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Referendum, i “magistrati per il Sì” chiamano a raccolta: “Siamo maggioranza silenziosa”. Ma firmano in 34 su 9.600
“Una fiera opposizione dal basso“, una “rivolta silenziosa“, una “lunga lista” di “nomi che pesano come macigni“. Nei giorni scorsi i quotidiani più schierati per la riforma Nordio – su tutti il Dubbio, organo di stampa degli avvocati, e la Verità di Maurizio Belpietro – hanno riportato con grande enfasi il documento di un gruppo di autoproclamati “magistrati per il Sì” al referendum: “Liberi da condizionamenti, ci dissociamo pubblicamente dal merito e dai toni delle posizioni maggioritarie dell’Associazione nazionale magistrati. Dichiariamo la nostra adesione alla riforma. La piena indipendenza della magistratura e dei singoli magistrati, compromessa dalla degenerazione correntizia, è garantita solo dal sorteggio secco dei consiglieri dei Csm“, si legge nella dichiarazione solenne. L’iniziativa, lanciata dalla giudice minorile di Catania Carmen Giuffrida, ha l’obiettivo di far uscire allo scoperto giudici e pm “ribelli” rispetto alla linea dell’Anm, ritenuti una “maggioranza silenziosa”: finora ha raccolto 51 adesioni, tra cui il nome più noto è quello di Clementina Forleo, la gip dell’inchiesta sulle scalate Bnl-Unipol, ora in Corte d’Appello a Roma. Tra i firmatari anche il procuratore di Parma Alfonso D’Avino e quello di Varese Antonio Gustapane, l’ex pm anticamorra Catello Maresca (già candidato sindaco del centrodestra a Napoli, ora distaccato alla Commissione bicamerale per le questioni regionali) e il consigliere del Csm Andrea Mirenda. Già di per sè, 51 firme sarebbero tutt’altro che una “maggioranza silenziosa”, equivalendo allo 0,5% dei magistrati ordinari in servizio. Scorrendo l’elenco dei nomi e delle qualifiche, però, viene fuori che una buona parte dei “magistrati per il Sì” non sono magistrati ordinari in servizio, e quindi non sono toccati dagli effetti della riforma. Ben 11, infatti, sono giudici e pm in pensione: tra loro Ines Maria Luisa Marini, ex presidente della Corte d’Appello di Venezia nominata da Nordio nel Comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura, e l’ex sostituto procuratore di Torino Antonio Rinaudo, che sostenne l’accusa (poi caduta) di terrorismo ai No Tav. Altri sei sono ex magistrati ordinari transitati nel nuovo corpo dei giudici tributari professionali: Giuliano Castiglia, Gabriele Di Maio, Mario Fiore, Paolo Itri, Luigi Petrucci, Sergio Mario Tosi. A conti fatti, dunque, ad aderire alla “chiamata alle armi” sono stati 34 magistrati sui 9.657 del ruolo organico: lo 0,35%. Che il peso della “fronda” fosse quello, d’altra parte, era già chiaro dall’esito dell’ultima assemblea generale dell’Anm, dove il documento contrario alla riforma era stato approvato con sei voti contrari e un astenuto su 1.296. Ma i “ribelli” possono consolarsi: avranno sempre un’intervista garantita su un giornale di destra. L'articolo Referendum, i “magistrati per il Sì” chiamano a raccolta: “Siamo maggioranza silenziosa”. Ma firmano in 34 su 9.600 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Marcello Pera (Fdi) s’improvvisa reporter e intervista i giornalisti: “Al referendum giusto votare sì”
“Questo è un sì obbligato dato l’articolo 111 della Costituzione che fu riformato nel 1999. La separazione delle Carriere è obbligata da quell’articolo”. A parlare è Marcello Pera, presidente del Senato dal 2001 al 2006, attualmente senatore di Fratelli d’Italia che oggi ha organizzato una conferenza stampa per spiegare le ragioni del Sì al prossimo referendum sulla separazione delle carriere e riforma del Consiglio Superiore della Magistratura. Per farlo più che rispondere alle obiezioni, Pera insiste sul “giudice terzo”. Al punto da prendere, gentilmente, il microfono de ilfattoquotidiano.it e porre lui domande a una collega giornalista presente nella sala stampa del Senato. A