L’avvocato Ivano Chiesa è stato ospite, sabato 31 gennaio, a Rai Radio 2 nel
programma “Maschio Selvaggio” condotto da Nunzia De Girolamo e Gianluca Semprini
per commentare i nuovi fronti giudiziari che vedono coinvolti il suo assistito
Fabrizio Corona e Mediaset. Durante l’intervista all’avvocato i due conduttori
hanno sottolineato come i contenuti diffusi da Corona tocchino spesso la sfera
intima e privata delle persone, “mettendo in dubbio l’effettivo interesse
pubblico delle rivelazioni”.
L’avvocato Chiesa ha però ribattuto con fermezza: “Io non conosco i contenuti
prima che vengano pubblicati, ma Fabrizio è intelligente, sa dove è il limite”.
Sulle possibili contromosse di Cologno Monzese, il legale non ha mostrato
timore: “Da Mediaset mi aspetto azioni giudiziarie scatenate, ma non c’è alcun
problema. Siamo qua. Fabrizio sta benissimo, è carico a mille e queste
iniziative lo motivano ulteriormente”.
Chiesa fa il punto anche sull’iscrizione nel registro degli indagati di alcuni
manager di Google per la diffusione di chat private. Se per Signorini il legale
parla di “atto dovuto”, esprime forti perplessità sulle ipotesi di reato legate
alla piattaforma: “Capisco il concorso in diffamazione, ma sulla ricettazione
faccio veramente fatica”. Secondo Chiesa, Corona ha ormai raggiunto una maturità
strategica: “Non è stupido come molti pensano, ha imparato a gestire il confine
del rischio”.
Incalzato dai conduttori sulla natura delle rivelazioni di Fabrizio Corona,
definiti da molti come una forma di “dossieraggio” mediatico, il legale ha
rispedito le accuse al mittente: “Anche il più farabutto d’Italia ha il diritto
di dire ciò che pensa. Se qualcuno si sente offeso, sporga querela o chieda i
danni dopo, non prima”.
Chiesa ha poi contestato la tesi secondo cui il diritto di cronaca spetterebbe
solo ai giornalisti iscritti all’albo: “Dire che Fabrizio non può parlare perché
non è giornalista è un errore giuridico. Se tu fondi uno degli aspetti
essenziali della sentenza sul fatto che ‘’Falsissimo’’ non è una testata
giornalistica, stai dicendo che lo avesse fatto una testata registrata sarebbe
andato bene? Il principio non cambia”. Secondo Chiesa, la decisione dei
magistrati creerebbe una “frattura nel sistema” che minaccia non solo Corona, ma
chiunque voglia manifestare opinioni in modo aggressivo o “ficcante”.
L'articolo “Da Mediaset mi aspetto azioni giudiziarie scatenate, ma non c’è
alcun problema. Fabrizio Corona non è stupido come molti pensano”: così
l’avvocato Ivano Chiesa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Riteniamo che l’Ordine abbia commesso un grave errore nel riconoscere come
evento formativo un incontro pubblico che attiene alla campagna referendaria e
ha, per espressa affermazione degli stessi promotori, un chiaro contenuto
politico, essendo finalizzato a esporre le ragioni del Sì”. Con una
comunicazione formale inviata via pec, 16 avvocati del foro di Varese si
dissociano dalla scelta del Consiglio dell’Ordine locale di offrire tre crediti
formativi ai legali che parteciperanno a un evento per il Sì al referendum
organizzato dalla Camera penale (il “sindacato” dei penalisti), privo di
contraddittorio e con un parterre di relatori tutti schierati a favore della
riforma Nordio. Nella lettera, gli avvocati premettono di ritenere “del tutto
legittima” la “battaglia politica” dell’Unione delle Camere penali, che hanno
espresso “una posizione netta nel senso della piena approvazione della riforma
costituzionale”. L’Ordine, però, è un soggetto istituzionale e “non rappresenta
la posizione politica dell’avvocatura. Proprio per questo dovrebbe evitare non
solo di essere, ma anche di apparire, di parte, cioè tenere proprio il
comportamento che, con tanta enfasi, si pretende dai magistrati“, sottolineano
Luisa Belli, Gianmarco Beraldo, Andrea Bordone, Luca Carignola, Elisabetta Ciof,
Marina Curzio, Antonella De Peri, Marzia Giovannini, Marco Lacchin, Nicoletta
Matricardi, Isabella Mauceri, Mario Lotti, Ferdinando Perone, Emanuele Pizzato,
Giovanni Tavernari e Alessandro Tedeschi.
