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Ambulanze incendiate a Londra, attacco nella comunità ebraica di Golders Green. Starmer: “Sconvolgente”
Un incendio doloso ha colpito nella notte il quartiere di Golders Green, nel nord di Londra, dove si trova una delle più grandi comunità ebraiche della capitale britannica. Quattro ambulanze appartenenti a un’organizzazione di volontariato per il soccorso sono state date alle fiamme in quello che la polizia sta trattando come un attacco antisemita. Le esplosioni, avvertite intorno all’1.40 di notte, hanno svegliato numerosi residenti della zona. Sul posto sono intervenute sei autopompe e circa 40 vigili del fuoco, che hanno lavorato per domare il rogo, dichiarato sotto controllo intorno alle 3 del mattino. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le ambulanze appartenevano all’organizzazione Hatzola Northwest. Le immagini delle telecamere di sorveglianza avrebbero ripreso tre persone con il volto coperto mentre si avvicinano a uno dei mezzi e appiccano l’incendio. La Metropolitan Police Service ha confermato che l’episodio è trattato come un crimine d’odio a sfondo antisemita. È stata avviata una caccia all’uomo per identificare e fermare i tre sospetti. Sull’accaduto è intervenuto anche il primo ministro britannico Keir Starmer, che ha condannato duramente l’episodio: “Si tratta di un incendio doloso a sfondo antisemita profondamente sconvolgente”. “Il mio pensiero va alla comunità ebraica che si sveglia stamattina con questa orribile notizia. L’antisemitismo non ha posto nella nostra società. Chiunque abbia informazioni è pregato di contattare la polizia”. Per motivi di sicurezza, alcuni residenti sono stati evacuati in via precauzionale durante le operazioni di spegnimento. L'articolo Ambulanze incendiate a Londra, attacco nella comunità ebraica di Golders Green. Starmer: “Sconvolgente” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Quel ‘can you blame him?’ è il fallimento di tutti. Perché l’Occidente garantisce impunità a Israele?
di Serena Poli L’attacco alla sinagoga nella periferia di Detroit è l’ultima deflagrazione di una polveriera che l’Occidente alimenta da un secolo. L’uomo responsabile ha perso l’intera famiglia la scorsa settimana in un attacco israeliano in Libano. Prima di colpire, ha pubblicato le foto della sua famiglia e dei suoi nipotini. Sui social un commento ricorrente è: “Can you blame him?”, puoi biasimarlo? Commenti come questo ormai ricorrono spesso. Sono da stigmatizzare? Sì, senza dubbio. Sono frutto di antisemitismo? Non sempre, e su questo è necessario che iniziamo a ragionare senza ipocrisie, non per legittimare l’odio ma perché, per combatterlo, è indispensabile comprendere ciò che lo alimenta. Quel “can you blame him?” è il fallimento di tutti. Nell’era della barbarie normalizzata, il dolore non è più un fatto umano. Sotto i video di Teheran gli islamofobi esultano per la “pioggia nera”; sotto le immagini delle macerie di Tel Aviv gioiscono altri. Abbiamo smesso di vedere le vite. Ma questo mostro che ci abita ha delle cause precise e dobbiamo dircelo chiaramente: i media hanno creato una gerarchia del dolore. Per mesi, dopo il 7 ottobre, abbiamo conosciuto ogni dettaglio degli ostaggi israeliani: nomi, foto, sogni, persino abitudini quotidiane. Un’umanizzazione doverosa che, al contempo, è stata ferocemente negata ai palestinesi. Per loro non ci sono state biografie: ‘solo’ una massa informe di cadaveri sui quali edificare alberghi. La storia di Hind Rajab è l’unica ad aver squarciato questo velo, ma per decine di migliaia di altri, il buio dell’anonimato è la seconda morte inflitta dall’Occidente. Mentre la politica pavidamente si nasconde, iniziano a farsi sentire alcune voci coraggiose all’interno del mondo ebraico. Un avvocato attivista ebreo americano, Aaron Regunberg, ha commentato su “X” l’attentato alla sinagoga con parole da