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Referendum, Donzelli: “È stato anche un voto politico, ma il governo Meloni arriverà a fine legislatura”
Tocca a Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, l’analisi della sconfitta del Sì al referendum sulla giustizia. “Sarei un po’ presuntuoso se dicessi che non abbiamo sbagliato niente nel momento in cui abbiamo perso. È normale che qualche errore sia stato fatto”. Analisi che Donzelli rimanda a un secondo momento di analisi. “La riforma della giustizia era politica – aggiunge parlando con i cronisti – quindi chiaramente è stato un voto su un tema politico. Un effetto guerra? Sicuramente c’è stato, ma non c’entra il rapporto tra Meloni e Trump. Premierato e legge elettorale? Per noi non sono collegati a questa sconfitta” L'articolo Referendum, Donzelli: “È stato anche un voto politico, ma il governo Meloni arriverà a fine legislatura” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Francesca Pascale: “Non mi aspettavo sconfitta così, anche se la campagna elettorale di Gasparri faceva venir voglia di votare No”
“Non mi aspettavo una sconfitta così. Ma vedendo Gasparri che faceva sì sì sì veniva voglia di votare no”. Così l’ex compagna di Silvio Berlusconi, Francesca Pascale, che nelle ultime settimane si è spesa per il Sì al referendum sulla giustizia, ha commentato a caldo i risultati e la vittoria del No. “Mi dispiace che Forza Italia non rappresenti più gli elettori di Forza Italia”. L'articolo Francesca Pascale: “Non mi aspettavo sconfitta così, anche se la campagna elettorale di Gasparri faceva venir voglia di votare No” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, Bignami (FdI): “Vittoria del No? Cercheremo di capire il perché di questo risultato”
Il primo commento in casa Fratelli d’Italia dei risultati del Referendum sulla giustizia, prima del video social del presidente del partito e presidente del Consiglio Giorgia Meloni, è affidato a Galeazzo Bignami, capogruppo dei deputati di Fdi. “C’erano degli indicatori che dicevano che il No prevalesse. Cosa non ha funzionato? Il No ha dato una connotazione politica, noi siamo rimasti sul merito della riforma. Se è stato un errore è un errore che rifarei”. L'articolo Referendum, Bignami (FdI): “Vittoria del No? Cercheremo di capire il perché di questo risultato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Caso Delmastro, i magistrati “moderati”: “Sulla vicenda silenzio inquietante. È un punto di rottura, non va normalizzata”
“La vicenda che coinvolge il sottosegretario alla Giustizia è gravissima. È un punto di rottura istituzionale che non può essere minimizzato né archiviato con il silenzio”. Dalla magistratura associata arriva la prima reazione alla vicenda che di ora in ora sta mettendo sempre più in difficoltà Andrea Delmastro. E a intervenire non è una delle correnti delle “toghe rosse”, ma la Direzione nazionale di UniCost (Unità per la Costituzione), gruppo che riunisce giudici e pm di orientamento moderato-centrista. “Mentre c’è in gioco un referendum che mette a rischio l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, e in cui i toni inquisitori verso i magistrati sono a livelli mai raggiunti prima, apprendiamo che uno degli uomini di punta del governo era in rapporti d’affari con personaggi legati a uno dei clan mafiosi più attivi, anche nell’infiltrazione nelle attività economiche, nel nostro Paese e con proiezioni internazionali”, afferma l’associazione in una nota. “Il punto ancora più inquietante, però, è il silenzio. Nessuna presa di distanza netta, nessuna parola chiarificatrice, nessuna assunzione di responsabilità. Questo vuoto pesa quanto, se non più, dei fatti stessi, perché legittima, normalizza e rende accettabile ciò che dovrebbe essere respinto con fermezza”, denunciano le toghe. I magistrati di UniCost accostano la vicenda Delmastro ad altri episodi discussi di questa campagna referendaria: “Siamo al paradosso in cui si delegittima quotidianamente la magistratura, inclusa quella antimafia, mentre pezzi delle istituzioni sembrano tollerare comportamenti incompatibili con il ruolo pubblico, o arrivano a considerare la magistratura un “cancro” (il senatore di Fratelli d’Italia Franco Zaffini, ndr) manifestando un cinismo profondo anche nel modo di guardare agli ammalati”, scrivono. Parole