Nei giorni scorsi, rispondendo alle polemiche interne, il Consiglio varesino
aveva ribadito che l’Ordine “non prende posizione in merito al futuro
referendum”, sottolineando di aver accreditato l’evento solo “in quanto
rispondente ai requisiti previsti dalla normativa per gli accrediti”. Una
spiegazione che però non convince i 16 avvocati “ribelli”: “L’Ordine avrebbe
dovuto tenersi del tutto distinto da un’iniziativa di carattere chiaramente
politico”, scrivono. “Il fatto che, in ragione dei temi trattati, possano
sussistere formalmente i presupposti per il riconoscimento dei crediti formativi
è, a nostro parere, del tutto irrilevante e, forse, appare come una debole
foglia di fico. Che piaccia o no, al cittadino comune apparirà che l’Ordine
degli avvocati avalli non solo l’evento, ma anche la posizione che nello stesso
verrà espressa”, si legge. La conclusione, poi, somiglia a una provocazione:
“Crediamo che l’Ordine debba revocare ogni forma di sostegno all’evento; se ciò
non fosse possibile, dovrà garantire identico trattamento a eventuali altre
iniziative, espressamente a sostegno delle ragioni del No“.
L'articolo Referendum, la lettera degli avvocati di Varese all’Ordine: “Revocare
i crediti all’evento per il Sì, è un incontro politico” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Crediti formativi agli avvocati che partecipano all’evento per il Sì. Nella
campagna referendaria ognuno usa le armi a propria disposizione, e a Varese
l’Ordine degli avvocati ne ha messa in campo una potentissima: riconoscere tre
preziosi crediti di aggiornamento professionale – su 15 totali da conquistare
nell’anno – per attirare i colleghi a una tavola rotonda sulla riforma Nordio
organizzata dalla locale Camera penale (il “sindacato” degli avvocati
penalisti), in programma venerdì 30 gennaio nella sala del Consiglio comunale.
Più che a un corso di formazione, però, l’iniziativa somiglia a un comizio
politico, come evidente dalla locandina aperta dal logo del comitato delle
Camere penali per il Sì, con lo slogan “Vota Sì. È giusto!“. Se l’orientamento
non fosse chiaro, a esplicitarlo ulteriormente ci pensa la presentazione: “Le
ragioni del Sì per il referendum sulla giustizia: perché votare Sì è giusto.
Autorevoli relatori illustreranno dal punto di vista della magistratura,
dell’accademia e dell’avvocatura penalista il testo della riforma e le ragioni
del Sì” alla riforma “come completa attuazione di un principio costituzionale,
quello del giusto processo di cui all’articolo 111 della Costituzione, che vede
il processo penale fondato su un sistema accusatorio con un giudice terzo e
imparziale e un’amministrazione della giustizia ispirata a tali regole”.
La locandina presenta l’evento come “un confronto informato e tecnicamente
consapevole, scevro da contrapposizioni ideologiche o politiche e fondato
sull’analisi oggettiva degli assetti ordinamentali”. I relatori, però, sono
tutti schierati per il Sì, e tra loro ci sono esponenti di primo piano della
campagna: il segretario dell’Unione delle Camere penali Rinaldo Romanelli, il
costituzionalista e presidente del comitato “Sì Riforma” Nicolò Zanon, il
consigliere del Csm in quota Fratelli d’Italia Felice Giuffrè, il procuratore
capo di Varese Antonio Gustapane (uno dei pochi magistrati favorevoli alla
riforma) e i due avvocati Daniele Ripamonti e Andrea Cavaliere. A moderare
l’incontro il direttore della Tgr Rai Roberto Pacchetti, giornalista di area
Lega. Insomma, un incontro palesemente schierato in senso politico: nonostante
questo, si legge in un angolo della locandina, l’evento è stato “accreditato dal
Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Varese con il riconoscimento di n° 3
crediti formativi in materia obbligatoria”. Una scelta inedita criticata nelle
chat dai magistrati di tutta Italia. “Anche noi facciamo eventi senza confronto,
ma non chiediamo i crediti”, sottolinea un pm, mentre un giudice definisce
l’iniziativa di “pessimo gusto”. Di sicuro, però, non c’è il rischio che la sala
resti vuota.
