Un incendio doloso ha colpito nella notte il quartiere di Golders Green, nel
nord di Londra, dove si trova una delle più grandi comunità ebraiche della
capitale britannica. Quattro ambulanze appartenenti a un’organizzazione di
volontariato per il soccorso sono state date alle fiamme in quello che la
polizia sta trattando come un attacco antisemita. Le esplosioni, avvertite
intorno all’1.40 di notte, hanno svegliato numerosi residenti della zona. Sul
posto sono intervenute sei autopompe e circa 40 vigili del fuoco, che hanno
lavorato per domare il rogo, dichiarato sotto controllo intorno alle 3 del
mattino.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le ambulanze appartenevano
all’organizzazione Hatzola Northwest. Le immagini delle telecamere di
sorveglianza avrebbero ripreso tre persone con il volto coperto mentre si
avvicinano a uno dei mezzi e appiccano l’incendio. La Metropolitan Police
Service ha confermato che l’episodio è trattato come un crimine d’odio a sfondo
antisemita. È stata avviata una caccia all’uomo per identificare e fermare i tre
sospetti.
Sull’accaduto è intervenuto anche il primo ministro britannico Keir Starmer, che
ha condannato duramente l’episodio: “Si tratta di un incendio doloso a sfondo
antisemita profondamente sconvolgente”. “Il mio pensiero va alla comunità
ebraica che si sveglia stamattina con questa orribile notizia. L’antisemitismo
non ha posto nella nostra società. Chiunque abbia informazioni è pregato di
contattare la polizia”. Per motivi di sicurezza, alcuni residenti sono stati
evacuati in via precauzionale durante le operazioni di spegnimento.
L'articolo Ambulanze incendiate a Londra, attacco nella comunità ebraica di
Golders Green. Starmer: “Sconvolgente” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Antisemitismo
di Serena Poli
L’attacco alla sinagoga nella periferia di Detroit è l’ultima deflagrazione di
una polveriera che l’Occidente alimenta da un secolo. L’uomo responsabile ha
perso l’intera famiglia la scorsa settimana in un attacco israeliano in Libano.
Prima di colpire, ha pubblicato le foto della sua famiglia e dei suoi nipotini.
Sui social un commento ricorrente è: “Can you blame him?”, puoi biasimarlo?
Commenti come questo ormai ricorrono spesso.
Sono da stigmatizzare? Sì, senza dubbio. Sono frutto di antisemitismo? Non
sempre, e su questo è necessario che iniziamo a ragionare senza ipocrisie, non
per legittimare l’odio ma perché, per combatterlo, è indispensabile comprendere
ciò che lo alimenta. Quel “can you blame him?” è il fallimento di tutti.
Nell’era della barbarie normalizzata, il dolore non è più un fatto umano. Sotto
i video di Teheran gli islamofobi esultano per la “pioggia nera”; sotto le
immagini delle macerie di Tel Aviv gioiscono altri. Abbiamo smesso di vedere le
vite.
Ma questo mostro che ci abita ha delle cause precise e dobbiamo dircelo
chiaramente: i media hanno creato una gerarchia del dolore. Per mesi, dopo il 7
ottobre, abbiamo conosciuto ogni dettaglio degli ostaggi israeliani: nomi, foto,
sogni, persino abitudini quotidiane. Un’umanizzazione doverosa che, al contempo,
è stata ferocemente negata ai palestinesi. Per loro non ci sono state biografie:
‘solo’ una massa informe di cadaveri sui quali edificare alberghi. La storia di
Hind Rajab è l’unica ad aver squarciato questo velo, ma per decine di migliaia
di altri, il buio dell’anonimato è la seconda morte inflitta dall’Occidente.
Mentre la politica pavidamente si nasconde, iniziano a farsi sentire alcune voci
coraggiose all’interno del mondo ebraico. Un avvocato attivista ebreo americano,
Aaron Regunberg, ha commentato su “X” l’attentato alla sinagoga con parole da
scolpire: “Legare l’onore e la reputazione del nostro popolo al governo canaglia
di uno Stato etnico non ci rende più sicuri. Al contrario, sta rendendo gli
ebrei americani più vulnerabili”.
Ora, mentre l’Occidente vive di cicli elettorali di 4 o 5 anni, la strategia di
Israele è stata portata avanti per decenni, trasversalmente da ogni governo:
hanno costruito la loro intoccabilità usando come scudo retorico la tragedia
dell’Olocausto e contemporaneamente hanno reso i propri apparati indispensabili
per l’Occidente, dalla cyber-sicurezza all’intelligence. La parte più
agghiacciante, oggi, non è l’evidente stato mentale di un singolo leader,
prossimo a un disonorevole tramonto, ma il silenzio degli altri, che sanno di
aver avallato un genocidio, sanno che rischiamo una guerra nucleare, ma sanno
anche che uscire dal coro segnerebbe la fine della propria carriera (basti
ricordare l’assassinio politico di Jeremy Corbyn).
