Non si mischia sacro e profano, è vero, ma qui viene troppo facile. La divisione
delle carriere è una cosa “diabolica”, e nel senso etimologico del termine:
diabàllo, in greco, vuol dir proprio dividere, separare. E, di diabolico, la
riforma ha tutte le tecniche, a cominciare dal tentativo dei suoi promotori di
fare promesse che poi non sono in grado di mantenere.
Non sarà mantenuta, ad esempio, la promessa di limitare i danni della
degenerazione del sistema delle correnti. Non serve a questo fine il sorteggio
dei membri dei futuribili due CSM – che recide qualsiasi collegamento con il
circuito democratico, ad oggi garantito dall’elezione di un terzo dei membri da
parte dei rappresentanti dei cittadini in Parlamento, e che è un unicum nel
panorama comparato, se si eccettua la Grecia dove però i membri sono estratti da
un novero ristretto di soli magistrati (non anche professori e avvocati, come
sarebbe da noi) e in carica per un solo anno. Una volta sorteggiati – da una
lista tutta composta dal Parlamento: vatti a fidare –, nulla impedirà ai
fortunati di associarsi ad una corrente e di agire di conseguenza. Insomma, il
sorteggio non fa saltare il sistema delle correnti, ma semplicemente affida al
caso la rappresentanza delle correnti nel CSM, mentre finora tale rappresentanza
non era casuale ma era proiezione della distribuzione associativa dei
magistrati, che eleggevano i membri dell’organo.
Inutile dire che non sarà mantenuta neanche la promessa di non avere più
clandestini o aggressioni giudiziarie alle famiglie nel bosco, come promette
certa propaganda – what a time to be alive, ragazzi. Davvero qui il nesso di
causalità sfugge, salvo voler ammettere che con la riforma si sposterebbe parte
della magistratura nella sfera di influenza della maggioranza politica: che
terribile red flag. Anzi, la riforma avrebbe come controindicazione una inedita
sovraesposizione del ruolo dei PM, anche a livello costituzionale.
L’introduzione per i PM di un organo di autogoverno separato, tutto proprio –
mentre attualmente giudici e PM rispondono ad un CSM in cui siedono sia giudici
(di più) che PM (di meno) – agevola una logica di autoreferenzialità che fa
della magistratura requirente un nuovo potere dello Stato, se non il più forte.
Ed è difficile credere che la regia di questa maggioranza politica non abbia
considerato questo effetto indesiderato. Più facile credere che l’abbia ben
considerato, e che, quando i tempi saranno maturi, saprà convincentemente
denunciare la cosa, invocando una levata di scudi cui si offrirà come rimedio un
maggior controllo da parte dell’esecutivo. A pensar male si fa peccato, ma il
più delle volte si indovina.
Non sarà mantenuta, infine, la promessa di isolare il PM dai giudici, spezzando
quell’appartenenza ad un’unica corporazione che minerebbe la sincera terzietà
del giudice. Non lo sarà, perché pubblici ministeri e giudici saranno – sebbene
in carriere divise – sempre magistrati, sempre appartenenti ad un unico potere
dello Stato (tanto che anche la riforma prevede che poi, per la responsabilità
disciplinare, siano sottoposti ad un collegio giudicante unico, cui partecipano
sia PM che giudici), e arriveranno peraltro dal medesimo percorso di formazione,
condividendo, perlopiù, anche gli stessi ambienti di lavoro.
Serve peraltro che qualcuno dica pure che il nostro sistema giustizia prevede
che spesso, in un processo, a fare il giudice o il PM sia una persona che, a
qualche chilometro di distanza, fa l’avvocato (si tratta dei cosiddetti
magistrati onorari): qui l’appartenenza alla medesima corporazione tra chi
svolge la funzione di giudice o di PM e chi fa l’avvocato dell’imputato pare
improvvisamente non destare perplessità.
Quello che invece la riforma fa è introdurre nuove crepe nella tenuta della
nostra democrazia. Lo fa rendendo meno difficile di quanto lo sia ora attrarre
la magistratura requirente nella sfera di influenza del Governo. Non è un caso
che, se è vero che in praticamente tutti i Paesi europei, così come gli Stati
Uniti, le carriere sono separate – meglio: se è vero che in questi Paesi non è
possibile neanche quel risibile 0,3% di passaggi da giudice a PM che c’è in
Italia – è anche vero che in tutti i Paesi in cui le carriere sono divise i PM
sono sottoposti all’influenza del potere esecutivo. Da forme forti di influenza,
come in Francia, dove il ministro della Giustizia dispone degli spostamenti dei
PM e il governo dà indicazioni su quali reati da perseguire e quali no, al
Portogallo o alla Spagna, dove i PM sono indipendenti ma fanno comunque parte di
una struttura gerarchica al cui capo c’è un Procuratore nominato dal Capo dello
Stato su proposta sostanzialmente vincolante del governo.