L'articolo “Crediti formativi a chi partecipa”: così l’Ordine degli avvocati di
Varese spinge l’evento per il Sì al referendum proviene da Il Fatto Quotidiano.
È prevista per lunedì 26 alle 21 la pubblicazione della nuova puntata in
streaming di “Falsissimo”, dal titolo “Il prezzo del successo – parte finale”.
Fabrizio Corona ha promesso ulteriori sviluppi sul presunto “sistema Signorini”,
ossia il reclutamento di ragazzi eterosessuali per entrare al “Grande Fratello”,
ma dietro profferte sessuali. Gli avvocati di Alfonso Signorini, i legali
Daniela Missaglia e Domenico Aiello, hanno presentato un’istanza al Tribunale
civile di Milano per chiedere un provvedimento cautelare d’urgenza di
“inibitoria” per bloccare la messa in onda sul web della prossima puntata,
prevista per il 26 gennaio, del format ‘Falsissimo’ di Fabrizio Corona, il quale
nelle precedenti due puntate ha attaccato il conduttore tv e giornalista che, a
suo dire, avrebbe messo in piedi un “sistema di ricatti e favori sessuali”.
Nei passaggi riportati del ricorso dei legali si legge che viene richiesto
“l’intervento urgente dell’Autorità Giudiziaria non solo al fine di rimuovere i
contenuti già diffusi, ma anche per impedire ulteriore pubblicazione e
diffusione da parte del Signor Corona, a tutela dei diritti del ricorrente e
della sua sfera privata”.
Sempre nel ricorso si evidenzia che l’ex agente fotografico “non solo ha
continuato a pubblicare contenuti illeciti anche dopo l’avvio dell’indagine
penale e il sequestro a suo carico”, scaturiti da una querela di Signorini, ma
“ha espressamente annunciato che il 26 gennaio pubblicherà una puntata avente
come protagonista” sempre il giornalista e “dall’impatto straordinario, con
contenuti di irreparabile gravità”.
La pubblicazione di altri “contenuti diffamatori”, si legge ancora,
“comporterebbe un irreversibile aggravamento del danno subito” da Signorini.
Anche perché quei contenuti possono essere “scaricati, condivisi e replicati da
chiunque” con “diffusione incontrollabile” e senza possibilità di “rimozione”.
Quando il “danno si sarà compiuto, non ci sarà più nulla da fare, con effetti
devastanti sulla vita personale e professionale” del conduttore, che si è
autosospeso nelle scorse settimane dai suoi impegni con Mediaset. Effetti
“devastanti” anche sulla sua “integrità psicofisica”.
Signorini ha già respinto tutto le accuse, interrogato su sua richiesta dai pm
di Milano il 7 gennaio, dopo la denuncia per violenza sessuale ed estorsione da
parte dell’ex concorrente del Grande Fratello Vip Antonio Medugno, che invece ha
confermato già il contenuto della sua querela davanti ai magistrati. Anche
Corona è indagato in un altro filone delle indagini per revenge porn ed è stato
già interrogato a fine dicembre.
I giudici civili dovranno, dunque, decidere sulla richiesta dei legali di
Signorini di stop alla puntata, ma anche alla ripubblicazione di contenuti già
mostrati, e l’udienza è fissata per il 22 gennaio.
“Ci vediamo giovedì in udienza, non vedo l’ora”, ha risposto l’ex “re dei
paparazzi” su Instagram, annunciando la prossima puntata e soprattuto ribadendo:
“Trattative non ne facciamo”.
