Il decreto “Rave” contro i raduni illegali e gli imbrattatori di monumenti. Il
decreto “Cutro” contro gli scafisti. Quello “Caivano” contro le baby gang. I
nuovi reati inseriti nel ddl Sicurezza nel 2025, primo fra tutti la
partecipazione a manifestazioni di protesta contro grandi opere (leggi ponte
sullo Stretto, ndr). E il pacchetto Sicurezza di questi giorni che, dopo gli
episodi di Rogoredo e gli scontri di Torino, prevede lo scudo penale per i
poliziotti e il fermo preventivo. In Italia sembra essere tornati indietro di 50
anni. Anzi 52 ne sono passati dal 1974, “uno spartiacque tra due epoche: da quel
momento comincia una difficile convivenza tra provvedimenti espansivi e
provvedimenti limitativi delle libertà. Poi questi ultimi presero il
sopravvento”. Le parole sono di Stefano Rodotà che, nel suo libro sui “Diritti e
libertà nella storia d’Italia”, aveva spiegato come in quel 1974 “fortemente
simbolico” il decreto-legge numero 99 (che prevedeva l’allungamento della
carcerazione preventiva) e la legge “Bartolomei” (contro i sequestri di persona)
hanno aperto la lunga fase della “legislazione dell’emergenza” a cui seguì “un
inquietante pendolo tra provvedimenti pericolosamente restrittivi e parziali
restaurazioni della legalità”.
Erano gli anni del fermo di polizia del 1977 (“che non venne mai usato contro i
terroristi”) e della legge Cossiga (che prevedeva condanne speciali ed estendeva
i poteri di polizia). Tutte norme limitative dei diritti che rientravano nella
famosa “risposta ordinamentale” che però “serviva a poco o a nulla quando
mancavano le condizioni organizzative e politiche per affrontare i problemi
della criminalità e del terrorismo”. Ieri come oggi la sensazione è che in
Italia non si respiri la stessa aria ma, nonostante tutto, continuano a mancare
quelle “condizioni organizzative e politiche” di cui parlava Rodotà nel suo
libro. All’epoca i governi ricorsero alla “legislazione dell’emergenza” per
rispondere al terrorismo che ammazzava forze dell’ordine, magistrati, politici,
giornalisti e cittadini. Adesso il Governo Meloni pensa di fare lo stesso ma, se
allora si poteva parlare di “anni di piombo”, adesso il confronto non regge.
Piuttosto, semmai, sono “anni di piombino”.
Non a sentire le dichiarazioni dei vari ministri ogni qual volta un fatto di
cronaca ha stimolato la loro voglia di repressione e sicurezza. L’elenco è lungo
e parte dai giorni immediatamente successivi alla fiducia ricevuta dalle Camere
quando il governo aveva già indossato l’elmetto. I primi a minare l’autostima
della larga maggioranza di centrodestra sono stati 3mila giovani provenienti da
tutta Europa che, dal 28 al 31 ottobre 2022, hanno partecipato al rave “Witchtek
2K22” in un capannone abbandonato alla periferia di Modena. “Siamo tutti
tranquilli. Ascoltiamo musica e balliamo”. Alle rassicurazioni dei ragazzi
all’interno della discoteca improvvisata, Salvini rispondeva con un tweet:
“Basta rave party illegali, delinquenti che spadroneggiano, istituzioni
umiliate. Ora si cambia”. In sostanza il leader della Lega suonava la carica e
invocava il manganello di Piantedosi. Che però non arrivò: dopo una trattativa
pacifica, il ministro dell’Interno ordinò lo sgombero dell’edificio. Non ci sono
stati scontri ma furono identificate circa mille persone. Lo stesso giorno è
stato approvato il “decreto Rave” con cui il governo, modificando l’articolo 633
bis del codice penale, ha introdotto il reato di “invasione di terreni o edifici
con pericolo per la salute pubblica o l’incolumità pubblica”. L’obiettivo:
punire organizzatori e promotori di raduni illegali con pene da 3 a 6 anni.
