“Ah ma che noia, che barba l’ennesimo avvocato in tv”. Ma si potrebbe dire anche
per l’ennesimo medico, giudice, giornalista, professore e tutte quelle categorie
che spesso sono al centro della produzione della fiction italiana. Eppure…
“Avvocato Ligas” – una produzione Sky Studios e Fabula Pictures tratta da “Un
caso complicato per l’avvocato Ligas Perdenti” – segna un nuovo corso non solo
nella produzione delle serie tv italiane, ma anche un solco nella carriera di
Luca Argentero. L’attore, infatti, si cala perfettamente negli abiti di uno
degli avvocati più affascinanti della tv. Sciupafemmine (ai livelli quasi
patologici, va a letto con la moglie del socio dello studio. E la pagherà),
narcisista, ironico, irriverente, divertente e possessivo. Per nulla allineato
ai colleghi imbalsamati, ma sempre borderline. La prima scena è giù un succoso
antipasto con un dente rotto per l’avvocato a causa del sesso sfrenato con una
donna. Che rocker!
Tra le frasi borderline che Ligas pronuncia nella serie ci sono: “ha la fretta
tipica degli sbirri di vendicarsi” rivolgendosi ad un agente di polizia, poi
all’assistente in tribunale a Milano dice “pensi di trovare la giustizia qui
dentro? Qui c’è soltanto la legge sono due cose ben diverse” e poi rivolto a una
inviata alle telecamere dice: “Amici da casa un consiglio: non credete a tutto
quello che vi raccontano”. Ultimo ma non ultimo: “Le parole sono messe sotto
processo. Quindi tutto quello che viene detto viene sempre spolpato, analizzato
e c’è sempre qualcuno che si offende”. Basterebbe solo questo a strappare
applausi convinti. E infatti su Sky e in streaming su Now il prodotto sta
andando benissimo, la prima puntata al debutto ha superato subito il milione.
Il plauso convinto va dunque agli sceneggiatori Federico Baccomo, Jean Ludwigg,
Leonardo Valenti, Matteo Bozzi, Camilla Buizza e Francesco Tosco. Ma anche a
Luca Argentero che ha avuto fiuto e si è buttato a capofitto in uno dei ruoli
più interessanti del momento.
Che si apra un nuovo corso per l’attore? Citando Ligas “tutto a questo mondo è
un processo da vincere”.
L'articolo Luca Argentero splende nel suo abito più bello: “Avvocato Ligas”.
Ironico, sexy e pericolosamente narcisista. La svolta giusta e coraggiosa che
serviva proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Avvocati
Come fanno i cittadini a difendere i propri diritti nelle aule giudiziarie se
non hanno soldi da spendere? La legge dovrebbe essere uguale per tutti ma cosa
accade a chi non è in grado di difendersi? La legge sul gratuito patrocinio
prevede che sia lo Stato a pagare per loro, che si tratti di vittime dei reati
oppure indagati, accusati di averli commessi. Lo Stato si fa carico – come deve
– della tutela della loro difesa.
Tantissimi sono gli avvocati abilitati al patrocinio a spese dello Stato. Il
loro ruolo è fondamentale per la tenuta del nostro sistema Giustizia. Sono veri
e propri eroi dei nostri tribunali. Lavorano quotidianamente per pochi soldi,
perché le tariffe liquidate per la loro attività professionale sono a dir poco
esigue. Così basse da ledere la loro dignità professionale ed, in più, vengono
liquidate con ritardi biblici e spesso pluriennali.
Nessuno si occupa di loro perché non difendono certo i colletti bianchi, ma solo
gli ultimi della scala socio-economica del nostro Paese.
Il nostro governo ben si guarda dal dire di aver subito l’ennesima condanna
dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo in tema di Giustizia, ma quella
dell’11 dicembre 2025 concerne proprio questo specifico tema. Il gratuito
patrocinio non funziona. Congruità delle somme liquidate e tempi di pagamento
privano i cittadini bisognosi dell’effettività di una assistenza cui hanno
diritto costituzionalmente garantito. “Si tratta di un vulnus – come afferma
l’Unione delle Camere Penali – che incide, insieme, sulla dignità della
professione forense e sull’uguaglianza dei cittadini nell’accesso alla
giustizia”.
Al di là della vergogna che possiamo giustamente provare di fronte alla
necessità di dover subire una simil sentenza per affrontare un problema poco
consono alla struttura moderna e democratica di uno Stato come il nostro,
possiamo dunque ritenerci ora soddisfatti?
