che da qualche
anno sono passati dalla fantascienza alla realtà più cruda, sui campi di
battaglia più caldi come quello di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan, passando il
controllo dei confini e per tutte le repressioni del dissenso in giro per il
mondo. “La nostra proposta si articola su tre punti. Proibire le armi autonome
che agiscano in modo non prevedibile e senza un controllo umano significativo in
ultima istanza. Proibire i sistemi d’arma autonomi creati per mettere nel mirino
specificamente le persone. Imporre che qualunque tipo di arma autonoma preveda
un controllo umano di ultima istanza già in fase di produzione. L’obiettivo è
che la decisione di premere il grilletto sia sempre in capo alla decisione etica
e legale di un essere umano”.
Com’è portare avanti una campagna contro le armi autonome in una fase come
questa, in cui i conflitti non fanno che aumentare?
È molto difficile, non lo nascondo. Ma anche per questo la nostra campagna è
cruciale. Molti Paesi, soprattutto occidentali, si stanno riarmando in modo
massiccio, è diffusa la percezione che il multilateralismo sia sotto minaccia,
come anche il diritto internazionale. Sostenere oggi una campagna globale contro
le armi autonome è più impegnativo che dieci anni fa, quando abbiamo iniziato.
Ma siamo convinti sia necessario, quindi rimaniamo ottimisti: è nei momenti di
incertezza che il diritto internazionale è più utile, per tutelarci dalle
aggressioni.
Il 2026 è l’anno in cui si capirà se , alla conferenza mondiale delle armi
convenzionali (Ccw) fissa a Ginevra a novembre. Qual è lo stato dell’arte delle
adesioni della campagna?
Hanno già aderito oltre 125 Paesi del mondo. Siamo felici di aver trovato un
ampio ascolto nel Sud globale: abbiamo organizzato conferenze in Costa Rica, in
Sierra Leone. Ma la situazione attuale, bisogna dirlo, è che tutti gli sforzi
sono minati da una dozzina di attori internazionali che si oppongono a ogni tipo
di regolamentazione.
E sono però le principali potenze globali e regionali…
Parliamo di Stati Uniti, Russia, Cina, Israele, India, le due Coree, la
Bielorussia e la Polonia. Sono dodici in totale, finora si sono dimostrati
indisponibili a parlare di ogni forma di regolamentazione. In questa fase ci
stiamo concentrando per convincerli a modificare le loro posizioni. Siamo forti
della stragrande maggioranza degli Stati del mondo che, invece, . Ma certo, al
Ccw c’è il problema del veto, ma poi potremo anche portare la risoluzione
all’Assemblea generale dell’Onu, dove si vota a maggioranza… La fase attuale ci
mette davanti a grande sfide, che però si possono trasformare in opportunità.
Voglio dire, la postura attuale degli Stati Uniti nel mondo sta creando molta
insicurezza nei Paesi europei e della NATO, e questo può aiutare a spingerli a
rimodellare e ridefinire il diritto internazionale, insieme ad altri Paesi
emergenti. Il trattato sulle armi autonome è una buona occasione. In fondo la
questione è molto semplice: possiamo darci un regolamento adesso, oppure
possiamo aspettare che si verifichi una catastrofe di proporzioni enormi per
correre ai ripari, come è successo con il nucleare o con altri tipi di armamenti
in passato. La traiettoria è tracciata, non c’è un altro modo in cui può finire.
Negli ultimi due anni in cui abbiamo visto l’intelligenza artificiale dispiegata
attivamente sui terreni bellici, per esempio a Gaza ma anche in Ucraina, gli
attori statali e i produttori di armi hanno presentato queste innovazioni come
un modo per diminuire gli errori, per massimizzare gli effetti riducendo il
costo umano della guerra. Insomma, per renderla più “pulita”. Cosa pensa di
questi argomenti?
Che sono gli stessi argomenti usati per tutti i tipi di armi precedenti.
Ricordiamo il caso dei droni, il discorso sull’eliminare l’aspetto delle
reazioni emotive perché i piloti sono a chilometri di distanza dal campo di
battaglia. Avrebbero dovuto rendere i raid più razionali e precisi, mi sembra
superfluo dire che non è stato così. Sono stata in Afghanistan, ho visto come
sono stati utilizzati gli attacchi con i droni e tutti gli errori che hanno
commesso, la grande sofferenza umana che hanno causato. E non si può neanche
dire che quella guerra sia stata vinta.
