Una “riunione d’emergenza” per spingere l’industria della difesa ad accelerare
la produzione in “tempi brevissimi” visto lo scenario internazionale. Con una
richiesta esplicita: impegnarsi “oltre i normali canoni commerciali”. Il
ministro della Difesa Guido Crosetto ha messo al tavolo l’industria bellica
italiana, accompagnato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale
Luciano Portolano, e dal Direttore Nazionale degli Armamenti, Giacinto
Ottaviani, e i rappresentanti dell’industria della difesa italiana.
Di fronte a oltre 130 persone, Crosetto ha spiegato di aver “sollecitato
l’industria della difesa a segnalare tutte le proprie disponibilità operative, i
programmi in fase di finalizzazione e ogni iniziativa che possa contribuire, in
tempi brevissimi, a rafforzare ulteriormente la difesa, specie quella aerea, del
Paese, nonché quella dei Paesi alleati e dei Paesi amici”. Una richiesta,
insomma, di accelerare il riarmo: “L’incontro aveva l’obiettivo di condividere
la complessa situazione geopolitica, specie, adesso, in Medio Oriente; e di
stimolare e responsabilizzare l’industria della difesa sulla necessità di
tutelare gli interessi nazionali, impegnandosi oltre i normali canoni
commerciali”.
Il ministro ha quindi aggiunto di aver sottolineato che “in un momento così
delicato e drammatico, è fondamentale ridurre al minimo gli impedimenti e le
procedure burocratiche che sempre meno si sposano con esigenze che non possono
aspettare e che incidono negativamente sull’efficienza e, in ultima analisi,
sulla sicurezza stessa del Paese”. Un passaggio che sembra aprire a una sorta di
corsia preferenziale per chi produce sistemi d’armi e di difesa. “In questo
momento – ha concluso – è di fondamentale importanza che il sistema Paese operi
in stretta sinergia e con rapidità di fronte a una situazione internazionale che
potrebbe degenerare, creando rilevanti complicazioni e difficoltà per l’Italia
sia sul piano geopolitico sia su quello economico”.
L'articolo Crosetto e la “riunione d’emergenza” con vertici militari e
industria: “Rafforzare la difesa in tempi brevissimi” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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“Le giovani generazioni sono terrorizzate dalla prospettiva della guerra, così
come da quella sensazione di incertezza costante che tutti proviamo.
Quotidianamente riceviamo notizie terribili, che ci ricordano le condizioni di
precarietà esistenziale in cui viviamo”. Angela Verdecchia, coordinatrice
nazionale della Rete degli studenti medi, racconta a ilfattoquotidiano.it le
ragioni della mobilitazione studentesca del 5 marzo, Giornata internazionale per
la consapevolezza sul disarmo e la non proliferazione, istituita nel 2022
dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. “I ricchi vogliono la guerra, noi
vogliamo il futuro”, recita uno slogan scritto a mano su uno striscione.
“Vogliamo una scuola e un’università di pace, libere dalla militarizzazione e
dagli interessi dell’industria bellica – spiega Verdecchia -. Le risorse
pubbliche devono essere investite nell’istruzione, nella sanità e nel welfare,
non nelle armi”.
Coordinati dalla Rete degli studenti medi e dall’Unione degli universitari, i
giovani hanno organizzato presìdi, assemblee e cortei in tutta Italia per
opporsi al piano di riarmo europeo e ai progetti di leva militare tornati al
centro del dibattito politico. La giornata di mobilitazione è stata inaugurata
all’alba: “Disertiamo la guerra”, si legge sullo striscione affisso sul ponte
dei Serpenti, a Roma, davanti al Colosseo. “Stiamo assistendo al tentativo di
normalizzare una narrazione militarista e bellicista, proprio a partire dagli
spazi della formazione”, commenta Verdecchia.
Tra le ragioni della mobilitazione ci sono anche alcune dichiarazioni del
ministro della Difesa Guido Crosetto, con le quali è stata evocata l’ipotesi di
una leva militare volontaria, sul modello di altri Paesi europei. “Rifiutiamo
con forza una prospettiva che, dopo averci condannato alla precarietà, prova a
presentarci l’arruolamento come un’opportunità”, affermano gli studenti. “Non
accetteremo che scuole e università diventino luoghi di propaganda o bacini di
reclutamento”. Per gli studenti, si tratta di una tendenza preoccupante, anche
perché coinvolge direttamente i luoghi in cui si forma il pensiero delle nuove
generazioni. “È proprio a partire dalla scuola che si può costruire la pace,
perché è lì che si sviluppa il pensiero critico. I luoghi del sapere non
dovrebbero contribuire a legittimare il linguaggio della guerra”.
Gli studenti citano l’escalation militare in Medio Oriente e l’apertura di nuovi
fronti di conflitto. Segnali di un clima globale sempre più instabile. In questo
scenario, sostengono, la risposta delle istituzioni europee è esclusivamente
militare. “L’aumento delle spese militari non rappresenta alcuna sicurezza per i
cittadini”, sostiene Verdecchia. “È una scelta politica che sottrae risorse
all’istruzione, al welfare e al futuro della nostra generazione”. Le iniziative
si sono svolte in numerose città italiane. “In molte città gli studenti si sono
attivati anche spontaneamente”, racconta la coordinatrice della Rete degli
studenti medi. “È un segnale che il tema è riuscito a uscire dalla bolla delle
sigle studentesche e che c’è un interesse reale da parte dei giovani”.
Il tutto si è svolto in contemporanea allo sciopero studentesco in Germania,
dove decine di migliaia di ragazzi sono scesi in piazza contro la riforma del
servizio militare. La legge, pur senza reintrodurre formalmente la leva, prevede
che dal 2026 tutti i diciottenni ricevano un questionario sulla disponibilità al
servizio militare e introduce un sistema di valutazione e visite mediche per
creare un bacino di potenziali reclute. Il servizio resta volontario, ma il
Parlamento si riserva la possibilità di reintrodurre la coscrizione con una
nuova legge, qualora il reclutamento non raggiunga gli obiettivi fissati.
