“Una fiera opposizione dal basso“, una “rivolta silenziosa“, una “lunga lista”
di “nomi che pesano come macigni“. Nei giorni scorsi i quotidiani più schierati
per la riforma Nordio – su tutti il Dubbio, organo di stampa degli avvocati, e
la Verità di Maurizio Belpietro – hanno riportato con grande enfasi il documento
di un gruppo di autoproclamati “magistrati per il Sì” al referendum: “Liberi da
condizionamenti, ci dissociamo pubblicamente dal merito e dai toni delle
posizioni maggioritarie dell’Associazione nazionale magistrati. Dichiariamo la
nostra adesione alla riforma. La piena indipendenza della magistratura e dei
singoli magistrati, compromessa dalla degenerazione correntizia, è garantita
solo dal sorteggio secco dei consiglieri dei Csm“, si legge nella dichiarazione
solenne. L’iniziativa, lanciata dalla giudice minorile di Catania Carmen
Giuffrida, ha l’obiettivo di far uscire allo scoperto giudici e pm “ribelli”
rispetto alla linea dell’Anm, ritenuti una “maggioranza silenziosa”: finora ha
raccolto 51 adesioni, tra cui il nome più noto è quello di Clementina Forleo, la
gip dell’inchiesta sulle scalate Bnl-Unipol, ora in Corte d’Appello a Roma. Tra
i firmatari anche il procuratore di Parma Alfonso D’Avino e quello di Varese
Antonio Gustapane, l’ex pm anticamorra Catello Maresca (già candidato sindaco
del centrodestra a Napoli, ora distaccato alla Commissione bicamerale per le
questioni regionali) e il consigliere del Csm Andrea Mirenda.
Già di per sè, 51 firme sarebbero tutt’altro che una “maggioranza silenziosa”,
equivalendo allo 0,5% dei magistrati ordinari in servizio. Scorrendo l’elenco
dei nomi e delle qualifiche, però, viene fuori che una buona parte dei
“magistrati per il Sì” non sono magistrati ordinari in servizio, e quindi non
sono toccati dagli effetti della riforma. Ben 11, infatti, sono giudici e pm in
pensione: tra loro Ines Maria Luisa Marini, ex presidente della Corte d’Appello
di Venezia nominata da Nordio nel Comitato direttivo della Scuola superiore
della magistratura, e l’ex sostituto procuratore di Torino Antonio Rinaudo, che
sostenne l’accusa (poi caduta) di terrorismo ai No Tav. Altri sei sono ex
magistrati ordinari transitati nel nuovo corpo dei giudici tributari
professionali: Giuliano Castiglia, Gabriele Di Maio, Mario Fiore, Paolo Itri,
Luigi Petrucci, Sergio Mario Tosi. A conti fatti, dunque, ad aderire alla
“chiamata alle armi” sono stati 34 magistrati sui 9.657 del ruolo organico: lo
0,35%. Che il peso della “fronda” fosse quello, d’altra parte, era già chiaro
dall’esito dell’ultima assemblea generale dell’Anm, dove il documento contrario
alla riforma era stato approvato con sei voti contrari e un astenuto su 1.296.
Ma i “ribelli” possono consolarsi: avranno sempre un’intervista garantita su un
giornale di destra.
L'articolo Referendum, i “magistrati per il Sì” chiamano a raccolta: “Siamo
maggioranza silenziosa”. Ma firmano in 34 su 9.600 proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Magistratura
“Questo è un sì obbligato dato l’articolo 111 della Costituzione che fu
riformato nel 1999. La separazione delle Carriere è obbligata da
quell’articolo”. A parlare è Marcello Pera, presidente del Senato dal 2001 al
2006, attualmente senatore di Fratelli d’Italia che oggi ha organizzato una
conferenza stampa per spiegare le ragioni del Sì al prossimo referendum sulla
separazione delle carriere e riforma del Consiglio Superiore della Magistratura.
Per farlo più che rispondere alle obiezioni, Pera insiste sul “giudice terzo”.
