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“Avevo intenzione di intervistare Diogo Jota, ma è morto, accidenti”: bufera sul direttore di El Heraldo Deportes
“Avevo intenzione di intervistare Diogo Jota, ma è morto, accidenti!”. Ha indignato tutto il mondo del calcio la battuta macabra scritta su X da Edgar Valero, giornalista messicano e direttore dello sport del Heraldo Media Group in Messico. E pensare che il post in teoria doveva servire a scusarsi per un errore inquietante apparso in un suo articolo sull’amichevole tra Messico e Portogallo prevista per il prossimo 29 marzo. Nell’articolo in questione, uscito su El Heraldo Deportes di lunedì 9 marzo, Valero aveva scritto: “Martínez sfrutterà l’assenza di Ronaldo per testare Gonçalo Ramos e valutare il ritorno di Diogo Jota“. L’ex attaccante del Liverpool e della nazionale portoghese, come tutti sanno, è purtroppo deceduto a luglio 2025 in un terribile incidente stradale in cui è morto anche il fratello. L’errore è gravissimo, imperdonabile. Infatti in breve tempo ha scatenato le critiche di tutti gli appassionati in Messico, Portogallo e Inghilterra. Valero però ha reagito con una risposta scomposta, in cui oltre alla già citata battuta macabra ha anche scritto: “Vabbè… la prossima volta mi assicurerò che il tizio in questione sia ancora vivo“. Una leggerezza e una superficialità imperdonabili, che ovviamente hanno provocato una nuova ondata di critiche. A quel punto, il giornalista messicano ha provato a rimediare con un lungo post in cui ha tentato di giustificare il suo errore: “Okay, spieghiamo chiaramente cosa è successo. È un grave errore, lo ammetto. Mi sono reso conto a malapena di quello che avevo scritto. E tra l’altro, so, naturalmente, che Jota è purtroppo scomparso. Mentre scrivevo l’articolo, ho pensato a Rafael Leao“, ha scritto. La sua spiegazione però è quasi incomprensibile: “Ma mi è venuto in mente il nome di Jota e, rileggendo l’articolo, mi sono accorto del mio errore. L’ho corretto, ma alcuni maniaci del computer hanno salvato la versione che avevo inviato circa 25 minuti prima. Riconosco il mio errore e mi scuso con chiunque si sia sentito offeso. Non c’è molto altro da aggiungere”. Sì, invece: Diogo Jota non meritava questo trattamento. L'articolo “Avevo intenzione di intervistare Diogo Jota, ma è morto, accidenti”: bufera sul direttore di El Heraldo Deportes proviene da Il Fatto Quotidiano.
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El Mencho è morto, il narcotraffico no: per il Messico si tratta di una sfida soprattutto politica e sociale
La morte di Nemesio Oseguera Cervantes, “El Mencho”, segna una svolta nella guerra contro il narcotraffico in Messico, ma non è affatto detto che rappresenti una vittoria tout court. Le forze di sicurezza messicane lo hanno abbattuto domenica al termine di un’operazione costruita sull’intelligence statunitense, in un contesto di pressione crescente da parte dell’amministrazione Trump. Immediatamente Guadalajara, terza città del Paese e cuore simbolico del potere del Cartello Jalisco Nueva Generación (CJNG), è precipitata nel caos. Uomini armati hanno incendiato negozi, attaccato banche, bloccato strade e paralizzato intere aree urbane e turistiche. La violenza si è estesa rapidamente ad altri Stati, in una dimostrazione di forza che aveva un obiettivo preciso: riaffermare il controllo territoriale e comunicare che l’organizzazione non è crollata con la caduta del suo leader. Il bilancio è stato pesante con almeno 25 membri della Guardia Nacional, un agente penitenziario e un ufficiale della Fiscalía General del Estado uccisi negli scontri, insieme a circa trenta presunti membri del cartello, secondo quanto dichiarato dal segretario alla Sicurezza e Protezione Cittadina, Omar García Harfuch. Ed è qui che emerge la prima grande domanda. La morte di El Mencho distruggerà davvero l’organizzazione che lui stesso ha costruito e trasformato in una delle reti criminali più potenti del pianeta? Il CJNG non è un cartello tradizionale bensì una struttura flessibile, capace di adattarsi, che traffica cocaina, metanfetamine, fentanil e altre droghe verso gli Stati Uniti, ma anche verso Europa e Asia, integrandosi nelle dinamiche della globalizzazione criminale. Sotto la guida di Oseguera, nato il 17 luglio 1966 in un contesto rurale nello stato di Michoacán, con una giovinezza segnata dall’emigrazione negli Stati Uniti e da precedenti penali, l’organizzazione ha sviluppato una strategia aggressiva di espansione territoriale e diversificazione economica, combinando narcotraffico, estorsione, controllo delle comunità e penetrazione nelle economie legali. Il Cartello Jalisco Nueva Generación è emerso sulla scena nazionale in un contesto di forte conflitto interno tra