E ancora: “Mi sa che gli avvocati di Signorini non hanno capito bene. Ci vediamo
giovedì in udienza, non vedo l’ora. Preparatevi per la puntata di lunedì (…)
perché quello che vedrete e ascolterete vi farà definitivamente capire il
complesso e criminale sistema Signorini”.
L'articolo “Bloccate la nuova puntata di Falsissimo. Contro Signorini contenuti
diffamatori”: così gli avvocati del conduttore. Corona replica: “Trattative non
ne facciamo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Matthew McConaughey ha depositato estratti video della sua immagine e
registrazioni sonore della sua voce presso l’Istituto americano della proprietà
intellettuale, per proteggerli da un uso improprio da parte di gruppi o
piattaforme di Intelligenza Artificiale. Diversi contenuti audiovisivi sono
stati registrati dal ramo commerciale della fondazione Just Keep Livin, creata
dall’attore e dalla moglie Camila, come ha rilevato l’Afp nella banca dati
dell’United States Patent and Trademark Office (Uspto). Una vera e propria
dichiarazione di guerra all’intelligenza artificiale selvaggia.
“Vogliamo assicurarci che i nostri clienti godano della stessa protezione delle
loro aziende – ha spiegato l’avvocato Kevin Yorn, che rappresenta l’attore – E
assicurarci che possano essere remunerati per l’utilizzo della loro voce e della
loro immagine”.
Numerosi artisti sono preoccupati per l’uso selvaggio della loro immagine
tramite l’Intelligenza artificiale generativa da quando è arrivato ChatGPT. E
diversi stati americani hanno adottato leggi che lo vietano, ma molte riguardano
soprattutto l’uso malevolo o a scopi commerciali. Solo pochi, tra cui l’Elvis
Act approvato dal parlamento locale del Tennessee nel 2024, offrono una
protezione più generale.
Pochissimi attori hanno fatto causa alla giustizia per far valere i propri
diritti, uno dei casi più significativi è quello di Scarlett Johansson, che nel
2023 ha citato in giudizio l’app Lisa Ai per aver creato, senza il suo consenso,
un avatar Ia a sua immagine per una pubblicità. L’approccio di Matthew
McConaughey è nuovo perché prende l’iniziativa per proteggere legalmente la sua
immagine e la sua voce.
L’attore premio Oscar, tuttavia, non è contrario all’Intelligenza artificiale
generativa, anzi. Ha una partecipazione nel capitale della start-up ElevenLabs,
specializzata nelle voci. Quest’ultima ha creato una versione Ia audio di
Matthew McConaughey, con il suo permesso.
L'articolo Matthew McConaughey dichiara guerra all’intelligenza artificiale
selvaggia. L’avvocato: “Deve essere remunerato per l’utilizzo della voce e
dell’immagine” proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è una nuova generazione di avvocati che sta crescendo ai quattro angoli del
pianeta con in testa, ma soprattutto nel cuore, un obiettivo molto chiaro: fare
terra bruciata, professionalmente parlando, intorno all’industria fossile.
Possiamo chiamarli “avvocati per il clima”. A livello internazionale vengono di
solito indicati come climate conscious lawyers.
È un fenomeno che si sta sviluppando su sentieri per certi versi intrecciati con
quelli delle climate litigation, le cause climatiche. Quelle che hanno fatto sì
che il clima irrompesse nelle corti di giustizia di più alto grado del mondo,
come la Corte europea dei Diritti dell’Uomo o la Corte Internazionale di
Giustizia. Ma c’è molto di più. Perché l’impatto che avvocati e studi legali
hanno sulla società va evidentemente molto al di là delle aule dei tribunali.
