Nonostante la guerra commerciale scatenata da Donald Trump con l’introduzione
dei dazi reciproci, nel 2025 il commercio internazionale è cresciuto del 4%, più
del Pil mondiale che nel frattempo comunque è aumentato del 3,3%, mezzo punto
oltre le previsioni, e con una velocità doppia rispetto alle attese. A spingere
l’acceleratore degli scambi mondiali, oltre al fatto che i dazi sono stati in
realtà inferiori a quelli inizialmente annunciati e non hanno scatenato
ritorsioni generalizzate, sono stati soprattutto i beni legati all’intelligenza
artificiale, ai quali è dovuta oltre la metà dell’espansione del commercio
mondiale. Lo ha spiegato sabato scorso il Governatore della Banca d’Italia Fabio
Panetta al 32° Congresso Assiom Forex di Venezia. Dietro le notizie positive,
però, ci sono anche rischi: ad esempio quello di un “Ai divide” nell’accesso
all’intelligenza artificiale tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo.
Senza dimenticare che l’adozione dell’intelligenza artificiale, come teme un
numero crescente di analisti, potrebbe ridurre la domanda di lavoro delle
imprese o, peggio, distruggere interi settori, con ricadute occupazionali e
sociali potenzialmente devastanti.
Come spiegato da Panetta, a pagare l’onere principale dei dazi Usa sinora sono
stati proprio gli Stati Uniti e i loro consumatori, mentre il disavanzo nel
commercio di beni in rapporto al Pil è rimasto invariato: “In base alle stime
disponibili, l’onere dei dazi sarebbe finora ricaduto soprattutto sull’economia
statunitense. Gli esportatori stranieri ne avrebbero sostenuto una quota
limitata, stimata attorno al 10%. In una prima fase l’impatto è stato assorbito
dai margini di profitto delle imprese americane; successivamente è stato
trasferito in parte ai consumatori finali, che oggi ne sopporterebbero circa la
metà. Nel complesso, i dazi avrebbero contribuito per più di mezzo punto
percentuale all’inflazione Usa, che rimane superiore all’obiettivo della Federal
Reserve”.
A spingere queste dinamiche, secondo il governatore della Banca d’Italia, è
stato soprattutto il commercio globale di beni che abilitano l’intelligenza
artificiale, tra cui semiconduttori, hardware specializzato e ben intermedi come
terre rare e altri materiali necessari alla produzione di chip, server e
apparecchiature per le telecomunicazioni. Il valore di questo commercio è
ammontato a 2.300 miliardi di dollari nel 2023 ed è cresciuto del 20% su base
annua nella prima metà del 2025, facendo decollare le esportazioni asiatiche. Le
previsioni indicano che il mercato globale dell’intelligenza artificiale
(inclusi servizi e hardware) potrebbe raggiungere i 4.800 miliardi di dollari
entro il 2033. L’ultimo rapporto annuale dell’Organizzazione mondiale del
commercio (Wto), presentato a settembre, ipotizza che in condizioni favorevoli
l’adozione diffusa dell’Ai potrebbe aumentare entro il 2040 il volume totale del
commercio globale dal 34% al 37% rispetto ai valori attuali. Il World Trade
Report 2025 rivela che, con le giuste politiche abilitanti, l’intelligenza
artificiale potrebbe aumentare il valore dei flussi transfrontalieri di beni e
servizi di quasi il 40% entro il 2040, grazie all’aumento della produttività e
alla riduzione dei costi commerciali.
Ipotesi però che dipendono da numerosi fattori. Uno è la concentrazione delle
infrastrutture per la Ai: nel 2024, il 60% dei datacenter globali si trovava
negli Stati Uniti e in Europa, mentre solo il 25% in Asia. Ma il rapporto della
Wto avverte che senza investimenti mirati e politiche inclusive, l’intelligenza
artificiale potrebbe aggravare le divisioni esistenti. Già oggi i dazi sui beni
correlati all’intelligenza artificiale possono raggiungere fino al 45% in alcune
economie a basso reddito, creando di fatto un “Ai divide”. L’Ai potrebbe
contribuire ad aumentare l’export dei Paesi a basso reddito fino all’11%, a
condizione però che questi possano migliorare la loro infrastruttura digitale.