Ebbene no! Ci pensa ancora il nostro governo a correre ai ripari con
l’approvazione della legge di bilancio 2026. Con l’introduzione di questa
meravigliosa norma tutte le somme liquidate agli avvocati in gratuito patrocinio
per il loro lavoro di assistenza ai non abbienti nei processi, possono essere
girate direttamente all’ufficio Agenzia delle Entrate nel caso in cui essi vi
abbiano dei conti in sospeso. Si chiama Compensazione Coattiva. Con buona pace
dei bisognosi di giustizia possiamo solo dire loro: “Amen”.
Per fortuna abbiamo questo referendum i cui sostenitori ci assicurano che ci
regalerà una Giustizia migliore e più efficiente. Come non è dato sapere.
L'articolo Il referendum migliora la Giustizia? Ma se lo Stato colpisce anche
gli ‘avvocati dei poveri’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
“I giudici più equilibrati che ho incontrato nella vita erano stati pubblici
ministeri, e, viceversa, i migliori pm avevano avuto un’esperienza da giudice. E
posso dire di avere un po’ di esperienza alle spalle, avendo fatto l’avvocato
per cinquant’anni. I molti miei colleghi che sostengono la riforma Nordio
sbagliano: a rischio c’è l’autonomia della magistratura dal potere, una tutela
costituzionale che ci protegge come cittadini”. A parlare è Andrea Vernazza,
decano dei penalisti liguri, che si aggiunge a quello di altri nomi pesanti
dell’avvocatura italiana che si sono dichiarati contrari alla riforma, come
Franco Coppi e Giuseppe Jannaccone. Alle spalle Vernazza ha oltre 2mila processi
discussi, di cui 200 in Corte d’assiste e oltre un centinaio in Cassazione. È
stato il legale che ha accompagnato Guido Rossa a testimoniare contro le Br e
che ha difeso i nazisti imputati dopo il ritrovamento dell’armadio della
vergogna; si è occupato del processo della Torre Piloti e di omicidi in tutta
Italia, come il caso del piccolo Alessandro Mathas; era nel collegio difensivo
che assisteva Ciro Grillo insieme agli amici e in Cassazione “spese pazze” ha
tenuto la discussione che ha portato all’assoluzione di decine di politici, tra
cui l’attuale viceministro Edoardo Rixi.
L’appoggio al No di Vernazza, fino ad oggi mai reso pubblico, è insomma una di
quelle notizie destinate a far rumore. Anche perché a inizio febbraio il suo
nome era comparso sulla locandina di un evento in favore del Sì, organizzato a
Genova con la partecipazione del viceministro alla Giustizia Francesco Paolo
Sisto e al vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, convegno a cui però
l’avvocato Vernazza non si è presentato.
Avvocato Vernazza, molti suoi colleghi non saranno contenti di questa
intervista.
Vogliono far credere che tutti gli avvocati sono per il Sì, ma non è vero.
Cosa non la convince della riforma Nordio?
Comincio da una considerazione generale: c’è una tendenza generale a confondere
aspetti patologici e fisiologici. Le patologie, vanno affrontate come tali. E
gli strumenti ci sono già. La magistratura ha i suoi problemi, ma il sistema è
fisiologicamente sano.
Spieghi meglio.
Mi riferisco a questa narrazione sui magistrati che sbagliano e non vengono
puniti. Non è vero, è smentito dai numeri e dai fatti. Nel caso dei pm, è più
semplice correggere chi sbaglia, perché di fatto esiste un coordinamento di tipo
gerarchico. Per i giudici è un po’ più difficile, ma anche i giudici sono
sottoposti al controllo disciplinare.
I sostenitori del Sì citano spesso la metafora del pm che prende il caffè con il
giudice, o dell’arbitro con la stessa maglia di una squadra.
Non serve una casella diversa per essere autonomi, serve preparazione e
autonomia di giudizio. Sappiamo tutti che i gip non danno sempre ragione ai pm.
E i giudici di secondo grado che riformano le sentenze di primo grado,
resterebbero nella stessa categoria anche se passasse la riforma. Nella mia
esperienza i magistrati che hanno cambiato casacca erano i più garantisti.
Avvocato, sembra quasi di sentire l’Anm…
Ma no, siamo seri. Posso fare due esempi di magistrati illuminati che hanno
ricoperto entrambi funzioni diverse: Giovanni Canzio e Nicola Marvulli, entrambi
primi presidenti emeriti della Corte di Cassazione. Di Marvulli mi piace spesso
citare una sentenza e l’ho fatto in molti processi di cui mi sono occupato.
Cosa dice questa sentenza?
La cito a memoria: ‘Esiste un principio che non è scritto in nessun codice, né
nella Costituzione, che si chiama buon senso. Sarebbe estremamente opportuno che
tutti gli operatori del diritto ne facessero più frequente utilizzo’”. Mi
sembrano parole da scolpire nella pietra, tanto per i magistrati che per gli
avvocati.