Da tempo avevo maturato la convinzione che gli avvocati per il clima potessero
diventare un fattore (molto!) rilevante nella lotta alla crisi climatica. Ne
sono diventato ancora più convinto, e penso che potrebbe accadere più
rapidamente di quanto si possa pensare, dopo aver seguito un evento
incredibilmente stimolante organizzato da Lsca-Law Students for Climate
Accountability: è l’iniziativa, di cui ho già parlato su questo blog, con cui
una rete di studenti di legge statunitensi ha preso a monitorare e valutare le
relazioni fra i più grandi studi legali Usa e le società fossili. Il cui
business – repetita iuvant – è di gran lunga il principale responsabile del
collasso climatico in atto. Checché ne dica la signora Ursula von der Leyen, che
oltre a non aver mosso un dito per fermare il genocidio a Gaza se n’è uscita
giorni fa con un’affermazione che la dice lunga sul modo totalmente distorto in
cui intende la lotta alla crisi climatica: non dobbiamo combattere le fossili,
ipsa dixit, ma le emissioni. Per dirla con Al Gore, ci prende per stupidi?
Stendendo un pietoso velo su chi per nostra sciagura ci guida in Europa,
l’evento in questione è la zoomathon organizzata da Lsca il 17-18 novembre
scorsi in occasione del Global Day of Action for Climate Justice, un’iniziativa
lanciata nel 2019 dalla Baroness Hale Legal Clinic della York Law School. Un
evento di 25 ore filate, una sorta di giro del mondo virtuale (il programma è
recuperabile sull’account Instagram di Lsca) che ha dato voce alle tante
iniziative in essere di avvocati per il clima.
> Visualizza questo post su Instagram
>
>
>
>
> Un post condiviso da LSCA (@lawstudents4climate)
Lsca ha dichiarato che al centro dell’evento c’era la campagna con cui a suon di
lettere gli studenti di legge di mezzo mondo, specie di area anglosassone,
stanno pressando le organizzazioni di riferimento e le authority di settore
(International Bar Association, American Bar Association, la Solicitors
Regulation Authority britannica) per chiedere una cosa molto precisa: chiarire
le obbligazioni etiche, i doveri degli avvocati non solo verso i propri clienti
ma anche verso il pubblico, i tribunali, lo stato di diritto in generale, nel
contesto della crisi climatica. Detto altrimenti: cosa devono o non devono,
possono o non possono fare gli avvocati nell’era della crisi climatica
conclamata? Quanto è ampia la loro libertà di azione? Ci sono dei limiti? E se
sì, dove vanno posti?
Le realtà che hanno preso la parola durante l’evento provenivano da Europa,
Africa, Nord e Sud America, Sud-est asiatico, Australia. Stanno nascendo studi
legali specializzati sull’ambiente e il clima. Esistono già i capitoli di Lsca
in Australia e Sudafrica. L’ultimo report curato da LSCA, con la climate
scorecard degli studi legali Usa, è il primo con un respiro globale, perché
getta lo sguardo su cosa sta accadendo in quest’ambito in altre giurisdizioni:
Australia, Canada, Sudafrica e – in Europa – Francia, Germania, Olanda, Uk e
anche l’Italia. Di noi il report ricorda che siamo il Paese con di gran lunga il
maggior numero di avvocati al mondo, oltre 230mila (dati 2023). Un bacino in cui
potrebbero fiorire legioni di avvocati per il clima. E in cui, chissà, potrebbe
nascere il prossimo capitolo di Lsca.
Chapeau a studenti come quelli di Lsca. Com’è stato giustamente sottolineato
nella zoomathon, ci vuole grande coraggio a sfidare un settore, tra l’altro
assai potente e temibile, in cui si spera in futuro di trovare lavoro, lottando
perché contribuisca non ad esacerbare la crisi climatica ma a contrastarla.
Almeno, però, chi ha deciso che da grande sarà un climate conscious lawyer ha la
certezza granitica di stare dalla parte giusta della storia.
L'articolo Avvocati per il clima, i nuovi professionisti che sfidano l’industria
fossile: così BigOil trema proviene da Il Fatto Quotidiano.
In nome della “sensibilità istituzionale“, capita pure che gli avvocati chiedano
ai “nemici” magistrati di aiutarli nella campagna per il Sì al referendum sulla
separazione delle carriere. È successo nei giorni scorsi con una lettera inviata
da Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere penali – il
“sindacato” degli avvocati penalisti – ai presidenti dei Tribunali e ai
coordinatori degli uffici Gip di tutta Italia: “Mi pregio di sottoporre alla
Vostra cortese attenzione una questione di particolare rilievo per la
trasparenza e la comprensione del funzionamento del nostro sistema giudiziario”.