Ora, è chiaro che le armi sono un business molto redditizio, e anche l’IA sta
portando molti soldi a un gruppo molto ristretto di persone, e questo spiega il
motivo per cui si sta accelerando tanto sulle armi autonome. La risposta alle
domande di sicurezza, però, non può essere la tecnologia, ma il diritto
internazionale. Il fatto è che il campo di battaglia è un ambiente altamente
mutevole, e inserire tecnologie che non si comprendono appieno, che non si
possono controllare appieno come l’intelligenza artificiale può portare a
commettere molti errori e molti danni, visto che ha la capacità di distruggere
esseri umani in massa. Inoltre, quando i governi parlano di riduzione delle
vittime civili spesso si riferiscono ai propri soldati e ai propri civili, non
considerano mai gli effetti sul nemico.
Che ruolo può avere l’Italia e quale l’Unione europea?
Penso che l’Italia svolga un ruolo importante anche all’interno delle
discussioni di Ginevra nell’ambito della Ccw, ma più in generale come attore con
un ruolo di primo piano nel garantire che si passi dalla proposta ai negoziati,
insieme ad altri Stati europei come Francia, Germania.
L’Italia è anche un produttore di armamenti importante, con aziende come
Leonardo…
È proprio ai Paesi produttori che dobbiamo chiedere di svolgere un ruolo di
primo piano. Voglio dire, tutti guardano a loro, no? I Paesi senza industrie
belliche significative possono aderire a un trattato, ma nessun regolamento sarà
efficace se quelli che producono armi autonome sono assenti dal tavolo. Quindi
sicuramente l’Italia come il Regno Unito, la Francia e la Germania, e
naturalmente gli Stati Uniti, Israele, India e Cina sono quelli che devono darsi
da fare più di tutti. Altrimenti sarà l’umanità a pagarne le conseguenze.
L'articolo IA e guerra, van Rooijen (Stop Killer Robots): “È una realtà senza
regole. Serve un trattato prima che accada una catastrofe” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno
della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero,
diretto e rispettoso”: è il nuovo appello per la fine delle ostilità in Ucraina
che Papa Leone XIV ha rivolto ai leader di Mosca e Kiev nel corso del messaggio
natalizio Urbi e et orbi. Il pontefice, che è tornato a definire quello ucraino
un “popolo martoriato” (come già il predecessore Francesco), ha “affidato al
Principe della Pace” il continente europeo, “chiedendogli di continuare a
ispirarvi uno spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici
cristiane e alla sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel
bisogno. In mattinata, nel corso dell’omelia durante la messa di Natale, Leone
aveva fatto riferimento “alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge,
al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni
continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro
le nostre città”. “Fragile – ha sottolineato il Papa – è la carne delle
popolazioni inermi, provate dalle guerre in corso o concluse lasciando macerie e
ferite aperte. Fragili sono le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio
al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna”
dei “roboanti discorsi di chi li manda a morire“.
Anche nell’Urbi et Orbi Leone XIV si è soffermato anche sulla situazione in
Medio Oriente ricordando il suo recente viaggio apostolico in quell’area, il
primo del suo pontificato. Ai cristiani che vivono quei territori ha inviato un
saluto: “Ho ascoltato le loro paure e conosco bene il loro sentimento di
impotenza dinanzi a dinamiche di potere che li sorpassano”. Papa Prevost ha
invocato “giustizia, pace e stabilità per il Libano, la Palestina, Israele, la
Siria, confidando in queste parole divine: ‘Praticare la giustizia darà pace.
Onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre'”. Lo sguardo,
come spesso accade, si è allargato: a Haiti, Sudan, Sud Sudan, Mali, Burkina
Faso e Repubblica Democratica del Congo. “Dal Bambino di Betlemme – dice il
pontefice – imploriamo pace e consolazione per le vittime di tutte le guerre in
atto nel mondo, specialmente di quelle dimenticate; e per quanti soffrono a
causa dell’ingiustizia, dell’instabilità politica, della persecuzione religiosa
e del terrorismo”. La via della pace? La responsabilità, risponde Papa Leone
XIV. “Se ognuno di noi a tutti i livelli, invece di accusare gli altri,
riconoscesse prima di tutto le proprie mancanze e ne chiedesse perdono a Dio, e
nello stesso tempo si mettesse nei panni di chi soffre, si facesse solidale con
chi è più debole e oppresso, allora il mondo cambierebbe”. “Possiamo e dobbiamo
fare ognuno la propria parte – è il ragionamento – per respingere l’odio, la
violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la
riconciliazione”.