scolpire: “Legare l’onore e la reputazione del nostro popolo al governo canaglia di uno Stato etnico non ci rende più sicuri. Al contrario, sta rendendo gli ebrei americani più vulnerabili”. Ora, mentre l’Occidente vive di cicli elettorali di 4 o 5 anni, la strategia di Israele è stata portata avanti per decenni, trasversalmente da ogni governo: hanno costruito la loro intoccabilità usando come scudo retorico la tragedia dell’Olocausto e contemporaneamente hanno reso i propri apparati indispensabili per l’Occidente, dalla cyber-sicurezza all’intelligence. La parte più agghiacciante, oggi, non è l’evidente stato mentale di un singolo leader, prossimo a un disonorevole tramonto, ma il silenzio degli altri, che sanno di aver avallato un genocidio, sanno che rischiamo una guerra nucleare, ma sanno anche che uscire dal coro segnerebbe la fine della propria carriera (basti ricordare l’assassinio politico di Jeremy Corbyn). Com’è possibile che in Europa solo Pedro Sánchez abbia avuto la schiena dritta per fare qualcosa? Non possiamo certo pensare che gli altri leader non comprendano quanto sia dannoso questo appoggio incondizionato. Perché permettono che l’economia europea crolli e che gli stati sociali esplodano in nome dell’imperialismo di Netanyahu? Quali interessi stanno servendo, in evidente conflitto con ciò che dovrebbero perseguire, ovvero il benessere dei cittadini dei loro paesi? Sono ricattati? Queste domande assumono una rilevanza particolare alla luce delle provate influenze di lobby come AIPAC o ELNET: esiste ormai un’estesa compromissione delle classi politiche occidentali, portatrici di vulnerabilità che impediscono di dire No. Un sempre maggior numero di persone di fede ebraica inizia a dire che il problema sta nelle politiche scellerate di Israele: perché allora continuare su questa strada? L’impunità totale non genera rispetto, ma un odio destinato a montare: quando il tappo della sopportazione salterà definitivamente (e prima o poi salterà), non ci saranno delazioni di stato, ddl liberticidi o pretestuose accuse di antisemitismo ad arginare l’onda d’urto dell’odio su scala mondiale. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo Quel ‘can you blame him?’ è il fallimento di tutti. Perché l’Occidente garantisce impunità a Israele? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ordigno esploso davanti a una scuola ebraica di Amsterdam. Un movimento islamico rivendica. Il governo: “Attacco vile”
Nella prime ore di questa mattina, 14 marzo, un ordigno è esploso davanti a una scuola ebraica ad Amsterdam. Già ieri la polizia aveva arrestato quattro uomini con l’accusa di aver innescato una esplosione di fronte a una sinagoga di Rotterdam. È stato il municipio della città a denunciare il vile attacco, spiegando che l’esplosione è avvenuta contro il muro esterno della scuola, nel quartiere Buitenveldert della capitale olandese e ha causato solo danni limitati. L’attentato è stato presto rivendicato dal Movimento islamico dei Compagni di destra, Ashab Al Yamim, con un video pubblicato che sembrerebbe riprendere l’esplosione di un ordigno incendiario, secondo quanto riferito dal Times of Israel. Il gruppo, di nuova formazione, aveva già rivendicato diversi attacchi di matrice antisemita in Belgio, Olanda e Grecia. Le indagini delle forze dell’ordine sono ancora in corso e si stanno concentrando sulle riprese di videosorveglianza: una persona sarebbe stata ritratta dalle videocamere mentre faceva esplodere l’ordigno davanti alla scuola. La sindaca Femke Halsema ha dichiarato con un comunicato che i cittadini ebrei della capitale olandese provano “paura e rabbia” e che l’antisemitismo sia ormai un fenomeno in crescita nel paese. “Questo è inaccettabile. Una scuola deve essere un luogo in cui i bambini possano imparare in sicurezza. Amsterdam deve essere un luogo in cui gli ebrei possano vivere in sicurezza”, ha affermato. A commentare la