A 24 ore dalla Giornata della Memoria e a poche ore dall’inizio della
discussione in Commissione Affari costituzionali del Senato del disegno di legge
Romeo sull’antisemitismo, diverse associazioni, attivisti, studenti che in
questi ultimi mesi hanno riempito le città italiane in favore della Palestina,
sono scesi di nuovo in piazza a Roma, per protestare contro il Ddl che, dicono,
ha come obiettivo quello di “equiparare l’antisemitismo all’antisionismo”
“Abbiamo esposto alcune delle immagini dei bambini uccisi in questi due anni a
Gaza – racconta Maya Issa, presidente del Movimento degli studenti palestinesi
in Italia – è giusto ricordare la Shoa, ma non si può celebrare il Giorno della
Memoria da un lato e dall’altro negare il genocidio del popolo palestinese. La
memoria non può essere selettiva.”
Il disegno di legge scelto come testo base tra i 7 presentati, è quello del
capogruppo della Lega Massimiliano Romeo, che adotta integralmente la
definizione di antisemitismo di IHRA (International Holocaust Remembrance
Alliance), contestata da centinaia di studiosi, tra cui Anna Foa e Carlo
Ginzburg, per il rischio di censura alle critiche contro lo Stato di
Israele.”Questo disegno di legge non va bene perché è contro la Costituzione –
dichiara Giovanni Russo Spena di Giuristi Democratici – nell’articolo 3 si dice
che qualunque manifestazione in cui si potrebbero esprimere delle parole di
antisemitismo devono essere vietate. Si capisce che è una forma di
rastrellamento preventivo, una vendetta nei confronti di chi è sceso in piazza
per la Palestina.” Al presidio era presente anche Tony La Piccirella, attivista
che, lo scorso autunno, ha partecipato alla missione via mare della Global Sumud
Flotilla per raggiungere Gaza. “Dobbiamo di nuovo agire – dice – come Global
Sumud Flotilla stiamo organizzando due missioni, una via terra e una via mare e
in primavera ripartiremo di nuovo”
L'articolo Antisemitismo, presidio contro il Ddl Romeo: “Incostituzionale. Una
vendetta del Governo per le manifestazioni per la Palestina” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Antisemitismo
L’antisemitismo non è ancora scomparso in Germania, lo ha ammesso sgomento il
presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier in un’intervista alla ARD in
occasione della Giornata della Memoria. Però sempre più ebrei americani,
discendenti da profughi tedeschi della Seconda guerra mondiale, richiedono la
cittadinanza della Repubblica Federale Tedesca per sfuggire all’antisemitismo
più forte negli Usa, o anche all’amministrazione Trump.
La doppia cittadinanza offre molti vantaggi, non ultimo serve per studiare o
lavorare più facilmente in Europa. Giselle Ucar è stata presente per il primo
canale della tv pubblica tedesca ad una cerimonia di naturalizzazione svoltasi
al Consolato Generale di New York con 81 neo cittadini tedeschi, tutti
discendenti di perseguitati dal nazismo, dove ha raccolto alcune testimonianze.
Alla base della decisione di Danielle Michelson, 31 anni, c’è l’attuale clima
politico in America, dove secondo l’Fbi, non ci sono mai stati così tanti
attacchi antisemiti come negli ultimi anni. Quasi il 70% dei crimini d’odio
basati sull’affiliazione religiosa nel 2024 ha preso di mira gli ebrei. “È bene
avere una rete di sicurezza”, ha spiegato alla cronista Michelson. Più esplicita
Suzy, un’altra neo-tedesca che la reporter non identifica per cognome: “Non
credo che mio padre, che fuggì dai nazisti, l’avrebbe approvato. Ma mia madre ha
commentato: non poteva sapere che Trump sarebbe diventato presidente e che tutto
questo sarebbe successo”.
La Costituzione tedesca consente la naturalizzazione ai discendenti degli ex
perseguitati del nazismo come “riparazione”, così l’ha colta effettivamente la
settantacinquenne Linda Simon. Aveva fatto domanda circa tre anni fa, finché non
ha ricevuto un’e-mail con la quale la Germania si è scusata ufficialmente per
quello che aveva fatto alla sua famiglia durante il regime nazista; è stato
“come se mi avessero teso la mano”, racconta contenta a Giselle Ucar. I suoi
genitori erano nati in Germania nel 1922 e si conoscevano già da giovani quando
le loro strade si separarono: la madre emigrò con l’ultimo trasporto per bambini
in Inghilterra, il padre, grazie ad un cugino, approdò in America; ma quando si
rincontrarono nel Bronx si sposarono subito.
