“Le dicevo di denunciare”. È il racconto dell’uomo con cui la 41enne Valentina
Sarto, uccisa mercoledì a Bergamo, aveva iniziato una relazione dallo scorso
febbraio, tra gli ultimi a sentirla prima della tragedia che si è consumata
nella mattinata nella casa in cui viveva con il marito. Ascoltato dalla polizia,
l’uomo ha riferito di aver più volte cercato di convincerla a rivolgersi alle
forze dell’ordine. Nei giorni scorsi l’aveva anche accompagnata dai carabinieri
di Almenno San Salvatore, dove avevano chiesto consigli su come comportarsi.
Nonostante le preoccupazioni, la donna non era però convinta di sporgere
denuncia nell’immediato e avrebbe preferito attendere ancora qualche giorno per
capire come si sarebbe evoluta la situazione.
Secondo il suo racconto, il rapporto tra la vittima e il marito si sarebbe
incrinato dopo il matrimonio, celebrato il 24 maggio 2025, mentre nei dieci anni
precedenti non si sarebbero registrati particolari problemi. Negli ultimi mesi,
invece, sarebbero diventati frequenti gli insulti e, in almeno due occasioni,
anche episodi di violenza fisica. Mercoledì la donna è stata accoltellata alla
schiena e al collo. Un’aggressione violenta che non le ha lasciato scampo.
Dopo Il femminicidio, l’uomo si sarebbe procurato alcune ferite superficiali
alle braccia, sostenendo di aver tentato di togliersi la vita. Avrebbe inoltre
ingerito della candeggina, circostanza riferita ai soccorritori intervenuti sul
posto. Trasportato all’ospedale Papa Giovanni XXIII, è stato dimesso poco dopo
le 11 di giovedì. Subito dopo è stato trasferito nel carcere di via Gleno,
sempre a Bergamo, dove si trova ora detenuto con l’accusa di omicidio. Gli
inquirenti stanno lavorando per ricostruire con esattezza la dinamica dei fatti
e il contesto in cui è maturato il delitto.
Nelle prossime ore il 49enne sarà interrogato dal sostituto procuratore Antonio
Mele, titolare del fascicolo, e successivamente dal giudice per le indagini
preliminari. Gli accertamenti proseguono anche attraverso le testimonianze e
l’analisi dei rapporti tra i coniugi negli ultimi mesi, per chiarire eventuali
responsabilità e comprendere se vi fossero segnali pregressi che potessero far
presagire l’escalation di violenza.
L'articolo “Le dicevo di denunciare”, il nuovo compagno aveva accompagnato
Valentina Sarto dai carabinieri proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’ennesimo femminicidio è avvenuto a Bergamo. Un uomo ha ucciso sua moglie in
casa a coltellate. L’aggressione mortale è avvenuta mercoledì mattina in una
abitazione di via Pescaria, alla periferia della città. Sul posto sono
intervenuti polizia, ambulanze e vigili del fuoco. La strada è stata chiusa per
permettere l’arrivo dei mezzi di soccorso e della polizia scientifica.
La vittima aveva 42 anni. Le indagini sono condotte dagli investigatori della
Squadra mobile sotto il coordinamento del pm Antonio Mele. Il femminicida dopo
il delitto avrebbe tentato il suicidio. Non risulterebbero, al momento, denunce
pregresse.
Solo una settimana fa a Messina un 67enne ha ucciso a coltellate l’ex compagna
che lo aveva denunciato. L’uomo era ai domiciliari ma non c’era la disponibilità
di un braccialetto elettronico.
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L'articolo Femminicidio a Bergamo: un uomo ha ucciso sua moglie in casa a
coltellate proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nessun tremore nella voce, nessun cedimento apparente. Mark Antony Samson parla
con tono pacato, quasi distaccato, davanti alla III Corte d’Assise di Roma,
nell’aula bunker di Rebibbia, dove è imputato per il femminicidio della
fidanzata Ilaria Sula, 24 anni, uccisa un anno fa nell’apprtamento del ragazzo
in via Homs, nel quartiere Africano. “Lei non sapeva che avevo le password dei
suoi profili, le avevo prese senza che se ne accorgesse”, ha dichiarato il
giovane, spiegando come controllasse le conversazioni della ragazza, leggendo i
messaggi scambiati con altri uomini. “Se devi capire se ami qualcuno, non ti
metti su un sito di incontri”, ha aggiunto, delineando un quadro di gelosia e
controllo ossessivo. Quando il pubblico ministero gli ha contestato che anche
lui frequentava un’altra ragazza, Samson ha tentennato, per poi scegliere di non
rispondere. In aula, presenti i genitori della vittima, con gli occhi lucidi e
le magliette con il volto della figlia.