vicenda è stato anche il ministro olandese della Giustizia e della Sicurezza, David van Weel, che in un post su X ha dichiarato: “Due notti di fila, un vile attacco con un esplosivo contro un edificio ebraico. Prima a Rotterdam, ora ad Amsterdam”. Il riferimento di van Weel è a un altro attentato: nella notte tra il 12 e il 13 marzo, un altro ordigno era esploso all’esterno di una sinagoga a Rotterdam, causando un incendio e danni all’edificio. In giornata la polizia aveva poi fermato quattro giovani specificando come “non fosse ancora chiaro se i sospettati avessero intenzione di far esplodere un ordigno o di incendiare anche un’altra sinagoga”. La sindaca di Rotterdam, Carola Schouten, aveva dichiarato che l’attacco aveva causato “molta ansia tra i nostri concittadini ebrei”. L'articolo Ordigno esploso davanti a una scuola ebraica di Amsterdam. Un movimento islamico rivendica. Il governo: “Attacco vile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ddl antisemitismo, passa la definizione sulla “percezione degli ebrei”: gli 11 criteri stabiliti i timori per la libertà d’espressione
Il 3 marzo il Senato ha approvato il disegno di legge contro l’antisemitismo (in attesa del via libera definitivo alla Camera) adottando la definizione dell’Ihra, l’International holocaust remembrance alliance (Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto). La formula “descrive l’antisemitismo come una percezione degli ebrei che può manifestarsi come odio nei loro confronti, attraverso atti verbali o fisici diretti contro persone, beni, istituzioni o luoghi di culto ebraici”. Una definizione a maglie larghe che secondo alcuni potrebbe condurre a restringere il campo della libera espressione, alimentando i timori di censura. Esistono 11 criteri definiti dall’Irha e citati dal Rapporto annuale sull’antisemitismo della Fondazione Cdec (Centro di documentazione ebraica contemporanea). Il testo – pubblicato il 3 marzo – inserisce nella categoria degli antisemiti non solo Vauro e Maurizio Crozza, ma anche Francesca Albanese e Alessandro Di Battista. Tutti e quattro sono accusati di aver espresso commenti su Israele utilizzando la metafora del nazismo. Nel girone degli antisemiti c’è anche il comico televisivo Enzo Iacchetti. Accostare Israele al nazismo è un esempio di antisemitismo secondo la definizione dell’Ihra, per l’esattezza il punto 10. GLI 11 CRITERI PER IDENTIFICARE L’ANTISEMITISMO SECONDO LA DEFINIZIONE IHRA Ecco gli “esempi operativi” della working definition di antisemitismo Ihra: Punto 1: Incitare, sostenere o giustificare l’uccisione di ebrei o danni contro gli ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione religiosa estremista. Punto 2: Fare insinuazioni mendaci disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate degli ebrei come individui o del loro potere come collettività – per esempio, specialmente ma non esclusivamente, il mito del complotto ebraico mondiale o degli ebrei che controllano i mezzi di comunicazione, l’economia, il governo o altre istituzioni all’interno di una società. Punto 3: Accusare gli ebrei come popolo responsabile di reali o immaginari crimini commessi da un singolo ebreo o un gruppo di ebrei, o persino da azioni compiute da non ebrei. Punto 4: Negare il fatto, la portata, i meccanismi (per esempio le camere a gas) o l’intenzione di genocidio del popolo ebraico per mano della Germania Nazionalsocialista e dei suoi seguaci e complici durante la Seconda Guerra Mondiale (l’Olocausto). Punto 5: Accusare gli ebrei come popolo o Israele come stato di essersi inventati l’Olocausto o di esagerarne i contenuti. Punto 6: Accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o a presunte priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro Nazione. Punto 7: Negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è un’espressione di razzismo. Punto 8: Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico. Punto 