La guerra in Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz mandano in tilt il
prezzo del petrolio e le Borse asiatiche. Nella notte tra domenica e lunedì il
greggio è schizzato a oltre 130 dollari al barile, spingendo – come riporta il
Financial Times – i Paesi del G7 a muoversi con una mossa di emergenza che
dovrebbe essere ufficializzata in giornata. Sarebbero pronti a discutere in una
riunione di emergenza alle 14.30, ora italiana, il rilascio comune e coordinato
delle riserve strategiche. La decisione, già presa in passato dopo l’invasione
dell’Ucraina, coinvolgerebbe anche l’agenzia internazionale per l’energia.
Secondo il quotidiano tre Paesi, fra cui gli Stati Uniti, sarebbero già
d’accordo con la decisione: Washington in particolare sarebbe orientata per un
rilascio comune di una quantità fra ai 300 e i 400 milioni di barili, circa il
25-30% del totale delle riserve. La mossa è stata presa in passato solo cinque
volte: due volte dopo l’invasione dell’Ucraina, una durante la prima guerra del
Golfo, poi a seguito dell’uragano Katrina e dopo il blocco della produzione in
Libia. Il solo annuncio ha permesso al prezzo del greggio di ripiegare dai
massimi toccati nella notte, rimanendo comunque stabilmente sopra la soglia dei
100 dollari. Il Wti del Texas sale del 15% intorno ai 105 dollari al barile
mentre il Brent del Mare del Nord avanza del 17% avvicinando i 110 dollari.
Intanto le Borse asiatiche hanno vissuto una seduta da profondo rosso. Il blocco
di Hormuz e i prezzi in volo libero del petrolio hanno spinto i listini a
chiudere in terreno negativo a partire da quella di Tokyo dove il Nikkei 225,
pur recuperando in parte le perdite, è sceso del 5,2% a a 52.728,72 al termine
delle contrattazioni. Il Kospi sudcoreano è sceso del 6% a 5.251,87 punti,
mentre i mercati cinesi, che tendono a essere meno influenzati dalle tendenze
globali, hanno registrato perdite più moderate. L’Hang Seng di Hong Kong è sceso
dell’1,6% a 25.343,77, mentre l’indice composito di Shanghai è sceso dello 0,7%
a 4.097,69. L’indice di riferimento di Taiwan è crollato del 4,4% e anche altri
mercati regionali hanno subito perdite.
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G7 pronti a rilasciare un terzo delle riserve proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Crollano le borse asiatiche mentre la paura per le conseguenze del conflitto in
Medio Oriente continua a diffondersi tra gli azionisti. Per il terzo giorno di
fila gli indici azionari hanno subito forti cali, con l’Msci Asia Pacific,
l’indice azionario che monitora le oscillazioni dei paesi dell’area
Asia-Pacifico, che cala del 4,5%. Seul crolla, registrando un -12%. Tokyo perde
il 3,6%. Male anche Hong Kong (-2,6%), Shanghai (-1,08%), Shenzhen (-0,65%) e
Mumbai (-1,8%).
A risentire degli eventi in Medio Oriente è stata soprattutto la Corea del Sud.
Seul basa la propria economia sulle aziende produttrici di microchip come
Samsung e SK Hynix, primo e secondo produttore di chip al mondo, che oggi
perdono rispettivamente l’11,7% e il 9,6%. La loro capacità di mandare avanti la
produzione, importando la Corea quasi tutte le materie prime per generare
energia, è legata a doppio filo con le importazioni di combustibili, provenienti
dallo Stretto di Hormuz, lo snodo da cui passa circa il 20% del petrolio
mondiale, oggi bloccato dai Pasdaran iraniani come strategia contro gli Stati
Uniti e i paesi del golfo schierati dalla parte dell’alleato americano.
Intanto, di fronte alle tensioni in Medio Oriente, le Borse europee tentano un
rimbalzo: avviano la seduta con dati positivi, dopo le performance negative
degli ultimi due giorni ed in controtendenza rispetto ai listini asiatici.