Com’è possibile che in Europa solo Pedro Sánchez abbia avuto la schiena dritta
per fare qualcosa? Non possiamo certo pensare che gli altri leader non
comprendano quanto sia dannoso questo appoggio incondizionato. Perché permettono
che l’economia europea crolli e che gli stati sociali esplodano in nome
dell’imperialismo di Netanyahu? Quali interessi stanno servendo, in evidente
conflitto con ciò che dovrebbero perseguire, ovvero il benessere dei cittadini
dei loro paesi? Sono ricattati?
Queste domande assumono una rilevanza particolare alla luce delle provate
influenze di lobby come AIPAC o ELNET: esiste ormai un’estesa compromissione
delle classi politiche occidentali, portatrici di vulnerabilità che impediscono
di dire No.
Un sempre maggior numero di persone di fede ebraica inizia a dire che il
problema sta nelle politiche scellerate di Israele: perché allora continuare su
questa strada?
L’impunità totale non genera rispetto, ma un odio destinato a montare: quando il
tappo della sopportazione salterà definitivamente (e prima o poi salterà), non
ci saranno delazioni di stato, ddl liberticidi o pretestuose accuse di
antisemitismo ad arginare l’onda d’urto dell’odio su scala mondiale.
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L'articolo Quel ‘can you blame him?’ è il fallimento di tutti. Perché
l’Occidente garantisce impunità a Israele? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nella prime ore di questa mattina, 14 marzo, un ordigno è esploso davanti a una
scuola ebraica ad Amsterdam. Già ieri la polizia aveva arrestato quattro uomini
con l’accusa di aver innescato una esplosione di fronte a una sinagoga di
Rotterdam. È stato il municipio della città a denunciare il vile attacco,
spiegando che l’esplosione è avvenuta contro il muro esterno della scuola, nel
quartiere Buitenveldert della capitale olandese e ha causato solo danni
limitati.
L’attentato è stato presto rivendicato dal Movimento islamico dei Compagni di
destra, Ashab Al Yamim, con un video pubblicato che sembrerebbe riprendere
l’esplosione di un ordigno incendiario, secondo quanto riferito dal Times of
Israel. Il gruppo, di nuova formazione, aveva già rivendicato diversi attacchi
di matrice antisemita in Belgio, Olanda e Grecia. Le indagini delle forze
dell’ordine sono ancora in corso e si stanno concentrando sulle riprese di
videosorveglianza: una persona sarebbe stata ritratta dalle videocamere mentre
faceva esplodere l’ordigno davanti alla scuola.
La sindaca Femke Halsema ha dichiarato con un comunicato che i cittadini ebrei
della capitale olandese provano “paura e rabbia” e che l’antisemitismo sia ormai
un fenomeno in crescita nel paese. “Questo è inaccettabile. Una scuola deve
essere un luogo in cui i bambini possano imparare in sicurezza. Amsterdam deve
essere un luogo in cui gli ebrei possano vivere in sicurezza”, ha affermato. A
commentare la vicenda è stato anche il ministro olandese della Giustizia e della
Sicurezza, David van Weel, che in un post su X ha dichiarato: “Due notti di
fila, un vile attacco con un esplosivo contro un edificio ebraico. Prima a
Rotterdam, ora ad Amsterdam”.
Il riferimento di van Weel è a un altro attentato: nella notte tra il 12 e il 13
marzo, un altro ordigno era esploso all’esterno di una sinagoga a Rotterdam,
causando un incendio e danni all’edificio. In giornata la polizia aveva poi
fermato quattro giovani specificando come “non fosse ancora chiaro se i
sospettati avessero intenzione di far esplodere un ordigno o di incendiare anche
un’altra sinagoga”. La sindaca di Rotterdam, Carola Schouten, aveva dichiarato
che l’attacco aveva causato “molta ansia tra i nostri concittadini ebrei”.
L'articolo Ordigno esploso davanti a una scuola ebraica di Amsterdam. Un
movimento islamico rivendica. Il governo: “Attacco vile” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il 3 marzo il Senato ha approvato il disegno di legge contro l’antisemitismo (in
attesa del via libera definitivo alla Camera) adottando la definizione
dell’Ihra, l’International holocaust remembrance alliance (Alleanza
internazionale per la memoria dell’Olocausto). La formula “descrive
l’antisemitismo come una percezione degli ebrei che può manifestarsi come odio
nei loro confronti, attraverso atti verbali o fisici diretti contro persone,
beni, istituzioni o luoghi di culto ebraici”. Una definizione a maglie larghe
che secondo alcuni potrebbe condurre a restringere il campo della libera
espressione, alimentando i timori di censura.
Esistono 11 criteri definiti dall’Irha e citati dal Rapporto annuale
sull’antisemitismo della Fondazione Cdec (Centro di documentazione ebraica
contemporanea). Il testo – pubblicato il 3 marzo – inserisce nella categoria
degli antisemiti non solo Vauro e Maurizio Crozza, ma anche Francesca Albanese e
Alessandro Di Battista. Tutti e quattro sono accusati di aver espresso commenti
su Israele utilizzando la metafora del nazismo. Nel girone degli antisemiti c’è
anche il comico televisivo Enzo Iacchetti. Accostare Israele al nazismo è un
esempio di antisemitismo secondo la definizione dell’Ihra, per l’esattezza il
punto 10.
