“Avvocati contro magistrati. Gli avvocati sono tutti per il Sì, i magistrati per
il No. Fanno di tutto per presentarla così, muro contro muro, anche tra noi
colleghi. Ma non è vero e si rischia di deteriorare i rapporti tra le due
categorie. La realtà è che ci sono tanti avvocati per il No e che questa non è
una battaglia di avvocati contro magistrati”, raccontano i firmatari. Insieme
con altri colleghi degli ‘Avvocati per il NO’ sono state raccolte firme
nell’ambiente forense della città veneta, nota per la sua prestigiosa università
di diritto. E in breve già si sono contate duecento adesioni. Scrivono: “Siamo
un gruppo di avvocati civilisti, amministrativisti, penalisti, esperti e
impegnati professionalmente in vari ambiti; tutti accomunati dalla forte
preoccupazione che la riforma costituzionale della magistratura possa indebolire
il potere giudiziario, alterando gli equilibri costituzionali, a detrimento
della tutela dei diritti fondamentali delle persone”, è il testo dell’appello.
E ancora: “I quotidiani attacchi ai magistrati che assumono decisioni sgradite
alla maggioranza politica, specie sulle questioni più delicate relative alla
libertà personale, alla libertà di manifestare, ai diritti dei minorenni e delle
persone straniere, ai temi della tutela dell’ambiente e del lavoro, si pongono
in antitesi con il principio dell’indipendenza del potere giudiziario, sulla
scia di una tendenza globale ad accentrare i poteri nelle mani di esecutivi
forti”. Gli ‘Avvocati per il NO’ concludono: “La riforma costituzionale
proposta, se approvata, apre pericolosamente la strada a questa prospettiva. Per
queste ragioni ci esprimiamo con convinzione per il NO al referendum”.
C’è un confronto molto serrato nel mondo dell’avvocatura padovana. E non solo.
Il fronte si mostra molto più frammentato di come lo si voglia descrivere.
Racconta un noto penalista della città: “Mi sono dimesso dalla Camera Penale
perché sono contro la Riforma Nordio”. Qualcuno sosteneva che fosse stato
espulso: “No, mi sono dimesso, visto che ho manifestato anche pubblicamente idee
diverse da quelle di chi guida la Camera. Se fossi restato, sarebbe stata una
ragione di disagio per me e l’associazione”. Non è il primo caso di dimissioni
dalla Camera Penale padovana da parte di avvocati contrari alla riforma. Un mese
fa proprio Il Fatto Quotidiano aveva raccontato un altro episodio. Protagonista
una nota avvocata membro del comitato di gestione della Scuola della Camera
Penale; si era dimessa dopo aver aderito al Comitato per il No. In tanti hanno
sostenuto che le dimissioni fossero state sollecitate dalla Camera Penale, che
si fosse addirittura ventilata l’ipotesi di sanzioni disciplinari.
“Non c’è stato nessun procedimento disciplinare. Ho avuto io un colloquio con la
collega e abbiamo esaminato insieme il conflitto che si era determinato rispetto
allo statuto delle Camere penali”, spiega Paola Rubini, presidente della Camera
di Padova, nonché ex collega di studio di Niccolò Ghedini e Piero Longo, già
avvocati di Silvio Berlusconi e parlamentari del centrodestra. Aggiunge: “Siamo
stati i primi sostenitori della separazione delle carriere tra giudici e pm,
nonché del doppio Csm e dell’Alta corte. La collega ha dato le dimissioni
volontariamente, ma potrà rivedere la sua decisione dopo il referendum”.
Insomma, per schierarsi contro la Riforma Nordio bisogna dimettersi.