Un tono ossequioso per ottenere un dato importantissimo per la strategia
comunicativa del Sì: la percentuale con cui i giudici accolgono le richieste di
misure cautelari – arresti, interdittive, ma anche sequestri – avanzate dai
pubblici ministeri. Se questa percentuale fosse particolarmente alta, sopra l’80
o il 90%, i sostenitori della riforma potrebbero usarla come argomento principe
per avvalorare la tesi della presunta sudditanza dei giudici nei confronti dei
pm. A questo scopo il deputato di Forza Italia Enrico Costa aveva chiesto il
dato con un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia Carlo
Nordio, che però non aveva saputo ricostruirlo: “Allo stato, per quanto concerne
le misure cautelari, e fino alla piena operatività del Datalake, non è possibile
ottenere evidenza delle percentuali di accoglimento e rigetto delle richieste
del pubblico ministero”, era stata la risposta.
Ma sapere in quanti casi i gip dicano di sì ai pm, evidentemente, è un’autentica
ossessione per i penalisti. Così Petrelli non ha potuto fare altro che
rivolgersi direttamente ai magistrati, cioè alle controparti della campagna
referendaria: “Con la presente sono a richiederVi di voler cortesemente fornire
ovvero, qualora non ne aveste la diretta disponibilità, di voler indicare le
modalità per ottenerli – i dati statistici aggregati relativi agli anni 2022,
2023 e 2024, concernenti la percentuale di accoglimento” delle richieste di
misure cautelari “da parte dell’Ufficio gip da Voi coordinato. Certo di un
Vostro cortese riscontro e confidando nella Vostra sensibilità istituzionale,
porgo i miei più distinti saluti”, recita il testo, datato 24 novembre, inviato
ai 165 presidenti. Non è dato sapere quanti di loro abbiano risposto alla
richiesta – a quanto risulta al Fatto, alcuni non l’hanno ancora ricevuta – né
se siano astrattamente in grado di farlo. Di certo il fronte del Sì mostra di
essere alla spasmodica ricerca di numeri utili alla propria campagna: nei giorni
scorsi i sostenitori della riforma hanno citato più volte il dato – fornito in
risposta all’interrogazione di Costa – secondo cui i gip accolgono le richieste
di intercettazioni dei pm nel 94% dei casi e quelle di proroga degli ascolti
addirittura nel 99% dei casi. Ma molti magistrati hanno contestato la genuinità
di quelle percentuali, sostenendo che sia impossibile ricostruirle sulla base
delle statistiche trasmesse dagli uffici al ministero: sul tema i deputati
Debora Serracchiani (Pd) e Angelo Bonelli (Alleanza Verdi e Sinistra) hanno
depositato interrogazioni parlamentari.
L'articolo Referendum, gli avvocati ora chiedono ai giudici di “aiutarli” nella
campagna per il Sì: Nordio non ha saputo fornire i dati proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Servono soldi, per combattere la piaga della violenza sulle donne, almeno per le
spese legali. Ma non tutte possono permettersele senza finire sul lastrico,
dunque sovente la denuncia resta nel cassetto e proseguono gli abusi maschili.
Per questo i senatori M5s hanno depositato un disegno di legge che chiede allo
Stato di farsi carico delle parcelle degli avvocati senza oneri per la donna che
denuncia, anche nelle cause civili (come il divorzio) e senza limiti di reddito.
Un contributo decisivo alla proposta è giunto dal magistrato Fabio Roia,
presidente del Tribunale di Milano e fondatore dell’Osservatorio violenza sulle
donne. Sarebbe “un grande passo avanti contro la violenza sulle donne”, dice il
giudice a ilfattoquotidiano.it. “Certo comporterà risorse da parte dello Stato”,
avvisa la toga, “a costo zero le leggi vanno bene ma fino a un certo punto”. Il
ddl, depositato in Senato il 21 ottobre, quantifica l’esborso per le casse
pubbliche: 500mila euro l’anno. La prima firmataria è Sabrina Licheri, con i
colleghi a 5 stelle Cataldi, Nave, Damante, Naturale, Croatti e Sironi.