“È un tema che riguarda tutti i giovani europei, non solo quelli tedeschi”,
commenta la rappresentante. L’aumento delle spese militari, il rafforzamento
degli eserciti e il ritorno della coscrizione nel dibattito pubblico sono
segnali preoccupanti di un processo ampio e avanzato di militarizzazione del
continente. “Per questo oggi alziamo la voce insieme a studenti e studentesse di
tutta Europa”, conclude Verdecchia. “Le conseguenze di questa militarizzazione
ricadranno proprio su noi giovani. Quelli che, secondo chi ci governa,
dovrebbero essere pronti ad armarsi e partire. Non succederà, disertiamo la
guerra”.
L'articolo Studenti in piazza contro il riarmo e le ipotesi di leva militare: “I
ricchi vogliono la guerra, noi vogliamo il futuro” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Molto esplicito il titolo di un editoriale del quotidiano Asahi Shimbun,
pubblicato ieri: “Le esportazioni incontrollate di armi letali minacciano
l’identità pacifista del Giappone”. In questi anni, mesi e caldissimi giorni di
guerra, la fondamentale identità del Giappone come nazione orientata alla pace,
è messa a forte rischio dal governo nuovo di zecca, i cui ministri e le solo due
ministre sono freschi di nomina della prima ministra Takaichi Sanae.
Ed è proprio questa amministrazione che sta procedendo alla completa revoca del
divieto di esportazione di armi letali. Come giustificazione, il governo cita la
necessità di approfondire la cooperazione in materia di difesa con gli alleati e
i partner che condividono gli stessi principi, affermando inoltre di voler
rafforzare la produzione e la base tecnologica della difesa giapponese. A cosa
si ridurrebbero dunque i “Tre Principi giapponesi sul trasferimento di
attrezzature e tecnologie per la difesa” stabiliti nel 2014? Principi secondo i
quali esiste il divieto di trasferimenti che violano gli accordi internazionali
o verso zone di conflitto, la limitazione dei trasferimenti consentiti a quelli
che contribuiscono alla pace/sicurezza, e infine sarebbe necessaria la garanzia
di un esame rigoroso, e di un controllo adeguato non da parte di terzi. Di
conseguenza si limiterebbero le esportazioni a cinque categorie di attrezzature,
non destinate a scopi letali: soccorso, trasporto, vigilanza, sorveglianza e
sminamento.
In questi giorni invece, il Partito Liberal Democratico ha chiesto l’abolizione
delle restrizioni, e l’autorizzazione alle esportazioni di armi tra cui aerei da
combattimento, cacciatorpediniere e sottomarini, e per raggiungere lo scopo il
governo intende rivedere le linee guida di attuazione durante l’attuale sessione
della Dieta. Se il tutto fosse approvato, il rischio che il Giappone venga
coinvolto direttamente nei conflitti crescerebbe in maniera inevitabile.
L’editoriale citato si conclude con una richiesta: “È essenziale che il Giappone
introduca per l’esportazione di armi come minimo procedure che richiedano
l’approvazione da parte della Dieta, che rappresenta il popolo.”
A Okinawa nel frattempo, l’isola più a sud ovest del Giappone, sono presenti
oltre 30 basi militari statunitensi, e i campi principali del Corpo dei Marines
sono circa 9 sparsi in 700 sedi. Negli ultimi mesi sull’isola, grazie ad armi
altamente tecnologiche, unità riorganizzate e una più profonda integrazione con
le Forze di Autodifesa del Giappone (SDF), la forza di spedizione schierata in
prima linea dal Corpo dei Marines degli Stati Uniti sta modificando il proprio
assetto ed equipaggiamento per rispondere alle nuove sfide alla sicurezza che
stanno emergendo nella regione indo-pacifica, secondo quanto dichiarato dal
tenente generale Roger Turner in un’intervista rilasciata al quotidiano Japan
Times. L’obiettivo, ha affermato il militare, è quello di trasformare la forza
con sede a Okinawa in una in grado di proiettare il proprio potere non solo in
senso tradizionale, dal mare alla terraferma, ma anche nell’aria, nello spazio e
nel cyberspazio.
A bilanciare questi venti pericolosi, la popolazione sta preparandosi allo
sbocciare dei fiori di ciliegio, grazie al recente calendario uscito il 5 marzo
redatto dall’Agenzia meteorologica del Giappone, con la previsione delle date in
cui i ciliegi inizieranno a fiorire “kaika” e quelle in cui raggiungeranno la
piena fioritura “mankai”, così da consentire la pianificazione di Hanami
(osservare i fiori) in ogni angolo dell’arcipelago, da sud a nord. Altra notizia
che compare quotidianamente da settimane, e non solo in Giappone, riguarda le
sorti di un cucciolo di macaco ormai famoso ovunque, il piccolo orfano Panchi
kun (Punch) dello zoo di Ichikawa. Punch era stato abbandonato dalla madre
subito dopo la nascita avvenuta a luglio del 2025, probabilmente a causa della
stanchezza, o chissà per quale altro motivo. I guardiani dello zoo lo hanno
allattato, e in seguito uno di loro ha avuto l’idea di donargli un peluche
“macaco”. Il piccolo non solo si era ritrovato senza la madre biologica, ma pure
privo della cura dei suoi simili, che anzi lo bullizzavano e isolavano. Grazie
al “peluche sostituto materno” Punch ha raggiunto l’abilità di aggrapparsi,
necessaria per la sopravvivenza dei cuccioli, e sono diventate virali le
immagini che lo mostrano attaccato alle gambe dei due ragazzi addetti alla
somministrazione del cibo, e i brevi filmati in cui si aggira trascinando,
abbracciando e dormendo tra le braccia del morbido pupazzo. Punch è diventato
così popolare che lo zoo ha stabilito delle regole per i visitatori e limitare
la visione a 10 minuti. Pian piano Punch sta abbandonando il giocattolo, si
relaziona agli altri e viene sempre più ammesso nel gruppo.
