di Luca Grandicelli
Nel dibattito italiano delle ultime settimane è spesso sembrato che la proposta
di legge del Senatore Graziano Delrio sia piovuta dal cielo in un cortile ben
recintato da un folto gruppo di riformisti del Partito Democratico. Molti
infatti hanno sostenuto la tesi per la quale tale ddl sia mezzo propedeutico a
predisporre un piano di convergenza concettuale tra antisemitismo e
antisionismo, sebbene il punto non sia assolutamente accademico, quanto
piuttosto politico: nessuno sembra infatti voler constatare il rischio concreto
che la nostra democrazia si doti di uno strumento capace di comprimere le
libertà fondamentali nel nome della lotta all’antisemitismo. Un rischio,
peraltro, già verificatosi altrove, documentato e misurabile, che oggi torna a
bussare alla porta del Parlamento forte della necessità, agitata da molti
settori politici e mediatici, di porre un rimedio al sempre più crescente
sentimento anti-israeliano che sta attraversando l’Italia.
In questo quadro, l’idea alla base del ddl è semplice quanto pericolosa:
recepire integralmente nel sistema normativo italiano la definizione di
antisemitismo dell’Ihra, delegando il governo a varare uno o più decreti
legislativi per conferire alle autorità, in particolare all’Agcom, poteri
straordinari di censura preventiva, rimuovendo i contenuti online incriminati
entro 48 ore, istituendo forme di monitoraggio nelle scuole e nelle università e
introducendo meccanismi di controllo che incidono direttamente sul diritto di
espressione. Una definizione presentata come tecnica e condivisa, ma in realtà
ampiamente contestata da giuristi, studiosi, organizzazioni per i diritti umani
e istituzioni internazionali.
A dimostrarlo è il lavoro del Centro Europeo di Sostegno Legale (Elsc), che già
il 6 giugno 2023 pubblicò un rapporto basato su 53 casi documentati, tra il 2017
e il 2022, in Germania, Austria e Regno Unito, in cui individui e organizzazioni
vennero accusati di antisemitismo per aver sostenuto i diritti dei palestinesi,
criticato l’occupazione israeliana o il sionismo come ideologia politica. Pur
essendo formalmente non vincolante, la definizione Ihra venne già allora
utilizzata come base para-legislativa, costringendo gli accusati a lunghe difese
legali poi concluse, nella maggior parte dei casi, con l’archiviazione delle
accuse.
I timori espressi nel rapporto trovano ancora oggi fondamento nella fallace
stabilità interpretativa del concetto di antisemitismo, che delinea un perimetro
incerto entro il quale rischiano di finire tutte le critiche rivolte allo Stato
di Israele. E le conseguenze sociali di questo approccio sono già state
ampiamente osservate: molti tra gli accusati hanno di fatto affrontato la
perdita del lavoro o subito gravi danni reputazionali. Per non parlare delle
limitazioni alla libertà accademica fino alla repressione delle manifestazioni
pubbliche. Emblematico il caso di Berlino, dove nel maggio 2022 furono vietate
le commemorazioni della Nakba e della giornalista Shireen Abu Akleh, ritenute
suscettibili di creare un “clima anti-Israele e antisemita”. Un passaggio che
mostrò come si possa scivolare rapidamente dalla lotta all’odio alla
criminalizzazione della memoria e del dissenso politico.
In questo quadro, il ddl Delrio non appare come un incidente isolato, ma come
l’innesto di un dispositivo già sperimentato altrove, che sposta
progressivamente il baricentro dal contrasto dell’odio al controllo del
dissenso, definendo il perimetro del dicibile su Israele e Palestina. Ed è
significativo come questa proposta provenga dall’opposizione, allineandosi di
fatto all’impostazione repressiva già adottata dal governo sul tema, come
dimostra il caso dell’imam di Torino Mohamed Shahin.
Se l’Italia sceglierà la scorciatoia della definizione Ihra elevata a legge,
dovrà assumersi la responsabilità di un futuro in cui manifestare per Gaza o
criticare il sionismo potrà essere considerato un atto sospetto, financo una
minaccia all’ordine pubblico.
