“Stavamo litigando perché non mi faceva dormire”. Così Giuseppe Musella avrebbe
spiegato alla polizia l’omicidio della sorella Ylenia, ammazzata con una
coltellata alla schiena nella loro abitazione nel rione Conocal, a Ponticelli,
estrema periferia di Napoli. Il 28enne si è costituito nella notte, dopo essersi
reso irreperibile per ore.
L’AMMISSIONE DI GIUSEPPE MUSELLA
Braccato dagli uomini della Squadra Mobile della Polizia, si è presentato in
commissariato e ha ammesso di averla uccisa. “Non volevo farlo, ho lanciato il
coltello”, avrebbe detto. Futili motivi. Almeno questo è quello che ha
raccontato agli investigatori dopo il fermo che ora dovrà essere validato dal
giudice per le indagini preliminari.
LA LITE PER FUTILI MOTIVI: DINAMICA DA CHIARIRE
Giuseppe e Ylenia Musella vivevano in via Al Chiaro di Luna, condividevano
l’abitazione nella quale si è consumato il delitto nel primo pomeriggio di
martedì. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, l’uomo sta provando a
riposare. La sorella era impegnata nelle sue faccende e il 28enne si sarebbe
infastidito per il rumore. Ne sarebbe nata una discussione. L’alterco è
degenerato, l’uomo avrebbe picchiato la sorella. Poi la coltellata. Una sola,
alla schiena. Fatale. In qualche maniera involontaria, secondo il suo primo
racconto: una dinamica tutta da verificare.
LA FUGA, POI SI È CONSEGNATO NELLA NOTTE
Poi Musella ha caricato la sorella in auto, trascinandola fuori
dall’appartamento. È arrivato davanti all’ospedale Villa Betania e l’ha
scaricata al pronto soccorso. I soccorsi dei sanitari sono stati inutili: per la
22enne non c’era più nulla da fare. Intanto è corso via, vagando per ore mentre
gli investigatori stringevano il cerchio attorno a lui. Impossibile sfuggire
alla morsa. Così nella notte Musella si è consegnato alle forze dell’ordine. Ora
è rinchiuso in carcere, in attesa dell’udienza di convalida del fermo.
L'articolo La confessione di Giuseppe Musella che ha ucciso la sorella Ylenia:
“Stavamo litigando perché non mi faceva dormire” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Lo hanno arrestato nella notte e nel giro di qualche ora ha confessato: “Sì,
l’ho uccisa io”. Ylenia Musella è morta per mano del fratello, Giuseppe. È stato
lui, secondo il suo stesso racconto, ad accoltellare alla schiena la 22enne,
scaricata davanti al pronto soccorso dell’ospedale Villa Betania nel quartiere
Ponticelli di Napoli. Una lite in famiglia, degenerata, al culmine della quale
l’uomo, 28 anni, ha sferrato il colpo alle spalle della giovane. Prima, forse,
l’ha picchiata o almeno così sospettano gli investigatori alla luce dei numerosi
lividi che la 22enne presentava al volto quando è stata soccorsa, inutilmente,
dai sanitari.
Il delitto si è consumato martedì pomeriggio in un appartamento del rione
Conocal, nella zona Est del capoluogo campano. Dopo alcune ore in fuga, il
28enne si è consegnato alla Polizia. Sulle sue tracce c’erano gli agenti della
Squadra Mobile di Napoli: a loro ha confessato di aver ucciso la sorella. Il pm
di turno alla Procura di Napoli, Ciro Capasso, aveva emesso un decreto di fermo
d’urgenza per omicidio volontario, che ora dovrà passare al vaglio del giudice
per le indagini preliminari per la convalida.