L'articolo Giappone verso la revoca del divieto di esportazione di armi letali:
così il Paese perde la sua vocazione alla pace proviene da Il Fatto Quotidiano.
Riarmatevi, ma comprate americano: altrimenti ci saranno conseguenze. In
sintesi, è questo il messaggio che il Pentagono ha inviato all’Unione europea.
Aumentare le spese del Pil fino al 5% è stato l’invito dell’amministrazione
Trump agli alleati europei della Nato. Ma adesso i termini di questa operazione
assumono maggiori dettagli: gli Stati Uniti di The Donald minacciano ritorsioni
se l’Ue dovesse introdurre clausole sul Buy European vincolanti nella revisione
delle norme sugli appalti per la difesa, attesa entro l’estate.
Su tratta di una presa di posizione mai resa nota prima, legata a una
consultazione della Commissione europea, che risale all’inizio di febbraio, dopo
che l’Unione aveva chiesto un riscontro ai governi e all’industria bellica sulle
norme europee in materia di appalti di armi. “Le politiche protezionistiche ed
escludenti che costringono le aziende americane a uscire dal mercato, quando le
più grandi aziende di difesa europee continuano a trarre grandi benefici
dall’accesso al mercato degli Stati Uniti, sono una linea d’azione sbagliata”.
Il Dipartimento della Difesa americano ipotizza che potrebbe rivedere le deroghe
del Buy American, chiudendo a sua volta alle aziende Ue l’accesso agevolato ad
alcune gare.
Si può dire che la linea era stata anticipata: all’inizio di dicembre 2025 il
media Politico aveva pubblicato un articolo basato sulla presa di posizione del
vice segretario di Stato Christopher Landau; quest’ultimo, durante una riunione
a porte chiuse, aveva mosso critiche agli alleati europei della Nato per aver
dato priorità alle proprie industrie della difesa rispetto ai fornitori di armi
americani.
Che il settore bellico tema un contraccolpo lo si capisce scorrendo le cifre
elaborate dal Sipri (Stockholm International Peace Research Institute): una sua
ricercatrice, Katarina Djokovic, in una intervista di marzo 2025 a Politico,
aveva ricordato che “quasi due terzi (il 64%) delle importazioni degli Stati
europei membri della Nato nel periodo 2020-2024 proveniva dagli Stati Uniti”.
Tra il 2015-2019, l’import bellico era stato del 52% e su quattro maggiori
fornitori solo due erano europei: Francia e Germania. Insomma, quasi due terzi
delle armi – dai caccia F-35 ai sistemi di difesa aerea Patriot – arrivavano in
Europa dagli Usa, e questo mercato è rimasto inalterato per decenni.
Ma con l’amministrazione Trump le cose sono cambiate: la strategia del tycoon
rispetto all’invasione in Ucraina da parte della Russia, il più volte annunciato
disimpegno rispetto alla difesa di Kiev, hanno spinto Bruxelles, Parigi,
Berlino, a immaginare una autonomia bellica rispetto a Washington. L’Unione
dovrebbe presentare a breve un aggiornamento del piano complessivo Ue per
l’industria della difesa che potrebbe contenere clausole Buy European per gli
appalti nei settori strategici. A seguire, nel terzo trimestre, ci sarà
l’aggiornamento della direttiva comunitaria del 2009 sugli appalti.
Bruxelles sta già favorendo le aziende in progetti come il programma Safe
(Azione di sicurezza per l’Europa) da 150 miliardi di euro, sostenendo prestiti
per l’acquisto di armi; ne usufruisce anche l’Ucraina grazie al prestito di 90
miliardi di euro recentemente concordato con Kiev. I fondi dell’Unione possono
essere utilizzati per acquistare equipaggiamento militare solo se almeno il 65%
del valore dell’equipaggiamento proviene dall’Europa.
Nella “Categoria 1” degli acquisti rientrano munizioni e missili; sistemi di
artiglieria, comprese le capacità di attacco di precisione profonda; capacità di
combattimento a terra e relativi sistemi di supporto, tra cui equipaggiamento
dei soldati e armi di fanteria; piccoli droni e relativi sistemi anti-drone;
protezione delle infrastrutture critiche; capacità informatiche. Nella Categoria
2 ci sono, tra gli altri, i sistemi di difesa aerea e missilistica, intelligenza
artificiale e guerra elettronica.
“In tutte le categorie – si legge nel programma Safe – i contratti di appalto
devono garantire che non più del 35% dei costi dei componenti provenga da paesi
esterni all’Ue, all’Ucraina o ai paesi che fanno parte dello Spazio economico
europeo (SEE) e dell’Area europea di libero scambio (EFTA): Islanda,
Liechtenstein, Norvegia e Svizzera. I progetti che rientrano nella categoria 2
devono soddisfare condizioni di ammissibilità più rigorose, tra cui il possesso
da parte dei contraenti della capacità di modificare le attrezzature in caso di
necessità, senza restrizioni extra Ue”.
Il 17 febbraio Ecofin ha approvato l’assistenza finanziaria a favore di Estonia,
Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Finlandia nel quadro
del programma Safe. Per l’Italia si tratta di 14,9 miliardi di euro. Se Roma
imporrà un “Buy European” è presto per dirlo, ma di certo le grandi manovre
sull’asse Parigi-Berlino per una autonomia bellica preoccupano non poco i
funzionari di Trump.
L'articolo Armi e affari, il Pentagono “avvisa” l’Ue: no al Buy European, il
riarmo non deve escludere le industrie americane proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Non sarà solo una manifestazione, comincia a prendere forma la due giorni
“Together” in programma a Roma, con un concerto la sera di venerdì 27 marzo a
Testaccio e il corteo sabato 28. “Un grande happening nel centro di Roma”,
promettono gli organizzatori. Sarà in contemporanea e in collegamento con la
“Marcia per fermare l’estrema destra” promossa a Londra sempre il 28 marzo da
centinaia di associazioni della società civile riunite nella Together Alliance e
con il ritorno nelle piazze statunitensi, lo stesso giorno, del movimento “No
Kings” contro le politiche liberticide di Donald Trump.