Cosa pensa del sorteggio del Csm, volto a eliminare le correnti?
Ma per carità. Esistono meccanismi di selezione dei magistrati, con quei criteri
si è valutati e si va avanti. Per risolvere i veri problemi della giustizia,
bisognerebbe partire dalla realtà quotidiana dei tribunali. I problemi esistono,
ma non si risolvono così.
Ritorno su un punto accennato prima: perché teme che questa riforma metta a
rischio l’autonomia della magistratura dal potere?
Siamo circondati da derive e tendenze autoritarie, lo ha illustrato molto bene
Sergio Mattarella, pur con il linguaggio istituzionale e prudente che si
conviene al presidente della Repubblica. Qui parliamo di una magistratura che
rischia di non avere più l’indipendenza dall’esecutivo, autonomia necessaria per
garantire i cittadini.
Molti suoi colleghi obiettano che questo non è scritto esplicitamente nella
riforma.
Basta sentire cosa dice questo governo. Prendo a esempio Giusi Bartolozzi, capo
di gabinetto di Carlo Nordio, quando parla di magistratura da togliere di mezzo
e di giudici come plotoni d’esecuzione. Parole raccapriccianti, eversive,
incostituzionali, contrarie ai principi fondanti della nostra Carta. Voto
convintamente No perché vedo un importante problema di riequilibrio dei poteri a
favore del governo nell’assetto di questa legge.
Lei è ancora iscritto alle Camere Penali?
No. Lo sono stato per molti anni, oggi, per quanto abbia ancora ottimi rapporti,
non lo sono più.
L'articolo “I magistrati più garantisti? Quelli che hanno fatto sia pm che
giudice. Ecco perché voto no”: intervista ad Andrea Vernazza, principe del foro
di Genova. “Con la riforma toghe meno autonome dal potere” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Sal Da Vinci è ancora al centro del dibattito musicale dopo le parole di Aldo
Cazzullo in merito alla sua vittoria al Festival di Sanremo con “Per sempre sì”
(“canzone da matrimonio della camorra”). Stavolta è intervenuto l’avvocato
Angelo Pisani, founder del progetto antiviolenza 1523.it. “Associare una canzone
alla ‘colonna sonora di un matrimonio della camorra0 non è critica musicale – ha
affermato Pisani – ma un grave stereotipo offensivo e discriminatorio verso
Napoli e la cultura meridionale. La libertà di stampa è un valore fondamentale,
ma non può diventare libertà di insulto o di discriminazione territoriale”.
Quindi è stata annunciato la presentazione di un esposto alle autorità
competenti dopo le dichiarazioni del giornalista.
Pisani, che esprime solidarietà nei confronti dell’artista napoletano Sal Da
Vinci, “vittima di una violenza mediatica e di stereotipi offensivi verso Napoli
e la cultura meridionale”, invita inoltre l’Ordine dei Giornalisti ad
intervenire immediatamente per verificare il rispetto delle regole deontologiche
della professione. “Un giornalista ha una grande responsabilità sociale: la sua
penna può informare, ma può anche alimentare pregiudizi. Per questo l’Ordine
deve valutare se siano stati violati i principi di correttezza, rispetto e
responsabilità dell’informazione”.
L’esposto, spiega l’avvocato, sarà presentato nell’interesse dei cittadini
napoletani e dei fan dell’artista “affinché vengano valutati eventuali profili
di violenza mediatica e discriminazione territoriale. Napoli merita rispetto. La
critica è libera, ma la discriminazione non è tollerabile”.
Intanto, come riporta Il Mattino, è intervenuto anche l’avvocato di Sal Da
Vinci, Carlo Claps: “L’artista capisce e accetta con maturità il fatto che la
sua canzone possa non piacere al pubblico, tuttavia una cosa è la critica
musicale, anche aspra; altra cosa è l’insulto, la denigrazione personale, la
discriminazione culturale. Quella non si può tollerare. Ho letto frasi che
equiparano la canzone napoletana a qualcosa di dannoso, persino pestilenziale.
Questo non è giudizio critico: è discriminazione”. Dunque l’avvocato non esclude
di agire per vie legali “se le dichiarazioni offensive e diffamatorie dovessero
continuare” o “se dovessimo riscontrare i presupposti”.