Stando a quanto ricostruito finora, i due, che vivevano nella stessa abitazione
in via Al Chiaro di Luna, avrebbero litigato. I toni si sono accesi e a un certo
punto l’uomo ha sferrato il colpo, letale, alla schiena. Quindi con ogni
probabilità è stato lui stesso a trascinare il corpo della giovane in auto e a
scaricarlo davanti all’ospedale. Poi si è dato alla fuga per alcune ore. Il
contesto nel quale i due sono cresciuti è estremamente complicato: il padre è in
carcere per omicidio, la madre è detenuta per droga. La stessa vittima, in
passato, era stata coinvolta in un’inchiesta su truffe agli anziani in Abruzzo.
Gli investigatori, una volta esclusa la pista di un femminicidio maturato
all’interno di una coppia e non avendo mai dato pesato a un omicidio legato alla
criminalità organizzata, si sono focalizzati sull’ambiente familiare ascoltando
parenti e amici. Così, ora dopo ora, è cresciuta la pista legata al fratello di
Giuseppe, nel frattempo irreperibile. Nella notte, la svolta: il 28enne si è
presentato in commissariato e ha confessato.
L'articolo Arrestato il fratello di Ylenia Musella, uccisa a 22 anni a Napoli:
ha confessato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una giovane di 22 anni è morta mercoledì pomeriggio dopo essere stata ricoverata
nell’ospedale Villa Betania, nel quartiere Ponticelli, alla periferia di Napoli.
La vittima aveva una ferita da arma da taglio alla schiena. Indaga la Polizia di
Stato. Per ora non si conoscono altri dettagli.
Articolo in aggiornamento…
L'articolo Ragazza di 22 anni morta Napoli: è stata accoltellata alla schiena
proviene da Il Fatto Quotidiano.
È caduta l’aggravante della crudeltà nel procedimento per il femminicidio di
Martina Carbonaro, la 14enne uccisa ad Afragola il 26 maggio 2025 dall’ex
fidanzato Alessio Tucci, oggi 19enne. La decisione emerge dall’avviso di
conclusione delle indagini depositato dalla Procura di Napoli Nord, atto che
precede la richiesta di rinvio a giudizio. I magistrati contestano comunque a
Tucci l’omicidio volontario pluriaggravato.
Restano altre aggravanti: i motivi abietti e futili, l’aver commesso il fatto
contro una persona con la quale aveva intrattenuto una relazione sentimentale,
l’età della vittima, minorenne, e soprattutto l’aver approfittato di circostanze
di luogo tali da ostacolare la difesa. Un quadro che, anche senza la crudeltà,
espone l’imputato al rischio dell’ergastolo.
La scelta della Procura arriva dopo la perizia medico-legale, che ha portato gli
inquirenti a escludere l’accanimento non funzionale all’azione omicidiaria
ipotizzato in una prima fase dal giudice per le indagini preliminari. Secondo la
ricostruzione consolidata, Martina fu convinta dall’ex fidanzato a raggiungerlo
in un casolare abbandonato vicino allo stadio comunale. Al rifiuto della ragazza
di abbracciarlo, Tucci la colpì alle spalle con una pietra, uccidendola. Il
corpo venne poi nascosto sotto un cumulo di rifiuti e ritrovato solo il giorno
successivo, al termine di ricerche alle quali partecipò anche lo stesso 19enne.
La difesa dell’imputato, rappresentata dall’avvocato Mario Mangazzo, ora potrà
esaminare gli atti e valutare se chiedere un interrogatorio o depositare una
memoria difensiva. Dall’altra parte, la famiglia della vittima sottolinea come
il punto centrale resti la minorata difesa. “La Procura riconosce che Martina è
stata uccisa in un luogo che l’ha resa indifesa”, ha ribadito l’avvocato Sergio
Pisani, legale dei familiari. Proprio quel luogo torna al centro del dibattito.
Il casolare, un edificio un tempo destinato al custode del campo sportivo, era
abbandonato e privo di controlli, nonostante finanziamenti pubblici destinati
alla riqualificazione. Un aspetto che, secondo la parte civile, apre anche un
tema di responsabilità istituzionali e di sicurezza degli spazi pubblici.