Si chiama del resto “No Kings Italy” il movimento che si va costruendo nel
nostro Paese, passato per le assemblee pubbliche di novembre e gennaio a Roma e
a Bologna. Oltre 700 sigle che convergono da tempo nella rete “A pieno regime”
contro la svolta autoritaria dei ripetuti pacchetti sicurezza e in quella “Stop
rearm Eu” contro le guerre e la corsa agli armamenti, ma anche sui temi sociali
– lavoro e reddito, sanità, casa -, sulla difesa dell’ambiente e contro la
violenza sulle donne, passando per la battaglia per il “No” al referendum sulla
riforma che spacca in due la magistratura. È la sinistra sociale e di movimento,
che va in piazza proprio alla vigilia della partenza, il 29 marzo, della seconda
Global Sumud Flotilla verso la Striscia di Gaza. Per il concerto si attendono
“oltre 20 artisti, anche mainstream, di quelli che riempiono gli stadi” ma i
nomi ancora non ci sono.
“Stanno smantellando tutti i limiti al potere che l’umanità aveva costruito: il
diritto internazionale, lo stato sociale, la democrazia. Tornano i sovrani
assoluti e le loro guerre, interne ed esterne. Non ci rassegniamo al ruolo di
sudditi, per questo No Kings. Non sono la maggioranza: se le vittime alzano la
testa possono farcela”, ha detto Raffaella Bolini, vicepresidente Arci, nella
conferenza stampa tenuta giovedì 19 febbraio a Roma, Palazzo Valentini, dagli
organizzatori. C’erano anche il romano Luca Blasi, assessore al III Municipio,
impegnato fin dal 2024 nell’opposizione ai decreti “sicurezza”, la giornalista
Rosa Lella di No Bavaglio e Stop Rearm Eu, Christofer Ceresi dei Municipi
sociali di Bologna, Alfio Nicotra della Rete Pace e Disarmo, in collegamento
Maria Elena Delia della Sumud/Global movement to Gaza e molti altri ancora.
Riccardo Noury, per Amnesty international, ha sottolineato le analogie col
“movimento dei movimenti” che si schiantò nel 2001 contro la repressione
sanguinosa organizzata al G8 di Genova: “Abbiamo sempre detto che è stato
irrepetibile, ce lo auguriamo tutti”. Tanti hanno parlato dell’ultimo decreto
sicurezza, “approvato il 5 febbraio e non ancora pubblicato” come ha ricordato
l’avvocata Federica Borlizzi, con i fermi preventivi, i daspo urbani basati su
semplici denunce di polizia e le multe da 10 mila euro per chi devia il percorso
di un corteo. C’è grande preoccupazione, la criminalizzazione della piazza e del
dissenso sono sotto gli occhi di tutti e l’obiettivo è fare a Roma “una
manifestazione pacifica, di popolo”. Nessuno ha voglia di parlare degli scontri
di Torino e Milano, ma neppure di vederne la riedizione nella Capitale. La Cgil,
presente alle assemblee di Roma e Bologna, deve ancora decidere se aderire. C’è
un fitto calendario di iniziative: limitandoci a Roma il 22 febbraio il corteo
per ricordare Valerio Verbano ucciso nel 1980 da un commando neofascista mai
identificato, il 28 febbraio la manifestazione “Senza consenso è stupro” contro
il Ddl in discussione sulla violenza di genere, il 1° marzo una nuova assemblea
nazionale No Kings.
L'articolo No Kings, a Roma il 27 e 28 marzo concerto e corteo contro riarmo e
svolta autoritaria. In piazza anche a Londra e negli Usa proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“In direzione ostinata e contraria” era il manifesto di Fabrizio De André:
andare contro la corrente del conformismo nei confronti del potere. Oggi la
direzione ostinata e contraria non è quella di chi è contro il potere, ma di chi
lo esercita, negando una realtà fisica non più opinabile.
Il cambiamento climatico non è una previsione. È un fenomeno in atto, con ondate
di calore record, alluvioni sempre più intense, mareggiate devastanti, siccità
prolungate, incendi, crisi agricole, infrastrutture danneggiate, premi
assicurativi in aumento. La scienza, attraverso i rapporti dell’Ipcc, è passata
da formulazioni prudenti a una conclusione inequivocabile: il riscaldamento
osservato è di origine antropica. Le proiezioni non sono più grafici: si
materializzano.
Non manca il richiamo etico. Nell’enciclica Laudato Si’, Papa Francesco parla di
“conversione ecologica”: un cambiamento del nostro modo di abitare il mondo.
L’Unione Europea traduce quell’esigenza nella “transizione ecologica” del Green
Deal: transitare da un’economia fondata sull’estrazione illimitata ad una che
riconosca l’integrità degli ecosistemi come condizione del benessere sociale ed
economico. Da qui il principio di salute unica: la salute umana e quella del
pianeta coincidono.
Oggi quella traiettoria non è formalmente cancellata, ma è retrocessa nella
gerarchia delle priorità. La Commissione Europea ha posto al centro dell’agenda
il rafforzamento della difesa. Il piano inizialmente presentato come “ReArm
Europe” è stato poi ribattezzato “Readiness 2030”, ma la sostanza resta:
destinare risorse pubbliche ingenti al riarmo e al potenziamento dell’industria
militare. Negli Stati Uniti, Donald Trump liquida la sostenibilità come
un’ossessione ideologica; in Italia, anche il governo di Giorgia Meloni
definisce “ideologica” la transizione ecologica e privilegia sicurezza e
crescita.
Non si tratta di negare l’esistenza di tensioni geopolitiche tra Europa e
Russia, ma di gerarchizzare i rischi. Il cambiamento climatico produce danni già
oggi, cumulativi e in parte irreversibili su scala umana. L’invasione
dell’Unione Europea è uno scenario da prevenire, non un evento in corso. E
tuttavia l’eventualità domina il discorso pubblico più della realtà già
osservabile, con un ribaltamento delle priorità.