Al punto da prendere, gentilmente, il microfono de ilfattoquotidiano.it e porre
lui domande a una collega giornalista presente nella sala stampa del Senato. A
dialogare con il senatore di Fdi, Cesare Salvi, ex ministro e parlatore di lungo
corso nelle file dei ‘Democratici di Sinistra’. Come Meloni ha motivato la
riforma? Ha detto una fesseria, capita anche a lei”. Nordio che dice che la
riforma servirà anche a Schlein una volta al governo? “E’ blasfemo quello che ha
detto Nordio”. La riforma approvata come un decreto legge senza nessuna
modifica, con il governo che nell’iter parlamentare ha respinto anche
emendamenti della maggioranza? “Questa è una buona obiezione – afferma Salvi –
io sono sempre stato a favore della separazione delle carriere e sono diventato
troppo vecchio per cambiare idea, mi manca l’elasticità”.
L'articolo Marcello Pera (Fdi) s’improvvisa reporter e intervista i giornalisti:
“Al referendum giusto votare sì” proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Roberto Celante
Il Tar del Lazio ha rigettato il ricorso dei promotori dell’iniziativa
referendaria popolare contro la delibera del Consiglio dei ministri che ha
fissato la data del voto al 22 e 23 marzo, sulla base della richiesta della
consultazione popolare presentata dai parlamentari di opposizione.
Il motivo sta direttamente nella lettera del secondo comma dell’art. 138 Cost.,
secondo cui le riforme costituzionali “sono sottoposte a referendum popolare
quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto
dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli
regionali”. In questi “o…o…” sta la pari dignità dei soggetti promotori, con
l’unica conseguenza possibile, cioè che scatta l’onere di indire il referendum a
partire dal momento in cui il primo, in ordine temporale tra i soggetti
legittimati, presenta la richiesta di referendum.
Non c’è niente da interpretare nel secondo comma dell’art. 138, perché i Padri
Costituenti hanno voluto che la norma fosse chiara, proprio per scongiurare il
rischio di conflitti tra poteri dello Stato, derivanti dalla possibilità di
addomesticare il testo dell’art. 138, a vantaggio di una strategia di parte.
Che in meno di un mese siano state raccolte oltre cinquecentomila firme è
irrilevante, sul piano dell’obbligo di indire il referendum, perché questo era
già sorto, per iniziativa parlamentare e lo stesso vale, di conseguenza, per la
calendarizzazione della consultazione popolare. Ciò, tuttavia, non equivale a
dire che le firme siano state raccolte per niente: esse hanno un valore
simbolico e un peso politico inestimabili. Anche io sono tra i firmatari, ma con
un obiettivo diverso e non meno importante, rispetto al ricorso contro la
delibera del Cdm sulle date della celebrazione del referendum.
Nel contesto dell’informazione dei nostri tempi, in cui solamente un quinto
degli italiani legge quotidiani in formato cartaceo (il 30% in digitale), mentre
si informa su Facebook addirittura il 36% della popolazione, con i telegiornali
che non arrivano al 48% (dati Censis 2025), l’iniziativa della raccolta firme è
stata un formidabile strumento per attirare l’attenzione su una riforma
costituzionale sbagliata, dannosa e pericolosa.
Sbagliata, perché non risolve, né incide minimamente, sul problema della
lentezza dei processi e del rischio di impunità per i criminali, trattandosi di
criticità che si potrebbero superare soltanto riformando il diritto processuale,
con legge ordinaria.
Dannosa, perché eliminerebbe lo strumento principe a garanzia dell’indipendenza
della Magistratura: l’attuale Csm, sostituendolo con tre organi a composizione
maggioritaria di nomina parlamentare.
Pericolosa, perché anche senza arrivare ad assoggettare formalmente il pm
all’Esecutivo, sia i giudici, sia i pm si troverebbero ad agire con la spada di
Damocle delle pressioni dei rispettivi nuovi Csm e della nuova Alta Corte
disciplinare, con uno svilimento tanto del principio della divisione dei poteri,
quanto del principio di obbligatorietà dell’azione penale.