Eugene Drucker, che ha 73 anni, si è invece esibito spesso in Germania come
musicista d’orchestra e dichiara alla reporter della ARD che trova unica la
cultura tedesca della memoria e il modo in cui affronta la Shoah: “È molto
commovente che il Paese da cui mio padre è dovuto fuggire, ora accolga
apertamente i suoi discendenti. Ufficialmente è un Paese molto più aperto del
nostro attualmente. È una grande ironia”.
Le richieste di cittadinanza erano diminuite durante la presidenza Biden, ma
potrebbe anche essere stato per il Covid, per certo sono aumentate con Trump,
indica la ARD. Nel 2025, il Consolato Generale tedesco ha ricevuto 1.771 domande
di “restituzione della cittadinanza”. A titolo di confronto, nel 2023 erano
state 894 e l’anno precedente 734.
L’attuale impennata di domande di ristoro della cittadinanza potrebbe essere
tuttavia dovuta anche alla modernizzazione della legge tedesca sulla
cittadinanza (StARModG) entrata in vigore il 27 giugno 2024 che ammette il
doppio passaporto senza bisogno di autorizzazione; i nuovi cittadini tedeschi
per viaggiare in Germania hanno però bisogno di un documento d’identità tedesco
e devono farne domanda. Anche se negli USA in effetti esisterebbe un disegno di
legge sulla doppia cittadinanza di senso opposto, l’Exclusive Citizenship Act
del 2025 presentato dal senatore Bernie Moreno dell’Ohio, che vieterebbe la
doppia cittadinanza ai cittadini statunitensi, contraddicendo una prassi
costituzionale più che cinquantennale è da escludere entri in vigore.
Anche l’ottantasettenne Tova Friedman, sopravvissuta ad Auschwitz-Birkenau dove
fu deportata e tatuata con un numero ad appena cinque anni, che oggi ha parlato
al Bundestag, teme l’odio contro gli ebrei che sta di nuovo crescendo. Ha
menzionato che suo nipote in America non osa uscire in pubblico indossando la
catenina con una stella di Davide al collo. Friedman ha citato innanzi alle più
alte cariche dello Stato tedesco il defunto rabbino e filosofo britannico
Jonathan Sacks: “Per difendere un Paese, serve un esercito. Per difendere la
civiltà, serve l’istruzione”.
A questo riguardo Christoph Mestmacher riportandone l’intervento per la ARD si è
chiesto sarcasticamente cosa possa averne pensato Alexander Gauland (AfD) che
nel 2018 aveva relativizzato il nazismo affermando “Hitler e i nazisti sono solo
la deiezione di un uccellino negli oltre 1000 anni di storia di successo della
Germania”. Il partito blu nel sondaggio Forsa diffuso il 27 gennaio è d’altronde
dato al 24% tallonando la CDU al 26%; in quello Insa diffuso in pari data
addirittura al 26% avanti la CDU al 25%.
L'articolo “In fuga dall’America di Trump sempre più antisemita”: tornano in
Germania i discendenti dei perseguitati dal nazismo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Sono antipatici“, “esagerano a ricordare le stragi naziste”, “dovrebbero essere
espulsi dall’Italia”. Queste frasi riferite agli ebrei, a 81 anni dall’apertura
dei cancelli del campo di sterminio di Auschwitz, resistono nella testa e nelle
dichiarazioni di minoranze non esigue di italiani. A indagare la questione sono
due istituti di sondaggio, Youtrend e Eumetra. Nel primo caso il quesito è uno
solo: “L’Olocausto degli ebrei nella Germania nazista è stato ampiamente
esagerato”? Il 14 per cento è d’accordo con questa affermazione, sia pure divisi
tra chi la definisce una frase “sicuramente vera” e chi pensa sia “probabilmente
vera”.
> #GiornodellaMemoria: secondo un sondaggio nazionale di Youtrend, il 14% degli
> italiani ritiene sicuramente o probabilmente vera l’affermazione “L’Olocausto
> degli ebrei nella Germania nazista è stato ampiamente esagerato”.
> pic.twitter.com/Dyd6Loig7x
>
> — Youtrend (@you_trend) January 27, 2026
L’istituto Eumetra, invece, sonda l’atteggiamento di simpatia, antipatia o
indifferenza verso gli ebrei. A considerare “molto” o “abbastanza” antipatici
gli ebrei è il 17% dell’elettorato, quindi quasi un italiano su cinque.
