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Strategia di sicurezza di Trump, la lettura della Bocconi: “Un’occasione per l’Ue per riarmarsi”
Non solo un modo per disgregare gli Stati membri. Ma, anzi, un’opportunità per l’Unione Europea. Da cogliere come? Con una maggiore integrazione politica ed economica che passi da una soluzione precisa: aumentare la protezione degli Stati membri e quindi gli investimenti nel settore della Difesa. Come chiedono anche gli ex premier italiani Enrico Letta e Mario Draghi nei loro rapporti sul futuro dell’Unione Europea voluti da Ursula von der Leyen. È questo il risultato a cui arriva il primo studio italiano sulla nuova National Security Strategy dell’amministrazione americana di Donald Trump che ha creato tanto dibattito perché nel rapporto si parla di poter staccare alcuni Paesi europei – tra cui l’Italia – dall’Unione. Lo studio di 25 pagine è firmato da due professori della Bocconi, Carlo Altomonte e Walter Rauti, che il 18 gennaio hanno inaugurato lo Shield, il primo hub europeo su Difesa, economia e geopolitica. Nel paper sulla strategia di sicurezza degli Stati Uniti per il 2025 e “il riposizionamento strategico dell’Unione Europea”, l’obiettivo è quello di superare le analisi che sono state fatte in Italia sul tentativo americano di disgregare gli Stati membri pur ammettendo le “ingerenze” politiche dell’amministrazione americana sull’Europa che, influenzata dall’approccio Maga, parla di “cancellazione della civiltà” portando avanti una “narrazione civilizzatrice” degli Stati Uniti sul modello del discorso di JD Vance a Monaco. Una dottrina, quella della Casa Bianca, che secondo i due studiosi riporterebbe le lancette della storia a quella di Richard Nixon che chiedeva agli alleati di “assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza” e di Ronald Reagan che voleva aumentare gli investimenti militari “con pressioni perché rafforzassero la propria posizione difensiva”. Un modo per disinteressarsi dell’Europa per concentrarsi unicamente sulla sfida alla Cina. Ora sta succedendo lo stesso, secondo gli studiosi dell’Università Bocconi. L’approccio è quello del passaggio dal “Burden sharing” al “Burden shifting”: dalla condivisione degli oneri al trasferimento (sull’Europa) degli oneri. E quindi quale può essere l’opportunità per l’Europa? Una maggiore integrazione, che passi soprattutto su un pilastro: gli investimenti sulla Difesa per garantire la sicurezza autonoma del continente. E qui Altomonte e Rauti analizzano quali dovrebbero essere i prossimi passi per far sì che l’Europa aumenti la propria sicurezza. In primo luogo, pensare che la Difesa sia il principale volano per garantire l’integrazione comunitaria fondamentale per “l’identità politica dell’Europa e la sua capacità di agire nel mondo”. In secondo luogo, avere una capacità istituzionale che permetta agli Stati membri di coordinare le spese per la Difesa e “armonizzare” e “integrare” la capacità industriale. Poi la “coesione politica” per far sì che gli Stati membri abbiano gli stessi obiettivi di protezione e non più la Russia o il Mediterraneo a seconda della posizione geografica ma anche l’integrazione industriale della Difesa europea come teorizzata da Draghi e Letta. Un paragrafo a parte riguarda l’opinione pubblica. I due studiosi ritengono che le spese militari sono state storicamente “di scarsa rilevanza” per molti cittadini europei, ma senza l’opinione pubblica le riforme teorizzate potrebbero incontrare “resistenze e tensioni tra la spesa per la Difesa e lo Stato sociale” fornendo un assist per quelli che Rauti e Altomonte chiamano “partiti populisti”. I leader politici, dunque, devono fornire una “narrativa” secondo cui la Difesa è strettamente collegata a “prosperità, sovranità e stabilità”. La strategia, insomma, che sta portando avanti la Commissione Europea. Dunque, la conclusione a cui arrivano è che, in estrema sintesi, la nuova strategia di isolazionismo americano possa diventare una “opportunità” per l’Europa e una prova di maturità. Come? Sempre con la stessa ricetta: l’aumento degli investimenti della Difesa degli Stati membri. L'articolo Strategia di sicurezza di Trump, la lettura della Bocconi: “Un’occasione per l’Ue per riarmarsi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il Nobel Parisi a La7 commenta l’inquietante aggiornamento dell’orologio dell’Apocalisse: “Attacco nucleare tattico in Italia causerebbe 5 milioni di morti”
L’Orologio dell’Apocalisse avanza fino a 85 secondi dalla mezzanotte, cioè dalla fine del mondo, il punto più vicino alla catastrofe mai raggiunto dalla sua creazione nel 1947. È il dato più allarmante mai registrato dal Doomsday Clock, lo strumento simbolico aggiornato ogni anno dal Bulletin of the Atomic Scientists per misurare quanto l’umanità sia vicina all’autodistruzione. Alla base dello spostamento delle lancette, spiegano gli scienziati, ci sono il rischio crescente di una guerra nucleare, l’aggravarsi della crisi climatica, il potenziale uso improprio delle biotecnologie e l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi militari. Di questo scenario parla a In altre parole, su La7, Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica nel 2021, rispondendo a una domanda di Massimo Gramellini che gli chiede un giudizio “da scienziato” sulla reale attendibilità di quell’orologio. Parisi conferma la gravità del messaggio, chiarendo che non si tratta di un’astrazione: “La guerra nucleare, nonostante il fatto che a volte sembrerebbe presa un po’ presa sotto gamba quando le persone cominciano a parlare di armi atomiche tattiche da poter utilizzare, è una cosa assolutamente disastrosa. Probabilmente non sarebbe la fine dell’umanità, ma sarebbe una cosa molto, molto pesante”. E ricorda che già studi passati hanno dimostrato conseguenze devastanti anche in scenari limitati: “Per esempio, anni fa si è stimato che già una guerra semplicemente tattica per l’Italia comporterebbe cinque milioni di morti“. L’orologio, aggiunge, serve proprio a questo: indicare la distanza temporale e politica da un evento che non è teorico, ma possibile. Nel suo intervento, il fisico sottolinea che l’avanzamento delle lancette non è