Questo, per carità, la nostra riforma non lo fa direttamente: rende solo più
facile il passaggio successivo, a livello di procedura e a livello di
preparazione della coscienza del Paese. Quello che invece la riforma fa
direttamente, questo sì, è affidare il giudizio sulla responsabilità
disciplinare dei magistrati ad un tribunale speciale – l’Alta Corte disciplinare
– i cui contorni non sono del tutto chiari, restando affidati alle scelte del
legislatore futuro. Tra le altre cose, non è chiaro come e da chi verranno
sorteggiati i suoi membri, né è chiaro quanti giudici e PM ne potranno fare
parte.
Ecco, lasciare nelle mani della maggioranza politica la composizione del giudice
che ha l’ultima parola sulla carriera dei magistrati (e davvero l’ultima parola,
perché le sue decisioni non potranno essere impugnate se non – che assurdità –
dinanzi allo stesso organo che le ha pronunciate) è qualcosa davvero di
spaventoso. I cittadini sono garantiti se chi li giudica è messo nelle
condizioni di poter dire un “no” a tentativi di cattura esterna senza timore di
ritorsioni. Se la maggioranza politica mette le mani sul tribunale speciale che
può arrivare finanche a licenziarli, altro che timori.
Una volta ci insegnavano che quando si mette mano a modificare la Costituzione
bisogna fare come Ulisse, e lasciarsi legare, con funi strette, all’albero della
nave, per evitare di cedere al canto delle sirene e compiere gesti inconsulti,
senza via di ritorno. Questa volta l’impressione è che al canto delle più
sinistre sirene si sia ceduto nel peggiore dei modi.
L'articolo Fine delle correnti? Meno errori? La riforma ‘diabolica’ della
giustizia non manterrà le promesse, anzi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Costituzione
Il diritto è sotto attacco nel mondo e anche nel nostro Paese. Prevale sempre di
più nello scenario internazionale la legge del più forte, sembra drammaticamente
di essere ripiombati in epoche che pensavamo la storia ci avesse consegnato alla
storia.
Capi di governo e di stato di nazioni potenti che aggrediscono popoli e nazioni
solo per interessi politici ed economici provocando una enormità di morti e
devastazioni terrificanti. Governanti che commettono genocidi deridendo anche i
tribunali internazionali. Capi di governo e di stato che invece di essere
difensori della democrazia iniziano guerre al di fuori del diritto
internazionale e assumono condotte politiche e istituzionali di stampo mafioso e
terroristico. Gli organi preposti alla tutela del diritto internazionale vengono
sempre più piegati dall’abuso del potere dei governi.
Se passiamo dalle tragedie delle guerre e dei genocidi alle vicende italiane,
assistiamo ad un governo e al potere esecutivo e politico che conducono
l’attacco finale alla costituzione per colpire al cuore la magistratura che
rappresenta un baluardo di fronte agli abusi del potere. Quando democrazia e
stato di diritto sono sotto bombardamenti istituzionali così micidiali e la
nostra costituzione è sotto attacco dobbiamo lottare per difendere democrazia e
costituzione. Il popolo ha un grande compito, quello di esercitare la sua
sovranità e di rimuovere gli ostacoli all’attuazione della costituzione. Difesa
e attuazione della costituzione rappresentano una missione etica, civile e
politica.
Nella costituzione è scolpito anche il ripudio della guerra. Se cade la
costituzione nata dalla resistenza al fascismo e quindi come risposta ai più
nefasti abusi del potere, crolla l’ultimo baluardo e scudo all’assalto della
democrazia da parte dei poteri forti, politici ed economici, che non vogliono e
non tollerano alcuna forma di controllo. La stessa presidente del consiglio,
Giorgia Meloni, ha ammesso che chi governa deve essere lasciato libero e
indisturbato nel governare perché saranno poi gli elettori a giudicare il suo
operato e non può essere la magistratura a ostacolare il lavoro del potere
esecutivo.
Siamo alla volontà di cancellazione della separazione dei poteri. Ogni potere
deve invece avere la sua autonomia, ma nessun potere è al di sopra della legge.
E vi devono essere bilanciamenti tra i vari poteri. Questa è la differenza tra
democrazia e dittatura. I nostri governanti vorrebbero, invece, sempre di più
una democrazia solo formale e apparente, in cui votiamo con leggi sempre più
contro Costituzione, in cui la magistratura dovrebbe essere sottomessa al potere
esecutivo perché i magistrati, come affermano dal ministero della giustizia,
sono un plotone di esecuzione, in cui i mezzi di comunicazione non devono essere
liberi e indipendenti.