Un’ostilità che risulta maggiore tra i maschi (23%) rispetto alle femmine (11%)
e che si accentua tra i giovani sotto i 35 anni, raggiungendo il 20%.
L’antipatia per gli ebrei si rileva in misura maggiore tra gli elettori di
Fratelli d’Italia (21,4%) e tra quelli del Movimento 5 Stelle, dove supera un
quarto dei votanti. Alla domanda “gli ebrei in Italia esagerano a ricordare le
stragi naziste?” si dichiara d’accordo il 27% degli intervistati e, in
particolare, il 32% tra i più giovani. Quasi metà degli intervista, il 47,8%,
ritiene che “gli ebrei che abitano nel nostro Paese pensano prima a Israele che
all’Italia“, convinzione particolarmente diffusa tra gli elettori della Lega (il
67,4%). Infine c’è addirittura si dice d’accordo all’affermazione “bisognerebbe
espellere tutti gli ebrei dall’Italia”: lo pensa più del 14% degli intervistati,
una minoranza ma non certo esigua.
L'articolo I sondaggi choc: il 14% degli italiani vorrebbe “espellere gli ebrei”
e ritiene che l’Olocausto “è stato esagerato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le invettive antisemite, le dichiarazioni pro Hitler e l’adozione della svastica
sono solo il frutto di un disturbo bipolare. Lo giura Kanye West che ha tenuto a
specificare, con un messaggio condiviso sul Wall Street Journal, ieri lunedì 27
gennaio, di aver “perso il contatto con la realtà. Mi pento e sono profondamente
mortificato per le mie azioni in quei momenti e mi impegno a rendermi
responsabile, a ricevere cure e a cambiare in modo significativo. Questo, però,
non giustifica ciò che ho fatto. Non sono un nazista o un antisemita. Amo il
popolo ebraico”.
Il rapper e produttore statunitense riconosce le proprie responsabilità e
racconta di aver intrapreso un percorso di cura per il disturbo bipolare. Nel
testo, l’artista attribuisce le sue azioni a un “episodio maniacale di quattro
mesi”, avvenuto all’inizio del 2025, caratterizzato da comportamenti “psicotici,
paranoici e impulsivi” che avrebbero “distrutto la sua vita”. “Ci sono stati
momenti in cui non volevo più essere qui”, ammette l’artista, parlando di un
crollo personale culminato in quello che definisce il “punto più basso” della
sua esistenza.
Kanye West affronta esplicitamente il tema delle sue esternazioni antisemite,
delle dichiarazioni filonaziste e dell’uso della svastica, episodi che avevano
portato alla rottura con sponsor, partner commerciali e larga parte
dell’opinione pubblica. “Ho perso il contatto con la realtà”, scrive,
aggiungendo di essere “profondamente mortificato” per quanto accaduto. “Non sono
un nazista né un antisemita. Amo il popolo ebraico”, afferma, sottolineando che
la malattia non giustifica le sue azioni, ma spiega il contesto in cui sono
maturate.
West aveva pubblicato la canzone “Heil Hitler” lo scorso 8 maggio, in occasione
dell’80esimo anniversario della sconfitta della Germania nazista durante la
Seconda guerra mondiale. Bandito dalle principali piattaforme di streaming – ma
facilmente reperibile su internet – il brano è costato al suo autore anche
l’annullamento di un visto per l’Australia.
Le scuse arrivano alla vigilia dell’uscita del nuovo album “Bully” in uscita il
30 gennaio e rappresentano il tentativo più articolato finora di prendere le
distanze dalle provocazioni che avevano segnato la sua recente produzione
artistica e mediatica, inclusi brani e merchandising a sfondo nazista.
“Non chiedo compassione né scorciatoie”, conclude Ye. “Chiedo solo pazienza e
comprensione mentre cerco di ritrovare la strada di casa”.
L'articolo “Le invettive antisemite, le dichiarazioni pro Hitler e l’adozione
della svastica? Non sono un nazista. Amo gli ebrei. Ho un disturbo bipolare”: le
scuse di Kanye West proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giovedì mattina alle 9.30 il gruppo del Pd in Senato si riunirà per certificare
quello che è ormai evidente da settimane: la spaccatura sull’antisemitismo.
Andrea Giorgis presenterà il disegno di legge per contrastare ogni forma di
odio, con particolare accentuazione dell’antisemitismo. E parte del gruppo si
prepara a non firmarlo. A partire da Graziano Delrio, che ha presentato a
dicembre un proprio testo, sconfessato dal Nazareno, ma che lo stesso senatore
si è rifiutato di ritirare. Nel testo di Giorgis, che sarebbe dovuto arrivare
settimane fa, si adotta la definizione di Gerusalemme, secondo la quale
“l’antisemitismo è discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli
ebrei in quanto ebrei (o contro istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)”.