9: Usare simboli e immagini associati all’antisemitismo classico (per esempio l’accusa del deicidio o della calunnia del sangue) per caratterizzare Israele o gli israeliani. Punto 10: Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti. Punto 11: Considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele. IL GOVERNO NETANYAHU E L’ACCOSTAMENTO AL NAZISMO I 963 episodi di antisemitismo registrati dal Rapporto sono stati raccolti con il setaccio della definizione Irha. Attenzione particolare merita il punto 10: secondo il rapporto, “nel Web la narrativa principale continua ad essere il paragone tra Israele e la Germania nazista”. A macchiarsi di antisemitismo, secondo questo criterio, sarebbero Maurizio Crozza, Vauro, Alessandro Di Battista, Francesca Albanese. Dell’ex pentastellato il rapporto cita due post su Facebook. Quello del 15 novembre: “Italia serva di Washington e dei sionisti”. L’altro del 22 agosto 2025: “I sionisti sono peggio dei nazisti”. Di Battista è descritto come “influencer e polemista ‘antisionista’, i cui numerosi interventi contro il sionismo, definito ‘cancro del mondo’ e i sionisti ‘bestie di Satana’, riempiono le sale e ottengono centinaia di migliaia di like sui social”. Anche Francesca Albanese viene additata come antisemita e accusata di aver usato il paragone tra Israele e il nazismo: “Non si contano le volte in cui Albanese ha paragonato lo Stato di Israele ed il sionismo al nazismo hitleriano, la guerra a Gaza alla Shoah”. Tra i gesti di antisemitismo, il rapporto include una frase della Relatrice speciale Onu sui territori palestinesi, pronunciata nel novembre 2022: “Avete il diritto di resistere”. Secondo la relazione, Albanese avrebbe esortato i gazawi “partecipando in videoconferenza al summit ‘Sedici anni di assedio a Gaza’, dove erano presenti i vertici dei gruppi terroristici della Striscia di Gaza”. Non si salva la satira: “Significativo anche il caso di Maurizio Crozza che da tempo fa l’imitazione del primo ministro israeliano Netanyahu in veste di nuovo Adolf Hitler”. Oppure, si cita lo sketch in cui lo showman si traveste da Netanyahu/Mosè e dice sul palco: “Mosè ha salvato il popolo ebreo dagli egizi, io lo salverò dai palestinesi”. Secondo il rapporto, la satira di Crozza “ritrae gli ebrei come uccisori di Cristo. Traendo spunto dal conflitto di Gaza, afferma: ‘con noi Gesù non c’entra nulla, con noi ha fatto la fine che farà Flotilla’”. L’altro indizio di antisemitismo, per lo showman, sarebbe la frase “l’economia mondiale è in mano nostra”: il luogo comune secondo il quale gli ebrei dominerebbero l’economia e le Nazioni. A Crozza si rimprovera anche “il sostegno al boicottaggio di Israele, l’accusa di ‘genocidio’ e di razzismo”. Oppure la vignetta di Vauro, sempre nell’alveo della satira, pubblicata sul Fatto Quotidiano del 25 luglio: un bambino palestinese si rivolge al suo coetaneo immaginario, ebreo nel lager nazista: “dicono che la mia (fame) non è uguale alla tua”. L’Osservatorio sull’Antisemitismo giudica la vignetta secondo il parametro della verità, e conclude così il suo giudizio: “Il riferimento voluto da Vauro, tra le righe, è rivolto al rifiuto di considerare la parola genocidio per descrivere la tragedia che si sta vivendo a Gaza. In questo senso, l’intera vignetta è un prodotto di ‘distorsione’ della Shoah, poiché equipara impropriamente le condizioni del bambino palestinese a quelle del bambino ebreo deportato dai nazisti”. Tutti casi di antisemitismo, secondo il rapporto, anche se non troppo gravi: in una scala da 1 a 5 siamo al secondo livello. Ma anche intellettuali filo israeliani hanno azzardato un parallelo tra la politica di Netanyahu e il nazismo. Ad esempio il direttore della rivista Il Mulino Paolo Pombeni, con cui collabora Sergio Della Pergola, fervente sostenitore della guerra di Israele e firmatario di un contributo per il rapporto sull’antisemitismo. Sul