dialogare con il senatore di Fdi, Cesare Salvi, ex ministro e parlatore di lungo corso nelle file dei ‘Democratici di Sinistra’. Come Meloni ha motivato la riforma? Ha detto una fesseria, capita anche a lei”. Nordio che dice che la riforma servirà anche a Schlein una volta al governo? “E’ blasfemo quello che ha detto Nordio”. La riforma approvata come un decreto legge senza nessuna modifica, con il governo che nell’iter parlamentare ha respinto anche emendamenti della maggioranza? “Questa è una buona obiezione – afferma Salvi – io sono sempre stato a favore della separazione delle carriere e sono diventato troppo vecchio per cambiare idea, mi manca l’elasticità”. L'articolo Marcello Pera (Fdi) s’improvvisa reporter e intervista i giornalisti: “Al referendum giusto votare sì” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ora le opposizioni non buttino via le 500mila firme raccolte per il referendum: il faro va tenuto acceso
di Roberto Celante Il Tar del Lazio ha rigettato il ricorso dei promotori dell’iniziativa referendaria popolare contro la delibera del Consiglio dei ministri che ha fissato la data del voto al 22 e 23 marzo, sulla base della richiesta della consultazione popolare presentata dai parlamentari di opposizione. Il motivo sta direttamente nella lettera del secondo comma dell’art. 138 Cost., secondo cui le riforme costituzionali “sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali”. In questi “o…o…” sta la pari dignità dei soggetti promotori, con l’unica conseguenza possibile, cioè che scatta l’onere di indire il referendum a partire dal momento in cui il primo, in ordine temporale tra i soggetti legittimati, presenta la richiesta di referendum. Non c’è niente da interpretare nel secondo comma dell’art. 138, perché i Padri Costituenti hanno voluto che la norma fosse chiara, proprio per scongiurare il rischio di conflitti tra poteri dello Stato, derivanti dalla possibilità di addomesticare il testo dell’art. 138, a vantaggio di una strategia di parte. Che in meno di un mese siano state raccolte oltre cinquecentomila firme è irrilevante, sul piano dell’obbligo di indire il referendum, perché questo era già sorto, per iniziativa parlamentare e lo stesso vale, di conseguenza, per la calendarizzazione della consultazione popolare. Ciò, tuttavia, non equivale a dire che le firme siano state raccolte per niente: esse hanno un valore simbolico e un peso politico inestimabili. Anche io sono tra i firmatari, ma con un obiettivo diverso e non meno importante, rispetto al ricorso contro la delibera del Cdm sulle date della celebrazione del referendum. Nel contesto dell’informazione dei nostri tempi, in cui solamente un quinto degli italiani legge quotidiani in formato cartaceo (il 30% in digitale), mentre si informa su Facebook addirittura il 36% della popolazione, con i telegiornali che non arrivano al 48% (dati Censis 2025), l’iniziativa della raccolta firme è stata un formidabile strumento per attirare l’attenzione su una riforma costituzionale sbagliata, dannosa e pericolosa. Sbagliata, perché non risolve, né incide minimamente, sul problema della lentezza dei processi e del rischio di impunità per i criminali, trattandosi di criticità che si potrebbero superare soltanto riformando il diritto processuale, con legge ordinaria. Dannosa, perché eliminerebbe lo strumento principe a garanzia dell’indipendenza della Magistratura: l’attuale Csm, sostituendolo con tre organi a composizione maggioritaria di nomina parlamentare. Pericolosa, perché anche senza arrivare ad assoggettare formalmente il pm all’Esecutivo, sia i giudici, sia i pm si troverebbero ad agire con la spada di Damocle delle pressioni dei rispettivi nuovi Csm e della nuova Alta Corte disciplinare, con uno svilimento tanto del principio della divisione dei poteri, quanto del principio di obbligatorietà dell’azione penale. Le oltre cinquecentomila firme non sono state raccolte inutilmente, perché hanno acceso un faro potente su questa riforma, che tuttavia necessita ancora di rimanere alimentato: serve una campagna referendaria che faccia informazione in modo semplice, determinato e costante. Giuristi autorevoli e società civile sono già attivi; serve, invece, una marcia in più da parte delle opposizioni, perché la posta in gioco è la tenuta della democrazia nel nostro Paese. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo Ora le opposizioni non buttino via le 500mila firme raccolte per il referendum: il faro va tenuto acceso proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Polemica sul segretario Anm per un post che paragona Minneapolis alla riforma, Nordio attacca: “Disgustoso”
Un post sui social network espone a un fuoco incrociato di polemiche Rocco Maruotti, segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati. “Anche questo omicidio di Stato rimarrà impunito in quella democrazia al cui sistema giudiziario è ispirata la riforma Meloni-Nordio. Giusto dire No”, ha scritto il leader del sindacato delle toghe, accostando la separazione delle carriere alla morte di Alex Pretti, ucciso da agenti dell’Ice a Minneapolis. Un post poi cancellato, con tanto di scuse da parte dell’autore: “Non ritenevo e non ritengo opportuno paragonare la situazione statunitense, che pure deve porre interrogativi importanti sulla tenuta dello Stato di diritto in tutto il mondo, con quella italiana. E pertanto mi scuso con chi vi ha letto un accostamento improprio – ha detto – La critica era rivolta a ciò che sta accadendo in questi giorni a Minneapolis e mirava a mettere in evidenza il fatto che il sistema accusatorio puro non rappresenta necessariamente un argine ad ingiustizie e gravi violazioni dei diritti umani come quelle che si stanno verificando negli Stati Uniti”. Visto il clima da campagna elettorale per il referendum, però, l’occasione è stata subito sfruttata dal fronte del Sì per attaccare l’Anm. Si è esposto personalmente il ministro della Giustizia definendo il post “disgustoso” , attaccando Maruotti: “Ci auguriamo che la maggioranza dei magistrati cestini questo post nella pattumiera della vergogna. Esso offende Governo, Parlamento e chi amministra la giustizia”, ha detto Carlo Nordio, avvertendo inoltre che “un dialogo con simili indegni interlocutori sarebbe irrimediabilmente compromesso”. Poi, commentando le scuse di Maruotti, il guardasigilli ha parlato di “retromarcia grottesca e inaccettabile”. Il tono di Nordio ha dato il ritmo alle durissime reazioni di tutto il centrodestra. Il capogruppo di Forza Italia al Senato, Maurizio Gasparri, ha parlato di “affermazioni farneticanti” e invitando Maruotti a scusarsi con gli italiani, per poi ironizzare: “Se scrive i provvedimenti come ha scritto il post, poveri noi”. Mentre la vice capogruppo FdI alla Camera Elisabetta Gardini ha ripetuto che “accostare la riforma italiana a un tragico fatto di cronaca oltreoceano è un esempio pericoloso di mistificazione”. Altri esponenti di FdI hanno definito la vicenda “grave” e “inquietante”, mentre al Csm le consiglieri laiche eletti in quota Lega Isabella Bertolini e Claudia Eccher hanno chiesto l’apertura di una pratica per valutare eventuali profili disciplinari. Enrico Aimi, già senatore di Forza Italia e ora membro di Palazzo dei Marescialli, parla di “grave scivolamento sul piano della neutralità e dell’equilibrio istituzionale”. E sempre dentro al Csm si registra l’intervento di Magistratura indipendente, la corrente interna alle toghe più vicina alle posizioni del governo che “evidenzia la necessità che nella campagna referendaria il dibattito tra i sostenitori delle diverse opinioni venga riportato, con moderazione e misura, ai contenuti e rischi della riforma”. Per questo la presidente di MI Loredana Miccichè e Claudio Galoppi richiamano “tutti i magistrati, specie coloro che ricoprono cariche rappresentative nell’Anm, a mantenere nel dibattito pubblico e sui social network la necessaria postura istituzionale mediante pertinenza di argomenti e sobrietà dei toni, anche al fine di evitare prevedibili e dannose strumentalizzazioni”. L'articolo Polemica sul segretario Anm per un post che paragona Minneapolis alla riforma, Nordio attacca: “Disgustoso” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Con la separazione delle carriere il pm andrà incontro a un conflitto di interessi: a rimetterci, la ricerca della verità