“È una norma che rivendico e di cui vado fiera perché l’Italia, dopo anni di
governi che hanno chinato la testa di fronte all’illegalità, non sarà più maglia
nera in tema di sicurezza. – ha esultato la neo premier Meloni – È giusto
perseguire coloro che partecipano ai rave illegali nei quali vengono occupate
abusivamente aree private o pubbliche”. Tre anni più tardi, nel 2025 c’è stato
un altro rave party all’interno dell’ex fabbrica Bugatti, a poche centinaia di
metri da luogo in cui era stato organizzato quello del 2022: anche questa volta
il ministro ha ordinato lo sgombero, ma su 5mila partecipanti appena 9 arresti e
nessuno per il nuovo reato di cui all’articolo 633bis, introdotto con il decreto
Rave nel frattempo diventato legge. Dai terroristi armati di amplificatori per
la musica tecno ai migranti armati di speranza, il passo è stato breve. E ha
portato il governo Meloni a Cutro, in provincia di Crotone, dove il 26 febbraio
2023 il caicco “Summer love” si schiantò sulla secca a un chilometro dalla costa
e morirono 94 persone tra cui 35 bambini e un numero imprecisato di dispersi.
Il governo “vuole andare a cercare gli scafisti lungo tutto il globo
terracqueo”. Le parole di Giorgia Meloni, durante il Consiglio dei ministri
organizzato per l’occasione in Calabria, sono state il preludio del cosiddetto
decreto “Cutro” che – ha spiegato la premier – “prevede un aumento delle pene
per il traffico di migranti, ma soprattutto l’introduzione di una nuova
fattispecie di reato relativa alla morte o alle lesioni gravi in conseguenza del
traffico di clandestini”. Gli scafisti saranno “puniti con una pena fino a 30
anni di reclusione nel caso in cui muoiano delle persone durante una di queste
traversate”. Un reato, assicura Meloni, che “verrà perseguito dall’Italia anche
se commesso al di fuori dei confini nazionali: per noi chi si rende responsabile
di lesioni gravi o di morte mentre organizza la tratta degli esseri umani è
perseguibile con un reato che noi consideriamo reato universale”. E mentre il
governo era impegnato a scandagliare il globo terracqueo alla ricerca di
scafisti dall’aspetto extraterrestre, in relazione ai mancati soccorsi
l’inchiesta della Procura di Crotone ha ipotizzato la responsabilità di quattro
finanzieri e due militari della guardia costiera, rinviati a giudizio e ancora
sotto processo per naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. “Sono certo che
dimostreranno la loro estraneità” ha detto Piantedosi. Né il suo ministero né la
Presidenza del Consiglio si sono costituiti parte civile. Cosa che, invece, è
avvenuta nel processo agli scafisti.
Altro giro altra corsa e la “legislazione dell’emergenza” nell’estate del 2023
si è spostata dalla Calabria alla Campania, e precisamente a Caivano. Dai
migranti (bollati come dal ministro dell’Interno come un “carico residuale”
perché, salendo sui barconi, “mettono in pericolo la vita dei propri figli”) si
passa al Parco Verde, il quartiere diventato il simbolo del degrado e della
criminalità minorile dopo lo stupro di due bambine da parte di un gruppo di
giovani. “Io ritengo che se un criminale ammazza qualcuno sparandogli alla
schiena, che sia a 50 anni o a 15 anni, deve essere punito nella stessa identica
maniera. Basta con il perdonismo, con il buonismo”. Il commento di Salvini è
l’immagine plastica della risposta dello Stato alle baby gang. Al disagio
giovanile in un territorio caratterizzato da situazioni di degrado, il governo
Meloni ha reagito con l’ennesimo pacchetto di norme restrittive, il decreto
Caivano appunto, che prevede l’ammonimento del questore ai ragazzini di età
compresa dai 12 ai 14 anni (e quindi non imputabili) per reati con pena non
inferiore ai 5 anni. Ma anche il “daspo urbano” per i minori dai 14 anni in su
per i quali sarà più facile finire in carcere perché la soglia della pena che
consente di applicare la misura di custodia cautelare è stata abbassata da 9 a 6
anni. Il perché lo ha spiegato il ministro della Giustizia Carlo Nordio:
“Abbiamo allineato la responsabilità del minore a quella dell’adulto”.