I LIMITI DEL GRATUITO PATROCINIO IN SEDE CIVILE: REDDITO E BUROCRAZIA
Oggi il patrocinio gratuito – quando lo Stato paga le spese legali al posto dei
cittadini – è senza limiti di reddito solo per tre reati: maltrattamenti contro
famigliari e conviventi, violenza sessuale, atti persecutori. In questi casi, lo
Stato copre sempre la somma, anche al posto di persone ricche o benestanti. Ma
quando una madre di famiglia, sposata con figli, denuncia il marito per
violenze, si apre anche il fronte spinosissimo della cause civili: divorzio,
affidamento dei minori, spese di mantenimento per i figli. Oggi una donna
vittima di violenza sostiene da sola quel pesante fardello. Paga lo Stato solo
se il suo reddito è sotto i 13.659,64 euro. Se i suoi guadagni sono sotto
l’asticella, serve il via libera del Consiglio nazionale dell’Ordine degli
avvocati: il patrocinio gratuito scatta solo dopo la verifica della “non
manifesta infondatezza”.
Dunque due vincoli frenano il patrocinio per le donne, nelle cause civili: lo
stipendio e la pratica al Consiglio dell’Ordine. Quest’ultima non è così
semplice. “Richiede tempo, documenti, prove e non è neppure certo che vada a
buon fine”, dice la senatrice M5s Sabrina Licheri che si è occupata di violenza
di genere come sindaca di Assemini (Cagliari). “Donne e assistenti sociali
lamentavano spesso la burocrazia eccessiva per ottenere il gratuito patrocinio
in sede civile”, racconta Licheri. Così è nata l’idea di abolire i vincoli:
niente soglie di reddito e stop alla valutazione del Consiglio dell’Ordine; i
due pilastri del disegno di legge. Per certificare la “non manifesta
infondatezza” dell’esposto penale, basta la denuncia. Non servirà neppure
consegnarne la copia: è sufficiente un attestato rilasciato dalle forze
dell’ordine.
L’obiezione pare ovvia: senza verificare la “fondatezza” della denuncia di
violenza, come si evitano abusi e sperperi? Secondo il giudice Roia, basta il
deterrente di una causa per calunnia, a scongiurare il pericolo di una falso
esposto per violenza, con lo scopo di accollare allo Stato spese legali del
divorzio, oppure dell’affidamento dei figli.
LA SPERIMENTAZIONE IN LOMBARDIA
Intanto, alcune donne rinunciano alla battaglia legale. Quante non si sa. “Non
abbiamo dati, ma certamente sono un numero consistente”, dice il magistrato
esperto di violenza di genere. “A Milano, quella del patrocinio gratuito anche
nel civile è un’esigenza avvertita”. Tanto da indurre la Regione Lombardia a
stanziare fondi e scrivere un protocollo, per aprire la sperimentazione già da
un anno: all’ombra del Pirellone le donne che denunciano violenza possono già
contare sul sostegno dello Stato anche in sede civile, senza limiti di reddito e
la verifica dell’Ordine degli avvocati. Ora il beneficio potrebbe estendersi a
tutta Italia.
Stamattina il ddl sarà presentato in conferenza stampa, nella sala Nassirya del
Senato. Con Sabrina Licheri interverranno Alessandra Maiorino e Roberto Cataldi
(M5s), oltre alla senatrice Pd Cecilia D’Elia, vicepresidente della commissione
femminicidio. Tra il Movimento e il Pd, incontri ufficiali per discutere del
provvedimento non ci sono stati. Il ddl andrà calendarizzato nei lavori
parlamentari: da oggi inizia il lavoro per portarlo a meta.
L'articolo Violenza sulle donne, quando lo Stato non paga le spese legali: M5s
propone il gratuito patrocinio anche in sede civile proviene da Il Fatto
Quotidiano.