gruppi criminali, consolidandosi tra il 2007 e il 2011. La sua affermazione è stata segnata da un’escalation di violenza, tra cui l’uccisione di diversi membri del Cartello di Sinaloa, che ha sancito l’inizio di una rivalità destinata a ridefinire gli equilibri del narcotraffico messicano. Nel corso degli ultimi anni il CJNG si è imposto come una delle organizzazioni più dinamiche e brutali, capace di espandersi rapidamente in numerosi Stati non solo con la violenza, ma con la capacità di costruire reti politiche, finanziarie e istituzionali. Reti che hanno permesso a El Mencho di sfuggire sistematicamente alle operazioni di cattura, non solo per abilità personale, ma per l’esistenza di connivenze, infiltrazioni e protezioni che giornalisti d’inchiesta e magistrati hanno documentato nel tempo. In Messico, fare informazione su questi temi significa lavorare in uno dei contesti più pericolosi al mondo e molti reporter hanno pagato con la vita il tentativo di rivelare le relazioni tra narcotraffico, forze di sicurezza e poteri locali: un nodo irrisolto del cosiddetto “Sistema Messico”, un equilibrio instabile tra criminalità organizzata, economia e istituzioni. La seconda grande domanda riguarda la capacità dello Stato di sostenere un conflitto su più fronti. Il governo messicano non combatte soltanto il CJNG, ma è impegnato in una guerra altrettanto sanguinosa contro il Cartello di Sinaloa, storico rivale del gruppo di Jalisco. Questo doppio confronto rischia di frammentare le risorse, aumentare la violenza e destabilizzare intere regioni. Ogni colpo inferto a una organizzazione può rafforzarne un’altra, o generare nuove alleanze e nuove scissioni. La storia recente del Messico mostra che la strategia della “decapitazione” dei leader criminali spesso produce un effetto perverso: maggiore competizione, maggiore brutalità, maggiore instabilità. In questo scenario, il fattore internazionale è determinante e la pressione degli Stati Uniti è stata decisiva nell’accelerare l’operazione contro Oseguera. L’amministrazione Trump ha autorizzato un salto di qualità nelle strategie antidroga, aprendo alla possibilità di operazioni militari Usa dirette contro i cartelli e rafforzando la cooperazione di intelligence. Questo ha segnato una nuova fase nella securitizzazione della politica regionale e ha sollevato interrogativi sulla sovranità messicana. Per la presidente Claudia Sheinbaum, critica verso Trump, la questione sicurezza ha anche una dimensione simbolica e politica. Il Messico ospiterà infatti, insieme a Stati Uniti e Canada, i Mondiali del 2026, perciò garantire stabilità, sicurezza e controllo territoriale è diventato un obiettivo strategico non solo per l’immagine internazionale del Paese, ma anche per attrarre investimenti e rafforzare la legittimità dello Stato. La morte di El Mencho invia un segnale verso Washington, verso i mercati, verso la Fifa, ma il rischio è che resti un gesto spettacolare se non sarà accompagnato da riforme profonde delle istituzioni, della giustizia e delle politiche sociali. Il narcotraffico contemporaneo non è un nemico che si abbatte a colpi di pistola, perché la vera sfida non è solo militare, ma politica e sociale. Rompere i legami tra criminalità, economia e istituzioni, costruire alternative nei territori, rafforzare lo Stato di diritto. E così mentre il CJNG dimostra di poter reagire e riorganizzarsi, la terza domanda, quella più importante, resta sospesa: il punto non è se il CJNG sopravviverà alla morte del suo leader, ma se il Messico riuscirà a sopravvivere al narcotraffico. L'articolo El Mencho è morto, il narcotraffico no: per il Messico si tratta di una sfida soprattutto politica e sociale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Messico nel caos dopo l’uccisione del capo dei narcos: più del 70% delle armi nelle mani del cartello di Jalisco proviene dagli Usa
“Siamo tutta gente del signor Mencho“, rivendicano i combattenti del Cartel de Jalisco “Nueva generación”, disposti in fila, in un video diffuso pochi minuti dopo l’eliminazione del loro capo, Nemesio Oseguera Cervantes, ucciso dall’esercito messicano in collaborazione con gli Usa. I combattenti di Cjng hanno il volto coperto. Indossano tenute militari, con giubbotti antiproiettile. Imbracciano fucili di alto calibro, di quelli che si vedono in teatri di guerra. Sono un esercito vero e proprio, pronto all’assalto, con una fila chilometrica di vetture blindate. Le località di Jalisco, Michoacán e dintorni non erano preparate per la loro avanzata: quasi trenta morti, secondo le stime ufficiali, strade bloccate e coprifuoco in diverse zone del Paese. “Ciò che abbiamo visto oggi è solo una dimostrazione delle modalità con cui operano e dove possono fare più danni”, dice ad Afp David