di Angelo Palazzolo L’idea che la giustizia sia uno scontro tra accusa e difesa è profondamente errata. Soprattutto in ambito penale, non si dovrebbe trattare di “vincere” o “perdere”, ma di accertare i fatti, tutelare i diritti di tutte le parti e assicurare che la decisione finale sia fondata sulla legge e sulle prove. Per chi ha una concezione della Giustizia che va oltre il confronto sportivo, la Giustizia è una sola: è la ricerca imparziale della verità nel rispetto delle garanzie. Infatti, per quanto le ragioni di accusa e difesa siano chiaramente diverse, idealmente perseguono il medesimo scopo: mettere il giudice in condizione di valutare il fenomeno (la res iudicanda, direbbero i giuristi) osservandolo da punti di vista differenti. Nell’attuale dibattito pubblico sul Referendum Giustizia, ciò che mi stupisce maggiormente è la posizione di alcuni garantisti che si schierano a favore del sì. A mio parere, non c’è nulla che possa garantire maggiormente un indagato se non essere sottoposto all’azione di un pm che sia stato formato alla cultura della giustizia e che sia stato educato a ricercare la verità, insomma che sia cresciuto nello stesso humus di un giudice. Questo è esattamente quello che avviene nel nostro Paese a legislazione vigente. Se dovesse vincere il sì, la ricerca della verità – che attualmente rappresenta l’obiettivo comune di pubblici ministeri e giudici – rimarrà prerogativa dei giudici, mentre i pm diventeranno paragonabili ad avvocati dell’accusa, non saranno più incentivati a ricercare la verità sostanziale dei fatti senza ansie da prestazione, perché il loro obiettivo sarà orientato a provare la colpevolezza dell’imputato. Non si vuole sostenere che il pm agirà fuori dal perimetro legale, diventando un mascalzone pronto ad inquinare le prove pur di far condannare un imputato, ma è verosimile che sarà maggiormente incentivato ad indirizzare la “verità processuale” pro domo sua, anche se questo significherà allontanarla dalla “verità storica”. Soprattutto se – come previsto da questa riforma – si smantella l’attuale Csm e, al suo posto, si istituiscono due Csm separati (uno dedicato ai pubblici ministeri e l’altro ai giudici) e un’Alta Corte per i provvedimenti disciplinari. Il Csm dedicato ai pm, tra i propri compiti, avrà anche quello di valutare la performance dei pubblici ministeri. In base a quale criterio sarà fatta questa valutazione, se non anche alla loro capacità di vincere questa malsana partita tra accusa e difesa? In altre parole, se il magistrato requirente, specularmente all’avvocato difensivo, viene valutato dalla sua capacità di far condannare gli imputati, allora è prevedibile che la raccolta delle prove sarà più selettiva e, in generale, tutta la direzione dell’indagine sarà orientata ad un fine specifico (quello dell’accusa) e non all’obiettivo comune di perseguire la giustizia. La deriva verso la creazione di “superpoliziotti togati” – per usare un’espressione tanto evocativa quanto chiara – è molto probabile. L’operato imparziale del pm che – grazie alla carriera condivisa con i giudici – ha una forma mentis educata alla ricerca della giustizia e non riceve alcun nocumento dall’eventuale assoluzione dell’imputato, oggi è garanzia per tutti noi, ma domani? Se vincesse il sì, i cittadini privi di mezzi economici sufficienti per ricorrere a studi legali di prestigio o ad avvocati costosi, domani si troverebbero in aula con un avvocato d’ufficio (magari malpagato e maldisposto) che li difende e un super poliziotto togato che li accusa. È questa la nostra idea di giustizia? Nella professione dei pubblici ministeri insorgerà un conflitto di interesse che oggi non esiste, perché attualmente l’interesse di magistrati requirenti e giudicanti è identico: la ricerca della verità. È un interesse nobile e degno di tutela, perché a vantaggio dell’intera collettività e argine ad una giustizia di classe. L'articolo Con la separazione delle carriere il pm andrà incontro a un conflitto di interessi: a rimetterci, la ricerca della verità proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Travaglio su Nove: “Referendum, se vince il sì i pm avranno la testa dei poliziotti, non dei giudici”
“Vogliono indebolirlo o vogliono rafforzarlo il Pubblico Ministero? Perché dicono che vogliono rafforzare il giudice e indebolire il Pm. Il risultato sarà rafforzare i Pm e indebolire i giudici, ovviamente”, Così Marco Travaglio ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi in onda ogni sabato sul Nove con la partecipazione di Andrea Scanzi, confrontandosi con il giornalista Alessandro Sallusti, sul referendum sulla separazione delle carriere per spiegare le ragioni del no. Secondo Travaglio, il nodo centrale è il nuovo assetto del Consiglio Superiore della magistratura: “Se al Pm gli dai un Csm tutto per lui, dove ha venti rappresentanti più uno, il membro di diritto, il Pg della Cassazione, su 32, è ovvio che lo rafforzi”. Oggi, ricorda il giornalista, “nel Csm i Pm hanno cinque rappresentanti più 1 su 33. Quando avranno – se vincesse il sì – il loro Csm, diventerebbero molto più autoreferenziali, perché sarebbero loro che decidono sulle loro carriere, mentre oggi hanno 6 membri su 33 che decidono sulle carriere di tutti”. Travaglio critica anche il percorso di formazione dei magistrati delineato dalla riforma: “Il Pm dovrà essere educato da Pm fin dopo la laurea. Se educhi il Pm a fare l’accusatore o, come dice Nordio, l’avvocato dell’accusa, noi avremo dei Pm che avranno la testa dei poliziotti. Non la testa dei giudici. Ed è inquietante”. Il giornalista ha concluso: “Saranno molto più forti, per questo li metteranno sotto il controllo del potere politico. Non c’è un paese con le carriere separate dove c’è un Pm indipendente. La politica dirà: guardate che cosa abbiamo creato. Dei mostri. E quindi li metterà sotto controllo, perché non c’è bisogno di cambiare di nuovo la Costituzione, bastano 4 leggi ordinarie”. L'articolo Travaglio su Nove: “Referendum, se vince il sì i pm avranno la testa dei poliziotti, non dei giudici” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La riforma Nordio renderebbe una parte di magistratura dipendente dalla politica: si poteva agire diversamente
di Fabio Selleri Ancora più della separazione delle carriere, l’obiettivo della riforma Nordio sembra essere l’adozione del metodo del sorteggio per la designazione dei componenti del Consiglio superiore della magistratura. Questo priverebbe i magistrati della possibilità di scegliere i propri rappresentanti e di conseguenza renderebbe impraticabile l’attività associazionistica, marginalizzando il ruolo dell’Anm e delle sue correnti. La concezione del magistrato-burocrate solo, isolato dai suoi colleghi e dalla società, in fondo non è nuova: nel ventennio l’Associazione generale magistrati italiani, precedente denominazione dell’Anm, fu perseguitata e costretta allo scioglimento da Mussolini. La questione di fondo è il vecchio dilemma: un magistrato può avere posizioni politiche? Dipende. La parola “politica” può avere due significati. Il primo, spregiativo, si riferisce ai rapporti intrattenuti con i partiti e i potenti di turno per ottenere vantaggi personali. Il secondo, nobile, rappresenta una visione della società che porta un cittadino a impegnarsi per il raggiungimento di obiettivi nell’interesse generale e nel rispetto dei propri