Nei giorni scorsi durante i festeggiamenti a Napoli Sal Da Vinci davanti a
migliaia di fan ha detto: “Sono arrivate un sacco di provocazioni, magari a
volte la mente genera delle cose un pò strane. Io ho semplicemente portato una
canzone che parla d’amore, se poi l’amore è una cosa violenta forse
probabilmente siamo nel mondo sbagliato. Vi prego, ognuno di voi, ve lo chiedo
con umiltà, non rispondete alle provocazioni che ci vengono fatte, non servono a
niente, qualcuno avrà quale like in più… Pensiamo alla musica e a tutta la bella
gente di questa terra, e basta”
L'articolo “Una cosa è la critica musicale, altra cosa è l’insulto. Agire per
vie legali? Non è escluso”, parla l’avvocato di Sal Da Vinci. Cazzullo risponde:
“Libero di esprimere opinioni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ritiro della patente per guida in stato ebrezza, playboy, ritardatario, bene
americano e gin tonic a profusione, politicamente scorretto. Un filo narcista. È
il ritratto dell’irriverente “Avvocato Ligas”, il personaggio interpretato da
Argentero al centro del nuovo legal drama targato Sky, disponibile anche su Now
dal 6 marzo per sei episodi. Tratta dal romanzo “Un caso complicato per
l’avvocato Ligas. Perdenti”, la serie è prodotta da Sky Studios e Fabula
Pictures ed è diretta da Fabio Paladini.
Nel cast, insieme ad Argentero, Marina Occhionero nei panni di Marta Carati, la
determinata praticante di Ligas, e Barbara Chichiarelli in quelli del pubblico
ministero “rivale” di Ligas in tribunale, Annamaria Pastori. E ancora Gaia
Messerklinger e Flavio Furno a interpretare rispettivamente l’ex moglie di
Ligas, Patrizia Roncella, e Paolo Scarpelli, collega e migliore amico di Ligas.
“Le caratteristiche di Ligas sono tutte cose che me lo rendono sempre più
simpatico, – racconta a FqMagazine Luca Argentero – ma più lo ‘frequento’ e più
fa, tutto quello che io non ho il coraggio di fare. Non lo so se è il mio alter
ego però ammetto che è stato
piuttosto liberatorio confrontarsi con un personaggio così poco avvezzo alle
regole, alla normalità, all’equilibrio, tutte cose che caratterizzano la mia
vita e anche gli ultimi 5 -6 anni di lavoro, di fatto, Mi sono confrontato con
dei personaggi molto più inquadrati, molto più simili a me e questa cosa è stata
molto divertente”.
La Pm Annamaria Pastori, interpretata da Barbara Chichiarelli, è all’opposto:
“Sicuramente svolge anche nella storia un ruolo drammaturgico, – ha spiegato
l’attrice e- quindi in un qualche modo manda avanti la storia, incalza Ligas e
ne fa venire fuori poi le
contraddizioni. Ecco noi siamo un po’ sideralmente opposti, siamo due facce
della stessa medaglia e secondo me lei è un po’ invidiosa di Ligas alla fine.
Vorrebbe comportarsi un po’ come lui, ma invece è inquadrata nei binari e, in
qualche modo, porta avanti quello che è una sua idea di giustizia“.
Tra le frasi borderline che Ligas pronuncia nella serie ci sono: “ha la fretta
tipica degli sbirri di vendicarsi” rivolgendosi ad un agente di polizia, poi
all’assistente in tribunale a Milano dice “pensi di trovare la giustizia qui
dentro? Qui c’è soltanto la legge sono due cose ben diverse” e poi rivolto a una
inviata alle telecamere dice: “Amici da casa un consiglio: non credete a tutto
quello che vi raccontano”.
“Trovo ammirevole da parte di Sky, che abbia deciso di sostenere questo tipo di
scrittura. – ha spiegato Argentero – A noi ha permesso di essere verosimili.
Tutte le volte che c’è un tentativo di edulcorare le cose, abbassi moltissimo il
nostro lavoro. Questa cosa a noi aiuta a essere appunto verosimili. Dall’altra c
‘è proprio una direzione editoriale nel portare questo progetto dritto verso un
legal drama di caratura internazionale. Una cosa fatta nel timore di dare
fastidio a qualcuno”.
E ancora: “In televisione ormai c’è di tutto. C’è il caso di cronaca che viene
sviscerato e spettacolarizzato e tu sei costretto a sorbirti quel tipo di
informazione. Dall’altra ci sono altri ‘casi ‘ come quelli di cronaca, di nuovo
sono tutti sotto gli occhi di tutti… C’è un’altra frase che, secondo me,
racconta ancora meglio l’intenzione di questo progetto. Cioè, mai come oggi
abbiamo tanti mezzi per comunicare, possiamo farlo attraverso tantissimi
strumenti in qualsiasi momento la giornata, e le parole sono messe sotto
processo. Quindi tutto quello che viene detto viene sempre spolpato, analizzato
e c’è sempre qualcuno che si offende. Trovo molto interessante questo approccio
alla scrittura”.
