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Perché il ddl Delrio sull’antisemitismo sposterà il focus dal contrasto dell’odio al controllo del dissenso
di Luca Grandicelli Nel dibattito italiano delle ultime settimane è spesso sembrato che la proposta di legge del Senatore Graziano Delrio sia piovuta dal cielo in un cortile ben recintato da un folto gruppo di riformisti del Partito Democratico. Molti infatti hanno sostenuto la tesi per la quale tale ddl sia mezzo propedeutico a predisporre un piano di convergenza concettuale tra antisemitismo e antisionismo, sebbene il punto non sia assolutamente accademico, quanto piuttosto politico: nessuno sembra infatti voler constatare il rischio concreto che la nostra democrazia si doti di uno strumento capace di comprimere le libertà fondamentali nel nome della lotta all’antisemitismo. Un rischio, peraltro, già verificatosi altrove, documentato e misurabile, che oggi torna a bussare alla porta del Parlamento forte della necessità, agitata da molti settori politici e mediatici, di porre un rimedio al sempre più crescente sentimento anti-israeliano che sta attraversando l’Italia. In questo quadro, l’idea alla base del ddl è semplice quanto pericolosa: recepire integralmente nel sistema normativo italiano la definizione di antisemitismo dell’Ihra, delegando il governo a varare uno o più decreti legislativi per conferire alle autorità, in particolare all’Agcom, poteri straordinari di censura preventiva, rimuovendo i contenuti online incriminati entro 48 ore, istituendo forme di monitoraggio nelle scuole e nelle università e introducendo meccanismi di controllo che incidono direttamente sul diritto di espressione. Una definizione presentata come tecnica e condivisa, ma in realtà ampiamente contestata da giuristi, studiosi, organizzazioni per i diritti umani e istituzioni internazionali. A dimostrarlo è il lavoro del Centro Europeo di Sostegno Legale (Elsc), che già il 6 giugno 2023 pubblicò un rapporto basato su 53 casi documentati, tra il 2017 e il 2022, in Germania, Austria e Regno Unito, in cui individui e organizzazioni vennero accusati di antisemitismo per aver sostenuto i diritti dei palestinesi, criticato l’occupazione israeliana o il sionismo come ideologia politica. Pur essendo formalmente non vincolante, la definizione Ihra venne già allora utilizzata come base para-legislativa, costringendo gli accusati a lunghe difese legali poi concluse, nella maggior parte dei casi, con l’archiviazione delle accuse. I timori espressi nel rapporto trovano ancora oggi fondamento nella fallace stabilità interpretativa del concetto di antisemitismo, che delinea un perimetro incerto entro il quale rischiano di finire tutte le critiche rivolte allo Stato di Israele. E le conseguenze sociali di questo approccio sono già state ampiamente osservate: molti tra gli accusati hanno di fatto affrontato la perdita del lavoro o subito gravi danni reputazionali. Per non parlare delle limitazioni alla libertà accademica fino alla repressione delle manifestazioni pubbliche. Emblematico il caso di Berlino, dove nel maggio 2022 furono vietate le commemorazioni della Nakba e della giornalista Shireen Abu Akleh, ritenute suscettibili di creare un “clima anti-Israele e antisemita”. Un passaggio che mostrò come si possa scivolare rapidamente dalla lotta all’odio alla criminalizzazione della memoria e del dissenso politico. In questo quadro, il ddl Delrio non appare come un incidente isolato, ma come l’innesto di un dispositivo già sperimentato altrove, che sposta progressivamente il baricentro dal contrasto dell’odio al controllo del dissenso, definendo il perimetro del dicibile su Israele e Palestina. Ed è significativo come questa proposta provenga dall’opposizione, allineandosi di fatto all’impostazione repressiva già adottata dal governo sul tema, come dimostra il caso dell’imam di Torino Mohamed Shahin. Se l’Italia sceglierà la scorciatoia della definizione Ihra elevata a legge, dovrà assumersi la responsabilità di un futuro in cui manifestare per Gaza o criticare il sionismo potrà essere considerato un atto sospetto, financo una minaccia all’ordine pubblico. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. 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Il ddl Delrio prende una china pericolosa: così il ‘panico morale’ contrasta ciò che è percepito come minaccia