Le oltre cinquecentomila firme non sono state raccolte inutilmente, perché hanno
acceso un faro potente su questa riforma, che tuttavia necessita ancora di
rimanere alimentato: serve una campagna referendaria che faccia informazione in
modo semplice, determinato e costante. Giuristi autorevoli e società civile sono
già attivi; serve, invece, una marcia in più da parte delle opposizioni, perché
la posta in gioco è la tenuta della democrazia nel nostro Paese.
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L'articolo Ora le opposizioni non buttino via le 500mila firme raccolte per il
referendum: il faro va tenuto acceso proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un post sui social network espone a un fuoco incrociato di polemiche Rocco
Maruotti, segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati. “Anche
questo omicidio di Stato rimarrà impunito in quella democrazia al cui sistema
giudiziario è ispirata la riforma Meloni-Nordio. Giusto dire No”, ha scritto il
leader del sindacato delle toghe, accostando la separazione delle carriere alla
morte di Alex Pretti, ucciso da agenti dell’Ice a Minneapolis. Un post poi
cancellato, con tanto di scuse da parte dell’autore: “Non ritenevo e non ritengo
opportuno paragonare la situazione statunitense, che pure deve porre
interrogativi importanti sulla tenuta dello Stato di diritto in tutto il mondo,
con quella italiana. E pertanto mi scuso con chi vi ha letto un accostamento
improprio – ha detto – La critica era rivolta a ciò che sta accadendo in questi
giorni a Minneapolis e mirava a mettere in evidenza il fatto che il sistema
accusatorio puro non rappresenta necessariamente un argine ad ingiustizie e
gravi violazioni dei diritti umani come quelle che si stanno verificando negli
Stati Uniti”.
Visto il clima da campagna elettorale per il referendum, però, l’occasione è
stata subito sfruttata dal fronte del Sì per attaccare l’Anm. Si è esposto
personalmente il ministro della Giustizia definendo il post “disgustoso” ,
attaccando Maruotti: “Ci auguriamo che la maggioranza dei magistrati cestini
questo post nella pattumiera della vergogna. Esso offende Governo, Parlamento e
chi amministra la giustizia”, ha detto Carlo Nordio, avvertendo inoltre che “un
dialogo con simili indegni interlocutori sarebbe irrimediabilmente compromesso”.
Poi, commentando le scuse di Maruotti, il guardasigilli ha parlato di
“retromarcia grottesca e inaccettabile”.
Il tono di Nordio ha dato il ritmo alle durissime reazioni di tutto il
centrodestra. Il capogruppo di Forza Italia al Senato, Maurizio Gasparri, ha
parlato di “affermazioni farneticanti” e invitando Maruotti a scusarsi con gli
italiani, per poi ironizzare: “Se scrive i provvedimenti come ha scritto il
post, poveri noi”. Mentre la vice capogruppo FdI alla Camera Elisabetta Gardini
ha ripetuto che “accostare la riforma italiana a un tragico fatto di cronaca
oltreoceano è un esempio pericoloso di mistificazione”. Altri esponenti di FdI
hanno definito la vicenda “grave” e “inquietante”, mentre al Csm le consiglieri
laiche eletti in quota Lega Isabella Bertolini e Claudia Eccher hanno chiesto
l’apertura di una pratica per valutare eventuali profili disciplinari. Enrico
Aimi, già senatore di Forza Italia e ora membro di Palazzo dei Marescialli,
parla di “grave scivolamento sul piano della neutralità e dell’equilibrio
istituzionale”. E sempre dentro al Csm si registra l’intervento di Magistratura
indipendente, la corrente interna alle toghe più vicina alle posizioni del
governo che “evidenzia la necessità che nella campagna referendaria il dibattito
tra i sostenitori delle diverse opinioni venga riportato, con moderazione e
misura, ai contenuti e rischi della riforma”. Per questo la presidente di MI
Loredana Miccichè e Claudio Galoppi richiamano “tutti i magistrati, specie
coloro che ricoprono cariche rappresentative nell’Anm, a mantenere nel dibattito
pubblico e sui social network la necessaria postura istituzionale mediante
pertinenza di argomenti e sobrietà dei toni, anche al fine di evitare
prevedibili e dannose strumentalizzazioni”.
