Tag - Borsa

Guerra in Iran, il petrolio schizza oltre i 100 dollari:i Paesi del G7 pronti a rilasciare un terzo delle riserve
La guerra in Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz mandano in tilt il prezzo del petrolio e le Borse asiatiche. Nella notte tra domenica e lunedì il greggio è schizzato a oltre 130 dollari al barile, spingendo – come riporta il Financial Times – i Paesi del G7 a muoversi con una mossa di emergenza che dovrebbe essere ufficializzata in giornata. Sarebbero pronti a discutere in una riunione di emergenza alle 14.30, ora italiana, il rilascio comune e coordinato delle riserve strategiche. La decisione, già presa in passato dopo l’invasione dell’Ucraina, coinvolgerebbe anche l’agenzia internazionale per l’energia. Secondo il quotidiano tre Paesi, fra cui gli Stati Uniti, sarebbero già d’accordo con la decisione: Washington in particolare sarebbe orientata per un rilascio comune di una quantità fra ai 300 e i 400 milioni di barili, circa il 25-30% del totale delle riserve. La mossa è stata presa in passato solo cinque volte: due volte dopo l’invasione dell’Ucraina, una durante la prima guerra del Golfo, poi a seguito dell’uragano Katrina e dopo il blocco della produzione in Libia. Il solo annuncio ha permesso al prezzo del greggio di ripiegare dai massimi toccati nella notte, rimanendo comunque stabilmente sopra la soglia dei 100 dollari. Il Wti del Texas sale del 15% intorno ai 105 dollari al barile mentre il Brent del Mare del Nord avanza del 17% avvicinando i 110 dollari. Intanto le Borse asiatiche hanno vissuto una seduta da profondo rosso. Il blocco di Hormuz e i prezzi in volo libero del petrolio hanno spinto i listini a chiudere in terreno negativo a partire da quella di Tokyo dove il Nikkei 225, pur recuperando in parte le perdite, è sceso del 5,2% a a 52.728,72 al termine delle contrattazioni. Il Kospi sudcoreano è sceso del 6% a 5.251,87 punti, mentre i mercati cinesi, che tendono a essere meno influenzati dalle tendenze globali, hanno registrato perdite più moderate. L’Hang Seng di Hong Kong è sceso dell’1,6% a 25.343,77, mentre l’indice composito di Shanghai è sceso dello 0,7% a 4.097,69. L’indice di riferimento di Taiwan è crollato del 4,4% e anche altri mercati regionali hanno subito perdite. L'articolo Guerra in Iran, il petrolio schizza oltre i 100 dollari:i Paesi del G7 pronti a rilasciare un terzo delle riserve proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Economia
Borsa
Petrolio
G7
La guerra in Iran scuote le borse asiatiche: Seul crolla del 12%. l’Europa tenta un rimbalzo
Crollano le borse asiatiche mentre la paura per le conseguenze del conflitto in Medio Oriente continua a diffondersi tra gli azionisti. Per il terzo giorno di fila gli indici azionari hanno subito forti cali, con l’Msci Asia Pacific, l’indice azionario che monitora le oscillazioni dei paesi dell’area Asia-Pacifico, che cala del 4,5%. Seul crolla, registrando un -12%. Tokyo perde il 3,6%. Male anche Hong Kong (-2,6%), Shanghai (-1,08%), Shenzhen (-0,65%) e Mumbai (-1,8%). A risentire degli eventi in Medio Oriente è stata soprattutto la Corea del Sud. Seul basa la propria economia sulle aziende produttrici di microchip come Samsung e SK Hynix, primo e secondo produttore di chip al mondo, che oggi perdono rispettivamente l’11,7% e il 9,6%. La loro capacità di mandare avanti la produzione, importando la Corea quasi tutte le materie prime per generare energia, è legata a doppio filo con le importazioni di combustibili, provenienti dallo Stretto di Hormuz, lo snodo da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale, oggi bloccato dai Pasdaran iraniani come strategia contro gli Stati Uniti e i paesi del golfo schierati dalla parte dell’alleato americano. Intanto, di fronte alle tensioni in Medio Oriente, le Borse europee tentano un rimbalzo: avviano la seduta con dati positivi, dopo le performance negative degli ultimi due giorni ed in controtendenza rispetto ai listini asiatici. Aprono in rialzo Francoforte e Parigi. Resta stabile Londra. Milano, dopo il tonfo di ieri, apre la seduta in leggero rialzo. L'articolo La guerra in Iran scuote le borse asiatiche: Seul crolla del 12%. l’Europa tenta un rimbalzo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Economia