Aprono in rialzo Francoforte e Parigi. Resta stabile Londra. Milano, dopo il
tonfo di ieri, apre la seduta in leggero rialzo.
L'articolo La guerra in Iran scuote le borse asiatiche: Seul crolla del 12%.
l’Europa tenta un rimbalzo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il primo romanzo di Kurt Vonnegut, Piano meccanico, immagina un pianeta nel
quale le macchine hanno tolto il lavoro alla stragrande maggioranza
dell’umanità, finita a vivere in miseria estrema mentre una ridottissima classe
di ingegneri accumula potere e ricchezza. Ne segue la rivolta sociale.
Quell’immagine in questi giorni è stata ripresa da due differenti studi sul
possibile impatto della diffusione dell’intelligenza artificiale sull’economia
mondiale. Il primo studio, datato 15 febbraio, è opera di Andrea Pignataro di
Ion, che con un patrimonio personale di 42,8 miliardi di dollari è appena
diventato l’uomo più ricco d’Italia. L’analisi s’intitola “L’Apocalisse
sbagliata” e parte dalla velocità con cui una notizia su una nuova applicazione
Ai ha fatto perdere in pochi giorni oltre 2mila miliardi di dollari di valore di
Borsa al settore del software. Lunedì 23 febbraio è arrivato poi un rapporto di
Citrini Research, una poco nota società di servizi finanziari di New York, che
ha delineato lo stesso scenario al quale era giunto Pignataro: già nel 2028 il
predominio dell’intelligenza artificiale potrebbe causare il declino
dell’economia dei consumi, con conseguenze disastrose per l’occupazione.
L’analisi ha dato un nuovo colpo alla fiducia delle aziende che potrebbero
essere sostituite dal rapido espandersi dell’Ai. La risposta politica è sempre
in ritardo rispetto alla realtà economica, ma la mancanza di un piano globale
sulla Ai rischia ora di accelerare una spirale deflazionistica, afferma il
rapporto di Citrini. Intanto le borse vanno in sofferenza anche per effetto di
queste profezie.
L’osservazione da cui parte l’analisi di Pignataro è che mentre la rivoluzione
della Ai si muove a velocità digitale, mimando il linguaggio delle aziende che
la usano sino a diventare “migliore” e più produttiva di loro, finendo per
fagocitarle e sostituirle, l’economia segue invece una velocità industriale. Tra
le due velocità c’è una differenza di diversi ordini di grandezza. L’economia
reale, teme Pignataro, rischia di non avere il tempo per adattarsi alla
rivoluzione della Ai. Il rischio quindi è che la Ai spazzi via settore dopo
settore, prendendone il posto, in tutti i campi economici che la utilizzano,
ogni professione intellettuale, dalla produzione di software alle materie
tecniche a quelle umanistiche. Ma le ricadute saranno ben più vaste perché il
crollo di questi settori potrebbe privare di ricavi le loro attività ancillari
(servizi, trasporti, immobiliare eccetera) e la riduzione del reddito di decine
di milioni di professionisti e colletti bianchi finirebbe per svuotare di valore
intere industrie e aree geografiche, a partire dalle città basate sulla finanza.
Il problema, sottolinea Pignataro, è che cercare di fermare la Ai o non
adottarla significa per molte aziende essere costrette a uscire dal mercato. Ma
più aziende basate sul sapere adottano la Ai, più questa impara sino a poterle
di fatto sostituire. Cosa che inizia ad avvenire: come ha rilevato il Financial
Times, negli Usa l’aumento di produttività legato alla AI sta portando a un
taglio delle assunzioni di nuovi lavoratori. Secondo il finanziere i mercati
però non dovrebbero farsi prendere dal panico, ma piuttosto preoccuparsi di cosa
accadrà quando le istituzioni scopriranno di aver insegnato all’intelligenza
artificiale “a giocare senza di loro”. Pignataro dice che il futuro può anche
non finire come nel romanzo di Vonnegut, ma che questo rischio comunque esiste.