Insomma, gli avvocati per il NO ci sono. E non sono così pochi come qualcuno
vorrebbe far credere. Altre dimissioni si sono registrate a Trapani, anche se la
Camera Penale assicura in totale libertà. A Genova, in occasione
dell’inaugurazione dell’Anno giudiziario, la presidente della Camera genovese,
Fabiana Cilio, aveva riservato una critica non esattamente pacata ai sostenitori
del NO: “Uno spettacolo di attori, cantanti, sindacalisti e professori di
qualunque materia pronti a intonare la litania della svolta autoritaria”, aveva
detto Cilio lasciando di stucco i magistrati presenti, ma anche tanti avvocati
colpevoli di non pensarla come lei. Un intervento concluso con un attacco
all’Anm: “È desolante che ad avvelenare i pozzi siano proprio quelli cui ogni
giorno affidiamo il nostro destino”. Nei giorni successivi erano giunte le
dimissioni dalla Camera di Stefano Bigliazzi, noto avvocato genovese e
sostenitore del No: “Pensavo di poter restare e dissentire in un organismo di
cui ho fatto parte per trent’anni. Prendo atto di non poterlo fare”. Non un caso
isolato: a Genova gli avvocati sostenitori del No sono centinaia e hanno
organizzato eventi con i magistrati. “Alimentare la contrapposizione tra
magistrati e avvocati è un errore – racconta un noto avvocato genovese – Primo
perché non corrisponde alla realtà, secondo perché altera la dialettica
processuale, a danno dei nostri assistiti che noi dobbiamo tutelare”.
L'articolo Padova, raccolte di firme degli “Avvocati per il No”. E fioccano
dimissioni dalle Camere Penali favorevoli alla riforma Nordio proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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In nome della “sensibilità istituzionale“, capita pure che gli avvocati chiedano
ai “nemici” magistrati di aiutarli nella campagna per il Sì al referendum sulla
separazione delle carriere. È successo nei giorni scorsi con una lettera inviata
da Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere penali – il
“sindacato” degli avvocati penalisti – ai presidenti dei Tribunali e ai
coordinatori degli uffici Gip di tutta Italia: “Mi pregio di sottoporre alla
Vostra cortese attenzione una questione di particolare rilievo per la
trasparenza e la comprensione del funzionamento del nostro sistema giudiziario”.
Un tono ossequioso per ottenere un dato importantissimo per la strategia
comunicativa del Sì: la percentuale con cui i giudici accolgono le richieste di
misure cautelari – arresti, interdittive, ma anche sequestri – avanzate dai
pubblici ministeri. Se questa percentuale fosse particolarmente alta, sopra l’80
o il 90%, i sostenitori della riforma potrebbero usarla come argomento principe
per avvalorare la tesi della presunta sudditanza dei giudici nei confronti dei
pm. A questo scopo il deputato di Forza Italia Enrico Costa aveva chiesto il
dato con un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia Carlo
Nordio, che però non aveva saputo ricostruirlo: “Allo stato, per quanto concerne
le misure cautelari, e fino alla piena operatività del Datalake, non è possibile
ottenere evidenza delle percentuali di accoglimento e rigetto delle richieste
del pubblico ministero”, era stata la risposta.
Ma sapere in quanti casi i gip dicano di sì ai pm, evidentemente, è un’autentica
ossessione per i penalisti. Così Petrelli non ha potuto fare altro che
rivolgersi direttamente ai magistrati, cioè alle controparti della campagna
referendaria: “Con la presente sono a richiederVi di voler cortesemente fornire
ovvero, qualora non ne aveste la diretta disponibilità, di voler indicare le
modalità per ottenerli – i dati statistici aggregati relativi agli anni 2022,
2023 e 2024, concernenti la percentuale di accoglimento” delle richieste di
misure cautelari “da parte dell’Ufficio gip da Voi coordinato. Certo di un
Vostro cortese riscontro e confidando nella Vostra sensibilità istituzionale,
porgo i miei più distinti saluti”, recita il testo, datato 24 novembre, inviato
ai 165 presidenti. Non è dato sapere quanti di loro abbiano risposto alla
richiesta – a quanto risulta al Fatto, alcuni non l’hanno ancora ricevuta – né
se siano astrattamente in grado di farlo. Di certo il fronte del Sì mostra di
essere alla spasmodica ricerca di numeri utili alla propria campagna: nei giorni
scorsi i sostenitori della riforma hanno citato più volte il dato – fornito in
risposta all’interrogazione di Costa – secondo cui i gip accolgono le richieste
di intercettazioni dei pm nel 94% dei casi e quelle di proroga degli ascolti
addirittura nel 99% dei casi. Ma molti magistrati hanno contestato la genuinità
di quelle percentuali, sostenendo che sia impossibile ricostruirle sulla base
delle statistiche trasmesse dagli uffici al ministero: sul tema i deputati
Debora Serracchiani (Pd) e Angelo Bonelli (Alleanza Verdi e Sinistra) hanno
depositato interrogazioni parlamentari.
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campagna per il Sì: Nordio non ha saputo fornire i dati proviene da Il Fatto
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