frutto di allarmismo gratuito, sottolineando una regressione nei meccanismi di controllo degli armamenti. Il Bulletin infatti non sposta le lancette con leggerezza, e il fatto che ciò sia avvenuto poche volte nella storia, mai così in avanti, è di per sé un segnale. “La pericolosità di una guerra atomica – spiega – è legata a quello che sta succedendo, perché, mentre dagli anni Sessanta agli anni Novanta, c’è stata una grande stagione di trattati fra l’Unione Sovietica prima, e la Russia dopo, e gli Stati Uniti, che hanno diminuito il rischio, in questi ultimi anni stiamo andando nella direzione opposta“. Quando Gramellini nota che il tema dell’atomica sembra ormai “sdoganato” nel dibattito pubblico, Parisi conferma: “Non ci si rende conto intanto dei pericoli. Quelle stime di cinque milioni di morti erano fatte supponendo un attacco all’Italia con cinquanta bombe atomiche scagliate lontano dalle città per non fare troppi danni. Quindi, un attacco per non fare troppi danni darebbe solo cinque milioni di vittime. Figuriamoci poi un attacco per fare danni, quello è un altro paio di maniche”. L'articolo Il Nobel Parisi a La7 commenta l’inquietante aggiornamento dell’orologio dell’Apocalisse: “Attacco nucleare tattico in Italia causerebbe 5 milioni di morti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Decreto Riarmo, il gioco di prestigio del governo: “aiuti militari” nel testo, non nel titolo. Le opposizioni: “Buffonata”
Domani la Commissione Esteri della Camera darà il via al decreto Riarmo, che poi arriverà in Aula la settimana successiva. Nel titolo non si parlerà di aiuti “militari” all’Ucraina, ma nel testo sì. La parola, infatti, è stata espunta mercoledì dopo il voto di un emendamento presentato dalla maggioranza e passato tra le proteste delle opposizioni. Con i dem Lia Quartapelle e Enzo Amendola in prima linea nel sostenere che tale modifica fosse inammissibile, visto che trasforma radicalmente il contenuto del decreto legge. LE OPPOSIZIONI: “UNA BUFFONATA” Se il Pd durante la seduta (lo scorso mercoledì) ha voluto criticare l’emendamento a prima firma del leghista Zoffili perché presupporrebbe un disimpegno dell’Italia nei confronti di Kiev (vedi l’intervento di Piero Fassino nella stessa riunione), Avs e i Cinque Stelle lo hanno letto semplicemente come una “buffonata” da parte del governo, un gioco di prestigio, per tenere dentro sia chi è per il sostegno all’Ucraina senza se e senza ma e chi non è d’accordo (leggi la Lega). Gli equilibrismi di Giorgia Meloni in politica estera di questa settimana hanno avuto un risvolto anche a livello parlamentare. Con il Pd a puntellare, anche di fronte a qualche vuoto nel centrodestra. VIA LIBERA A SETTE DECRETI PER UN MILIARDO Oggi c’è stato l’ennesimo passaggio sul riarmo nelle Commissioni Difesa di Camera e Senato: sono stati votati sette decreti. Si va dagli obici ruotati della tedesca Krauss-Maffei Wegmann – sia nuovi che da ammodernare – ai razzi Mlrs a lunga gittata dell’americana Lockheed Martin, dai droni-bomba dell’israeliana Uvision ai lanciarazzi della svedese Saab, dai mortai della francese Thomson-Brandt alle batterie contraeree del consorzio a maggioranza anglo-francese Mbda, più un centinaio di droni da sorveglianza di Leonardo. L’impegno di spesa pluriennale da approvare è di oltre un miliardo di euro. Il Pd in Senato ha detto sì, alla Camera si è astenuto (tranne sul decreto sui droni di ricognizione sul quale ha detto sì, lo stesso sul quale i Cinque Stelle si sono astenuti, invece di votare no come sugli altri sei). I 5 STELLE: “PD PILATESCO” A motivare l’astensione è stato Stefano Graziano: “Chiediamo al governo che venga messa sul tavolo una discussione seria tra spese per il personale, spese per l’esercizio e spese per gli investimenti. Non è accettabile che il governo propenda e si preoccupi solo degli investimenti senza pensare al personale delle forze armate e relativi esercizi. Il rapporto dovrebbe essere 50% investimenti, 25% personale e 25% esercizio. Oggi siamo completamente sbilanciati, 50-10-40”. Un atteggiamento “pilatesco” quello del Pd secondo i Cinque Stelle. D’altra parte, martedì scorso in Commissione Difesa sui sei decreti ministeriali relativi a programmi di armamento per un impegno pluriennale di spesa prossimo ai 4 miliardi di euro, il Pd aveva espresso parere favorevole. Lo stesso Graziano intervenendo in Commissione aveva sottolineato come i programmi in questione abbiano carattere difensivo e di ammodernamento tecnologico. E dunque, come il gruppo del Pd abbia “una postura favorevole” rispetto alle necessità, cui si dà risposta mediante i programmi in esame, di “implementare le capacità antidroni, il pilotaggio da remoto e i sistemi di guerra elettronica”, poiché “rispondono a esigenze di protezione del Paese”. Questo pur evidenziando la necessità di un equilibrio della spesa per la Difesa. Da sottolineare che lo stesso Graziano aveva denunciato l’assenza del governo mercoledì scorso in Commissione Difesa, quando erano stati presentati i decreti su cui si è votato oggi. Un tentativo di far emergere le difficoltà del governo di mettere la faccia sul riarmo. L'articolo Decreto Riarmo, il gioco di prestigio del governo: “aiuti militari” nel testo, non nel titolo. Le opposizioni: “Buffonata” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Riarmo, dalla Cgil ad Amnesty fino a Pax Christi la sinistra “vera” si organizza a Bologna: “Contro i re e le loro guerre”