L’IMPUTATO E LE ACCUSE
“Non so spiegare neanche io che cosa mi è preso, è come se mi fosse sceso un
velo sugli occhi. Sentivo un misto di emozioni negative, non mi ricordo quante
volte l’ho colpita sul volto, sicuramente più di due”, ha affermato ricostruendo
i momenti dell’aggressione. Secondo quanto emerso dalle indagini, coordinate dal
procuratore aggiunto Giuseppe Cascini, la giovane è stata uccisa con tre
coltellate al collo. Il corpo venne poi nascosto in una valigia e abbandonato in
fondo a un dirupo nella zona di Capranica Prenestina.
A carico di Samson i pm contestano l’omicidio volontario aggravato dalla
premeditazione, dai futili motivi e dalla relazione affettiva con la vittima,
oltre all’occultamento di cadavere. Prima di iniziare la deposizione, il giovane
ha voluto fare una premessa: “Devo fare una premessa. Sono consapevole di non
aver detto sempre la verità, soprattutto su mia madre. Cercavo di proteggerla”.
Un riferimento diretto alla posizione della madre, già affrontata nella
precedente udienza. La donna ha infatti patteggiato una pena a due anni per
concorso in occultamento di cadavere aggravato. La scorsa udienza la donna ha
spiegato di “aver ripulito il tanto sangue che c’era a terra”. “In questa
vicenda non detto sempre la verità perché quando mia madre non era ancora
indagata cercavo di tutelarla”, ha ribadito Samson davanti ai giudici, spiegando
anche il contesto del deterioramento del rapporto con la vittima. Ilaria, ha
raccontato, era “arrabbiata e delusa” dopo aver scoperto le sue bugie sugli
esami e sui voti universitari.
I GENITORI DELLA VITTIMA
“Noi ci aspettiamo che sia fatta giustizia per nostra figlia, ci sono ancora dei
dettagli che non si capiscono. L’orario ad esempio non convince, ogni volta
cambia versione. Non credo stia coprendo qualcuno ma vogliamo chiarezza”. dicono
i genitori della vittima, Flamir e Genzine Sula. “Mia figlia era il nostro sole
– prosegue il padre – ogni mattina che mia moglie si alzava, vedeva il sole e
diceva: questa è mia figlia. Ilaria aveva tanti sogni come ogni ragazza della
sua età”. Il padre poi spiega che loro non erano a conoscenza di cosa stava
accadendo nel loro rapporto, non sapeva nemmeno che voleva lasciarlo. “Per
sappiamo che era una storia importante, era il primo amore. Noi neanche volevamo
stesse con questo ragazzo, troppe differenze culturali, avevamo paura”. Nel
corso dell’udienza la coppia è uscita dall’aula per qualche minuto, la mamma in
particolare ha avuto un malore. “Sono giorni difficili spiega, sentire quelle
cose, ricordare gli ultimi istanti della vita di mia figlia è doloroso – spiega
la donna -. Non so nemmeno chi ci dia ancora la forza per andare avanti, solo
Ilaria può darmi questa forza”. “Io come ho già detto non chiedo vendetta ma
solo giustizia e la giustizia significa ergastolo“.
L'articolo “Ho colpito non so quante volte”, la confessione di Mark Samson per
il femminicidio di Ilaria Sula. I genitori: “Per noi giustizia significa
ergastolo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tentato femminicidio nella serata di lunedì a Genzano di Lucania, in provincia
di Potenza, dove un uomo di 46 anni ha sparato contro l’ex compagna, una donna
di 52 anni, ferendola a una spalla. Secondo le prime ricostruzioni,
l’aggressione si è consumata in circostanze ancora al vaglio degli
investigatori. Subito dopo aver sparato, l’uomo è scappato, facendo perdere
temporaneamente le proprie tracce.
La vittima è stata soccorsa e trasportata all’ospedale San Carlo di Potenza,
dove è stata medicata: le sue condizioni non sarebbero gravi e non risulta in
pericolo di vita. Immediato l’intervento dei carabinieri della stazione locale e
della Compagnia di Venosa, che hanno avviato le ricerche del responsabile. Il
46enne è stato rintracciato e arrestato poco dopo. Le indagini, coordinate dalla
Procura di Potenza, sono in corso per chiarire la dinamica dei fatti e il
contesto che ha portato all’aggressione.