L'articolo “Giovani costretti alle armi capiscono l’insensatezza della guerra e
le menzogne di chi li manda a morire”: il messaggio di Natale di Papa Leone XIV
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Questo è ormai un Natale pagano”. A dirlo è padre Alex Zanotelli, 87 anni
missionario comboniano, attivista, pacifista che vive al quartiere “La Sanità”
di Napoli in pochissimi metri quadrati dentro un campanile. Le sue parole –
pronunciate per un’intervista esclusiva a IlFattoQuotidiano.it – arrivano
pensando al riarmamento dei nostri Paesi, alla povertà che aumenta,
all’incoerenza della Chiesa e dei cristiani, all’inverno nucleare e al
cambiamento climatico. Zanotelli non nasconde un sentimento: la preoccupazione.
Non cela nemmeno quella che possiamo definire una forma di speranza: scendere in
battaglia, in piazza, protestare. Lo rintracciamo tra un sit-in e l’altro a
difesa dell’acqua pubblica in Campania: “Vogliono stravolgere l’azienda speciale
Abc ed aprire di fatto le porte al mercato, con la trasformazione in spa, primo
passo verso la privatizzazione”.
Padre Alex, quello del 2025 sarà un altro Natale in guerra con la prospettiva di
un incremento della spesa militare in Europa e in Italia. Anche il Papa ha detto
che non si prepara la pace con le armi ma nessuno sembra ascoltarlo.
Siamo in un’epoca storica in cui oltre alla possibilità di una guerra nucleare
ogni Stato si comporta in piena libertà in barba a tutti, ad ogni richiamo,
appello. La situazione sta precipitando: siamo al punto in Europa di avere un
piano di 800 miliardi di euro per la difesa e gli armamenti nei prossimi anni.
L’Italia ha chinato il capo alla premier Giorgia Meloni che punta ad arrivare al
5% del Pil da destinare alla cybersicurezza, alle infrastrutture strategiche,
alla spesa militare. Ora mi chiedo: dove sono i cristiani? Ormai l’Europa ha ben
poco di cristiano. Siamo in un mondo pagano che va verso l’autodistruzione a
causa dell’inverno nucleare o del surriscaldamento del pianeta”.
Perdoni la domanda banale: cosa possiamo fare noi singoli individui?
Siamo giunti al momento in cui i movimenti per la pace devono avere il coraggio
di pagare di persona. Nel messaggio di Gesù la pace è l’elemento al centro della
Buona Novella. E’ necessario tornare alla disobbedienza civile. Le prime
comunità cristiane hanno messo in crisi l’impero romano perché hanno scelto di
seguire Gesù fino al martirio. Dobbiamo insistere affinché i pastori della
Chiesa invitino tutti i cristiani a togliere i propri soldi da quelle banche che
investono in armi. I Vescovi dovrebbero essere più categorici su questo tema. Di
fronte al ministro della Difesa Guido Crosetto che parla del ritorno alla leva
militare, dico ai giovani di andare nei loro Comuni a dichiarare fin d’ora che
non ci stanno a questa imposizione. Se la Meloni vuole arrivare al 5% del Pil
per il riarmo noi dobbiamo rispondere con l’obiezione fiscale.
Veniamo alla politica interna. In queste ore si parla della Legge di Bilancio ed
è spuntato anche un bonus per le scuole paritarie che sembra accontentare le
scuole cattoliche. Lei è soddisfatto della manovra?
Vivo a Napoli da oltre dieci anni, in uno dei quartieri più difficili della
città. La gente al Sud sta soffrendo sul serio. I provvedimenti presi in questa
manovra non fanno altro che aggravare la vita della gente comune non tanto di
coloro che già vivono in povertà. Quanto alle paritarie va detto con franchezza
che questo bonus altro non è che un modo, per il Governo di ultra destra, di
ottenere il sostegno della Chiesa. I preti dovrebbero capire che questo è un
tranello”.
