L a storia racconta che, prima di trasferirsi a Palermo, Muhammad al-Idrisi
fosse nato nel regno Almoravide del nord Africa, a Ceuta. A differenza dei
coetanei, però, la biografia di al-Idrisi non fu legata solamente al mondo
islamico e alle sue lotte intestine – come quella che aveva portato la sua
famiglia a spostarsi dall’Andalusia al Marocco. Viaggiatore instancabile,
Erodoto del mondo islamico, al-Idrisi finì infatti per stabilirsi alla corte del
neonato regno cristiano di Sicilia. Da pochi decenni oramai infatti i Normanni
avevano consolidato il loro dominio sull’isola, spinti dal Papa a rivendicare un
territorio che si diceva fosse cristiano per diritto, sancito da una donazione
di terreni risalente addirittura ai tempi dell’imperatore romano Costantino. In
realtà il rovello del papa Niccolò II per la Sicilia era dovuto al fatto che da
secoli l’isola era passata in mano al dominio islamico e, sebbene fosse una
provincia oramai in crisi, costituiva ancora una spina nel fianco sull’uscio
della cristianità. Così, a partire dal 1130, Ruggero II d’Altavilla fu il primo
re di un regno che si costituì per circa due secoli come faro di sincretismo
culturale tra le varie anime del Mediterraneo. Maestranze arabe, latine e
bizantine iniziarono a ruotare attorno alla corte palermitana dando origine a un
periodo di splendore per la storia del sud Italia nel Medioevo.
Fu proprio in questo contesto eclettico che al-Idrisi venne incaricato da
Ruggero, in virtù delle sue qualità di geografo, di realizzare una raccolta di
mappe da donare al re. Perciò venne composto il cosiddetto Libro di Ruggero o,
più fascinosamente detto, Lo svago per chi brama di percorrere le regioni. Fiore
all’occhiello di quest’opera è la Tabula Rogeriana, un atlante del mondo allora
conosciuto, considerato uno tra i più accurati realizzati almeno per i tre
secoli successivi; un’opera mirabile di cartografia, anche se a prima vista un
po’ spiazzante. La Rogeriana così come le altre carte che accompagnano il libro
sono infatti rappresentazioni cartografiche a punti cardinali invertiti; in alto
è il sud, in basso il nord, a destra l’occidente e a sinistra l’oriente.
Al contrario (?)
Se tale rappresentazione aveva luogo chiaramente per questioni religiose – così
facendo, infatti, la Mecca veniva fisicamente posta in posizione rilevante
rispetto al resto del mondo – in questo modo si evidenziava altresì la rilevanza
di alcune regioni rispetto alle altre. Si presentava una prospettiva ribaltata
rispetto a quella che siamo abituati a vedere, una visione più compiutamente
mediterranea, in cui Sicilia, Nord Africa e le zone costiere meridionali
acquisivano centralità rispetto alle aree interne – in particolare europee.
Guardando la Tabula Rogeriana si coglie perfettamente come quello di al-Idrisi
sia un mondo che ha al centro il mare e che poggia il suo baricentro in ciò che
per l’Europa moderna è considerato Sud, all’interno di un continuum che parte
dall’Oceano Indiano – l’altra grande via marittima scoperta e percorsa dal mondo
musulmano – in una sorta di autostrada marittima. Il mare e non la terraferma
sta qui al centro del rapporto tra geografie, continenti e culture.
Per secoli il Mediterraneo è stato il contenitore di un diorama, di una
screziatura di civiltà che hanno conosciuto l’impasto tanto quanto la divisione,
la colonizzazione feroce quanto il sincretismo; e però una domanda affiora da
questo racconto: cosa resta, oggi, di questa prospettiva pelagica? Se la storia
di al-Idrisi è una delle tante in grado di rappresentare la duplice tensione di
una geografia tanto complessa – da un lato verso la specificità, la diversità,
la distinzione; dall’altro verso la molteplicità, l’unione e il meticciato – e
se è vero che esistono molti mari “mediterranei” (si pensi ad esempio al Golfo
del Messico), ma soltanto uno è il Mediterraneo per antonomasia; che spazio
attraversiamo, viviamo, ma soprattutto ereditiamo oggi, all’epoca di rinnovate
guerre, della crisi energetica, della capitalizzazione dei territori? Nel
momento storico in cui il fenomeno più impattante – in grado di superare persino
i numeri delle migrazioni – è la turistificazione, soprattutto dei territori
costieri, cosa resta della complessità territoriale di questa regione? Cosa
resta oltre alle cartoline e agli hashtag #vitalenta?