Intanto saranno celebrati oggi nel Duomo di Messina, i funerali di Daniela
Zinnanti, uccisa a coltellate dal suo compagno reo confesso. Sempre domani,
dalle 21 alle 23, in piazza Duomo gli amici della vittima di femminicidio hanno
organizzato una fiaccolata in ricordo di Daniela con il motto ‘doveva essere una
in più, non una in meno’ e per “lottare e rifiutare la violenza e la mancata
protezione delle vittime”. Ogni atto di violenza, osservano i promotori, non è
mai innocuo e, come si sottolinea nell’appello, “non ha genere, razza o sesso” e
“Messina è chiamata a ribellarsi al male e all’indifferenza che Daniela e troppe
altre vittime di femminicidio hanno subito nel tempo”.
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L'articolo Spara all’ex compagna e la ferisce: arrestato 46enne nel Potentino.
La donna colpita a una spalla proviene da Il Fatto Quotidiano.
Aveva già accoltellato una donna ed era stato condannato per questo Santo
Bonfiglio, l’uomo che lo scorso 9 marzo ha ucciso a Messina la cinquantenne
Daniela Zinnanti. A Bonfiglio erano stati inflitti dieci anni in primo grado per
tentato omicidio della donna con cui conviveva; in Appello, però, la condanna
era stata ridotta a tre anni e il reato ridimensionato a quello più lieve di
lesioni personali. Il 5 settembre del 2008 l’uomo, all’epoca 49enne, era sceso
in strada in mutande a Spadafora, comune della costa tirrenica del Messinese,
per inseguire la convivente che stava scappando da lui: una volta raggiunta
l’aveva presa a calci e pugni, poi era risalito a casa, si era vestito ed era
uscito di nuovo, stavolta con un coltello in mano. Aveva mirato al petto della
donna, che si era difesa con un braccio, prima di essere fermato da un vigile
presente per caso sulla scena e darsi alla fuga in auto. Poco dopo ha chiamato
l’ex moglie, dicendo che stava andando da lei e della figlia di sei anni, e
confessandole l’accaduto: lei aveva avvertito la Polizia facendolo arrestare. La
convivente, invece, era stata ricoverata in ospedale con una ferita profonda al
braccio e varie altre contusioni, per una prognosi di quaranta giorni. In
secondo grado, però, la condanna era stata ridotta di sette anni, nonostante
Bonfiglio avesse già picchiato la donna.
Poi di nuovo i calci e i pugni. Stavolta su Daniela. A maggio dell’anno scorso,
quando la loro relazione era iniziata da poco. Bonfiglio fu messo in custodia
cautelare ai domiciliari per la bellezza di sette giorni, poi la misura fu
attenuata nel più semplice divieto di avvicinamento. La donna aveva ritirato la
denuncia nei suoi confronti, ma il procedimento sarebbe andato avanti, con la
prossima udienza in programma il 25 marzo prossimo. Ma a febbraio ecco un altro
episodio: il gip Salvatore Pugliese sottolinea i comportamenti reiterati, il
pericolo che ripeta la stessa violenza, e dispone infine i domiciliari con
braccialetto elettronico come “misura minima adeguata”. Nel provvedimento non si
menzionano solo genericamente le condanne precedenti. Ma il fatto di aver
picchiato e aggredito con un coltello la compagna non avrebbe dovuto aver peso?
“Andremo fino in fondo in questa vicenda”, assicurano i legali della famiglia di
Daniela, Filippo Brianni, Gianfranco Briguglio e Giorgio Italiano. Intanto
emergono i primi particolari dall’autopsia svolta dal medico legale Alessio
Asmundo: le coltellate inferte a Daniela sono state più di trenta, di cui una
alla gola. La vittima, ritrovata dopo un giorno dalla figlia, deve dunque essere
morta in un breve arco di tempo. Nessuna lenta agonia. Alcune ferite alle mani,
invece, raccontano come la donna abbia tentato di difendersi.