Gli ultimi dati Istat ci dicono che la povertà assoluta è più diffusa nel
Mezzogiorno. L’8,4% delle famiglie italiane vive questo dramma. Un quadro triste
che va di pari passo con uno scenario in cui accresce la violenza nelle città.
Cosa sta accadendo padre Alex?
Il Sud paga sempre più ma al Governo vogliono l’autonomia e pensano al ponte tra
Calabria e Sicilia quando in realtà in Meridione servono ferrovie. E’ chiaro che
quell’opera è un business, serve a far fare soldi a chi li ha. Il Governo ha
dimenticato il ruolo delle mafie nel nostro Paese. Da anni frequento la
Calabria, sono in contatto con diverse realtà di quella regione: la Ndrangheta
ha le mani ovunque. A Milano un ristorante su cinque è loro. A questo va
aggiunto che una delle maggiori entrate delle mafie resta lo spaccio di droga
che assolda ragazzini. Nel nostro territorio, in questi mesi, abbiamo assistito
alla morte di due 15enni per sparatorie. Ma dobbiamo fare un’analisi ulteriore:
questi giovani che le ho citato frequentavano la scuola “Caracciolo” dove lo
scorso anno ci sono stati il 73% di bocciati. Se questi sono i numeri cosa ci
possiamo aspettare? Nelle nostre realtà servono nidi.
E questo nuovo Papa? Lei ha compreso la linea di Leone XIV?
E’ difficile decifrarlo. Penso che la cosa fondamentale sia quella che riesca a
mantenere fede all’impegno preso scegliendo quel nome che richiama a Leone XIII
che ha dato inizio alla dottrina sociale della Chiesa. Mi attendo che ci faccia
dono di un’enciclica sull’Intelligenza artificiale. Ne abbiamo tremendamente
bisogno. Basta leggere “Il capitalismo della sorveglianza” della professoressa
Shoshana Zuboff per intuire quanto la Chiesa, in maniera indipendente, possa
aiutarci a stare in questo mondo digitale.
Riuscirà Prevost a cambiare la Curia romana?
Ci ha provato anche Francesco ma non è riuscito. Quando penso alla riforma della
Curia romana mi torna in mente l’arcivescovo Hélder Pessoa Câmara. Dopo il
Concilio Vaticano II, una volta rientrato in diocesi in Brasile, scrisse una
lettera a Paolo VI chiedendogli alcune azioni: uscire dal Vaticano per andare a
vivere a San Giovanni in Laterano; abbandonare il titolo di Capo di Stato per
tornare a essere soltanto vescovo di Roma e consegnare la Santa Sede all’Unesco.
Il pontefice non gli rispose ma poche settimane più tardi ricevette una missiva
in cui il cardinale Jean-Marie Villot, segretario di Stato, affermava: “Il Santo
Padre ringrazia per la sua lettera, ma le ricorda che questi non sono più i
tempi del Vangelo”.
Mi tolga una curiosità: dove vivrà lei Natale?
Beh, intanto anche quel giorno saremo in lotta a difesa dell’acqua pubblica ma
la notte del 24 la celebrerò come ogni anno da quando sono a Napoli, alla
stazione centrale tra gli ultimi, tra la gente.
Ha almeno un messaggio di speranza da darci?
Non dobbiamo più aspettarci che venga chissà chi a salvarci. La salvezza viene
dal basso, mettendoci insieme, riempendo le piazze e mettendo in crisi i
Governi. La gente deve cominciare a riflettere e dire no. E’ fondamentale legare
fede e vita. Molti cristiani non lo fanno.
Difficile essere coerenti tra città illuminate a giorno per Natale e un
consumismo che impera.
Questo è un Natale pagano. Lo dico da molti anni. Così come, fin da quando
vivevo nella baraccopoli di Korogocho in Kenya, propongo che la Chiesa cattolica
sospenda la festa del 25 dicembre per celebrare il Natale con le Chiese
orientali a gennaio.