Mentre nel testo Delrio si adotta quella dell’Ihra, secondo la quale
“l’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come
odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono
dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni
comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”. Una definizione che
impedisce anche la critica al governo israeliano e a Netanyahu. Dunque, giovedì
mattina i senatori dem si confronteranno soprattutto su questo punto. Delrio
ufficialmente non si esprime, ma ai colleghi di partito sta dicendo che non
firmerà. Perché non condivide la scelta della definizione di Gerusalemme. E
perché quella di Giorgis è un’operazione tardiva. Da scommettere che come lui
faranno altri tra quelli che avevano sottoscritto il suo testo. A partire da
Filippo Sensi e Simona Malpezzi. Alessandro Alfieri e Alfredo Bazoli, invece,
potrebbero sottoscriverlo. Nella minoranza dem cresce il malumore, anche perché
“non siamo stati consultati”, dicono.
Comunque vada, la cosa non avrà alcun effetto sul testo finale che uscirà da
Palazzo Madama. È stata rinviata al 27 gennaio, ‘Giorno della memoria”,
l’adozione di un testo base in commissione Affari costituzionali al Senato. In
attesa di quello Pd sono al momento 7 i testi all’esame della commissione: ai
quattro già depositati di Massimiliano Romeo (Lega), Maurizio Gasparri (FI),
Ivan Scalfarotto (Iv) e Delrio (Pd) si sono aggiunti oggi quelli di FdI, M5s e
Noi moderati. Il presidente della commissione Alberto Balboni (FdI) ha messo ai
voti le due opzioni possibili per andare avanti con i lavori, se procedere,
cioè, con l’adozione di un testo base o se dare vita a un Comitato ristretto per
l’elaborazione di un testo unificato. Approvata la prima opzione con i voti
favorevoli del centrodestra e di Iv e quelli contrari di Pd, M5s e Avs. Si
partirà dal ddl Romeo (praticamente identico a quello Scalfarotto).
L'articolo Pd spaccato sull’antisemitismo: il disegno di legge di Giorgis non
troverà unanimità nel gruppo proviene da Il Fatto Quotidiano.
In Commissione Affari costituzionali i ddl sull’antisemitismo sono diventati
cinque. Ieri se n’è aggiunto uno di Noi Moderati, con Mariastella Gelmini. In
arrivo anche uno del Movimento M5S (testo a prima firma di Alessandra Maiorino).
Si vanno ad aggiungere agli altri 4 presenti: quello a titolo personale del dem
Graziano Delrio, quelli di FI a firma Maurizio Gasparri, di Iv a firma Ivan
Scalfarotto e quello della Lega a firma Massimiliano Romeo.
LA AUDIZIONI E LE DIFFICOLTÀ DEL PD
Il Nazareno ha preso le distanze dal disegno di legge di Delrio, ma
dell’annunciatissimo testo del Pd al quale sta lavorando Andrea Giorgis, ancora
non c’è traccia. Segno evidente del fatto che il Pd è in difficoltà e che
arrivare a un punto di mediazione sul tema non è affatto facile. In un primo
momento si era parlato di un testo che tenesse insieme non solo l’antisemitismo,
ma l’odio in generale. Si era ventilata un’assemblea dei parlamentari dem la
settimana scorsa per discuterne, ma poi non si è fatta. Meglio prendere tempo ed
evitare ulteriori spaccature sul tema.
Ieri, intanto, c’è stata un’altra mattinata di audizioni in Commissione. Doveva
essere l’ultima tornata ma Peppe De Cristofaro, capogruppo di Avs, è pronto a
chiedere di sentire altri esperti. A intervenire, tra gli altri, Noemi Di Segni,
presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche e David Meghnagi, storico della
Shoah. La maggioranza degli esperti, chiamati dal centrodestra, si è espressa a
favore della definizione dell’antisemitismo dell’Ihra (Alleanza Internazionale
per la memoria dell’Olocausto), che recita così: “L’antisemitismo è una certa
percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei.
Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o
i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed
edifici utilizzati per il culto”. La base per dire che non si può criticare
neanche Netanyahu e il governo israeliano.