Entrambi gli attori si dicono favorevoli a votare il Referendum della Giustizia:
“Il mio invito è quello a usare lo strumento del Referendum, anche se non c’è
bisogno del quorum. Ma è giusto partecipare. Non diciamo cosa voteremo per non
influenzare nessuno, ma andremo”.
L'articolo Luca Argentero: “Il mio avvocato Ligas beve, è un playboy e
borderline. Fa cose che non ho il coraggio di fare. Referendum sulla Giustizia?
Importante votare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Botta e risposta, con tanto di lettere protocollate, dentro al Consiglio
nazionale forense, Cnf, l’organismo istituzionale dell’intera avvocatura, come
il Csm (quasi) per i magistrati. Almeno una ottantina di avvocati hanno scritto
una lettera di protesta al presidente Francesco Greco, accusato di faziosità e
di uso improprio della funzione, per aver espresso la sua personale posizione
favorevole alla riforma costituzionale come se fosse quella di tutti gli
avvocati, con tanto di pubblicazione dei suoi interventi sul sito ufficiale del
Cnf.
La replica di Greco è singolare: si dice d’accordo con loro, dato che non è
stato lui ad autorizzare la pubblicazione delle interviste sul sito del
Consiglio e, comunque, ha sempre parlato a titolo personale. I fatti, però,
raccontano un’altra storia. Che non può che partire dalla lettera degli
avvocati: “Apprendiamo con stupore che sul sito istituzionale del Cnf sono state
pubblicate diverse interviste da Lei rilasciate sul tema referendario, a favore
del ‘Sì’. Non si vuole qui entrare nel merito di tali dichiarazioni, pure
opinabili. È però evidente che le stesse non possano che essere state rilasciate
a titolo personale, considerato che il Consiglio Nazionale Forense è un organo
istituzionale che rappresenta l’intera classe forense – così come il suo
Presidente – e, dunque, non potrebbe mai schierarsi a favore o contro una
riforma costituzionale come quella di cui si discute. È peraltro noto, continua
la lettera, come in tutta Italia siano stati costituiti da parte di avvocate e
avvocati numerosi comitati per il ‘No’ che dimostrano la presenza di molteplici
sensibilità e diverse posizioni sulla riforma oggetto del prossimo referendum”.
Inoltre, gli avvocati firmatari scrivono di ritenere “del tutto inopportuno che
nei Suoi interventi pubblici Lei non abbia chiarito di intervenire a titolo
personale, ma si sia espresso a nome di tutta la categoria”.
Il presidente Greco ha risposto a stretto giro, negando e persino
solidarizzando, a parole, con chi lo ha criticato: “Gentilissimi colleghi,
riscontro la nota per manifestare la mia condivisione sul disappunto da Voi
espresso per la pubblicazione sul sito istituzionale del Cnf di mie interviste
sul quesito referendario. Invero, si è trattato di una iniziativa da me non
autorizzata”. Strano, dato che le interviste del presidente Greco, fino a ieri,
riempivano la homepage del sito del Cnf. Quindi, o Greco ha autorizzato e adesso
scarica sull’ufficio comunicazione del Cnf, oppure non ha autorizzato la
pubblicazione sul sito e non lo ha neppure mai visto in questi mesi. Niente male
per un presidente, nell’uno e nell’altro caso.
Nella stessa lettera di risposta agli avvocati, Greco aggiunge che “mai ho
affermato di parlare a nome di tutti gli avvocati italiani…”. Ma il 19 giugno
2025, giusto per citare una delle tante interviste, è ospite di Giorgio Zanchini
a Radio anch’io: “Grazie per l’invito ad esprime l’opinione dell’avvocatura, del
Consiglio nazionale forense. Noi siamo assolutamente favorevoli alla riforma”.
Ecco, “Noi”, non “Io”. Nella stessa lettera di risposta agli avvocati, Greco,
inoltre, attacca il Csm. Specifica che il Cnf “non ha preso posizione a favore
dell’una o dell’altra tesi” mentre “il Csm si è espresso, a maggioranza, contro
la riforma costituzionale”. Vero, ma il presidente e avvocato Greco non può non
sapere che tra i compiti del Consiglio Superiore della magistratura c’è anche
quello di dare al Parlamento pareri su disegni di legge in materia di giustizia.
