Un giudice dell’immigrazione negli Stati Uniti ha respinto la richiesta di asilo
presentata dalla famiglia di Liam Conejo Ramos, il bambino di 5 anni che lo
scorso gennaio era stato fotografato con un cappellino da coniglio e uno zaino
di Spider‑Man mentre veniva fermato insieme al padre durante un’operazione di
polizia federale a Minneapolis. La decisione comporta l’ordine di rimpatrio
della famiglia in Ecuador, il Paese di origine.
La famiglia, composta oltre che da Liam dal padre, Adrian Conejo Arias, dalla
madre, Erika Ramos, incinta, e da un fratello di 13 anni, si trova ora in una
fase interlocutoria: i legali hanno presentato ricorso contro la sentenza e la
procedura di appello consente alla famiglia di restare negli Stati Uniti in
attesa dell’esito. Liam e suo padre erano stati arrestati il 20 gennaio a
Columbia Heights, sobborgo di Minneapolis, durante un’operazione di contrasto
all’immigrazione irregolare condotta dal Servizio per l’immigrazione e le dogane
(ICE). Dopo un periodo di detenzione in un centro in Texas, un altro giudice
aveva successivamente ordinato il rilascio.
La decisione più recente del giudice di migrazione ha concluso che la richiesta
di asilo non soddisfaceva i criteri richiesti dalla legge statunitense,
ordinando il rimpatrio. Secondo la normativa americana, per ottenere protezione
come rifugiato è necessario dimostrare un fondato timore di persecuzione nel
proprio Paese su base di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un
particolare gruppo sociale o opinione politica. L’avvocato della famiglia ha
definito la decisione “dolorosa” e ha sottolineato che nel corso dell’udienza i
richiedenti non avrebbero avuto piena opportunità di presentare le proprie prove
a sostegno del caso, contestando le modalità con cui la richiesta è stata
liquidata.
Il caso aveva già suscitato ampia attenzione mediatica nel gennaio scorso,
quando l’immagine del bambino scatenò un dibattito nazionale sulle politiche
migratorie statunitensi e sul trattamento dei minori nelle procedure di
detenzione dell’ICE, diventando simbolo delle critiche all’operato dell’agenzia.
La comunità scolastica di Columbia Heights, dove Liam è iscritto, ha espresso
solidarietà e sostegno alla famiglia, definendo “straziante” la nuova sentenza e
promettendo di continuare a fare pressione affinché possa essere ribaltata in
appello. L’esito dell’appello potrebbe richiedere mesi e nel frattempo la
famiglia resta negli Stati Uniti in attesa di un giudizio d’appello che valuti
nuovamente il merito della loro richiesta di protezione internazionale.
L'articolo Giudice Usa nega asilo alla famiglia di Liam, il bambino con il
cappellino da coniglio. I legali hanno presentato ricorso proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Arrestato a Caltanisetta un 41enne pakistano su cui pendeva un mandato
internazionale da parte dell’Ufficio Interpol di Islamabad. L’accusa nei suoi
confronti sarebbe di traffico di esseri umani. L’arresto è finalizzato
all’estradizione. L’organizzazione di cui fa parte sarebbe collegata a un
naufragio di un’imbarcazione al largo di Zawiya, in Libia. Sulla barca
viaggiavano 73 passeggeri, di cui 63 cittadini pakistani: nel naufragio i
sopravvissuti sarebbero stati solo 33.
I carabinieri di Caltanissetta, in raccordo con il Servizio per la cooperazione
internazionale di polizia, hanno dato esecuzione ad un arresto provvisorio
finalizzato all’estradizione di un cittadino pakistano, indagato dall’Autorità
giudiziaria pakistana per traffico di esseri umani. Sull’uomo pendeva un
provvedimento di custodia cautelare emesso nel dicembre 2025 dal Giudice
speciale dell’immigrazione di Peshawar (Pakistan). L’arresto è stato convalidato
dalla Corte d’appello di Caltanissetta, su richiesta della locale Procura
generale.
L’Interpol, a seguito dell’estensione delle ricerche in ambio internazionale,
aveva inserito una red notice a suo carico, già nel gennaio scorso. I
carabinieri della compagnia di Caltanissetta e del Ros hanno localizzato il
ricercato in un’abitazione del centro storico della città siciliana, dove è
stato individuato. Le successive indagini e l’analisi del provvedimento
cautelare hanno portato alla luce un traffico di migranti che, partiti dal
Pakistan, venivano condotti in Libia per poi permettergli attraverso la rotta
del Mediterraneo centrale di entrare illegalmente in Europa, previo pagamento di
somme di denaro, tra gli 11.000 e i 12.000 euro a persona, da destinare
all’organizzazione criminale, di cui il 41enne ricercato faceva parte.