L'articolo Polemica sul segretario Anm per un post che paragona Minneapolis alla
riforma, Nordio attacca: “Disgustoso” proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Angelo Palazzolo
L’idea che la giustizia sia uno scontro tra accusa e difesa è profondamente
errata. Soprattutto in ambito penale, non si dovrebbe trattare di “vincere” o
“perdere”, ma di accertare i fatti, tutelare i diritti di tutte le parti e
assicurare che la decisione finale sia fondata sulla legge e sulle prove.
Per chi ha una concezione della Giustizia che va oltre il confronto sportivo, la
Giustizia è una sola: è la ricerca imparziale della verità nel rispetto delle
garanzie. Infatti, per quanto le ragioni di accusa e difesa siano chiaramente
diverse, idealmente perseguono il medesimo scopo: mettere il giudice in
condizione di valutare il fenomeno (la res iudicanda, direbbero i giuristi)
osservandolo da punti di vista differenti.
Nell’attuale dibattito pubblico sul Referendum Giustizia, ciò che mi stupisce
maggiormente è la posizione di alcuni garantisti che si schierano a favore del
sì. A mio parere, non c’è nulla che possa garantire maggiormente un indagato se
non essere sottoposto all’azione di un pm che sia stato formato alla cultura
della giustizia e che sia stato educato a ricercare la verità, insomma che sia
cresciuto nello stesso humus di un giudice. Questo è esattamente quello che
avviene nel nostro Paese a legislazione vigente.
Se dovesse vincere il sì, la ricerca della verità – che attualmente rappresenta
l’obiettivo comune di pubblici ministeri e giudici – rimarrà prerogativa dei
giudici, mentre i pm diventeranno paragonabili ad avvocati dell’accusa, non
saranno più incentivati a ricercare la verità sostanziale dei fatti senza ansie
da prestazione, perché il loro obiettivo sarà orientato a provare la
colpevolezza dell’imputato. Non si vuole sostenere che il pm agirà fuori dal
perimetro legale, diventando un mascalzone pronto ad inquinare le prove pur di
far condannare un imputato, ma è verosimile che sarà maggiormente incentivato ad
indirizzare la “verità processuale” pro domo sua, anche se questo significherà
allontanarla dalla “verità storica”. Soprattutto se – come previsto da questa
riforma – si smantella l’attuale Csm e, al suo posto, si istituiscono due Csm
separati (uno dedicato ai pubblici ministeri e l’altro ai giudici) e un’Alta
Corte per i provvedimenti disciplinari.
Il Csm dedicato ai pm, tra i propri compiti, avrà anche quello di valutare la
performance dei pubblici ministeri. In base a quale criterio sarà fatta questa
valutazione, se non anche alla loro capacità di vincere questa malsana partita
tra accusa e difesa?
In altre parole, se il magistrato requirente, specularmente all’avvocato
difensivo, viene valutato dalla sua capacità di far condannare gli imputati,
allora è prevedibile che la raccolta delle prove sarà più selettiva e, in
generale, tutta la direzione dell’indagine sarà orientata ad un fine specifico
(quello dell’accusa) e non all’obiettivo comune di perseguire la giustizia. La
deriva verso la creazione di “superpoliziotti togati” – per usare un’espressione
tanto evocativa quanto chiara – è molto probabile.