Borsa
Medio Oriente
Borse Europee
L’Intelligenza artificiale ora fa paura: a Wall Street e Mumbai crollano le azioni del software
Il primo romanzo di Kurt Vonnegut, Piano meccanico, immagina un pianeta nel quale le macchine hanno tolto il lavoro alla stragrande maggioranza dell’umanità, finita a vivere in miseria estrema mentre una ridottissima classe di ingegneri accumula potere e ricchezza. Ne segue la rivolta sociale. Quell’immagine in questi giorni è stata ripresa da due differenti studi sul possibile impatto della diffusione dell’intelligenza artificiale sull’economia mondiale. Il primo studio, datato 15 febbraio, è opera di Andrea Pignataro di Ion, che con un patrimonio personale di 42,8 miliardi di dollari è appena diventato l’uomo più ricco d’Italia. L’analisi s’intitola “L’Apocalisse sbagliata” e parte dalla velocità con cui una notizia su una nuova applicazione Ai ha fatto perdere in pochi giorni oltre 2mila miliardi di dollari di valore di Borsa al settore del software. Lunedì 23 febbraio è arrivato poi un rapporto di Citrini Research, una poco nota società di servizi finanziari di New York, che ha delineato lo stesso scenario al quale era giunto Pignataro: già nel 2028 il predominio dell’intelligenza artificiale potrebbe causare il declino dell’economia dei consumi, con conseguenze disastrose per l’occupazione. L’analisi ha dato un nuovo colpo alla fiducia delle aziende che potrebbero essere sostituite dal rapido espandersi dell’Ai. La risposta politica è sempre in ritardo rispetto alla realtà economica, ma la mancanza di un piano globale sulla Ai rischia ora di accelerare una spirale deflazionistica, afferma il rapporto di Citrini. Intanto le borse vanno in sofferenza anche per effetto di queste profezie. L’osservazione da cui parte l’analisi di Pignataro è che mentre la rivoluzione della Ai si muove a velocità digitale, mimando il linguaggio delle aziende che la usano sino a diventare “migliore” e più produttiva di loro, finendo per fagocitarle e sostituirle, l’economia segue invece una velocità industriale. Tra le due velocità c’è una differenza di diversi ordini di grandezza. L’economia reale, teme Pignataro, rischia di non avere il tempo per adattarsi alla rivoluzione della Ai. Il rischio quindi è che la Ai spazzi via settore dopo settore, prendendone il posto, in tutti i campi economici che la utilizzano, ogni professione intellettuale, dalla produzione di software alle materie tecniche a quelle umanistiche. Ma le ricadute saranno ben più vaste perché il crollo di questi settori potrebbe privare di ricavi le loro attività ancillari (servizi, trasporti, immobiliare eccetera) e la riduzione del reddito di decine di milioni di professionisti e colletti bianchi finirebbe per svuotare di valore intere industrie e aree geografiche, a partire dalle città basate sulla finanza. Il problema, sottolinea Pignataro, è che cercare di fermare la Ai o non adottarla significa per molte aziende essere costrette a uscire dal mercato. Ma più aziende basate sul sapere adottano la Ai, più questa impara sino a poterle di fatto sostituire. Cosa che inizia ad avvenire: come ha rilevato il Financial Times, negli Usa l’aumento di produttività legato alla AI sta portando a un taglio delle assunzioni di nuovi lavoratori. Secondo il finanziere i mercati però non dovrebbero farsi prendere dal panico, ma piuttosto preoccuparsi di cosa accadrà quando le istituzioni scopriranno di aver insegnato all’intelligenza artificiale “a giocare senza di loro”. Pignataro dice che il futuro può anche non finire come nel romanzo di Vonnegut, ma che questo rischio comunque esiste. Il rapporto di Citrini invece ipotizza uno scenario al 2028 in cui negli Usa la disoccupazione salirà al 10,2%, innescata dai licenziamenti causati dall’adozione dell’Ai che sbaraglierà rapidamente le società che producono software e le applicazioni di consegna della Gig economy. Questa ipotetica