del genere sono inaccettabili. Se non si ristabilisce subito un principio elementare, cioè il rispetto delle istituzioni, il rischio non è solo politico, ma democratico. Senza contare il fatto che ai vertici del ministero della Giustizia operi anche chi arriva a presentare il referendum come un’occasione per liberarsi dei giudici “scomodi” (la capo di gabinetto del ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi, ndr). Una retorica da resa dei conti che dovrebbe allarmare chiunque abbia a cuore la nostra democrazia”. L'articolo Caso Delmastro, i magistrati “moderati”: “Sulla vicenda silenzio inquietante. È un punto di rottura, non va normalizzata” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Votate Sì”: l’appello “imparziale” di Paladini, il nuovo presidente della Scuola della magistratura voluto da Fdi
“Al prossimo referendum voterò Sì e penso che debbano votare Sì tutti coloro che vogliono una magistratura autonoma e indipendente, estranea ai condizionamenti politici e ideologici”. Parole di Mauro Paladini, da ieri al vertice della Scuola superiore della magistratura, contenute in un video tuttora visibile sulla pagina Facebook del Comitato Sì riforma, presieduto dal costituzionalista ed ex vice presidente della Consulta Nicolò Zanon. Ma andiamo per ordine. Dalle 12 e 40 di mercoledì 18 marzo Mauro Paladini è il nuovo presidente della Scuola della magistratura. Lui stesso, pochi minuti prima, ha presentato la sua candidatura in alternativa a quella dell’ormai ex presidente, e anche dimissionaria dal Comitato direttivo, Silvana Sciarra, a sua volta ex presidente della Consulta con Zanon come vice. Lo stesso Paladini, già mentre annunciava le sue intenzioni ai colleghi, aveva postato su Facebook il video in cui, per tre minuti, invita i cittadini italiani a votare Sì e affronta una delle questioni più controverse della legge costituzionale, e cioè la disparità di sorteggio per i componenti togati e per quelli laici del Csm. I primi estratti a sorte dall’urna tra tutti gli aventi diritto (oltre la sesta valutazione di professionalità), gli altri votabili da una rosa di nomi formata dagli stessi parlamentari. Che ci sia un palese squilibrio è evidente. Ma sentiamo il Paladini, che mentre si prepara a presiedere la Scuola di tutte le toghe italiane, quelle giovani e quelle già in carriera, quelle conservatrici e quelle progressiste, nonché quelle per così dire “indifferenti”, non avverte un disagio nel porsi già come un uomo di parte. Proprio Paladini, oltre a far parte del Centro studi Rosario Livatino – creatura del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, da sempre di Magistratura indipendente, nonché ex deputato di Alleanza nazionale, già sottosegretario al ministero dell’Interno, sempre con la toga addosso – figura tra i “fondatori” del Comitato Sì riforma. È sufficiente consultare la pagina del Comitato sul web per averne conferma. Ma sentiamo “in voce” lo stesso Paladini. “Sono un professore universitario di diritto privato. Prima di entrare in università sono stato anche magistrato per circa dieci anni e ho svolto le funzioni di giudice civile e penale”. E qui dice subito come voterà: “Al prossimo referendum voterò Sì e penso che debbano votare Sì tutti coloro che vogliono una magistratura autonoma e indipendente, estranea ai condizionamenti politici e ideologici”. Ovviamente libero il professore di esprimere la sua intenzione di voto, ma può il presidente in pectore di una Scuola per magistrati, a poche ore da una candidatura su cui sono già stati fatti i conti dei votanti (è finita 6 a 4), in un clima in cui ogni giorno la premier Giorgia Meloni e il Guardasigilli Carlo Nordio rimproverano alle toghe di essere iscritte alle correnti, schierarsi ideologicamente da una parte mentre infuria la campagna elettorale? Conviene documentare le parole di Paladini su Facebook. A partire proprio dall’annuncio su come voterà: “Al prossimo referendum voterò Sì e penso che debbano votare Sì tutti coloro che vogliono una magistratura autonoma e indipendente, estranea ai condizionamenti politici e ideologici”. Poi eccolo pronto a vantare le meraviglie del sorteggio che “spezza quel vincolo che oggi lega i magistrati eletti al Csm con i colleghi che li hanno votati. Fa sì che gli avanzamenti di carriera e la designazione negli incarichi