LA DEFINIZIONE IHRA E I PERICOLI PER LA LIBERTÀ D’ESPRESSIONE
A chiedere che la definizione Ihra sia adottata ufficialmente in Italia è il
testo di Delrio, motivo per il quale molti dem sono insorti. Ma Gasparri va
ancora più in là e prevede anche delle sanzioni penali per chi viola tale
definizione. Ieri durante le audizioni a portare opinioni opposte sono stati
Scalfarotto e De Cristofaro. “Il sionismo è un sogno bellissimo”, ha detto il
senatore di Iv, a commento di quanto ascoltato. Mentre De Cristoforo, nelle sue
domande ha evidenziato un punto: “Perché si può dire di Putin che è nazista e
non di Netanyahu?”. Perché poi il suo ragionamento punta a chiarire che non si
possono equiparare antisemitismo a antisionismo.
La Commissione è stata riconvocata la prossima settimana: bisognerà capire se
verrà adottato un testo base o si farà un comitato ristretto. Con ogni
probabilità, se si opta per la prima soluzione, si partirà dal testo Gasparri. E
il centrodestra ha i voti per rendere perseguibile penalmente la critica al
governo di Israele.
L'articolo Vietato criticare il governo di Israele: per il ddl antisemitismo i
testi depositati salgono a 5. Caos Pd dopo la spaccatura su Delrio proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Il primo ministro australiano Anthony Albanese ha annunciato di aver ordinato
una revisione della polizia e dei servizi segreti. Il governo valuterà se le
forze di sicurezza dispongano dei poteri e delle strutture adeguati “per
garantire la sicurezza degli australiani dopo il terribile attacco terroristico
antisemita a Bondi Beach”.
In un messaggio pubblicato su X, Albanese ha ricordato che, a una settimana
dall’attacco, il Paese avrebbe osservato un minuto di silenzio e acceso una
candela in memoria delle vittime. Il premier ha sottolineato il profondo dolore
della comunità ebraica e lo shock ancora diffuso in tutto il Paese, invitando
gli australiani a unirsi nel ricordo delle vittime e nel sostegno alle famiglie
in lutto, ribadendo l’impegno a combattere l’antisemitismo in ogni sua forma.
Sono state 15 le vittime del massacro compiuto da due uomini contro i
partecipanti a una celebrazione ebraica a Bondi Beach, l’iconica spiaggia di
Sydney. Il Paese si è fermato esattamente una settimana dopo le prime notizie
della sparatoria, avvenuta alle 18:47 ora locale di domenica 14 dicembre.
Le autorità federali e dello Stato del New South Wales hanno dichiarato la
giornata di domenica Giorno nazionale di riflessione. In serata, alle 18:47,
sono state accese candele in tutto il Paese per commemorare il momento in cui
una settimana prima erano stati esplosi i primi colpi. Al Bondi Pavilion, sul
lungomare, leader indigeni hanno tenuto una cerimonia tradizionale del fumo,
mentre un memoriale spontaneo, cresciuto nel corso dei giorni con fiori e
messaggi, sarà rimosso lunedì.
Secondo quanto riferito dalle autorità sanitarie, 13 dei feriti sono ancora
ricoverati negli ospedali di Sydney. Tra loro figura Naveed Akram, 24 anni,
indicato come uno degli attentatori, ferito dalla polizia e accusato di 15 capi
d’imputazione per omicidio e 40 per lesioni con intento di uccidere. Il padre,
Sajid Akram, 50 anni, è stato ucciso dalla polizia sul posto.
Edifici governativi espongono bandiere a mezz’asta e sono illuminati di giallo
in segno di solidarietà con la comunità ebraica. Le emittenti televisive e
radiofoniche sono state invitate a osservare un minuto di silenzio. Rabbini e
rappresentanti della comunità ebraica hanno invitato l’intera popolazione a
partecipare alle commemorazioni e all’accensione dell’ultima candela di
Hanukkah, mentre esponenti del Consiglio esecutivo dell’ebraismo australiano
hanno espresso il senso di shock, dolore e frustrazione delle famiglie delle
vittime, chiedendo risposte e cambiamenti di fronte alla crescita
dell’antisemitismo nel Paese.