recessione, aggravata dai default sui mutui dei lavoratori rimasti senza salari e dai default sui prestiti del private equity, potrebbe provocare un’onda d’urto nei sistemi finanziari, facendo crollare le azioni statunitensi, bloccando i mercati del credito e l’economia in generale. “Le capacità dell’intelligenza artificiale sono migliorate, le aziende hanno avuto bisogno di meno lavoratori, i licenziamenti dei colletti bianchi sono aumentati… si tratta di un circolo vizioso negativo senza un freno naturale”, ha scritto Alap Shah, autore del rapporto Citrini. Simili preoccupazioni di ampio respiro questo mese sono circolate tra gli investitori anche su alcuni blog tra i quali quello di Matt Shumer, Ceo e co-fondatore dell’azienda di intelligenza artificiale Otherside Ai. La portata del potere dirompente dell’intelligenza artificiale che per Shumer potrebbe essere “molto più grande” della crisi del Covid del 2020. Lo studio di Citrini, spiega Reuters, tocca una corda sensibile nei mercati, preoccupati dal potenziale impatto negativo dell’intelligenza artificiale. Gli investitori hanno venduto le azioni delle aziende di software e di quelle dei settori vulnerabili all’automazione. “L’intelligenza artificiale è reale… la divergenza è reale e la svendita (delle azioni delle imprese di software) è comprensibile, poiché l’intelligenza artificiale le costringerà a portare a zero la codifica del software”, ha affermato Christopher Forbes, responsabile per l’Asia e il Medio Oriente di Cmc Markets. “Chi è nella catena di fornitura ne trarrà vantaggio: chip, data center, energia permanente”. Nei giorni scorsi, dopo la diffusione della notizia che alcuni prodotti Ai sono già in grado di produrre software, migliorarlo da sé e gestire i flussi di molte aziende alle quali invece i programmi informatici sono venduti dalle aziende del settore Software as a Service (SaaS), le società quotate a Wall Street hanno perso 2mila miliardi di dollari di capitalizzazione di Borsa. L’indice azionario statunitense del software è così sceso del 24% da inizio anno e di oltre il 30% dai massimi di ottobre scorso. Sebbene i mercati azionari globali rimangano vicini ai massimi storici, queste vendite segnalano una massiccia rotazione di molte aziende esposte all’intelligenza artificiale verso titoli difensivi o verso zone redditizie della catena di fornitura. Per converso, le azioni dei giganti asiatici che producono i chip utilizzati dai datacenter di Ai sono saliti alle stelle. Da ottobre il titolo Tsmc è cresciuto del 30%, quello di Samsung Electronics è addirittura raddoppiato. Domani è attesa la trimestrale di Nvidia che potrebbe determinare una nuova spinta al trend rialzista del settore. Dopo l’analisi di Citrini l’impatto sui titoli quotati è stato immediato. Ieri a Wall Street il report della casa Usa, insieme al lancio di un nuovo prodotto da parte di Anthropic, hanno messo di nuovo a soqquadro i settori considerati perdenti nella corsa all’applicazione dell’intelligenza artificiale. L’indice S&P500 ha perso l’1,1% e il peggior settore è stato quello della finanza, -3,3%. Le principali banche degli Stati Uniti hanno lasciato sul terreno tra il 4% e il 5%. Stamane il contraccolpo si è spostato sui titoli dei servizi software indiani i quali, in linea con la svendita del settore tecnologico statunitense, sono crollati trascinando al ribasso del 4,7% l’indice settoriale Nse Nifty IT della Borsa di Mumbai, che ha toccato i minimi da agosto 2023. Le azioni di Tata Consultancy Services, Infosys e Wipro sono scese di circa il 3-4% ciascuna. Le aziende indiane di servizi IT sono emerse come il volto del “mercato della paura dell’IA” in Asia, nonostante le aziende della regione si siano rafforzate grazie all’ottimismo riguardo all’espansione dell’hardware. L’indicatore del settore è crollato del 21% a febbraio, avviandosi verso il suo peggior mese dal 2003 e cancellando capitalizzazione per oltre 54 miliardi di dollari. L'articolo L’Intelligenza artificiale ora fa paura: a Wall Street e Mumbai crollano le azioni del software proviene da Il Fatto Quotidiano.