L'articolo Trafficante di esseri umani arrestato a Caltanisetta: la sua
organizzazione responsabile di 63 morti in mare proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Michele Agagliate
L’Europa pesa oggi poco più del 7% della popolazione mondiale. L’Africa supera
il miliardo e mezzo di abitanti e registra ogni anno un saldo naturale superiore
ai 35 milioni di persone. È uno squilibrio strutturale tra un continente giovane
e uno che invecchia rapidamente.
In Italia l’età media continua ad aumentare, le nascite diminuiscono e sempre
più comparti produttivi lamentano una cronica mancanza di lavoratori. È in
questo scenario che si inserisce il dibattito sull’immigrazione: un confronto
che da anni rimbalza tra allarmismi continui e slogan rassicuranti, ma che
raramente entra davvero nel merito della questione economica.
Non si tratta di fingere che i flussi non esistano, né di agitarli come un
pericolo permanente. La questione vera è un’altra: capire quale modello
economico li renda non un’eccezione, ma un ingranaggio strutturale del sistema
produttivo.
L’Africa non è un continente “povero” in senso naturale. È ricchissima di
risorse strategiche. Eppure, nel corso degli ultimi decenni, ogni tentativo di
costruire modelli di sviluppo realmente autonomi si è scontrato con equilibri
internazionali complessi. Figure come Thomas Sankara o, in altro contesto,
Muammar Gheddafi hanno rappresentato — con tutte le differenze del caso —
tentativi di affrancamento politico ed economico che si sono conclusi in colpi
di Stato o conflitti armati maturati dentro scenari geopolitici dove gli
interessi esterni hanno avuto un peso rilevante.
Il risultato storico è sotto gli occhi di tutti: esportazione di materie prime,
dipendenza finanziaria, trasformazione limitata delle risorse sul territorio. In
questo quadro le migrazioni sono solo una diretta conseguenza.
Tornando all’Italia, il paradosso è evidente. Il nostro è un sistema che in
molti comparti compete comprimendo il costo del lavoro: agricoltura intensiva,
logistica, edilizia, servizi a bassa qualificazione. In queste filiere la
presenza di manodopera straniera, spesso in condizioni contrattuali fragili o
irregolari, è un fattore di equilibrio del sistema.
Un governo che si definisce sovranista e promette difesa dei confini continua ad
approvare quote di ingresso significative e opera dentro un impianto economico
liberista che non mette realmente in discussione il dumping salariale. La
retorica è identitaria; la struttura resta di mercato.
L’immigrazione irregolare non riguarda soltanto la sicurezza e l’ordine
pubblico, ma è anche il risultato di un sistema economico che trova conveniente
una forza lavoro ricattabile e fragile. Finché il nostro modello produttivo
continuerà a reggersi su salari compressi e flessibilità spinta, la richiesta di
manodopera a basso costo non svanirà con una legge.
La demografia fotografa dinamiche di lungo periodo, l’economia invece orienta
gli incentivi nel presente. Se non si mette mano a quest’ultima, la prima
continuerà a essere evocata come giustificazione retorica, buona per il
dibattito ma inutile per cambiare davvero le cose.
Un sovranismo che non mette in discussione il liberismo resta una posizione di
facciata. Se non si interviene sulle logiche di mercato e sulla struttura dei
salari, le dinamiche economiche continueranno a produrre gli stessi effetti, al
di là delle dichiarazioni politiche.
L'articolo L’immigrazione è strutturale per la nostra economia: paradosso
evidente con un governo sovranista proviene da Il Fatto Quotidiano.
“No a una Svizzera da 10 milioni”. Intese come persone. Il partito Svp-Udc, che
ha sempre ottenuti risultati di vertice nelle elezioni dal 1999 in poi – ha
depositato 114.600 firme alla Cancelleria federale di Berna, raccolte in circa
nove mesi: la proposta di legge intende limitare la popolazione del Paese a 10
milioni. Secondo il testo dell’iniziativa, alla Costituzione federale verrà
aggiunto un nuovo articolo sullo “sviluppo demografico sostenibile” per cui il
numero dei residenti in modo permanente non dovrà superare i dieci milioni di
persone entro il 2050. Se per quella data si arrivasse a 9 milioni e mezzo, il
Consiglio federale e il Parlamento sarebbero tenuti ad adottare misure di
contenimento sui permessi temporanei di soggiorno.