L'articolo Non contestata l’aggravante della crudeltà per il femminicidio di
Martina Carbonaro proviene da Il Fatto Quotidiano.
La sorella di Federica Torzullo, Stefania, vorrebbe incontrare il cognato
Claudio Carlomagno, in carcere per il femminicidio della moglie. La sorella
della vittima ha inviato una lettera alla redazione di Quarto Grado, la
trasmissione di Gianluigi Nuzzi andata in onda su Reteqauttro venerdì sera.
“Credo sia doveroso per me, la sorella della vittima, incontrare Claudio perché
sta mentendo e continua a mentire su quello che è successo a mia sorella. È
giusto – sostiene Stefania Torzullo – che venga fuori la verità su quello che le
ha fatto e su chi ha aiutato ad attuare un piano che non poteva essere svolto in
così poco tempo e soprattutto che non poteva derivare da una furia momentanea.
La ricerca della verità è tutto ciò che al momento ci interessa”, si legge nella
lettera che è stata inviata tramite la psicologa che la supporta.
Intanto il sindaco di Anguillara Sabazia, Angelo Pizzigallo, ha proclamato il
lutto cittadino per la giornata di sabato 31 gennaio, in occasione delle esequie
di Maria Messenio e Pasquale Carlomagno, morti suicidi sabato scorso a pochi
giorni dall’arresto del figlio Claudio. “Questo lutto non è solo il dolore di
una famiglia, ma una ferita che attraversa l’intera città”, ha sottolineato in
un post il sindaco annunciando che verrà proclamato il lutto cittadino in
memoria di Federica Torzullo. E poi ha ricordato con “profondo affetto e sincera
riconoscenza” Maria Messenio, ex assessora della sua giunta, definendola “donna
delle istituzioni” che “ha servito Anguillara Sabazia con dedizione, senso del
dovere e attenzione autentica verso i cittadini”. Il suo pensiero è andato anche
al marito Pasquale Carlomagno, “uomo riservato e legato ai valori familiari che
ha condiviso con Maria un percorso di vita fatto di sacrifici, dignità e legami
profondi”.
L'articolo Stefania Torzullo: “Voglio incontrare mio cognato e chiedergli la
verità sull’omicidio di mia sorella” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sul Fatto Quotidiano di mercoledì 28 gennaio è stata pubblicata nello spazio
delle lettere la versione breve della riflessione di Damiano Rizzi scritta dopo
il caso di Anguillara e il suicidio dei genitori di Claudio Carlomagno. Qui
trovate l’intervento integrale che, per la sua importante testimonianza,
riteniamo utile proporre ai lettori.
***
Il suicidio dei genitori di Claudio Carlomagno, Pasquale e Maria Messenio, mi ha
scosso profondamente. Non solo per il gesto in sé, ma perché ha reso visibile
ciò che di solito resta nascosto. Dopo un femminicidio non muore soltanto una
donna. Lentamente muoiono anche i genitori della coppia, muoiono parti interne
ed esterne delle famiglie coinvolte, muore il futuro così come era stato
immaginato.
Ci si ammala ora per ora, perché la ferocia che ha portato via una donna è
talmente grande che può essere digerita solo poco alla volta. Oppure ti annienta
subito. Come sembra essere successo ai coniugi Carlomagno.
Ne ho parlato immediatamente con mio padre, che da tredici anni cerca di
sopravvivere al femminicidio di sua figlia, mia sorella. Ha detto: “Avranno
sentito il dolore degli altri genitori, o del nipote rimasto. Un dolore disumano
che li ha resi umani con quel gesto estremo. Un modo di pagare assoluto.
Impossibile più di così”. Mentre lo diceva, ho sentito un movimento contrario.
Ho pensato alle accuse ricevute sui social e che ora, chi le ha scritte, sta
cercando di cancellare. Il sospetto, dichiarato come certezza, che i coniugi
abbiano protetto il figlio nei nove giorni in cui il corpo di Federica Torzullo
giaceva sotto terra nell’azienda di famiglia.