Software
Intelligenza Artificiale
Economia
Borsa
Il suo nuovo farmaco anti obesità di Novo Nordisk è meno efficace di quello di Eli Lilly: il titolo crolla in borsa
La sfida nel settore farmaceutico si gioca sempre di più sul terreno dei prodotti antiobesità. Questa, perlomeno, è la battaglia più seguita dagli investitori. Ed è bastato un dato parzialmente deludente del nuovo farmaco di Novo Nordisk per far crollare in Borsa il titolo della multinazionale danese, che lunedì a Copenaghen ha lasciato sul terreno il 16,5%. I soggetti trattati con una dose standard di Cagrisema, la nuova terapia sperimentale antiobesità di Novo Nordisk, hanno infatti ottenuto una perdita di peso del 20,2% dopo 84 settimane, rispetto al 23,6% del principio attivo tirzepatide di Eli Lilly, la concorrente statunitense. A inizio mese il titolo Novo Nordisk, che nel giugno 2024 aveva raggiunto massimi sopra le mille corone, era già scivolato pesantemente sull’annuncio di ricavi visti in calo per quest’anno tra il 5% e il 13%. I tempi del boom per il gruppo danese, che produce quasi la metà dell’insulina mondiale, sembrano lontani. Mentre la società Usa corre a Wall Street. Novo Nordisk è stata la pioniera nel mercato dei farmaci anti obesità, quelli nati dagli anti diabetici che portano anche a forti riduzioni del peso corporeo, ma Lilly l’ha superata su diversi fronti. Le loro fortune divergenti si incrociano con la battaglia di Donald Trump per ridurre i prezzi dei medicinali negli Stati Uniti, portando Novo Nordisk e Lilly a siglare accordi con l’amministrazione americana per tagliare il costo dei loro prodotti più popolari. Secondo gli analisti citati da Bloomberg, Cagrisema è considerato un elemento chiave della strategia di Novo Nordisk per continuare a competere, mentre emergono nuovi farmaci dimagranti e scadono i brevetti per gli attuali campione d’incassi. Questi risultati potrebbero limitare il potenziale di vendita del nuovo farmaco in un momento in cui l’azienda ha urgente bisogno di una spinta dopo che in luglio ha estromesso l’amministratore delegato Lars Fruergaard Jorgensen promuovendo l’ex responsabile delle operazioni internazionali Mike Doustdar. Con dimissioni in serie di un gran numero di componenti del consiglio di amministrazione. L'articolo Il suo nuovo farmaco anti obesità di Novo Nordisk è meno efficace di quello di Eli Lilly: il titolo crolla in borsa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Economia
Borsa
Stellantis, Moody’s e S&P tagliano il rating dopo le svalutazioni record annunciate venerdì
Stellantis becca una doppia bocciatura dalle agenzie di rating dopo le svalutazioni record annunciate venerdì che sono costate 22 miliardi di euro e un tonfo in Borsa al gruppo franco-italiano guidato dalla famiglia Agnelli-Exor. Una nuova strategia sull’elettrico con oneri per 22,2 miliardi di euro nel 2025, una perdita tra i 19 e i 21 miliardi di euro nel secondo semestre dell’anno, accompagnata dallo stop ai dividendi nel 2026 e dall’emissione di 5 miliardi di bond ibridi perpetui non convertibili: questi gli annunci arrivati venerdì dai vertici del gruppo che non sono piaciuti a Moody’s e Standard&Poor’s. Moody’s ha bocciato Stellantis, facendo scendere il rating da Baa2 a Baa3 con outlook stabile. S&P ha invece tagliato il rating da BBB a BBB- con outlook negativo. Le motivazioni dietro il downgrade del rating sono state spiegate da S&P con una nota: “L’outlook negativo riflette il rischio che la forte concorrenza, l’aumento della quota di veicoli elettrici a batteria in Europa, che riducono i margini, e una ripresa dei volumi più lenta del previsto o