Dieci anni fa si diceva che le rinnovabili non avrebbero inciso in modo
significativo sul sistema energetico globale. Oggi una quota rilevante della
produzione elettrica europea e mondiale proviene da fonti rinnovabili. La
transizione non è un’utopia tecnica, è un processo misurabile. Nel frattempo, la
competizione industriale sulla transizione è diventata globale. La Cina produce
pannelli solari, batterie e veicoli elettrici, e conquista posizioni dominanti
nelle filiere strategiche. Le auto elettriche di marchi cinesi sono sempre più
presenti sulle strade europee. Non per filantropia ecologica, ma per strategia
industriale.
La sostenibilità è prima di tutto un affare. E la realtà si traduce in numeri di
bilancio. Il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci, dichiara che lo
Stato non dispone di risorse sufficienti per coprire i danni causati dagli
eventi estremi e invita i cittadini ad assicurarsi: i costi stanno diventando
strutturali. Se il rischio cresce, crescono i premi, e se diventa troppo alto
per le assicurazioni, il peso ricade sulla collettività.
Quando si tratta di riarmo, le risorse vengono mobilitate con rapidità; quando
si tratta di compensare danni climatici già in corso, si evocano vincoli e
scarsità che, però, non sono leggi naturali. In passato, di fronte a emergenze
considerate prioritarie, l’Europa ha sospeso regole, riscritto parametri,
mutualizzato debiti. Le regole si cambiano quando si decide che una minaccia lo
merita. Se non accade per il clima, non è per impossibilità tecnica, ma per
scelta politica.
Così, mentre ai cittadini colpiti dagli eventi estremi si suggerisce di
assicurarsi, si programmano investimenti pubblici massicci che andranno in larga
parte a filiere industriali private del settore militare. La questione non è
ideologica: è contabile, e riguarda l’allocazione delle risorse. Se la
conversione ecologica viene evocata ma non perseguita, se la transizione viene
rallentata mentre il riarmo viene accelerato, la direzione scelta non è neutrale
e pare non tenga conto di ciò che sappiamo, ciò che subiamo e ciò che decidiamo
di finanziare.
La lotta contro la realtà può essere rinviata nel breve termine. Nel lungo
periodo, però, non saranno i fatti ad adattarsi alle nostre idee. Missili,
droni, carri armati, sottomarini e navi da guerra sono deterrenti geopolitici,
ma non fermano ondate di calore, siccità, alluvioni o mareggiate. Non arrestano
la desertificazione, non raffreddano gli oceani, non ricostruiscono suoli erosi.
Sono strumenti pensati per conflitti tra Stati, non per una crisi sistemica che
attraversa confini e generazioni. Il cambiamento climatico amplifica instabilità
economica, tensioni sociali e flussi migratori. Le migrazioni non si fermano con
muri o con nuove forniture energetiche fossili: si governano affrontando anche
le cause ambientali che le aggravano.
In questo senso, nessun piano industriale o energetico potrà compensare
l’assenza di una strategia climatica coerente. Pareva lo avessimo capito. Lo
avevamo persino scritto nei documenti ufficiali. Ma tra ciò che sappiamo e ciò
che finanziamo si è aperta una distanza pericolosa. E non esistono maggioranze
parlamentari che, in direzione ostinata e contraria rispetto alla realtà,
riescano a batterla per alzata di mano.
L'articolo Il cambiamento climatico è un fenomeno in atto: se l’Europa resta a
guardare è per scelta politica proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non solo un modo per disgregare gli Stati membri. Ma, anzi, un’opportunità per
l’Unione Europea. Da cogliere come? Con una maggiore integrazione politica ed
economica che passi da una soluzione precisa: aumentare la protezione degli
Stati membri e quindi gli investimenti nel settore della Difesa. Come chiedono
anche gli ex premier italiani Enrico Letta e Mario Draghi nei loro rapporti sul
futuro dell’Unione Europea voluti da Ursula von der Leyen. È questo il risultato
a cui arriva il primo studio italiano sulla nuova National Security Strategy
dell’amministrazione americana di Donald Trump che ha creato tanto dibattito
perché nel rapporto si parla di poter staccare alcuni Paesi europei – tra cui
l’Italia – dall’Unione. Lo studio di 25 pagine è firmato da due professori della
Bocconi, Carlo Altomonte e Walter Rauti, che il 18 gennaio hanno inaugurato lo
Shield, il primo hub europeo su Difesa, economia e geopolitica.
Nel paper sulla strategia di sicurezza degli Stati Uniti per il 2025 e “il
riposizionamento strategico dell’Unione Europea”, l’obiettivo è quello di
superare le analisi che sono state fatte in Italia sul tentativo americano di
disgregare gli Stati membri pur ammettendo le “ingerenze” politiche
dell’amministrazione americana sull’Europa che, influenzata dall’approccio Maga,
parla di “cancellazione della civiltà” portando avanti una “narrazione
civilizzatrice” degli Stati Uniti sul modello del discorso di JD Vance a Monaco.
Una dottrina, quella della Casa Bianca, che secondo i due studiosi riporterebbe
le lancette della storia a quella di Richard Nixon che chiedeva agli alleati di
“assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza” e di Ronald Reagan
che voleva aumentare gli investimenti militari “con pressioni perché
rafforzassero la propria posizione difensiva”. Un modo per disinteressarsi
dell’Europa per concentrarsi unicamente sulla sfida alla Cina. Ora sta
succedendo lo stesso, secondo gli studiosi dell’Università Bocconi. L’approccio
è quello del passaggio dal “Burden sharing” al “Burden shifting”: dalla
condivisione degli oneri al trasferimento (sull’Europa) degli oneri.