Quando il sospetto di complicità entra nello spazio pubblico, la vergogna non è
più riparabile. Non è più un errore attribuibile ad altri. Diventa qualcosa che,
passando attraverso il proprio figlio, investe l’intera identità. Ci si sente
sbagliati. È una vergogna identitaria, che corrode dall’interno e che non può
essere spiegata, né difesa, né lavata via.
Io porto sempre con me le parole di mio figlio, vittima di femminicidio. Era il
figlio di mia sorella. Le ha dette una sola volta, parlando dei nonni paterni, e
mi bastano per tutta la vita: “Papà, non è certo colpa loro”.
Dal punto di vista clinico, il suicidio è spesso l’esito finale di un collasso
post-traumatico e depressivo. Un femminicidio all’interno di una famiglia è un
evento traumatico e disorganizzante che rompe la capacità della mente di
funzionare. Quando la perdita non riguarda solo le persone, ma il senso stesso
della vita, non siamo più nel dolore: siamo nella disintegrazione della vita
psichica. E i familiari delle vittime di femminicidio vengono lasciati senza
sostegno, senza trattamento, senza una rete che contenga.
Vengono lasciati soli. Dal primo all’ultimo giorno.
Il femminicidio commesso da un figlio frantuma i genitori su tre piani
fondamentali. L’identità: diventa impossibile rispondere alla domanda su cosa
significhi essere madre e padre di un uomo che ha fatto questo. L’appartenenza:
la comunità espelle, anche senza dirlo apertamente. E il tempo: il futuro viene
amputato e non resta più una traiettoria immaginabile.
Dentro questa frattura la colpa diventa persecutoria. Anche quando c’è
comprensione razionale, dentro si vive con un tribunale che non giudica ma
condanna. E il lutto diventa impossibile: lutto per la donna uccisa e lutto per
il figlio che, da quel momento, non esiste più come figlio.
Dopo un femminicidio esistono almeno due famiglie devastate, ma solo una è
riconosciuta come legittimata nel dolore. L’altra, quella del carnefice, viene
espulsa dal campo umano, come se non avesse più diritto a esistere. È la
posizione sbagliata della storia. E scaricare tutto lì non ci aiuta a capire.
Perché è così che spesso funzioniamo: dividendo il bene dal male. Un esercizio
antico e rassicurante, ma inutile. Il bene e il male non stanno mai separati. Si
contendono lo stesso spazio, dentro le persone, dentro le relazioni, dentro le
famiglie. Nessuno ne è immune. Nessuno è al riparo.
In un Paese in cui una donna viene uccisa ogni pochi giorni, e la violenza
contro le donne resta strutturale e trasversale, starei attento a costruire
capri espiatori emotivi. Cercherei piuttosto di capire cosa ci manca nelle
relazioni, cosa non sappiamo fare con la rabbia, con il possesso, con la
vergogna. E chiederei allo Stato di fare il suo dovere, a partire
dall’educazione alle relazioni fin dalla scuola dell’infanzia. Obbligatoria e
senza consenso. Perché spesso sono le famiglie che lo negano quelle i cui figli
ne avrebbero più bisogno.
Perché lo Stato, in tutto questo, è il grande assente. Non esiste un registro
delle famiglie colpite dai femminicidi. Non esiste una presa in carico
strutturata. Non esiste psicoterapia gratuita garantita. E non esiste nemmeno
quando c’è un orfano di femminicidio.
Qui abbiamo visto una morte netta, immediata, che sconvolge perché ci lascia
senza tempo. Ma ce ne sono molte altre che avvengono lentamente, nel silenzio,
senza titoli e senza attenzione. Sono le morti che seguono un femminicidio.
Quelle che si consumano nei giorni, nei mesi, negli anni, dentro le famiglie.
Mettere tutta l’energia su chi si trova dalla parte sbagliata della storia non
ci aiuta a capire. Serve solo a spostare fuori da noi qualcosa che ci spaventa.