Se i Paesi con economie a basso e medio reddito potessero ridurre del 50% il
divario infrastrutturale digitale con le economie ad alto reddito e dunque
riuscissero ad adottare l’Ai più ampiamente, le loro economie vedrebbero
aumentare i redditi rispettivamente del 15% e del 14%.
Ma il divario della Ai non riguarda solo la geografia. Il direttore generale
della Wto, Ngozi Okonjo-Iweala, ha affermato che la politica deve gestire con
attenzione la transizione verso l’intelligenza artificiale: “L’Ai potrebbe
stravolgere il mercato del lavoro, trasformando alcuni lavori e soppiantandone
altri. Gestire questi cambiamenti richiede investimenti in politiche interne per
migliorare l’istruzione, le competenze, la riqualificazione e le reti di
sicurezza sociale”, ha affermato a settembre durante la presentazione del
rapporto.
Nel suo rapporto, la Wto spiega anche che proprio sul settore della Ai la guerra
commerciale è già in corso. L’Organizzazione mondiale del commercio osserva che
il numero di restrizioni quantitative applicate ai beni legati all’intelligenza
artificiale è passato da 130 nel 2012 a quasi 500 nel 2024, trainato dalle
economie ad alto e medio reddito. L’accesso ai beni che supportano l’Ai rimane
disomogeneo, con alti dazi doganali.
C’è poi la guerra tra Stati Uniti e Cina sul fronte del controllo della
produzione di chip, in particolare di quelli di gamma più elevata. Che, come ha
raccontato ieri il New York Times, si gioca sul fronte esiziale di Taiwan: “La
più grande minaccia per l’economia mondiale, il più grande punto singolo di
pericolo, è il fatto che il 97% dei chip di fascia alta è prodotto a Taiwan”, ha
dichiarato il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent al Forum economico mondiale
di Davos. Nonostante gli sforzi di Washington, con i sussidi federali di Biden
per decine di miliardi di dollari con il Chips Act e, successivamente, con le
minacce di Trump di dazi sui semiconduttori per spingere le aziende del settore
a produrre negli Stati Uniti, che hanno spinto grandi produttori a investire in
nuovi impianti negli Usa, sino al 2030 gli States rappresenteranno solo il 10%
circa della produzione globale di semiconduttori. Produzione che a oggi risulta
poi oltre il 25% più costosa rispetto a quella delle industrie taiwanesi nonché
spesso tecnologicamente meno avanzata. Se Pechino dovesse aggredire militarmente
l’isola, o deciderne un blocco navale, per l’economia statunitense e mondiale il
colpo sarebbe molto più pesante di quello del Covid.
L'articolo Il commercio mondiale corre (nonostante i dazi) spinto dalla AI. Ma
sullo sfondo c’è l’incognita Taiwan proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Microchip
In New Mexico, negli Stati Uniti, un cane Husky smarito dal 2019 è tornato dalla
sua famiglia grazie a un microchip ancora attivo. Un volontario ha trovato il
cane da solo per strada e lo ha portato al rifugio locale Española Humane. Come
da protocollo, il personale ha effettuato la scansione per verificare la
presenza di microchip. I volontari hanno trovato il dispositivo che risultava
ancora registrato. Tra i dati inseriti c’era un numero di telefono appartenente
alla famiglia Bentley, proprietaria dell’Husky. Secondo quanto riportato da La
Stampa, l’animale era sparito nel nulla 7 anni fa. Nel corso del tempo, i
padroni non hanno ricevuto alcuna segnalazione, perdendo la speranza di
riabbracciare il loro cucciolo. L’arrivo della famiglia al canile Española
Humane ha emozionato tutti.