Il rapporto di Citrini invece ipotizza uno scenario al 2028 in cui negli Usa la
disoccupazione salirà al 10,2%, innescata dai licenziamenti causati
dall’adozione dell’Ai che sbaraglierà rapidamente le società che producono
software e le applicazioni di consegna della Gig economy. Questa ipotetica
recessione, aggravata dai default sui mutui dei lavoratori rimasti senza salari
e dai default sui prestiti del private equity, potrebbe provocare un’onda d’urto
nei sistemi finanziari, facendo crollare le azioni statunitensi, bloccando i
mercati del credito e l’economia in generale. “Le capacità dell’intelligenza
artificiale sono migliorate, le aziende hanno avuto bisogno di meno lavoratori,
i licenziamenti dei colletti bianchi sono aumentati… si tratta di un circolo
vizioso negativo senza un freno naturale”, ha scritto Alap Shah, autore del
rapporto Citrini. Simili preoccupazioni di ampio respiro questo mese sono
circolate tra gli investitori anche su alcuni blog tra i quali quello di Matt
Shumer, Ceo e co-fondatore dell’azienda di intelligenza artificiale Otherside
Ai. La portata del potere dirompente dell’intelligenza artificiale che per
Shumer potrebbe essere “molto più grande” della crisi del Covid del 2020.
Lo studio di Citrini, spiega Reuters, tocca una corda sensibile nei mercati,
preoccupati dal potenziale impatto negativo dell’intelligenza artificiale. Gli
investitori hanno venduto le azioni delle aziende di software e di quelle dei
settori vulnerabili all’automazione. “L’intelligenza artificiale è reale… la
divergenza è reale e la svendita (delle azioni delle imprese di software) è
comprensibile, poiché l’intelligenza artificiale le costringerà a portare a zero
la codifica del software”, ha affermato Christopher Forbes, responsabile per
l’Asia e il Medio Oriente di Cmc Markets. “Chi è nella catena di fornitura ne
trarrà vantaggio: chip, data center, energia permanente”.
Nei giorni scorsi, dopo la diffusione della notizia che alcuni prodotti Ai sono
già in grado di produrre software, migliorarlo da sé e gestire i flussi di molte
aziende alle quali invece i programmi informatici sono venduti dalle aziende del
settore Software as a Service (SaaS), le società quotate a Wall Street hanno
perso 2mila miliardi di dollari di capitalizzazione di Borsa. L’indice azionario
statunitense del software è così sceso del 24% da inizio anno e di oltre il 30%
dai massimi di ottobre scorso. Sebbene i mercati azionari globali rimangano
vicini ai massimi storici, queste vendite segnalano una massiccia rotazione di
molte aziende esposte all’intelligenza artificiale verso titoli difensivi o
verso zone redditizie della catena di fornitura. Per converso, le azioni dei
giganti asiatici che producono i chip utilizzati dai datacenter di Ai sono
saliti alle stelle. Da ottobre il titolo Tsmc è cresciuto del 30%, quello di
Samsung Electronics è addirittura raddoppiato. Domani è attesa la trimestrale di
Nvidia che potrebbe determinare una nuova spinta al trend rialzista del settore.
Dopo l’analisi di Citrini l’impatto sui titoli quotati è stato immediato. Ieri a
Wall Street il report della casa Usa, insieme al lancio di un nuovo prodotto da
parte di Anthropic, hanno messo di nuovo a soqquadro i settori considerati
perdenti nella corsa all’applicazione dell’intelligenza artificiale. L’indice
S&P500 ha perso l’1,1% e il peggior settore è stato quello della finanza, -3,3%.
Le principali banche degli Stati Uniti hanno lasciato sul terreno tra il 4% e il
5%. Stamane il contraccolpo si è spostato sui titoli dei servizi software
indiani i quali, in linea con la svendita del settore tecnologico statunitense,
sono crollati trascinando al ribasso del 4,7% l’indice settoriale Nse Nifty IT
della Borsa di Mumbai, che ha toccato i minimi da agosto 2023. Le azioni di Tata
Consultancy Services, Infosys e Wipro sono scese di circa il 3-4% ciascuna. Le
aziende indiane di servizi IT sono emerse come il volto del “mercato della paura
dell’IA” in Asia, nonostante le aziende della regione si siano rafforzate grazie
all’ottimismo riguardo all’espansione dell’hardware. L’indicatore del settore è
crollato del 21% a febbraio, avviandosi verso il suo peggior mese dal 2003 e
cancellando capitalizzazione per oltre 54 miliardi di dollari.