Con la caduta della separazione dei poteri e la conquista della Costituzione con
leggi fatte su misura di chi abusa del potere, noi avremo un diritto che non
avrà più nulla a che fare con la giustizia, ma sarà solo l’abito per una
democrazia di facciata per legalizzare, in definitiva, la fine stessa della
democrazia. Di fronte all’attacco finale nei confronti della Costituzione
bisogna che ogni persona scelga da che parte stare. Questo vuol dire anche oggi
essere partigiani. Io ho scelto, come sempre, di stare dalla parte della
Costituzione e quindi dalla parte della verità e della giustizia.
L'articolo Referendum, il diritto è sotto attacco anche nel nostro Paese: così
si può essere partigiani oggi proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Costituzione come “autentico presidio dei diritti e delle responsabilità” che
“definiscono la nostra comunità nazionale” e che, in questo contesto
geopolitico, fornisce i “principi” – insieme alla Carta delle Nazioni Unite – da
prendere come “saldo punto di riferimento”. Il monito arriva dal presidente
della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della Giornata dell’Unità
Nazionale: “In un contesto internazionale segnato da tensioni, conflitti e dal
riemergere di dinamiche di contrapposizione e di aspirazioni egemoniche che
turbano l’equilibrio mondiale, i principi che hanno ispirato la nascita della
Repubblica – ha ricordato il capo dello Stato – e che trovano espressione nella
nostra Carta costituzionale e si ancorano alla Carta delle Nazioni Unite sono
saldo punto di riferimento”.
La Giornata dell’Unità Nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera
richiama – ha ricordato Mattarella – “elementi fondanti dell’identità della
Repubblica: indipendenza, sovranità popolare, libertà, giustizia e pace”. Valori
che sono “maturati lungo un percorso storico complesso e non privo di
afflizioni”, che “trova la sua più alta e compiuta espressione nella
Costituzione, autentico presidio dei diritti e delle responsabilità che
definiscono la nostra comunità nazionale”. L’unità, ha aggiunto, “non
costituisce soltanto un assetto politico-istituzionale, bensì è un ideale
profondo e condiviso, che attraversa e interpreta l’intera vicenda storica del
nostro Paese”.
Insieme all’inno e al tricolore, compone la triade di “simboli di una comunità
fondata sulla partecipazione, sulla solidarietà e sul rispetto delle istituzioni
democratiche e di ogni persona”. Un patrimonio di valori che la Giornata
dell’Unità Nazionale “invita a rinnovare e a trasmettere, in particolare alle
giovani generazioni, in un dialogo costante e aperto”. Proprio ai più giovani,
ha insistito il presidente della Repubblica, le istituzioni “sono tenute a
offrire orientamento, fiducia e responsabilità, affinché possano contribuire con
piena consapevolezza alla costruzione del futuro del Paese” in un momento
caratterizzato da “sfide globali di inedita complessità”.
L'articolo Mattarella: “La Costituzione presidio di diritti e responsabilità.
Nei conflitti Carta e Onu punti di riferimento” proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’articolo 11 della nostra Costituzione inizia cosi: “L’Italia ripudia la
guerra”. Di questa norma in tema di referendum sulla Giustizia non si parla mai.
L’attenzione del dibattito sulla separazione delle carriere è tutta concentrata
sugli altri 7 articoli che vengono cambiati. Ma dell’art. 11 non se ne parla
perché, in effetti, non c’entra nulla. O no?
Andiamo con ordine.
– secondo il governo, il Paese versa in una situazione di grave emergenza
soprattutto in tema di pubblica sicurezza;
– a suon di decreti Sicurezza, si offre tutela agli operatori delle forze
dell’ordine che si trovano coinvolti in fatti di cronaca che vengono
puntualmente strumentalizzati dal ministro di turno per la propria propaganda.
Scudi per tutti soprattutto quando i fatti sono gravi. Si offre protezione
politica, economica e giuridica a coloro che sbagliano o possono aver sbagliato
mentre si rimane sordi alle legittime e doverose rivendicazioni della stragrande
maggioranza degli agenti che quotidianamente fanno il loro dovere, rispettando
la legge, per proteggerci: no alle loro rivendicazioni salariali in tema di
straordinari non pagati, no al tempestivo rimborso delle indennità di trasferta,
no al loro diritto di essere formati e preparati come ci impongono Cedu e
Costituzione, no ad una effettiva tutela delle loro condizioni di lavoro, no al
concreto rispetto della loro dignità;
– tutto questo accade in tempo di guerra. Questa, sì, è la vera emergenza.
– il nostro governo partecipa come osservatore al Board on Peace. Manda il
vicepremier Tajani. Di più non può fare perché la nostra Costituzione ci
impedisce di ricoprire un ruolo attivo. L’art. 11, appunto. Lo si dichiara quasi
a lamentarsene. Come a dire ‘mannaggia!’.