E quindi quale può essere l’opportunità per l’Europa? Una maggiore integrazione,
che passi soprattutto su un pilastro: gli investimenti sulla Difesa per
garantire la sicurezza autonoma del continente. E qui Altomonte e Rauti
analizzano quali dovrebbero essere i prossimi passi per far sì che l’Europa
aumenti la propria sicurezza. In primo luogo, pensare che la Difesa sia il
principale volano per garantire l’integrazione comunitaria fondamentale per
“l’identità politica dell’Europa e la sua capacità di agire nel mondo”. In
secondo luogo, avere una capacità istituzionale che permetta agli Stati membri
di coordinare le spese per la Difesa e “armonizzare” e “integrare” la capacità
industriale. Poi la “coesione politica” per far sì che gli Stati membri abbiano
gli stessi obiettivi di protezione e non più la Russia o il Mediterraneo a
seconda della posizione geografica ma anche l’integrazione industriale della
Difesa europea come teorizzata da Draghi e Letta.
Un paragrafo a parte riguarda l’opinione pubblica. I due studiosi ritengono che
le spese militari sono state storicamente “di scarsa rilevanza” per molti
cittadini europei, ma senza l’opinione pubblica le riforme teorizzate potrebbero
incontrare “resistenze e tensioni tra la spesa per la Difesa e lo Stato sociale”
fornendo un assist per quelli che Rauti e Altomonte chiamano “partiti
populisti”. I leader politici, dunque, devono fornire una “narrativa” secondo
cui la Difesa è strettamente collegata a “prosperità, sovranità e stabilità”. La
strategia, insomma, che sta portando avanti la Commissione Europea.
Dunque, la conclusione a cui arrivano è che, in estrema sintesi, la nuova
strategia di isolazionismo americano possa diventare una “opportunità” per
l’Europa e una prova di maturità. Come? Sempre con la stessa ricetta: l’aumento
degli investimenti della Difesa degli Stati membri.
L'articolo Strategia di sicurezza di Trump, la lettura della Bocconi:
“Un’occasione per l’Ue per riarmarsi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’Orologio dell’Apocalisse avanza fino a 85 secondi dalla mezzanotte, cioè dalla
fine del mondo, il punto più vicino alla catastrofe mai raggiunto dalla sua
creazione nel 1947. È il dato più allarmante mai registrato dal Doomsday Clock,
lo strumento simbolico aggiornato ogni anno dal Bulletin of the Atomic
Scientists per misurare quanto l’umanità sia vicina all’autodistruzione. Alla
base dello spostamento delle lancette, spiegano gli scienziati, ci sono il
rischio crescente di una guerra nucleare, l’aggravarsi della crisi climatica, il
potenziale uso improprio delle biotecnologie e l’integrazione dell’intelligenza
artificiale nei sistemi militari.
Di questo scenario parla a In altre parole, su La7, Giorgio Parisi, premio Nobel
per la Fisica nel 2021, rispondendo a una domanda di Massimo Gramellini che gli
chiede un giudizio “da scienziato” sulla reale attendibilità di quell’orologio.
Parisi conferma la gravità del messaggio, chiarendo che non si tratta di
un’astrazione: “La guerra nucleare, nonostante il fatto che a volte sembrerebbe
presa un po’ presa sotto gamba quando le persone cominciano a parlare di armi
atomiche tattiche da poter utilizzare, è una cosa assolutamente disastrosa.
Probabilmente non sarebbe la fine dell’umanità, ma sarebbe una cosa molto, molto
pesante”.
E ricorda che già studi passati hanno dimostrato conseguenze devastanti anche in
scenari limitati: “Per esempio, anni fa si è stimato che già una guerra
semplicemente tattica per l’Italia comporterebbe cinque milioni di morti“.
L’orologio, aggiunge, serve proprio a questo: indicare la distanza temporale e
politica da un evento che non è teorico, ma possibile.
Nel suo intervento, il fisico sottolinea che l’avanzamento delle lancette non è
frutto di allarmismo gratuito, sottolineando una regressione nei meccanismi di
controllo degli armamenti. Il Bulletin infatti non sposta le lancette con
leggerezza, e il fatto che ciò sia avvenuto poche volte nella storia, mai così
in avanti, è di per sé un segnale.
“La pericolosità di una guerra atomica – spiega – è legata a quello che sta
succedendo, perché, mentre dagli anni Sessanta agli anni Novanta, c’è stata una
grande stagione di trattati fra l’Unione Sovietica prima, e la Russia dopo, e
gli Stati Uniti, che hanno diminuito il rischio, in questi ultimi anni stiamo
andando nella direzione opposta“.
Quando Gramellini nota che il tema dell’atomica sembra ormai “sdoganato” nel
dibattito pubblico, Parisi conferma: “Non ci si rende conto intanto dei
pericoli. Quelle stime di cinque milioni di morti erano fatte supponendo un
attacco all’Italia con cinquanta bombe atomiche scagliate lontano dalle città
per non fare troppi danni. Quindi, un attacco per non fare troppi danni darebbe
solo cinque milioni di vittime. Figuriamoci poi un attacco per fare danni,
quello è un altro paio di maniche”.
L'articolo Il Nobel Parisi a La7 commenta l’inquietante aggiornamento
dell’orologio dell’Apocalisse: “Attacco nucleare tattico in Italia causerebbe 5
milioni di morti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Domani la Commissione Esteri della Camera darà il via al decreto Riarmo, che poi
arriverà in Aula la settimana successiva. Nel titolo non si parlerà di aiuti
“militari” all’Ucraina, ma nel testo sì. La parola, infatti, è stata espunta
mercoledì dopo il voto di un emendamento presentato dalla maggioranza e passato
tra le proteste delle opposizioni. Con i dem Lia Quartapelle e Enzo Amendola in
prima linea nel sostenere che tale modifica fosse inammissibile, visto che
trasforma radicalmente il contenuto del decreto legge.