direttivi non avvengano più secondo logiche di appartenenza correntizia, ma esclusivamente sulla base del merito”. Grazie al sorteggio, secondo Paladini, “il componente del Csm non deve rispondere a una sua base elettorale e non è vero quanto affermano i sostenitori del No quando dicono che il sorteggio dei magistrati avverrà su una base amplissima, mentre i laici saranno scelti dalla politica”. Qui Paladini interpreta la legge costituzionale a suo piacimento. Eccolo definire “assolutamente identico” il sorteggio per togati e laici. Conviene riportare le sue parole: “La riforma introduce un sistema di sorteggio sia per i magistrati sia per i laici assolutamente identico perché in entrambi i casi la legge ordinaria stabilirà i criteri oggettivi basati su titoli di professionalità per essere inseriti nell’elenco dal quale avverrà l’estrazione a sorte”. Non sappiamo ancora quale formula ci sia nei cassetti di Nordio, ma le parole della legge costituzionale sono chiare. L’articolo 3 recita: “Gli altri componenti sono estratti a sorte, per un terzo, da un elenco di professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati dopo 15 anni di esercizio, che il Parlamento in seduta comune, entro sei mesi dall’insediamento, compila mediante elezione, e, per due terzi, rispettivamente tra i magistrati giudicanti e i magistrati requirenti, nel numero e secondo le procedure previste dalla legge”. Professori e avvocati non saranno estratti a sorte tra tutti quelli esistenti, ma da “un elenco” che sarà frutto di accordi politici. Quindi la parità tra componenti togati e laici del Csm non ci potrà essere. Ma Paladini la pensa all’opposto. Per lui il metodo del sorteggio “è lo stesso che la Costituzione prevede per la scelta dei cittadini che integrano la Corte costituzionale nei giudizi di accusa contro il presidente della Repubblica, per la scelta dei magistrati che compongono il tribunale che giudica il presidente del Consiglio e i ministri per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni”. Dunque, a suo dire, si tratta di “un sistema che la Costituzione ha scelto per l’esercizio di funzioni di altissima responsabilità e che finalmente viene esteso anche alla composizione del Csm”. Non si sofferma, il professore, sull’evidente disparità di selezione tra togati e laici, sorteggio secco per i primi, da una lista preconfezionata politicamente per i secondi. E arriviamo pure all’appello finale: “Chi vuole un’autogoverno della magistratura libero dai condizionamenti ideologici e dalle correnti deve votare sì al referendum del 22 e del 23 marzo”. Ha parlato così, prima di essere eletto, il nuovo presidente della Scuola superiore della magistratura. L'articolo “Votate Sì”: l’appello “imparziale” di Paladini, il nuovo presidente della Scuola della magistratura voluto da Fdi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La destra si “prende” la Scuola della magistratura: la presidenza a Mauro Paladini, il candidato di Mantovano
A quattro giorni dal referendum, Meloni, Nordio e Mantovano inviano un segnale ben preciso sul futuro delle toghe se per caso dovesse prevalere il Sì sulla separazione delle carriere. Alla Scuola della magistratura, come aveva anticipato il Fatto quotidiano, finisce l’era di Silvana Sciarra e inizia quella di Mauro Paladini. Con un secco sei a quattro. Sciarra non ritira neppure la scheda. Mentre Paladini annuncia la sua candidatura. Vincono i rappresentanti mandati a Scandicci dal Guardasigilli Carlo Nordio. Perdono i togati eletti dal Csm. L’ex presidente della Corte costituzionale Sciarra, indicata dal Pd nel 2014, viene bocciata dai giudici e dai laici di destra per il rinnovo della presidenza della Scuola superiore della magistratura, dov’era stata votata due anni fa. Al vertice le subentra Paladini, il professore di diritto privato a Milano Bicocca che, nelle sue note biografiche presenti sul sito della stessa Scuola, non ha solo la sua città di nascita, giusto Lecce, la stessa del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che ha sponsorizzato fortemente la sua candidatura, ma anche l’appartenenza alla più cara creatura dello stesso Mantovano, il Centro studi Rosario Livatino. Paladini, in questi due anni di Scuola, si è anche distinto per la sua impronta ideologica decisamente conservatrice nella gestione dei corsi sia per