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L'articolo Perché il ddl Delrio sull’antisemitismo sposterà il focus dal
contrasto dell’odio al controllo del dissenso proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Graziano Delrio
Tempo fa il licenziamento di Gabriele Nunziati per una domanda su Gaza aveva
rinfocolato il dibattito su libertà di parola e antisemitismo. Da qualche
settimana la questione è tornata ancora una volta d’attualità per il disegno di
legge Delrio, che pretende di asserire in sostanza che chi critica Israele è
tout court antisemita. Una china assai discutibile e pericolosa che l’ottimo
Guerra all’antisemitismo?, uscito nel 2024 per Altreconomia e scritto dalla
sociologa Donatella Della Porta, aveva analizzato con riferimento al contesto
tedesco.
Un libro prezioso, che torna ahinoi utile tantopiù dopo le tragiche immagini di
Sydney, sullo sfruttamento di quello che l’autrice – sulla scorta di un saggio
di Stanley Cohen pubblicato nel 1972 – definisce ‘panico morale’, quando –
scrive Cohen – qualcosa viene definito come “una minaccia ai valori e agli
interessi della società”. La natura di queste minacce viene presentata “in modo
stilizzato e stereotipato dai mezzi di comunicazione di massa”, e le barricate
morali che ne conseguono “sono presidiate da editori, vescovi, politici e altri
benpensanti”. I presunti autori di queste minacce vengono bollati come folk
devils (che potremmo tradurre come ‘nemici della società’), devianti che
attentano a un interesse pubblico.
Della Porta spiega come questo interesse pubblico in Germania sia rappresentato
dalla difesa di Israele. Tutto ciò che sembra minacciare Israele, ma soprattutto
tutto ciò che rischia di mettere in questione l’immagine dell’impegno tedesco
contro l’antisemitismo e la difesa dello Stato israeliano deve essere
circoscritto, contrastato, censurato, espunto. Della Porta elenca una serie
notevole di casi in cui intellettuali, scrittori, giornalisti, ricercatori hanno
subito forme di ostracismo, censura, stigmatizzazione da parte dell’opinione
pubblica, ma anche provvedimenti di natura amministrativa volti a impedire che
tenessero conferenze, corsi, lezioni.
Masha Gessen, una parte della cui famiglia fu vittima della Shoah, si è vista
annullare la cerimonia di conferimento del premio Hannah Arendt; Ghassan Hage è
stato licenziato dal Max Planck Institute; a Moshe Zuckerman, figlio di un
sopravvissuto alla Shoah, non è stato permesso di partecipare a un conferenza a
Heilbronn. E si potrebbe continuare. Quello che il libro segnala è l’uso, nel
caso tedesco, del panico morale per non intralciare il processo di guiltwashing,
ovvero di camuffamento degli altri orrori dell’Occidente e della Germania
(responsabile in Namibia del primo genocidio del XX secolo) attraverso
l’elaborazione della colpa per la Shoah, descritta come un evento unico e
irripetibile (vietato parlare di genocidio a Gaza).
Della Porta getta quindi una luce sul concetto di ‘nuovo antisemitismo’,
etichetta che trasforma le critiche a Israele in opinioni razziste fondata
perlopiù sulla working definition dell’International Holocaust Remembrance
Alliance (Ihra). Tale definizione pone un legame troppo stretto tra
antisemitismo e antisionismo, rischiando di sovrapporli. Un esito che le
proposte Gasparri e Delrio reiterano. In Germania (e non solo) l’accusa di
(nuovo) antisemitismo viene rivolta sostanzialmente alla sinistra (e a molti
ebrei critici nei confronti di Israele). L’equazione così risulta:
propal=antisemiti; ma Della Porta segnala che lì la stragrande maggioranza dei
reati a sfondo razzista-antisemita è ufficialmente riconosciuto come proveniente
da destra. Così l’equazione dovrebbe essere: pro-Israele=antisemiti.
Non inganni la saldatura solo apparentemente paradossale tra estrema destra e
filosemitismo: essa infatti si struttura attorno alla comune lotta contro la
‘barbarie islamista’. Per AfD “la civiltà giudeo-cristiana è chiamata a
mobilitarsi in una crociata contro l’Islam”. Si tratta dello stesso meccanismo
all’opera in Italia, dove la destra cerca di bonificare il passato fascista – e
spesso il presente neofascista – con la difesa di Israele, tentando di scaricare
l’antisemitismo sulla sinistra. Anche qui destra ed estrema destra sono
paradossalmente filo-sioniste per una presa di posizione che ha a che fare con
il loro posizionamento geopolitico e ideologico (oltre che con il guiltwashing).