La Svizzera voterà il 10 giugno per dire sì o no all’iniziativa. I sostenitori e
gli stessi dirigenti di partito la promuovono come un antidoto a ai “problemi
causati dall’immigrazione”. Un sondaggio, condotto lo scorso dicembre, segnala
che il 48% degli elettori sostiene l’iniziativa dell’Udc. Chi invece è allarmato
guarda già ai problemi conseguenti di uno sbarramento agli ingressi che
metterebbe a repentaglio accordi chiave con l’Unione europea avrebbe ricadute
sull’economia.
Negli ultimi dieci anni la popolazione svizzera è cresciuta circa cinque volte
più velocemente della media degli stati membri dell’Ue; secondo i dati del
governo, circa il 27% dei residenti non ha la cittadinanza. E su questo punta
l’Udc: gli affitti sono alle stelle, i servizi pubblici tanto decantati in
Svizzera iniziano a scricchiolare. Secondo il presidente del partito, Marcel
Dettling, nei cantoni arrivano “troppi stranieri, e quelli sbagliati”. C’è anche
un aspetto che riguarda la tutela dell’ambiente e la qualità della vita che
invece sarebbero messi in pericolo da un numero eccessivo di residenti.
Non è la prima volta che il partito propone un cambiamento radicale: nel 2006
avanzò la proposta di espellere in modo automatico gli immigrati giudicati
colpevoli, anche di reati minori. Durante la campagna, l’Udc Svp fece stampare
grandi manifesti da attaccare nelle strade, che mostravano una pecora bianca che
restava nel confine e una nera che veniva cacciata. La scritta che accompagnava
questi poster recitava: “Finalmente rendete le cose più sicure! Dite sì
all’espulsione degli stranieri criminali!”. Nel 2020 il partito chiese di porre
fine alla libera circolazione con i Paesi dell’Unione europea. In entrambi i
casi l’Udc non ha avuto successo.
Anche stavolta la strada per gli ultra conservatori potrebbe essere in salita,
perchè contro il sì al referendum si schierano le multinazionali come Roche, UBS
e Nestlé; per le grandi industrie l’Udc mette a rischio gli accordi bilaterali
con l’Unione europea, tra cui quello sull’accesso al mercato unico, raggiunto
l’anno scorso. Molte aziende riconoscono di dipendere dai lavoratori provenienti
dall’Unione, senza i quali sarebbero costrette a trasferirsi all’estero.
L'articolo Gli ultra conservatori propongono un tetto alla popolazione: “No a
una Svizzera da 10 milioni”. Si vota a giugno proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le autorità si sono finora rifiutate di diffondere i nomi e hanno fornito poche
informazioni riguardo all’incidente, ma i due agenti che hanno ucciso a sangue
freddo Alex Pretti in strada a Minneapolis sono stati identificati. Secondo il
sito di giornalismo investigativo americano ProPublica si tratta “dell’agente
della Border Patrol Jesus Ochoa“, 43 anni, “e l’ufficiale della Customs and
Border Protection (CBP) Raymundo Gutierrez“, di 45 anni.
Ochoa è un agente della Border Patrol entrato a far parte della CBP nel 2018.
Gutierrez è entrato a far parte della CBP nel 2014 e lavora per l’Ufficio
Operazioni sul Campo. È assegnato a una squadra di intervento speciale, che
conduce operazioni ad alto rischio simili a quelle delle unità SWAT della
polizia. I registri mostrano che entrambi gli uomini provengono dal Sud del
Texas.
Entrambi erano stati assegnati a “Metro Surge“, un’operazione di controllo
dell’immigrazione lanciata a dicembre che ha inviato decine di agenti armati e
mascherati in diverse la città. Le retate sono state caratterizzate da scene di
violenza, contro immigrati e cittadini statunitensi, da parte di agenti
autorizzati a nascondere la propria identità con maschere, “una pratica quasi
inaudita nelle forze dell’ordine”, sottolinea ProPublica.
Ochoa che, riporta ProPublica, si fa chiamare “Jesse” si è laureato in giustizia
penale presso l’Università del Texas-Pan American, secondo quanto racconta la
sua ex moglie, Angelica Ochoa. Residente da tempo nella Rio Grande Valley, Ochoa
sognava da anni di lavorare per la Border Patrol e finalmente è riuscito a
trovare un impiego lì, ha raccontato la donna. Quando la coppia si è separata
nel 2021, lui era diventato un appassionato di armi e possiede circa 25 tra
fucili, pistole e fucili da caccia.