L'articolo Revisione di polizia e servizi segreti dopo l’attentato antisemita a
Bondi Beach, l’annuncio del premier australiano proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Luca Grandicelli
Nel dibattito italiano delle ultime settimane è spesso sembrato che la proposta
di legge del Senatore Graziano Delrio sia piovuta dal cielo in un cortile ben
recintato da un folto gruppo di riformisti del Partito Democratico. Molti
infatti hanno sostenuto la tesi per la quale tale ddl sia mezzo propedeutico a
predisporre un piano di convergenza concettuale tra antisemitismo e
antisionismo, sebbene il punto non sia assolutamente accademico, quanto
piuttosto politico: nessuno sembra infatti voler constatare il rischio concreto
che la nostra democrazia si doti di uno strumento capace di comprimere le
libertà fondamentali nel nome della lotta all’antisemitismo. Un rischio,
peraltro, già verificatosi altrove, documentato e misurabile, che oggi torna a
bussare alla porta del Parlamento forte della necessità, agitata da molti
settori politici e mediatici, di porre un rimedio al sempre più crescente
sentimento anti-israeliano che sta attraversando l’Italia.
In questo quadro, l’idea alla base del ddl è semplice quanto pericolosa:
recepire integralmente nel sistema normativo italiano la definizione di
antisemitismo dell’Ihra, delegando il governo a varare uno o più decreti
legislativi per conferire alle autorità, in particolare all’Agcom, poteri
straordinari di censura preventiva, rimuovendo i contenuti online incriminati
entro 48 ore, istituendo forme di monitoraggio nelle scuole e nelle università e
introducendo meccanismi di controllo che incidono direttamente sul diritto di
espressione. Una definizione presentata come tecnica e condivisa, ma in realtà
ampiamente contestata da giuristi, studiosi, organizzazioni per i diritti umani
e istituzioni internazionali.
A dimostrarlo è il lavoro del Centro Europeo di Sostegno Legale (Elsc), che già
il 6 giugno 2023 pubblicò un rapporto basato su 53 casi documentati, tra il 2017
e il 2022, in Germania, Austria e Regno Unito, in cui individui e organizzazioni
vennero accusati di antisemitismo per aver sostenuto i diritti dei palestinesi,
criticato l’occupazione israeliana o il sionismo come ideologia politica. Pur
essendo formalmente non vincolante, la definizione Ihra venne già allora
utilizzata come base para-legislativa, costringendo gli accusati a lunghe difese
legali poi concluse, nella maggior parte dei casi, con l’archiviazione delle
accuse.
I timori espressi nel rapporto trovano ancora oggi fondamento nella fallace
stabilità interpretativa del concetto di antisemitismo, che delinea un perimetro
incerto entro il quale rischiano di finire tutte le critiche rivolte allo Stato
di Israele. E le conseguenze sociali di questo approccio sono già state
ampiamente osservate: molti tra gli accusati hanno di fatto affrontato la
perdita del lavoro o subito gravi danni reputazionali. Per non parlare delle
limitazioni alla libertà accademica fino alla repressione delle manifestazioni
pubbliche. Emblematico il caso di Berlino, dove nel maggio 2022 furono vietate
le commemorazioni della Nakba e della giornalista Shireen Abu Akleh, ritenute
suscettibili di creare un “clima anti-Israele e antisemita”. Un passaggio che
mostrò come si possa scivolare rapidamente dalla lotta all’odio alla
criminalizzazione della memoria e del dissenso politico.
In questo quadro, il ddl Delrio non appare come un incidente isolato, ma come
l’innesto di un dispositivo già sperimentato altrove, che sposta
progressivamente il baricentro dal contrasto dell’odio al controllo del
dissenso, definendo il perimetro del dicibile su Israele e Palestina. Ed è
significativo come questa proposta provenga dall’opposizione, allineandosi di
fatto all’impostazione repressiva già adottata dal governo sul tema, come
dimostra il caso dell’imam di Torino Mohamed Shahin.
Se l’Italia sceglierà la scorciatoia della definizione Ihra elevata a legge,
dovrà assumersi la responsabilità di un futuro in cui manifestare per Gaza o
criticare il sionismo potrà essere considerato un atto sospetto, financo una
minaccia all’ordine pubblico.
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L'articolo Perché il ddl Delrio sull’antisemitismo sposterà il focus dal
contrasto dell’odio al controllo del dissenso proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tempo fa il licenziamento di Gabriele Nunziati per una domanda su Gaza aveva
rinfocolato il dibattito su libertà di parola e antisemitismo. Da qualche
settimana la questione è tornata ancora una volta d’attualità per il disegno di
legge Delrio, che pretende di asserire in sostanza che chi critica Israele è
tout court antisemita. Una china assai discutibile e pericolosa che l’ottimo
Guerra all’antisemitismo?, uscito nel 2024 per Altreconomia e scritto dalla
sociologa Donatella Della Porta, aveva analizzato con riferimento al contesto
tedesco.