i giovani magistrati in tirocinio, sia per quelli già in ruolo. Una delle definizioni che più gli viene attribuita è quella di aver parlato dei bambini che nascono con l’utero in affitto qualificandoli come “corpi di reato”. La “bocciatura” di Sciarra, come vedremo per due voti di differenza, è maturata in un clima di fortissima conflittualità nel direttivo della Scuola. Ma soprattutto segna una clamorosa rottura rispetto al passato e ai 14 anni di vita della Scuola stessa. Quando, al vertice, si sono avvicendati tre presidenti, il costituzionalista milanese Valerio Onida (purtroppo scomparso), l’ex presidente dei costituzionalisti italiani Gaetano Silvestri, il giurista della Cassazione Giorgio Lattanzi, tutti e tre ex giudici della Consulta, nonché ex presidenti della medesima. Nelle tre riconferme del passato – obbligatorie per statuto al bivio dei due anni – non si sono mai registrate polemiche, tensioni e scontri come oggi. Ma nell’era Meloni-Nordio tutto è diventato possibile, anche appropriarsi della presidenza di una Scuola che gestisce una decina di milioni di euro l’anno e rappresenta una potente macchina di formazione per i magistrati. Va da sé come l’elezione odierna rappresenti un chiaro segnale di come anche la Scuola di Scandicci, oltre alle altre due sedi di Roma e Napoli, debba virare decisamente a destra. La Sciarra, giuslavorista allieva di Gino Giugni, non poteva andar bene per quella che Mantovano e i suoi considerano la mission di trasformare le toghe italiane in altrettante “bocche della legge”, che non discutono, ma applicano meccanicamente le norme. Ma eccoci alla cronaca della mattinata. È durata non più di una novantina di minuti la riunione del direttivo. È iniziata alle 11, alle 12 Paladini ha ufficializzato la sua candidatura alla presidenza alternativa a Sciarra, alle 12.30 il voto. Sciarra non ha neppure ritirato la scheda. L’esito ha visto da un lato tutti e cinque i componenti scelti due anni fa dal Guardasigilli Carlo Nordio, a partire dallo stesso Paladini. Con lui la toga in pensione Ines Maria Luisa Marini, ex presidente della Corte d’Appello di Venezia, e stretta amica di Nordio. Gli avvocati Federico Vianelli, da Treviso, cioè la città di Nordio, e il fiorentino Pier Lorenzo Parenti, nonché il professore di diritto tributario Stefano Dorigo, anche lui di Firenze. Con loro ha votato, dando la vittoria a Paladini, Loredana Nazzicone, toga della Suprema corte in quota Magistratura indipendente, nel 2024 votata dal Csm tra i sei componenti del direttivo, che in più di un’occasione ha contestato la gestione Sciarra. Si sono opposti gli altri componenti togati scelti dal Csm, dalla Cassazione Gian Andrea Chiesi, Roberto Gianni Conti e Vincenzo Sgubbi, e il pm di Firenze Fabio Di Vizio. Assente il quinto rappresentante perché è stato costretto a rinunciare il procuratore di Viterbo Mario Palazzi, toga della sinistra di Area, a cui il Csm non ha concesso il doppio incarico, procuratore con un 30 per cento di lavoro per la Scuola, nonostante fosse rientrato in gioco, e inserito nel direttivo dalla stessa Sciarra, dopo un ricorso alla giustizia amministrativa che gli aveva dato ragione. Fuori anche il giudice milanese Roberto Peroni Ranchet, di cui avrebbe preso il posto, che era stato rimesso in ruolo dopo la nomina di Palazzi. L'articolo La destra si “prende” la Scuola della magistratura: la presidenza a Mauro Paladini, il candidato di Mantovano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mario Monti: “Al referendum voterò No. La riforma indebolirebbe lo Stato di diritto, sposta l’equilibrio dei poteri”
Questa riforma, “temo indebolirebbe lo Stato di diritto. Per questo voterò no“. A dichiararlo è l’ex presidente del Consiglio Mario Monti che, in un’intervista al Corriere della Sera prende posizione sul referendum sulla giustizia. Per il senatore a vita la sua decisione di votare contro la riforma non è “per punire il governo, di cui ho più volte sottolineato certi meriti”, sottolinea, e neppure “per favorire le opposizioni”, “ma ‘soltanto’ – spiega – per una ragione che a me sembra molto più fondamentale: che l’Italia continui a stare dalla parte dello Stato di diritto, nella vita del Paese e nel sistema internazionale”. Per Monti “l’unico effetto indiscutibile della riforma sarebbe di spostare l’equilibrio dei