Mora, esperto del Centro studi Crisis Group in riferimento agli episodi del 22 febbraio a Jalisco e dintorni. È stata una prova di forza, quella del Cartel, eseguita con armi e munizioni prevalentemente targate Usa, con quantità residuali trafficate dai Balcani e da altre zone del mondo. Sono almeno 15 milioni di armi da fuoco che circolano in Messico e quasi tutte provengono dagli Stati Uniti, secondo le rilevazioni dell’Istituto di alti studi internazionali della Svizzera e altri enti. Il 75% di quelle armi proviene dal territorio federale. come si evince dai dati dell’Aft – Bureau of alcohol, tobacco, firearms and explosives del Dipartimento di Stato Usa. Altre fonti sostengono che il flusso Usa raggiunga persino il 90% sul totale. Il picco di ingressi, riporta Diario Red, era stato raggiunto durante il governo conservatore di Felipe Calderón (2006-2012), con una media di 730mila armi che ogni anno entravano in Messico. Fonti ufficiali assicurano che l’ingresso di armi nel Paese è diminuito a 240mila unità ogni anno, ma Pablo Arrocha Olabuenaga, consulente giuridico presso il ministero messicano degli Esteri parla di un “un fiume di ferro che ogni anno pompa mezzo milione di armi, o più”, nel Paese. Le conseguenze sono devastanti: quasi mezzo milione di vittime (486mila) dal 2006, cioè negli ultimi venti anni. “Non tutte le armi che attraversano il confine rientrano nel giro di contrabbando e traffico illegale”, spiega l’analista Mitchel A. Sobieski, che sottolinea l’esistenza di “zone grigie nell’ordinamento giuridico degli Usa, che permettono l’acquisto di armi” da parte di “privati o prestanomi” che eludono i controlli dell’Aft, che appare “sottodimensionata” di fronte al fenomeno. La maggior parte della merce proviene da piccole armerie indipendenti. Una volta acquistata, la traccia svanisce a metà cammino e la stragrande maggioranza passa attraverso l’Arizona e il Texas. Di recente il New York Times ha denunciato che i cartelli utilizzano munizioni di origine statunitense contro le Forze dell’ordine messicane. Armi Calibro.50 sono state ritrovate in diverse località, tra cui Villa Unión, con iniziali “L.C.”, che riportano alla Lake City Army Ammunition Plant, situata nei pressi di Kansas City, tra i principali fornitori del governo messicano. “Stiamo facendo una verifica e ne parleremo con il governo degli Stati Uniti. Occorre capire perché queste armi, che sono a uso esclusivo dell’esercito Usa entrano in Messico”, ha detto la presidente Claudia Sheinbaum, lo scorso 9 febbraio, interpellata dai media locali sul fenomeno. La leader umanista ha aggiunto che, per la prima volta, Washington riconosce la necessità di “controllare il traffico delle armi che giungono in Messico“. A sua volta il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, riconosceva l’urgenza di “fermare il flusso di armi” che va dagli Stati Uniti al Messico, sottolineando che il problema si espande anche nei Caraibi, colpendo Paesi come Haiti e Trinidad & Tobago. Un primo passo è stato compiuto in passato, il 29 settembre 2025, con la sottoscrizione dell’accordo bilaterale “Firewall“. L’accordo, che prevede “ispezioni congiunte” Usa-Messico e “scambio di informazioni in tempo reale”. Al momento l’accordo ha portato al sequestro di circa 4.359 armi e circa 650mila munizioni dirette verso il Messico nel 2025. Appena il 3% (circa) sul totale. Del resto il cammino è ancora lungo e talvolta riscontra l’opposizione diretta della lobby delle armi e della stessa Corte suprema degli Stati Uniti che, mesi prima dell’accordo, aveva rigettato una denuncia da 10 miliardi, presentata dal governo messicano contro le armerie Usa. Allora il Messico sosteneva che i fabbricanti Usa sono “consapevoli degli effetti negativi del commercio di armi e munizioni” che arrivano in Messico, ma c’è una legge – Protection of Lawful Commerce in Arms Act, approvata nel 2005 sotto l’amministrazione di George W. Bush – che protegge questi ultimi dalle “responsabilità civili” per “l’utilizzo indebito, criminale o illegale” dei loro prodotti. Il caso tocca un nervo scoperto degli stessi Usa, dove – si legge sul portale dell’organizzazione Giffords – “vent’anni di immunità industriale hanno solo peggiorato l’entità dei reati con armi da fuoco”. 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“C’è una guerra tra narcotrafficanti ed esercito, ci sono incendi di auto e camion”: Benedetta Rossi e il marito bloccati in Messico dopo la morte di El Mencho