Israele è visto come un baluardo contro i movimenti anticolonialisti e un
presidio di difesa dell’ordine politico occidentale, nonché la parte per la
quale l’estrema destra parteggia nello ‘scontro di civiltà’ tra valori
occidentali, mondo arabo-musulmano, immigrazione.
L'articolo Il ddl Delrio prende una china pericolosa: così il ‘panico morale’
contrasta ciò che è percepito come minaccia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Come si fa a non notare la coincidenza tra l’iperattivismo parlamentare degli
ultimi tempi per contrastare l’antisemitismo e la cronologia del genocidio a
Gaza? Il ddl Delrio è solo l’ultimo arrivato, ma il primo, a firma del leghista
Leone, venne depositato due giorni dopo la prima udienza contro Israele alla ICJ
dell’Aia, nel caso portato dal Sudafrica. Sospetto a mio avviso quel tempismo, e
quello degli altri sul ddl, così come sono sospette le reali intenzioni del
blocco politico trasversale: qual è l’obiettivo?
Le motivazioni addotte, francamente, fanno acqua da tutte le parti. E con tutto
il rispetto e la sensibilità per la comunità ebraica, è difficile sostenere che,
numeri alla mano, l’antisemitismo sia oggi l’emergenza principale in Italia: il
punto è che l’antisemitismo è un tema posto con la forza in cima all’agenda da
quasi tutto l’arco parlamentare, come se l’impennata dei crimini d’odio,
veicolati soprattutto dal web, non sia un fenomeno strutturale ma un qualcosa
che riguarda e colpisce solo gli ebrei.
Prendiamo le campagne d’odio contro musulmani, rom, persone LGBTIQ e migranti:
sono alimentate quotidianamente da politici nazionali e figure istituzionali,
senza che questo generi alcuna mobilitazione per una tutela speciale. Vi
ricordate,- l’altro ieri – come venivano derisi e linciati commentatori,
opinionisti e accademici che parlavano di “razzismo strutturale”, “patriarcato”
e persecuzione nei confronti dei musulmani? Abbiamo una lunga lista di
rappresentanti istituzionali di ogni ordine e grado che, ogni giorno, passano il
tempo a fomentare odio contro gruppi ben precisi, senza che alcuna legge
speciale venga pensata per proteggere quelle categorie. Vi immaginate un
parlamentare che presentasse un ddl a tutela della comunità Rom?
Questa accelerazione improvvisa per una legge speciale contro l’antisemitismo e
i pochi argomenti che giustificano misure così drastiche, non può che apparire
sospetta: la fonte unica del ddl Delrio per giustificare la necessità di un
intervento immediato – da quanto si desume nel preambolo al testo della norma –
sono i report del Centro di documentazione ebraica contemporanea (CDEC), una
Fondazione tutt’altro che equidistante.
Dice il direttore della Fondazione, Gadi Luzzatto Voghera, che tra le altre cose
siede anche come direttore della sezione italiana dall’IHRA: “Succede in tutte
le guerre moderne (che la gente muoia, nota mia)… Per dire dei più recenti
massacri di civili, è successo non più tardi di due anni fa a Mariupol, in
Ucraina, dove sono morti non meno di 35.000 civili (…). In Israele, dove
centinaia di migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie
case e a rifugiarsi in zone più protette, subendo comunque continui
bombardamenti che proseguono anche in questi minuti. La guerra, quindi, colpisce
in maniera tragica soprattutto le popolazioni civili. Tutte le popolazioni
civili”.
Delrio e Sinistra per Israele dicono “lotta all’antisemitismo”, ma intendono
lotta ai pro-Palestina. Anche il consigliere comunale di Milano Daniele Nahum,
ex Pd, ora in Azione, esponente della comunità ebraica meneghina, lo dice
apertamente in un’intervista a La Stampa: “Definire Israele uno Stato ‘razzista’
o ‘colonialista’ non è critica politica, è negare la sua legittimità storica. E
questo sfocia nell’antisemitismo.”