A proposito di adulti, nel decreto Caivano il pugno di ferro è anche per i
genitori che non mandano i figli a scuola: prima venivano puniti con una
sanzione e adesso possono essere ammoniti dal questore rischiando di perdere
l’assegno di inclusione. Ma soprattutto: “Noi lo abbiamo elevato a rango di
delitto con la pena della reclusione fino a 2 anni”. Le parole del guardasigilli
fanno il paio con quelle di Meloni: “Lo Stato ci mette la faccia anche su
materie che sono molto complesse e difficile da risolvere”. La faccia sì ma non
i monumenti storici presi di mira, per contestare le politiche sul clima, dagli
attivisti ambientali. Definiti “eco-terroristi”, questi ultimi sono stati
trattati come criminali. Ai gesti dimostrativi di “Ultima generazione”, come il
blitz alla Barcaccia di Piazza di Spagna (in cui nell’aprile del 2023 gli
ecoattivisti avevano svuotato un liquido nero), infatti, il governo ha reagito
nel gennaio 2024 con il decreto “eco-vandali” poi trasformato in legge: per chi
imbratta un monumento multe pesanti, da 10 a 60mila euro, e per i casi più gravi
fino a 5 anni di carcere. A esultare, questa volta, per conto dell’esecutivo è
stato l’ex ministro Gennaro Sangiuliano: “Chi deturpa un monumento paga di tasca
sua”.
Più complicata la questione del dl Sicurezza del 2025 adottato dal governo
Meloni dopo le manifestazioni e gli scontri in primavera a Roma dove furono
feriti alcuni poliziotti. Undici nuovi reati e altrettanti aggravanti che
sembrano la risposta alle trasmissioni scannatoio che parlano più alla pancia
che alla testa del Paese: dal reato di rivolta in carcere all’abolizione
dell’obbligo di rinvio della pena per le condannate incinte (o madri di bambini
più piccoli di un anno), passando per la reclusione fino a 2 anni per i blocchi
stradali, il divieto di acquistare sim telefoniche per i migranti irregolari e
l’aumento delle pene per chi aggredisce o minaccia gli agenti. Giorgia Meloni
non ha avuto dubbi quando, commentando il provvedimento, ha affermato che “il
Governo compie un passo decisivo per rafforzare la tutela dei cittadini, delle
fasce più vulnerabili e dei nostri uomini e donne in divisa”. Ma anche per
criminalizzare il dissenso visto che una delle norme simbolo del dl Sicurezza
del 2025 è quella “anti-Ponte” contro i comitati che protestano contro il
progetto della grande opera che Salvini vuole costruire sullo Stretto di
Messina: un’aggravante al reato di resistenza a pubblico ufficiale se commessa
“al fine di impedire la realizzazione di infrastrutture”.
Le recenti vicende hanno ispirato, invece, il testo del dl Sicurezza approvato
ieri, giovedì 5 febbraio. Il copione è sempre lo stesso: la cronaca nera detta
il menù, i politici si indignano a favore di telecamera e il governo inventa
reati adottando nuove misure restrittive. Se a La Spezia, quindi, un ragazzo
straniero accoltella un compagno di scuola e lo uccide, i ministri Giuseppe
Valditara e Matteo Piantedosi firmano una circolare che prevede, su richiesta
dei dirigenti scolastici, l’utilizzo di metal detector negli istituti, mentre
Salvini annuncia: “Tutti i minori non accompagnati che sono a carico del
contribuente italiano, se commettono un reato, smettono di essere assistiti e
smettono di essere mantenuti dagli italiani”. Detto fatto: nel decreto sono
entrate le misure “anti-maranza” con la stretta sui coltelli nelle scuole. Se la
Procura di Milano indaga, come atto dovuto, il poliziotto che il 26 gennaio ha
sparato, uccidendolo, un giovane marocchino che gli aveva puntato una pistola
giocattolo durante un controllo antispaccio, allora Salvini si dice “dalla parte
del poliziotto, senza se e senza ma”, mentre Piantedosi chiede “di non fare
presunzioni di colpevolezza”. Risultato: nel pacchetto sicurezza ci finisce “lo
scudo penale” per gli agenti in stile Ice a Minneapolis.