Martedì scorso, riferisceh ancora ProPublica, l’agenzia ha inviato un report ad
alcuni membri del Congresso, riconoscendo che due agenti hanno sparato con
pistole Glock durante la colluttazione in cui è morto Pretti, ma senza indicare
i loro nomi. L’agente della CBP “ha tentato di spostare la donna e Pretti fuori
dalla carreggiata. La donna e Pretti non si sono mossi”, si legge. “Il personale
della CBP ha tentato di prendere in custodia Pretti. Pretti ha opposto
resistenza ai tentativi del personale della CBP e ne è seguita una
colluttazione”. Secondo il report, un agente ha poi urlato più volte “Ha una
pistola!” e altri due hanno “scaricato” le loro pistole Glock. In alcuni video
ampiamente condivisi online, Pretti è raffigurato mentre tiene in mano solo un
telefono.
Dopo l’incidente funzionari statali e federali hanno riferito che Pretti era
armato con una pistola legalmente detenuta. Alcuni video realizzati da passanti
sembrano mostrare un agente federale che estrae la pistola di Pretti dal suo
fianco prima che venissero sparati i primi colpi. Le maschere degli agenti e il
caos della colluttazione rendono difficile distinguere chi faccia effettivamente
cosa.
L'articolo Minneapolis, ProPublica: “Identificati i due agenti che hanno ucciso
Alex Pretti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Via lo “sceriffo” Greg Bovino, ecco lo “zar” Tom Homan, che veste un pochino i
panni di Mr.Wolf, il personaggio che nel film Pulp Fiction “risolve problemi”.
Si presenta a Minneapolis il nuovo responsabile dell’operazione anti
immigrazione in Minnesota, incontrando la stampa: “Sono qui per trovare
soluzioni. Il presidente Trump vuole che si aggiustino le cose, e io le
aggiusterò”. Homan annuncia di aver indicato alle autorità federali un piano di
“riduzione” delle forze dell’Ice nello Stato, ma, nello stesso tempo, conferma
che non ci sarà un passo indietro nelle attività dedicate all’immigrazione
illegale.
“Non voglio sentire dire che tutto ciò che è stato fatto qui è stato perfetto –
ha detto Homan – niente è perfetto e tutto può essere migliorato. Quello su cui
lavoriamo adesso è rendere questa operazione più sicura, più efficiente e più
conforme alle regole. Nessuna agenzia è perfetta e il presidente Trump e io,
insieme ad altri membri dell’amministrazione, abbiamo riconosciuto che alcuni
miglioramenti potrebbero e dovrebbero essere apportati”.
Un monito Homan lo lancia a quegli agenti dell’Ice dalla pistola facile e dalla
violenza immotivata, dunque gli ufficiali federali che non agiranno con
professionalità saranno “trattati come qualsiasi altro appartenente a una
agenzia federale. Abbiamo degli standard di condotta”. Poi Homan tende la mano
al reparto: “Questi uomini e queste donne, che portano quel distintivo e quella
pistola, sono patrioti americani. Si mettono in gioco per questa nazione ogni
giorno. Che Dio benedica ognuno di loro”.
Al momento, il Dipartimento della sicurezza interna (Dhs) ha confermato che i
due agenti coinvolti nell’omicidio di Alex Pretti sono stati sospesi e messi in
congedo amministrativo “secondo il protocollo standard”. L’obiettivo di Homan
rimane quello iniziale: rimuovere gli immigrati che “costituiscono una minaccia
per la sicurezza pubblica e nazionale”.
Tra le nuove disposizioni indicate dal funzionario, quella di evitare
l’interazione tra agenti e “agitatori” in modo da puntare l’attenzione solo su
immigrati con condanne, o che abbiano pendenze penali. Homan ha chiarito il suo
punto di vista sulle manifestazioni anti-Ice: “Sostengo il vostro diritto di
protestare. Chiedo solo che lo facciate in modo pacifico. Ma minacciare le forze
dell’ordine, ostacolarle, impedire il loro operato e aggredirle non è mai
accettabile e non ci sarà alcuna tolleranza. Chi interferisce, ostacola o
aggredisce un agente dell’Ice verrà arrestato”. Il responsabile delle frontiere
della Casa Bianca, ha dichiarato che “la retorica ostile, le minacce pericolose
e l’odio” contro gli agenti addetti all’immigrazione “devono cessare”. Ed
ancora: “Ho implorato in Tv durante gli ultimi due mesi che questa retorica
finisse. A marzo ho detto che se non si fosse fermata, ci sarebbe stato uno
spargimento di sangue, e così è stato. Vorrei non aver avuto ragione”.