Tempo fa il licenziamento di Gabriele Nunziati per una domanda su Gaza aveva rinfocolato il dibattito su libertà di parola e antisemitismo. Da qualche settimana la questione è tornata ancora una volta d’attualità per il disegno di legge Delrio, che pretende di asserire in sostanza che chi critica Israele è tout court antisemita. Una china assai discutibile e pericolosa che l’ottimo Guerra all’antisemitismo?, uscito nel 2024 per Altreconomia e scritto dalla sociologa Donatella Della Porta, aveva analizzato con riferimento al contesto tedesco. Un libro prezioso, che torna ahinoi utile tantopiù dopo le tragiche immagini di Sydney, sullo sfruttamento di quello che l’autrice – sulla scorta di un saggio di Stanley Cohen pubblicato nel 1972 – definisce ‘panico morale’, quando – scrive Cohen – qualcosa viene definito come “una minaccia ai valori e agli interessi della società”. La natura di queste minacce viene presentata “in modo stilizzato e stereotipato dai mezzi di comunicazione di massa”, e le barricate morali che ne conseguono “sono presidiate da editori, vescovi, politici e altri benpensanti”. I presunti autori di queste minacce vengono bollati come folk devils (che potremmo tradurre come ‘nemici della società’), devianti che attentano a un interesse pubblico. Della Porta spiega come questo interesse pubblico in Germania sia rappresentato dalla difesa di Israele. Tutto ciò che sembra minacciare Israele, ma soprattutto tutto ciò che rischia di mettere in questione l’immagine dell’impegno tedesco contro l’antisemitismo e la difesa dello Stato israeliano deve essere circoscritto, contrastato, censurato, espunto. Della Porta elenca una serie notevole di casi in cui intellettuali, scrittori, giornalisti, ricercatori hanno subito forme di ostracismo, censura, stigmatizzazione da parte dell’opinione pubblica, ma anche provvedimenti di natura amministrativa volti a impedire che tenessero conferenze, corsi, lezioni. Masha Gessen, una parte della cui famiglia fu vittima della Shoah, si è vista annullare la cerimonia di conferimento del premio Hannah Arendt; Ghassan Hage è stato licenziato dal Max Planck Institute; a Moshe Zuckerman, figlio di un sopravvissuto alla Shoah, non è stato permesso di partecipare a un conferenza a Heilbronn. E si potrebbe continuare. Quello che il libro segnala è l’uso, nel caso tedesco, del panico morale per non intralciare il processo di guiltwashing, ovvero di camuffamento degli altri orrori dell’Occidente e della Germania (responsabile in Namibia del primo genocidio del XX secolo) attraverso l’elaborazione della colpa per la Shoah, descritta come un evento unico e irripetibile (vietato parlare di genocidio a Gaza). Della Porta getta quindi una luce sul concetto di ‘nuovo antisemitismo’, etichetta che trasforma le critiche a Israele in opinioni razziste fondata perlopiù sulla working definition dell’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra). Tale definizione pone un legame troppo stretto tra antisemitismo e antisionismo, rischiando di sovrapporli. Un esito che le proposte Gasparri e Delrio reiterano. In Germania (e non solo) l’accusa di (nuovo) antisemitismo viene rivolta sostanzialmente alla sinistra (e a molti ebrei critici nei confronti di Israele). L’equazione così risulta: propal=antisemiti; ma Della Porta segnala che lì la stragrande maggioranza dei reati a sfondo razzista-antisemita è ufficialmente riconosciuto come proveniente da destra. Così l’equazione dovrebbe essere: pro-Israele=antisemiti. Non inganni la saldatura solo apparentemente paradossale tra estrema destra e filosemitismo: essa infatti si struttura attorno alla comune lotta contro la ‘barbarie islamista’. Per AfD “la civiltà giudeo-cristiana è chiamata a mobilitarsi in una crociata contro l’Islam”. Si tratta dello stesso meccanismo all’opera in Italia, dove la destra cerca di bonificare il passato fascista – e spesso il presente neofascista – con la difesa di Israele, tentando di scaricare