costi più elevati in Nord America possano impedire a Stellantis di raggiungere un margine di Ebitda rettificato intorno al 7% e un rapporto Free Operating Cash Flow/vendite ben superiore all’1% entro la fine del 2027″. Dello stesso avviso, anche se più ottimista, Moody’s: “La scelta è stata determinata dalla pubblicazione dei risultati preliminari dell’azienda per il 2025, che indicano una significativa revisione al ribasso della redditività e del flusso di cassa per il 2025 e oltre, contrariamente alle nostre aspettative”, spiega l’agenzia. L’azione riflette “l’aspettativa che l’azienda continuerà a generare un flusso di cassa libero negativo, secondo gli standard di Moody’s, nel 2026 e che il recupero dei margini richiederà più tempo del previsto. Inoltre, permane l’incertezza sulla traiettoria di recupero dei margini EBIT rettificati da Moody’s, anche nel contesto di una profonda revisione strategica che la società sta attualmente effettuando”. In conclusione Moody’s, “date le prospettive incerte relative ai tempi e all’entità del ritorno a una generazione di FCF positiva e al miglioramento della redditività, il rating Baa3 di Stellantis è attualmente in una posizione debole”. L’agenzia di rating, però, tiene a specificare che “questi sviluppi negativi e l’incertezza circa l’entità dei miglioramenti operativi sono in qualche misura mitigati dal fatto che la società non distribuirà dividendi nel 2026 e dalla sua intenzione di emettere fino a 5,0 miliardi di euro di titoli ibridi, che contribuiranno a rafforzare il profilo di liquidità ancora solido della società. Il profilo di liquidità di Stellantis sostiene l’outlook stabile del rating, che tuttavia si basa sull’aspettativa che la società torni a livelli di redditività positivi entro la fine del 2026, sostenuta dal lancio di nuovi modelli e dal proseguimento dei miglioramenti della struttura dei costi”. Le modifiche al rating di Stellantis arrivano dopo il crollo storico di venerdì 6 febbraio, con un -25% che ha scosso il mercato, e il timido tentativo di recupero di lunedì 9. Stellantis è riuscita a centrare un primo rimbalzo nella giornata di martedì 10: il titolo è arrivato a guadagnare oltre il 6% a Piazza Affari, risalendo sopra quota 6,5 euro, mentre le agenzie di rating continuano a monitorare e ad aggiornare le proprie valutazioni alla luce delle indicazioni fornite dal gruppo guidato da Antonio Filosa. L'articolo Stellantis, Moody’s e S&P tagliano il rating dopo le svalutazioni record annunciate venerdì proviene da Il Fatto Quotidiano.
Economia
Stellantis
Borsa
Moody’s
Bitcoin in caduta libera: a ottobre valeva 125mila dollari, oggi è sotto i 70mila
Era dal novembre del 2024 che il Bitcoin non scendeva sotto i 70mila dollari. E’ successo giovedì, quando la regina delle criptovalute si è ulteriormente distanziata dal picco senza precedenti di oltre 125mila dollari toccato a ottobre 2025. Stando alle ultime quotazioni, si assesta poco sopra quota 67mila dollari. La performance negativa ha riguardato anche Ethereum, Binance, Dogecoin e Cardano. L’immagine del Bitcoin e delle altre valute virtuali sponsorizzate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump si sta sgretolando di fronte al crescente desiderio di sicurezza e solidità degli investitori. Dopo la corsa registrata la scorsa estate, la criptovaluta per eccellenza ha progressivamente perso terreno. Intorno alle monete virtuali sembra essersi diffuso un clima di delusione e anche un certo snobismo, soprattutto da parte degli investitori istituzionali. Bitcoin &c non sono infatti riuscite a rispondere agli sviluppi del mercato legati alle