L’operato imparziale del pm che – grazie alla carriera condivisa con i giudici –
ha una forma mentis educata alla ricerca della giustizia e non riceve alcun
nocumento dall’eventuale assoluzione dell’imputato, oggi è garanzia per tutti
noi, ma domani? Se vincesse il sì, i cittadini privi di mezzi economici
sufficienti per ricorrere a studi legali di prestigio o ad avvocati costosi,
domani si troverebbero in aula con un avvocato d’ufficio (magari malpagato e
maldisposto) che li difende e un super poliziotto togato che li accusa. È questa
la nostra idea di giustizia?
Nella professione dei pubblici ministeri insorgerà un conflitto di interesse che
oggi non esiste, perché attualmente l’interesse di magistrati requirenti e
giudicanti è identico: la ricerca della verità. È un interesse nobile e degno di
tutela, perché a vantaggio dell’intera collettività e argine ad una giustizia di
classe.
L'articolo Con la separazione delle carriere il pm andrà incontro a un conflitto
di interessi: a rimetterci, la ricerca della verità proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Vogliono indebolirlo o vogliono rafforzarlo il Pubblico Ministero? Perché
dicono che vogliono rafforzare il giudice e indebolire il Pm. Il risultato sarà
rafforzare i Pm e indebolire i giudici, ovviamente”, Così Marco Travaglio ad
Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi in onda ogni sabato sul Nove
con la partecipazione di Andrea Scanzi, confrontandosi con il giornalista
Alessandro Sallusti, sul referendum sulla separazione delle carriere per
spiegare le ragioni del no.
Secondo Travaglio, il nodo centrale è il nuovo assetto del Consiglio Superiore
della magistratura: “Se al Pm gli dai un Csm tutto per lui, dove ha venti
rappresentanti più uno, il membro di diritto, il Pg della Cassazione, su 32, è
ovvio che lo rafforzi”. Oggi, ricorda il giornalista, “nel Csm i Pm hanno cinque
rappresentanti più 1 su 33. Quando avranno – se vincesse il sì – il loro Csm,
diventerebbero molto più autoreferenziali, perché sarebbero loro che decidono
sulle loro carriere, mentre oggi hanno 6 membri su 33 che decidono sulle
carriere di tutti”.
Travaglio critica anche il percorso di formazione dei magistrati delineato dalla
riforma: “Il Pm dovrà essere educato da Pm fin dopo la laurea. Se educhi il Pm a
fare l’accusatore o, come dice Nordio, l’avvocato dell’accusa, noi avremo dei Pm
che avranno la testa dei poliziotti. Non la testa dei giudici. Ed è
inquietante”.
Il giornalista ha concluso: “Saranno molto più forti, per questo li metteranno
sotto il controllo del potere politico. Non c’è un paese con le carriere
separate dove c’è un Pm indipendente. La politica dirà: guardate che cosa
abbiamo creato. Dei mostri. E quindi li metterà sotto controllo, perché non c’è
bisogno di cambiare di nuovo la Costituzione, bastano 4 leggi ordinarie”.
L'articolo Travaglio su Nove: “Referendum, se vince il sì i pm avranno la testa
dei poliziotti, non dei giudici” proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Fabio Selleri
Ancora più della separazione delle carriere, l’obiettivo della riforma Nordio
sembra essere l’adozione del metodo del sorteggio per la designazione dei
componenti del Consiglio superiore della magistratura. Questo priverebbe i
magistrati della possibilità di scegliere i propri rappresentanti e di
conseguenza renderebbe impraticabile l’attività associazionistica,
marginalizzando il ruolo dell’Anm e delle sue correnti.
La concezione del magistrato-burocrate solo, isolato dai suoi colleghi e dalla
società, in fondo non è nuova: nel ventennio l’Associazione generale magistrati
italiani, precedente denominazione dell’Anm, fu perseguitata e costretta allo
scioglimento da Mussolini.
La questione di fondo è il vecchio dilemma: un magistrato può avere posizioni
politiche? Dipende. La parola “politica” può avere due significati. Il primo,
spregiativo, si riferisce ai rapporti intrattenuti con i partiti e i potenti di
turno per ottenere vantaggi personali. Il secondo, nobile, rappresenta una
visione della società che porta un cittadino a impegnarsi per il raggiungimento
di obiettivi nell’interesse generale e nel rispetto dei propri valori etici.