Homan ha affermato di aver discusso con i responsabili delle forze dell’ordine
di Minneapolis la necessità di garantire la sicurezza degli agenti federali, in
modo da ridurre il loro numero sul territorio: “I capi con cui ho parlato si
sono impegnati a rispondere alle chiamate al 911 quando i manifestanti diventano
violenti, gli agenti si trovano in situazioni pericolose e si verificano
aggressioni. Le forze di polizia si sono impegnate a garantire la sicurezza
pubblica; non si occuperanno di far rispettare le leggi sull’immigrazione, ma di
mantenere la tranquillità”.
La riduzione dei 3.000 agenti Ice potrà avvenire – sostiene Homan – in base alla
disponibilità da parte delle autorità locali di accettare le richieste dello
Stato di aprire i propri penitenziari ai federali: “Più agenti nelle prigioni
significa meno agenti per le strade. Questa collaborazione basata sul buon senso
ci permetterà di ritirare il numero delle persone che abbiamo qui”.
Dunque, Homan parla di un accordo di collaborazione con le forze statali su
questi punti: 1) La sicurezza della comunità è la priorità. 2) La legittimità
dell’azione dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice). 3) Gli arrestati per
motivi di sicurezza pubblica “potrebbero essere” trasferiti in custodia all’Ice.
4) Lavorare insieme per identificare coloro che rappresentano una minaccia per
la sicurezza pubblica, e rimuoverli. Se questo riporterà la serenità a
Minneapolis, lo si vedrà nei prossimi giorni.
L'articolo Minneapolis, Homan prospetta una riduzione di agenti dell’Ice, ma
l’operazione anti-immigrati illegali prosegue: “Sono qui per aggiustare le cose”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gregory Bovino “non è stato sollevato dal suo incarico”, ha precisato su X la
portavoce del Dipartimento della Sicurezza interna, Tricia McLaughlin. Ma la
decisione è presa: il comandante della Border Patrol, sotto accusa per le
violenze commesse nelle ultime settimane a Minneapolis dai suoi uomini, dovrebbe
lasciare oggi la città insieme ad una parte dei suoi agenti. Ora nel Minnesota è
atteso Tom Homan, l’uomo scelto da Donald Trump per gestire le operazioni di
rimpatrio degli immigrati che nelle ultime tre settimane hanno causato la morte
di due cittadini statunitensi.
Sessantaquattro anni, Homan è tornato al centro della scena politica Usa come
“border czar”, zar delle frontiere, dell’amministrazione Trump, incaricato di
sovrintendere alla più ampia offensiva sull’immigrazione irregolare annunciata
dal presidente, al quale riferirà direttamente sull’andamento delle operazioni.
Con oltre quarant’anni di esperienza nell’enforcement migratorio, Homan inizia
la sua carriera nel 1984 come agente della Border Patrol, per poi entrare nel
2003 nella Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia nata dopo gli
attentati dell’11 settembre 2001 per contrastare il terrorismo. Con Barack Obama
alla Casa Bianca guida l’ufficio Enforcement and Removal Operations (ERO) di
ICE, responsabile dell’individuazione e dell’espulsione delle persone con ordini
di deportazione definitivi. In quegli anni, pur mantenendo un profilo pubblico
relativamente basso, diventa una figura centrale nelle politiche di rimpatrio:
nel 2013, sotto il suo coordinamento, gli Stati Uniti raggiungono il picco
storico di 432 mila deportazioni in un solo anno.
Associato alle politiche che portarono alla separazione delle famiglie migranti,
Homan riceve nel 2015 un Presidential Rank Award dall’amministrazione Obama per
l’efficacia della sua azione. Nel gennaio 2017, durante la sua festa di
pensionamento, viene convinto dall’allora designato segretario alla Sicurezza
interna John Kelly a restare in servizio. Accetta dopo un breve periodo di
riflessione e diventa uno dei volti più riconoscibili della prima
amministrazione Trump, attraversando quattro anni di scontri politici e
polemiche sull’immigrazione. Nonostante la linea dura, le deportazioni sotto
Trump non superano mai le 350 mila annue.
Riconfermato come figura chiave nella nuova fase trumpiana, Homan è considerato
un dirigente che combina allineamento ideologico e competenza operativa. Ha
sempre descritto l’immigrazione irregolare in termini netti, sostenendo che chi
si trova negli Stati Uniti senza status legale debba aspettarsi l’applicazione
della legge, indipendentemente dalla presenza di legami familiari o dalla durata
della permanenza nel Paese. “Se sei qui illegalmente, dovresti essere
preoccupato”, ha detto in passato, paragonando l’immigrazione irregolare a
qualsiasi altra violazione della legge.