L'articolo Referendum giustizia, 80 avvocati contro Greco (Consiglio forense):
“Sostiene il Sì a nome della categoria”. Lui nega proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Vigilare” perché sia garantita la par condicio tra il Sì e il No negli eventi
sul referendum organizzati dagli Ordini degli avvocati. La richiesta, rivolta al
Consiglio nazionale forense – il massimo organismo di rappresentanza
dell’avvocatura – viene dal Comitato Avvocati per il No, nato per riunire i
legali contrari alla riforma Nordio, che ormai conta oltre 900 aderenti (con un
tasso di crescita di 10-15 nuovi iscritti al giorno). Gli avvocati “ribelli”
contestano la scelta di campo dei Consigli locali dell’Ordine, che pur essendo
soggetti istituzionali (a differenza degli organismi politico-sindacali come le
Camere penali o l’Organismo congressuale forense) promuovono in tutta Italia
conferenze e incontri a senso unico in favore della riforma, spesso prevedendo
addirittura il riconoscimento di crediti formativi ai partecipanti. Un attivismo
poco in linea con il ruolo di un ordine professionale: per capirci, fatte le
dovute differenze, è come se il Consiglio superiore della magistratura o le sue
succursali locali (i Consigli giudiziari) patrocinassero eventi schierati per il
No.
Gli esempi sono tantissimi. Il 20 febbraio a Foggia è in programma un incontro
sulle “Ragioni del Sì” con il logo dell’Ordine locale e i saluti del presidente
Gianluca Ursitti: intervengono in totale sei avvocati e il giudice della Corte
d’Appello di Napoli Daniele Colucci, uno dei pochi magistrati a favore della
riforma. Stesso panorama il 13 febbraio scorso a Cosenza, a un convegno con il
viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto tenuto nella biblioteca
dell’Ordine locale: “La partecipazione dà diritto a tre crediti formativi in
deontologia“, si leggeva sulla locandina. Tre crediti anche per l’evento “Sì per
un giusto processo“, il 3 febbraio scorso a Forlì con Antonio Di Pietro, il
presidente dell’Unione delle Camere penali Francesco Petrelli e la
costituzionalista Marilisa D’Amico; per la tavola rotonda “Sì spiega“, il 30
gennaio ad Avellino, con ospite tra gli altri l’ex senatore di Forza Italia e
Azione Andrea Cangini; per l’incontro a Varese, sempre il 30 gennaio, con il
presidente del Comitato “Sì Riforma” Nicolò Zanon, il consigliere Csm in quota
FdI Felice Giuffrè e il segretario dell’Unione Camere penali Rinaldo Romanelli.
Contro questa politica protesta il Comitato Avvocati per il No, in una lettera
inviata lunedì al Consiglio nazionale forense e firmata da tutti i membri del
direttivo (Franco Moretti, Isabella De Angelis, Giovanni Dore, Salvo Battaglia,
Claudia Mattioli). “Rappresentando l’Ordine tutti gli avvocati, occorre evitare
che, attraverso le sue articolazioni, vengano assunte iniziative tali da
suscitare l’immagine di una avvocatura istituzionale schierata a favore o contro
la riforma, a maggior ragione in considerazione del fatto che, all’interno
dell’avvocatura, com’è noto, vi sono posizioni contrastanti“, si sottolinea. Per
questo, i legali contrari alla riforma ritengono “necessario evitare che il
confronto in atto possa degenerare e, di conseguenza, scivolare verso l’immagine
di un’avvocatura contrapposta alla magistratura o, peggio, di un’avvocatura
schierata politicamente”. E chiedono al Cnf di vigilare sulla par condicio,
invitando gli Ordini che abbiano promosso iniziative sbilanciate a “organizzarne
altrettante per compensare le ragioni non considerate nei precedenti eventi”.
Infine, si chiede di “sensibilizzare” le articolazioni locali “a non assumere
iniziative pubbliche che possano pregiudicare l’immagine di imparzialità
dell’istituzione forense rispetto al quesito referendario”.
Come scrivono gli stessi avvocati nella lettera, infatti, negli ultimi giorni
c’è stato un “proliferare di sollecitazioni intese a richiedere ai Consigli
dell’Ordine di assumere una posizione a favore” della riforma. Come ha
raccontato il Corriere, a Torino la chiamata alle armi è arrivata dal
vicepresidente della Camera penale Maurizio Basile: “I Consigli dell’Ordine e i
singoli consiglieri non possono continuare a girare la testa da un’altra parte”,
ha detto. Sulla stessa linea il presidente dell’Ordine di La Spezia Daniele
Caprara, che sul Dubbio (il quotidiano degli avvocati) ha scritto un pezzo
intitolato “Il dovere dei Consigli dell’Ordine di battersi per sostenere il Sì
al referendum”: “I consigli degli Ordini”, sostiene, “non possono più conservare
posizioni aventiniane, in nome di un equilibrio ormai ampiamente abbandonato da
molte figure, istituzionali e non, che hanno rinunciato alla lettura tecnica
delle norme per accedere ad assiomi e mistificazioni ideologiche”. D’altra
parte, lo stesso Consiglio nazionale forense conserva una terzietà solo formale:
tutti i suoi componenti hanno annunciato l’adesione al Comitato delle Camere
penali per il Sì, e sui canali ufficiali dell’organo compaiono in continuazione
le dichiarazioni pro-riforma del suo presidente Francesco Greco (anche se lui ha
dichiarato di non saperne nulla). Chissà che fine farà la lettera dei “ribelli”…
L'articolo Referendum, l’Ordine degli avvocati e gli eventi a senso unico per il
Sì. I legali per il No: “Vigilare sulla par condicio” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’avvocato Ivano Chiesa è stato ospite, sabato 31 gennaio, a Rai Radio 2 nel
programma “Maschio Selvaggio” condotto da Nunzia De Girolamo e Gianluca Semprini
per commentare i nuovi fronti giudiziari che vedono coinvolti il suo assistito
Fabrizio Corona e Mediaset. Durante l’intervista all’avvocato i due conduttori
hanno sottolineato come i contenuti diffusi da Corona tocchino spesso la sfera
intima e privata delle persone, “mettendo in dubbio l’effettivo interesse
pubblico delle rivelazioni”.