valori etici. Forse è arrivato il momento di trovare parole distinte per esprimere due concetti così diversi. E, nella seconda accezione, la politica è perfettamente compatibile col ruolo del magistrato. La riforma Nordio scinderebbe in due il Csm e ognuno dei due nuovi organi sarebbe così costituito: un terzo di membri sorteggiati da un elenco predisposto dal Parlamento; due terzi di membri sorteggiati fra tutti i magistrati. Non può sfuggire che il primo gruppo è sostanzialmente di nomina politica e quindi è legato alla maggioranza di governo, come già accade ora, mentre il secondo gruppo sarebbe in futuro costituito da magistrati senza alcun rapporto associativo e perciò in posizione di debolezza, anche se formalmente maggioritari. Facciamo un esempio. Un pm sta conducendo in una certa città un’indagine sui neofascisti e questo infastidisce il governo. I membri “politici” del Csm potrebbero proporre il suo trasferimento, mettendo sul tavolo un argomento a cui sarebbe difficile opporsi: i nostri referenti di governo hanno il potere di tagliare i fondi al Tribunale di quella città. Cari consiglieri sorteggiati, come votate ora? Questo non è molto coerente con la visione del magistrato puro e apolitico ventilata dai sostenitori del Sì. Se i promotori della riforma sono così spaventati dai legami fra politica e magistratura, dalle manovre consociative e dal “fattore Palamara”, avrebbero dovuto abolire anche la quota di consiglieri selezionati dal Parlamento. Sorteggio per tutti. Così invece le correnti non verranno eliminate: ne resterà solo una, onnipotente e incontrastata. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo La riforma Nordio renderebbe una parte di magistratura dipendente dalla politica: si poteva agire diversamente proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mattarella ai giovani magistrati: “Autonomia e indipendenza della magistratura sono indiscutibili”
Indiscutibili. È l’aggettivo scelto da Sergio Mattarella per definire “le garanzie di autonomia e indipendenza della magistratura“, definite “funzionali ad assicurare che le decisioni siano adottate secondo diritto e non in base a ragioni esterne dovute a condizionamenti, pregiudizi, influenze o per il timore di ritorsioni o critiche. Per rendere effettiva tale indipendenza la Costituzione ha scelto il modello del governo autonomo della magistratura”. Incontrando al Quirinale i magistrati ordinari in tirocinio nominati con decreto ministeriale del 4 aprile 2025, il Capo dello Stato ha ricordato che il compito che li aspetta “è complesso e, insieme, avvincente”: “Questa consapevolezza non deve suscitare apprensione ma va tradotta in senso di responsabilità nell’esercizio della giurisdizione. Anche a voi tocca essere agenti della Costituzione, attori nella difesa della legalità e della giustizia, presidio dei diritti di ogni persona”. Per il presidente Mattarella “per affrontare un compito così alto” sarà “utile, accanto alla profonda conoscenza delle norme, la ricerca di leale confronto, il rifiuto di ogni forma di presunzione, attitudini che inducono alle doti preziose dell’umiltà e alla prudenza nel giudizio. Doti che, in ogni ambito e in ogni tempo, è sempre stato più facile elogiare che praticare”, ha continuato. “Chi esercita la giurisdizione ha il dovere di essere imparziale, e di testimoniare imparzialità in ogni contesto, anche extrafunzionale, per evitare che il comportamento del singolo possa porre a rischio la fiducia dei cittadini nel corretto svolgimento dell’attività giudiziaria”, ha aggiunto Mattarella. “L’applicazione della legge non consente mero automatismo – ha sottolineato – ma rappresenta l’esito di una doverosa attività di ponderazione e valutazione di cui deve farsi carico il magistrato, sia giudicante che requirente”. “La soggezione del giudice alla legge, del resto, impone alla magistratura – ha continuato – di individuare la soluzione appropriata per ciascuna