Un libro prezioso, che torna ahinoi utile tantopiù dopo le tragiche immagini di
Sydney, sullo sfruttamento di quello che l’autrice – sulla scorta di un saggio
di Stanley Cohen pubblicato nel 1972 – definisce ‘panico morale’, quando –
scrive Cohen – qualcosa viene definito come “una minaccia ai valori e agli
interessi della società”. La natura di queste minacce viene presentata “in modo
stilizzato e stereotipato dai mezzi di comunicazione di massa”, e le barricate
morali che ne conseguono “sono presidiate da editori, vescovi, politici e altri
benpensanti”. I presunti autori di queste minacce vengono bollati come folk
devils (che potremmo tradurre come ‘nemici della società’), devianti che
attentano a un interesse pubblico.
Della Porta spiega come questo interesse pubblico in Germania sia rappresentato
dalla difesa di Israele. Tutto ciò che sembra minacciare Israele, ma soprattutto
tutto ciò che rischia di mettere in questione l’immagine dell’impegno tedesco
contro l’antisemitismo e la difesa dello Stato israeliano deve essere
circoscritto, contrastato, censurato, espunto. Della Porta elenca una serie
notevole di casi in cui intellettuali, scrittori, giornalisti, ricercatori hanno
subito forme di ostracismo, censura, stigmatizzazione da parte dell’opinione
pubblica, ma anche provvedimenti di natura amministrativa volti a impedire che
tenessero conferenze, corsi, lezioni.
Masha Gessen, una parte della cui famiglia fu vittima della Shoah, si è vista
annullare la cerimonia di conferimento del premio Hannah Arendt; Ghassan Hage è
stato licenziato dal Max Planck Institute; a Moshe Zuckerman, figlio di un
sopravvissuto alla Shoah, non è stato permesso di partecipare a un conferenza a
Heilbronn. E si potrebbe continuare. Quello che il libro segnala è l’uso, nel
caso tedesco, del panico morale per non intralciare il processo di guiltwashing,
ovvero di camuffamento degli altri orrori dell’Occidente e della Germania
(responsabile in Namibia del primo genocidio del XX secolo) attraverso
l’elaborazione della colpa per la Shoah, descritta come un evento unico e
irripetibile (vietato parlare di genocidio a Gaza).
Della Porta getta quindi una luce sul concetto di ‘nuovo antisemitismo’,
etichetta che trasforma le critiche a Israele in opinioni razziste fondata
perlopiù sulla working definition dell’International Holocaust Remembrance
Alliance (Ihra). Tale definizione pone un legame troppo stretto tra
antisemitismo e antisionismo, rischiando di sovrapporli. Un esito che le
proposte Gasparri e Delrio reiterano. In Germania (e non solo) l’accusa di
(nuovo) antisemitismo viene rivolta sostanzialmente alla sinistra (e a molti
ebrei critici nei confronti di Israele). L’equazione così risulta:
propal=antisemiti; ma Della Porta segnala che lì la stragrande maggioranza dei
reati a sfondo razzista-antisemita è ufficialmente riconosciuto come proveniente
da destra. Così l’equazione dovrebbe essere: pro-Israele=antisemiti.
Non inganni la saldatura solo apparentemente paradossale tra estrema destra e
filosemitismo: essa infatti si struttura attorno alla comune lotta contro la
‘barbarie islamista’. Per AfD “la civiltà giudeo-cristiana è chiamata a
mobilitarsi in una crociata contro l’Islam”. Si tratta dello stesso meccanismo
all’opera in Italia, dove la destra cerca di bonificare il passato fascista – e
spesso il presente neofascista – con la difesa di Israele, tentando di scaricare
l’antisemitismo sulla sinistra. Anche qui destra ed estrema destra sono
paradossalmente filo-sioniste per una presa di posizione che ha a che fare con
il loro posizionamento geopolitico e ideologico (oltre che con il guiltwashing).
Israele è visto come un baluardo contro i movimenti anticolonialisti e un
presidio di difesa dell’ordine politico occidentale, nonché la parte per la
quale l’estrema destra parteggia nello ‘scontro di civiltà’ tra valori
occidentali, mondo arabo-musulmano, immigrazione.
L'articolo Il ddl Delrio prende una china pericolosa: così il ‘panico morale’
contrasta ciò che è percepito come minaccia proviene da Il Fatto Quotidiano.
È stato incriminato Naveed Akram, autore con il padre della strage di Bondi
Beach contro la comunità ebraica. Sono 15 i capi d’accusa per terrorismo,
omicidio e altre 40 imputazioni, tra cui lesioni personali gravi con intento di
omicidio e esposizione pubblica di simboli terroristici, riferendosi all’Isis.