GLI 11 CRITERI PER IDENTIFICARE L’ANTISEMITISMO SECONDO LA DEFINIZIONE IHRA
Ecco gli “esempi operativi” della working definition di antisemitismo Ihra:
Punto 1: Incitare, sostenere o giustificare l’uccisione di ebrei o danni contro
gli ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione religiosa
estremista.
Punto 2: Fare insinuazioni mendaci disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate
degli ebrei come individui o del loro potere come collettività – per esempio,
specialmente ma non esclusivamente, il mito del complotto ebraico mondiale o
degli ebrei che controllano i mezzi di comunicazione, l’economia, il governo o
altre istituzioni all’interno di una società.
Punto 3: Accusare gli ebrei come popolo responsabile di reali o immaginari
crimini commessi da un singolo ebreo o un gruppo di ebrei, o persino da azioni
compiute da non ebrei.
Punto 4: Negare il fatto, la portata, i meccanismi (per esempio le camere a gas)
o l’intenzione di genocidio del popolo ebraico per mano della Germania
Nazionalsocialista e dei suoi seguaci e complici durante la Seconda Guerra
Mondiale (l’Olocausto).
Punto 5: Accusare gli ebrei come popolo o Israele come stato di essersi
inventati l’Olocausto o di esagerarne i contenuti.
Punto 6: Accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o a presunte
priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro Nazione.
Punto 7: Negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione, per esempio
sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è un’espressione di razzismo.
Punto 8: Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un
comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico.
Punto 9: Usare simboli e immagini associati all’antisemitismo classico (per
esempio l’accusa del deicidio o della calunnia del sangue) per caratterizzare
Israele o gli israeliani.
Punto 10: Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei
Nazisti.
Punto 11: Considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello
Stato di Israele.
IL GOVERNO NETANYAHU E L’ACCOSTAMENTO AL NAZISMO
I 963 episodi di antisemitismo registrati dal Rapporto sono stati raccolti con
il setaccio della definizione Irha. Attenzione particolare merita il punto 10:
secondo il rapporto, “nel Web la narrativa principale continua ad essere il
paragone tra Israele e la Germania nazista”. A macchiarsi di antisemitismo,
secondo questo criterio, sarebbero Maurizio Crozza, Vauro, Alessandro Di
Battista, Francesca Albanese. Dell’ex pentastellato il rapporto cita due post su
Facebook. Quello del 15 novembre: “Italia serva di Washington e dei sionisti”.
L’altro del 22 agosto 2025: “I sionisti sono peggio dei nazisti”.
Di Battista è descritto come “influencer e polemista ‘antisionista’, i cui
numerosi interventi contro il sionismo, definito ‘cancro del mondo’ e i sionisti
‘bestie di Satana’, riempiono le sale e ottengono centinaia di migliaia di like
sui social”.
Anche Francesca Albanese viene additata come antisemita e accusata di aver usato
il paragone tra Israele e il nazismo: “Non si contano le volte in cui Albanese
ha paragonato lo Stato di Israele ed il sionismo al nazismo hitleriano, la
guerra a Gaza alla Shoah”. Tra i gesti di antisemitismo, il rapporto include una
frase della Relatrice speciale Onu sui territori palestinesi, pronunciata nel
novembre 2022: “Avete il diritto di
resistere”. Secondo la relazione, Albanese avrebbe esortato i gazawi
“partecipando in videoconferenza al summit ‘Sedici anni di assedio a Gaza’, dove
erano presenti i vertici dei gruppi terroristici della Striscia di Gaza”.
Non si salva la satira: “Significativo anche il caso di Maurizio Crozza che da
tempo fa l’imitazione del primo ministro israeliano Netanyahu in veste di nuovo
Adolf Hitler”. Oppure, si cita lo sketch in cui lo showman si traveste da
Netanyahu/Mosè e dice sul palco: “Mosè ha salvato il popolo ebreo dagli egizi,
io lo salverò dai palestinesi”. Secondo il rapporto, la satira di Crozza “ritrae
gli ebrei come uccisori di Cristo. Traendo spunto dal conflitto di Gaza,
afferma: ‘con noi Gesù non c’entra nulla, con noi ha fatto la fine che farà
Flotilla’”. L’altro indizio di antisemitismo, per lo showman, sarebbe la frase
“l’economia mondiale è in mano nostra”: il luogo comune secondo il quale gli
ebrei dominerebbero l’economia e le Nazioni. A Crozza si rimprovera anche “il
sostegno al boicottaggio di Israele, l’accusa di ‘genocidio’ e di razzismo”.
Oppure la vignetta di Vauro, sempre nell’alveo della satira, pubblicata sul
Fatto Quotidiano del 25 luglio: un bambino palestinese si rivolge al suo
coetaneo immaginario, ebreo nel lager nazista: “dicono che la mia (fame) non è
uguale alla tua”. L’Osservatorio sull’Antisemitismo giudica la vignetta secondo
il parametro della verità, e conclude così il suo giudizio: “Il riferimento
voluto da Vauro, tra le righe, è rivolto al rifiuto di considerare la parola
genocidio per descrivere la tragedia che si sta vivendo a Gaza. In questo senso,
l’intera vignetta è un prodotto di ‘distorsione’ della Shoah, poiché equipara
impropriamente le condizioni del bambino palestinese a quelle del bambino ebreo
deportato dai nazisti”.