> Per secoli il Mediterraneo è stato il contenitore di un diorama di civiltà che
> hanno conosciuto l’impasto tanto quanto la divisione, la colonizzazione feroce
> quanto il sincretismo: cosa resta, oggi, di questa prospettiva pelagica?
Studiare, raccontare e parlare del Mediterraneo oggi è un compito pressoché
impossibile. Necessario infatti è muovere dall’assunto che in esso esistono
infiniti mediterranei. C’è un Mediterraneo fisico, uno politico; un Mediterraneo
storico e un altro tanto generatore di simbologie quanto simbolo esso stesso.
Potremmo spingerci a dire che esiste persino un’ontologia mediterranea. Storie,
geografie e immaginari si intrecciano talmente profondamente da risultare
inscindibili e inefficaci se trattati isolatamente. Ce lo ha insegnato Fernand
Braudel, il primo e più grande studioso del Mediterraneo, ma ce lo insegna anche
la lettura delle prospettive meridiane di Albert Camus, di André Gide, di
Predrag Matvejević o dei poeti come Ghiannis Ritsos o Mohammed Bennis in cui
l’esperienza del singolo non può prescindere dal paesaggio, dalla storia e dai
simboli del territorio in cui è immerso.
Ma un simile caleidoscopio è dovuto a una questione essenziale, che sfugge al
determinismo della geografia – e di conseguenza anche della storia – e cioè a
quanto già rilevato: la centralità del mare. Proprio la prospettiva di al-Idrisi
rammenta a chi osserva l’assoluta rilevanza delle acque rispetto alla
terraferma, sintetizzando il modo in cui una simile geografia equorea elude
concetti fondamentali delle categorizzazioni quali l’idea di nazione, Stato,
centro, periferia, ascesa o decadenza. Ciononostante – e qui si torna alla
suddetta contraddizione – questo mare rimane un’entità storica e come tale va
trattato.
Punto di congiuntura tra continenti, mare di mari, il Mediterraneo è un
collettore di mondi (25 sono gli Stati che vi si affacciano), uno spazio
divisibile per religioni, come diceva Braudel (cattolico, ortodosso, musulmano)
oppure per cronologie (ben quattro calendari condividono le sue sponde:
gregoriano, giuliano, musulmano ed ebraico). Sarebbe impraticabile poi
avventurarsi nei suoi confini, anche qui, tanto stretti quanto vastissimi. Dove
finisce il Mediterraneo? Alcuni hanno individuato i suoi limiti in base alla
presenza dell’olivo, da Trieste all’Atlante, da Cadice a Beirut; innegabile però
è anche l’esistenza di un Grande Mediterraneo che coinvolge per cultura o
geopolitica le aree interne dell’Unione Europea insieme al Sahel e al Medio
Oriente. L’uno e il molteplice, lo smisurato e il minuto sono qui più che
altrove parte della stessa cosa.
Di sicuro, però, nel Mediterraneo il mare è sia un mezzo sia un oggetto, esiste
cioè una storia nel Mediterraneo quanto una storia del Mediterraneo. Una
storia-mosaico dove la geografia svolge il ruolo di connettore e non di palco,
un territorio dell’attraversamento che scioglie perciò necessariamente le
identità attraverso il transito. Così oggi, per indagare cosa resta come lascito
del passato, dovremmo forse invertire i termini del discorso, investigando una
storia del Mediterraneo che passi attraverso ciò che in esso non ha mai smesso
di riproporsi – non, dunque, il Mediterraneo come collage di singole storie
nazionali e dei loro incontri/scontri, ma la centralità del mare e dunque la sua
natura di luogo di faglia, le fratture che lo compongono al suo interno. Quindi,
fare storia del Mediterraneo attraverso i confini nel Mediterraneo.