L'articolo Femminicidio Daniela Zinnanti, il killer Santo Bonfiglio aveva già
accoltellato la ex: la condanna a sette anni per lesioni proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il video mostra Santino Bonfiglio uscire dall’appartamento di Daniela Zinnanti,
nella mano destra il coltello sporco con cui ha colpito la 50enne più volte. Lo
riferisce l’Ansa, che ha diffuso il filmato – in possesso degli inquirenti – e
che indica le 22.25 di lunedì marzo. Il video, infatti, è stato registrato da
una telecamera al primo piano dell’edificio in cui è avvenuto il femminicidio
della donna.
Le immagini sono citate nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere del gip.
L’uomo è entrato in casa della vittima dalla finestra, come ha raccontato lui
stesso nell’interrogatorio.
L'articolo Femminicidio Daniela Zinnanti, in un video l’indagato con un coltello
in mano mentre esce dalla casa della vittima proviene da Il Fatto Quotidiano.
Precedenti condanne con una sfilza di reati – furto, maltrattamenti, lesioni,
porto d’armi – e due processi in corso per maltrattamenti ai danni di Daniela
Zinnanti. Uno nato dalle violenze del maggio 2025, quando la donna era arrivata
in ospedale con sette costole rotte: Santino Bonfiglio le aveva dato un colpo in
testa e, una volta a terra, aveva infierito con calci e pugni. L’altro per i
fatti del 5 febbraio, quando l’aveva già ferita con un coltello. In mezzo una
sequela di violenze che avevano “cadenza mensile”. Così si legge nell’ordinanza
del 14 febbraio scorso, firmata dal giudice per le indagini preliminari
Salvatore Pugliese, che disponeva gli arresti domiciliari con braccialetto
elettronico. Braccialetto mai applicato perché non ce n’erano a disposizione.
Sarebbe arrivato solo ieri, tre giorni dopo la morte di Daniela.
Una morte annunciata? Il gip lo scrive con chiarezza: “Un clima di sopraffazione
e violenza psicologica e fisica che ne mette in risalto la pericolosità e fa
verosimilmente ritenere che lo stesso possa in futuro reiterare analoghi o più
gravi comportamenti, qualora non si ponga un freno con urgenza alla sua
condotta”. Perché dunque il freno non c’è stato? “Quello che mi sento di
chiedere in questo momento è perché mia sorella non è stata protetta?”, è la
frase che Roberto Zinnanti ripete da giorni. “Andremo fino in fondo”, sottolinea
anche il suo legale, Filippo Brianni.
Che i domiciliari fossero una misura insufficiente lo aveva scritto lo stesso
gip: “Si badi, il Bonfiglio era stato già sottoposto agli arresti domiciliari
per condotte del tutto omologhe ai danni della stessa vittima – scrive Pugliese
nell’ordinanza – misura poi modificata nella meno severa misura del divieto di
avvicinamento. Evidentemente, la risposta giudiziaria, anche solo cautelare, si
è rivelata del tutto inefficace”.
Era già tutto successo un anno prima, d’altronde. Bonfiglio aveva avuto i
domiciliari il 9 giugno 2025, dopo la prima denuncia di Daniela. Sette giorni
dopo, però, la misura era stata attenuata: divieto di avvicinamento e
ammonimento del questore. Tutto qui. Forse perché lei aveva ritrattato tutto. Il
procedimento nei confronti di Bonfiglio, però, è andato avanti e il 25 marzo ci
sarebbe stata la prossima udienza (l’8 maggio, invece, quella per la denuncia di
febbraio).
Cos’era successo in quell’occasione? Il 31 maggio il 118 e le forze dell’ordine
arrivano a casa di Bonfiglio. Quando giungono sul posto, lui la spinge dalle
scale per simulare la causa delle sue ferite. Ecco il racconto dettagliato
nell’ordinanza: “La sera del 30 maggio 2025 si presentava in evidente stato di
alterazione psicofisica derivata dalla smodata assunzione di bevande alcoliche
e, dopo aver appreso dalla stessa la conferma della definitiva interruzione
della relazione, la colpiva con un pugno in testa facendola cadere al suolo, al
contempo tentando di sottrarle il telefono cellulare in modo da evitare che
potesse chiedere aiuto, altresì ponendosi con il peso del proprio corpo sopra la
Zinnanti, infierendo nei suoi confronti con calci e pugni fino a farle perdere i
sensi; continuando nell’azione violenta, trascinava la donna dalle braccia
all’interno della camera da letto e, dopo averle gettato dell’acqua in faccia
nel tentativo di rianimarla, continuava a schiaffeggiarla sebbene la donna lo
implorasse di andare via”. Una sequenza feroce. Dopodiché le vessazioni sono
continuate con “cadenza mensile”, scrive Pugliese. Daniela lo lascia ancora;
questa volta vuole concentrarsi sulla gravidanza della figlia: stava per
diventare nonna. Bonfiglio, però, non accetta la fine della relazione e il 5
febbraio va a casa sua.