L'articolo “I preti invitino tutti i cristiani a togliere i soldi da banche che
investono in armi”. Il grido di Padre Zanotelli per riscoprire la disobbedienza
civile proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Fiore Isabella
Signor presidente Mattarella,
nei giorni scorsi in una mia personale riflessione sul blog de
ilfattoquotidiano.it ho sentito il bisogno di manifestare le mie posizioni
critiche sui Parlamentari cattolici (autodefinitisi non preti) sull’utilità
delle armi. Lei, col garbo linguistico che connota il Suo stile comunicativo, in
occasione della tradizionale cerimonia di scambio degli auguri di fine anno con
autorità istituzionali, rappresentanti dei partiti politici e figure della
società civile, ha espresso alcuni concetti sul tema degli armamenti, che non mi
pare siano particolarmente rassicuranti: “La spesa per dotarsi di efficaci
strumenti che garantiscano la difesa collettiva è sempre stata comprensibilmente
poco popolare”; “E tuttavia, poche volte come ora, è necessario”; “anche per
dare il nostro decisivo contributo alla realizzazione della difesa comune
europea”; “Sicurezza nazionale e sicurezza europea sono oggi indivisibili”.
Il minimo comune denominatore di tali concetti è la possibilità, ormai non più
remota, di affidare il destino dei nostri figli e dei nostri nipoti alle armi e
alla guerra. L’ultimo e unico conflitto, Signor presidente, che ha coinvolto la
nostra generazione di settantenni è stata la Guerra fredda e con essa non è
finita soltanto l’utopia comunista ma, come scrive Raniero La Valle nel suo bel
libro Quel nostro Novecento, “anche il sogno occidentale di una democrazia
realizzata, dove la politica moderasse l’economia, il costituzionalismo
garantisse i diritti e tenesse entro limiti invalicabili il potere, la giustizia
fosse realizzata, e le Repubbliche togliessero gli ostacoli al pieno sviluppo
della persona umana”. Tutto revocato, compreso il ripudio della guerra.
Si cominciò infatti con quella del Golfo, si continuò con la guerra in
Jugoslavia e con tutte le guerre a pezzi orchestrate dalla regia delle potenze
imperiali. Per non parlare dei nostri giorni, in Medio Oriente e in Ucraina,
dove si continuano ad ammazzare bambini grazie a quelle armi che Lei chiama
“efficaci strumenti che garantiscano la difesa collettiva”. Ma a quale diritto
alla difesa collettiva hanno potuto aspirare i bambini di Gaza travolti dalla
ferocia dell’esercito d’Israele che continua a perpetuare, anche in questi
giorni e a fari spenti, la vendetta sulla Palestina?
Signor Presidente, se dieci partigiani ed ebrei fucilati alle Fosse Ardeatine
valevano un soldato tedesco ucciso a via Rasella, utilizzando la stessa
aberrante formula aritmetica, un morto israeliano per mano di Hamas vale quasi
60 palestinesi morti a Gaza. E se quella tedesca fu una feroce rappresaglia,
quella dell’esercito d’Israele che cos’è?
Signor Presidente, Lei è un uomo di Stato di riconosciuta sensibilità e sa
meglio di tutti che viviamo in un mondo complicato in cui la guerra, per come
viene raccontata o taciuta, si confonde troppo spesso con la pace. Oggi siamo
nel pieno del secondo decennio del nuovo millennio e soprattutto noi, che
abbiamo vissuto la vivace e umana parabola della Costituzione, del Concilio
Vaticano II e della Contestazione, possiamo dire ai nostri figli il senso che
queste cose hanno avuto per noi. Più di questo non possiamo fare! Un’altra cosa,
che almeno io non mi sento di fare, è rassegnarmi all’idea che la sicurezza non
debba passare dall’investire i nostri soldi per far funzionare gli ospedali per
i malati e le scuole per i nostri nipoti, ma ahimè per armarci. Oggi ho 73 anni
e non mi preoccupa quanto resta da vivere a me, ma a quelle tre cose che hanno
animato fino ad oggi il mio e il nostro vivere, cioè il diritto, la fede e la
libertà.
Siamo in clima natalizio e non possiamo non parlare della cosa più carnale che
viene dall’Avvento: l’amore; una parola ormai così desueta da essere derubricata
nella sfera delle private effusioni o nell’omelia del settimo giorno. E in nulla
più!
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L'articolo Presidente Mattarella, le Sue parole sul riarmo non mi sembrano
rassicuranti. Ma io non mi rassegno proviene da Il Fatto Quotidiano.