Tutti casi di antisemitismo, secondo il rapporto, anche se non troppo gravi: in
una scala da 1 a 5 siamo al secondo livello. Ma anche intellettuali filo
israeliani hanno azzardato un parallelo tra la politica di Netanyahu e il
nazismo. Ad esempio il direttore della rivista Il Mulino Paolo Pombeni, con cui
collabora Sergio Della Pergola, fervente sostenitore della guerra di Israele e
firmatario di un contributo per il rapporto sull’antisemitismo. Sul Mulino,
Della Pergola aveva definito lo sterminio dei civili a Gaza un “danno
collaterale” sollevando la rivolta di 22 soci. Per placare gli animi, Pombeni ha
firmato un articolo esprimendo la sua ostilità alla politica di Netanyahu
accostandola al millenarismo, perfino nazista: “Si tratta sempre più della folle
illusione di risolvere per sempre la questione palestinese cancellandola: una
“soluzione finale” che rimetterebbe a posto tutta la questione”.
Un’impostazione, secondo il direttore de Il Mulino, “insensata, così come lo
sono tutte le operazioni millenaristiche che abbiamo conosciuto e che di questi
tempi tendono a tornare (dopo il Reich millenario e i colli fatali dell’impero
romano, abbiamo il neo imperialismo di Putin e di tutti gli altri)”.
IL RUOLO DI COMICI, INFLUENCER E OSPITI TV: ENZO IACCHETTI A CARTA BIANCA
Il rapporto sull’antisemitismo si dilunga sulla satira come un sintomo “della
popolarità e dell’accettazione dell’antisemitismo in veste di antisionismo”.
Infatti “influencer e comici (i cui video ottengono centinaia di migliaia di
visualizzazioni) usano lo strumento dei pregiudizi contro gli ebrei per
suscitare il riso del pubblico”.
Il caso “più eclatante”, per gli ospiti sul piccolo schermo, sarebbe quello di
Enzo Iacchetti e dei suoi commenti sullo sterminio di Gaza espressi durante la
trasmissione televisiva Carta Bianca, condotta da Bianca Berlinguer. Ecco i
virgolettati incriminati: “l’antisemitismo lo fanno loro nei confronti degli
ebrei veri…il sionismo controlla tutto il mondo…le banche svizzere sono
controllate dai sionisti ebrei”. Il rapporto cita anche la lite con Mizrahi
(esponente della Comunità ebraica milanese) del 16 settembre 2025. Il noto botta
e risposta sulle vittime civili a Gaza, inclusi i minori, con Mizrahi che
chiedeva a Iacchetti: “definisci bambino”. “Dopo queste polemiche contro gli
ebrei – si legge nel rapporto – il comico è stato spesso ospite di altre
trasmissioni ed eventi in qualità di ‘esperto’ di Israele”.
IL DISEGNO DI LEGGE SULL’ANTISEMITISMO E IL PD DIVISO
Il 3 marzo il testo lungamente negoziato è passato al Senato. Dal testo sono
state eliminate le sanzioni penali e il divieto di autorizzare manifestazioni
che potrebbero ospitare slogan riconducibili alla definizione Irha. Dunque,
cassate le parti più controverse, quelle che alimentavano dubbi sulle garanzie
per la libertà d’espressione. Il disegno di legge istituisce la figura del
Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, nominato dalla
Presidenza del Consiglio. A supporto, potrà contare su un comitato di esperti
riuniti in un tavolo tecnico. Ne faranno parte rappresentanti di Chigi e dei
ministeri, ma anche delle associazioni ebraiche.
La novità più rilevante è l’adozione della definizione Irha, che ha contribuito
a dilaniare il Partito democratico. Su 27 senatori dem presenti a Palazzo
madama, 21 si sono astenuti e 6 hanno votato a favore, con le destre. Il Sì è
arrivato dai riformisti, trainati da Graziano Delrio. Su X non ha risparmiato
critiche Roberto Della Seta, ex senatore democratico: “Separare la lotta
all’#antisemitismo da quella al razzismo, contrabbandare x odio antiebraico la
solidarietà con #Gaza: questi gli obiettivi della destra con la legge votata
oggi. Bene che #Pd e centrosinistra non siano stati a questo gioco sporco,
desolante il sì di Delrio e co.”. Gli ha risposto la senatrice Sandra Zampa, che
in Aula ha votato sì al ddl: “Desolanti le tue parole”.
L'articolo Ddl antisemitismo, passa la definizione sulla “percezione degli
ebrei”: gli 11 criteri stabiliti i timori per la libertà d’espressione proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Primo via libera dell’aula del Senato al ddl sul contrasto all’antisemitismo,
approvato con 105 sì, 24 no e 21 astensioni. Il provvedimento, sostenuto in modo
compatto dal centrodestra, da Italia viva e da Azione, ha spaccato il Partito
democratico: la linea del gruppo era per l’astensione, ma sei senatori dell’area
“riformista” hanno votato a favore, tra cui Graziano Delrio, che sul tema aveva
presentato una sua proposta di legge non condivisa dai vertici del partito.