Mulino, Della Pergola aveva definito lo sterminio dei civili a Gaza un “danno collaterale” sollevando la rivolta di 22 soci. Per placare gli animi, Pombeni ha firmato un articolo esprimendo la sua ostilità alla politica di Netanyahu accostandola al millenarismo, perfino nazista: “Si tratta sempre più della folle illusione di risolvere per sempre la questione palestinese cancellandola: una “soluzione finale” che rimetterebbe a posto tutta la questione”. Un’impostazione, secondo il direttore de Il Mulino, “insensata, così come lo sono tutte le operazioni millenaristiche che abbiamo conosciuto e che di questi tempi tendono a tornare (dopo il Reich millenario e i colli fatali dell’impero romano, abbiamo il neo imperialismo di Putin e di tutti gli altri)”. IL RUOLO DI COMICI, INFLUENCER E OSPITI TV: ENZO IACCHETTI A CARTA BIANCA Il rapporto sull’antisemitismo si dilunga sulla satira come un sintomo “della popolarità e dell’accettazione dell’antisemitismo in veste di antisionismo”. Infatti “influencer e comici (i cui video ottengono centinaia di migliaia di visualizzazioni) usano lo strumento dei pregiudizi contro gli ebrei per suscitare il riso del pubblico”. Il caso “più eclatante”, per gli ospiti sul piccolo schermo, sarebbe quello di Enzo Iacchetti e dei suoi commenti sullo sterminio di Gaza espressi durante la trasmissione televisiva Carta Bianca, condotta da Bianca Berlinguer. Ecco i virgolettati incriminati: “l’antisemitismo lo fanno loro nei confronti degli ebrei veri…il sionismo controlla tutto il mondo…le banche svizzere sono controllate dai sionisti ebrei”. Il rapporto cita anche la lite con Mizrahi (esponente della Comunità ebraica milanese) del 16 settembre 2025. Il noto botta e risposta sulle vittime civili a Gaza, inclusi i minori, con Mizrahi che chiedeva a Iacchetti: “definisci bambino”. “Dopo queste polemiche contro gli ebrei – si legge nel rapporto – il comico è stato spesso ospite di altre trasmissioni ed eventi in qualità di ‘esperto’ di Israele”. IL DISEGNO DI LEGGE SULL’ANTISEMITISMO E IL PD DIVISO Il 3 marzo il testo lungamente negoziato è passato al Senato. Dal testo sono state eliminate le sanzioni penali e il divieto di autorizzare manifestazioni che potrebbero ospitare slogan riconducibili alla definizione Irha. Dunque, cassate le parti più controverse, quelle che alimentavano dubbi sulle garanzie per la libertà d’espressione. Il disegno di legge istituisce la figura del Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, nominato dalla Presidenza del Consiglio. A supporto, potrà contare su un comitato di esperti riuniti in un tavolo tecnico. Ne faranno parte rappresentanti di Chigi e dei ministeri, ma anche delle associazioni ebraiche. La novità più rilevante è l’adozione della definizione Irha, che ha contribuito a dilaniare il Partito democratico. Su 27 senatori dem presenti a Palazzo madama, 21 si sono astenuti e 6 hanno votato a favore, con le destre. Il Sì è arrivato dai riformisti, trainati da Graziano Delrio. Su X non ha risparmiato critiche Roberto Della Seta, ex senatore democratico: “Separare la lotta all’#antisemitismo da quella al razzismo, contrabbandare x odio antiebraico la solidarietà con #Gaza: questi gli obiettivi della destra con la legge votata oggi. Bene che #Pd e centrosinistra non siano stati a questo gioco sporco, desolante il sì di Delrio e co.”. Gli ha risposto la senatrice Sandra Zampa, che in Aula ha votato sì al ddl: “Desolanti le tue parole”. L'articolo Ddl antisemitismo, passa la definizione sulla “percezione degli ebrei”: gli 11 criteri stabiliti i timori per la libertà d’espressione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Antisemitismo, il Senato approva il ddl. Il Pd si spacca: sei “riformisti” votano Sì contro la linea del gruppo