spesso imprevedibili mosse di Trump. Ne è esempio evidente il rapporto con il dollaro: la moneta americana si è indebolita per gran parte di gennaio, perché gli investitori sono diventati sempre più diffidenti nei confronti dei rischi politici posti dall’amministrazione Usa, ma l’andamento al ribasso della valuta americana, che in passato avrebbe automaticamente sostenuto il valore delle cripto, non ha invece inciso sul sentiment dei mercati nei confronti degli asset virtuali. La contrapposizione con il dollaro si è fatta però sentire quando il biglietto verde si è improvvisamente apprezzato dopo la nomina di Kevin Warsh alla Federal Reserve, spingendo il valore delle coin digitali sempre più in basso. Allo stesso tempo, il Bitcoin non ha offerto alcuna risposta significativa durante il rally dell’oro verso massimi storici e non ha attratto afflussi di fronte alla brusca inversione di tendenza dei metalli preziosi registrata venerdì scorso. La narrativa dell’oro digitale è “svanita”, ha scritto sul Financial Times Pramol Dhawan, amministratore delegato di Pimco. E il calo dei prezzi dimostra che “non c’è alcuna rivoluzione monetaria”. Il Bitcoin ha raggiunto livelli record mentre gli investitori applaudivano le mosse pro-criptovalute di Trump, tra cui la nomina di enti regolatori favorevoli, l’interruzione delle azioni coercitive contro le società di cripto e l’approvazione di regole storiche sulle stablecoin. Ma da allora molto è cambiato. Le minacce tariffarie, le pretese statunitensi sulla Groenlandia e le tensioni geopolitiche con Iran e Venezuela hanno spinto gli investitori a correre verso i beni rifugio che garantiscono maggiore sicurezza, ovvero oro e argento. Ed anche i trader hanno iniziato a trattare le criptovalute come un asset più rischioso. “Il Bitcoin è associato all’amministrazione”, ha detto un investitore al FT, sottolineando che la moneta sta “pagando il prezzo dell’associazione con il partito repubblicano”. L'articolo Bitcoin in caduta libera: a ottobre valeva 125mila dollari, oggi è sotto i 70mila proviene da Il Fatto Quotidiano.
Donald Trump
Economia
Bitcoin
Borsa
Investimenti
Netflix modifica l’offerta per l’acquisizione di Warner Bros Discovery: ora è tutta in contanti
L’accordo di acquisizione della Warner Bros Discovery da parte di Netflix sembra più vicino. Mentre l’offerta di Paramount sembra avere meno chance. La piattaforma di streaming globale ha annunciato che la transazione sarà interamente in contanti. “L’accordo rivisto semplifica la struttura della transazione, offre maggiore certezza di valore per gli azionisti di Wbd e accelera il percorso verso il voto degli azionisti di Wbd”, spiega una nota. Il consiglio di amministrazione ha infatti approvato la scelta all’unanimità: l’offerta vale 27,75 dollari per ogni azione Warner. L’amministratore delegato David Zaslav ha dichiarato che questa mossa avvicina l’unione delle due società. Il co-amministratore delegato di Netflix, Ted Sarandos, ha ricordato che “il consiglio di amministrazione di Warner continua a sostenere e a raccomandare la nostra transazione”. Secondo l’accordo originale, risalente allo scorso 5 dicembre, gli azionisti di Wbd avrebbero ricevuto 23,25 dollari in contanti e altri 4,50 dollari in azioni ordinarie di Netflix, per un valore dell’offerta di 82,7 miliardi di dollari (79,4 miliardi di euro). Lunedì scorso, Paramount Skydance aveva presentato una causa contro Warner Bros per forzare l’azienda a scoprire i dettagli dell’offerta presentata da Netflix, dopo che il Cda di Hbo Max ha ripetutamente considerato superiore la proposta di fusione avanzata dalla