Forse è arrivato il momento di trovare parole distinte per esprimere due
concetti così diversi. E, nella seconda accezione, la politica è perfettamente
compatibile col ruolo del magistrato.
La riforma Nordio scinderebbe in due il Csm e ognuno dei due nuovi organi
sarebbe così costituito: un terzo di membri sorteggiati da un elenco predisposto
dal Parlamento; due terzi di membri sorteggiati fra tutti i magistrati.
Non può sfuggire che il primo gruppo è sostanzialmente di nomina politica e
quindi è legato alla maggioranza di governo, come già accade ora, mentre il
secondo gruppo sarebbe in futuro costituito da magistrati senza alcun rapporto
associativo e perciò in posizione di debolezza, anche se formalmente
maggioritari.
Facciamo un esempio. Un pm sta conducendo in una certa città un’indagine sui
neofascisti e questo infastidisce il governo. I membri “politici” del Csm
potrebbero proporre il suo trasferimento, mettendo sul tavolo un argomento a cui
sarebbe difficile opporsi: i nostri referenti di governo hanno il potere di
tagliare i fondi al Tribunale di quella città. Cari consiglieri sorteggiati,
come votate ora?
Questo non è molto coerente con la visione del magistrato puro e apolitico
ventilata dai sostenitori del Sì. Se i promotori della riforma sono così
spaventati dai legami fra politica e magistratura, dalle manovre consociative e
dal “fattore Palamara”, avrebbero dovuto abolire anche la quota di consiglieri
selezionati dal Parlamento. Sorteggio per tutti. Così invece le correnti non
verranno eliminate: ne resterà solo una, onnipotente e incontrastata.
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L'articolo La riforma Nordio renderebbe una parte di magistratura dipendente
dalla politica: si poteva agire diversamente proviene da Il Fatto Quotidiano.
Indiscutibili. È l’aggettivo scelto da Sergio Mattarella per definire “le
garanzie di autonomia e indipendenza della magistratura“, definite “funzionali
ad assicurare che le decisioni siano adottate secondo diritto e non in base a
ragioni esterne dovute a condizionamenti, pregiudizi, influenze o per il timore
di ritorsioni o critiche. Per rendere effettiva tale indipendenza la
Costituzione ha scelto il modello del governo autonomo della magistratura”.
Incontrando al Quirinale i magistrati ordinari in tirocinio nominati con decreto
ministeriale del 4 aprile 2025, il Capo dello Stato ha ricordato che il compito
che li aspetta “è complesso e, insieme, avvincente”: “Questa consapevolezza non
deve suscitare apprensione ma va tradotta in senso di responsabilità
nell’esercizio della giurisdizione. Anche a voi tocca essere agenti della
Costituzione, attori nella difesa della legalità e della giustizia, presidio dei
diritti di ogni persona”. Per il presidente Mattarella “per affrontare un
compito così alto” sarà “utile, accanto alla profonda conoscenza delle norme, la
ricerca di leale confronto, il rifiuto di ogni forma di presunzione, attitudini
che inducono alle doti preziose dell’umiltà e alla prudenza nel giudizio. Doti
che, in ogni ambito e in ogni tempo, è sempre stato più facile elogiare che
praticare”, ha continuato.
“Chi esercita la giurisdizione ha il dovere di essere imparziale, e di
testimoniare imparzialità in ogni contesto, anche extrafunzionale, per evitare
che il comportamento del singolo possa porre a rischio la fiducia dei cittadini
nel corretto svolgimento dell’attività giudiziaria”, ha aggiunto Mattarella.