Con una volata finale il Bundesrat, il secondo ramo del Parlamento tedesco, sono
state approvate venerdì una serie di leggi, tra cui la nuova disciplina del
servizio militare. Da metà gennaio chi compie 18 anni nel 2026 riceverà un
codice QR con un link al questionario della nuova immatricolazione militare.
Dodici domande a cui le femmine potranno rispondere, mentre i maschi dovranno
invece obbligatoriamente compilare il modulo entro un mese. Se, anche dopo
ripetute richieste, non vi procederanno saranno multati, così come sarà
perseguibile il conferimento intenzionale di informazioni false.
Il modulo digitale apparirà al candidato già intestato con i dati forniti
dall’anagrafe, potrà poi aggiungere volontariamente, in caso di interesse per il
servizio militare, un indirizzo e-mail o un numero di telefono per essere
ricontatto più rapidamente. L’intero questionario, riporta la ZdF illustrandolo,
è progettato per essere completato in 15 minuti, con testi esplicativi per ogni
domanda. Un menù di selezione richiederà di riportare il titolo di studio più
elevato e l’eventuale formazione professionale, iniziata o già completata. In
quest’ultimo caso verranno sollecitate anche informazioni sul settore
lavorativo. Sarà domandato anche l’eventuale possesso della patente di guida e
l’indicazione delle competenze linguistiche.
Per consentire una stima iniziale dell’idoneità agli impieghi militari, saranno
domandati altezza e peso, informazioni su eventuali gravi disabilità e
un’autovalutazione della propria forma fisica generale in una scala da uno a
dieci. Permettendo così di pronosticare se possa essere più indicato indirizzare
il candidato, ad esempio, a servizi di logistica che di sicurezza.
Dato che il servizio militare in Germania potrebbe costituire reato per i
cittadini con doppia cittadinanza, verrà domandato esplicitamente se si è già
prestato in un altro Paese, o se se ne ha l’obbligo, o se il candidato sia
attualmente soldato o soldatessa. Fondamentale sarà la dichiarazione del proprio
interesse al servizio in uniforme. All’intervistato sarà chiesto di indicarla in
un punteggio da zero, indice di mancanza assoluta, a dieci, in caso di forte
motivazione. Se il candidato sceglierà un punteggio sopra lo zero dovrà
specificare la durata desiderata del servizio, salvo la possibilità di precisare
“non lo so ancora”, la branca di maggior interesse ed infine la data preferita
per l’entrata in servizio. Coloro che risponderanno “il prima possibile”
verranno naturalmente contattati prima. Anche coloro che inizialmente
indicassero il periodo di servizio minimo di sei mesi potrebbero optare
successivamente per un impegno più lungo, fino alla carriera di ufficiale.
Al termine della compilazione al candidato sarà sottoposto un riepilogo per la
revisione. Dopo l’invio riceverà insieme alla conferma due link: uno alla pagina
delle carriere militari, l’altro alla pagina informativa “Volontariato Sì” che
presenta anche i servizi nazionali di servizio civile. Le Forze Armate tedesche
(Bundeswehr) con il questionario intendono raccogliere l’interesse per il
servizio volontario in divisa o nei servizi sociali. L’obiettivo è passare dagli
attuali circa 280mila a 460mila soldati, principalmente attraverso il
reclutamento di volontari. Non è però escluso che, se non si raccoglieranno
sufficienti adesioni, il Parlamento possa reintrodurre la leva obbligatoria,
così i dati serviranno anche per la successiva coscrizione forzata.
L'articolo Leva militare in Germania, dal titolo di studio alla forma fisica:
ecco le dodici domande alle quali dovranno rispondere i 18enni proviene da Il
Fatto Quotidiano.
di Angelo Palazzolo
“Gli armamenti nazionali sono inutili. Essi non ti danno la sicurezza. Essi
semplicemente incoraggiano l’abitudine del duello. Se tu li accumuli puoi esser
sicuro di dover comprare un altro biglietto per la Sala degli Specchi [dove fu
firmato il Trattato di Versailles, nda]”.