“Stamattina c’è stato l’arresto e l’uccisione di un capo di un cartello, c’è una sorta di guerra tra narcotrafficanti e esercito“. Questo è il racconto di Benedetta Rossi, foodblogger e influencer, che insieme al marito Marco Gentili è rimasta bloccata in Messico. Il motivo è legato al caos scoppiato dopo l’uccisione di Menesio Oseguera Cervantes, conosciuto come “El Mencho”, il boss del Cartello di Jalisco Nuova Generazione. La guerra tra bande ha trasformato la vacanza da sogno di Rossi e il marito in un vero e proprio incubo per la sicurezza. La morte del boss, infatti, ha scatenato una rappresaglia da parte dei narcotrafficanti, con diverse aree del paese trasformatesi in campi di battaglia. La violenza per le strade del Messico è stata raccontata su Instagram da Benedetta Rossi e Marco Gentili che, chiusi nella loro stanza d’hotel, hanno rassicurato i followers. L’uomo ha spiegato: “Molti di voi si sono preoccupati perché hanno visto i disordini che ci sono qui in Messico. Stamattina c’è stato l’arresto e l’uccisione di un capo di un cartello, c’è una sorta di guerra tra narcotrafficanti ed esercito”. Gentili ha spiegato che la zona dove alloggiano non è stata luogo di scontri. In base all’itinerario, la coppia dovrebbe dirigersi verso lo Stato Di Quintana Roo, uno dei campi di battaglia della guerra tra narcos e polizia. Marco ha aggiunto: “Ci sono stati incendi di auto e camion. Cerchiamo di tenerci informati con il personale e i numeri di emergenza”. LA SICUREZZA PRIMA DI TUTTO La coppia ha ovviamente dato priorità alla sicurezza. A causa della guerriglia i piani dei due cambieranno e Gentili ha chiarito che non correranno rischi inutili. Il compagno di Rossi ha dichiarato: “Il viaggio è poco importante, l’importante è la sicurezza. A questo punto non possiamo fare molto se non restare informati e cercare di rispettare le indicazioni che danno le autorità”. I due restano in attesa di comunicazioni per capire come spostarsi in maniera sicura. I viaggiatori hanno concluso dicendo che proveranno a rispettare le tappe prefissate, solo se le condizioni lo permetteranno. L'articolo “C’è una guerra tra narcotrafficanti ed esercito, ci sono incendi di auto e camion”: Benedetta Rossi e il marito bloccati in Messico dopo la morte di El Mencho proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scontri, incendi e morti: Messico nel caos a quattro mesi dai Mondiali. Il tema sicurezza è un’incognita
I Mondiali di calcio rischiano di giocarsi in condizioni di sicurezza preoccupanti. Nei mesi scorsi le minacce di Trump sullo spostamento delle partite che si giocheranno in città democratiche, poi i vari fatti di cronaca a Minneapolis, ora il problema si sposta in Messico, dove si svolgeranno diverse partite dei Mondiali in tre città diverse: Città del Messico, Monterrey e Guadalajara. E proprio a Guadalajara – luogo dove si giocheranno quattro match della fase a gironi -, l’uccisione del capo di uno dei più grandi cartelli della droga al mondo, Nemesio Oseguera alias “El Mencho”, ha letteralmente messo in subbuglio la città e non solo. Almeno 26 vittime, tra civili, criminali e uomini della sicurezza, incendi, strade bloccate, scontri tra le forze dell’ordine. Per capire la gravità della situazione: sono state chiuse le scuole e fermati tutti i campionati di calcio, compresa la Serie A. Ucciso all’età di 59 anni, El Mencho era considerato l’ultimo dei principali narcotrafficanti dopo l’arresto dei fondatori del cartello di Sinaloa, Joaquín “El Chapo” Guzmán e Ismael “Mayo” Zambada, detenuti negli Stati Uniti. A capo del potente cartello di Jalisco Nueva Generación (Cjng), era uno dei narcotrafficanti più ricercati da Messico e Stati Uniti, che hanno offerto fino a 15 milioni di dollari per la sua cattura. “El Mencho” è stato ferito durante un’operazione nella città di Tapalpa, nello stato occidentale di Jalisco, ed è morto poco dopo mentre veniva trasportato in aereo a Città del Messico. Da lì il panico: in risposta all’operazione, in 20 stati messicani è stata scatenata un’ondata di violenza. Uomini armati hanno bloccato diverse strade nello stato occidentale di Jalisco con auto e camion in fiamme. Gli Stati Uniti hanno esortato i cittadini di diverse zone del Messico, tra cui città e regioni turistiche come Cancún, Guadalajara e Oaxaca, a “rifugiarsi fino a nuovo avviso”. E si è fermato anche il calcio. La maggior parte delle proteste si stanno svolgendo nello stato di Jalisco, dove appunto si trova la città di Guadalajara, teatro di quattro partite della fase a gironi dei Mondiali del 2026 previsti appunto tra Usa, Messico e Canada: a Zapopan (Guadalajara) si giocherà Messico-Corea del Sud, oltre alla gara d’esordio della formazione coreana. E poi anche Uruguay-Spagna e un match della Colombia contro una qualificata dai playoff. Altre quattro partite si giocheranno a Monterrey e altre cinque – tra cui la gara inaugurale tra Messico e Sudafrica dell’11 giugno – a Città del Messico. Tutti luoghi dove oggi sarebbe impossibile solo pensare di organizzare un evento di tale portata. LA SITUAZIONE