Oltre all’ex ministro, hanno votato sì Alfredo Bazoli, Pier Ferdinando Casini,
Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa. La senatrice Tatjana Rojc, invece,
non ha partecipato al voto pur essendo in Aula.
Il punto più controverso è la definizione di antisemitismo adottata dal disegno
di legge, che corrisponde a quella dell’Ihra, l’Organizzazione internazionale
per il ricordo dell’Olocausto. La definizione comprende una serie di
“indicatori” delle azioni antisemite, contestate dalle associazioni pro-Pal e
dalla maggior parte del centrosinistra, che li ritengono generici e ambigui.
Nell’esame in commissione il testo base – firmato dal leghista Massimiliano
Romeo – sono stati accolti emendamenti di maggioranza e opposizione che hanno
cancellato due aspetti molto criticati, ossia il divieto di manifestazioni e le
norme penali.
“Alcuni senatori del Pd voteranno il provvedimento non per dissenso con il
gruppo, ma perché questo provvedimento rompe un silenzio della cultura
democratica, una timidezza del Paese che non ha discusso abbastanza di una
emergenza e di un problema”, ha detto Delrio in dichiarazione di voto.
“Riteniamo sia meglio fare un piccolo passo in avanti e per questo, per quella
assunzione di responsabilità chiesta da personalità come Segre e Ottolenghi,
crediamo sia giusto dare fiducia a un testo che dà speranza alle persone
giovani, ai ragazzi, che possono dire che il Parlamento è al loro fianco per
combattere questa piaga”,
L'articolo Antisemitismo, il Senato approva il ddl. Il Pd si spacca: sei
“riformisti” votano Sì contro la linea del gruppo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Parere contrario su alcuni emendamenti, anche della maggioranza. Perché non
rispettavano il principio della cosiddetta “invarianza finanziaria“, cioè
rischiavano di generare nuovi oneri per le casse dello Stato. Così martedì
pomeriggio, in commissione Bilancio al Senato, il ministero dell’Economia
guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti ha fatto riscrivere alcune norme del
disegno di legge sul contrasto all’antisemitismo che mercoledì sarà approvato in
prima lettura dall’aula di Palazzo Madama. L’intervento del Tesoro ha provocato
lo scontro non solo con le opposizioni, ma anche con i partiti della maggioranza
che non hanno apprezzato le correzioni di Giorgetti.
Stiamo parlando del ddl che fa discutere i partiti da settimane: è frutto
dell’accordo tra partiti di maggioranza e una parte dell’opposizione, provocando
una spaccatura nel Pd che non ha ancora deciso come votare. La norma – con cui
l’Italia aderisce alla definizione dell’Alleanza internazionale per il ricordo
dell’Olocausto (Ihra) e con cui si punta a punire le azioni antisemite – è stata
spinta dalla senatrice a vita Liliana Segre e dal presidente del Senato Ignazio
La Russa.
Dopo l’approvazione del testo in commissione Affari Costituzionali mancava solo
il parere della commissione Bilancio perché il disegno di legge potesse essere
approvato in Aula. Nei giorni scorsi proprio il ministero dell’Economia aveva
fatto inserire nel testo un articolo – il numero 5 – di invarianza finanziaria
per tutto il provvedimento. Ma nonostante questo, maggioranza e opposizione,
durante l’iter parlamentare, avevano fatto approvare alcuni emendamenti che
secondo il Tesoro rischiavano di provocare un aumento di spesa per lo Stato. In
particolare due norme che sono state “bocciate” del ministero dell’Economia: una
di Alleanza Verdi e Sinistra con cui si introducevano “iniziative di studio e
confronto culturale sul fenomeno dell’antisemitismo e sulle sue diverse matrici
storiche e contemporanee” e una di Fratelli d’Italia che istituiva un
riconoscimento pubblico “per valorizzare e promuovere l’azione di figure
storiche o di personalità contemporanee che abbiano posto in essere azioni o
iniziative meritevoli nell’ottica del contrasto dell’antisemitismo”. Parere
contrario della sottosegretaria all’Economia Sandra Savino secondo cui non erano
indicate le coperture economiche sia per gli esperti che avrebbero dovuto
“studiare” il fenomeno, sia per i fondi per il premio.
Il Tesoro, inoltre, ha imposto correzioni anche su un’altra decina di
emendamenti, specificando che tutte le norme sul monitoraggio e lo studio del
fenomeno dell’antisemitismo devono rispettare l’articolo 81 della Costituzione
(quello del pareggio di Bilancio) e che i fondi da spendere per la strategia
nazionale sull’antisemitismo devono venir presi dal bilancio della presidenza
del Consiglio con apposita voce o da voci già esistenti.