l’antisemitismo sulla sinistra. Anche qui destra ed estrema destra sono paradossalmente filo-sioniste per una presa di posizione che ha a che fare con il loro posizionamento geopolitico e ideologico (oltre che con il guiltwashing). Israele è visto come un baluardo contro i movimenti anticolonialisti e un presidio di difesa dell’ordine politico occidentale, nonché la parte per la quale l’estrema destra parteggia nello ‘scontro di civiltà’ tra valori occidentali, mondo arabo-musulmano, immigrazione. L'articolo Il ddl Delrio prende una china pericolosa: così il ‘panico morale’ contrasta ciò che è percepito come minaccia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Graziano Delrio
Delrio e Sinistra per Israele dicono ‘lotta all’antisemitismo’, ma colpiscono i pro-Palestina
Come si fa a non notare la coincidenza tra l’iperattivismo parlamentare degli ultimi tempi per contrastare l’antisemitismo e la cronologia del genocidio a Gaza? Il ddl Delrio è solo l’ultimo arrivato, ma il primo, a firma del leghista Leone, venne depositato due giorni dopo la prima udienza contro Israele alla ICJ dell’Aia, nel caso portato dal Sudafrica. Sospetto a mio avviso quel tempismo, e quello degli altri sul ddl, così come sono sospette le reali intenzioni del blocco politico trasversale: qual è l’obiettivo? Le motivazioni addotte, francamente, fanno acqua da tutte le parti. E con tutto il rispetto e la sensibilità per la comunità ebraica, è difficile sostenere che, numeri alla mano, l’antisemitismo sia oggi l’emergenza principale in Italia: il punto è che l’antisemitismo è un tema posto con la forza in cima all’agenda da quasi tutto l’arco parlamentare, come se l’impennata dei crimini d’odio, veicolati soprattutto dal web, non sia un fenomeno strutturale ma un qualcosa che riguarda e colpisce solo gli ebrei. Prendiamo le campagne d’odio contro musulmani, rom, persone LGBTIQ e migranti: sono alimentate quotidianamente da politici nazionali e figure istituzionali, senza che questo generi alcuna mobilitazione per una tutela speciale. Vi ricordate,- l’altro ieri – come venivano derisi e linciati commentatori, opinionisti e accademici che parlavano di “razzismo strutturale”, “patriarcato” e persecuzione nei confronti dei musulmani? Abbiamo una lunga lista di rappresentanti istituzionali di ogni ordine e grado che, ogni giorno, passano il tempo a fomentare odio contro gruppi ben precisi, senza che alcuna legge speciale venga pensata per proteggere quelle categorie. Vi immaginate un parlamentare che presentasse un ddl a tutela della comunità Rom? Questa accelerazione improvvisa per una legge speciale contro l’antisemitismo e i pochi argomenti che giustificano misure così drastiche, non può che apparire sospetta: la fonte unica del ddl Delrio per giustificare la necessità di un intervento immediato – da quanto si desume nel preambolo al testo della norma – sono i report del Centro di documentazione ebraica contemporanea (CDEC), una Fondazione tutt’altro che equidistante. Dice il direttore della Fondazione, Gadi Luzzatto Voghera, che tra le altre cose siede anche come direttore della sezione italiana dall’IHRA: “Succede in tutte le guerre moderne (che la gente muoia, nota mia)… Per dire dei più recenti massacri di civili, è successo non più tardi di due anni fa a Mariupol, in Ucraina, dove sono morti non meno di 35.000 civili (…). In Israele, dove centinaia di migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case e a rifugiarsi in zone più protette, subendo comunque continui bombardamenti che proseguono anche in questi minuti. La guerra, quindi, colpisce in maniera tragica soprattutto le popolazioni civili. Tutte le popolazioni civili”. Delrio e Sinistra per Israele dicono “lotta all’antisemitismo”, ma intendono lotta ai pro-Palestina. Anche il consigliere comunale di Milano Daniele Nahum, ex Pd, ora in Azione, esponente della comunità ebraica meneghina, lo dice apertamente in un’intervista a La Stampa: “Definire Israele uno Stato ‘razzista’ o ‘colonialista’ non è critica politica, è negare la sua legittimità storica. E questo sfocia nell’antisemitismo.” Non può esistere, in una vera democrazia, un dibattito