NEGLI USA Problema sicurezza che negli Stati Uniti esiste già da diversi mesi. A settembre Trump aveva affermato che le partite della Coppa del Mondo 2026 potrebbero essere spostate in altre sedi. Se infatti la città ospitante designata fosse ritenuta non sicura, il presidente Usa potrebbe decidere di cambiare le sedi dei match. E il riferimento è alle città democratiche, gestite da “estremisti di sinistra”, ha spiegato il tycoon. A ciò si sono aggiunte questioni legate alla sicurezza e alla politica internazionale. La sempre più crescente tensione per la politica estera del presidente Donald Trump, in particolare le sue mire sulla Groenlandia, ha creato malcontenti anche in alcuni paesi europei, che hanno anche minacciato il boicottaggio. Anche se a oggi sembra una possibilità remota. Senza dimenticare la questione Ice. Insomma, il conto alla rovescia verso il più grande evento calcistico a livello internazionale procede, ma il contesto attuale impone prudenza. Tra tensioni, violenze e timori di nuove escalation, la sicurezza è il vero banco di prova per Usa e Messico. L'articolo Scontri, incendi e morti: Messico nel caos a quattro mesi dai Mondiali. Il tema sicurezza è un’incognita proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Messico, almeno 26 morti negli scontri: scuole chiuse e stop campionati di calcio. La presidente Sheinbaum: “State calmi”
Ci sono almeno 26 vittime, tra civili, criminali e uomini della sicurezza, nelle violenze che hanno scosso il Messico dopo l’uccisione del capo di uno dei più grandi cartelli della droga al mondo, Nemesio Oseguera alias “El Mencho”, nelle quali gruppi criminali organizzati hanno incendiato autobus, bloccato strade e si sono scontrati con le forze dell’ordine. Tra le vittime civili figurano una donna al terzo mese di gravidanza e 17 agenti delle forze dell’ordine: quindici membri della Guardia Nazionale, un agente della Procura e una guardia carceraria. Sul fronte criminale si registrano otto decessi. Le forze dell’ordine hanno inoltre arrestato 27 persone: undici per gli episodi di violenza e 14 per i saccheggi ai danni di attività commerciali e istituti di credito. Mentre le autorità cercano di prevenire ulteriori disordini, almeno 8 dei 32 stati messicani hanno sospeso le lezioni in presenza oggi e la magistratura ha autorizzato i giudici a tenere chiusi i tribunali quando lo ritenevano necessario, mentre la presidente Claudia Sheinbaum ha invitato alla calma. “Il Ministero della Difesa Nazionale ha riferito in merito all’operazione condotta questa mattina dalle forze federali, che ha causato diversi posti di blocco e altri incidenti. C’è pieno coordinamento con i governi di tutti gli stati; dobbiamo rimanere informati e mantenere la calma“, ha scritto su X la presidente. Ucciso all’età di 59 anni, El Mencho era considerato l’ultimo dei principali narcotrafficanti dopo l’arresto dei fondatori del cartello di Sinaloa, Joaquín “El Chapo” Guzmán e Ismael “Mayo” Zambada, detenuti negli Stati Uniti. A capo del potente cartello di Jalisco Nueva Generación (Cjng), era uno dei narcotrafficanti più ricercati da Messico e Stati Uniti, che hanno offerto fino a 15 milioni di dollari per la sua cattura. “El Mencho” è stato ferito durante un’operazione nella città di Tapalpa, nello stato occidentale di Jalisco, ed è morto poco dopo mentre veniva trasportato in aereo a Città del Messico. Nell’operazione sono stati uccisi sette criminali e tre soldati sono stati feriti. Due membri del Cjng sono stati arrestati e sono state sequestrate diverse armi, tra cui lanciarazzi in grado di abbattere aerei e distruggere veicoli blindati. “Gli Stati Uniti hanno fornito supporto di intelligence al governo messicano per assistere in un’operazione durante la quale Nemesio ‘El Menchò Oseguera è stato eliminato”, ha scritto su ‘X’ la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt. “‘El Mencho’ era un obiettivo di alta priorità per i governi messicano e statunitense, come uno dei principali trafficanti di fentanyl verso il nostro paese”, ha spiegato. “Lo scorso anno, il presidente Trump ha giustamente designato il cartello Jalisco Nueva Generación come organizzazione terrorista straniera perché è esattamente quello che è” In risposta all’operazione, in 20 stati messicani è stata scatenata un’ondata di violenza. Uomini armati hanno bloccato diverse strade nello stato occidentale di Jalisco con auto e camion in fiamme. Gli Stati Uniti hanno esortato i cittadini di diverse zone del Messico, tra cui città e regioni turistiche come Cancún, Guadalajara e Oaxaca, a “rifugiarsi fino a nuovo avviso”. Le compagnie aeree nordamericane hanno cancellato decine di voli verso diverse città messicane. Il Guatemala ha posto le sue forze di sicurezza in stato di massima