La prospettiva è una manifestazione nazionale a Roma, probabilmente a fine marzo, contro il riarmo e la stretta autoritaria dell’ultimo, ennesimo “pacchetto sicurezza”, ma anche sui temi sociali: reddito e lavoro, casa, fino alla difesa dell’ambiente e degli spazi sgomberati o sotto sgombero. Evitando sovrapposizioni con il referendum costituzionale, al momento fissato per il 22 e il 23 marzo. La parola chiave è “convergenza” e il percorso “Contro i re e le loro guerre” passa per l’Assemblea nazionale di sabato 24 e domenica 25 al Tpo di Bologna. “O re o libertà” è lo slogan, ispirato almeno in parte al movimento “No Kings” nato negli Stati Uniti contro le politiche liberticide di Donald Trump. Sullo sfondo un pugno chiuso stringe una carta da gioco, il re di cuori. Partecipano oltre 700 tra associazioni, sindacati, movimenti, centri sociali, gruppi e gruppetti. Dall’Arci alla Cgil, a Pax Christi, alla Fondazione Perugia-Assisi e a tutte le sigle del nodo italiano della rete “Stop Rearm Europe” e della rete “A pieno regime”, nata nel 2024 contro il Ddl sicurezza di allora. Quel percorso si è intrecciato con la mobilitazione contro l’economia di guerra e il genocidio dei palestinesi fino alle grandi manifestazioni che a settembre-ottobre 2025 hanno accompagnato la Global Sumud Flotilla. A novembre la prima assemblea “Contro i re” alla Sapienza di Roma. “L’obiettivo è non rimanere tutti attaccati alla propria lotta, fare insieme un salto di qualità – dice Barbara Tibaldi, segreteria Fiom Cgil – Noi difendiamo salario e lavoro e non è possibile senza difendere anche la casa e i diritti democratici. Non bisogna limitarsi a una semplice sommatoria e neppure sconfinare nei discorsi astratti”. Il rapporto tra la spesa militare che cresce e la spesa sociale che arretra lo vedono tutti, come le spinte autoritarie che cavalcano fatti di cronaca alla ricerca di nemici interni o esterni. Da qui anche gli sgomberi: a Bologna dovrebbe partecipare Askatasuna (come pure il Leonkavallo di Milano già sgomberato e Spin Time di Roma, a rischio). Il percorso verso la manifestazione di marzo passa anche per quella del 31 gennaio contro lo sgombero del centro sociale torinese, indetto da un’altra assemblea nei giorni scorsi, e in generale contro il governo e il suo piano sgomberi. Anche a Napoli il 14 febbraio c’è un corteo per difendere, tra gli altri, Officina 99. E ancora: il 5 marzo la mobilitazione studentesca in solidarietà con gli studenti tedeschi che si oppongono al ritorno della leva militare, che almeno per ora da noi non è all’ordine del giorno. “Queste date non sono un semplice calendario ma un’agenda politica per il diritto al dissenso, alla pace, alla casa, a un lavoro dignitoso, per la parità di genere, la libertà d’informazione e d’espressione, la giustizia climatica e sociale”, dice Rosa Lella di Stop Rearm Europe, giornalista della Rete #NoBavaglio. Alfio Nicotra, Rete italiana pace e disarmo: “Le politiche anacronistiche di riarmo decise da Ue e Nato spingono il pianeta verso il precipizio della guerra ai popoli, alla natura, ai diritti umani. La stessa democrazia è messa in discussione dalla torsione autoritaria che il militarismo imprime”. Marco Bersani, Attac: “Da qualunque parte si osservi il mondo siamo di fronte alla fine dell’illusione liberista del benessere per tutti”. L’elenco delle realtà che aderiscono è sterminato, comprende anche Magistratura democratica impegnata nella campagna per il “no” al referendum sulla divisione in due dell’ordine giudiziario, Amnesty International e Antigone, così come una parte significativa del mondo cattolico. Ci sarà don Mattia Ferrari della Ong Mediterranea e non è escluso – ha scritto l’HuffPost – che al Tpo si faccia vedere Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei. Soprattutto ci saranno attivisti di base da tutta Italia. Stanno pubblicando sui social video di promozione dell’assemblea, tra gli altri è uscito quello di Maria Elena Delia del Global Movement to Gaza e della Global Sumud: poche parole semplici per legare la Palestina ai diritti di tutti. Proprio la Flotilla nei mesi scorsi ha bucato la rete – 1,5 miliardi di contatti Instagram, dicono, roba da studiare in tutte le scuole di comunicazione politica – anche raccontandosi con i volti puliti di persone che si mettono in gioco. A Bologna ci saranno anche Patrick Zaki e Zerocalcare. E la politica tradizionale? Un passo indietro, ma c’è. Sono attesi gli europarlamentari Cecilia Strada del Pd, Pasquale Tridico del M5S e Ilaria Salis di Sinistra italiana. Quest’ultima, peraltro, ben presente dal 2024, specie a Roma, nella mobilitazione contro il Ddl sicurezza. Ci sarà anche Rifondazione a Bologna. Mancheranno invece l’Unione sindacale di base e altre voci importanti del sindacalismo di base, come della sinistra radicale e antagonista, che su questi temi ci sono ed erano all’assemblea di Torino per Askatasuna. Per quanto poi a livello locale le convergenze siano a volte più ampie. A Massa, per dire, sempre sabato 24 Cgil e Usb saranno insieme in piazza per denunciare uno dei tanti procedimenti aperti in Italia per le manifestazioni del 3 ottobre scorso, all’indomani cioè dell’arresto (sequestro?) dei 462 della Global Sumud e il sequestro (furto?) delle barche da parte delle forze armate israeliane, quando nelle strade del nostro Paese c’era pure gente che non ci era mai andata in vita sua. Anche i dirigenti sindacali locali, ben quattro della Cgil, sono fra i 37 a un passo dal processo per interruzione di pubblico servizio, blocco ferroviario e manifestazione non preavvisata. Reati per cui rischiano anni, con le regole meloniane: fino a due per il solo blocco ferroviario (decreto legge 11 aprile 2025, n. 48, in passato era un illecito amministrativo). E’ bene ricordare che tutto si è svolto pacificamente. “Parola chiave convergenza ma anche No Kings, cioè facciamo come in America anche se l’Europa e diversa. Mettiamo insieme i pacifisti, molto radicali nel loro rifiuto della violenza e delle armi, e realtà che costruiscono autogoverno e resistenza come i centri sociali. Il Tpo non è solo un centro sociale e costruisce radicalità, conflitto, autorganizzazione. Vista la violenza dei re, quello che verrà dopo non sarà come prima: dobbiamo contrastarlo fuori da ogni logica campista”, dice Christopher Ceresi del Tpo. All’assemblea parleranno anche i Curdi del Rojava che resistono al regime siriano dell’ex qaedista Al Jolani, al secolo Ahmed al-Shara; alcuni video “promozionali” sottolineano la solidarietà con il popolo iraniano, vittima della repressione di ayatollah e pasdaran: su queste vicende la sinistra più “campista” è freddina, mentre il documento finale di Roma a novembre metteva anche Vladimir Putin e Xi Jinping tra i “re” da contrastare. La due giorni è organizzata su sessioni plenarie e tematiche. Il primo workshop, sabato 24 alle 11, su “Decreto sicurezza e diritto di protesta. Cosa cambia e come difendersi” con l’avvocata Paola Bevere (solo qui bisogna iscriversi: formazioneattivismo@asud.net), alle 14 la plenaria e alle 15 tre sessioni tematiche in parallelo: “Salario europeo, reddito incondizionato, diritto alla casa, mutualismo urbano”; “Diritto di protesta, svolta autoritaria, superamento della democrazia liberale”; “Moltiplicare e organizzare la resistenza a guerra, riarmo, militarizzazione, genocidio”. La mattina di domenica 25 la plenaria sulla “questione europea”, poi le conclusioni. L'articolo Riarmo, dalla Cgil ad Amnesty fino a Pax Christi la sinistra “vera” si organizza a Bologna: “Contro i re e le loro guerre” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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IA e guerra, van Rooijen (Stop Killer Robots): “È una realtà senza regole. Serve un trattato prima che accada una catastrofe”