L'articolo L’Intelligenza artificiale ora fa paura: a Wall Street e Mumbai
crollano le azioni del software proviene da Il Fatto Quotidiano.
La sfida nel settore farmaceutico si gioca sempre di più sul terreno dei
prodotti antiobesità. Questa, perlomeno, è la battaglia più seguita dagli
investitori. Ed è bastato un dato parzialmente deludente del nuovo farmaco di
Novo Nordisk per far crollare in Borsa il titolo della multinazionale danese,
che lunedì a Copenaghen ha lasciato sul terreno il 16,5%.
I soggetti trattati con una dose standard di Cagrisema, la nuova terapia
sperimentale antiobesità di Novo Nordisk, hanno infatti ottenuto una perdita di
peso del 20,2% dopo 84 settimane, rispetto al 23,6% del principio attivo
tirzepatide di Eli Lilly, la concorrente statunitense. A inizio mese il titolo
Novo Nordisk, che nel giugno 2024 aveva raggiunto massimi sopra le mille corone,
era già scivolato pesantemente sull’annuncio di ricavi visti in calo per
quest’anno tra il 5% e il 13%.
I tempi del boom per il gruppo danese, che produce quasi la metà dell’insulina
mondiale, sembrano lontani. Mentre la società Usa corre a Wall Street. Novo
Nordisk è stata la pioniera nel mercato dei farmaci anti obesità, quelli nati
dagli anti diabetici che portano anche a forti riduzioni del peso corporeo, ma
Lilly l’ha superata su diversi fronti. Le loro fortune divergenti si incrociano
con la battaglia di Donald Trump per ridurre i prezzi dei medicinali negli Stati
Uniti, portando Novo Nordisk e Lilly a siglare accordi con l’amministrazione
americana per tagliare il costo dei loro prodotti più popolari.
Secondo gli analisti citati da Bloomberg, Cagrisema è considerato un elemento
chiave della strategia di Novo Nordisk per continuare a competere, mentre
emergono nuovi farmaci dimagranti e scadono i brevetti per gli attuali campione
d’incassi. Questi risultati potrebbero limitare il potenziale di vendita del
nuovo farmaco in un momento in cui l’azienda ha urgente bisogno di una spinta
dopo che in luglio ha estromesso l’amministratore delegato Lars Fruergaard
Jorgensen promuovendo l’ex responsabile delle operazioni internazionali Mike
Doustdar. Con dimissioni in serie di un gran numero di componenti del consiglio
di amministrazione.
L'articolo Il suo nuovo farmaco anti obesità di Novo Nordisk è meno efficace di
quello di Eli Lilly: il titolo crolla in borsa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Stellantis becca una doppia bocciatura dalle agenzie di rating dopo le
svalutazioni record annunciate venerdì che sono costate 22 miliardi di euro e un
tonfo in Borsa al gruppo franco-italiano guidato dalla famiglia Agnelli-Exor.
Una nuova strategia sull’elettrico con oneri per 22,2 miliardi di euro nel 2025,
una perdita tra i 19 e i 21 miliardi di euro nel secondo semestre dell’anno,
accompagnata dallo stop ai dividendi nel 2026 e dall’emissione di 5 miliardi di
bond ibridi perpetui non convertibili: questi gli annunci arrivati venerdì dai
vertici del gruppo che non sono piaciuti a Moody’s e Standard&Poor’s.
Moody’s ha bocciato Stellantis, facendo scendere il rating da Baa2 a Baa3 con
outlook stabile. S&P ha invece tagliato il rating da BBB a BBB- con outlook
negativo. Le motivazioni dietro il downgrade del rating sono state spiegate da
S&P con una nota: “L’outlook negativo riflette il rischio che la forte
concorrenza, l’aumento della quota di veicoli elettrici a batteria in Europa,
che riducono i margini, e una ripresa dei volumi più lenta del previsto o costi
più elevati in Nord America possano impedire a Stellantis di raggiungere un
margine di Ebitda rettificato intorno al 7% e un rapporto Free Operating Cash
Flow/vendite ben superiore all’1% entro la fine del 2027″.