Questo monito si trova su un libro datato 1932 e titolato L’Europa verso il
suicidio? La verità sul disarmo. Il libro è composto da una serie di lettere
inviate ad amici immaginari che impersonificano l’Inghilterra, la Francia, la
Germania (a cui nello specifico è indirizzata quella frase), gli Usa e il
Giappone. L’autore, un politico inglese che si firma con lo pseudonimo Robert
The Peeler, con un linguaggio schietto e popolare, un secolo fa, metteva in
guardia da pericoli che si rivelano terribilmente attuali: il paradosso della
sicurezza, gli interessi dei fabbricanti d’armi, il conflitto di interesse di
esperti prezzolati e di politici legati mani e piedi all’industria bellica, la
propaganda assordante, l’informazione corrotta, la tecnica della rana bollita e
altri ancora.
Per evitare lo scoppio di un secondo conflitto mondiale, l’autore predica il
disarmo delle singole nazioni e la “necessità che nel mondo ci siano dei
Tribunali per dirimere le controversie e dei gendarmi per mantenere l’ordine”.
Oggi sappiamo che i moniti e i suggerimenti di quell’autore – così come quelli
di altri pacifisti dell’epoca – furono vani e che l’Europa infine trascinò il
mondo nell’inferno della Seconda guerra mondiale.
Dopo quasi un secolo, il prof. Barbero, il prof. Orsini, il prof. Cacciari, il
generale Mini e molti altri pensatori liberi del nostro tempo indossano le vesti
di quell’illuminato politico inglese e ci avvisano – alcuni bisbigliando, altri
gridando – che il percorso intrapreso dall’Europa, se non viene deviato in
tempo, ha come suo naturale sbocco la Terza guerra mondiale. Per evitare la
catastrofe verso cui un’élite di corrotti e incapaci ci sta facendo sprofondare,
noi cittadini possiamo contare su alcuni strumenti che nel periodo precedente
alle due guerre mondiali non erano disponibili:
1) Internet, come fonte alternativa di informazione. Le televisioni e le testate
giornalistiche (fatte le dovute eccezioni) sono controllate dalla politica,
soggiogate al potere delle lobby e impregnate di conflitti di interessi, mentre
su Internet è possibile trovare canali realmente indipendenti dove
l’informazione arriva “dal basso” ed è più libera. Vigiliamo affinché non
passino misure liberticide dai nomi tanto accattivanti quanto fuorvianti (vedi
lo “Scudo democratico”), nate con il precipuo intento di proteggere la sola
informazione che va bene a lorsignori, un’informazione addomesticata e di
sistema.
2) Lo scambio di informazioni tra i popoli (Gaza docet). A differenza
dell’olocausto nazista, grazie alla diffusione universale degli smartphone e
nonostante gli sforzi mediatici dell’hasbarà israeliana, il genocidio in
Palestina è stato visto e conosciuto da tutto il mondo. Utilizziamo le
possibilità che la tecnologia dell’informazione ci offre per rimanere in
contatto con i cittadini di altri Paesi, creiamo reti di comunicazione
internazionale: questo renderà più difficile la mistificazione massiva della
realtà, la costruzione a tavolino di un nemico e la conseguente disumanizzazione
degli altri popoli.
3) L’intento pacifista di cui è permeata la nostra Costituzione. Dal Dopoguerra
ad oggi, il sistema educativo italiano basato sui principi fondamentali della
Costituzione e pervaso dai più sinceri valori cristiani ha forgiato gli animi di
intere generazioni; in conseguenza di ciò, il nostro Paese ha sviluppato una
cultura e una coscienza tra le più pacifiste al mondo. Possiamo andarne fieri;
tuttavia negli ultimi mesi ciò che per decenni è stata la nostra cifra e il
nostro vanto è ora sotto l’attacco di politici guerrafondai e in conflitto di
interesse, generali e comandanti delle forze armate bramosi di dominare la scena
politica e classi dirigenti corrotte nel senso inteso da Vilfredo Pareto (e
anche nel senso comune). Questi signori, per i loro interessi, cercano di
declassare il pacifismo a mollezza d’animo, la ricerca di una soluzione pacifica
alle controversie internazionali a impotenza o codardia e la diplomazia ad
un’attività esecrabile.
Pertanto, chiedo al Presidente Mattarella di esercitare con maggior convinzione
il ruolo di garante della Costituzione e – con specifico riguardo all’articolo
11 – di vigilare in modo proattivo (sic!) sul suo rispetto. Ogni riferimento è
chiaramente voluto.
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L'articolo Ecco gli strumenti di cui disponiamo (e su cui possiamo contare) per
evitare la terza guerra mondiale proviene da Il Fatto Quotidiano.