L’avvocato Chiesa ha però ribattuto con fermezza: “Io non conosco i contenuti
prima che vengano pubblicati, ma Fabrizio è intelligente, sa dove è il limite”.
Sulle possibili contromosse di Cologno Monzese, il legale non ha mostrato
timore: “Da Mediaset mi aspetto azioni giudiziarie scatenate, ma non c’è alcun
problema. Siamo qua. Fabrizio sta benissimo, è carico a mille e queste
iniziative lo motivano ulteriormente”.
Chiesa fa il punto anche sull’iscrizione nel registro degli indagati di alcuni
manager di Google per la diffusione di chat private. Se per Signorini il legale
parla di “atto dovuto”, esprime forti perplessità sulle ipotesi di reato legate
alla piattaforma: “Capisco il concorso in diffamazione, ma sulla ricettazione
faccio veramente fatica”. Secondo Chiesa, Corona ha ormai raggiunto una maturità
strategica: “Non è stupido come molti pensano, ha imparato a gestire il confine
del rischio”.
Incalzato dai conduttori sulla natura delle rivelazioni di Fabrizio Corona,
definiti da molti come una forma di “dossieraggio” mediatico, il legale ha
rispedito le accuse al mittente: “Anche il più farabutto d’Italia ha il diritto
di dire ciò che pensa. Se qualcuno si sente offeso, sporga querela o chieda i
danni dopo, non prima”.
Chiesa ha poi contestato la tesi secondo cui il diritto di cronaca spetterebbe
solo ai giornalisti iscritti all’albo: “Dire che Fabrizio non può parlare perché
non è giornalista è un errore giuridico. Se tu fondi uno degli aspetti
essenziali della sentenza sul fatto che ‘’Falsissimo’’ non è una testata
giornalistica, stai dicendo che lo avesse fatto una testata registrata sarebbe
andato bene? Il principio non cambia”. Secondo Chiesa, la decisione dei
magistrati creerebbe una “frattura nel sistema” che minaccia non solo Corona, ma
chiunque voglia manifestare opinioni in modo aggressivo o “ficcante”.
L'articolo “Da Mediaset mi aspetto azioni giudiziarie scatenate, ma non c’è
alcun problema. Fabrizio Corona non è stupido come molti pensano”: così
l’avvocato Ivano Chiesa proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Riteniamo che l’Ordine abbia commesso un grave errore nel riconoscere come
evento formativo un incontro pubblico che attiene alla campagna referendaria e
ha, per espressa affermazione degli stessi promotori, un chiaro contenuto
politico, essendo finalizzato a esporre le ragioni del Sì”. Con una
comunicazione formale inviata via pec, 16 avvocati del foro di Varese si
dissociano dalla scelta del Consiglio dell’Ordine locale di offrire tre crediti
formativi ai legali che parteciperanno a un evento per il Sì al referendum
organizzato dalla Camera penale (il “sindacato” dei penalisti), privo di
contraddittorio e con un parterre di relatori tutti schierati a favore della
riforma Nordio. Nella lettera, gli avvocati premettono di ritenere “del tutto
legittima” la “battaglia politica” dell’Unione delle Camere penali, che hanno
espresso “una posizione netta nel senso della piena approvazione della riforma
costituzionale”. L’Ordine, però, è un soggetto istituzionale e “non rappresenta
la posizione politica dell’avvocatura. Proprio per questo dovrebbe evitare non
solo di essere, ma anche di apparire, di parte, cioè tenere proprio il
comportamento che, con tanta enfasi, si pretende dai magistrati“, sottolineano
Luisa Belli, Gianmarco Beraldo, Andrea Bordone, Luca Carignola, Elisabetta Ciof,
Marina Curzio, Antonella De Peri, Marzia Giovannini, Marco Lacchin, Nicoletta
Matricardi, Isabella Mauceri, Mario Lotti, Ferdinando Perone, Emanuele Pizzato,
Giovanni Tavernari e Alessandro Tedeschi.