Dello stesso avviso, anche se più ottimista, Moody’s: “La scelta è stata
determinata dalla pubblicazione dei risultati preliminari dell’azienda per il
2025, che indicano una significativa revisione al ribasso della redditività e
del flusso di cassa per il 2025 e oltre, contrariamente alle nostre
aspettative”, spiega l’agenzia. L’azione riflette “l’aspettativa che l’azienda
continuerà a generare un flusso di cassa libero negativo, secondo gli standard
di Moody’s, nel 2026 e che il recupero dei margini richiederà più tempo del
previsto. Inoltre, permane l’incertezza sulla traiettoria di recupero dei
margini EBIT rettificati da Moody’s, anche nel contesto di una profonda
revisione strategica che la società sta attualmente effettuando”. In conclusione
Moody’s, “date le prospettive incerte relative ai tempi e all’entità del ritorno
a una generazione di FCF positiva e al miglioramento della redditività, il
rating Baa3 di Stellantis è attualmente in una posizione debole”.
L’agenzia di rating, però, tiene a specificare che “questi sviluppi negativi e
l’incertezza circa l’entità dei miglioramenti operativi sono in qualche misura
mitigati dal fatto che la società non distribuirà dividendi nel 2026 e dalla sua
intenzione di emettere fino a 5,0 miliardi di euro di titoli ibridi, che
contribuiranno a rafforzare il profilo di liquidità ancora solido della società.
Il profilo di liquidità di Stellantis sostiene l’outlook stabile del rating, che
tuttavia si basa sull’aspettativa che la società torni a livelli di redditività
positivi entro la fine del 2026, sostenuta dal lancio di nuovi modelli e dal
proseguimento dei miglioramenti della struttura dei costi”.
Le modifiche al rating di Stellantis arrivano dopo il crollo storico di venerdì
6 febbraio, con un -25% che ha scosso il mercato, e il timido tentativo di
recupero di lunedì 9. Stellantis è riuscita a centrare un primo rimbalzo nella
giornata di martedì 10: il titolo è arrivato a guadagnare oltre il 6% a Piazza
Affari, risalendo sopra quota 6,5 euro, mentre le agenzie di rating continuano a
monitorare e ad aggiornare le proprie valutazioni alla luce delle indicazioni
fornite dal gruppo guidato da Antonio Filosa.
L'articolo Stellantis, Moody’s e S&P tagliano il rating dopo le svalutazioni
record annunciate venerdì proviene da Il Fatto Quotidiano.
Era dal novembre del 2024 che il Bitcoin non scendeva sotto i 70mila dollari. E’
successo giovedì, quando la regina delle criptovalute si è ulteriormente
distanziata dal picco senza precedenti di oltre 125mila dollari toccato a
ottobre 2025. Stando alle ultime quotazioni, si assesta poco sopra quota 67mila
dollari. La performance negativa ha riguardato anche Ethereum, Binance, Dogecoin
e Cardano.
L’immagine del Bitcoin e delle altre valute virtuali sponsorizzate dal
presidente degli Stati Uniti Donald Trump si sta sgretolando di fronte al
crescente desiderio di sicurezza e solidità degli investitori. Dopo la corsa
registrata la scorsa estate, la criptovaluta per eccellenza ha progressivamente
perso terreno. Intorno alle monete virtuali sembra essersi diffuso un clima di
delusione e anche un certo snobismo, soprattutto da parte degli investitori
istituzionali. Bitcoin &c non sono infatti riuscite a rispondere agli sviluppi
del mercato legati alle spesso imprevedibili mosse di Trump. Ne è esempio
evidente il rapporto con il dollaro: la moneta americana si è indebolita per
gran parte di gennaio, perché gli investitori sono diventati sempre più
diffidenti nei confronti dei rischi politici posti dall’amministrazione Usa, ma
l’andamento al ribasso della valuta americana, che in passato avrebbe
automaticamente sostenuto il valore delle cripto, non ha invece inciso sul
sentiment dei mercati nei confronti degli asset virtuali.