Non può esistere, in una vera democrazia, un dibattito sanitizzato sul piano dei
contenuti: a risentirne, laddove la legge stabilisca cosa si possa o non si
possa dire è il sistema per intero: è lecito criticare la reazione – o la
non-reazione – della comunità ebraica mondiale davanti al genocidio; è lecito
domandarsi se l’esistenza di Israele nelle forme attuali sia compatibile con un
sistema internazionale basato sulle regole. Non è certamente antisemita definire
Israele uno Stato che pratica apartheid o uno Stato genocida: non è illegale.
I preamboli dei ddl – da quella di Scalfarotto a quella di Gasparri – entrano a
gamba tesa sulla libertà di espressione, provando a limitarla con leggi
ordinarie. In quei preamboli si citano cifre allarmistiche sull’emergenza, senza
mai entrare veramente nel merito: quanti casi riguardano crimini d’odio contro
persone perché ebree? E quanti, invece, riguardano ostilità verso lo Stato di
Israele per il trattamento riservato ai palestinesi? In nessuno dei ddl la
parola “Palestina” compare. Ma come si fa a parlare di Israele senza parlare di
Palestina?
Vogliono introdurre un divieto di critica nei confronti di uno Stato con cui
l’Italia continua a fare affari, affari che non ha sospeso nemmeno nel momento
più drammatico del massacro di Gaza. E, soprattutto, imporre una marcatura
stretta ai luoghi dove possono nascere idee critiche, come le università. Del
resto, il sospetto che si voglia mettere sotto sorveglianza accademici e
studenti che protestano per la Palestina, perché le agitazioni negli atenei di
mezza Europa hanno messo a rischio gli accordi Horizon (il protocollo UE di
associazione con Israele nel campo dell’“innovazione”, dove l’industria bellica
ha un ruolo decisivo), è più che legittimo.
L'articolo Delrio e Sinistra per Israele dicono ‘lotta all’antisemitismo’, ma
colpiscono i pro-Palestina proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per quale motivo il senatore Clerico-Dem Graziano Delrio, simpatizzante di
Comunione & Liberazione e padre di nove figli (non lo fò per piacer mio/ ma per
dar dei figli a dio?), si è reso autore di una vera e propria bestemmia
intellettuale promuovendo il dettato legislativo che equipara qualsivoglia
critica allo Stato d’Israele all’antisemitismo? Tutto ciò senza neppure poter
addurre a giustificazione del proprio obnubilamento quei reiterati abbracci
dell’Ignazio Benito La Russa che hanno fatto perdere il senso della realtà alla
collega a vita Liliana Segre.
Dunque, la presa di posizione che grida vendetta se non a dio (che – ammesso ci
sia – già Grozio invitava a non disturbare con quisquilie politiche), almeno a
quell’onestà intellettuale che dovrebbe guidare un eletto del popolo; il
rispetto dell’intelligenza altrui imprescindibile per un cristiano ferventemente
veritiero («Sia il vostro parlare: “Sì, il sì”, “No, il no”; il di più viene dal
Maligno», Matteo 5:37). Mentre la succitata proposta legislativa è semplicemente
un obbrobrio per almeno due ragioni; una storica e l’altra politica. Nel primo
caso l’attribuzione ai cittadini di Israele il monopolio del titolo di “semiti”,
quando altri – palestinesi in primis – possono vantarne il diritto con ben
maggiori ragioni. Nell’altro, il retro-pensiero volpino che mira con tale mossa
a ricavare un duplice vantaggio: strizzare l’occhio al club dei signori del
denaro di cui la finanza ebraica è socia benemerita, da quando i figli del
cambiavalute aschenazita Mayer Amschel Rothschild vennero elevati a ranghi
nobiliari dai monarchi dell’ottocento (l’imperatore Francesco II d’Austria e la
regina Vittoria); concorrere a sgambettare la pericolante segretaria del Pd –
Elly Schlein, pattinatrice sulle bucce di banana – e incassare benemerenze da
spendere nelle negoziazioni interne che verranno.
Nell’un caso come nell’altro un palese inginocchiamento innanzi al tabernacolo
del potere. Spettacolo orribile che diventa turbamento per il vostro blogger
apprendendo che il primo firmatario del disegno di legge, che equipara
antisionismo ad antisemitismo, è un collega di Delrio: il senatore Filippo
Sensi, che il sottoscritto ricorda ben diverso dall’attuale genuflesso. Almeno
trentacinque anni fa, quando era un simpatico tombolotto con cui praticavo
militanza comune sul fronte della laicità nelle pagine di “Moralità
provvisoria”, house organ del centro Gobetti milanese.