Primo via libera dell’aula del Senato al ddl sul contrasto all’antisemitismo, approvato con 105 sì, 24 no e 21 astensioni. Il provvedimento, sostenuto in modo compatto dal centrodestra, da Italia viva e da Azione, ha spaccato il Partito democratico: la linea del gruppo era per l’astensione, ma sei senatori dell’area “riformista” hanno votato a favore, tra cui Graziano Delrio, che sul tema aveva presentato una sua proposta di legge non condivisa dai vertici del partito. Oltre all’ex ministro, hanno votato sì Alfredo Bazoli, Pier Ferdinando Casini, Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa. La senatrice Tatjana Rojc, invece, non ha partecipato al voto pur essendo in Aula. Il punto più controverso è la definizione di antisemitismo adottata dal disegno di legge, che corrisponde a quella dell’Ihra, l’Organizzazione internazionale per il ricordo dell’Olocausto. La definizione comprende una serie di “indicatori” delle azioni antisemite, contestate dalle associazioni pro-Pal e dalla maggior parte del centrosinistra, che li ritengono generici e ambigui. Nell’esame in commissione il testo base – firmato dal leghista Massimiliano Romeo – sono stati accolti emendamenti di maggioranza e opposizione che hanno cancellato due aspetti molto criticati, ossia il divieto di manifestazioni e le norme penali. “Alcuni senatori del Pd voteranno il provvedimento non per dissenso con il gruppo, ma perché questo provvedimento rompe un silenzio della cultura democratica, una timidezza del Paese che non ha discusso abbastanza di una emergenza e di un problema”, ha detto Delrio in dichiarazione di voto. “Riteniamo sia meglio fare un piccolo passo in avanti e per questo, per quella assunzione di responsabilità chiesta da personalità come Segre e Ottolenghi, crediamo sia giusto dare fiducia a un testo che dà speranza alle persone giovani, ai ragazzi, che possono dire che il Parlamento è al loro fianco per combattere questa piaga”, L'articolo Antisemitismo, il Senato approva il ddl. Il Pd si spacca: sei “riformisti” votano Sì contro la linea del gruppo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ddl Antisemitismo, Giorgetti boccia le norme sul monitoraggio: “Mancano le coperture”. Scontro con la maggioranza
Parere contrario su alcuni emendamenti, anche della maggioranza. Perché non rispettavano il principio della cosiddetta “invarianza finanziaria“, cioè rischiavano di generare nuovi oneri per le casse dello Stato. Così martedì pomeriggio, in commissione Bilancio al Senato, il ministero dell’Economia guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti ha fatto riscrivere alcune norme del disegno di legge sul contrasto all’antisemitismo che mercoledì sarà approvato in prima lettura dall’aula di Palazzo Madama. L’intervento del Tesoro ha provocato lo scontro non solo con le opposizioni, ma anche con i partiti della maggioranza che non hanno apprezzato le correzioni di Giorgetti. Stiamo parlando del ddl che fa discutere i partiti da settimane: è frutto dell’accordo tra partiti di maggioranza e una parte dell’opposizione, provocando una spaccatura nel Pd che non ha ancora deciso come votare. La norma – con cui l’Italia aderisce alla definizione dell’Alleanza internazionale per il ricordo dell’Olocausto (Ihra) e con cui si punta a punire le azioni antisemite – è stata spinta dalla senatrice a vita Liliana Segre e dal presidente del Senato Ignazio La Russa. Dopo l’approvazione del testo in commissione Affari Costituzionali mancava solo il parere della commissione Bilancio perché il disegno di legge potesse essere approvato in Aula. Nei giorni scorsi proprio il ministero dell’Economia aveva fatto inserire nel testo un articolo – il numero 5 – di invarianza finanziaria per tutto il provvedimento. Ma nonostante questo, maggioranza e opposizione, durante l’iter parlamentare, avevano fatto approvare alcuni emendamenti che secondo il Tesoro rischiavano di provocare un aumento di spesa per lo Stato. In particolare due norme che sono state “bocciate” del ministero dell’Economia: una di Alleanza Verdi e