“L’applicazione della legge non consente mero automatismo – ha sottolineato – ma
rappresenta l’esito di una doverosa attività di ponderazione e valutazione di
cui deve farsi carico il magistrato, sia giudicante che requirente”. “La
soggezione del giudice alla legge, del resto, impone alla magistratura – ha
continuato – di individuare la soluzione appropriata per ciascuna fattispecie
concreta, rimanendo sempre rigorosamente ancorata al complesso del diritto
positivo”. Il Capo dello stato ha anche ricordato ai neomagistrati che
“l’ampliamento in chiave sovranazionale delle fonti del diritto ha contribuito a
delineare, in maniera complessa ma più completa, l’orizzonte entro il quale si
realizza la tutela dei diritti, oltre a consentire il progressivo avvicinamento
delle legislazioni nazionali nella sempre più necessaria integrazione europea“.
L’intervento del presidente della Repubblica è stato preceduto da quelli del
vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Fabio Pinelli e della
presidente della Scuola Superiore della Magistratura, Silvana Sciarra. Erano
presenti anche il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, i componenti del Csm,
il direttivo della Scuola Superiore della Magistratura, il primo presidente
della Corte Suprema di Cassazione, Pasquale D’Ascola, e il procuratore generale
presso la Cassazione, Pietro Gaeta.
L'articolo Mattarella ai giovani magistrati: “Autonomia e indipendenza della
magistratura sono indiscutibili” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non sono preparato ad addentrarmi nei tecnicismi che dovrei comprendere per
votare in modo consapevole al referendum sulla giustizia. Mi sono preso la pena
di cercare di capire le sottigliezze, le modalità di reclutamento dei
magistrati, le composizioni delle commissioni, per trovarmi nelle condizioni
mentali del povero Renzo, confuso dal latinorum dell’Azzeccagarbugli.
Tutti, però, concordano che la riforma costituzionale non curerà la
farraginosità del nostro sistema giudiziario: i processi lunghi e le procedure
complicate resteranno immutati. Qualcuno, ad esempio Bocchino, dice che la
riforma difende la parte più debole del processo: l’imputato! E io che pensavo
che la parte più debole fosse la vittima del reato. Imputati “forti” possono
sempre puntare alla prescrizione, pagando abili avvocati che mirino, con sottili
cavilli, a rallentare il processo fino alla decadenza dei termini. Spacciando
poi la prescrizione per un’assoluzione.
La lentezza dei processi favorisce chi punta alla prescrizione. Chi propone di
abolirla è un forcaiolo giustizialista, come accusano parti politiche che, per
certi tipi di reato, sono forcaiolissime, mentre per altre sono per l’innocenza
degli imputati a priori. Se all’ultimo grado di giudizio sono comunque
condannati… non c’è problema, gli si può sempre intitolare un aeroporto, una via
a Portofino, un partito, una riforma costituzionale.
Non mi interessa, a questo punto, entrare nei cavilli. Alle mie orecchie parla
il modo in cui questa riforma viene “battezzata” nei confronti televisivi e
nelle dichiarazioni alla stampa. I proponenti la dedicano a Berlusconi e la
dipingono come un punto di approdo politico per gli schieramenti che in lui si
riconoscono. Io lo registro e ci leggo un significato politico, non tecnico.
Berlusconi nel 2013, durante comizi elettorali e dichiarazioni pubbliche, mentre
era sotto inchiesta per corruzione, disse che all’interno del sistema
democratico c’era un cancro… che si chiama magistratura, accusando alcune
correnti di usare il potere giudiziario contro di lui e contro il suo partito
politico. Nel 2008, durante la trasmissione Omnibus su LA7, appoggiò
l’affermazione del suo collaboratore Marcello Dell’Utri, secondo cui il mafioso
Mangano poteva essere considerato un eroe perché si sarebbe rifiutato di fornire
informazioni contro di loro ai magistrati.
L’omertà è un valore, per i mafiosi, e nel 2004 il Tribunale di Palermo condannò
Dell’Utri a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa
(ebbe ruoli di mediazione tra boss mafiosi e il mondo politico-imprenditoriale).