“Dieci anni fa la nostra era una misura preventiva, un atto lungimirante da parte della società civile, che aveva capito che un giorno l’intelligenza artificiale sarebbe stata integrata nel settore militare. Adesso quel momento è arrivato, l’IA è già stata integrata nei dispositivi di molte forze armate ma il settore vive una deregulation totale, come nessun’altra forma d’arma”. Prima di diventare direttrice esecutiva della campagna internazionale Stop Killer Robots, l’anno scorso, Nicole van Rooijen ha lavorato per anni per la Croce rossa internazionale Ginevra, occupandosi dell’assistenza ai civili nei teatri di guerra, come l’Afghanistan. Giovedì van Rooijen è sbarcata a Roma, al Senato della Repubblica su iniziativa di Archivio Disarmo in collaborazione con Rete Italiana Pace e Disarmo, per fare il punto sulla campagna internazionale che, da dieci anni, cerca di raggiungere un consenso tra gli Stati per un trattato regolamentazione dell’uso delle armi autonome (o robot killer), ossia tutti quei dispositivi bellici che non richiedono il controllo umano per operare, dai cani robot con la mitragliatrice ai software che usano l’intelligenza artificiale per identificare i bersagli di raid aerei e missilistici. Strumenti che da qualche anno sono passati dalla fantascienza alla realtà più cruda, sui campi di battaglia più caldi come quello di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan, passando il controllo dei confini e per tutte le repressioni del dissenso in giro per il mondo. “La nostra proposta si articola su tre punti. Proibire le armi autonome che agiscano in modo non prevedibile e senza un controllo umano significativo in ultima istanza. Proibire i sistemi d’arma autonomi creati per mettere nel mirino specificamente le persone. Imporre che qualunque tipo di arma autonoma preveda un controllo umano di ultima istanza già in fase di produzione. L’obiettivo è che la decisione di premere il grilletto sia sempre in capo alla decisione etica e legale di un essere umano”. Com’è portare avanti una campagna contro le armi autonome in una fase come questa, in cui i conflitti non fanno che aumentare? È molto difficile, non lo nascondo. Ma anche per questo la nostra campagna è cruciale. Molti Paesi, soprattutto occidentali, si stanno riarmando in modo massiccio, è diffusa la percezione che il multilateralismo sia sotto minaccia, come anche il diritto internazionale. Sostenere oggi una campagna globale contro le armi autonome è più impegnativo che dieci anni fa, quando abbiamo iniziato. Ma siamo convinti sia necessario, quindi rimaniamo ottimisti: è nei momenti di incertezza che il diritto internazionale è più utile, per tutelarci dalle aggressioni. Il 2026 è l’anno in cui si capirà se , alla conferenza mondiale delle armi convenzionali (Ccw) fissa a Ginevra a novembre. Qual è lo stato dell’arte delle adesioni della campagna? Hanno già aderito oltre 125 Paesi del mondo. Siamo felici di aver trovato un ampio ascolto nel Sud globale: abbiamo organizzato conferenze in Costa Rica, in Sierra Leone. Ma la situazione attuale, bisogna dirlo, è che tutti gli sforzi sono minati da una dozzina di attori internazionali che si oppongono a ogni tipo di regolamentazione. E sono però le principali potenze globali e regionali… Parliamo di Stati Uniti, Russia, Cina, Israele, India, le due Coree, la Bielorussia e la Polonia. Sono dodici in totale, finora si sono dimostrati indisponibili a parlare di ogni forma di regolamentazione. In questa fase ci stiamo concentrando per convincerli a modificare le loro posizioni. Siamo forti della stragrande maggioranza degli Stati del mondo che, invece, . Ma certo, al Ccw c’è il problema del veto, ma poi potremo anche portare la risoluzione all’Assemblea generale dell’Onu, dove si vota a maggioranza… La fase attuale ci mette davanti a grande sfide, che però si possono trasformare in opportunità. Voglio dire, la postura attuale degli Stati Uniti nel mondo sta creando molta insicurezza nei Paesi europei e della NATO, e questo può aiutare a spingerli a rimodellare e ridefinire il diritto internazionale, insieme ad altri Paesi emergenti. Il trattato sulle armi autonome è una buona occasione. In fondo la questione è molto semplice: possiamo darci un regolamento adesso, oppure possiamo aspettare che si verifichi una catastrofe di proporzioni enormi per correre ai ripari, come è successo con il nucleare o con altri tipi di armamenti in passato. La traiettoria è tracciata, non c’è un altro modo in cui può finire. Negli ultimi due anni in cui abbiamo visto l’intelligenza artificiale dispiegata attivamente sui terreni bellici, per esempio a Gaza ma anche in Ucraina, gli attori statali e i produttori di armi hanno presentato queste innovazioni come un modo per diminuire gli errori, per massimizzare gli effetti riducendo il costo umano della guerra. Insomma, per renderla più “pulita”. Cosa pensa di questi argomenti? Che sono gli stessi argomenti usati per tutti i tipi di armi precedenti. Ricordiamo il caso dei droni, il discorso sull’eliminare l’aspetto delle reazioni emotive perché i piloti sono a chilometri di distanza dal campo di battaglia. Avrebbero dovuto rendere i raid più razionali e precisi, mi sembra superfluo dire che non è stato così. Sono stata in Afghanistan, ho visto come sono stati utilizzati gli attacchi con i droni e tutti