La contrapposizione con il dollaro si è fatta però sentire quando il biglietto
verde si è improvvisamente apprezzato dopo la nomina di Kevin Warsh alla Federal
Reserve, spingendo il valore delle coin digitali sempre più in basso. Allo
stesso tempo, il Bitcoin non ha offerto alcuna risposta significativa durante il
rally dell’oro verso massimi storici e non ha attratto afflussi di fronte alla
brusca inversione di tendenza dei metalli preziosi registrata venerdì scorso.
La narrativa dell’oro digitale è “svanita”, ha scritto sul Financial Times
Pramol Dhawan, amministratore delegato di Pimco. E il calo dei prezzi dimostra
che “non c’è alcuna rivoluzione monetaria”. Il Bitcoin ha raggiunto livelli
record mentre gli investitori applaudivano le mosse pro-criptovalute di Trump,
tra cui la nomina di enti regolatori favorevoli, l’interruzione delle azioni
coercitive contro le società di cripto e l’approvazione di regole storiche sulle
stablecoin. Ma da allora molto è cambiato. Le minacce tariffarie, le pretese
statunitensi sulla Groenlandia e le tensioni geopolitiche con Iran e Venezuela
hanno spinto gli investitori a correre verso i beni rifugio che garantiscono
maggiore sicurezza, ovvero oro e argento. Ed anche i trader hanno iniziato a
trattare le criptovalute come un asset più rischioso. “Il Bitcoin è associato
all’amministrazione”, ha detto un investitore al FT, sottolineando che la moneta
sta “pagando il prezzo dell’associazione con il partito repubblicano”.
L'articolo Bitcoin in caduta libera: a ottobre valeva 125mila dollari, oggi è
sotto i 70mila proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’accordo di acquisizione della Warner Bros Discovery da parte di Netflix sembra
più vicino. Mentre l’offerta di Paramount sembra avere meno chance. La
piattaforma di streaming globale ha annunciato che la transazione sarà
interamente in contanti. “L’accordo rivisto semplifica la struttura della
transazione, offre maggiore certezza di valore per gli azionisti di Wbd e
accelera il percorso verso il voto degli azionisti di Wbd”, spiega una nota. Il
consiglio di amministrazione ha infatti approvato la scelta all’unanimità:
l’offerta vale 27,75 dollari per ogni azione Warner. L’amministratore delegato
David Zaslav ha dichiarato che questa mossa avvicina l’unione delle due società.
Il co-amministratore delegato di Netflix, Ted Sarandos, ha ricordato che “il
consiglio di amministrazione di Warner continua a sostenere e a raccomandare la
nostra transazione”.
Secondo l’accordo originale, risalente allo scorso 5 dicembre, gli azionisti di
Wbd avrebbero ricevuto 23,25 dollari in contanti e altri 4,50 dollari in azioni
ordinarie di Netflix, per un valore dell’offerta di 82,7 miliardi di dollari
(79,4 miliardi di euro).
Lunedì scorso, Paramount Skydance aveva presentato una causa contro Warner Bros
per forzare l’azienda a scoprire i dettagli dell’offerta presentata da Netflix,
dopo che il Cda di Hbo Max ha ripetutamente considerato superiore la proposta di
fusione avanzata dalla piattaforma di streaming. In questo senso, la settimana
scorsa, la dirigenza di Wbd ha deciso di respingere “all’unanimità” l’offerta di
Psky, modificata il 22 dicembre per includere una garanzia personale
irrevocabile di Larry Ellison, cofondatore di Oracle e padre di David Ellison.
Il presidente del consiglio di Wbd e proprietario di Hbo Max, Samuel di Piazza,
ha affermato che la proposta della Paramount era “insufficiente”.