Se a Torino, al corteo pro Askatasuna si verificano scontri violenti tra polizia
e i manifestanti, per il governo la colpa è di questi ultimi. “Si può
manifestare – dice Piantedosi – ma in sicurezza tenendo lontani i violenti”. E
nelle norme preparate dal governo spunta il fermo preventivo in base al quale le
forze dell’ordine potranno trattenere per un periodo non superiore alle 12 ore
le persone ritenute pericolose in occasione di manifestazioni. Il tutto senza la
convalida del magistrato che sarà comunque avvertito: “Vogliamo impedire a chi è
noto per comportamenti violenti di infiltrarsi e colpire” sono state le parole
in aula del ministro Piantedosi che si è scagliato contro “chi ha adombrato
l’idea che le violenze siano state in qualche modo organizzate, o quantomeno
tollerate, dal governo per poter poi varare più agevolmente nuove norme. È
un’accusa evidentemente grave e strumentale”. E qui tornano in mente di nuovo le
parole di Stefano Rodotà sugli anni di piombo e in particolare sulle “strategia
violente che, direttamente o indirettamente influiranno negativamente sulla
possibilità di proseguire politiche espansive dei diritti”. Il riferimento, nel
suo libro, era alla “strage di Stato”, consumata a Piazza Fontana nel 1969:
“L’errore del terrorismo pesa assai – scrisse Rodotà – e contribuisce a un
brusco ritorno al congelamento delle libertà”. Solo nel 2005 la Corte di
Cassazione stabilì che quella strage fu opera di “un gruppo eversivo costituito
nell’alveo di Ordine nuovo”. Terroristi sì, ma di destra, e funzionali a chi da
lì a poco avrebbe fatto ricorso alla “legislazione dell’emergenza”.
L'articolo Rave, naufragio di Cutro, baby gang di Caivano, “ecoterroristi”,
coltelli e scontri di Torino: così la destra usa la cronaca per fare decreti
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La favola della bidella Giusy raccontata dai giornaloni, pendolare instancabile
da Napoli a Milano per amore del lavoro, è finita senza il lieto fine. La
collaboratrice è accusata di stalking per i messaggi social alla preside di
Caivano Eugenia Carfora e sta già affrontando il processo. La notizia è apparsa
sul sito della testata Fanpage. Il lavoro coraggioso di Carfora ha ispirato la
fiction di Rai Uno “La Preside”, con Luisa Ranieri protagonista. La
collaboratrice scolastica Giuseppina Giugliano invece era diventata un caso
mediatico nel 2023, per avere scelto di recarsi ogni giorno al lavoro da Napoli
a Milano, risparmiando l’esoso affitto di una casa meneghina.
L’arresto di Giusy, chiesto dalla procura di Napoli Nord, risale allo scorso
mese di ottobre. La collaboratrice scolastica era già ai domiciliari, dove
avrebbe ripetutamente violato il divieto di comunicazione via social: per questa
ragione è stata trasferita nel carcere di Secondigliano a Napoli. Dopo un paio
di mesi dietro le sbarre, è stata scarcerata dal tribunale del Riesame. Ora sta
affrontando il processo di primo grado: prossima udienza fissata il 23 febbraio.
Non è l’unica grana giudiziaria: Giuseppina Giuliano sta anche affrontando un
procedimento civile giunto al secondi grado di giudizio, per un licenziamento
determinato da una assenza prolungata. Dalla favola della lavoratrice
infaticabile all’incubo del carcere.
La collaboratrice scolastica, dopo la notorietà regalata dai media, nel 2024 ha
ottenuto il trasferimento e l’assegnazione provvisoria alla scuola Morano nel
Parco Verde di Caivano, guidata dalla preside nota da anni per il suo impegno
contro l’abbandono scolastico. Ma l’avventura è durata pochi mesi: problemi
legati ad un congedo per malattia, esposto della preside all’Ufficio scolastico
regionale, infine l’istruttoria e il licenziamento di Giuseppina Giuliano. La
collaboratrice scolastica ha presentato ricorso in tribunale, ma ha perso la
causa in primo grado e ora è in attesa della prima udienza per il giudizio
d’appello.