sanitizzato sul piano dei contenuti: a risentirne, laddove la legge stabilisca cosa si possa o non si possa dire è il sistema per intero: è lecito criticare la reazione – o la non-reazione – della comunità ebraica mondiale davanti al genocidio; è lecito domandarsi se l’esistenza di Israele nelle forme attuali sia compatibile con un sistema internazionale basato sulle regole. Non è certamente antisemita definire Israele uno Stato che pratica apartheid o uno Stato genocida: non è illegale. I preamboli dei ddl – da quella di Scalfarotto a quella di Gasparri – entrano a gamba tesa sulla libertà di espressione, provando a limitarla con leggi ordinarie. In quei preamboli si citano cifre allarmistiche sull’emergenza, senza mai entrare veramente nel merito: quanti casi riguardano crimini d’odio contro persone perché ebree? E quanti, invece, riguardano ostilità verso lo Stato di Israele per il trattamento riservato ai palestinesi? In nessuno dei ddl la parola “Palestina” compare. Ma come si fa a parlare di Israele senza parlare di Palestina? Vogliono introdurre un divieto di critica nei confronti di uno Stato con cui l’Italia continua a fare affari, affari che non ha sospeso nemmeno nel momento più drammatico del massacro di Gaza. E, soprattutto, imporre una marcatura stretta ai luoghi dove possono nascere idee critiche, come le università. Del resto, il sospetto che si voglia mettere sotto sorveglianza accademici e studenti che protestano per la Palestina, perché le agitazioni negli atenei di mezza Europa hanno messo a rischio gli accordi Horizon (il protocollo UE di associazione con Israele nel campo dell’“innovazione”, dove l’industria bellica ha un ruolo decisivo), è più che legittimo. L'articolo Delrio e Sinistra per Israele dicono ‘lotta all’antisemitismo’, ma colpiscono i pro-Palestina proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sull’antisemitismo cadono gli angeli renziani, da Graziano Delrio a Filippo Sensi
Per quale motivo il senatore Clerico-Dem Graziano Delrio, simpatizzante di Comunione & Liberazione e padre di nove figli (non lo fò per piacer mio/ ma per dar dei figli a dio?), si è reso autore di una vera e propria bestemmia intellettuale promuovendo il dettato legislativo che equipara qualsivoglia critica allo Stato d’Israele all’antisemitismo? Tutto ciò senza neppure poter addurre a giustificazione del proprio obnubilamento quei reiterati abbracci dell’Ignazio Benito La Russa che hanno fatto perdere il senso della realtà alla collega a vita Liliana Segre. Dunque, la presa di posizione che grida vendetta se non a dio (che – ammesso ci sia – già Grozio invitava a non disturbare con quisquilie politiche), almeno a quell’onestà intellettuale che dovrebbe guidare un eletto del popolo; il rispetto dell’intelligenza altrui imprescindibile per un cristiano ferventemente veritiero («Sia il vostro parlare: “Sì, il sì”, “No, il no”; il di più viene dal Maligno», Matteo 5:37). Mentre la succitata proposta legislativa è semplicemente un obbrobrio per almeno due ragioni; una storica e l’altra politica. Nel primo caso l’attribuzione ai cittadini di Israele il monopolio del titolo di “semiti”, quando altri – palestinesi in primis – possono vantarne il diritto con ben maggiori ragioni. Nell’altro, il retro-pensiero volpino che mira con tale mossa a ricavare un duplice vantaggio: strizzare l’occhio al club dei signori del denaro di cui la finanza ebraica è socia benemerita, da quando i figli del cambiavalute aschenazita Mayer Amschel Rothschild vennero elevati a ranghi nobiliari dai monarchi dell’ottocento (l’imperatore Francesco II d’Austria e la regina Vittoria); concorrere a sgambettare la pericolante segretaria del Pd – Elly Schlein, pattinatrice sulle bucce di banana – e incassare benemerenze da spendere nelle negoziazioni interne che verranno. Nell’un caso come nell’altro un palese inginocchiamento innanzi al tabernacolo del potere. Spettacolo orribile che diventa turbamento per il vostro blogger apprendendo che il primo firmatario del disegno di legge, che equipara antisionismo ad antisemitismo, è un collega di Delrio: il senatore Filippo Sensi, che il sottoscritto ricorda ben diverso