Il mare che corrompe
La prospettiva più stimolante e recente sulla natura complessa di quanto si
discute è probabilmente fornita dagli studiosi inglesi Peregrine Horden e
Nicholas Purcell nel loro volume The corrupting sea (2000). L’approccio dei due
muove da un’ottica ecologica e ambientale: è una storia attaccata al suolo e al
mare, a cui solo in un secondo momento è subordinata la dimensione antropologica
e culturale. Nell’opera di Horden e Purcell la storia è quella del Mediterraneo,
inteso come sistema ambientale complesso, un circuito di specificità ecologiche
ineliminabili e fragilissime che nelle epoche storiche hanno istituito relazioni
di varia natura.
> La centralità del mare rammenta a chi osserva l’assoluta rilevanza delle acque
> rispetto alla terraferma, sintetizzando il modo in cui una simile geografia
> equorea elude concetti fondamentali delle categorizzazioni quali l’idea di
> nazione, Stato, centro, periferia, ascesa o decadenza.
La tesi di base muove dall’idea che nell’ecosistema mediterraneo, frastagliato,
parcellizzato e precario, il mare abbia un’azione definita appunto “corruttiva”,
cioè che incida in maniera irrefrenabile in ogni sezione costiera,
trasformandola e stimolandone complementarietà e interdipendenza; ovvero che si
ponga spontaneamente non come elemento di limite o barriera fisica, ma come
attore geografico e naturale, come elemento attivo e agente risemantizzante di
ogni sezione in relazione alla conformazione costiera. L’idea di corruzione
perciò deriva dall’inevitabile mutazione/contaminazione che subisce l’orizzonte
di un territorio attraverso la dimensione marittima, agendo in maniera pervasiva
nel rammollire i confini tra realtà culturalmente differenti e spesso
fisicamente isolate tra loro. In buona sintesi, la tesi è proprio questa:
all’interno di un mondo in gran parte insulare la geografia del mare si
costituisce come contrario dell’isolamento e proprio questo processo è quanto
conduce a una mutazione di volta in volta eccezionale, singolare e irrimediabile
di quelle stesse aree di partenza.
Sia chiaro; l’obiettivo di Horden e Purcell è tutt’altro che ridurre il
Mediterraneo a luogo di incontro culturale – quest’aspetto per loro rappresenta
ancora una deriva romantico-ottocentesca di un discorso nel Mediterraneo.
L’approccio degli studiosi muove invece dall’ecologia storica, cioè
dall’ambiente e dunque dalla geografia fisica: partendo dalle microecologie
(l’Etruria, la Cirenaica, l’isola di Melo, la vallata della Beqa, ecc.), dalla
loro frammentazione e dalle strategie antropiche nello sviluppo di un rapporto
con i territori, gli studiosi osservano come la precarietà di ogni spazio sia
tanto una costante quanto venga sistematicamente riconfigurata dalla dimensione
marittima. Per la sua particolare struttura geografica il Mediterraneo infatti
non divide mai realmente, ma è assimilabile a uno spazio reticolare, mediante
cui, con più o meno sforzo, tutti i punti entrano in connessione. Il mare
corrompe, modifica, plasma le strategie della terraferma sempre nella direzione
della diversità e dell’interdipendenza (inspiegabili, diversamente, i ruoli
storici di città come Atene, Venezia o Genova, quasi del tutto prive per larga
parte della loro storia di un impero territoriale). Così la frammentarietà dei
singoli contesti viene rimodulata attraverso il mare, come nella tavola di
al-Idrisi, ricostruendo una storia del Mediterraneo come qualcosa con
connotazioni unitarie proprie rispetto ad altre storie.