gli errori che hanno commesso, la grande sofferenza umana che hanno causato. E non si può neanche dire che quella guerra sia stata vinta. Ora, è chiaro che le armi sono un business molto redditizio, e anche l’IA sta portando molti soldi a un gruppo molto ristretto di persone, e questo spiega il motivo per cui si sta accelerando tanto sulle armi autonome. La risposta alle domande di sicurezza, però, non può essere la tecnologia, ma il diritto internazionale. Il fatto è che il campo di battaglia è un ambiente altamente mutevole, e inserire tecnologie che non si comprendono appieno, che non si possono controllare appieno come l’intelligenza artificiale può portare a commettere molti errori e molti danni, visto che ha la capacità di distruggere esseri umani in massa. Inoltre, quando i governi parlano di riduzione delle vittime civili spesso si riferiscono ai propri soldati e ai propri civili, non considerano mai gli effetti sul nemico. Che ruolo può avere l’Italia e quale l’Unione europea? Penso che l’Italia svolga un ruolo importante anche all’interno delle discussioni di Ginevra nell’ambito della Ccw, ma più in generale come attore con un ruolo di primo piano nel garantire che si passi dalla proposta ai negoziati, insieme ad altri Stati europei come Francia, Germania. L’Italia è anche un produttore di armamenti importante, con aziende come Leonardo… È proprio ai Paesi produttori che dobbiamo chiedere di svolgere un ruolo di primo piano. Voglio dire, tutti guardano a loro, no? I Paesi senza industrie belliche significative possono aderire a un trattato, ma nessun regolamento sarà efficace se quelli che producono armi autonome sono assenti dal tavolo. Quindi sicuramente l’Italia come il Regno Unito, la Francia e la Germania, e naturalmente gli Stati Uniti, Israele, India e Cina sono quelli che devono darsi da fare più di tutti. Altrimenti sarà l’umanità a pagarne le conseguenze. L'articolo IA e guerra, van Rooijen (Stop Killer Robots): “È una realtà senza regole. 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“Giovani costretti alle armi capiscono l’insensatezza della guerra e le menzogne di chi li manda a morire”: il messaggio di Natale di Papa Leone XIV
“Si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso”: è il nuovo appello per la fine delle ostilità in Ucraina che Papa Leone XIV ha rivolto ai leader di Mosca e Kiev nel corso del messaggio natalizio Urbi e et orbi. Il pontefice, che è tornato a definire quello ucraino un “popolo martoriato” (come già il predecessore Francesco), ha “affidato al Principe della Pace” il continente europeo, “chiedendogli di continuare a ispirarvi uno spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel bisogno. In mattinata, nel corso dell’omelia durante la messa di Natale, Leone aveva fatto riferimento “alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città”. “Fragile – ha sottolineato il Papa – è la carne delle popolazioni inermi, provate dalle guerre in corso o concluse lasciando macerie e ferite aperte. Fragili sono le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna” dei “roboanti discorsi di chi li manda a morire“. Anche nell’Urbi et Orbi Leone XIV si è soffermato anche sulla situazione in Medio Oriente ricordando il suo recente viaggio apostolico in quell’area, il primo del suo pontificato. Ai cristiani che vivono quei territori ha inviato un saluto: “Ho ascoltato le loro paure e conosco bene il loro sentimento di impotenza dinanzi a dinamiche di potere che li sorpassano”. Papa Prevost ha invocato “giustizia, pace e stabilità per il Libano, la Palestina, Israele, la Siria, confidando in queste parole divine: ‘Praticare la giustizia darà pace. Onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre'”. Lo sguardo, come spesso accade, si è allargato: a Haiti, Sudan, Sud Sudan, Mali, Burkina Faso e Repubblica Democratica del Congo. “Dal Bambino di Betlemme – dice il pontefice – imploriamo pace e consolazione per le vittime di tutte le guerre in atto nel mondo, specialmente di quelle dimenticate; e per quanti soffrono a causa dell’ingiustizia, dell’instabilità politica, della persecuzione religiosa e del terrorismo”. La via della pace? La responsabilità, risponde Papa Leone XIV. “Se ognuno di noi a tutti i livelli, invece di accusare gli altri, riconoscesse prima di tutto le proprie mancanze e ne chiedesse perdono a Dio, e nello stesso tempo si mettesse nei panni di chi soffre, si facesse solidale con chi è più debole e oppresso, allora il mondo cambierebbe”. “Possiamo e dobbiamo fare ognuno la propria parte – è il ragionamento – per respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione”. L'articolo “Giovani costretti alle armi capiscono l’insensatezza della guerra e le menzogne di chi li manda a morire”: il messaggio di Natale di Papa Leone XIV proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“I preti invitino tutti i cristiani a togliere i soldi da banche che investono in armi”. Il grido di Padre Zanotelli per riscoprire la disobbedienza civile
“Questo è ormai un Natale pagano”. A dirlo è padre Alex Zanotelli, 87 anni missionario comboniano, attivista, pacifista che vive al quartiere “La Sanità” di Napoli in pochissimi metri quadrati dentro un campanile. Le sue parole – pronunciate per un’intervista esclusiva a IlFattoQuotidiano.it – arrivano pensando al riarmamento dei nostri Paesi, alla povertà che aumenta, all’incoerenza della Chiesa e dei cristiani, all’inverno nucleare e al cambiamento climatico. Zanotelli non nasconde un sentimento: la preoccupazione. Non cela nemmeno quella che possiamo definire una forma di speranza: scendere in battaglia, in piazza, protestare. Lo rintracciamo tra un sit-in e l’altro a difesa dell’acqua pubblica in Campania: “Vogliono stravolgere l’azienda speciale Abc ed aprire di fatto le porte al mercato, con la trasformazione in spa, primo passo verso la privatizzazione”. Padre Alex, quello del 2025 sarà un altro Natale in guerra con la prospettiva di un incremento della spesa militare in Europa e in Italia. Anche il Papa ha detto che non si prepara la pace con le armi ma nessuno sembra ascoltarlo. Siamo in un’epoca storica in cui oltre alla possibilità di una guerra nucleare ogni