A raccontare cos’è successo lo scorso febbraio è la stessa Daniela: “Lui
improvvisamente è andato in cucina e si è ripresentato da me con un coltello che
non era da cucina e che non avevo mai visto. Nel manico di quel coltello aveva
avvolto la spugna gialla da cucina, forse per non lasciare le sue impronte. Lui
mi ha minacciato mettendomi quel coltello, che teneva nella sua mano destra,
vicino al mio fianco sinistro dicendomi: ‘Ti ammazzo, ti scannu, ubriacona di
merda e pazza’. L’ho supplicato di smetterla… Da lì mi ha iniziato a riempire di
botte e non so come mi sono ritrovata con un taglio all’orecchio sinistro, uno
dietro di esso al collo, un taglio alla testa… lui ha aperto la porta e,
tirandomi dal braccio, mi ha spinta dal pianerottolo facendomi scivolare per le
scale. Io mi sono seduta sulle scale ed ero tutta piena di sangue in viso e nei
vestiti. Anche per questo lui ha detto che ero caduta da sola”.
Un racconto che convince il gip della premeditazione: “L’uso di un’arma
(coltello), la premeditazione suggerita dall’uso della spugna sul manico per non
lasciare impronte e l’efferatezza dell’aggressione (spinta per le scale con
ferite già sanguinanti) integrano pienamente le aggravanti contestate”. Per
questo, secondo il gip, la misura dei domiciliari con braccialetto elettronico
“non rimane che quella minima adeguata”. Peccato che non sia stata applicata:
braccialetti elettronici non ce n’erano a disposizione delle forze dell’ordine
di Messina. Bonfiglio è rimasto quasi un mese senza, dal 14 febbraio al 9 marzo,
quando è andato a casa di Daniela con un coltello addosso e l’ha uccisa: ha
confessato tutto agli agenti della Mobile e ha confermato tutto ieri davanti al
gip.
Il giorno dopo, allarmata dal fatto che la madre non rispondesse più al
telefono, la figlia Roberta è andata a casa sua. “L’ho sentita gridare ma non
credevo addirittura potesse essere successo tutto questo”, racconta una vicina.
Poco dopo è arrivata l’ambulanza. Incinta di sette mesi, Roberta ha avuto un
malore ed è adesso al Policlinico sotto stretta osservazione, sotto shock. In
grembo porta una femminuccia. Intanto Bonfiglio, reo confesso, questa volta
resta ovviamente in carcere, la giudice per le indagini preliminari, Alessia
Smedile, ha convalidato il fermo ed emesso l’ordinanza di custodia cautelare a
suo carico.
L'articolo “Può reiterare violenze più gravi”, così scrisse il gip che dispose
il braccialetto per il femminicida reo confesso Santino Bonfiglio proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Esce dal carcere dopo 14 anni l’assassino di Federica Mangiapelo, una ragazzina
di soli 16 anni, uccisa il 31 ottobre del 2012 ad Anguillara. Marco Di Muro, che
all’epoca aveva 23 anni, aveva stordito la vittima e le aveva spinto la testa
sott’acqua sulle sponde del lago di Bracciano. Le indagini accertarono che
Federica era uscita dall’abitazione del padre intorno alle 22.30 del 31 ottobre,
per raggiungere il fidanzato Marco e iniziare i festeggiamenti per la notte di
Halloween. L’uomo ha scontato la pena che gli era stata inflitta.
Verso le 3 di notte scoppiò un litigio tra i due giovani e la 16enne chiese al
fidanzato di riaccompagnarla a casa. Il mattino seguente un passante ritrovò a
Vigna di Valle, poco fuori il paese di Anguillara, il corpo seminudo della
ragazza steso sul bagnasciuga del lago di Bracciano: la testa era immersa in
venti centimetri di acqua. Nella prima perizia si confermò la pista della morte
per cause naturali e il caso fu archiviato. A seguito di pressioni da parte
della famiglia, il caso fu riaperto e la successiva perizia collegiale parlò di
morte per annegamento. Di Muro, unico imputato, raccontò sempre di aver lasciato
Federica da sola sulle rive del lago alle 3 di notte, ma la svolta arrivò il 12
dicembre del 2014: Di Muro fu arrestato con l’accusa di omicidio volontario
aggravato.