Correzioni e bocciature che hanno fatto infuriare diversi esponenti della
maggioranza. La senatrice della Lega Daisy Pirovano in commissione ha espresso
“forti perplessità” sulle richieste del ministero dell’Economia che “sembrano
esulare dai profili finanziari”. Il capogruppo di Forza Italia Maurizio Gasparri
invece ha proposto di fare modifiche in Aula, mentre la senatrice di Fratelli
d’Italia Ester Mieli, pur riconoscendo il ruolo al ministero dell’Economia, ha
spiegato di “non comprendere perché vengono fatte proposte di modifica che
appaiono esulare” dall’ambito finanziario. Stesse critiche sono state mosse da
Ivan Scalfarotto (Italia Viva) e da Daniele Manca (Pd). Alla fine, però, le
correzioni sono state accolte e la commissione ha votato parere favorevole a
maggioranza, a patto di cambiare le norme del provvedimento come chiesto dal
ministero dell’Economia.
L'articolo Ddl Antisemitismo, Giorgetti boccia le norme sul monitoraggio:
“Mancano le coperture”. Scontro con la maggioranza proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Insultati e aggrediti perché ebrei. Tutto è avvenuto nella serata di domenica
scorsa quando un gruppo di giovani nordafricani ha circondato due turisti
argentini che indossavano una kippah, copricapo circolare simbolo della
religione ebraica. I due sono stati aggrediti all’uscita da un supermercato in
piazzale Siena, a Milano.
L’aggressione antisemita, riportata da diverse testate milanesi, secondo cui la
notizia è stata diffusa dal presidente della comunità ebraica milanese, Walker
Meghnagi, sarebbe iniziata circa alle 22..30 di domenica scorsa. I due turisti
erano usciti dal punto vendita Carrefour di piazzale Siena, supermercato aperto
24 ore su 24. Dopo poco un gruppo di circa una decina di ragazzi di origine
nordafricana hanno accerchiato i due argentini e hanno iniziato a insultarli
(“ebrei di m…”). Quando una delle due vittime, un 19enne, ha provato a reagire,
e ha preso un pugno in volto da uno degli aggressori. Poi l’intervento di
un’ambulanza del 118 e dei carabinieri del Radiomobile. Gli aggressori erano già
fuggiti.
Le ricerche successive nella zona di via Bartolomeo d’Alviano e viale San
Gimignano, non sono servite a rintracciare i responsabili. Il giovane aggredito
è stato portato all’ospedale San Carlo dal quale è poi stato dimesso con la
diagnosi di una frattura al setto nasale. Le indagini sono iniziate, partendo
dalle riprese delle telecamere della zona che sono state acquisite dagli
investigatori oltre che sulle analisi delle celle telefoniche che coprono le vie
intorno a piazzale Siena. I due turisti sono ripartiti ieri per l’Argentina.
L'articolo Aggressione antisemita a Milano: due turisti argentini aggrediti
perché indossavano la kippah proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Le posizioni di Francesca Albanese nel suo ruolo di relatrice speciale dell’Onu
non rispecchiano quelle del governo italiano. I suoi comportamenti, le sue
affermazioni e iniziative non sono adeguate all’incarico che ricopre all’interno
di un organismo di pace e garanzia come le Nazioni Unite”. Dopo una giornata di
dichiarazioni da parte di Parigi e Berlino, si unisce anche il ministro degli
Esteri, Antonio Tajani, al coro di condanna per le parole non dette (basta
ascoltare il video integrale, senza tagli).
Giovedì prima la Francia, poi Germania (oltre a tutta la destra di governo
italiana) hanno attaccato la Relatrice speciale dell’Onu per la Palestina.
Bersaglio per una frase che, semplicemente, non ha mai detto. Il ministro degli
Esteri tedesco, Johann Wadephul, segue l’esempio del suo omologo francese e
chiede le dimissioni della relatrice speciale delle Nazioni Unite: “Rispetto il
sistema delle Nazioni Unite basato sui relatori indipendenti. Tuttavia Albanese
ha rilasciato numerose dichiarazioni inappropriate in passato. Condanno le sue
recenti dichiarazioni su Israele. La sua posizione è insostenibile“, ha scritto
Wadephul su X.
Albanese è stata colpita dalle sanzioni degli Stati Uniti e mercoledì il
francese Jean-Noël Barrot, intervenendo davanti all’Assemblea nazionale, aveva
accusato la giurista di aver fatto “dichiarazioni oltraggiose e colpevoli”
durante il forum di sabato 7 febbraio organizzato da Al-Jazeera e di aver “preso
di mira non il governo israeliano, di cui è lecito criticare la politica, ma
Israele come popolo e come nazione, il che è assolutamente inaccettabile”.
Un’accusa falsa che non trova riscontro nel messaggio-video trasmesso durante
l’incontro e pubblicato su X dalla stessa Albanese. “Il nemico comune
dell’umanità”, ha scritto, “è il sistema che ha permesso il genocidio in
Palestina”. E ieri sera collegata con il cinema Anteo di Milano – dopo la
proiezione di Disunited Nations – la relatrice Onu aveva replicato: “Mi si
accusa di antisemitismo per un video manipolato. Ora il ministro francese chieda
scusa”.