fattispecie concreta, rimanendo sempre rigorosamente ancorata al complesso del diritto positivo”. Il Capo dello stato ha anche ricordato ai neomagistrati che “l’ampliamento in chiave sovranazionale delle fonti del diritto ha contribuito a delineare, in maniera complessa ma più completa, l’orizzonte entro il quale si realizza la tutela dei diritti, oltre a consentire il progressivo avvicinamento delle legislazioni nazionali nella sempre più necessaria integrazione europea“. L’intervento del presidente della Repubblica è stato preceduto da quelli del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Fabio Pinelli e della presidente della Scuola Superiore della Magistratura, Silvana Sciarra. Erano presenti anche il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, i componenti del Csm, il direttivo della Scuola Superiore della Magistratura, il primo presidente della Corte Suprema di Cassazione, Pasquale D’Ascola, e il procuratore generale presso la Cassazione, Pietro Gaeta. L'articolo Mattarella ai giovani magistrati: “Autonomia e indipendenza della magistratura sono indiscutibili” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Separazione delle carriere, i proponenti dedicano la riforma a Berlusconi: mi basta questo per dire No
Non sono preparato ad addentrarmi nei tecnicismi che dovrei comprendere per votare in modo consapevole al referendum sulla giustizia. Mi sono preso la pena di cercare di capire le sottigliezze, le modalità di reclutamento dei magistrati, le composizioni delle commissioni, per trovarmi nelle condizioni mentali del povero Renzo, confuso dal latinorum dell’Azzeccagarbugli. Tutti, però, concordano che la riforma costituzionale non curerà la farraginosità del nostro sistema giudiziario: i processi lunghi e le procedure complicate resteranno immutati. Qualcuno, ad esempio Bocchino, dice che la riforma difende la parte più debole del processo: l’imputato! E io che pensavo che la parte più debole fosse la vittima del reato. Imputati “forti” possono sempre puntare alla prescrizione, pagando abili avvocati che mirino, con sottili cavilli, a rallentare il processo fino alla decadenza dei termini. Spacciando poi la prescrizione per un’assoluzione. La lentezza dei processi favorisce chi punta alla prescrizione. Chi propone di abolirla è un forcaiolo giustizialista, come accusano parti politiche che, per certi tipi di reato, sono forcaiolissime, mentre per altre sono per l’innocenza degli imputati a priori. Se all’ultimo grado di giudizio sono comunque condannati… non c’è problema, gli si può sempre intitolare un aeroporto, una via a Portofino, un partito, una riforma costituzionale. Non mi interessa, a questo punto, entrare nei cavilli. Alle mie orecchie parla il modo in cui questa riforma viene “battezzata” nei confronti televisivi e nelle dichiarazioni alla stampa. I proponenti la dedicano a Berlusconi e la dipingono come un punto di approdo politico per gli schieramenti che in lui si riconoscono. Io lo registro e ci leggo un significato politico, non tecnico. Berlusconi nel 2013, durante comizi elettorali e dichiarazioni pubbliche, mentre era sotto inchiesta per corruzione, disse che all’interno del sistema democratico c’era un cancro… che si chiama magistratura, accusando alcune correnti di usare il potere giudiziario contro di lui e contro il suo partito politico. Nel 2008, durante la trasmissione Omnibus su LA7, appoggiò l’affermazione del suo collaboratore Marcello Dell’Utri, secondo cui il mafioso Mangano poteva essere considerato un eroe perché si sarebbe rifiutato di fornire informazioni contro di loro ai magistrati. L’omertà è un valore, per i mafiosi, e nel 2004 il Tribunale di Palermo condannò Dell’Utri a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa (ebbe ruoli di mediazione tra boss mafiosi e il mondo politico-imprenditoriale). Condanna confermata in Appello, anche se ridotta a 7 anni per la parte di fatto precedente al 