Ma già, in politica Sensi e Delrio sono uova lasciate a schiudersi nel nido
piddino da Matteo Renzi, a disposizione per future operazioni destabilizzanti
(per poi passare dall’incasso) del supremo maestro rignanese di cinismo in
questi tempi e in questa terra desolata. Di cui ne aveva intravisto il senso
(singolare minuscolo) un grande irregolare del dopoguerra, il libero pensatore
fuori dagli schemi e premio Nobel Albert Camus, prematuramente scomparso: “tempi
mediocri non possono che partorire profeti dalle vuote parole”. E lo storico
Tony Judt, anch’esso prematuramente scomparso, chiosava: “Gli anni Settanta ne
offrono un vasto assortimento”.
Figuriamoci cosa partorisce l’odierna stagione, flagellata da immense maree di
cinico opportunismo, venute da lontano lasciando sull’arenile anime ridotte a
ossi di seppia (a volte mi domando cosa Filippo pensi di sé, e della sua
irresistibile carriera di Palazzo, nella begmaniana “ora del lupo” tra la notte
e l’alba in cui si muore e si rinasce, l’ora terribile dei rimpianti). L’onda
anomala che ha trasformato due spiriti credenti in angeli caduti. Probabilmente
ultimi – ad oggi – di un lungo corteo che potremmo far iniziare con Bill Clinton
e Tony Blair. Sedicenti politici post-ideologici ridotti a politicanti in
carriera, smarrendo qualsivoglia spinta ideale originaria (sempre che ci fosse);
sedotti dal reaganismo e dallo spirito del tempo al compito di convertire New
Democrats e New Labour in cultori della religione pagana adoratrice del mercato,
dello Stato minimo, della new economy globalizzata che tritura senza sosta
lavoro vivo. Dell’entrata nel Paese dei balocchi della finanza. Operazione
chiamata eufemisticamente “Terza Via”.
Non inganni la sede del think tank londinese, la London School presunto
santuario dell’intellighenzia liberal. Visto che l’operazione è affiancata della
trasformazione dell’intellettuale, già critico impietoso e incorruttibile della
società e delle sue evoluzioni, nel comunicatore, gran banalizzatore al servizio
di chi lo ingaggia.
Sicché ormai non credo ci sia molto da attendere – in quanto a contestazione di
un potere marcio (se non fosse artatamente delegittimato, il termine sarebbe
“populismo”) – dalla generazione dei tardi baby boomers (la mia come di Delrio)
e da quella successiva dei Millenials (i Filippo Sensi). Forse l’unica speranza
in un’inversione di tendenza va riposta nei ventenni (gli Z), che oggi scendono
in piazza per Gaza e vengono presi a manganellate dalla polizia di Giorgia
Meloni.
L'articolo Sull’antisemitismo cadono gli angeli renziani, da Graziano Delrio a
Filippo Sensi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Graziano Delrio che si dichiara allergico alle “purghe e alle censure” – come si
legge in un’intervista del Corriere della Sera pubblicata sabato mattina -, in
realtà ha presentato la sua proposta di legge che equipara l’antisemitismo
all’antisionismo con l’intenzione di limitare i contenuti sui social network,
visto che a suo dire sono permeati da “gruppi organizzati di estremismo radicale
islamico, che hanno grandi finanziamenti, organizzano siti e producono contenuti
d’odio a a sfondo antisemita”.
Lo ha detto lui stesso appena una settimana fa, quando è andato a spiegare
all’Unione delle associazioni Italia-Israele che “una parte della nostra
proposta prevede di costringere l’AgCom – l’autorità garante delle
comunicazioni, ndr – a intervenire in maniera più profonda ed efficace”. Per
Delrio per l’Italia è un problema serissimo, come ha spiegato alla platea con
l’ambasciatore israeliano Jonathan Peled, la deputata leghista Simonetta Matone,
il capogruppo di Forza Italia, Maurizio Gasparri, e in collegamento quello di
Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, e la ministra Eugenia Roccella: “In Italia
non si considera Hamas per quello che è, non ha niente a che vedere con la lotta
partigiana come qualcuno vuole fare credere”, ma “abbiamo bisogno di parlare
della visione distorta depositata da questa propaganda terribile”.