poteri tra l’esecutivo e il giudiziario, a favore del primo”. L’ex premier dichiara di essere “molto” preoccupato: “Può sembrare un limitato smottamento, al confine tra due terreni. Ma, come sappiamo bene in Italia, uno smottamento può trasformarsi in una grande frana“, sottolinea con una metafora geologica. Secondo Monti “l’insofferenza profonda ha spesso caratterizzato l’atteggiamento dell’attuale governo quando la magistratura o la Corte dei Conti hanno sanzionato suoi atti. La coerenza propositiva è quella che lega tra loro più proposte del governo, accomunate dall’intento di depotenziare alcuni presìdi dello Stato di diritto, visti come inaccettabili ostacoli all’esecutivo”, ribadisce. “Mi riferisco – ha concluso Monti – alla riforma sul premierato intesa ad accrescere la governabilità e la legge elettorale recentemente presentata, con meccanismi intesi a rafforzare notevolmente la maggioranza“. L'articolo Mario Monti: “Al referendum voterò No. La riforma indebolirebbe lo Stato di diritto, sposta l’equilibrio dei poteri” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Alta Corte disciplinare? Un giudice ‘speciale’ in diretto contrasto con la Costituzione
Come è noto, la proposta di riforma costituzionale sottoposta a referendum prevede l’introduzione dell’Alta Corte disciplinare, chiamata a svolgere, al posto del Csm, la “giurisdizione disciplinare” nei confronti dei magistrati ordinari, giudicanti e requirenti. Essa dovrebbe essere composta da quindici giudici, dei quali tre nominati dal Presidente della Repubblica tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio; altri tre, in possesso dei medesimi requisiti, estratti a sorte da un elenco votato dal Parlamento in seduta comune; nove (sei magistrati giudicanti e tre requirenti) estratti a sorte tra gli appartenenti alle rispettive categorie con almeno venti anni di esercizio e che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità. L’intento dichiarato è l’introduzione di una giustizia disciplinare dei magistrati non influenzata da favoritismi dovuti all’appartenenza ad una corrente nel contesto giudiziario. Illazione – diciamolo subito – non confermata dai dati statistici da cui risulta invece (analisi degli ultimi due anni di Fontana su “Questione Giustizia”) che su 199 sentenze del Csm, le sentenze di assoluzione costituiscono solo il 47% e che quelle di condanna hanno comportato per la maggior parte pene rilevanti. Esiti evidentemente condivisi anche dal dicastero governativo che oggi propone la modifica referendaria, visto che il Ministero della Giustizia ha appellato solo quattro delle sentenze di assoluzione. Appare, quindi, evidente che il vero intento della riforma è un altro e cioè aumentare in modo rilevante il potere di intervento della politica sulla magistratura, sostituendo al Csm un giudice speciale competente per giudicare i magistrati, con largo uso dell’equivoco strumento del sorteggio. Attualmente, infatti, la giurisdizione disciplinare nei confronti dei magistrati ordinari compete alla Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, presieduta dal vicepresidente del Csm e composta da un ulteriore membro laico e da quattro componenti togati, di cui tre di merito e uno di legittimità; i relativi provvedimenti sono impugnabili dinanzi alle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione; e le sentenze irrevocabili di condanna sono impugnabili con il mezzo straordinario della revisione. In questo contesto, appare quindi evidente l’importanza del ruolo del Csm come l’organo previsto dalla Costituzione per garantire l’indipendenza della magistratura e sottrarla all’influenza del potere politico. Tanto è vero che la Corte costituzionale ha più volte ricordato che il giudizio disciplinare attualmente vigente è “espressione, comunque, di un organo, quale il Consiglio Superiore della Magistratura, appositamente istituito dalla Costituzione a tutela dell’indipendenza dei giudici e dell’autonomia dell’ordine giudiziario…; e la cui pronunzia è sottoposta a un regime di impugnazione costituito dal ricorso diretto alle Sezioni Unite della Corte di cassazione, oltre ad essere soggetta a revisione secondo modalità e a condizioni non dissimili da quelle previste per l’analogo istituto processuale penale” (sentenza n. 289 del 1992). Con la riforma, invece, si sottrae al