Dopo il licenziamento la donna avrebbe sfogato il senso d’ingiustizia
tempestando di messaggi le bacheche social della preside, oltre ad inviare
numerose mail all’indirizzo elettronico della scuola per rivendicare il suo
posto di lavoro. Carfora ha presentato una denuncia per stalking, culminata in
una prima misura cautelare a maggio 2025: il Tribunale di Napoli Nord disponeva
il divieto di avvicinamento alla vittima di stalking e il divieto di dimora a
Caivano e a San Felice a Cancello (Caserta), comune di residenza di Carfora. Ma
la donna avrebbe violato i divieti continuando a pubblicare messaggi dal
medesimo tenore sui social network. Il gip ha quindi disposto l’aggravamento
della misura e gli arresti domiciliari, finché, a seguito di ulteriori presunte
violazioni, Giugliano è stata portata nel carcere di Secondigliano, dove è
rimasta circa un mese e mezzo, fino alla pronuncia del Riesame ed il ritorno ai
domiciliari. Prosegue intanto il processo, a metà dell’istruttoria
dibattimentale con prossima udienza fissata a fine mese e sentenza che potrebbe
arrivare già entro marzo.
L'articolo A processo per stalking Giusy Giugliano, la “bidella pendolare” tra
Napoli e Milano: denunciata dalla preside di Caivano proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È stato trasformato da Giorgia Meloni in una sorta di laboratorio per le
politiche da esportare nelle altre periferie italiane. Ma nonostante questo
Caivano, Comune alle porte di Napoli di poco più di 36mila abitanti, non ripaga
il partito della presidente del Consiglio alle elezioni. In una tornata che ha
visto i cittadini di Caivano impegnati sia per l’elezione del nuovo presidente e
del consiglio regionale che per la scelta del nuovo sindaco, Fratelli d’Italia è
solo quinta lista alle Regionali e “non classificata” alle Comunali. In
quest’ultimo caso infatti il partito di Meloni ha scelto di non presentare una
propria lista.
Divenuto prima simbolo del degrado – per le violenze sessuali di branco contro
due bambine e per le piazze di spaccio del Parco Verde – e poi emblema della
possibile rinascita con il cosiddetto “Modello Caivano” con annessi decreti
governativi, il Comune del Napoletano ha partecipato al voto con un’affluenza
molto superiore a quella della media regionale: il 63,9% degli elettori si è
recato alle urne contro il 44,1 dell’intera Campania. Alle Regionali è il
Movimento 5 stelle il partito che ottiene il maggior numero di voti, pari al
19,2%. Segue Forza Italia con il 12% e la lista riferimento dell’ex governatore
Vincenzo De Luca “A testa alta“, che ha ottenuto l’11,1% delle preferenze.
Subito dopo il Partito democratico con il 10,95% e solo quinta la lista di Fdi
10,89%.
Nuovo sindaco di Caivano è stato eletto, invece, Antonio Angelino, candidato
sostenuto da Azione e quattro liste civiche. Sarà lui a guidare il Comune dopo
lo scioglimento e oltre due anni di commissariamento per infiltrazioni della
camorra. Angelino ha ottenuto il 78,33% dei voti, battendo il candidato del
centrosinistra (Pd, Movimento 5 Stelle e Avs) Giovanni Vitale, fermo all’11,4%,
e Rosaria Peluso, sostenuta da Forza Italia e Dimensione Bandecchi, che ha
raccolto il 10,27% dei voti. A questa competizione elettorale il partito di
Meloni non ha preso parte con il proprio simbolo: scelta che ha suscitato
diverse polemiche nel centrodestra locale. A ufficializzare la decisione, a fine
ottobre, era stata la coordinatrice cittadina di Fdi, Giovanna Palmiero, che
aveva parlato di una “scelta sofferta ma necessaria“, maturata “dopo un’attenta
valutazione del quadro politico locale e delle condizioni ambientali che
caratterizzano questa tornata elettorale”.
L'articolo Il “modello Caivano” non ripaga Fdi: nella cittadina napoletana il
partito è solo 5° alle regionali (e assente alle comunali) proviene da Il Fatto
Quotidiano.