Forse, quando non sappiamo, dovremmo imparare ad aspettare. A non aggiungere
violenza a violenza.
Quello che serve, invece, è protezione. Per chi resta, per chi cresce, per chi
eredita questi traumi. Serve uno Stato che arrivi prima, non solo dopo. Con cura
reale.
Perché continuare a puntare il dito dà l’illusione che il pericolo sia sempre
altrove.
Ma il rischio più grande è credere che tutto questo non possa mai riguardarci.
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L'articolo Di Anguillara ho parlato con mio padre, che da anni sopravvive al
femminicidio di sua figlia. Il dolore e la solitudine: così le famiglie
affrontano il lutto proviene da Il Fatto Quotidiano.
I genitori di Federica Torzullo, la donna di 41 anni uccisa dal marito
Carlomagno, sono arrivati questa mattina al tribunale per i minorenni di Roma,
dove si attende la decisione sull’affidamento del figlio della donna. Il giudice
dovrà stabilire se il minore sarà affidato ai nonni materni o, in via
temporanea, collocato in una casa famiglia protetta. La decisione, che segna un
momento cruciale per il futuro del bambino, giunge a pochi giorni
dall’intensificarsi delle indagini sulla dinamica del femminicidio.
Intanto sul delitto continuano le indagini sul movente che sembra essere legato
alla separazione dalla moglie e, probabilmente, alla gelosia per una relazione
di Federica con un altro uomo. Secondo l’avvocato Carlo Mastropaolo, legale
della sorella della vittima, “Il movente dell’omicidio deve essere
necessariamente ricercato nella non accettazione della separazione da parte di
Carlomagno. La premeditazione è ancora un tema prematuro, ma la procura di
Civitavecchia non sta tralasciando indizi in questo senso”. Mastropaolo,
intervenuto fuori dalla villetta dove oggi si terranno nuovi accertamenti, ha
aggiunto che Carlomagno ha fornito una confessione “scomposta” e una “versione
di comodo” che non corrisponde alla verità, e che la famiglia di Federica è
intenzionata a far luce sulla vicenda, anche attraverso l’analisi dei dati.
Gli accertamenti odierni riguardano in particolare l’estrazione dei dati del GPS
della vettura di Carlomagno, con l’intento di ricostruire i suoi movimenti nelle
prime ore del 9 gennaio, giorno dell’omicidio. Gli investigatori stanno cercando
di chiarire i dettagli di quanto accaduto prima del tragico evento, dopo che il
marito di Federica ha confessato l’omicidio, ma non ha fornito una versione
chiara e completa dei fatti. L’avvocato Mastropaolo ha spiegato che l’obiettivo
è quello di “chiudere un primo cerchio”, che non solo faccia chiarezza sulla
dinamica dell’omicidio, ma permetta anche di dare “degna sepoltura” a Federica,
un passo necessario per il suo ricordo e il suo rispetto.
Anche l’avvocato Nicodemo Gentile, presidente dell’associazione Penelope e
legale dei genitori di Federica, ha parlato della situazione con toni
preoccupati ma determinati. Secondo Gentile, un altro strumento fondamentale per
fare luce sulla vicenda è la “scatola nera” dell’auto di Carlomagno, un
dispositivo che potrebbe fornire informazioni cruciali sui movimenti e i
contatti dell’indagato. “La scatola nera servirà per ricostruire i movimenti e i
contatti. Se l’indagato non lo farà, cercheremo di farlo attraverso la scienza e
la tecnologia”, ha dichiarato Gentile, sottolineando che la versione fornita da
Carlomagno finora non è soddisfacente e che gli investigatori faranno tutto il
possibile per ottenere la verità.