allerta e ha rafforzato la sorveglianza del confine. La Federcalcio messicana (Fmf) ha annunciato la sospensione della partita di prima divisione in programma tra il Querétaro e il Juárez nella città di Querétaro. Sospese anche le partite della Liga Premier (seconda divisione) e della Expansion League MX (promozione) nelle città di Guadalajara, Puerto Vallarta y Tampico, così come le partite della lega femminile, tra cui il ‘classico’ tra Guadalajara e América, in programma allo stadio Akron di Zapopan (Guadalajara). L'articolo Messico, almeno 26 morti negli scontri: scuole chiuse e stop campionati di calcio. La presidente Sheinbaum: “State calmi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Messico, ucciso El Mencho, il leader più temuto dei narcos: caos e violenze nel Paese. Il ruolo degli Usa
Il leader della più temuta e violenta organizzazione criminale del Messico, il Cartello Jalisco Nueva Generación (Cjng), è stato ucciso oggi nel corso di un’operazione dell’esercito. Nemesio Oseguera Cervantes – meglio conosciuto come ‘El Mencho‘ – è stato intercettato e ucciso nei pressi della località di Tapalpa, nello stesso stato di Jalisco. Il governatore dello Stato, Pablo Lemus, nel frattempo ha dichiarato “il codice rosso” in tutto il territorio allertando la popolazione a rimanere in casa per il verificarsi di scontri provocati da uomini del cartello. Gli Stati Uniti hanno fornito al Messico l’intelligence necessaria per l’operazione che ha portato all’ucciisone di El Mencho. Lo riportano i media americani. L’uccisione di El Mencho ha provocato un’ondata di violenza nella parte meridionale dello stato di Jalisco, con blocchi stradali e l’incendio di veicoli. Singoli individui hanno incendiato e bloccato le strade con veicoli per ostacolare l’azione delle autorità. Incendi di veicoli si sono verificati anche sull’autostrada federale Jiquilpan-Manzanillo, al confine tra Zapotiltic e Tamazula, così come a Tamazula, nella città di El Veladero. Allo stesso modo, sull’autostrada Acatlán de Juárez-Ciudad Guzmán, un autobus passeggeri è stato incendiato vicino a Sayula. Sulla stessa autostrada, ma nel Comune di Zacoalco de Torres, altri veicoli sono stati incendiati all’uscita per Atemajac de Brizuela. I blocchi stradali e gli incendi di veicoli si sono estesi anche al Michoacán, nei Comuni di Buenavista, Sahuayo e Jiquilpan, dove camion e veicoli sono stati incendiati. A breve l’articolo completo L'articolo Messico, ucciso El Mencho, il leader più temuto dei narcos: caos e violenze nel Paese. Il ruolo degli Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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In Messico la tragedia dei desaparecidos, aumentati del 213% negli ultimi dieci anni. E il 90% dei casi resta impunito
“Lavorare non dovrebbe costarti la vita”: è il grido di indignazione di centinaia di minatori, scesi in piazza nello stato di Sonora, chiedendo “giustizia” per i dieci colleghi desaparecidos da fine gennaio nelle vicinanze di Panuco, località situata nelle catene montuose di Concordia. La Procura generale ha annunciato il ritrovamento di cinque cadaveri: si tratta di Jesús Ramón Inzunza, Juan Carlos Silva, Roberto Espinoza, Miguel Ángel Martínez e Pedro Valenzuela. Erano stati rapiti, uccisi e gettati in fosse clandestine. Lavoravano tutti per la miniera canadese Vizla Silver Corp, nella località di Concordia: zona dilaniata dalla guerra tra le fazioni de “El Mayo” Zambada e “Los Chapitos”, entrambe appartenenti al Cártel de Sinaloa. “Li hanno confusi con membri di una fazione rivale”, ha giustificato il segretario messicano della Sicurezza e protezione cittadina, Omar García Harfuch. Ipotesi smentita da altri minatori della zona: “Siamo stati minacciati dai narcos, ma l’azienda (Vizla Silver Corp, ndr) ha sottovalutato il rischio”, dice uno di loro, che ha chiesto l’anonimato. Quei cinque minatori – Jesús, Juan Carlos e i loro colleghi – non rientrano nel registro degli “omicidi”, ma restano “desaparecidos”, anche se i loro corpi sono stati ritrovati. In Messico si contano 36 omicidi in meno al dì – come rivendica la presidente Claudia Sheinbaum – ma spariscono dalle 35 alle 40 persone nello stesso arco di tempo. “La violenza non sta scomparendo, ma si trasforma; si sposta verso categorie meno visibili o più difficili da documentare”, si legge nel dossier “Violencia en México: una década sin paz, 2015-2025“, pubblicato dall’Ong México Evalúa, che solleva non pochi dubbi sulle “lacune” o “manipolazioni nei registri” per indurre a “una diminuzione artificiale degli omicidi”. Nell’ultimo decennio le vittime di sparizione sono aumentate del 212,9%: nel 2015 erano 4.114 mentre nel 2025 i casi sono saliti a 12.872 persone. Nello specifico, Sinaloa resta l’epicentro delle