Il presidente degli Usa Donald Trump si era detto preoccupato dell’eccessiva
quota di mercato che verrebbe conquistata nel settore dello streaming in seguito
all’accordo. La vicenda continua a far discutere, dopo che la piattaforma ha
annunciato la volontà di “ripetere la trama tre o quattro” all’interno dei film
e l’ambizione di lasciarli in sala per 45 giorni.
L'articolo Netflix modifica l’offerta per l’acquisizione di Warner Bros
Discovery: ora è tutta in contanti proviene da Il Fatto Quotidiano.
La fine dell’anno si avvicina ed è tempo di tirare le somme, anche quelle a
dieci cifre: nel 2025 è cresciuto il numero dei miliardari in Italia, che adesso
sono 79 – cinque in più rispetto all’ultimo rilevamento di aprile. A stilare la
lista è Forbes, che mette in classifica i nomi delle persone con i loro
patrimoni, aggiornati alla chiusura delle borse di venerdì 12 dicembre. Il
totale ammonta a ben 357,2 miliardi di dollari.
L’oro se lo aggiudica Giovanni Ferrero, che difende e mantiene solido il primo
posto con il suo patrimonio di 41,3 miliardi di dollari: quest’anno è stato
particolarmente fruttuoso per il suo gruppo societario, che ha registrato un
nuovo record di fatturato di 18,4 miliardi , anche grazie all’acquisto di
Kellogg per 3,1 miliardi.
Andrea Pignataro con il suo colosso tecnologico Ion si guadagna la medaglia
d’argento con un patrimonio di 36,9 miliardi. Il bronzo invece spetta al
patrimonio di 22,4 miliardi di Giancarlo Devasini grazie a Tether, la
criptovaluta che ultimamente ha fatto parlare di sé per la proposta d’acquisto
alla Juventus degli Elkann.
Al quarto posto sale Francesco Gaetano Caltagirone con i suoi 9,8 miliardi, dopo
la scalata di Mps a Mediobanca. L’imprenditrice Massimiliana Landini Aleotti,
invece, è la donna più alta in classifica con 8,1 miliardi: vedova di Alberto
Aleotti, è proprietaria e presidente del gruppo farmaceutico Menarini.
Qual è la provenienza delle new entry? Nella maggior parte dei casi sono gli
eredi del patrimonio del defunto Giorgio Armani, che secondo le stime oscilla
tra 11 e 13 miliardi di euro. Si tratta di Pantaleo Dell’Orco, suo braccio
destro e partner, la sorella Rosanna; i nipoti Silvana Armani, Roberta Armani e
Andrea Camerana.
Restando sul tema delle grosse eredità, nella top 10 rientrano anche gli otto
eredi di Leonardo Del Vecchio, fondatore di EssilorLuxottica: i figli Claudio,
Marisa, Paola, Leonardo Maria, Luca e Clemente; la vedova Nicoletta Zampillo e
Rocco Basilico, figlio del precedente matrimonio tra Zampillo e il banchiere
Paolo Basilico.
Nel frattempo, come ha appena certificato il World Inequality Report, in tutto
il mondo cresce la concentrazione della ricchezza e aumentano le disuguaglianze
sociali. Una situazione destinata a peggiorare senza interventi per rafforzare
la progressività fiscale e la redistribuzione della ricchezza.
L'articolo Nel 2025 è cresciuto il numero dei miliardari in Italia. Ora sono 79:
il più ricco resta Ferrero, poi Pignataro e Devasini proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nonostante l’ottimo bilancio trimestrale presentato nei giorni scorsi, le azioni
di Nvidia, uno dei principali produttori mondiali di chip di alta gamma il cui
valore di Borsa per la prima volta nella storia aveva superato i 5mila miliardi
di dollari, stanno crollando di oltre il 6,5% a Wall Street. A spingere i
ribassi è la notizia che Meta sta valutando l’utilizzo dei chip di Google per lo
sviluppo dei suoi progetti di intelligenza artificiale. Un dato che dimostra
quale sia il livello della pressione competitiva al quale Nvidia è sottoposta e
quali siano le dimensioni della battaglia per rifornire i datacenter degli
hyperscaler nei loro giganteschi progetti Ai.