Csm la giurisdizione disciplinare per i magistrati ordinari affidandola a un giudice speciale che si pone al di fuori degli organi di governo autonomo della magistratura, peraltro con provvedimenti sottratti al normale controllo di legittimità riservato alla Corte di Cassazione, quale vertice dell’ordine giudiziario; operando in tal modo una scelta avulsa anche dal contesto europeo in quanto (con la sola eccezione della Grecia), negli ordinamenti Ue dove esiste un organo di governo autonomo della magistratura, ad esso spetta anche la funzione disciplinare. In conclusione, quindi, la novella proposta si pone in diretto contrasto con alcuni principi basilari affermati dalla nostra Costituzione secondo cui la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere (art. 104) e, soprattutto, con l’art. 102 il quale fa divieto espresso di istituire giudici straordinari o giudici speciali e con l’art. 25, primo comma, a norma del quale nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge. Ed è appena il caso di aggiungere che non eliminerà affatto le correnti della magistratura, non avrà alcun effetto deflattivo e non porterà alcun beneficio ai cittadini. Serve solo a dare un forte segnale al potere giudiziario mirando a intaccare i baluardi della sua indipendenza con un rilevante aumento del potere politico attraverso la esternalizzazione del potere disciplinare; introducendo un meccanismo che, proprio per la sua “specialità” incostituzionale, rischia di assumere i connotati di un provvedimento punitivo nei confronti della sola magistratura ordinaria. L'articolo L’Alta Corte disciplinare? Un giudice ‘speciale’ in diretto contrasto con la Costituzione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La narrazione emotiva sul referendum non servirà a risolvere i problemi della magistratura o a limitarne gli eccessi
Quando nel dibattito pubblico si parla di referendum sulla giustizia la discussione è spesso dominata da una narrazione emotiva: si invoca il riequilibrio dei poteri, si evoca la difesa dei cittadini contro gli abusi, si promette una giustizia più giusta, più rapida e più controllabile democraticamente. È un linguaggio intuitivamente convincente ma che, sottoposto a un’analisi giuridica rigorosa, mostra una fragilità logica evidente. Il referendum costituzionale non è uno strumento di riforma organica dell’ordinamento ma è un meccanismo che lascia al sistema, successivamente, il compito di riassestarsi. Chi sostiene il “sì” al referendum sulla giustizia, al contrario, sostiene implicitamente che ciò sia sufficiente a correggere problemi strutturali del sistema giudiziario italiano. È un presupposto, però, che non regge a una verifica tecnica. La crisi della giustizia italiana non nasce da singole norme isolate ma da fattori molto più complessi: organizzazione degli uffici giudiziari, carenza cronica di personale amministrativo, gestione delle risorse umane, digitalizzazione incompleta, sovraccarico degli uffici, complessità procedurale e stratificazione legislativa. Pensare che lo strumento referendario possa incidere su questi fattori equivale a scambiare un intervento simbolico per una riforma strutturale. Il referendum da solo non costruisce sistemi. Quando si applica ad ambiti altamente tecnici, che possono interessare anche il processo penale o l’ordinamento giudiziario, il rischio di produrre effetti inattesi diventa quindi elevato. Vi è inoltre un dato istituzionale raramente esplicitato nel dibattito pubblico: una parte significativa delle criticità strutturali del sistema giudiziario non dipende affatto da quanto richiesto dal referendum ma rientra nelle competenze organizzative e amministrative del Ministero della giustizia. La gestione delle risorse, la distribuzione del personale, le politiche di digitalizzazione degli uffici, l’organizzazione amministrativa dei tribunali, financo la vetustà e manutenzione degli edifici e delle infrastrutture fisiche e l’efficienza del sistema informatico giudiziario sono ambiti sui quali il potere esecutivo esercita un ruolo diretto. Molte delle disfunzioni che oggi vengono presentate come conseguenze di assetti normativi da abbattere tramite referendum sono in realtà problemi di amministrazione del sistema giudiziario che dipendono in larga misura dall’azione – o dall’inerzia manifesta – dell’esecutivo