dall’attuale genuflesso. Almeno trentacinque anni fa, quando era un simpatico tombolotto con cui praticavo militanza comune sul fronte della laicità nelle pagine di “Moralità provvisoria”, house organ del centro Gobetti milanese. Ma già, in politica Sensi e Delrio sono uova lasciate a schiudersi nel nido piddino da Matteo Renzi, a disposizione per future operazioni destabilizzanti (per poi passare dall’incasso) del supremo maestro rignanese di cinismo in questi tempi e in questa terra desolata. Di cui ne aveva intravisto il senso (singolare minuscolo) un grande irregolare del dopoguerra, il libero pensatore fuori dagli schemi e premio Nobel Albert Camus, prematuramente scomparso: “tempi mediocri non possono che partorire profeti dalle vuote parole”. E lo storico Tony Judt, anch’esso prematuramente scomparso, chiosava: “Gli anni Settanta ne offrono un vasto assortimento”. Figuriamoci cosa partorisce l’odierna stagione, flagellata da immense maree di cinico opportunismo, venute da lontano lasciando sull’arenile anime ridotte a ossi di seppia (a volte mi domando cosa Filippo pensi di sé, e della sua irresistibile carriera di Palazzo, nella begmaniana “ora del lupo” tra la notte e l’alba in cui si muore e si rinasce, l’ora terribile dei rimpianti). L’onda anomala che ha trasformato due spiriti credenti in angeli caduti. Probabilmente ultimi – ad oggi – di un lungo corteo che potremmo far iniziare con Bill Clinton e Tony Blair. Sedicenti politici post-ideologici ridotti a politicanti in carriera, smarrendo qualsivoglia spinta ideale originaria (sempre che ci fosse); sedotti dal reaganismo e dallo spirito del tempo al compito di convertire New Democrats e New Labour in cultori della religione pagana adoratrice del mercato, dello Stato minimo, della new economy globalizzata che tritura senza sosta lavoro vivo. Dell’entrata nel Paese dei balocchi della finanza. Operazione chiamata eufemisticamente “Terza Via”. Non inganni la sede del think tank londinese, la London School presunto santuario dell’intellighenzia liberal. Visto che l’operazione è affiancata della trasformazione dell’intellettuale, già critico impietoso e incorruttibile della società e delle sue evoluzioni, nel comunicatore, gran banalizzatore al servizio di chi lo ingaggia. Sicché ormai non credo ci sia molto da attendere – in quanto a contestazione di un potere marcio (se non fosse artatamente delegittimato, il termine sarebbe “populismo”) – dalla generazione dei tardi baby boomers (la mia come di Delrio) e da quella successiva dei Millenials (i Filippo Sensi). Forse l’unica speranza in un’inversione di tendenza va riposta nei ventenni (gli Z), che oggi scendono in piazza per Gaza e vengono presi a manganellate dalla polizia di Giorgia Meloni. L'articolo Sull’antisemitismo cadono gli angeli renziani, da Graziano Delrio a Filippo Sensi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Delrio e il ddl che equipara antisemitismo e antisionismo. Ecco cosa ha detto quando lo ha presentato alle associazioni Italia-Israele
Graziano Delrio che si dichiara allergico alle “purghe e alle censure” – come si legge in un’intervista del Corriere della Sera pubblicata sabato mattina -, in realtà ha presentato la sua proposta di legge che equipara l’antisemitismo all’antisionismo con l’intenzione di limitare i contenuti sui social network, visto che a suo dire sono permeati da “gruppi organizzati di estremismo radicale islamico, che hanno grandi finanziamenti, organizzano siti e producono contenuti d’odio a a sfondo antisemita”. Lo ha detto lui stesso appena una settimana fa, quando è andato a spiegare all’Unione delle associazioni Italia-Israele che “una parte della nostra proposta prevede di costringere l’AgCom – l’autorità garante delle comunicazioni, ndr – a intervenire in maniera più profonda ed efficace”. Per Delrio per l’Italia è un problema serissimo, come ha spiegato alla platea con l’ambasciatore israeliano Jonathan Peled, la deputata leghista Simonetta Matone, il capogruppo di Forza Italia, Maurizio Gasparri, e in collegamento quello di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, e la ministra Eugenia Roccella: “In Italia non si considera