Nel frattempo, la tensione rimane alta. Gli accertamenti tecnici sulla villetta
e sull’auto di Carlomagno sono ancora in corso, con la presenza sul posto anche
del procuratore di Civitavecchia, Alberto Liguori, che sta seguendo
personalmente l’evolversi delle indagini. Ogni passo avanti potrebbe essere
determinante per svelare le ragioni che hanno spinto davvero Carlomagno. “Il
movente è quello che dice anche il giudice nell’ordinanza, ad oggi: soffocare
ogni autonomia decisionale di Federica, una relazione che stava ormai diventando
qualcos’altro e c’è stato questo tipo di atteggiamento e questo tipo di
resistenza” ha aggiunto Gentile.
L'articolo Federica Torzullo, nuovi accertamenti nella villetta. Il legale della
famiglia: “Non avrebbe tolgo il figlio a Carlomagno” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’autopsia ha confermato le cause della morte di Maria e Pasquale Carlomagno,
genitori di Claudio Carlomagno, reo confesso del femminicidio della moglie
Federica Toruzllo ad Anguillara Sabazia. I primi risultati dell’esame
medico-legale indicano che i due coniugi sono morti per asfissia da
impiccagione. L’autopsia è stata eseguita presso l’Istituto di medicina legale
dell’Università La Sapienza di Roma e, come previsto dalla prassi, sono stati
effettuati anche i prelievi per gli esami tossicologici. I corpi erano stati
trovati nel tardo pomeriggio di sabato all’interno della villetta di famiglia.
La morte dei genitori di Carlomagno rappresenta un nuovo e drammatico capitolo
nell’inchiesta sul femminicidio della 41enne, uccisa dal marito lo scorso 9
gennaio. I pm di Civitavecchia hanno disposto il sequestro della villetta dei
due coniugi e hanno aperto un fascicolo per istigazione al suicidio, con
l’obiettivo di ricostruire il contesto che ha portato Mla coppia al gesto
estremo. I due avrebbero lasciato un messaggio indirizzato all’altro figlio,
Davide, nel quale spiegano le ragioni della loro decisione.
Proprio Davide ha lanciato l’allarme dopo aver trovato la lettera d’addio
nell’appartamento romano dove aveva ospitato i genitori per alcuni giorni. Sotto
la lente dei carabinieri c’è in particolare lo scritto lasciato dalla madre
Maria, ex assessora al Comune di Anguillara Sabazia, e dal padre Pasquale. Nel
messaggio, secondo quanto emerge, si farebbe riferimento anche alla “gogna”
social a cui la famiglia sarebbe stata sottoposta dopo l’omicidio di Federica
Torzullo. Non è escluso che la procura possa avviare ulteriori accertamenti sui
messaggi di odio comparsi sui profili social dei due coniugi, nel tentativo di
risalire agli autori.
Intanto prosegue l’inchiesta sul femminicidio. I carabinieri del Nucleo
investigativo del reparto territoriale di Ostia effettueranno un sopralluogo
nella villetta di Anguillara Sabazia dove Claudio Carlomagno ha ucciso la
moglie, per svolgere una serie di accertamenti irripetibili. Le verifiche
saranno estese anche all’azienda dell’uomo. Sempre domani è previsto l’esame
della centralina dell’autovettura di Carlomagno, per ricostruire i suoi
spostamenti la mattina del delitto. Le attività investigative puntano anche al
recupero del coltello indicato dallo stesso Carlomagno come arma del delitto.
Nella sua confessione, l’uomo ha raccontato di averlo gettato in un canale lungo
via Braccianese. Finora, però, le ricerche condotte dal Nucleo subacquei di Roma
non hanno dato esito.
Sempre nella giornata di mercoledì alle 11, si terrà davanti al Tribunale per i
minorenni di Roma, in via dei Bresciani, l’udienza per l’affidamento del figlio
minorenne della vittima. Il giudice dovrà decidere se il bambino verrà affidato
ai nonni materni oppure collocato in una struttura protetta. Il minore non è più
rientrato nella casa di famiglia da quando, la sera precedente all’omicidio, il
padre lo aveva accompagnato a casa dei nonni materni.