È poi accaduto che attraverso la storia il moto circuitale indotto dalla
dimensione corruttiva individuata da Horden e Purcell si sia addensato attorno a
linee invisibili, ovvero che al mutare delle epoche alcuni spazi nel
Mediterraneo si siano progressivamente costituiti più di altri come frontiere
specifiche, come regioni marittime di soglia, geograficamente situate e
individuabili. Ciò che non va rimosso, quindi, al fine di comprendere tanto i
lasciti del passato quanto le dinamiche mediterranee odierne è sia questa
dimensione generale di movimento, sia, soprattutto, la presenza di simili aree
attorno a cui esso si è coagulato. Come scrive Egidio Ivetic, storico del
Mediterraneo:
> Il fatto di essere una faglia […] e che manchi una visione mediterranea
> dell’Europa non può mettere in secondo piano il grande significato storico che
> ha il Mediterraneo per l’umanità intera. Il dramma dei tempi correnti deve
> incentivare lo sforzo […] di promuovere una cultura storica capace di
> coordinare la diversità delle varie tradizioni nazionali. Stare sulla faglia
> comporta la tolleranza verso la differenza.
Così, con un po’ di immaginazione, se potessimo puntare una mappa diacronica del
Mediterraneo in controluce, ci renderemmo conto che il brulichio della grande e
della piccola storia si è addossato in molti luoghi, certo, ma soprattutto
addosso ad alcune faglie principali, frontiere invisibili ma ben note; confini
in grado di costituirsi come linee di demarcazione profondissime, ma di essere
anche – come tutte le frontiere – spazi di estrema porosità, le cui frizioni
sono generate tanto dall’esercizio delle differenze, quanto dalla loro
congiuntura.
Trascrizioni
I Persiani odiavano Alessandro. Anche molto dopo la sua morte, il re macedone
che aveva sgominato il secolare impero degli Achemenidi continuava a essere
considerato come antitesi alla loro civiltà, Sekandar gujastak veniva chiamato,
“Alessandro il maledetto”, raffigurato addirittura come demone blasfemo, con due
corna nascoste sotto un cappuccio. Curiosamente, al passare dei secoli, questa
rifrazione dell’Alessandro storico venne sempre più identificata dai cantastorie
itineranti con tale caratteristica fisica fino a diventare una sorta di
personaggio a sé stante, “quello dalle due corna” o il “Bicorne”, un uomo che
(come Alessandro) aveva viaggiato fino ai confini dell’Oriente e dell’Occidente,
che era stato un re giusto e un guerriero così impavido da imprigionare le orde
di Gog e Magog dentro un muro di ferro. La storia del Bicorne compare nella
diciottesima Sura del Corano e non c’è dubbio tra i commentatori che questo
personaggio sia proprio Alessandro il Macedone. Ma com’è stata possibile una
tale sovrapposizione narrativa?
> Per la sua particolare struttura geografica il Mediterraneo non divide mai
> realmente, ma è assimilabile a uno spazio reticolare, mediante cui tutti i
> punti entrano in connessione. Il mare corrompe, modifica, plasma le strategie
> della terraferma, nella direzione della diversità e dell’interdipendenza.
Il caso di Alessandro Magno è uno tra i più eclatanti, ma non certo il solo, in
grado di illustrare come nel Mediterraneo la componente narrativa abbia trasceso
le frontiere fisiche interne ed esterne contribuendo al mantenimento di quel
moto circuitale originato dalla geografia. È il filosofo Federico Campagna nel
suo ultimo saggio Altrimondi (2026) a raccontare questa e molte altre storie in
un volume di narrazioni mediterranee che rilevano il contributo assoluto del
mito e della narrazione alla costruzione del Mediterraneo.
Nel seguire la pista ecologica di Horden e Purcell è necessario infatti rendersi
conto della necessità di integrare al Mediterraneo come sistema ambientale anche
un Mediterraneo come discorso. Se infatti la prospettiva degli inglesi mira alla
costruzione di una teoria scientifica cercando di rimuovere dall’equazione la
retorica sul Mediterraneo per evitare di scadere in romanticismi o
idealizzazioni, resta fermo che proprio attraverso le narrazioni, storicamente e
geograficamente situate, siamo oggi in grado di cogliere retrospettivamente dei
frammenti attraverso cui i discorsi sul Mediterraneo hanno partecipato in
maniera fondamentale alla costruzione del Mediterraneo tout court, integrando la
prospettiva scientifico-meccanica. In buona sostanza, non può esistere una
storia del Mediterraneo senza la sua dimensione mitologica, astratta, utopica;
quella dimensione che ha dato vita alle infinite storie su Alessandro Magno, a
scuole filosofiche quali lo scetticismo o il neoplatonismo, a personaggi di
soglia come sant’Agostino o Ibn Battuta, fino alla cartografia, appunto di
al-Idrisi.