Hamas per quello che è, non ha niente a che vedere con la lotta partigiana come qualcuno vuole fare credere”, ma “abbiamo bisogno di parlare della visione distorta depositata da questa propaganda terribile”. Parole bene accolte dagli organizzatori dell’evento e da Celeste Vichi, la presidente dell’Unione delle associazioni che ha premiato il vicepremier Matteo Salvini e che ritiene che il presidente Benjamin Netanyahu abbia fatto bene a reagire con la guerra all’attacco terroristico del 7 ottobre. Vichi e l’ente lavorano ormai da tempo a un disegno di legge che aggiorni la definizione operativa di antisemitismo, e Delrio, che ha visto arrivare in parlamento i testi dei colleghi di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia, non ha voluto essere da meno. In occasione del convegno, il dem ha ribadito che lui è “amico di Israele da 40 anni, conosco bene la democrazia israeliana” e “come legislatori non possiamo chiudere gli occhi di fronte alla sofferenza di chi ci è vicino”, che in questo caso non è il genocidio in corso nella Striscia di Gaza ma “l’antisemitismo”: “Dopo il 7 ottobre ci si sarebbe dovuti aspettare un moto di solidarietà, e invece no”. Un sentimento che invece pervade il Pd, visto che sul fronte viaggi per la cooperazione, Delrio ha anticipato il collega Piero Fassino, finito al centro delle polemiche perché volato alla Knesset coi colleghi di maggioranza. L’ex ministro dal canto suo ha ricordato che “di recente – ovvero a maggio, ndr – sono stato in Israele e ho parlato con il ministro degli Esteri, più volte”, Gideon Sa’ar, ministro che ha chiesto di non riconoscere lo stato di Palestina. Oltre che con lui, Delrio ha avuto modo di confrontarsi anche il presidente della Knesset, Amir Ohana, di Likud, il partito nazionalista di destra di cui fa parte anche il presidente Benjamin Natanyah (tra le sue citazioni più celebri: “se desiderate quello che chiamate uno Stato palestinese, costruitelo a Londra, a Parigi, nei vostri Paesi”). Delrio ha riferito che avendo avuto “esperienza di governo, da ex ministro” ho “invitato loro per quanto ho potuto suggerire di cercare solidarietà e azioni comuni”. Adesso sul ddl, ha concluso, spera di poter fare “lavoro comune con la proposta di Gasparri”, che prevede anche specifici programmi di educazione. Se da una parte Delrio assicura che si potrà continuare a criticare Israele, l’approvazione di questo testo apre di fatto a molte più interpretazioni, e c’è chi si sta già preparando sugli slogan delle manifestazioni proPal. Vichi, interpellata dal fattoquotidiano.it, specifica che l’iniziativa Delrio è arrivata indipendentemente dalle loro richieste, ma converge: “Noi riteniamo che “Palestina dal fiume fino al mare” sia antisemita, perché vuol dire che dentro non ci deve essere niente, che lo Stato di Israele non deve esistere, che gli ebrei devono essere sterminati un’altra volta. Quindi questo è un passaggio fondamentale”. L'articolo Delrio e il ddl che equipara antisemitismo e antisionismo. Ecco cosa ha detto quando lo ha presentato alle associazioni Italia-Israele proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Antisemitismo, il ddl Delrio spacca la sinistra. Bonelli: “Colpisce chi critica le azioni di Israele”. Boccia: “Non è la posizione del Pd”
Un disegno di legge per contrastare l’antisemitismo fa esplodere la polemica all’interno del centrosinistra, col capogruppo del Pd al Senato che deve prendere le distanze dal provvedimento, nonostante le undici firme di parlamentari dem. La norma, composta da sei articoli, è stata annunciata il 20 novembre scorso e la scorsa settimana è stata assegnata alla commissione Affari costituzionali del Senato. Porta le firme di Graziano Delrio, Simona Malpezzi, Antonio Nicita, Alessandro Alfieri, Alfredo Bazoli, Pier Ferdinando Casini, Tatiana Roijc, Filippo Sensi, Valeria Valente, Walter Verini e Sandra Zampa. Ill testo della legge, però, per Angelo Bonelli è “sconcertante“. “Se diventasse legge, chi contesta radicalmente i comportamenti dello Stato di Israele verrebbe definito antisemita e quindi sanzionato. La proposta, come altre già in discussione – della Lega, di Maurizio Gasparri