Claudio Carlomagno aveva ammesso il femminicidio nel corso dell’interrogatorio
di convalida del fermo, raccontando di aver ucciso la moglie la mattina del 9
gennaio colpendola con 23 coltellate. Dal carcere l’uomo si è detto “pentito”
per quanto accaduto. Ha ricevuto la visita del suo avvocato, che lo descrive in
uno stato di forte turbamento: “È provato, consapevole e chiede notizie del
figlio”. Da giorni è seguito dall’equipe di psicologi della struttura
penitenziaria ed è sottoposto a controllo a vista.
L'articolo Autopsia sui corpi dei genitori di Claudio Carlomagno conferma
l’asfissia, mercoledì udienza per l’affidamento del figlio proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La prima Corte d’assise di Roma ha condannato all’ergastolo Gianluca Molinaro
per il femminicidio della sua ex compagna e madre di suo figlio, Manuela
Petrangeli. I giudici hanno accolto la richiesta della procura per il delitto
commesso il 4 luglio 2024, nella zona di via Portuense, a Roma. Il femminicida,
dopo aver teso un agguato alla vittima con un fucile a canne mozze, inviò un
messaggio a un’altra donna: “Spero di averla presa bene: ho visto il sangue che
schizzava”. Un verdetto che arriva a pochi giorni dal brutale femminicidio di
Federica Torzullo, per cui è stato fermato il marito da cui si stava separando.
La pm Antonella Pandolfi, nel corso della requisitoria pronunciata il 25
novembre scorso, aveva delineato il quadro devastante in cui era maturato il
femminicidio Petrangeli . “Manuela era una donna forte, solare, determinata, ma
è stata barbaramente uccisa, strappata ai suoi affetti più cari per mano del
padre di suo figlio, Gianluca Molinaro”. Secondo la pm Pandolfi, l’imputato non
era soltanto vittima delle sue stesse ossessioni, ma anche di un modello
patriarcale che aveva interiorizzato in modo distorto. Il suo comportamento, ha
aggiunto la procuratrice, era frutto di una visione retrograda e violenta della
relazione uomo-donna, alimentata da stereotipi che hanno trovato espressione nel
più brutale degli atti: l’uccisione della madre del suo bambino.
Molinaro, ha continuato Pandolfi, aveva pianificato il delitto con freddezza e
lucidità, come dimostrano le prove raccolte durante l’inchiesta. Tra queste, i
messaggi vocali che l’uomo aveva inviato alla vittima poco prima del suo
assassinio. “Molinaro diceva di essere una bomba a orologeria, di voler
eliminare un ‘problema’ e quel problema era Manuela”, ha spiegato la pm,
confermando che l’omicidio non era stato il frutto di un raptus, ma una
“cronicizzazione della violenza, un’esecuzione fredda e premeditata”. L’uomo,
infatti, non era riuscito ad accettare la fine della relazione con Manuela,
coltivando una rabbia cieca che lo aveva condotto a una vera e propria
ossessione. L’accusa ha ripercorso i messaggi, pieni di offese e minacce, che
Molinaro aveva inviato alla donna nel corso dei tre anni e mezzo che seguivano
la loro separazione. In aula nel corso delle udienze del processo erano stati
letti i messaggi con le tante offese e minacce inviate alla donna fino a poco
prima del femminicidio. Oltre al reato di omicidio aggravato dalla
premeditazione, a Molinaro erano contestati lo stalking, detenzione abusiva di
armi e ricettazione.
L'articolo Femminicidio Manuela Petrangeli, ergastolo all’ex che la uccise a
fucilate per strada proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Sabrina Rossi, psicologa e psicoterapeuta
All’inizio del 2026, Anguillara Sabazia è diventata un nuovo nome nella lunga
lista dei femminicidi. Federica Torzullo aveva 41 anni. È stata uccisa dal
marito nella sua casa. Dopo ogni femminicidio torna la stessa domanda: era
malato di mente?