Pur difendendo l’obiettivo di una repressione estesa, Homan ha più volte
respinto l’idea di raid indiscriminati o campi di detenzione di massa,
definendoli irrealistici. “La gente mi chiede continuamente perché abbiamo
espulso una persona che era qui da 12 anni e aveva due figli cittadini
statunitensi. Io rispondo: perché ha avuto il suo giusto processo”, ha detto
all’Associated Press. “La gente pensa che io mi diverta a farlo – ha aggiunto -.
Sono un padre. Mi dispiace per la situazione di queste persone, ma ho un lavoro
da fare”. In diverse interviste televisive ha sostenuto che la priorità debba
essere data alle minacce alla sicurezza pubblica e nazionale, promettendo che le
operazioni verranno condotte in modo “umano”. Alla domanda su come evitare la
separazione delle famiglie, ha risposto che “le famiglie possono essere
deportate insieme”.
Homan è stato coinvolto anche in una controversia giudiziaria nel 2024, quando
l’FBI ha avviato un’indagine per presunta corruzione dopo che aveva accettato 50
mila dollari da agenti sotto copertura che si fingevano imprenditori.
L’inchiesta è stata successivamente archiviata dal Dipartimento di Giustizia nel
secondo mandato Trump, e la Casa Bianca ha parlato di un tentativo di
“incastrare” uno dei principali alleati del presidente.
L'articolo Tom Homan, l’uomo delle deportazioni record: 432mila in un solo anno.
Chi è lo “zar delle frontiere” inviato da Trump a Minneapolis proviene da Il
Fatto Quotidiano.
La prossima infornata è prevista per la fine dell’estate 2026. Le domande per
diventare “Ufficiale addetto alle Deportazioni” dovranno essere presentate tra
il 1° agosto e il 30 settembre. Il Department of Homeland Security continua a
cercare agenti ERO – Enforcement Removal Operations: sono gli uomini dell’ICE,
l’Agenzia federale anti-immigrazione, che hanno ucciso Renee Nicole Good il 7
gennaio e di Alex Pretti il 24 gennaio in strada a Minneapolis. Basta non aver
compiuto 40 anni, superare un test antidroga, un altro di idoneità fisica,
seguire un periodo addestramento e per uno stipendio che va dai 51.632 agli
84.277 dollari all’anno si potrà, tra le altre cose, “assistere nell’arresto di
individui accusati di aver violato le leggi sull’immigrazione” e “avviare
procedimenti penali e civili ed espellere migranti in paesi stranieri”.
I rastrellamenti sono aumentati da quando Donald Trump è tornato alla Casa
Bianca, il 20 gennaio 2025. In campagna elettorale il tycoon ha promesso di
espellere un milione di immigrati illegali all’anno e per farlo serve riempire
l’ICE di agenti, sia nel reparto ERO – gli operativi che vanno in strada a
effettuare gli arresti – sia nella Homeland Security Investigations (HSI),
responsabile delle indagini contro le organizzazioni criminali e terroristiche.
Un anno dopo, il 3 gennaio 2026, l’Agenzia ha annunciato di aver assunto “oltre
12.000 funzionari e agenti in meno di un anno” grazie a una “campagna di
reclutamento senza precedenti”. Di fatto da quando a luglio il Congresso ha
approvato il One Big Beautiful Bill Act, che ha stanziato 8 miliardi di dollari
per le assunzioni, l’ICE ha “ricevuto oltre 220.000 domande di adesione da parte
di patrioti americani” e “abbiamo più che raddoppiato il numero di agenti e
funzionari, passando da 10.000 a 22.000“. “Si tratta di un aumento del 120%
della nostra forza lavoro. E questo in soli quattro mesi”, ha dichiarato la Vice
Segretaria Tricia McLaughlin. Come hanno fatto? Grazie ai fondi, certo. Ma anche
dimezzando i tempi dell’addestramento: se fino al 2025 i candidati dovevano
frequentare un corso di lingua spagnola di cinque settimane e un “programma di
formazione di base per le forze dell’ordine in materia di immigrazione ERO di 16
settimane“, oggi bastano “circa 50 giorni“, come riporta l’ultimo bando
dell’Agenzia.