UN INCONTRO EMOZIONANTE
Lo staff ha dichiarato che, appena il cane ha visto i Bentley, è corso verso di
loro e li ha riempiti di “baci”. Erica, la proprietaria, è scoppiata in lacrime
e ha detto: “Ci ha riconosciuto appena ci ha visti, non lo credevamo possibile”.
A regalare un lieto fine a questa storia è stato il microchip sottocutaneo. I
dispositivi non hanno una data di scadenza, ma devono essere associati a
recapiti corretti. Un numero di telefono non più attivo o un nuovo indirizzo di
residenza rende vano il microchip. Negli Stati Uniti molti rifugi e
organizzazioni per animali offrono l’inserimento del dispositivo gratuitamente o
a prezzi contenuti, tra i 20 e i 50 dollari.
L'articolo Il cane sparisce nel nulla per 7 anni, poi l’incredibile
ritrovamento: “Ci ha riconosciuti appena ci ha visti, ci è corso incontro e ci
ha riempiti di ‘baci'” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Sono tagliato fuori dalla tecnologia dentro il mio corpo, ed è tutta colpa
mia“. Zi Teng Wang, prestigiatore e scienziato cinese, si è fatto impiantare un
chip RFID nella mano per alcuni trucchi di magia. La mossa a sorpresa si è
rivelata controproducente. Wang, infatti, ha scordato la password del chip. Come
raccontato su Facebook, il ragazzo aveva studiato un trucco per stupire la
platea: controllare il telefono di uno spettatore tramite l’oggetto metallico.
“È venuto fuori che premere ripetutamente il telefono di qualcun altro sulla mia
mano, cercando di capire dove si trova il lettore Rfid del loro telefono, non è
poi così misterioso, magico e sorprendente” ha dichiarato il prestigiatore sui
social che ha aggiunto: “Usare il mio telefono per la scansione non ha lo stesso
effetto per ovvie ragioni”. Oltre il danno, dunque, la beffa.
IL PIANO B (INUTILE)
Zi Teng Wang è stato costretto a reinventare il chip per dare un senso
all’operazione chirurgica. “L’ho riscritto affinché contenesse un indirizzo
bitcoin ma non ha mai funzionato” ha raccontato il ragazzo. Oltre a questo
tentativo fallimentare, Wang ha riscritto il microchip per farlo diventare il
collegamento web a un meme. “Qualche anno fa quel link al sito al sito «Imgur» è
scomparso” ha detto il cinese che ha poi svelato di aver tentato una terza
riscrittura senza successo. Wang infatti non ha potuto accedere a chip perché ha
dimenticato la password.
LA SOLUZIONE
Sempre nel suo post su Facebook, il mago-scienziato ha scritto di aver
contattato amici informatici che gli hanno fornito una soluzione: “L’unico modo
per sbloccarlo sarebbe allacciarsi addosso un lettore Rfid per giorni o
settimane, provando a forzarlo con ogni combinazione possibile“. Certo, non il
metodo più semplice al quale si possa ricorrere. Zi Teng Wang ha comunque colto
l’unico aspetto positivo di questa vicenda: “Almeno il link di Imgur ha
ricominciato a funzionare“.
L'articolo “Mi sono fatto impiantare un chip nella mano per fare trucchi di
magia ma ho dimenticato la password”: la storia del mago-scienziato Zi Teng Wang
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nonostante l’ottimo bilancio trimestrale presentato nei giorni scorsi, le azioni
di Nvidia, uno dei principali produttori mondiali di chip di alta gamma il cui
valore di Borsa per la prima volta nella storia aveva superato i 5mila miliardi
di dollari, stanno crollando di oltre il 6,5% a Wall Street. A spingere i
ribassi è la notizia che Meta sta valutando l’utilizzo dei chip di Google per lo
sviluppo dei suoi progetti di intelligenza artificiale. Un dato che dimostra
quale sia il livello della pressione competitiva al quale Nvidia è sottoposta e
quali siano le dimensioni della battaglia per rifornire i datacenter degli
hyperscaler nei loro giganteschi progetti Ai.