IL DEPISTAGGIO
Le indagini e il processo hanno accertato che tra i due era scattato un litigio
per motivi di gelosia. Il giovane avrebbe poi cercato di depistare le indagini:
alle 4 del mattino, circa un’ora dopo l’omicidio, Di Muro inviò dal suo pc uno
strano messaggio: “Abbiamo litigato, ma ti voglio sempre bene”. Poi si impegnò
fin dall’alba nelle ricerche della fidanzata 16enne che aveva ucciso poche ore
prima. L’avvocato Andrea Rossi, legale della famiglia Mangiapelo, dopo la
sentenza definitiva aveva dichiarato: “Non ha mai collaborato, ha anzi
ostacolato il processo. Ha insultato i genitori di Federica su Facebook, ha
fatto sparire borsa e cellulare della vittima, ha occultato il proprio cellulare
e tanto altro”. A confermare ciò il biglietto scritto alla madre la mattina
seguente l’omicidio: “A mano o in lavatrice, anche se piove. Basta che li lavi”.
Il riferimento di Di Muro era ai pantaloni, usati quella notte, su cui gli
inquirenti trovarono le stesse alghe presenti sulla scena del crimine.
LA CONDANNA
Era stato condannato, in via definitiva per omicidio volontario, a 14 anni.
L’omicidio si consumò prima dell’introduzione del reato di femminicidio,
contestato per la prima volta in Italia a Claudio Carlomagno, che l’8 gennaio
scorso ha ucciso la moglie Federica Torzullo nella loro villetta, sempre ad
Anguillara Sabazia. A favorire Di Muro era stata anche l’assenza del divieto di
accesso al giudizio abbreviato per i delitti puniti con la pena dell’ergastolo,
entrato in vigore solo nel 12 aprile 2019 con la legge n.33. Di Muro aveva
infatti scelto il rito abbreviato durante il processo di primo grado e il 17
luglio 2015 era stato condannato dal giudice dell’udienza preliminare del
Tribunale di Civitavecchia a 18 anni, avvalendosi dello sconto di un terzo della
pena. A nulla erano valse le aggravanti della “minorata difesa”, cioè dal fatto
che il delitto fosse avvenuto di notte, che Federica fosse una minorenne e che
si trovassero in un posto isolato. La sentenza, ridotta a 14 anni, fu poi
confermata in toto dalla Cassazione l’11 dicembre 2017, che rigettò i ricorsi
della difesa.
Marco Di Muro ha oggi 36 anni e, dopo essere uscito dal carcere di Rebibbia, è
tornato a casa. Al momento è ancora in affidamento in prova ai servizi sociali,
ma a giugno sarà un uomo libero dopo aver scontato la sua pena. Il suo
difensore, l’avvocato Cesare Gai, ha dichiarato che sta cercando lavoro,
“riscontrando non poche difficoltà”.
L'articolo Annegò la fidanzata 16enne nel lago di Bracciano, esce dal carcere
dopo 14 anni l’assassino di Federica Mangiapelo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una donna di 50 anni, Daniela Zinnanti, è stata uccisa ieri sera nella sua
abitazione di via Lombardia, nel quartiere Lombardo a Messina. Il corpo della
vittima è stato trovato all’interno dell’appartamento con numerose ferite da
arma da taglio. Sull’ennesimo femminicidio indaga la polizia, che nelle ore
successive al delitto ha fermato Santino Bonfiglio, 67 anni, ex compagno della
donna. L’uomo è stato portato in questura per essere interrogato dagli
investigatori e, secondo quanto trapela, avrebbe confessato l’omicidio.
Secondo quanto emerso dalle prime indagini della Squadra mobile, l’uomo si
sarebbe presentato a casa della donna con l’intenzione di parlarle e tentare una
riconciliazione. I due erano separati da diversi mesi e il loro rapporto,
secondo le testimonianze raccolte dagli investigatori, era da tempo
conflittuale, segnato da continui allontanamenti e riavvicinamenti. Durante
l’incontro la situazione sarebbe degenerata. Dopo essere stato respinto,
Bonfiglio avrebbe preso un coltello e colpito la ex compagna più volte,
sferrando numerosi fendenti che non le hanno lasciato scampo.