L’amministrazione ha fretta. A maggio dello scorso anno Stephen Miller, vice
capo di gabinetto della Casa Bianca, ha chiesto all’Agenzia di portare da 1.000
a 3.000 gli arresti giornalieri di immigrati. I risultati ristagnano ancora
molto al di sotto delle aspettative e l’amministrazione punta a migliorarli. A
metà gennaio il Dipartimento ha ammesso che a ottobre, nel pieno della
maxi-campagna di assunzioni, circa 200 reclute senza adeguata formazione sono
state inviate negli uffici territoriali per un errore del programma di AI che
aveva selezionato i loro curriculum. Nello stesso periodo, ha rivelato Nbc News,
l’ICE ha iniziato ad addestrare gente che non aveva superato i test di ingresso:
i funzionari del Federal Law Enforcement Training Center di Glynco, in Georgia,
hanno scoperto che uno era accusato di rapina a mano armata e violenza
domestica, altri non avevano presentato le impronte digitali per la verifica dei
precedenti. “La stragrande maggioranza dei nuovi assunti hanno già frequentato
con successo un’accademia di polizia – spiegò all’emittente McLaughlin -. Si
prevede che questa popolazione rappresenterà oltre l’85% delle nuove assunzioni
(…)” che “seguono una procedura semplificata, ma rimangono soggette a requisiti
medici, di idoneità e di background”.
Corsie preferenziali per i membri delle forze dell’ordine, quindi, ma non solo:
procedure semplificate sono previste anche per i veterani, soldati tornati a
casa dalle varie guerre che gli Usa hanno condotto il giro per il mondo, che
secondo la stessa agenzia sono “un terzo della forza lavoro dell’ICE” (dato
aggiornato al 1° gennaio 2026). Tutto va bene, pur di aumentare il numero di
agenti in strada. A partire dalle campagne di comunicazione rivolte all’estrema
destra.
Il Southern Poverty Law Centre, no-profit che monitora la galassia del
suprematismo bianco, ha pubblicato uno studio in cui analizza i post che
sponsorizzano il reclutamento sui social. L’11 agosto 2025 il Department of
Homeland Security ha pubblicato su X un’immagine dello Zio Sam a un bivio
sormontata dalla scritta “Da che parte scegli di andare, uomo americano?” che ha
totalizzato 5,8 milioni di visualizzazioni. Il post riecheggia un meme popolare
tra gli influencer di destra – “Quale strada, uomo occidentale?” – che è anche
il titolo di un saggio antisemita pubblicato da una casa editrice neonazista nel
1978, in cui l’autore William Gayley Simpson sostiene la deportazione di tutti i
neri e gli ebrei. Il 9 gennaio, poche ore dopo l’uccisione di Renee Good, lo
stesso DHS ha pubblicato un annuncio per la campagna di reclutamento con la
scritta “Riavremo la nostra casa“. Su Instagram il post è apparso per la prima
volta con una clip di una canzone omonima dei Pine Tree Riots: secondo
un’analisi di Open Measures, società di ricerca specializzata nell’analisi
dell’estremismo online, dal 2020 il brano viene diffuso su Telegram quasi
esclusivamente da account collegati all’ultradestra.
L'articolo Addestramento da 112 a 50 giorni, corsie preferenziali per i
veterani, campagne di reclutamento rivolte all’estrema destra: così l’ICE di
Trump assume i suoi agenti proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Minneapolis cresce la tensione dopo l’uccisione dell’attivista Renee Good da
parte di un agente dell’ICE. Secondo il Washington Post, i funzionari del
distretto scolastico pubblico di Columbia Heitghs hanno accusato gli agenti
dell’anti-immigrazione dell’arresto di 4 minori, studenti delle scuole del
distretto, tra cui due bambini. In particolare, il caso di Liam Conejo Ramos è
diventato virale.
Liam, 5 anni, sarebbe stato utilizzato come “esca” per far arrestare il padre e
le sue foto, diffuse sui social insieme a un agente sono diventate virali. Liam
indossa un berretto blu da coniglio (Conejo è il suo soprannome) e ha alle
spalle lo zaino di Spiderman, in un’altra foto in mano all’ICE. La CBS ha
riportato le dichiarazioni dei funzionari del distretto scolastico, che hanno
dichiarato: “Martedì sono stati rapiti due minori, tra cui un ragazzo di 17 anni
mentre andava a scuola. Fatto scendere dall’auto e portato via”. Poi nel
pomeriggio è toccato a Liam, “mentre si trovava sul vialetto di casa, rapito
insieme al padre“. Il ragazzino sarebbe appena rientrato dall’asilo quando è
stato avvicinato dagli agenti che lo avrebbero “usato come esca per bussare alla
porta e chiedere di entrare, permettendo agli agenti di controllare se ci fosse
qualcun altro in casa”.