Parole bene accolte dagli organizzatori dell’evento e da Celeste Vichi, la
presidente dell’Unione delle associazioni che ha premiato il vicepremier Matteo
Salvini e che ritiene che il presidente Benjamin Netanyahu abbia fatto bene a
reagire con la guerra all’attacco terroristico del 7 ottobre. Vichi e l’ente
lavorano ormai da tempo a un disegno di legge che aggiorni la definizione
operativa di antisemitismo, e Delrio, che ha visto arrivare in parlamento i
testi dei colleghi di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia, non ha voluto
essere da meno. In occasione del convegno, il dem ha ribadito che lui è “amico
di Israele da 40 anni, conosco bene la democrazia israeliana” e “come
legislatori non possiamo chiudere gli occhi di fronte alla sofferenza di chi ci
è vicino”, che in questo caso non è il genocidio in corso nella Striscia di Gaza
ma “l’antisemitismo”: “Dopo il 7 ottobre ci si sarebbe dovuti aspettare un moto
di solidarietà, e invece no”.
Un sentimento che invece pervade il Pd, visto che sul fronte viaggi per la
cooperazione, Delrio ha anticipato il collega Piero Fassino, finito al centro
delle polemiche perché volato alla Knesset coi colleghi di maggioranza. L’ex
ministro dal canto suo ha ricordato che “di recente – ovvero a maggio, ndr –
sono stato in Israele e ho parlato con il ministro degli Esteri, più volte”,
Gideon Sa’ar, ministro che ha chiesto di non riconoscere lo stato di Palestina.
Oltre che con lui, Delrio ha avuto modo di confrontarsi anche il presidente
della Knesset, Amir Ohana, di Likud, il partito nazionalista di destra di cui fa
parte anche il presidente Benjamin Natanyah (tra le sue citazioni più celebri:
“se desiderate quello che chiamate uno Stato palestinese, costruitelo a Londra,
a Parigi, nei vostri Paesi”).
Delrio ha riferito che avendo avuto “esperienza di governo, da ex ministro” ho
“invitato loro per quanto ho potuto suggerire di cercare solidarietà e azioni
comuni”. Adesso sul ddl, ha concluso, spera di poter fare “lavoro comune con la
proposta di Gasparri”, che prevede anche specifici programmi di educazione.
Se da una parte Delrio assicura che si potrà continuare a criticare Israele,
l’approvazione di questo testo apre di fatto a molte più interpretazioni, e c’è
chi si sta già preparando sugli slogan delle manifestazioni proPal. Vichi,
interpellata dal fattoquotidiano.it, specifica che l’iniziativa Delrio è
arrivata indipendentemente dalle loro richieste, ma converge: “Noi riteniamo che
“Palestina dal fiume fino al mare” sia antisemita, perché vuol dire che dentro
non ci deve essere niente, che lo Stato di Israele non deve esistere, che gli
ebrei devono essere sterminati un’altra volta. Quindi questo è un passaggio
fondamentale”.
L'articolo Delrio e il ddl che equipara antisemitismo e antisionismo. Ecco cosa
ha detto quando lo ha presentato alle associazioni Italia-Israele proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Un disegno di legge per contrastare l’antisemitismo fa esplodere la polemica
all’interno del centrosinistra, col capogruppo del Pd al Senato che deve
prendere le distanze dal provvedimento, nonostante le undici firme di
parlamentari dem. La norma, composta da sei articoli, è stata annunciata il 20
novembre scorso e la scorsa settimana è stata assegnata alla commissione Affari
costituzionali del Senato. Porta le firme di Graziano Delrio, Simona Malpezzi,
Antonio Nicita, Alessandro Alfieri, Alfredo Bazoli, Pier Ferdinando Casini,
Tatiana Roijc, Filippo Sensi, Valeria Valente, Walter Verini e Sandra Zampa.
Ill testo della legge, però, per Angelo Bonelli è “sconcertante“. “Se diventasse
legge, chi contesta radicalmente i comportamenti dello Stato di Israele verrebbe
definito antisemita e quindi sanzionato. La proposta, come altre già in
discussione – della Lega, di Maurizio Gasparri e di Ivan Scalfarotto – adotta la
definizione di antisemitismo scritta dall’IHRA (International Holocaust
Remembrance Alliance), che qualifica come antisemita ogni critica radicale
contro Israele”, scrive in una nota uno dei leader di Alleanza verdi sinistra.