LA DESTRA IN ITALIA CAVALCA LA POLEMICA
In Italia, intanto, i primi a cavalcare la bufala sono stati i leghisti, seguiti
a ruota dal resto della maggioranza. Un gruppo di deputati della Lega ha anche
presentato una risoluzione nella quale chiedono che Albanese “lasci
immediatamente l’incarico” perché una persona con le sue idee “ha ben poco da
dichiararsi super partes e fomenta più che leciti sospetti sul suo
antisemitismo“. Per il presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio
Gasparri è giusta la richiesta di dimissioni “a seguito delle gravissime
dichiarazioni rilasciate”: “Albanese è già nota per posizioni apertamente
faziose e segnate da toni antisemiti. Tale figura continua a screditare non solo
se stessa, ma l’intera istituzione che rappresenta”, ha aggiunto Gasparri.
Diametralmente opposte le dichiarazioni dai partiti di opposizione: “Ho
ascoltato tutto il discorso di Francesca Albanese, due volte: non solo non ho
sentito nemmeno una parola che potesse avere anche solo l’ombra
dell’antisemitismo, ma non ha neanche pronunciato le frasi che le vengono
attribuite”, scrive sui social Nicola Fratoianni di Avs che definisce la
richiesta di dimissioni “assurda e incredibile strumentalizzazione politica”.
Tutto questo è “frutto di una campagna di manipolazione politica costruita dal
gruppo UN Watch, che fa campagne contro l’Onu e che ha realizzato un video su
Albanese tagliato ad arte per attribuirle una frase mai pronunciata”, sottolinea
Angelo Bonelli. Per la vicepresidente del gruppo M5S alla Camera, Carmela
Auriemma, “siamo di fronte all’ennesimo tentativo di screditare chi osa fare ciò
per cui è stata nominata: documentare, denunciare, portare alla luce violazioni
del diritto internazionale e possibili crimini di guerra. Colpire Albanese
significa mandare un messaggio preciso: chi denuncia, chi documenta, chi non si
allinea, verrà isolato e attaccato. È un precedente pericoloso, che riguarda non
solo una persona ma l’autonomia delle istituzioni internazionali e la
credibilità del diritto internazionale stesso”, conclude
L'articolo Anche Tajani attacca Albanese per le parole non dette:
“Comportamenti, affermazioni e iniziative non adeguate all’incarico” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Ora che in commissione Affari costituzionali del Senato è stato votato il testo
base per una legge sull’antisemitismo, conviene chiedersi con franchezza se
l’obiettivo è il contrasto dell’odio antisemita oppure il desiderio di bloccare
la crescente contestazione delle politiche attuate dal governo Netanyahu.
Negli Stati Uniti l’amministrazione Trump, per stroncare le manifestazioni
filopalestinesi nei campus, è arrivata a ricattare finanziariamente alcune delle
più celebri università americane, costringendole persino a cambiare i programmi
nel settore mediorientale.
In Italia, se l’intento fosse di combattere quell’antisemitismo che riemerge
periodicamente dalle fogne della storia occidentale, gli strumenti ci sono già.
Dal 1993 è in vigore la legge Mancino che punisce con la reclusione i gruppi che
incitano alla discriminazione e alla violenza “per motivi razziali, etnici,
nazionali o religiosi”. La legge è chiarissima.
Il testo ora in discussione al Senato, concentrandosi unicamente
sull’antisemitismo, contiene invece aspetti preoccupanti. Il primo consiste
nell’adozione della definizione di antisemitismo decisa dall’Alleanza
internazionale per la memoria dell’Olocausto (Ihra). Un testo contraddistinto da
affermazioni di tipo manipolatorio. E’ impeccabile il paragrafo dove si dice che
l’antisemitismo “è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come
odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono
dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni
comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”.
Altre affermazioni contenute nel testo dell’Ihra sono invece faziose. Si prenda
la frase: “Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo
un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato
democratico”. Che cosa significa? A cosa può portare una tale arbitrarietà di
interpretazioni se non fornire lo “scudo dell’antisemitismo” alle gravi
responsabilità dell’attuale leadership israeliana?
Gli esempi di faziosità nell’uso del termine di antisemitismo sono numerosi.
Nell’anno 2019 il New York Times pubblicò nella sua edizione internazionale una
vignetta del satirico portoghese Antonio Moreira Antunes che raffigurava
l’allora presidente Trump (primo mandato) che si lasciava portare da un cane
guida per ciechi con i tratti del premier israeliano Netanyahu.
Il disegno, che sarebbe stato considerato in qualsiasi parte del mondo un
semplice esempio di satira politica, fu attaccato aggressivamente negli Usa come
antisemita, una tipizzazione dell’ebreo ingannatore. Il New York Times fu
costretto a scusarsi e rescisse il contratto con l’agenzia Cartoon Arts
International.
Con queste premesse il documento dell’Ihra è inaccettabile. Tanto più che il
disegno di legge in esame al Senato prevede all’articolo 3 la possibilità di
vietare una manifestazione dinanzi al “rischio potenziale” che siano utilizzati
“simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita” secondo la
definizione dell’Ihra. Un obbrobrio giuridico, che cancellerebbe il diritto
costituzionale di manifestare in base a eventi ipotetici e comunque elevando il
gesto di singoli a misura della manifestazione nel suo complesso.