Stato si comporta in piena libertà in barba a tutti, ad ogni richiamo, appello. La situazione sta precipitando: siamo al punto in Europa di avere un piano di 800 miliardi di euro per la difesa e gli armamenti nei prossimi anni. L’Italia ha chinato il capo alla premier Giorgia Meloni che punta ad arrivare al 5% del Pil da destinare alla cybersicurezza, alle infrastrutture strategiche, alla spesa militare. Ora mi chiedo: dove sono i cristiani? Ormai l’Europa ha ben poco di cristiano. Siamo in un mondo pagano che va verso l’autodistruzione a causa dell’inverno nucleare o del surriscaldamento del pianeta”. Perdoni la domanda banale: cosa possiamo fare noi singoli individui? Siamo giunti al momento in cui i movimenti per la pace devono avere il coraggio di pagare di persona. Nel messaggio di Gesù la pace è l’elemento al centro della Buona Novella. E’ necessario tornare alla disobbedienza civile. Le prime comunità cristiane hanno messo in crisi l’impero romano perché hanno scelto di seguire Gesù fino al martirio. Dobbiamo insistere affinché i pastori della Chiesa invitino tutti i cristiani a togliere i propri soldi da quelle banche che investono in armi. I Vescovi dovrebbero essere più categorici su questo tema. Di fronte al ministro della Difesa Guido Crosetto che parla del ritorno alla leva militare, dico ai giovani di andare nei loro Comuni a dichiarare fin d’ora che non ci stanno a questa imposizione. Se la Meloni vuole arrivare al 5% del Pil per il riarmo noi dobbiamo rispondere con l’obiezione fiscale. Veniamo alla politica interna. In queste ore si parla della Legge di Bilancio ed è spuntato anche un bonus per le scuole paritarie che sembra accontentare le scuole cattoliche. Lei è soddisfatto della manovra? Vivo a Napoli da oltre dieci anni, in uno dei quartieri più difficili della città. La gente al Sud sta soffrendo sul serio. I provvedimenti presi in questa manovra non fanno altro che aggravare la vita della gente comune non tanto di coloro che già vivono in povertà. Quanto alle paritarie va detto con franchezza che questo bonus altro non è che un modo, per il Governo di ultra destra, di ottenere il sostegno della Chiesa. I preti dovrebbero capire che questo è un tranello”. Gli ultimi dati Istat ci dicono che la povertà assoluta è più diffusa nel Mezzogiorno. L’8,4% delle famiglie italiane vive questo dramma. Un quadro triste che va di pari passo con uno scenario in cui accresce la violenza nelle città. Cosa sta accadendo padre Alex? Il Sud paga sempre più ma al Governo vogliono l’autonomia e pensano al ponte tra Calabria e Sicilia quando in realtà in Meridione servono ferrovie. E’ chiaro che quell’opera è un business, serve a far fare soldi a chi li ha. Il Governo ha dimenticato il ruolo delle mafie nel nostro Paese. Da anni frequento la Calabria, sono in contatto con diverse realtà di quella regione: la Ndrangheta ha le mani ovunque. A Milano un ristorante su cinque è loro. A questo va aggiunto che una delle maggiori entrate delle mafie resta lo spaccio di droga che assolda ragazzini. Nel nostro territorio, in questi mesi, abbiamo assistito alla morte di due 15enni per sparatorie. Ma dobbiamo fare un’analisi ulteriore: questi giovani che le ho citato frequentavano la scuola “Caracciolo” dove lo scorso anno ci sono stati il 73% di bocciati. Se questi sono i numeri cosa ci possiamo aspettare? Nelle nostre realtà servono nidi. E questo nuovo Papa? Lei ha compreso la linea di Leone XIV? E’ difficile decifrarlo. Penso che la cosa fondamentale sia quella che riesca a mantenere fede all’impegno preso scegliendo quel nome che richiama a Leone XIII che ha dato inizio alla dottrina sociale della Chiesa. Mi attendo che ci faccia dono di un’enciclica sull’Intelligenza artificiale. Ne abbiamo tremendamente bisogno. Basta leggere “Il capitalismo della sorveglianza” della professoressa Shoshana Zuboff per intuire quanto la Chiesa, in maniera indipendente, possa aiutarci a stare in questo mondo digitale. Riuscirà Prevost a cambiare la Curia romana? Ci ha provato anche Francesco ma non è riuscito. Quando penso alla riforma della Curia romana mi torna in mente l’arcivescovo Hélder Pessoa Câmara. Dopo il Concilio Vaticano II, una volta rientrato in diocesi in Brasile, scrisse una lettera a Paolo VI chiedendogli alcune azioni: uscire dal Vaticano per andare a vivere a San Giovanni in Laterano; abbandonare il titolo di Capo di Stato per tornare a essere soltanto vescovo di Roma e consegnare la Santa Sede all’Unesco. Il pontefice non gli rispose ma poche settimane più tardi ricevette una missiva in cui il cardinale Jean-Marie Villot, segretario di Stato, affermava: “Il Santo Padre ringrazia per la sua lettera, ma le ricorda che questi non sono più i tempi del Vangelo”. Mi tolga una curiosità: dove vivrà lei Natale? Beh, intanto anche quel giorno saremo in lotta a difesa dell’acqua pubblica ma la notte del 24 la celebrerò come ogni anno da quando sono a Napoli, alla stazione centrale tra gli ultimi, tra la gente. Ha almeno un messaggio di speranza da darci? Non dobbiamo più aspettarci che venga chissà chi a salvarci. La salvezza viene dal basso, mettendoci insieme, riempendo le piazze e mettendo in crisi i Governi. La gente deve cominciare a riflettere e dire no. E’ fondamentale legare fede e vita. Molti cristiani non lo fanno. Difficile essere coerenti tra città illuminate a giorno per Natale e un consumismo che impera. Questo è un Natale pagano. Lo dico da molti anni. Così come, fin da quando vivevo nella baraccopoli di Korogocho in Kenya, propongo che la Chiesa cattolica sospenda la festa del 25 dicembre per celebrare il Natale con le Chiese orientali a gennaio. L'articolo “I preti invitino tutti i cristiani a togliere i soldi da banche che investono in armi”. Il grido di Padre Zanotelli per riscoprire la disobbedienza civile proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Presidente Mattarella, le Sue parole sul riarmo non mi sembrano rassicuranti. Ma io non mi rassegno