Ora abbiamo una nuova guerra già da tempo annunciata che è quella che Trump ha
lanciato contro l’Iran. La situazione internazionale sta diventando sempre più
incontrollata e incontrollabile con effetti devastanti sul piano sociale
economico e ambientale. Una guerra che nessuno ha voluto tranne Trump e
Netanyahu.
La condanna netta di fronte a tutto questo deve essere forte e chiara, ma la
nostra premier si limita a sussurrare la sua astensione e cioè a dichiarare la
sua (cioè nostra) non partecipazione a quegli eventi drammaticamente
catastrofici.
Politica e affidabilità sono purtroppo diventati, in sé e per sé, espressione di
un ossimoro. Abbiamo tuttavia il sempre preziosissimo baluardo dell’art. 11
della Costituzione che ci impedisce di fare scelte scellerate ma, mi duole
dirlo, occorre che venga osservato evitando che si smaterializzi in un semplice
proclama privo di concreti effetti sul nostro pacifico vivere insieme.
A questo punto diventa doveroso chiedersi a chi spetti di tutelarne il valore
concreto imponendolo a tutti, anche con la forza dello Stato. La risposta è
tanto semplice da sembrare ovvia. Spetta alla magistratura, con a capo il
Presidente della Repubblica, con l’aiuto delle Forze dell’ordine.
Il 22 e il 23 “voteremo Sì per ristabilire il primato della politica”: questo ci
sta dicendo la maggioranza di governo attuale. Traiamone le logiche conseguenze,
per favore. Io voterò No, pensando anche all’art. 11 della nostra bellissima
Costituzione.
L'articolo “L’Italia ripudia la guerra”, dice l’articolo 11. Il No al referendum
sulla giustizia serve a difenderlo proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Siamo pronti a presentare una pregiudiziale di costituzionalità e valutare un
ricorso alla Consulta”. I senatori di Alleanza Verdi Sinistra, Peppe De
Cristofaro e Ilaria Cucchi non vanno tanto per il sottile. D’altronde, il dl
Sicurezza voluto dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, in vigore da quasi
un mese, è stato definito un “assalto alla Costituzione” dagli stessi Giuristi
Democratici, che in un dossier di tredici pagine presentato oggi in Senato e
distribuito alla stampa insieme a una copia della Carta, elencano tutti i punti
critici del provvedimento e parlano esplicitamente di una “escalation
autoritaria” nelle politiche sulla sicurezza.
Secondo gli autori del dossier, rappresentati da Antonello Ciervo, infatti, il
decreto rappresenterebbe “un tassello organico di un progetto eversivo” volto a
trasformare progressivamente “lo Stato di diritto in uno Stato di polizia“,
riducendo le garanzie costituzionali e comprimendo l’esercizio delle libertà
civili. Nel mirino dei giuristi c’è innanzitutto la legittimità stessa dello
strumento utilizzato dal governo. Il decreto legge, sostengono, sarebbe stato
adottato in assenza dei presupposti richiesti dalla Costituzione. Nel testo si
legge infatti che “nel Decreto legge pubblicato in Gazzetta Ufficiale non sono
motivate né presenti in fatto e diritto le premesse circa la sussistenza dei
presupposti di straordinaria necessità e urgenza”.
Gran parte delle critiche riguarda le norme che incidono sul diritto di
manifestare. Il dossier denuncia infatti un forte irrigidimento delle sanzioni
per i promotori dei cortei e delle iniziative pubbliche. In particolare viene
segnalata l’introduzione di multe amministrative molto elevate, fino a 10mila
euro, che avrebbero un evidente effetto deterrente sull’organizzazione delle
proteste. Non solo: in caso di violazione delle prescrizioni della questura, i
promotori potrebbero essere chiamati a pagare ulteriori sanzioni anche per
comportamenti dei partecipanti.
I giuristi parlano apertamente di un intervento che rischia di colpire il
dissenso politico. Nel documento si legge che si tratta di un “grave attacco
alla libertà di riunione e manifestazione del pensiero”, realizzato attraverso
sanzioni formalmente amministrative ma “talmente elevate da produrre un effetto
dissuasivo sulla partecipazione alle proteste”.
Tra le norme più contestate c’è l’ampliamento dei poteri di identificazione
preventiva da parte delle forze dell’ordine. Il decreto consente infatti di
fermare e accompagnare in questura persone ritenute potenzialmente pericolose
durante eventi pubblici. Una misura che, secondo il dossier, “viola la libertà
personale e di circolazione”, introducendo strumenti che ampliano in modo
significativo la discrezionalità dell’autorità di pubblica sicurezza. Critiche
anche al cosiddetto Daspo giudiziario, che può impedire a chi è stato condannato
per reati commessi durante manifestazioni di partecipare a riunioni pubbliche
per anni. Per i giuristi si tratta di una misura che rischia di trasformarsi in
una sorta di “confino urbano”, con restrizioni prolungate della libertà di
partecipazione politica.