Nei giorni scorsi, rispondendo alle polemiche interne, il Consiglio varesino
aveva ribadito che l’Ordine “non prende posizione in merito al futuro
referendum”, sottolineando di aver accreditato l’evento solo “in quanto
rispondente ai requisiti previsti dalla normativa per gli accrediti”. Una
spiegazione che però non convince i 16 avvocati “ribelli”: “L’Ordine avrebbe
dovuto tenersi del tutto distinto da un’iniziativa di carattere chiaramente
politico”, scrivono. “Il fatto che, in ragione dei temi trattati, possano
sussistere formalmente i presupposti per il riconoscimento dei crediti formativi
è, a nostro parere, del tutto irrilevante e, forse, appare come una debole
foglia di fico. Che piaccia o no, al cittadino comune apparirà che l’Ordine
degli avvocati avalli non solo l’evento, ma anche la posizione che nello stesso
verrà espressa”, si legge. La conclusione, poi, somiglia a una provocazione:
“Crediamo che l’Ordine debba revocare ogni forma di sostegno all’evento; se ciò
non fosse possibile, dovrà garantire identico trattamento a eventuali altre
iniziative, espressamente a sostegno delle ragioni del No“.
L'articolo Referendum, la lettera degli avvocati di Varese all’Ordine: “Revocare
i crediti all’evento per il Sì, è un incontro politico” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Crediti formativi agli avvocati che partecipano all’evento per il Sì. Nella
campagna referendaria ognuno usa le armi a propria disposizione, e a Varese
l’Ordine degli avvocati ne ha messa in campo una potentissima: riconoscere tre
preziosi crediti di aggiornamento professionale – su 15 totali da conquistare
nell’anno – per attirare i colleghi a una tavola rotonda sulla riforma Nordio
organizzata dalla locale Camera penale (il “sindacato” degli avvocati
penalisti), in programma venerdì 30 gennaio nella sala del Consiglio comunale.
Più che a un corso di formazione, però, l’iniziativa somiglia a un comizio
politico, come evidente dalla locandina aperta dal logo del comitato delle
Camere penali per il Sì, con lo slogan “Vota Sì. È giusto!“. Se l’orientamento
non fosse chiaro, a esplicitarlo ulteriormente ci pensa la presentazione: “Le
ragioni del Sì per il referendum sulla giustizia: perché votare Sì è giusto.
Autorevoli relatori illustreranno dal punto di vista della magistratura,
dell’accademia e dell’avvocatura penalista il testo della riforma e le ragioni
del Sì” alla riforma “come completa attuazione di un principio costituzionale,
quello del giusto processo di cui all’articolo 111 della Costituzione, che vede
il processo penale fondato su un sistema accusatorio con un giudice terzo e
imparziale e un’amministrazione della giustizia ispirata a tali regole”.
La locandina presenta l’evento come “un confronto informato e tecnicamente
consapevole, scevro da contrapposizioni ideologiche o politiche e fondato
sull’analisi oggettiva degli assetti ordinamentali”. I relatori, però, sono
tutti schierati per il Sì, e tra loro ci sono esponenti di primo piano della
campagna: il segretario dell’Unione delle Camere penali Rinaldo Romanelli, il
costituzionalista e presidente del comitato “Sì Riforma” Nicolò Zanon, il
consigliere del Csm in quota Fratelli d’Italia Felice Giuffrè, il procuratore
capo di Varese Antonio Gustapane (uno dei pochi magistrati favorevoli alla
riforma) e i due avvocati Daniele Ripamonti e Andrea Cavaliere. A moderare
l’incontro il direttore della Tgr Rai Roberto Pacchetti, giornalista di area
Lega. Insomma, un incontro palesemente schierato in senso politico: nonostante
questo, si legge in un angolo della locandina, l’evento è stato “accreditato dal
Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Varese con il riconoscimento di n° 3
crediti formativi in materia obbligatoria”. Una scelta inedita criticata nelle
chat dai magistrati di tutta Italia. “Anche noi facciamo eventi senza confronto,
ma non chiediamo i crediti”, sottolinea un pm, mentre un giudice definisce
l’iniziativa di “pessimo gusto”. Di sicuro, però, non c’è il rischio che la sala
resti vuota.
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Varese spinge l’evento per il Sì al referendum proviene da Il Fatto Quotidiano.