piattaforma di streaming. In questo senso, la settimana scorsa, la dirigenza di Wbd ha deciso di respingere “all’unanimità” l’offerta di Psky, modificata il 22 dicembre per includere una garanzia personale irrevocabile di Larry Ellison, cofondatore di Oracle e padre di David Ellison. Il presidente del consiglio di Wbd e proprietario di Hbo Max, Samuel di Piazza, ha affermato che la proposta della Paramount era “insufficiente”. Il presidente degli Usa Donald Trump si era detto preoccupato dell’eccessiva quota di mercato che verrebbe conquistata nel settore dello streaming in seguito all’accordo. La vicenda continua a far discutere, dopo che la piattaforma ha annunciato la volontà di “ripetere la trama tre o quattro” all’interno dei film e l’ambizione di lasciarli in sala per 45 giorni. L'articolo Netflix modifica l’offerta per l’acquisizione di Warner Bros Discovery: ora è tutta in contanti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Economia
Netflix
Borsa
Warner Bros
Nel 2025 è cresciuto il numero dei miliardari in Italia. Ora sono 79: il più ricco resta Ferrero, poi Pignataro e Devasini
La fine dell’anno si avvicina ed è tempo di tirare le somme, anche quelle a dieci cifre: nel 2025 è cresciuto il numero dei miliardari in Italia, che adesso sono 79 – cinque in più rispetto all’ultimo rilevamento di aprile. A stilare la lista è Forbes, che mette in classifica i nomi delle persone con i loro patrimoni, aggiornati alla chiusura delle borse di venerdì 12 dicembre. Il totale ammonta a ben 357,2 miliardi di dollari. L’oro se lo aggiudica Giovanni Ferrero, che difende e mantiene solido il primo posto con il suo patrimonio di 41,3 miliardi di dollari: quest’anno è stato particolarmente fruttuoso per il suo gruppo societario, che ha registrato un nuovo record di fatturato di 18,4 miliardi , anche grazie all’acquisto di Kellogg per 3,1 miliardi. Andrea Pignataro con il suo colosso tecnologico Ion si guadagna la medaglia d’argento con un patrimonio di 36,9 miliardi. Il bronzo invece spetta al patrimonio di 22,4 miliardi di Giancarlo Devasini grazie a Tether, la criptovaluta che ultimamente ha fatto parlare di sé per la proposta d’acquisto alla Juventus degli Elkann. Al quarto posto sale Francesco Gaetano Caltagirone con i suoi 9,8 miliardi, dopo la scalata di Mps a Mediobanca. L’imprenditrice Massimiliana Landini Aleotti, invece, è la donna più alta in classifica con 8,1 miliardi: vedova di Alberto Aleotti, è proprietaria e presidente del gruppo farmaceutico Menarini. Qual è la provenienza delle new entry? Nella maggior parte dei casi sono gli eredi del patrimonio del defunto Giorgio Armani, che secondo le stime oscilla tra 11 e 13 miliardi di euro. Si tratta di Pantaleo Dell’Orco, suo braccio destro e partner, la sorella Rosanna; i nipoti Silvana Armani, Roberta Armani e Andrea Camerana. Restando sul tema delle grosse eredità, nella top 10 rientrano anche gli otto eredi di Leonardo Del Vecchio, fondatore di EssilorLuxottica: i figli Claudio, Marisa, Paola, Leonardo Maria, Luca e Clemente; la vedova Nicoletta Zampillo e Rocco Basilico, figlio del precedente matrimonio tra Zampillo e il banchiere Paolo Basilico. Nel frattempo, come ha appena certificato il World Inequality Report, in tutto il mondo cresce la concentrazione della ricchezza e aumentano le disuguaglianze sociali. Una situazione destinata a peggiorare senza interventi per rafforzare la progressività fiscale e la redistribuzione della ricchezza. L'articolo Nel 2025 è cresciuto il numero dei miliardari in Italia. Ora sono 79: il più ricco resta Ferrero, poi Pignataro e Devasini proviene da Il Fatto Quotidiano.