Il documento arriva mentre il decreto sicurezza è in pieno iter parlamentare.
“Da tre anni a questa parte si assiste a provvedimenti del governo che vanno
nella direzione di restringere gli spazi democratici e di modificare in radice
gli assetti costituzionali”, ha detto De Cristofaro, cui fa eco Cucchi: “Vediamo
usare sempre gli stessi metodi: si creano problemi che non esistono per
distogliere l’attenzione dai problemi veri”. E infatti Luca Blasi della Rete No
Kings: “Non è vero che i reati aumentano, è il contrario. Aumentano solo i morti
sul lavoro e i femminicidi”. L’attivista Gianluca Peciola: “A breve assisteremo
a una concorrenza antidemocratica tra FdI-Lega e la lista Vannacci”. Prossimo
appuntamento sabato 14 marzo dalle 14 alle 19 a Torino, dove si lancerà
l’allarme sull’uso dei “reati associativi contro i movimenti sociali”.
L'articolo “Il decreto Sicurezza è un assalto alla Costituzione. Si vuole
arrivare allo Stato di polizia”. Il dossier dei Giuristi Democratici proviene da
Il Fatto Quotidiano.
L’attacco finale alla Costituzione che il governo delle destre sta portando
avanti negli ultimi tempi ha nel mirino soprattutto due obiettivi. Colpire i
giornalisti liberi e coraggiosi attraverso un controllo sempre più capillare dei
mezzi di comunicazione pubblici e privati ed attaccare con inaudita violenza
istituzionale i magistrati autonomi e indipendenti.
Guarda caso due obiettivi prioritari del disegno eversivo della Loggia P2 di
Licio Gelli, che è stato anche organizzatore e finanziatore della strage di
Bologna. Un disegno eversivo portato allora avanti anche con le bombe e oggi
invece presentato candidamente come un piano di riforma dello Stato. Il potere
politico, a braccetto con i poteri forti, adora quei giornalisti servi del
potere così come quei magistrati compari di salotto dei poteri che dovrebbero
controllare e con i quali invece vanno a braccetto.
Con il referendum non difendiamo la magistratura come entità astratta, ma la
Costituzione che ha voluto che i magistrati fossero autonomi e indipendenti. E i
magistrati che sono andati e vanno a braccetto con la politica, che hanno
utilizzato e utilizzano la toga per il proprio potere personale, per un
privilegio corporativo, per distruggere anche la vita delle persone, non sono
espressione in toga della Costituzione, ma sono il suo tradimento più profondo.
La magistratura ha un potere enorme, più di quello politico, perché può uccidere
diritti inalienabili delle persone. Un potere che si esercita, tra l’altro, in
nome del popolo. Il popolo, per questo, deve difendere l’autonomia e
l’indipendenza dei magistrati, altrimenti viene meno anche l’uguaglianza dei
cittadini.
Ma dobbiamo anche colpire la magistratura che va a braccetto con la politica:
così come i magistrati pavidi e conformisti sono contro Costituzione, chi pensa
solo a formalismi e carriera è un piccolo giuda in toga; chi attenta
dall’interno dell’ordine giudiziario al lavoro onesto e coraggioso di altri
colleghi togati è di certo un assassino della Costituzione. Un politico che
sbaglia o peggio ancora che è corrotto può essere cancellato, con la matita, in
cabina elettorale; un magistrato colluso e traditore calpesterà invece i diritti
di altre persone innocenti il più delle volte con la garanzia dell’impunità.
Proprio per i troppi e gravi tradimenti che ho visto anche nella magistratura,
nella quale ho militato con disciplina e onore e nella quale avrei voluto
continuare a operare se non fosse stato anche per diversi traditori in toga che
mi hanno impedito di lavorare, che mi voglio tenere stretta stretta la
Costituzione. Perché non è la nostra Carta a dovere essere cambiata e
stracciata, ma sono i traditori del giuramento sulla Costituzione che vanno
colpiti con la massima durezza possibile. Giornalisti liberi, magistrati
autonomi, cittadini sovrani sono il battito cardiaco della Costituzione che i
poteri forti vogliono far morire. È una battaglia tra democrazia e dittatura,
tra stato di diritto e stato autoritario.
L'articolo Il governo porta avanti l’attacco finale alla Costituzione con due
obiettivi: così la possiamo difendere proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tra scudi penali e decreti sicurezza si articola la propaganda della maggioranza
di turno che sta tentando di realizzare quello che è il sogno della politica
italiana contemporanea: non avere nessun contropotere che ne possa compromettere
la libertà assoluta di azione. Il sogno di essere immune da responsabilità di
ogni genere, di poter agire in totale libertà da vincoli o limiti di qualsiasi
tipo. Quello di liberarsi dallo spauracchio dei controlli giurisdizionali della
Corte dei Conti ma, soprattutto, da quelli di legalità della Magistratura.