Sinistra con cui si introducevano “iniziative di studio e confronto culturale sul fenomeno dell’antisemitismo e sulle sue diverse matrici storiche e contemporanee” e una di Fratelli d’Italia che istituiva un riconoscimento pubblico “per valorizzare e promuovere l’azione di figure storiche o di personalità contemporanee che abbiano posto in essere azioni o iniziative meritevoli nell’ottica del contrasto dell’antisemitismo”. Parere contrario della sottosegretaria all’Economia Sandra Savino secondo cui non erano indicate le coperture economiche sia per gli esperti che avrebbero dovuto “studiare” il fenomeno, sia per i fondi per il premio. Il Tesoro, inoltre, ha imposto correzioni anche su un’altra decina di emendamenti, specificando che tutte le norme sul monitoraggio e lo studio del fenomeno dell’antisemitismo devono rispettare l’articolo 81 della Costituzione (quello del pareggio di Bilancio) e che i fondi da spendere per la strategia nazionale sull’antisemitismo devono venir presi dal bilancio della presidenza del Consiglio con apposita voce o da voci già esistenti. Correzioni e bocciature che hanno fatto infuriare diversi esponenti della maggioranza. La senatrice della Lega Daisy Pirovano in commissione ha espresso “forti perplessità” sulle richieste del ministero dell’Economia che “sembrano esulare dai profili finanziari”. Il capogruppo di Forza Italia Maurizio Gasparri invece ha proposto di fare modifiche in Aula, mentre la senatrice di Fratelli d’Italia Ester Mieli, pur riconoscendo il ruolo al ministero dell’Economia, ha spiegato di “non comprendere perché vengono fatte proposte di modifica che appaiono esulare” dall’ambito finanziario. Stesse critiche sono state mosse da Ivan Scalfarotto (Italia Viva) e da Daniele Manca (Pd). Alla fine, però, le correzioni sono state accolte e la commissione ha votato parere favorevole a maggioranza, a patto di cambiare le norme del provvedimento come chiesto dal ministero dell’Economia. L'articolo Ddl Antisemitismo, Giorgetti boccia le norme sul monitoraggio: “Mancano le coperture”. Scontro con la maggioranza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Aggressione antisemita a Milano: due turisti argentini aggrediti perché indossavano la kippah
Insultati e aggrediti perché ebrei. Tutto è avvenuto nella serata di domenica scorsa quando un gruppo di giovani nordafricani ha circondato due turisti argentini che indossavano una kippah, copricapo circolare simbolo della religione ebraica. I due sono stati aggrediti all’uscita da un supermercato in piazzale Siena, a Milano. L’aggressione antisemita, riportata da diverse testate milanesi, secondo cui la notizia è stata diffusa dal presidente della comunità ebraica milanese, Walker Meghnagi, sarebbe iniziata circa alle 22..30 di domenica scorsa. I due turisti erano usciti dal punto vendita Carrefour di piazzale Siena, supermercato aperto 24 ore su 24. Dopo poco un gruppo di circa una decina di ragazzi di origine nordafricana hanno accerchiato i due argentini e hanno iniziato a insultarli (“ebrei di m…”). Quando una delle due vittime, un 19enne, ha provato a reagire, e ha preso un pugno in volto da uno degli aggressori. Poi l’intervento di un’ambulanza del 118 e dei carabinieri del Radiomobile. Gli aggressori erano già fuggiti. Le ricerche successive nella zona di via Bartolomeo d’Alviano e viale San Gimignano, non sono servite a rintracciare i responsabili. Il giovane aggredito è stato portato all’ospedale San Carlo dal quale è poi stato dimesso con la diagnosi di una frattura al setto nasale. Le indagini sono iniziate, partendo dalle riprese delle telecamere della zona che sono state acquisite dagli investigatori oltre che sulle analisi delle celle telefoniche che coprono le vie intorno a piazzale Siena. I due turisti sono ripartiti ieri per l’Argentina. L'articolo Aggressione antisemita a Milano: due turisti argentini aggrediti perché indossavano la kippah proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Antisemitismo