sparizioni, con quasi 30 “desaparecidos” ogni 100mila abitanti. L’indice aumenta a 49,6 nella municipalità di Mazatlán, nota destinazione turistica, lacerata dai sequestri di persona. Secondo l’esperto in sicurezza David Saucedo il Messico affronta una nuova “amministrazione del conflitto: il governo trucca i numeri mentre i gruppi criminali puntano alla sparizione, anziché all’omicidio diretto, affinché la pressione internazionale venga meno”. È ancora più diretto Armando Vargas Hernández, che ha coordinato la stesura del dossier, per il quale la sparizione è divenuta “un meccanismo utile a nascondere omicidi e sbiadire i registri ufficiali”. I casi di sparizione registrano inoltre un indice di impunità di oltre il 90%: nessun corpo né scena del crimine, almeno nell’immediato, e la vittima viene derubricata nella voce di personas no localizadas. La stima giornaliera dei “desaparecidos” potrebbe essere ben più alta, ma molte famiglie evitano di sporgere denuncia perché temono eventuali rappresaglie da parte dei cartelli. Infatti, almeno 30 familiari impegnati nella ricerca dei desaparecidos, di cui sedici donne, sono stati uccisi tra il 2011 e il 2025. Tra le più colpite restano le Madres buscadoras, il gruppo di madri impegnate nella ricerca diretta delle vittime: quasi tutte – il 97%, secondo Amnesty – hanno subito episodi di violenza da parte dei cartelli. Ma alle madri pesa di più il fronte aperto con le istituzioni. È successo ieri, a Guanajuato, dove il gruppo di lavoro ha scoperto una fossa clandestina attribuita al Cártel de Santa Rosa de Lima che conteneva 43 corpi. Quantità confermata da criminologi ed esperti, ma la Procura ha provato a ridimensionare il ritrovamento, registrando appena 19 vittime. “Il nostro sistema sta funzionando”, è assicura Sheinbaum, che in risposta alle critiche promette di rendere le stime ufficiali delle sparizioni. La leader ammette anche le lacune nei meccanismi statali di ricerca: l’apposita piattaforma governativa – nata con l’intento di offrire strumenti digitali per l’individuazione delle vittime – “ha molti problemi“. L'articolo In Messico la tragedia dei desaparecidos, aumentati del 213% negli ultimi dieci anni. E il 90% dei casi resta impunito proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Auto, la mossa a tenaglia di Pechino tra Messico e Stati Uniti per aggirare i dazi di Trump
Potrebbe diventare una sorta di “manovra a tenaglia” quella che l’industria dell’auto cinese si appresta a fare nel nuovo continente: da un lato l’assalto al Messico, per proiettare i prodotti del Dragone sull’America Latina (e non solo); dall’altro un possibile avvio di produzioni su suolo statunitense, utile per aggirare i dazi dell’amministrazione Trump e caldeggiato persino da uno storico colosso dell’automotive a stelle e strisce. Ma andiamo con ordine. L’arrivo dei cinesi in Messico è legato al piano di ristrutturazione della giapponese Nissan che, per tornare a far quadrare i conti, chiuderà i battenti di diversi stabilimenti, fra cui quello di Aguascalientes: in pole position per la sua acquisizione ci sarebbero BYD e Geely (che avrebbero superato le offerte delle connazionali Chery e Great Wall Motor), in piena fase di espansione internazionale. E a cui, evidentemente, fa gola poter mettere un piede in Messico, architrave della produzione industriale dei Paesi sudamericani e con un indotto locale altamente specializzato. Oltretutto, la fabbrica di Aguascalientes rappresenta un “boccone prelibato”: l’impianto, infatti, non ha nemmeno 10 anni di vita e può vantare una capacità produttiva annua di 230 mila veicoli. E Nissan ha già fatto affari coi cinesi, cedendo lo stabilimento sudafricano di Rosslyn alla Chery. A ostacolare, politicamente, lo sbarco dei costruttori della Repubblica Popolare in Messico potrebbero essere le pressioni della Casa Bianca, a cui molto probabilmente non va affatto a genio l’idea di ritrovarsi i cinesi in quello che considerano il loro “cortile di casa”. Fattore che potrebbe influenzare il governo messicano – che, per compiacere Washington, ha istituito dazi del 50% sulle auto Made in China importate; spingendo probabilmente i cinesi a sbarcare in Messico per aggirare le tariffe – a dirottare la vendita del polo di Aguascalientes verso altri acquirenti. Anche se, a ben vedere, il “cavallo di Troia” di Pechino potrebbe essere la nascita di joint venture sino-americane per fabbricare vetture cinesi negli States: a benedire la possibile opportunità è niente meno che l’americanissima Ford. Secondo quanto riportato da Bloomberg, il Ceo dell’Ovale Blu, Jim Farley, avrebbe già sondato il terreno con l’amministrazione Trump: l’idea sarebbe quello di agevolare a livello normativo possibili produzioni cinesi su suolo yankee. In