Secondo Bonelli “l’antisemitismo va certamente perseguito e contrastato, come
ogni forma di razzismo ma non si possono colpire e perseguire le opinioni di chi
critica Israele, il cui governo ha commesso crimini contro l’umanità e atti di
natura genocidaria. Se la proposta dei senatori del Pd diventasse legge, come ha
fatto notare l’ex senatore dem Roberto Della Seta in un articolo sul quotidiano
Il Manifesto, tanti giornalisti e intellettuali autorevoli – Anna Foa, Gad
Lerner, Stefano Levi Della Torre – e anche il sottoscritto verrebbero sanzionati
per le opinioni espresse sulla deriva suprematista e criminale dello Stato di
Israele, nell’operato del governo attuale guidato da Netanyahu, che ha distrutto
Gaza uccidendo oltre 60 mila civili, in maggioranza donne e bambini, e
sostenendo le occupazioni violente e criminali dei coloni in Cisgiordania, oltre
alle violenze del suo sistema carcerario. Spero che questo disegno di legge
venga ritirato”. Una presa di posizione netta, che ha spinto Francesco Boccia a
marcare le distanze: “Il gruppo del Pd al Senato non ha presentato alcun disegno
di legge in materia di antisemitismo. Il senatore Delrio ha depositato, a titolo
personale, il ddl “Disposizioni per la prevenzione e il contrasto
dell’antisemitismo” che non rappresenta la posizione del gruppo né quella del
partito”, dice il capogruppo del Pd al Senato. “Consiglierei vivamente di non
legiferare su questioni delicatissime”, dichiara pure il deputato Arturo Scotto
in un convegno organizzato dai deputati del Pd dove vengono espresse posizioni
critiche sul piano Trump. Al suo fianco, il responsabile Esteri Peppe Provenzano
parla di “antisemitismo da respingere con forza, ma con un’azione politica
coerente”. A margine, preferisce non esplicitare la posizione della segreteria
sul ddl. E neppure Elly Schlein entra nel merito.
Quella del Pd è solo una delle sei proposte che, tra Camera e Senato, insistono
sulla definizione di antisemitismo e sulle strategie di contrasto al fenomeno.
Ma è soprattutto la definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale
per la memoria dell’Olocausto, che si ritrova in tutte e sei le proposte, a
scatenare la polemica. I più critici puntano il dito non tanto sulla definizione
in sé, di poche righe, ma su alcuni esempi che vengono forniti dall’Alleanza.
Tra questi, “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei
Nazisti“, “negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio
sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di
razzismo“, “applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo
un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato
democratico”. Ma la definizione di antisemitismo non è il solo aspetto del ddl
Delrio a non convincere la sinistra del partito e della coalizione. Il
provvedimento- spiega sempre Bonelli – “delega il governo Meloni a varare uno o
più decreti legislativi ‘in materia di prevenzione, segnalazione, rimozione e
sanzione dei contenuti antisemiti diffusi sulle piattaforme online di servizi
digitali in lingua italianà. Gli articoli 3 e 4 prevedono che ogni università
nomini una sorta di controllore che vigili su eventuali attività interne, anche
didattiche, considerate illegittime”. “L’antisemitismo esiste ed è un cancro
della società italiana, eviterei di equipararlo con la critica legittima alla
deriva antidemocratica di uno Stato”, aggiunge Scotto. A difendere la legge è
Delrio, primo firmatario del provvedimento: “La definizione di antisemitismo è
usata perché assunta dal Parlamento Europeo nel 2017 e dal governo Conte nel
2020, peraltro non le diamo forza di legge, a differenza degli altri progetti,
proprio perché molto discussa sia da chi la giudica debole e da chi la giudica
eccessiva”, dice. “Rafforziamo gli strumenti esistenti”, aggiunge Malpezzi.
L'articolo Antisemitismo, il ddl Delrio spacca la sinistra. Bonelli: “Colpisce
chi critica le azioni di Israele”. Boccia: “Non è la posizione del Pd” proviene
da Il Fatto Quotidiano.