Nei conti dei tre mesi terminati al 30 settembre scorso, Nvidia ha registrato
profitti per 31,9 miliardi di dollari con un aumento del 65% su base annua,
mentre il fatturato ha raggiunto i 57 miliardi di dollari, superando le
aspettative di Wall Street. L’azienda ha annunciato di prevedere una crescita
ancora più forte per il prossimo trimestre, trainata dalla robusta domanda di
chip e di piattaforme per il business dell’intelligenza artificiale. Negli
ultimi nove mesi la società ha versato agli azionisti 37 miliardi di dollari
sotto forma di riacquisto di azioni e dividendi e ha annunciato diverse
partnership strategiche. Tra queste ci sono i programmi di implementazione per
almeno 10 gigawatt di sistemi per l’infrastruttura AI di nuova generazione di
partner come OpenAI, oltre a partnership con Google Cloud, Microsoft, Oracle e
xAI per realizzare progetti di intelligenza artificiale su larga scala. Ad
esempio Anthropic sta ora aumentando la sua piattaforma con l’infrastruttura di
Nvidia, le cui nuove collaborazioni includono Intel, Arm, Nokia e Palantir
Technologies.
Sul fronte industriale, il produttore di chip ha poi annunciato il suo
investimento nel mercato dell’intelligenza artificiale nel Regno Unito, con 2
miliardi di sterline stanziati per nuove infrastrutture con partner come
CoreWeave e Nscale. Nvidia continua a essere leader nell’hardware AI con la sua
piattaforma Gpu Blackwell Ultra e attraverso diverse collaborazioni su misura
per il supercomputing Ai, tra cui il progetto del dipartimento dell’Energia
degli Stati Uniti e architetture rack-scale ampliate. Di recente Nvidia ha
presentato al pubblico le sue nuove Gpu GeForce Rtx serie 50 basate
sull’architettura Blackwell, che offrono significativi progressi in termini di
prestazioni ed efficienza energetica sia per i mercati desktop che per quelli
laptop, ha lanciato il processore BlueField-4 per data center di intelligenza
artificiale, nuove soluzioni di networking e la sua piattaforma Omniverse Dsx
per la gestione di datacenter di intelligenza artificiale su scala gigawatt.
Tuttavia questi progetti non sono bastati a sostenere il titolo. Nelle ultime
ore infatti Meta ha annunciato di essere in trattativa con Google per investire
miliardi di dollari sui chip di Alphabet da utilizzare nei suoi data center a
partire dal 2027. La mossa renderebbe Google un serio rivale del gigante dei
semiconduttori Nvidia. I colloqui prevedono anche che Meta noleggi chip da
Google Cloud già a partire dal prossimo anno e rientrano in un più ampio sforzo
di Google per convincere i clienti ad adottare nei propri datacenter le sue
unità di elaborazione Tpu utilizzate per i carichi di lavoro dell’intelligenza
artificiale. Questa mossa segnerebbe un allontanamento dall’attuale strategia di
Google di utilizzare le Tpu solo nei propri data center e potrebbe espandere
notevolmente il mercato dei suoi chip, mettendo l’azienda in diretta
competizione per le centinaia di miliardi spesi in processori per data center
per alimentare i servizi di intelligenza artificiale. Secondo alcune analisi,
Google Cloud ipotizza che questa strategia potrebbe aiutarla a catturare fino al
10% del fatturato annuale di Nvidia, una fetta del valore di miliardi di
dollari.
Dopo la diffusione di queste notizie, le azioni di Alphabet sono salite di oltre
il 4% nelle contrattazioni pre-mercato, proiettandola la società verso il record
storico della sua valutazione di Borsa di 4 mila miliardi di dollari. Anche le
azioni di Broadcom, l’azienda che aiuta Google a realizzare i suoi chip Ai,
hanno guadagnato il 2%. I titoli di Nvidia invece sono in calo di oltre il 6,5%.
E la battaglia per il controllo del mercato Ai continua.
L'articolo Meta annuncia un accordo per usare i chip di Google e Nvidia crolla
in Borsa proviene da Il Fatto Quotidiano.