Proprio in questo scivolamento costante nel generare sistemi narrativi complessi
a partire da fatti, luoghi ed elementi tecnici o ambientali risiede
probabilmente una radice peculiare del Mediterraneo, che diventa anche strumento
di lettura e interpretazione delle sue stesse dinamiche. Come scrive Matvejević,
nel suo Breviario mediterraneo, una delle riflessioni a un tempo più intime e
oggettive sul Mediterraneo, è impossibile parlare di questo mare senza parlare
di ciò che ha prodotto in termini di cosmologie, artefatti e pensiero umano; il
Mediterraneo è “l’Europa, il Magreb e il Levante; il giudaismo, il cristianesimo
e l’islam; il Talmud, la Bibbia e il Corano; Gerusalemme, Atene e Roma;
Alessandria, Costantinopoli, Venezia; la dialettica greca, l’arte e la
democrazia; il diritto romano, il foro e la repubblica; la scienza araba; il
Rinascimento in Italia, la Spagna delle varie epoche, celebri e atroci; gli
Slavi del sud sull’Adriatico e molte altre cose ancora”.
Quindi, se oggi è certo fondamentale abbandonare la verbosità dei luoghi comuni
sul Mediterraneo, distinguendo discorso da retorica, e lasciarsi perciò guidare
da un approccio storico-ecologico come quello esposto da Horden e Purcell, è
altrettanto indispensabile affiancare allo sguardo una peculiarità che nel
Mediterraneo è fiorita in modo plurale più che in altri luoghi del pianeta, la
capacità cioè di elaborare essenze immaginarie del mondo. Pur lasciando come
prioritario l’aspetto ecologico-ambientale è possibile considerare il
Mediterraneo come spazio privilegiato di produzione di narrazioni molteplici
proprio in virtù delle specifiche, capillari e distinte relazioni tra
popolazione e territorio. Integrando le due prospettive si potrebbe allora
dedurre come la dimensione mitico-narrativa dei popoli mediterranei sia quindi
in diretta relazione con la stessa “corruzione” ecologica da parte del mare e
che quindi pur volendo espungere l’astratto, esso vada reintegrato nelle
riflessioni scientifiche in qualità di conseguenza d’eccezione.
> Non può esistere una storia del Mediterraneo senza la sua dimensione
> mitologica, astratta, utopica; quella dimensione che ha dato vita alle
> infinite storie su Alessandro Magno, a scuole filosofiche come lo scetticismo
> o il neoplatonismo, a personaggi di soglia come Sant’Agostino o Ibn Battuta,
> fino alla cartografia di al-Idrisi.
Lo scrive bene Campagna:
> La narrazione frammentaria di un racconto popolare è, in effetti, una sequenza
> di appigli grazie ai quali la nostra immaginazione può scalare il sentiero
> impervio di una trasformazione esistenziale. Ed è un tratto tipico delle
> creazioni mediterranee: nate da un territorio costantemente devastato dai
> marosi della Storia, il loro scopo primario è aiutare il pubblico a resistere
> o a fuggire da uno stato di crisi. Fiabe e racconti popolari sono guide per
> coloro il cui unico potere è di trasformare se stessi di fronte ad avversità
> soverchianti.
Ecco che allora, attraverso la lettura di Campagna, è possibile cogliere un
ulteriore elemento del discorso, e cioè la genesi popolare, comune, spontanea di
tali miti e racconti che proprio per una simile natura sono stati strumenti
tanto di costruzione identitaria quanto di sincretismo in grado di trascendere
barriere temporali e fisiche, ossia capaci di operare delle trascrizioni e
rimodulazioni culturali reciproche costantemente produttive oltre il tempo e lo
spazio, superando la fine di alcuni mondi (come accadde alla latinità classica,
all’area bizantina, alla Sicilia normanna, al Rinascimento italiano, a Venezia e
così via) e generandone di nuovi, proprio come accadde ad Alessandro dopo la sua
morte, divenuto demone, cristiano, eroe islamico e principe buddhista.