di Fiore Isabella Signor presidente Mattarella, nei giorni scorsi in una mia personale riflessione sul blog de ilfattoquotidiano.it ho sentito il bisogno di manifestare le mie posizioni critiche sui Parlamentari cattolici (autodefinitisi non preti) sull’utilità delle armi. Lei, col garbo linguistico che connota il Suo stile comunicativo, in occasione della tradizionale cerimonia di scambio degli auguri di fine anno con autorità istituzionali, rappresentanti dei partiti politici e figure della società civile, ha espresso alcuni concetti sul tema degli armamenti, che non mi pare siano particolarmente rassicuranti: “La spesa per dotarsi di efficaci strumenti che garantiscano la difesa collettiva è sempre stata comprensibilmente poco popolare”; “E tuttavia, poche volte come ora, è necessario”; “anche per dare il nostro decisivo contributo alla realizzazione della difesa comune europea”; “Sicurezza nazionale e sicurezza europea sono oggi indivisibili”. Il minimo comune denominatore di tali concetti è la possibilità, ormai non più remota, di affidare il destino dei nostri figli e dei nostri nipoti alle armi e alla guerra. L’ultimo e unico conflitto, Signor presidente, che ha coinvolto la nostra generazione di settantenni è stata la Guerra fredda e con essa non è finita soltanto l’utopia comunista ma, come scrive Raniero La Valle nel suo bel libro Quel nostro Novecento, “anche il sogno occidentale di una democrazia realizzata, dove la politica moderasse l’economia, il costituzionalismo garantisse i diritti e tenesse entro limiti invalicabili il potere, la giustizia fosse realizzata, e le Repubbliche togliessero gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana”. Tutto revocato, compreso il ripudio della guerra. Si cominciò infatti con quella del Golfo, si continuò con la guerra in Jugoslavia e con tutte le guerre a pezzi orchestrate dalla regia delle potenze imperiali. Per non parlare dei nostri giorni, in Medio Oriente e in Ucraina, dove si continuano ad ammazzare bambini grazie a quelle armi che Lei chiama “efficaci strumenti che garantiscano la difesa collettiva”. Ma a quale diritto alla difesa collettiva hanno potuto aspirare i bambini di Gaza travolti dalla ferocia dell’esercito d’Israele che continua a perpetuare, anche in questi giorni e a fari spenti, la vendetta sulla Palestina? Signor Presidente, se dieci partigiani ed ebrei fucilati alle Fosse Ardeatine valevano un soldato tedesco ucciso a via Rasella, utilizzando la stessa aberrante formula aritmetica, un morto israeliano per mano di Hamas vale quasi 60 palestinesi morti a Gaza. E se quella tedesca fu una feroce rappresaglia, quella dell’esercito d’Israele che cos’è? Signor Presidente, Lei è un uomo di Stato di riconosciuta sensibilità e sa meglio di tutti che viviamo in un mondo complicato in cui la guerra, per come viene raccontata o taciuta, si confonde troppo spesso con la pace. Oggi siamo nel pieno del secondo decennio del nuovo millennio e soprattutto noi, che abbiamo vissuto la vivace e umana parabola della Costituzione, del Concilio Vaticano II e della Contestazione, possiamo dire ai nostri figli il senso che queste cose hanno avuto per noi. Più di questo non possiamo fare! Un’altra cosa, che almeno io non mi sento di fare, è rassegnarmi all’idea che la sicurezza non debba passare dall’investire i nostri soldi per far funzionare gli ospedali per i malati e le scuole per i nostri nipoti, ma ahimè per armarci. Oggi ho 73 anni e non mi preoccupa quanto resta da vivere a me, ma a quelle tre cose che hanno animato fino ad oggi il mio e il nostro vivere, cioè il diritto, la fede e la libertà. Siamo in clima natalizio e non possiamo non parlare della cosa più carnale che viene dall’Avvento: l’amore; una parola ormai così desueta da essere derubricata nella sfera delle private effusioni o nell’omelia del settimo giorno. E in nulla più! IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo Presidente Mattarella, le Sue parole sul riarmo non mi sembrano rassicuranti. Ma io non mi rassegno proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Leva militare in Germania, dal titolo di studio alla forma fisica: ecco le dodici domande alle quali dovranno rispondere i 18enni
Con una volata finale il Bundesrat, il secondo ramo del Parlamento tedesco, sono state approvate venerdì una serie di leggi, tra cui la nuova disciplina del servizio militare. Da metà gennaio chi compie 18 anni nel 2026 riceverà un codice QR con un link al questionario della nuova immatricolazione militare. Dodici domande a cui le femmine potranno rispondere, mentre i maschi dovranno invece obbligatoriamente compilare il modulo entro un mese. Se, anche dopo ripetute richieste, non vi procederanno saranno multati, così come sarà perseguibile il conferimento intenzionale di informazioni false. Il modulo digitale apparirà al candidato già intestato con i dati forniti dall’anagrafe, potrà poi aggiungere volontariamente, in caso di interesse per il servizio militare, un indirizzo e-mail o un numero di telefono per essere ricontatto più rapidamente. L’intero questionario, riporta la ZdF illustrandolo, è progettato per essere completato in 15 minuti, con testi esplicativi per ogni domanda. Un menù di selezione richiederà di riportare il titolo di studio più elevato e l’eventuale formazione professionale, iniziata o già completata. In quest’ultimo caso verranno sollecitate anche informazioni sul settore lavorativo. Sarà domandato anche l’eventuale possesso della patente di guida e l’indicazione delle competenze linguistiche. Per consentire una stima iniziale dell’idoneità agli impieghi militari, saranno domandati altezza e peso, informazioni su eventuali gravi disabilità e un’autovalutazione della propria forma fisica generale in una scala da uno a dieci. Permettendo così di pronosticare se possa essere più indicato indirizzare il candidato, ad esempio, a servizi di logistica che di sicurezza. Dato che il servizio militare in Germania potrebbe costituire reato per i cittadini con doppia cittadinanza, verrà domandato esplicitamente se si è già prestato in un altro Paese, o se se ne ha l’obbligo, o se il candidato sia attualmente soldato o soldatessa. Fondamentale sarà la dichiarazione del proprio interesse al servizio in uniforme. All’intervistato sarà chiesto di indicarla in un punteggio da zero, indice di mancanza assoluta, a dieci, in caso di forte motivazione. Se il candidato sceglierà un