e di Ivan Scalfarotto – adotta la definizione di antisemitismo scritta dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), che qualifica come antisemita ogni critica radicale contro Israele”, scrive in una nota uno dei leader di Alleanza verdi sinistra. Secondo Bonelli “l’antisemitismo va certamente perseguito e contrastato, come ogni forma di razzismo ma non si possono colpire e perseguire le opinioni di chi critica Israele, il cui governo ha commesso crimini contro l’umanità e atti di natura genocidaria. Se la proposta dei senatori del Pd diventasse legge, come ha fatto notare l’ex senatore dem Roberto Della Seta in un articolo sul quotidiano Il Manifesto, tanti giornalisti e intellettuali autorevoli – Anna Foa, Gad Lerner, Stefano Levi Della Torre – e anche il sottoscritto verrebbero sanzionati per le opinioni espresse sulla deriva suprematista e criminale dello Stato di Israele, nell’operato del governo attuale guidato da Netanyahu, che ha distrutto Gaza uccidendo oltre 60 mila civili, in maggioranza donne e bambini, e sostenendo le occupazioni violente e criminali dei coloni in Cisgiordania, oltre alle violenze del suo sistema carcerario. Spero che questo disegno di legge venga ritirato”. Una presa di posizione netta, che ha spinto Francesco Boccia a marcare le distanze: “Il gruppo del Pd al Senato non ha presentato alcun disegno di legge in materia di antisemitismo. Il senatore Delrio ha depositato, a titolo personale, il ddl “Disposizioni per la prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo” che non rappresenta la posizione del gruppo né quella del partito”, dice il capogruppo del Pd al Senato. “Consiglierei vivamente di non legiferare su questioni delicatissime”, dichiara pure il deputato Arturo Scotto in un convegno organizzato dai deputati del Pd dove vengono espresse posizioni critiche sul piano Trump. Al suo fianco, il responsabile Esteri Peppe Provenzano parla di “antisemitismo da respingere con forza, ma con un’azione politica coerente”. A margine, preferisce non esplicitare la posizione della segreteria sul ddl. E neppure Elly Schlein entra nel merito. Quella del Pd è solo una delle sei proposte che, tra Camera e Senato, insistono sulla definizione di antisemitismo e sulle strategie di contrasto al fenomeno. Ma è soprattutto la definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto, che si ritrova in tutte e sei le proposte, a scatenare la polemica. I più critici puntano il dito non tanto sulla definizione in sé, di poche righe, ma su alcuni esempi che vengono forniti dall’Alleanza. Tra questi, “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti“, “negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo“, “applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico”. Ma la definizione di antisemitismo non è il solo aspetto del ddl Delrio a non convincere la sinistra del partito e della coalizione. Il provvedimento- spiega sempre Bonelli – “delega il governo Meloni a varare uno o più decreti legislativi ‘in materia di prevenzione, segnalazione, rimozione e sanzione dei contenuti antisemiti diffusi sulle piattaforme online di servizi digitali in lingua italianà. Gli articoli 3 e 4 prevedono che ogni università nomini una sorta di controllore che vigili su eventuali attività interne, anche didattiche, considerate illegittime”. “L’antisemitismo esiste ed è un cancro della società italiana, eviterei di equipararlo con la critica legittima alla deriva antidemocratica di uno Stato”, aggiunge Scotto. A difendere la legge è Delrio, primo firmatario del provvedimento: “La definizione di antisemitismo è usata perché assunta dal Parlamento Europeo nel 2017 e dal governo Conte nel 2020, peraltro non le diamo forza di legge, a differenza degli altri progetti, proprio perché molto discussa sia da chi la giudica debole e da chi la giudica eccessiva”, dice. “Rafforziamo gli strumenti esistenti”, aggiunge Malpezzi. L'articolo Antisemitismo, il ddl Delrio spacca la sinistra. Bonelli: “Colpisce chi critica le azioni di Israele”. Boccia: “Non è la posizione del Pd” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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