Nei conti dei tre mesi terminati al 30 settembre scorso, Nvidia ha registrato
profitti per 31,9 miliardi di dollari con un aumento del 65% su base annua,
mentre il fatturato ha raggiunto i 57 miliardi di dollari, superando le
aspettative di Wall Street. L’azienda ha annunciato di prevedere una crescita
ancora più forte per il prossimo trimestre, trainata dalla robusta domanda di
chip e di piattaforme per il business dell’intelligenza artificiale. Negli
ultimi nove mesi la società ha versato agli azionisti 37 miliardi di dollari
sotto forma di riacquisto di azioni e dividendi e ha annunciato diverse
partnership strategiche. Tra queste ci sono i programmi di implementazione per
almeno 10 gigawatt di sistemi per l’infrastruttura AI di nuova generazione di
partner come OpenAI, oltre a partnership con Google Cloud, Microsoft, Oracle e
xAI per realizzare progetti di intelligenza artificiale su larga scala. Ad
esempio Anthropic sta ora aumentando la sua piattaforma con l’infrastruttura di
Nvidia, le cui nuove collaborazioni includono Intel, Arm, Nokia e Palantir
Technologies.
Sul fronte industriale, il produttore di chip ha poi annunciato il suo
investimento nel mercato dell’intelligenza artificiale nel Regno Unito, con 2
miliardi di sterline stanziati per nuove infrastrutture con partner come
CoreWeave e Nscale. Nvidia continua a essere leader nell’hardware AI con la sua
piattaforma Gpu Blackwell Ultra e attraverso diverse collaborazioni su misura
per il supercomputing Ai, tra cui il progetto del dipartimento dell’Energia
degli Stati Uniti e architetture rack-scale ampliate. Di recente Nvidia ha
presentato al pubblico le sue nuove Gpu GeForce Rtx serie 50 basate
sull’architettura Blackwell, che offrono significativi progressi in termini di
prestazioni ed efficienza energetica sia per i mercati desktop che per quelli
laptop, ha lanciato il processore BlueField-4 per data center di intelligenza
artificiale, nuove soluzioni di networking e la sua piattaforma Omniverse Dsx
per la gestione di datacenter di intelligenza artificiale su scala gigawatt.
Tuttavia questi progetti non sono bastati a sostenere il titolo. Nelle ultime
ore infatti Meta ha annunciato di essere in trattativa con Google per investire
miliardi di dollari sui chip di Alphabet da utilizzare nei suoi data center a
partire dal 2027. La mossa renderebbe Google un serio rivale del gigante dei
semiconduttori Nvidia. I colloqui prevedono anche che Meta noleggi chip da
Google Cloud già a partire dal prossimo anno e rientrano in un più ampio sforzo
di Google per convincere i clienti ad adottare nei propri datacenter le sue
unità di elaborazione Tpu utilizzate per i carichi di lavoro dell’intelligenza
artificiale. Questa mossa segnerebbe un allontanamento dall’attuale strategia di
Google di utilizzare le Tpu solo nei propri data center e potrebbe espandere
notevolmente il mercato dei suoi chip, mettendo l’azienda in diretta
competizione per le centinaia di miliardi spesi in processori per data center
per alimentare i servizi di intelligenza artificiale. Secondo alcune analisi,
Google Cloud ipotizza che questa strategia potrebbe aiutarla a catturare fino al
10% del fatturato annuale di Nvidia, una fetta del valore di miliardi di
dollari.
Dopo la diffusione di queste notizie, le azioni di Alphabet sono salite di oltre
il 4% nelle contrattazioni pre-mercato, proiettandola la società verso il record
storico della sua valutazione di Borsa di 4 mila miliardi di dollari. Anche le
azioni di Broadcom, l’azienda che aiuta Google a realizzare i suoi chip Ai,
hanno guadagnato il 2%. I titoli di Nvidia invece sono in calo di oltre il 6,5%.
E la battaglia per il controllo del mercato Ai continua.
L'articolo Meta annuncia un accordo per usare i chip di Google e Nvidia crolla
in Borsa proviene da Il Fatto Quotidiano.