La base del triangolo
Alcuni studi archeologici ipotizzano che più o meno attorno al 20.000 a.C.
Calabria e Sicilia fossero connesse da una lingua di terra estesa al centro del
Mediterraneo arrivando, forse, a congiungersi persino con la costa Nord
Africana. Oggi, invece, il Canale di Sicilia è un lembo di mare che separa in
poco meno di 200 km le coste siciliane da quelle tunisine – i chilometri si
abbassano attorno ai 100, prendendo come riferimenti le isole Pelagie. È questo,
nel Mediterraneo, uno dei punti di passaggio prediletti per l’osservazione delle
dinamiche micro- e macroscopiche, ambientali e culturali di cui si è finora
parlato; uno di quei luoghi di faglia per eccellenza.
Se dovessimo stilizzare l’Europa in una figura geometrica, essa sarebbe un
triangolo col vertice a Nord. Dei suoi lati, uno si tende lungo la linea
atlantica da Nord-Est a Sud-Ovest, l’altro taglia l’Adriatico da Nord-Ovest a
Sud-Est; la base, invece, corre longitudinalmente attraverso il mare ed è
proprio questa soglia invisibile ad essere al centro di molta storia odierna. È
questa infatti la frontiera che separa oggi l’Occidente europeo dal resto del
Mediterraneo, è qui che si giocano molte delle sfide politiche e identitarie.
> La genesi popolare, comune, spontanea di tanti miti e racconti del
> Mediterraneo li ha resi strumenti tanto di costruzione identitaria quanto di
> sincretismo in grado di trascendere barriere temporali e fisiche, come accadde
> ad Alessandro divenuto demone, cristiano, eroe islamico e principe buddhista.
Lo ha colto bene il giornalista Luca Misculin nel suo recente Mare aperto (2025)
in cui restituisce perfettamente la dimensione scalare di questa regione
geografica. Per Misculin infatti il Canale di Sicilia (“Mediterraneo su scala
minore. Mare aperto ma allo stesso tempo chiuso, un mare ‘delle possibilità’”)
può essere scelto come territorio ideale per compiere un carotaggio in grado di
restituire la contraddittoria duplicità che percorre il Mediterraneo tutto.
Misculin è abilissimo infatti a raccontare da un lato come la regione sia
variata al mutare della storia, acquisendo o perdendo importanza di volta in
volta; tuttavia, a fianco della narrazione diacronica, il giornalista pone una
serie di capitoli-appendice disseminati nel testo e focalizzati su ambienti,
storie, tradizioni specifiche di tale microgeografia.
Si racconta così dell’usanza degli abitanti di Linosa di andare a saccheggiare
le uova delle berte – uccelli di grossa taglia – che ogni anno per motivi ancora
non chiari nidificano solo sull’isola; della complessità della raccolta delle
spugne, o, ancora, di come il peperoncino importato nell’allora Tunisia ottomana
dagli arabi espulsi dal Regno di Valencia a partire dal 1609 abbia dato origine
a una delle economie più solide della regione, l’esportazione della salsa
harissa, o del fatto che proprio in virtù del fondale basso – che a differenza
di quelli oceanici può perciò facilitare interventi di manutenzione – il Canale
sia uno degli snodi europei più importanti per il passaggio dei cavi sottomarini
di fibra ottica:
> il cavo sottomarino in fibra ottica più lungo del mondo misura 45.000
> chilometri, 5000 in più della circonferenza massima della terra. Si chiama
> 2Africa e unisce Barcellona, in Spagna, a Bude, un placido paesino in
> Cornovaglia, nel Regno Unito, passando però dal Canale di Suez e quindi
> portando internet nel suo tragitto in Sudan, Etiopia, Arabia Saudita,
> Tanzania, Madagascar, Mozambico, Sudafrica, Angola, Marocco e Portogallo.
> 2Africa passa anche per il Canale di Sicilia, esattamente come molti altri
> cavi lunghi migliaia di chilometri: Sea-Me-We 4, che unisce Marsiglia a
> Singapore; Emc West-I, che inizia a Genova e termina a Haql, in Arabia
> Saudita.