punteggio sopra lo zero dovrà specificare la durata desiderata del servizio, salvo la possibilità di precisare “non lo so ancora”, la branca di maggior interesse ed infine la data preferita per l’entrata in servizio. Coloro che risponderanno “il prima possibile” verranno naturalmente contattati prima. Anche coloro che inizialmente indicassero il periodo di servizio minimo di sei mesi potrebbero optare successivamente per un impegno più lungo, fino alla carriera di ufficiale. Al termine della compilazione al candidato sarà sottoposto un riepilogo per la revisione. Dopo l’invio riceverà insieme alla conferma due link: uno alla pagina delle carriere militari, l’altro alla pagina informativa “Volontariato Sì” che presenta anche i servizi nazionali di servizio civile. Le Forze Armate tedesche (Bundeswehr) con il questionario intendono raccogliere l’interesse per il servizio volontario in divisa o nei servizi sociali. L’obiettivo è passare dagli attuali circa 280mila a 460mila soldati, principalmente attraverso il reclutamento di volontari. Non è però escluso che, se non si raccoglieranno sufficienti adesioni, il Parlamento possa reintrodurre la leva obbligatoria, così i dati serviranno anche per la successiva coscrizione forzata. L'articolo Leva militare in Germania, dal titolo di studio alla forma fisica: ecco le dodici domande alle quali dovranno rispondere i 18enni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ecco gli strumenti di cui disponiamo (e su cui possiamo contare) per evitare la terza guerra mondiale
di Angelo Palazzolo “Gli armamenti nazionali sono inutili. Essi non ti danno la sicurezza. Essi semplicemente incoraggiano l’abitudine del duello. Se tu li accumuli puoi esser sicuro di dover comprare un altro biglietto per la Sala degli Specchi [dove fu firmato il Trattato di Versailles, nda]”. Questo monito si trova su un libro datato 1932 e titolato L’Europa verso il suicidio? La verità sul disarmo. Il libro è composto da una serie di lettere inviate ad amici immaginari che impersonificano l’Inghilterra, la Francia, la Germania (a cui nello specifico è indirizzata quella frase), gli Usa e il Giappone. L’autore, un politico inglese che si firma con lo pseudonimo Robert The Peeler, con un linguaggio schietto e popolare, un secolo fa, metteva in guardia da pericoli che si rivelano terribilmente attuali: il paradosso della sicurezza, gli interessi dei fabbricanti d’armi, il conflitto di interesse di esperti prezzolati e di politici legati mani e piedi all’industria bellica, la propaganda assordante, l’informazione corrotta, la tecnica della rana bollita e altri ancora. Per evitare lo scoppio di un secondo conflitto mondiale, l’autore predica il disarmo delle singole nazioni e la “necessità che nel mondo ci siano dei Tribunali per dirimere le controversie e dei gendarmi per mantenere l’ordine”. Oggi sappiamo che i moniti e i suggerimenti di quell’autore – così come quelli di altri pacifisti dell’epoca – furono vani e che l’Europa infine trascinò il mondo nell’inferno della Seconda guerra mondiale. Dopo quasi un secolo, il prof. Barbero, il prof. Orsini, il prof. Cacciari, il generale Mini e molti altri pensatori liberi del nostro tempo indossano le vesti di quell’illuminato politico inglese e ci avvisano – alcuni bisbigliando, altri gridando – che il percorso intrapreso dall’Europa, se non viene deviato in tempo, ha come suo naturale sbocco la Terza guerra mondiale. Per evitare la catastrofe verso cui un’élite di corrotti e incapaci ci sta facendo sprofondare, noi cittadini possiamo contare su alcuni strumenti che nel periodo precedente alle due guerre mondiali non erano disponibili: 1) Internet, come fonte alternativa di informazione. Le televisioni e le testate giornalistiche (fatte le dovute eccezioni) sono controllate dalla politica, soggiogate al potere delle lobby e impregnate di conflitti di interessi, mentre su Internet è possibile trovare canali realmente indipendenti dove l’informazione arriva “dal basso” ed è più libera. Vigiliamo affinché non passino misure liberticide dai nomi tanto accattivanti quanto fuorvianti (vedi lo “Scudo democratico”), nate con il precipuo intento di proteggere la sola informazione che va bene a lorsignori, un’informazione addomesticata e di sistema. 2) Lo scambio di informazioni tra i popoli (Gaza docet). A differenza dell’olocausto nazista, grazie alla diffusione universale degli smartphone e nonostante gli sforzi mediatici dell’hasbarà israeliana, il genocidio in Palestina è stato visto e conosciuto da tutto il mondo. Utilizziamo le possibilità che la tecnologia dell’informazione ci offre per rimanere in contatto con i cittadini di altri Paesi, creiamo reti di comunicazione internazionale: questo renderà più difficile la mistificazione massiva della realtà, la costruzione a tavolino di un nemico e la conseguente disumanizzazione degli altri popoli. 3) L’intento pacifista di cui è permeata la nostra Costituzione. Dal Dopoguerra ad oggi, il sistema educativo italiano basato sui principi fondamentali della Costituzione e pervaso dai più sinceri valori cristiani ha forgiato gli animi di intere generazioni; in conseguenza di ciò, il nostro Paese ha sviluppato una cultura e una coscienza tra le più pacifiste al mondo. Possiamo andarne fieri; tuttavia negli ultimi mesi ciò che per decenni è stata la nostra cifra e il nostro vanto è ora sotto l’attacco di politici guerrafondai e in conflitto di interesse, generali e comandanti delle forze armate bramosi di dominare la scena politica e classi dirigenti corrotte nel senso inteso da Vilfredo Pareto (e anche nel senso comune). Questi signori, per i loro interessi, cercano di declassare il pacifismo a mollezza d’animo, la ricerca di una soluzione pacifica alle controversie internazionali a impotenza o codardia e la diplomazia ad un’attività esecrabile. Pertanto, chiedo al Presidente Mattarella di esercitare con maggior convinzione il ruolo di garante della Costituzione e – con specifico riguardo all’articolo 11 – di vigilare in modo proattivo (sic!) sul suo rispetto. Ogni riferimento è chiaramente voluto. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! 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