La parola Costituzione ha perso appeal. Tra invocazioni vacue e richiami
astratti e inconferenti, è in corso la sua demolizione fisica prima ancora che
semantica. I cittadini italiani sanno veramente cosa impone la Costituzione al
nostro Paese per potersi autodefinire democratico?
E’ una domanda oggi purtroppo del tutto lecita per come si diffonda, tra le
democrazie ‘occidentali’, l’idea che gli eletti dal popolo possano rivendicare
la legittimità dell’esercizio del proprio potere al di sopra di tutto. Anche e
soprattutto della magistratura.
La politica sovranista non si occupa dei problemi della gente perché non ne ha
più forza e competenza. Guarda al consenso immediato della pancia dei cittadini
forzando in loro paure di ogni genere per nascondere i propri fallimenti.
Ecco quindi che occorre esibire un potere tanto muscolare quanto rassicurante.
Il terreno ideale è proprio quello più seguito dalla gente: la cronaca nera e
quella giudiziaria. La prima viene invasa con interventi spot immediati che
risolvono tutto tra leggi speciali e verità rassicuranti, demonizzazioni
catartiche. La seconda è l’assist ideale per trovare un capro espiratorio per i
propri errori e fallimenti. Per spazzare via il concetto di responsabilità. Il
cancro da estirpare sono i diritti degli ultimi che non meritano, quelli di
coloro che li criticano, quelli di coloro che vi si oppongono.
Rogoredo era un boccone troppo succulento per farselo sfuggire. I buoni contro i
cattivi. I buoni uccidono i cattivi. Il buono, il poliziotto, ha ucciso il
cattivo, nero e immigrato. Fine della storia. Solidarietà incondizionata al
buono. Passerelle di Stato. Prese di posizioni forti evocanti leggi speciali.
Il buono viene indagato dal pm e allora dagli al magistrato che, nel frattempo,
fa egregiamente il suo mestiere.
Il sindacato di Polizia raccoglie fondi volontari elargiti dai cittadini
solidali. Ci vuole lo scudo penale e cresce l’indignazione fomentata da
propaganda opportunista in prospettiva referendum. Tutto perfetto. Anzi no. Il
pm scopre che il buono in realtà non lo è proprio per nulla. Ha ucciso,
depistato, falsificato. Non è stata legittima difesa e i suoi rapporti con la
vittima sono tutti da chiarire. L’immigrato cessa di essere il cattivo?
Mentre il sindacato Sap annuncia la restituzione dei soldi elargiti dai
cittadini, ecco il pronto attacco all’ex buono da parte della politica:
“Giustizia subito! Che venga condannato due volte!”.
La Giustizia è pazienza, diceva qualcuno. “Deve chiedere scusa ai colleghi!”,
tuona ancora la politica. Dell’ex cattivo non si dà pena nessuno. Viva l’Italia.
L'articolo A Rogoredo va in scena la Caporetto della propaganda per il Sì al
referendum proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Francesco Della Corte
Fra le principali ragioni del Si alla separazione delle carriere fra pubblici
ministeri e giudici c’è l’asserita esigenza di limitare la contiguità fra questi
due figure di magistrati, ipotetica origine di molti dei mali della giustizia.
Ecco la soluzione: due Consigli Superiori distinti, più una Alta Corte
Disciplinare, così pm e giudicanti non si parleranno più, o per meglio dire, non
avranno più interesse a scambiarsi favori. Anzi, visto che ci siamo, oltre a
dividerli, gli si sottragga anche la possibilità di scegliersi in autonomia i
propri delegati nei rispettivi Consigli Superiori, e si faccia invece decidere
al caso. D’altra parte hanno dato prova di non essere in grado di autogestire la
selezione interna, segno che sono tutti, o quasi tutti, della stessa pasta. E
allora uno vale l’altro.
Avremo processi più rapidi? Quello no, e d’altra parte non sembra un problema
esattamente all’ordine del giorno. Meno reati da allarme sociale? Nemmeno: la
maggioranza delle denunce continuerà ad essere archiviata, e gli autori di
truffe telematiche o bancarie, furti, rapine, continueranno in larga parte a
farla franca esattamente come prima, anche perché l’organico della polizia
giudiziaria, che dovrebbe svolgere le indagini, è quello che è, e la
prescrizione incombe. Meno corruzione? Neanche.
Mentre quindi buona parte dei reati resta impunita, grazie alla separazione
potrebbe invece risolversi, a quanto pare, il problema dei errori giudiziari
che, stando ad alcuni, sono in numero scandaloso per un paese civile. La causa?
Secondo il Sì, l’influenza dei pubblici ministeri sui giudici.