Economia
Disuguaglianze
Armani
Borsa
Leonardo Del Vecchio
Meta annuncia un accordo per usare i chip di Google e Nvidia crolla in Borsa
Nonostante l’ottimo bilancio trimestrale presentato nei giorni scorsi, le azioni di Nvidia, uno dei principali produttori mondiali di chip di alta gamma il cui valore di Borsa per la prima volta nella storia aveva superato i 5mila miliardi di dollari, stanno crollando di oltre il 6,5% a Wall Street. A spingere i ribassi è la notizia che Meta sta valutando l’utilizzo dei chip di Google per lo sviluppo dei suoi progetti di intelligenza artificiale. Un dato che dimostra quale sia il livello della pressione competitiva al quale Nvidia è sottoposta e quali siano le dimensioni della battaglia per rifornire i datacenter degli hyperscaler nei loro giganteschi progetti Ai. Nei conti dei tre mesi terminati al 30 settembre scorso, Nvidia ha registrato profitti per 31,9 miliardi di dollari con un aumento del 65% su base annua, mentre il fatturato ha raggiunto i 57 miliardi di dollari, superando le aspettative di Wall Street. L’azienda ha annunciato di prevedere una crescita ancora più forte per il prossimo trimestre, trainata dalla robusta domanda di chip e di piattaforme per il business dell’intelligenza artificiale. Negli ultimi nove mesi la società ha versato agli azionisti 37 miliardi di dollari sotto forma di riacquisto di azioni e dividendi e ha annunciato diverse partnership strategiche. Tra queste ci sono i programmi di implementazione per almeno 10 gigawatt di sistemi per l’infrastruttura AI di nuova generazione di partner come OpenAI, oltre a partnership con Google Cloud, Microsoft, Oracle e xAI per realizzare progetti di intelligenza artificiale su larga scala. Ad esempio Anthropic sta ora aumentando la sua piattaforma con l’infrastruttura di Nvidia, le cui nuove collaborazioni includono Intel, Arm, Nokia e Palantir Technologies. Sul fronte industriale, il produttore di chip ha poi annunciato il suo investimento nel mercato dell’intelligenza artificiale nel Regno Unito, con 2 miliardi di sterline stanziati per nuove infrastrutture con partner come CoreWeave e Nscale. Nvidia continua a essere leader nell’hardware AI con la sua piattaforma Gpu Blackwell Ultra e attraverso diverse collaborazioni su misura per il supercomputing Ai, tra cui il progetto del dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti e architetture rack-scale ampliate. Di recente Nvidia ha presentato al pubblico le sue nuove Gpu GeForce Rtx serie 50 basate sull’architettura Blackwell, che offrono significativi progressi in termini di prestazioni ed efficienza energetica sia per i mercati desktop che per quelli laptop, ha lanciato il processore BlueField-4 per data center di intelligenza artificiale, nuove soluzioni di networking e la sua piattaforma Omniverse Dsx per la gestione di datacenter di intelligenza artificiale su scala gigawatt. Tuttavia questi progetti non sono bastati a sostenere il titolo. Nelle ultime ore infatti Meta ha annunciato di essere in trattativa con Google per investire miliardi di dollari sui chip di Alphabet da utilizzare nei suoi data center a partire dal 2027. La mossa renderebbe Google un serio rivale del gigante dei semiconduttori Nvidia. I colloqui prevedono anche che Meta noleggi chip da Google Cloud già a partire dal prossimo anno e rientrano in un più ampio sforzo di Google per convincere i clienti ad adottare nei propri datacenter le sue unità di elaborazione Tpu utilizzate per i carichi di lavoro dell’intelligenza artificiale. Questa mossa segnerebbe un allontanamento dall’attuale strategia di Google di utilizzare le Tpu solo nei propri data center e potrebbe espandere notevolmente il mercato dei suoi chip, mettendo l’azienda in diretta competizione per le centinaia di miliardi spesi in processori per data center per alimentare i servizi di intelligenza artificiale. Secondo alcune analisi, Google Cloud ipotizza che questa strategia potrebbe aiutarla a catturare fino al 10% del fatturato annuale di Nvidia, una fetta del valore di miliardi di dollari. Dopo la diffusione di queste notizie, le azioni di Alphabet sono salite di oltre il 4% nelle contrattazioni pre-mercato, proiettandola la società verso il record storico della sua valutazione di Borsa di 4 mila miliardi di dollari. Anche le azioni di Broadcom, l’azienda che aiuta Google a realizzare i suoi chip Ai, hanno guadagnato il 2%. I titoli di Nvidia invece sono in calo di oltre il 6,5%. E la battaglia per il controllo del mercato Ai continua. L'articolo Meta annuncia un accordo per usare i chip di Google e Nvidia crolla in Borsa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Intelligenza Artificiale
Economia
Borsa
Microchip