Il racconto di Misculin fa cogliere bene la centralità del mare e la prospettiva
pelagica, qui tanto più evidente in quanto strozzato tra due continenti a poca
distanza tra loro. Dai Borboni che vedevano in ogni isola un potenziale resort
privato, alla bizzarra idea del duce di costruire la più grande aviorimessa
militare del Mediterraneo a Pantelleria, passando per il nuovo mediterraneismo
di Mu´ammar Gheddafi che incentivò una propaganda al suo regime attraverso
un’etichetta di dischi con sede a Malta, fino ai naufraghi degli ultimi decenni,
la grande storia si è rifratta qui in una dimensione minore ma non meno
significativa, regolata dalla centralità del mare come frontiera. Guerre,
colonizzazioni e migrazioni, si sono manifestate in questa regione attraverso
una dimensione transcalare che relaziona il locale al globale, un arcipelago di
interdipendenze (ben più ampie del Mediterraneo stesso) inquadrabili e
decifrabili dalla tessitura di una dimensione storico-ambientale e
ideologico-culturale e da una frizione prolifica tra isolamento e connessione.
> Dai Borboni che vedevano in ogni isola un potenziale resort privato, alla
> bizzarra idea del duce di costruire la più grande aviorimessa militare del
> Mediterraneo a Pantelleria, la grande storia si è rifratta qui in una
> dimensione minore ma non meno significativa, regolata dalla centralità del
> mare come frontiera.
D’altro canto, non si può certo tralasciare che proprio attraverso il Canale di
Sicilia corre poi un confine più ampio e discutibile, la “linea Brandt”, che
separa i Paesi industrializzati dagli altri cosiddetti “in via di sviluppo”.
Oggi questa distinzione fotografa una realtà forse imprecisa – soprattutto nella
nomenclatura –, fermo restando, però, che proprio come eredità di tale
demarcazione tra colonizzati e colonizzatori nella storia contemporanea oggi è
attiva al centro del Mediterraneo una turbolenta faglia che vede coinvolti
trafficanti d’uomini, missioni umanitarie e spedizioni di ricerca, intente,
queste ultime, ad analizzare e a studiare migrazioni, immaginari e confini di
questa particolare soglia, come è accaduto col progetto della Tanimar, il cui
equipaggio, composto da sociologi, antropologi e giuristi, usando metodi
etnografici ha navigato per anni tra il Canale di Sicilia, le coste tunisine e
il bacino dell’Egeo, dando vita a contributi preziosi come il resoconto Crocevia
mediterraneo (2023), che ribalta il metodo di ricerca sociologica tradizionale a
partire da un’indagine con al centro il mare, e il Controdizionario del confine
(2025), che chiama in causa il linguaggio per ridefinire e indagare il fenomeno
di inasprimento di questa frontiera preda tanto della spettacolarizzazione
quanto del disinteresse politico.
Dove andiamo in vacanza?
Se infatti tutt’ora nel Mediterraneo permane una più classica distinzione tra
Est e Ovest con il Medio Oriente e quello Turco – peraltro in preda a un nuovo
ottomanesimo – ben distinti dall’Occidente Europeo, la frontiera che percorre
longitudinalmente le acque è stata negli ultimi decenni al centro della cronaca
e delle politiche migratorie di un’Unione Europea sempre più arroccata in sé
stessa. Pur possedendo circa il 75% delle coste mediterranee l’UE ha
ripetutamente dimostrato la propria indifferenza verso il Mediterraneo tanto
come territorio quanto come proprio baricentro. Al netto di vuoti proclami
identitari di una certa genesi mediterranea dell’Europa, quest’ultima non ha
smesso di considerare l’intera regione come una zona di frontiera, un fastidio,
oppure, d’altro canto, come uno spazio da plastificare sotto la nuova
colonizzazione del turismo. Se infatti le migrazioni sono la faccia tragica di
questa soglia tra Sud e Nord, il turismo non è che un altro movimento contrario
e apparentemente innocuo, ma in verità non lontano dalle stesse dinamiche
predatorie del colonialismo.