Solo pochi giorni fa sono emersi alcuni importanti numeri al riguardo: dal 2017
al 2025 ci sono stati 6.485 risarcimenti per ingiusta detenzione, una media di
720 all’anno. Finire ingiustamente in galera deve essere un’esperienza
drammatica, una di quelle che ti segna per sempre. Almeno quanto una diagnosi di
cancro (400.000 nuovi casi all’anno in Italia, e 20.000 decessi, in buona parte
dovuti all’inquinamento incontrollato). O la morte di un coniuge o di un
genitore sul lavoro (oltre 1.000 in un anno).
Sono tante 720 persone private ingiustamente della libertà in un anno, ma credo
valga la pena rapportare questo numero ad altri. Dal Ventesimo Rapporto sulla
detenzione pubblicato dalla Associazione Antigone (www.rapportoantigone.it),
leggo che dal 2016 al 2024 ci sono stati circa 380.000 nuovi ingressi in
carcere, per altro con una decisa tendenza alla diminuzione negli ultimi anni.
Il rapporto sembra dunque indicare che in media l’1,7% delle carcerazioni non
viene confermato alla fine dell’iter giudiziario. Certamente troppe, ma quale
potrebbe essere una percentuale “accettabile”? Perché l’errore zero è ovviamente
impossibile quando c’è di mezzo la valutazione umana. Aggiungiamo che la
carcerazione preventiva, che è gran parte di quell’1,7%, è chiesta per
definizione prima che il quadro probatorio sia completo: non ha senso logico
pensare di ricorrervi solo quando vi è la certezza della futura condanna. O la
si abolisce del tutto, o l’errore, per quanto piccolo, sarà sempre presente.
Stiamo allora per mettere mano alla Costituzione, con tutti i rischi che questo
comporta, per giunta a quanto pare sul filo del 50% vs. 50% di chi andrà al
voto, con la speranza che questo errore si riduca? E di quanto? La metà? Un
terzo? E quali garanzie abbiamo che sarà così? Non sarebbe stato invece più
semplice arrivarci con una revisione delle leggi ordinarie che limitasse
ulteriormente il ricorso alla carcerazione?
E quei morti per inquinamento o sul lavoro? Niente da fare, per quelli la
Costituzione è già a posto.
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L'articolo Stiamo mettendo mano alla Costituzione per ridurre gli errori
giudiziari? E con quali garanzie? proviene da Il Fatto Quotidiano.
La recente norma che ha reso il femminicidio reato autonomo a mio avviso può e
deve essere esaminata da tre punti di vista: come cittadini, sotto il profilo
tecnico e attraverso l’analisi politica. Il femminicidio è ora previsto
dall’art. 577 bis del codice penale. Come cittadini, non si può che esserne
soddisfatti. Qualunque cosa sia utile a fermare la furia omicida dei maschi
contro le donne, deve essere vista con grande favore. Sotto il profilo tecnico,
però, occorre fare alcune osservazioni.
Fino a oggi, l’uccisione di una donna per il suo “essere donna” era omicidio
volontario aggravato da motivi abietti o futili oppure da crudeltà e sevizie,
delitto punito con l’ergastolo. Con l’introduzione della nuova norma, invece,
l’uccisione di una donna commessa per odio, discriminazione, prevaricazione o
come atto di controllo, possesso o dominio in quanto donna, o anche per il
rifiuto di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di
limitazione delle sue libertà individuali (l’articolo dice testualmente questo),
è considerata femminicidio ed è punita con l’ergastolo. Guardiamo l’art. 3 della
Costituzione: recita che i cittadini italiani sono uguali davanti alla legge
sotto ogni profilo, perciò è chiaro che l’introduzione del delitto di
femminicidio cozzi contro questo principio.
Se confrontiamo le aggravanti dell’art. 61 del codice penale, cioè l’aver agito
per motivi abietti o futili o con sevizia e crudeltà, con gli elementi richiesti
dal delitto di femminicidio (cioè – lo ripetiamo – l’atto di odio o di
discriminazione o di prevaricazione o l’atto di controllo o possesso o dominio
in quanto donna, o per il rifiuto della donna di instaurare o mantenere un
rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali),
probabilmente riterremmo che per il giudice sarebbe più semplice individuare i
motivi abietti o futili, piuttosto che la prevaricazione e la volontà di
possesso o di controllo. È meno complicato considerare abietto l’omicidio della
propria compagna, che non cercare di capire se, nel momento dell’uccisione, la
psiche di un assassino stesse discriminando o prevaricando una donna in quanto
tale.
Non solo la nuova formulazione potrebbe creare problemi interpretativi ai
giudici, ma addirittura – e questo è davvero paradossale – potrebbe fornire ai
difensori dell’imputato delle armi potenti: come si fa a dimostrare che
quell’uccisione è avvenuta per un atto di possesso o di dominio? Cos’è, in
realtà, un atto di possesso o di dominio? Come si può provare? Per contestare
l’accusa, ora i legali dell’assassino potranno attingere alla sociologia, alla
psicologia, perfino alla filosofia o alla Storia. A questo punto, mi domando se
fosse davvero necessario creare una norma autonoma per punire l’uccisione di una
donna in quanto tale.