“Non potete mica dirmi che questo bambino verrà classificato come un criminale
violento”, ha detto la sovrintendente Zena Stenvik. Due settimane fa, scrive
l’emittente, una bambina di 10 anni è stata avvicinata mentre andava a scuola
con la madre. La bimba ha chiamato il padre per dirgli che gli agenti dell’ICE
la stavano accompagnando a scuola, e quando il genitore si è recato
nell’istituto le due “erano già state rapite“. Secondo quanto affermato da
professori e funzionari, i bambini sarebbero in un centro di detenzione in
Texas. Hanno anche reso noto che la famiglia Ramos avrebbe una regolare
richiesta d’asilo senza alcun ordine di espulsione.
La scuola chiede attenzione, in quanto “questo sta accadendo a studenti in tutto
lo stato del Minnesota”. Non è l’unico istituto ad aver denunciato. Molte scuole
dello stato raccontano di esperienze simili.
Mercoledì, verso la fine della giornata scolastica a St. Louis Park, i genitori
hanno dichiarato di aver assistito a un’operazione delle forze dell’ordine
proprio di fronte alla scuola elementare Aquila, che ha poi modificato le
procedure di ritiro “in risposta all’attività dell’ICE negli appartamenti
circostanti”. Alcuni studenti delle scuole di Minneapolis avrebbero ricevuto la
possibilità di seguire le lezioni online, mentre il sindaco di St. Louis Park
Nadia Mohamed ha detto: “Ciò che sta accadendo nelle nostre comunità sta
peggiorando sempre di più di giorno in giorno”. Le scuole pubbliche della zona
di Robbinsdale hanno inviato un messaggio alle famiglie avvisando che: “Gli
agenti dell’ICE hanno fermato un genitore alla fermata dell’autobus”.
Sono solo alcune segnalazioni fornite dai dipendenti scolastici, che continuano
a denunciare la presenza dell’ICE fuori dagli istituti. Un padre della zona,
intervistato dalla CBS, si è detto preoccupato e ha affermato: “Questo diventerà
parte della loro storia, della loro infanzia. È una cosa assurda“.
* La foto è stata diffusa ai media dalla Columbia Heighs School
L'articolo “Quattro minori arrestati dall’ICE in Minnesota, anche un bimbo di 5
anni”: la denuncia del distretto scolastico proviene da Il Fatto Quotidiano.
“L’Ice a volte fa degli errori. A volte sono troppo duri, ma hanno a che fare
con gente difficile”, ha detto Donald Trump riguardo alle tattiche dell’agenzia
federale anti immigrazione, l’Ice, durante la conferenza stampa alla Casa
Bianca, a un anno dall’inizio del secondo mandato. “Mi sono sentito malissimo”
per l’uccisione di quella “giovane donna”, ha poi detto il presidente in
riferimento alla morte di Renee Good, avvenuta la mattina del 7 gennaio a
Minneapolis per mano di un agente dell’Ice. “E’ una tragedia. E’ una cosa
orribile”, ha aggiunto, riferendo di avere poi scoperto che i genitori della
Good, “in particolare il padre, sono dei fan di Trump”.
Tuttavia, la conferenza è iniziata proprio mostrando decine di foto segnaletiche
di immigrati arrestati dall’Ice in Minnesota: “Assassini, stupratori,
spacciatori di droga…”. Per lunghi minuti il presidente si è intrattenuto
sull’argomento, ripetendo le consuete critiche alla politica sull’immigrazione
della precedente amministrazione. “Volete vivere con loro? La maggior parte di
loro sono assassini internazionali”. “Arrivano senza soldi, non hanno mai avuto
soldi, non hanno neanche un Paese, non hanno neanche una cosa che assomigli a un
Paese e arrivano qui e diventano ricchi”, ha aggiunto parlando degli immigrati
di origine somala.
Trump si era già scagliato contro i dimostranti che domenica hanno partecipato
in una chiesa di St Paul alla protesta contro le operazioni dell’Immigration and
Customs Enforcement nelle Twin Cities. “Ho appena visto il video del raid nella
chiesa in Minnesota da parte di agitatori e insurrezionisti, queste persone sono
professionisti, sono addestrati a urlare, sbraitare e delirare”. “Sono
sobillatori che devono essere gettati in prigione o fuori dal Paese”, ha
concluso Trump, riferendosi al fatto che il vice ministro della Giustizia, Todd
Blanche, suo ex avvocato personale, ha annunciato che i partecipanti alla
protesta saranno indagati da Fbi e dipartimento per la Sicurezza Interna.
L'articolo Donald Trump sulla morte di Renee Good: “Orribile, mi sono sentito
malissimo: l’Ice a volte fa degli errori”. proviene da Il Fatto Quotidiano.