La realtà è che oggi non si può prescindere dalla svolta avvenuta in Israele.
Nei due anni della guerra di Gaza il governo israeliano, l’esercito, la massa
elettorale filogovernativa hanno inaugurato consapevolmente una linea politica
macchiatasi di crimini di guerra e contro l’umanità. A Gaza è stata compiuta una
“carneficina” (dixit il segretario di Stato vaticano cardinale Parolin), la più
macabra di questo inizio XXI secolo. Usando inoltre fame e blocco di carburanti
per prostrare oltre i limiti la popolazione civile. Il neonato gazawi di 27
giorni, morto di freddo nel nuovo anno, ne è il simbolo.
Oltre 70mila cadaveri sono il trofeo di una “vittoria” che ha sconvolto per la
sua scientifica brutalità milioni di persone animate per decenni da legami di
simpatia, affetto, amicizia, ammirazione culturale per la generazione Exodus,
che finalmente aveva ripristinato il “focolare ebraico” nelle antiche terre.
Al culmine di questa catastrofe morale, che gli esponenti ebraici più sensibili
hanno battezzato “suicidio di Israele”, il premier Netanyahu – sostenuto da due
pronunciamenti del parlamento – ha proclamato ufficialmente che non ci sarà mai
uno Stato palestinese, stracciando così gli accordi di Oslo e il patto fondativo
internazionale del 1948 che prevedeva due “focolari”: uno per gli ebrei e uno
per i palestinesi. Nella terra in cui sono nati, i palestinesi non avranno
quindi diritto all’autodeterminazione: per loro lo Stato oppressore prevede
unicamente o la sottomissione o l’espulsione.
Nel frattempo proseguono in Cisgiordania da due anni le azioni di terrorismo e
aggressione contro palestinesi e beduini ad opera delle squadracce di coloni
israeliani. In sistematici pogrom anti-arabi i pronipoti dei perseguitati
nell’Europa dell’Ottocento e Novecento hanno già portato alla morte oltre mille
persone: quasi quanto le vittime israeliane del barbaro attacco di Hamas del 7
ottobre.
Che il grande associazionismo ebraico in Occidente volga la testa dall’altra
parte è sconcertante. Non c’è da meravigliarsi allora se orrore, rabbia e
indignazione percorrano le manifestazioni in tante città dell’Occidente.
La via d’uscita? Una pace disarmata e disarmante, direbbe Leone XIV. La nascita
di uno Stato palestinese in coesistenza e cooperazione con lo Stato israeliano.
Ma servirebbe un governo Meloni e una maggioranza Ue con il coraggio di agire.
L'articolo Legge sull’antisemitismo? In Italia gli strumenti ci sono già. O
l’intento è bloccare le proteste? proviene da Il Fatto Quotidiano.
A 24 ore dalla Giornata della Memoria e a poche ore dall’inizio della
discussione in Commissione Affari costituzionali del Senato del disegno di legge
Romeo sull’antisemitismo, diverse associazioni, attivisti, studenti che in
questi ultimi mesi hanno riempito le città italiane in favore della Palestina,
sono scesi di nuovo in piazza a Roma, per protestare contro il Ddl che, dicono,
ha come obiettivo quello di “equiparare l’antisemitismo all’antisionismo”
“Abbiamo esposto alcune delle immagini dei bambini uccisi in questi due anni a
Gaza – racconta Maya Issa, presidente del Movimento degli studenti palestinesi
in Italia – è giusto ricordare la Shoa, ma non si può celebrare il Giorno della
Memoria da un lato e dall’altro negare il genocidio del popolo palestinese. La
memoria non può essere selettiva.”
Il disegno di legge scelto come testo base tra i 7 presentati, è quello del
capogruppo della Lega Massimiliano Romeo, che adotta integralmente la
definizione di antisemitismo di IHRA (International Holocaust Remembrance
Alliance), contestata da centinaia di studiosi, tra cui Anna Foa e Carlo
Ginzburg, per il rischio di censura alle critiche contro lo Stato di
Israele.”Questo disegno di legge non va bene perché è contro la Costituzione –
dichiara Giovanni Russo Spena di Giuristi Democratici – nell’articolo 3 si dice
che qualunque manifestazione in cui si potrebbero esprimere delle parole di
antisemitismo devono essere vietate. Si capisce che è una forma di
rastrellamento preventivo, una vendetta nei confronti di chi è sceso in piazza
per la Palestina.” Al presidio era presente anche Tony La Piccirella, attivista
che, lo scorso autunno, ha partecipato alla missione via mare della Global Sumud
Flotilla per raggiungere Gaza. “Dobbiamo di nuovo agire – dice – come Global
Sumud Flotilla stiamo organizzando due missioni, una via terra e una via mare e
in primavera ripartiremo di nuovo”
L'articolo Antisemitismo, presidio contro il Ddl Romeo: “Incostituzionale. Una
vendetta del Governo per le manifestazioni per la Palestina” proviene da Il
Fatto Quotidiano.