A fare la tragica scoperta è stata la figlia della vittima. Non riuscendo a
contattare la madre, la giovane si è recata nell’appartamento e ha trovato il
corpo senza vita. Alla vista della scena ha avuto un malore ed è stata soccorsa
e trasportata in ospedale. Nel corso delle indagini gli investigatori hanno
recuperato anche l’arma del delitto: un coltello trovato vicino a un cassonetto
non lontano dall’abitazione della donna. Dai primi accertamenti è emerso inoltre
che circa un mese fa Bonfiglio avrebbe aggredito Zinnanti, che era stata
costretta a ricorrere alle cure dei sanitari in ospedale. In quell’occasione la
donna avrebbe presentato una denuncia poi successivamente ritirata.
Gli investigatori hanno anche chiarito che il 67enne era stato sottoposto agli
arresti domiciliari con braccialetto elettronico per reati contro la persona,
misura dalla quale era tornato libero da alcune settimane. Dopo la confessione
l’uomo è stato trasferito in carcere, mentre proseguono le indagini per
ricostruire nel dettaglio la dinamica dell’omicidio e verificare eventuali
precedenti episodi di violenza nel rapporto tra i due.
L'articolo Uccisa a coltellate in casa dall’ex compagno: 50enne trovata morta
dalla figlia a Messina proviene da Il Fatto Quotidiano.
Uccise la fidanzata con 24 coltellate, ma oggi è libero. Lorenzo Innocenti,
l’architetto che l’8 febbraio 2025 uccise la compagna Eleonora Guidi a Rufina
(provincia di Firenze), al momento non è nelle condizioni di partecipare al
processo e non è socialmente pericoloso. L’assassino – dopo il femminicidio con
in casa anche il figlio che all’epoca aveva nemmeno due anni – tentò il suicidio
gettandosi da una finestra del secondo piano dello stabile, procurandosi gravi
lesioni. Dopo le lesioni riportate Innocenti presenta amnesie, deficit del
linguaggio e difficoltà nel ragionamento. È quanto stabilito dai periti
incaricati dal gip Alessandro Moneti prima dell’udienza prevista per il 25
marzo, come riportato dal Corriere Fiorentino e La Nazione.
“La condizione — è quanto sostengono lo psichiatra Rolando Paterniti, la
neurologa Antonella Notarelli e il medico legale Beatrice Defraia — potrebbe
risultare temporanea e suscettibile di miglioramento a seguito di percorso
riabilitativo in un centro specializzato per almeno 12 mesi, dopo i quali si
ritiene opportuna una rivalutazione dello stato neuropsicologico“. Pensiero
totalmente opposto a quello dei consulenti della famiglia di Eleonora Guidi.
“Innocenti ha colpito la povera Eleonora con ben 24 fendenti dimostrativi di
inaudita ferocia, per di più in presenza del figlio minore — sostengono al
contrario il neurologo Sandro Sorbi, il medico legale Aurelio Bonelli e lo
psichiatra Stefano Berrettini — in assenza di alcuna nota patologia neurologica
e psichiatrica, siamo di fronte a un soggetto incapace di controllare le sue
pulsioni aggressive e, quindi, estremamente pericoloso”, la tesi dei consulenti
della vittima.
Innocenti è ora ricoverato all’ospedale di Ponte a Niccheri senza alcuna
restrizione e secondo quanto riportato da La Nazione verrà rivalutato tra un
anno. “Parla, si muove, gira libero in ospedale ma non lo vogliono processare. È
uno scandalo. Qualcuno ci dovrà spiegare se d’ora in poi per salvarsi
dall’accusa di femminicidio sia sufficiente fare una sceneggiata buttandosi dal
balcone” ha dichiarato Elisabetta, sorella di Eleonora, al Corriere Fiorentino.
“Dopo la morte di mia sorella abbiamo preso solo calci. A lui non sono stati
neppure sequestrati i beni in favore del bambino, nonostante venga sempre fatto
dopo i femminicidi quando c’è di mezzo un minore. E non c’è stata ancora neppure
la formalizzazione dell’affidamento. Siamo in un limbo insopportabile”.
L'articolo “È uno scandalo” la sorella di Eleonora Guidi uccisa con 24
coltellate. Il femminicida Lorenzo Innocenti è libero proviene da Il Fatto
Quotidiano.