1992, e resa definitiva in Cassazione. Dell’Utri è il co-fondatore di Forza Italia, assieme al piduista Silvio Berlusconi, condannato per frode fiscale in Cassazione a 4 anni di reclusione, di cui 3 cancellati dall’indulto, e sospeso dai pubblici uffici. Per me questo referendum ha valore esclusivamente politico. Per usare una formula inaugurata da Renzi, non sto sereno nei confronti di qualcosa che mi viene proposto in nome di Berlusconi. Non ascolterò i dibattiti dove eminenti giuristi cercheranno di dimostrare la validità dell’una o dell’altra opzione. Nella stanza dove si tiene il dibattito c’è il proverbiale elefante: Silvio Berlusconi e la sua storia, come dichiarano gli stessi proponenti della riforma. Inutile guardare a Renzi, per decidere il contrario di quel che consiglia. Tatticamente, non si pronuncia, sperando di poter fare l’ago della bilancia e saltare al momento opportuno sul carro che più gli conviene politicamente. Il Pd, formalmente schierato con il no, è un pochino sfilacciato, viste le propaggini renziane che ancora lo popolano. Meloni si “sgancia” dall’esito del referendum, dice che non è su di lei e non ci pensa neppure di dichiarare che si ritirerà dalla politica in caso di sconfitta. Lo fece Renzi, per poi rimangiarsi la promessa. La mia sensazione è che Meloni tema che, dato che non rappresenta la maggioranza degli italiani (come invece sostiene ad ogni piè sospinto), la maggioranza dei cittadini che non approvano il suo operato si esprima in modo netto contro la politica del suo governo, indipendentemente dal tema su cui è chiamata a decidere! Ovviamente senza capirci granché. Una vera furbata, anche perché, se dovesse vincere il sì, nessuno mi toglie dalla testa che il governo se lo intesterebbe come avallo politico. Non credo che una riforma della giustizia dedicata a Silvio Berlusconi sia finalizzata a favore dell’esercizio della giustizia, nei confronti di chi infrange la legge. L’impressione è che si voglia una legge forte con i deboli e debole con i forti, che sbatta in galera il proverbiale ladro di mele e getti via la chiave, e che lasci indisturbati corrotti e corruttori, dediti al sacco della cosa pubblica. Da una parte si depenalizzano i falsi in bilancio e gli abusi d’ufficio, proponendo di impedire le intercettazioni nei casi di corruzione, dall’altra si inaspriscono le pene per i piccoli delinquenti. Di questi le carceri sono piene, non vogliamo mica mescolarli con le persone “per bene”, perseguitate dai magistrati, no? Tendo a non fidarmi di una riforma della giustizia intitolata a un frodatore fiscale che avrebbe apprezzato la definizione delle tasse come pizzo di Stato. Visti gli ingredienti scritti sull’etichetta, non intendo assaggiare quel che c’è nel barattolo. A chi mi decanta le proprietà del prodotto dico: No, grazie. 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La sparata di Nordio contro “il diabolico” trojan: “Vergogna usarlo per indagare anche su modestissime mazzette”
“Stiamo già lavorando per ridurre se non proprio eliminare questa vergogna”. Durante la presentazione del suo ultimo libro alla Camera dei Deputati, il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, risponde ad una domanda della giornalista Gaia Tortora che cita proprio un passaggio del libro del Guardasigilli. “Quando un Pubblico Ministero ravvisa l’ipotesi di una modestissima mazzetta può chiedere l’utilizzo” del trojan, definito “questo meccanismo diabolico. Dopo il referendum vedremo di rimediare anche a questa inciviltà”. Questa la risposta del Ministro. “Abbiamo già la possibilità di intervenire perché già siamo molto avanti nella riforma, naturalmente questo dipenderà tutto dall’esito del referendum”. L'articolo La sparata di Nordio contro “il diabolico” trojan: “Vergogna usarlo per indagare anche su modestissime mazzette” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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