e, segnatamente, del ministero competente. Ignorare questa dimensione e concentrare l’intero dibattito su alcune norme del processo o dell’ordinamento giudiziario produce una rappresentazione parziale e infedele del problema. Il secondo argomento utilizzato nella propaganda referendaria è quello secondo cui il referendum servirebbe a ristabilire un equilibrio tra magistratura e cittadini limitando presunti eccessi di potere giudiziario. Anche questa tesi appare seducente ma è giuridicamente fragile. L’indipendenza della magistratura non è un privilegio corporativo ma una garanzia istituzionale che tutela i cittadini contro l’arbitrio del potere politico e amministrativo. Ogni intervento che incide sull’equilibrio tra poteri deve quindi essere valutato non in base alla retorica ma agli effetti concreti sull’assetto costituzionale. Il diritto comparato ci viene in soccorso e ci insegna che le riforme della giustizia funzionano solo quando sono organiche e inserite in un disegno istituzionale coerente. Il referendum costituzionale, al contrario, opera con una logica puntiforme: interviene senza poter costruire la struttura che dovrebbe sostituirle. È proprio guardando all’Europa che emerge la lezione più significativa. Negli ultimi anni paesi come la Polonia e molto recentemente la Serbia, dove negli ultimi giorni si sono svolte manifestazioni – come la cosiddetta “March for Justice” con migliaia di persone in piazza a sostegno dell’indipendenza dei giudici e dei procuratori – sono diventati casi emblematici di riforme giudiziarie presentate come strumenti di democratizzazione e di riequilibrio istituzionale, ma che nella pratica hanno prodotto un effetto opposto: l’indebolimento dell’indipendenza della magistratura. In Polonia alcune riforme dell’ordinamento giudiziario sono state giustificate con argomenti molto simili a quelli utilizzati oggi nel dibattito politico europeo e dalla destra italiana nella campagna referendaria: ridurre il potere di una magistratura considerata autoreferenziale e rafforzare il controllo democratico sulle istituzioni giudiziarie. Il risultato è stato l’apertura di procedure di infrazione da parte della Commissione europea: la Polonia non ha avuto infatti i fondi del Pnrr e i fondi di coesione, e una serie di decisioni della Corte di giustizia dell’Unione europea che hanno ribadito un principio fondamentale: l’indipendenza della magistratura è una condizione strutturale non negoziabile dello Stato di diritto europeo. Il punto interessante – e anche inquietante – è che negli ultimi anni si è consolidato un modello ricorrente di intervento politico sulla magistratura che non avviene attraverso attacchi frontali all’indipendenza dei giudici ma mediante modifiche tecniche dell’architettura istituzionale. È ciò che molti studiosi definiscono “constitutional backsliding through institutional engineering”: un arretramento dello Stato di diritto ottenuto non abolendo formalmente le garanzie ma modificando le condizioni concrete del loro esercizio. Formalmente le garanzie costituzionali restano intatte, ma attraverso interventi legislativi tecnici si riduce la capacità effettiva delle istituzioni giudiziarie di operare autonomamente. Questi esempi, però, non dimostrano che ogni riforma della giustizia sia pericolosa. Dimostrano qualcosa di molto più semplice: quando si interviene sugli equilibri tra poteri dello Stato occorre farlo con estrema cautela e con strumenti normativi adeguati. Il referendum non lo è affatto perché non nasce per riscrivere l’architettura di un sistema giudiziario. Presentarlo come la soluzione ai problemi strutturali della giustizia significa trasformare uno strumento costituzionale preciso in una promessa politica che non può essere mantenuta, ossia dare ad intendere ai cittadini ciò che non è (mi verrebbe da dire “ darla a bere” ai cittadini in linguaggio gergale). Le riforme della giustizia, al contrario, richiedono interventi legislativi complessi, studi comparati, analisi di impatto e una visione sistemica dell’ordinamento. Nessun referendum può sostituire questo lavoro. L'articolo La narrazione emotiva sul referendum non servirà a risolvere i problemi della magistratura o a limitarne gli eccessi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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