LE OPPOSIZIONI: “UNA BUFFONATA”
Se il Pd durante la seduta (lo scorso mercoledì) ha voluto criticare
l’emendamento a prima firma del leghista Zoffili perché presupporrebbe un
disimpegno dell’Italia nei confronti di Kiev (vedi l’intervento di Piero Fassino
nella stessa riunione), Avs e i Cinque Stelle lo hanno letto semplicemente come
una “buffonata” da parte del governo, un gioco di prestigio, per tenere dentro
sia chi è per il sostegno all’Ucraina senza se e senza ma e chi non è d’accordo
(leggi la Lega). Gli equilibrismi di Giorgia Meloni in politica estera di questa
settimana hanno avuto un risvolto anche a livello parlamentare. Con il Pd a
puntellare, anche di fronte a qualche vuoto nel centrodestra.
VIA LIBERA A SETTE DECRETI PER UN MILIARDO
Oggi c’è stato l’ennesimo passaggio sul riarmo nelle Commissioni Difesa di
Camera e Senato: sono stati votati sette decreti. Si va dagli obici ruotati
della tedesca Krauss-Maffei Wegmann – sia nuovi che da ammodernare – ai razzi
Mlrs a lunga gittata dell’americana Lockheed Martin, dai droni-bomba
dell’israeliana Uvision ai lanciarazzi della svedese Saab, dai mortai della
francese Thomson-Brandt alle batterie contraeree del consorzio a maggioranza
anglo-francese Mbda, più un centinaio di droni da sorveglianza di Leonardo.
L’impegno di spesa pluriennale da approvare è di oltre un miliardo di euro. Il
Pd in Senato ha detto sì, alla Camera si è astenuto (tranne sul decreto sui
droni di ricognizione sul quale ha detto sì, lo stesso sul quale i Cinque Stelle
si sono astenuti, invece di votare no come sugli altri sei).
I 5 STELLE: “PD PILATESCO”
A motivare l’astensione è stato Stefano Graziano: “Chiediamo al governo che
venga messa sul tavolo una discussione seria tra spese per il personale, spese
per l’esercizio e spese per gli investimenti. Non è accettabile che il governo
propenda e si preoccupi solo degli investimenti senza pensare al personale delle
forze armate e relativi esercizi. Il rapporto dovrebbe essere 50% investimenti,
25% personale e 25% esercizio. Oggi siamo completamente sbilanciati, 50-10-40”.
Un atteggiamento “pilatesco” quello del Pd secondo i Cinque Stelle.
D’altra parte, martedì scorso in Commissione Difesa sui sei decreti ministeriali
relativi a programmi di armamento per un impegno pluriennale di spesa prossimo
ai 4 miliardi di euro, il Pd aveva espresso parere favorevole. Lo stesso
Graziano intervenendo in Commissione aveva sottolineato come i programmi in
questione abbiano carattere difensivo e di ammodernamento tecnologico. E dunque,
come il gruppo del Pd abbia “una postura favorevole” rispetto alle necessità,
cui si dà risposta mediante i programmi in esame, di “implementare le capacità
antidroni, il pilotaggio da remoto e i sistemi di guerra elettronica”, poiché
“rispondono a esigenze di protezione del Paese”. Questo pur evidenziando la
necessità di un equilibrio della spesa per la Difesa. Da sottolineare che lo
stesso Graziano aveva denunciato l’assenza del governo mercoledì scorso in
Commissione Difesa, quando erano stati presentati i decreti su cui si è votato
oggi. Un tentativo di far emergere le difficoltà del governo di mettere la
faccia sul riarmo.
L'articolo Decreto Riarmo, il gioco di prestigio del governo: “aiuti militari”
nel testo, non nel titolo. Le opposizioni: “Buffonata” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La prospettiva è una manifestazione nazionale a Roma, probabilmente a fine
marzo, contro il riarmo e la stretta autoritaria dell’ultimo, ennesimo
“pacchetto sicurezza”, ma anche sui temi sociali: reddito e lavoro, casa, fino
alla difesa dell’ambiente e degli spazi sgomberati o sotto sgombero. Evitando
sovrapposizioni con il referendum costituzionale, al momento fissato per il 22 e
il 23 marzo. La parola chiave è “convergenza” e il percorso “Contro i re e le
loro guerre” passa per l’Assemblea nazionale di sabato 24 e domenica 25 al Tpo
di Bologna. “O re o libertà” è lo slogan, ispirato almeno in parte al movimento
“No Kings” nato negli Stati Uniti contro le politiche liberticide di Donald
Trump. Sullo sfondo un pugno chiuso stringe una carta da gioco, il re di cuori.
Partecipano oltre 700 tra associazioni, sindacati, movimenti, centri sociali,
gruppi e gruppetti. Dall’Arci alla Cgil, a Pax Christi, alla Fondazione
Perugia-Assisi e a tutte le sigle del nodo italiano della rete “Stop Rearm
Europe” e della rete “A pieno regime”, nata nel 2024 contro il Ddl sicurezza di
allora. Quel percorso si è intrecciato con la mobilitazione contro l’economia di
guerra e il genocidio dei palestinesi fino alle grandi manifestazioni che a
settembre-ottobre 2025 hanno accompagnato la Global Sumud Flotilla. A novembre
la prima assemblea “Contro i re” alla Sapienza di Roma. “L’obiettivo è non
rimanere tutti attaccati alla propria lotta, fare insieme un salto di qualità –
dice Barbara Tibaldi, segreteria Fiom Cgil – Noi difendiamo salario e lavoro e
non è possibile senza difendere anche la casa e i diritti democratici. Non
bisogna limitarsi a una semplice sommatoria e neppure sconfinare nei discorsi
astratti”.