Condanna confermata in Appello, anche se ridotta a 7 anni per la parte di fatto
precedente al 1992, e resa definitiva in Cassazione. Dell’Utri è il co-fondatore
di Forza Italia, assieme al piduista Silvio Berlusconi, condannato per frode
fiscale in Cassazione a 4 anni di reclusione, di cui 3 cancellati dall’indulto,
e sospeso dai pubblici uffici.
Per me questo referendum ha valore esclusivamente politico. Per usare una
formula inaugurata da Renzi, non sto sereno nei confronti di qualcosa che mi
viene proposto in nome di Berlusconi. Non ascolterò i dibattiti dove eminenti
giuristi cercheranno di dimostrare la validità dell’una o dell’altra opzione.
Nella stanza dove si tiene il dibattito c’è il proverbiale elefante: Silvio
Berlusconi e la sua storia, come dichiarano gli stessi proponenti della riforma.
Inutile guardare a Renzi, per decidere il contrario di quel che consiglia.
Tatticamente, non si pronuncia, sperando di poter fare l’ago della bilancia e
saltare al momento opportuno sul carro che più gli conviene politicamente. Il
Pd, formalmente schierato con il no, è un pochino sfilacciato, viste le
propaggini renziane che ancora lo popolano. Meloni si “sgancia” dall’esito del
referendum, dice che non è su di lei e non ci pensa neppure di dichiarare che si
ritirerà dalla politica in caso di sconfitta. Lo fece Renzi, per poi rimangiarsi
la promessa.
La mia sensazione è che Meloni tema che, dato che non rappresenta la maggioranza
degli italiani (come invece sostiene ad ogni piè sospinto), la maggioranza dei
cittadini che non approvano il suo operato si esprima in modo netto contro la
politica del suo governo, indipendentemente dal tema su cui è chiamata a
decidere! Ovviamente senza capirci granché. Una vera furbata, anche perché, se
dovesse vincere il sì, nessuno mi toglie dalla testa che il governo se lo
intesterebbe come avallo politico.
Non credo che una riforma della giustizia dedicata a Silvio Berlusconi sia
finalizzata a favore dell’esercizio della giustizia, nei confronti di chi
infrange la legge. L’impressione è che si voglia una legge forte con i deboli e
debole con i forti, che sbatta in galera il proverbiale ladro di mele e getti
via la chiave, e che lasci indisturbati corrotti e corruttori, dediti al sacco
della cosa pubblica. Da una parte si depenalizzano i falsi in bilancio e gli
abusi d’ufficio, proponendo di impedire le intercettazioni nei casi di
corruzione, dall’altra si inaspriscono le pene per i piccoli delinquenti. Di
questi le carceri sono piene, non vogliamo mica mescolarli con le persone “per
bene”, perseguitate dai magistrati, no?
Tendo a non fidarmi di una riforma della giustizia intitolata a un frodatore
fiscale che avrebbe apprezzato la definizione delle tasse come pizzo di Stato.
Visti gli ingredienti scritti sull’etichetta, non intendo assaggiare quel che
c’è nel barattolo. A chi mi decanta le proprietà del prodotto dico: No, grazie.
L'articolo Separazione delle carriere, i proponenti dedicano la riforma a
Berlusconi: mi basta questo per dire No proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Stiamo già lavorando per ridurre se non proprio eliminare questa vergogna”.
Durante la presentazione del suo ultimo libro alla Camera dei Deputati, il
Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, risponde ad una domanda della
giornalista Gaia Tortora che cita proprio un passaggio del libro del
Guardasigilli. “Quando un Pubblico Ministero ravvisa l’ipotesi di una
modestissima mazzetta può chiedere l’utilizzo” del trojan, definito “questo
meccanismo diabolico. Dopo il referendum vedremo di rimediare anche a questa
inciviltà”. Questa la risposta del Ministro. “Abbiamo già la possibilità di
intervenire perché già siamo molto avanti nella riforma, naturalmente questo
dipenderà tutto dall’esito del referendum”.
L'articolo La sparata di Nordio contro “il diabolico” trojan: “Vergogna usarlo
per indagare anche su modestissime mazzette” proviene da Il Fatto Quotidiano.