La polizia del Nuovo Galles del Sud ha spiegato che Naveed “ha tenuto una
condotta che ha causato morti, feriti gravi e messo in pericolo vite umane per
promuovere una causa religiosa e incutere timore nella comunità”. Durante la
sparatoria con la polizia,il padre Sajid Akram è stato ucciso, mentre Naveed è
rimasto gravemente ferito e ricoverato. Si è risvegliato dal coma nella notte di
martedì e comparirà davanti al giudice in videocollegamento. Due bandiere
artigianali dello Stato Islamico sono state sequestrate in un’auto intestata a
Naveed, parcheggiata vicino alla spiaggia. Le autorità hanno anche confermato
che Sajid possedeva sei armi da fuoco, tutte recuperate dopo l’attacco.
I FUNERALI DELLE VITTIME
Intanto sono stati celebrati i primi funerali. Tra le 16 vittime, vi sono una
bambina di 10 anni, due sopravvissuti all’Olocausto e una coppia di coniugi,
uccisi mentre tentavano di fermare gli assalitori. Tutte le vittime identificate
finora erano ebree. L’età delle persone uccise va dai 10 agli 87 anni. Gli ebrei
vengono solitamente sepolti entro 24 ore dalla morte, ma i funerali sono stati
ritardati dalle indagini del medico legale.
Il primo funerale celebrato è stato quello per Eli Schlanger, 41 anni, padre di
5 figli, che era assistente rabbino presso l’organizzazione Chabad-Lubavitch di
Bondi e aveva organizzato l’evento ‘Chanukah by the Sea’ di domenica. Fuori dai
funerali un’imponente presenza di polizia. Schlanger, nato a Londra, era anche
cappellano nelle carceri dello Stato del Nuovo Galles del Sud e in un ospedale
di Sydney.Alla veglia per la vittima più giovane, Matilda di 10 anni, i genitori
hanno esortato i partecipanti a ricordare il suo nome: “Rimane qui”, ha detto la
madre di Matilda, che si è identificata solo come Valentyna, premendo la mano
sul cuore, “rimane proprio qui e qui”.
DIBATTITO SU ARMI E SICUREZZA
Il parlamento del Nuovo Galles del Sud sarà riconvocato la prossima settimana
per discutere riforme sul controllo delle armi e restrizioni alle attività di
protesta. Il premier Chris Minns ha annunciato limiti al numero di armi
autorizzabili per porto d’armi e la cancellazione del diritto di appello in caso
di revoca della licenza. Minns ha spiegato che le misure mirano a prevenire
situazioni di pericolo durante manifestazioni di massa. Ha aggiunto che il
governo condividerà le norme proposte con l’opposizione nei prossimi giorni, con
l’obiettivo che entrino in vigore prima di Natale. Il premier ha quindi riferito
che il parlamento statale ha all’esame misure per restringere le attività di
protesta sull’onda di minacce terroristiche. “La nostra preoccupazione è che una
dimostrazione di massa è una situazione che potrebbe accendere una fiamma che
diventerebbe impossibile estinguere”, ha detto. Le autorità hanno anche
confermato che lo sparatore Sajis Akram aveva il porto d’armi per sei armi, che
aveva con sé e che sono state tutte recuperate dopo l’attacco.
LA SMENTITA DELLA FILIPPINE
Intanto il governo filippino ha smentito qualsiasi legame con l’addestramento
dei due terroristi. I due uomini, padre e figlio, Sajid e Naveed Akram, avevano
trascorso novembre a Davao, nel sud dell’isola filippina di Mindanao, area da
decenni segnata da insurrezioni islamiste. “Il presidente Ferdinand Marcos
respinge fermamente la dichiarazione generale e la fuorviante caratterizzazione
delle Filippine come centrale di addestramento dell’Isis”, ha dichiarato la
portavoce presidenziale Claire Castro, leggendo una nota del Consiglio di
Sicurezza Nazionale. “Non è stata presentata alcuna prova a sostegno delle
affermazioni secondo cui il Paese sarebbe stato utilizzato per l’addestramento
terroristico”. Le autorità australiane stanno verificando se i due abbiano
incontrato estremisti locali durante il soggiorno, ma l’esercito filippino ha
sottolineato che i gruppi armati musulmani ancora operativi a Mindanao si
sarebbero notevolmente indeboliti dopo l’assedio di Marawi nel 2017.
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Sydney i funerali delle vittime proviene da Il Fatto Quotidiano.