Proprio quelle comunità minutissime annidate nei microcosmi fondativi di quel
circuito, cuore della complessità mediterranea, oggi sono minacciate infatti da
un processo di abrasione e appiattimento basato sulla capitalizzazione dei
territori e sul conseguente estrattivismo di valore. Così, isole, coste, regioni
regolate da secoli da interazioni ambientali tanto feconde quanto precarie, sono
oggi entrate nel flusso del grande turismo mondiale proprio per uno stile di
vita radicalmente opposto a quello della frenesia capitalista. Così, inseguendo
il mito di un buen retiro, frotte di turisti si riversano ogni anno a Capri,
Malta, Cipro, nelle Baleari o nelle Cicladi, dalle coste dell’Algarve fino al
Peloponneso, ma anche sulla penisola Tingitana o nelle coste a sud di Tunisi,
stravolgendone la fisionomia, alterandone gli equilibri e contribuendo di fatto
a erodere esattamente quelle microgeografie che in quegli stessi posti li
attirano, sovraffollandoli, rendendoli invivibili, esaurendone le risorse e
minando i meccanismi di sopravvivenza delle comunità stanziali.
A guidare questo fenomeno è, inoltre, la vaga convinzione che vede nel
Mediterraneo una sorta di “museo dell’umano” e pertanto uno spazio ancora al
riparo dalle dinamiche globali, un eden fuori dal tempo, ma è proprio
quest’ottica museale in realtà, unita all’abbandono generico di politiche
attive, a spianare la strada al capitalismo, alla speculazione e a una
conseguente perdita delle diversità, trasformando uno spazio vissuto in un
artefatto di plastica e nella simulazione di esperienze oramai inesistenti nella
realtà. Questo avviene in un circolo vizioso imposto dall’ideologia del consumo
e da quella che il filosofo Byung-Chul Han chiama iperculturalità, l’incapacità
cioè dell’uomo contemporaneo di cogliere, interagire e relazionarsi con le
differenze, spianando la realtà che lo circonda in un inferno dell’uguale
rispondente ai propri capricci. Si chiede Han se esista ancora per noi la
percezione che avevano un tempo i viaggiatori come al-Idrisi o Marco Polo,
quella cioè di percepire e attraversare delle soglie, o se nel nostro rapporto
con i luoghi e le diversità siamo irrimediabilmente trasformati in “turisti in
camicia hawaiana”.
> Pur possedendo circa il 75% delle coste mediterranee l’UE ha ripetutamente
> dimostrato la propria indifferenza verso il Mediterraneo tanto come territorio
> quanto come proprio baricentro.
Il fatto che dinamiche territoriali fragilissime come quelle che hanno
costituito la peculiarità di questa zona del mondo vengano lentamente soppresse
è reso possibile solo dall’assenza di una riflessione profonda sul Mediterraneo;
un pensiero meridiano che ricostruisca una centralità del mare, del Sud, a
partire da quella stessa prospettiva ecologica, storica e geografica delineata
da Horden e Purcell come cuore della storia mediterranea. Ecco che così sarebbe
forse possibile addirittura dar vita a un pensiero e a un’azione in grado di
organizzare il Mediterraneo a spazio realmente altro, non ridotto a una
simulazione di un’esperienza azzerata, ma un progetto realmente contrastante
rispetto al globalismo capitalista e fecondo per un diverso modo di pensare la
relazione col mondo, in chiave ecologica e immaginifica, proprio in virtù di
quella peculiare e minuziosa alterità che ha sempre regolato questo spazio.
Una visione rimodulata, come quella offerta dalla carta geografica di al-Idrisi,
che passi attraverso la ricostruzione e il riconoscimento di un lessico e di una
grammatica comuni, una possibilità meridiana che sappia spingersi verso l’utopia
con parole diverse, come ha cercato di fare l’equipe guidata da Dionigi Albera e
Maryline Crivello in collaborazione con la Maison méditerranéenne des sciences
humaines et sociales dell’Università di Aix-Marseille attraverso la redazione
nel 2016 di un Dictionnaire de la Méditerranée. Violenza e sincretismo,
conflitto e contaminazione, annichilimento e rinascita, soglia o turismo sono
aspetti conviventi nel Mediterraneo, si può scegliere da che parte stare.
L'articolo Mediterraneo proviene da Il Tascabile.