Qui aggiungo un’analisi politica. Infatti, il governo – che ha varato l’art. 577
bis con l’appoggio dell’opposizione – oggi può vantarsi di aver comunque fatto
qualcosa per arginare il problema, sulla base del principio che la stragrande
maggioranza (della gente che vota) ignora totalmente il profilo tecnico di cui
abbiamo parlato.
In conclusione, che il femminicidio serva a prevenire la strage delle donne –
cosa purtroppo poco probabile – a noi sta più che bene. Ma il sospetto che
l’introduzione del femminicidio come reato autonomo sia soprattutto
un’iniziativa finalizzata all’immagine politica, c’è tutto.
L'articolo I miei dubbi sul reato di femminicidio: perché credo che nasceranno
problemi interpretativi proviene da Il Fatto Quotidiano.
“In teoria, con la Costituzione attuale, si potrebbe anche sottomettere o
comunque vincolare il pubblico ministero al potere esecutivo. La nostra
Costituzione attualmente attribuisce l’assoluta indipendenza e autonomia
soltanto al giudice“. Parlando alla convention di Noi moderati a Roma, Carlo
Nordio propone una singolare lettura – che forse è un auspicio – del principio
di indipendenza della magistratura sancito dalla Carta: secondo il ministro
della Giustizia, nella Costituzione attuale “si dice che soltanto il giudice è
soggetto alla legge”, mentre con la riforma sulla separazione delle carriere,
oggetto di referendum in primavera, “la figura del pm viene elevata allo stesso
rango d’indipendenza e autonomia del giudice”. Per sostenere questa tesi Nordio
cita l’articolo 101, che recita “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”,
ma sembra dimenticarsi del tutto l’articolo 104, secondo cui “la magistratura
costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere“. E della
magistratura, prima e dopo la riforma, fanno e faranno parte anche i pubblici
ministeri.
Non è ben chiaro, poi, cosa intenda il Guardasigilli quando afferma che con la
nuova legge i pm saranno “elevati” al rango dei giudici. L’articolo 101 infatti
resterà identico e continuerà a definire esclusivamente i giudici “soggetti
soltanto alla legge”, mentre il 104 verrà completamente riscritto: prima
specificando che la magistratura è “composta dai magistrati della carriera
giudicante e della carriera requirente“, poi disciplinando i due distinti
Consigli superiori per le due categorie. Insomma, non si capisce perché dopo la
riforma l’indipendenza dei pm separati dai giudici dovrebbe essere più al
sicuro. Nordio però accusa di “ignoranza” chi avverte del rischio di una futura
sottoposizione delle Procure all’esecutivo: si tratta di “trucchi verbali, vere
e proprie trappole enfatiche che non hanno nessun fondamento con la realtà. Mi
dolgo che simili sciocchezze vengano dette da alcuni magistrati”.
Il ministro accusa poi l’Associazione nazionale magistrati di opporsi alla
riforma perché gli toglie il “potere” di influire sulle decisioni del Csm, i cui
membri togati verranno sorteggiati. “Tutti sanno, in realtà, i magistrati per
primi, che quello che irrita l’Anm è che il sorteggio rompe, spezza, infrange,
frantuma quel legame perverso fra elettori ed eletti che ha fondato quella
baratteria di scambi di cariche al’interno del Csm e anche al momento del
giudizio disciplinare che è emerso nel caso Palamara”. Come ha già fatto più
volte, Nordio afferma che le toghe abbiano messo “la polvere sotto il tappeto”
dopo lo scandalo nomine, usando come capro espiatorio il “povero Palamara,
estromesso in tempi rapidi dalla magistratura”. Nel merito, il Guardasigilli ha
ragione: quasi tutti i sodali di Palamara, che si rivolgevano a lui per ottenere
poltrone per sé e gli amici, non hanno avuto conseguenze sulla carriera, e molti
sono stati addirittura promossi. C’è solo un dettaglio: al Csm i voti decisivi
per salvarli sono arrivati sempre dai “laici” di centrodestra, cioè i
consiglieri eletti dal Parlamento su input dei partiti della maggioranza. Una
dei sodali di Palamara Nordio se l’è persino portata al ministero: Rosa Sinisi,
ex presidente della Corte d’Appello di Potenza, nominata vice capo del
Dipartimento organizzazione giudiziaria dopo aver raccomandato per anni all’ex
pm radiato candidati “amici” per i posti di tutta la Puglia.
L'articolo La tesi di Nordio: “Con l’attuale Carta si può sottomettere il pm al
governo”. Ma non è vero: è “autonomo da ogni potere” proviene da Il Fatto
Quotidiano.