Il rapporto tra la spesa militare che cresce e la spesa sociale che arretra lo
vedono tutti, come le spinte autoritarie che cavalcano fatti di cronaca alla
ricerca di nemici interni o esterni. Da qui anche gli sgomberi: a Bologna
dovrebbe partecipare Askatasuna (come pure il Leonkavallo di Milano già
sgomberato e Spin Time di Roma, a rischio). Il percorso verso la manifestazione
di marzo passa anche per quella del 31 gennaio contro lo sgombero del centro
sociale torinese, indetto da un’altra assemblea nei giorni scorsi, e in generale
contro il governo e il suo piano sgomberi. Anche a Napoli il 14 febbraio c’è un
corteo per difendere, tra gli altri, Officina 99. E ancora: il 5 marzo la
mobilitazione studentesca in solidarietà con gli studenti tedeschi che si
oppongono al ritorno della leva militare, che almeno per ora da noi non è
all’ordine del giorno.
“Queste date non sono un semplice calendario ma un’agenda politica per il
diritto al dissenso, alla pace, alla casa, a un lavoro dignitoso, per la parità
di genere, la libertà d’informazione e d’espressione, la giustizia climatica e
sociale”, dice Rosa Lella di Stop Rearm Europe, giornalista della Rete
#NoBavaglio. Alfio Nicotra, Rete italiana pace e disarmo: “Le politiche
anacronistiche di riarmo decise da Ue e Nato spingono il pianeta verso il
precipizio della guerra ai popoli, alla natura, ai diritti umani. La stessa
democrazia è messa in discussione dalla torsione autoritaria che il militarismo
imprime”. Marco Bersani, Attac: “Da qualunque parte si osservi il mondo siamo di
fronte alla fine dell’illusione liberista del benessere per tutti”.
L’elenco delle realtà che aderiscono è sterminato, comprende anche Magistratura
democratica impegnata nella campagna per il “no” al referendum sulla divisione
in due dell’ordine giudiziario, Amnesty International e Antigone, così come una
parte significativa del mondo cattolico. Ci sarà don Mattia Ferrari della Ong
Mediterranea e non è escluso – ha scritto l’HuffPost – che al Tpo si faccia
vedere Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei. Soprattutto
ci saranno attivisti di base da tutta Italia. Stanno pubblicando sui social
video di promozione dell’assemblea, tra gli altri è uscito quello di Maria Elena
Delia del Global Movement to Gaza e della Global Sumud: poche parole semplici
per legare la Palestina ai diritti di tutti. Proprio la Flotilla nei mesi scorsi
ha bucato la rete – 1,5 miliardi di contatti Instagram, dicono, roba da studiare
in tutte le scuole di comunicazione politica – anche raccontandosi con i volti
puliti di persone che si mettono in gioco. A Bologna ci saranno anche Patrick
Zaki e Zerocalcare.
E la politica tradizionale? Un passo indietro, ma c’è. Sono attesi gli
europarlamentari Cecilia Strada del Pd, Pasquale Tridico del M5S e Ilaria Salis
di Sinistra italiana. Quest’ultima, peraltro, ben presente dal 2024, specie a
Roma, nella mobilitazione contro il Ddl sicurezza. Ci sarà anche Rifondazione a
Bologna. Mancheranno invece l’Unione sindacale di base e altre voci importanti
del sindacalismo di base, come della sinistra radicale e antagonista, che su
questi temi ci sono ed erano all’assemblea di Torino per Askatasuna. Per quanto
poi a livello locale le convergenze siano a volte più ampie.
A Massa, per dire, sempre sabato 24 Cgil e Usb saranno insieme in piazza per
denunciare uno dei tanti procedimenti aperti in Italia per le manifestazioni del
3 ottobre scorso, all’indomani cioè dell’arresto (sequestro?) dei 462 della
Global Sumud e il sequestro (furto?) delle barche da parte delle forze armate
israeliane, quando nelle strade del nostro Paese c’era pure gente che non ci era
mai andata in vita sua. Anche i dirigenti sindacali locali, ben quattro della
Cgil, sono fra i 37 a un passo dal processo per interruzione di pubblico
servizio, blocco ferroviario e manifestazione non preavvisata. Reati per cui
rischiano anni, con le regole meloniane: fino a due per il solo blocco
ferroviario (decreto legge 11 aprile 2025, n. 48, in passato era un illecito
amministrativo). E’ bene ricordare che tutto si è svolto pacificamente.
“Parola chiave convergenza ma anche No Kings, cioè facciamo come in America
anche se l’Europa e diversa. Mettiamo insieme i pacifisti, molto radicali nel
loro rifiuto della violenza e delle armi, e realtà che costruiscono autogoverno
e resistenza come i centri sociali. Il Tpo non è solo un centro sociale e
costruisce radicalità, conflitto, autorganizzazione. Vista la violenza dei re,
quello che verrà dopo non sarà come prima: dobbiamo contrastarlo fuori da ogni
logica campista”, dice Christopher Ceresi del Tpo. All’assemblea parleranno
anche i Curdi del Rojava che resistono al regime siriano dell’ex qaedista Al
Jolani, al secolo Ahmed al-Shara; alcuni video “promozionali” sottolineano la
solidarietà con il popolo iraniano, vittima della repressione di ayatollah e
pasdaran: su queste vicende la sinistra più “campista” è freddina, mentre il
documento finale di Roma a novembre metteva anche Vladimir Putin e Xi Jinping
tra i “re” da contrastare.
La due giorni è organizzata su sessioni plenarie e tematiche. Il primo workshop,
sabato 24 alle 11, su “Decreto sicurezza e diritto di protesta. Cosa cambia e
come difendersi” con l’avvocata Paola Bevere (solo qui bisogna iscriversi:
formazioneattivismo@asud.net), alle 14 la plenaria e alle 15 tre sessioni
tematiche in parallelo: “Salario europeo, reddito incondizionato, diritto alla
casa, mutualismo urbano”; “Diritto di protesta, svolta autoritaria, superamento
della democrazia liberale”; “Moltiplicare e organizzare la resistenza a guerra,
riarmo, militarizzazione, genocidio”. La mattina di domenica 25 la plenaria
sulla “questione europea”, poi le conclusioni.
L'articolo Riarmo, dalla Cgil ad Amnesty fino a Pax Christi la sinistra “vera”
si organizza a Bologna: “Contro i re e le loro guerre” proviene da Il Fatto
Quotidiano.