Nel senso comune la risposta oscilla sempre tra due estremi: o “pazzo” o
“normale”. Ma è un’alternativa falsa, che semplifica e nasconde. La sofferenza
mentale non si presenta solo come deliri e allucinazioni evidenti. Esistono
funzionamenti psichici gravi, privi di sintomi psicotici eclatanti, che alterano
il rapporto con l’altro e diventano riconoscibili solo nell’agito violento. Se
vogliamo usare correttamente la parola malattia mentale, dobbiamo spostarla dal
“raptus” alla struttura psichica.
Molti femminicidi non nascono da una follia improvvisa, ma da funzionamenti
mentali rigidi e fragili: bisogno di controllo, gelosia patologica, dipendenza
affettiva, incapacità di tollerare la separazione. Non sono mostri isolati né
uomini “normali” colti da un momento di pazzia, ma soggetti con un equilibrio
interno precario, che crolla quando l’altro prova a sottrarsi.
Qui la patologia non è una psicosi manifesta, ma una mente lucida e formalmente
organizzata che perde il contatto emotivo con la realtà dell’altro e lo riduce a
oggetto di regolazione interna. Quando una donna prova a separarsi questo non è
vissuto come un dolore da elaborare, ma come una minaccia intollerabile alla
propria tenuta psichica, come se venisse meno un pezzo di sé: è lì che la
violenza diventa possibile.
Carlomagno dice di aver ucciso perché “aveva paura di perdere suo figlio”:
questa è una scorciatoia che consola, ma non spiega. Milioni di genitori ogni
giorno temono di perdere un figlio, soffrono, chiedono aiuto, affrontano
tribunali e separazioni: non uccidono.
Quella frase non racconta la causa dell’omicidio: racconta solo il tentativo di
rendere il gesto dicibile, presentabile, narrabile, dando una motivazione
“razionale” a una dinamica psichica distruttiva molto più profonda.
In questi casi le funzioni cognitive restano integre: il soggetto pensa e agisce
in modo lucido e organizzato. Ma le funzioni affettive sono dissociate: non c’è
empatia, non c’è colpa, non c’è vero contatto affettivo con l’altro, che viene
ridotto a oggetto o a minaccia. È come se la persona agisse dentro un vuoto
emotivo: sa cosa sta facendo, ma non sente davvero chi sta colpendo. L’altro non
è più percepito come un essere umano, ma come un ostacolo da eliminare per
ristabilire un equilibrio interno. È una violenza che parla di un rapporto già
malato, non di una crisi improvvisa.
Il vero nucleo psicopatologico non è nella “paura di perdere il figlio”, ma
nella confusione tra amore e possesso. In un rapporto sano l’altro è
riconosciuto come persona autonoma, quindi libero di andarsene. In un rapporto
malato l’altro è vissuto come una proprietà, un’estensione di sé, una garanzia
di stabilità interna.
Quando questa “proprietà” minaccia di andarsene, non si attiva solo il dolore
della perdita, ma un vissuto di crollo identitario. È in questo punto che la
violenza diventa possibile: non perché l’amore sia troppo grande, ma perché
l’amore è già finito ed è rimasto solo il
dominio.
Qui non siamo davanti a una gelosia eccessiva, ma a un funzionamento
psicopatologico in cui il legame non è più un rapporto tra due soggetti, ma un
sistema di controllo su un oggetto. Rifiutarsi di parlare di malattia mentale
per paura di “assolvere” l’omicida è un errore culturale grave. Significa
rinunciare a capire le dinamiche profonde della violenza e quindi a prevenirla.
Parlare di dinamiche mentali serve a riconoscere i segnali, smontare narrazioni
tossiche e intervenire prima che il controllo diventi violenza, per proteggere
le donne prima che sia troppo tardi.
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L'articolo Femminicidio Anguillara, la frase di Carlomagno sul figlio è una
scorciatoia: consola, ma non spiega proviene da Il Fatto Quotidiano.