particolare, si parla della creazione di joint venture di cui le aziende statunitensi detengano la quota di maggioranza, sulla falsariga di quanto imposto da Pechino ai costruttori occidentali che negli ultimi 30 anni hanno costruito automobili nella Repubblica Popolare. Insomma, un vero e proprio déjà vu, anche dal punto di vista degli intenti: se la strategia del governo di Pechino era di acquisire know-how industriale in cambio di manodopera locale (a bassissimo costo), quella degli americani sarebbe di beneficiare della tecnologia dell’auto elettrica cinese, giudicata da Farley (che già da tempo ammicca a Xiaomi) imbattibile in termini di costi e innovazione, con l’ulteriore beneficio – di interesse per la Casa Bianca – di proteggere mercato, industria e occupazione nazionale. Anche se ci sono due scogli non indifferenti da superare: la diffidenza di Washington per i prodotti ad alta tecnologia cinesi, che potrebbero costituire una spina nel fianco per la sicurezza americana; inoltre, bisognerà capire se e quanto del loro know-how sarebbero eventualmente disposti a cedere i costruttori cinesi a quelli americani. L'articolo Auto, la mossa a tenaglia di Pechino tra Messico e Stati Uniti per aggirare i dazi di Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sarah Schleper e Lasse Gaxiola, madre e figlio insieme in gara alle Olimpiadi: una prima storica
Guardate il bimbo con il casco bianco tra le braccia della sua mamma che sorride. Ecco ora entrambi gareggiano alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026. C’è sempre una prima volta nei Giochi e non era mai stata raccontata una storia così: perché se è vero che la neve e il ghiaccio “pullulano” di coppie, è molto molto raro che il duo sia formato da madre e figlio. A scrivere l’insolita storia sono Sarah Schleper, 46 anni, e suo figlio Lasse Gaxiola, 18: madre e figlio che gareggiano nella stessa edizione dei Giochi Olimpici, ma in sedi diverse. Lei a Cortina d’Ampezzo, lui a Bormio, a circa quattro ore di distanza. Sarah, originaria di Glenwood Springs, Colorado, ha esordito in Coppa del Mondo a soli 16 anni e ha partecipato a quattro Olimpiadi con la squadra statunitense prima di ritirarsi nel 2011. Quell’anno, in Austria, portò il piccolo Lasse — allora appena quattro anni — in braccio giù per le piste, un gesto che oggi sembra profetico, immortalato in una foto che lui ora guarda con stupore: “È surreale vedere quella foto e poi essere qui con lei. Vivere insieme i Giochi è davvero speciale”, racconta il giovane. Dopo il matrimonio con Federico Gaxiola de la Lama, papà di Lasse e allenatore del ragazzo, Sarah ha deciso di tornare a gareggiare sotto la bandiera del Messico, Paese d’origine del marito, diventando così portabandiera della nazione alla cerimonia di apertura e partecipando a sette Olimpiadi — le prime quattro con gli Stati Uniti, le restanti tre con il Messico. “È difficile da credere, sembra una storia di fantasia”, ammette Schleper, che giovedì ha disputato il SuperG – conquistato dalla magnifica azzurra Federica Brignone – e domenica lo slalom gigante a Cortina, mentre Lasse gareggerà a Bormio sabato nello slalom gigante e lunedì nello slalom speciale. “Spero di riuscire a fare un salto a Bormio subito dopo il gigante per vedere il suo slalom. Per me il successo lo abbiamo già raggiunto ed è semplicemente essere qui insieme agli stessi Giochi”. Lasse, il cui nome rende omaggio al grande sciatore norvegese Lasse Kjus, ha seguito le orme della madre, dimostrandosi promettente sulle piste. Lo scorso dicembre si è classificato terzo in uno slalom gigante nel circuito FIS in Colorado, ottenendo così il posto per rappresentare il Messico ai Giochi. “Venire qui con mia madre e vedere la mia famiglia, fa sentire tutto così speciale e meraviglioso. Questo è già un evento straordinario. Grazie mamma”, aggiunge il giovane atleta, che ha compiuto 18 anni il mese scorso. La combinazione genitore-figlio si era verificata solo una volta ai Giochi estivi, con i tiratori Nino Salukvadze e suo figlio Tsotne Machavariani a Rio 2016. Sulla neve, invece, non era mai successo: Sarah e Lasse sono i primi a scrivere questo capitolo nella storia olimpica. Nonostante l’età, Schleper continua a essere competitiva: il suo miglior risultato olimpico resta il decimo posto nello slalom a Torino 2006. “Ho avuto una carriera fantastica, ho mantenuto uno stile di vita da sciatrice professionista per molto tempo. Questo sport mi ha insegnato tantissimo: viaggi, esperienze, cibo incredibile… e ora posso condividerlo con mio figlio”. L'articolo Sarah Schleper e Lasse Gaxiola, madre e figlio insieme in gara alle Olimpiadi: una prima storica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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