Anche Tajani attacca Albanese per le parole non dette: “Comportamenti, affermazioni e iniziative non adeguate all’incarico”
“Le posizioni di Francesca Albanese nel suo ruolo di relatrice speciale dell’Onu non rispecchiano quelle del governo italiano. I suoi comportamenti, le sue affermazioni e iniziative non sono adeguate all’incarico che ricopre all’interno di un organismo di pace e garanzia come le Nazioni Unite”. Dopo una giornata di dichiarazioni da parte di Parigi e Berlino, si unisce anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, al coro di condanna per le parole non dette (basta ascoltare il video integrale, senza tagli). Giovedì prima la Francia, poi Germania (oltre a tutta la destra di governo italiana) hanno attaccato la Relatrice speciale dell’Onu per la Palestina. Bersaglio per una frase che, semplicemente, non ha mai detto. Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, segue l’esempio del suo omologo francese e chiede le dimissioni della relatrice speciale delle Nazioni Unite: “Rispetto il sistema delle Nazioni Unite basato sui relatori indipendenti. Tuttavia Albanese ha rilasciato numerose dichiarazioni inappropriate in passato. Condanno le sue recenti dichiarazioni su Israele. La sua posizione è insostenibile“, ha scritto Wadephul su X. Albanese è stata colpita dalle sanzioni degli Stati Uniti e mercoledì il francese Jean-Noël Barrot, intervenendo davanti all’Assemblea nazionale, aveva accusato la giurista di aver fatto “dichiarazioni oltraggiose e colpevoli” durante il forum di sabato 7 febbraio organizzato da Al-Jazeera e di aver “preso di mira non il governo israeliano, di cui è lecito criticare la politica, ma Israele come popolo e come nazione, il che è assolutamente inaccettabile”. Un’accusa falsa che non trova riscontro nel messaggio-video trasmesso durante l’incontro e pubblicato su X dalla stessa Albanese. “Il nemico comune dell’umanità”, ha scritto, “è il sistema che ha permesso il genocidio in Palestina”. E ieri sera collegata con il cinema Anteo di Milano – dopo la proiezione di Disunited Nations – la relatrice Onu aveva replicato: “Mi si accusa di antisemitismo per un video manipolato. Ora il ministro francese chieda scusa”. LA DESTRA IN ITALIA CAVALCA LA POLEMICA In Italia, intanto, i primi a cavalcare la bufala sono stati i leghisti, seguiti a ruota dal resto della maggioranza. Un gruppo di deputati della Lega ha anche presentato una risoluzione nella quale chiedono che Albanese “lasci immediatamente l’incarico” perché una persona con le sue idee “ha ben poco da dichiararsi super partes e fomenta più che leciti sospetti sul suo antisemitismo“. Per il presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri è giusta la richiesta di dimissioni “a seguito delle gravissime dichiarazioni rilasciate”: “Albanese è già nota per posizioni apertamente faziose e segnate da toni antisemiti. Tale figura continua a screditare non solo se stessa, ma l’intera istituzione che rappresenta”, ha aggiunto Gasparri. Diametralmente opposte le dichiarazioni dai partiti di opposizione: “Ho ascoltato tutto il discorso di Francesca Albanese, due volte: non solo non ho sentito nemmeno una parola che potesse avere anche solo l’ombra dell’antisemitismo, ma non ha neanche pronunciato le frasi che le vengono attribuite”, scrive sui social Nicola Fratoianni di Avs che definisce la richiesta di dimissioni “assurda e incredibile strumentalizzazione politica”. Tutto questo è “frutto di una campagna di manipolazione politica costruita dal gruppo UN Watch, che fa campagne contro l’Onu e che ha realizzato un video su Albanese tagliato ad arte per attribuirle una frase mai pronunciata”, sottolinea Angelo Bonelli. Per la vicepresidente del gruppo M5S alla Camera, Carmela Auriemma, “siamo di fronte all’ennesimo tentativo di screditare chi osa fare ciò per cui è stata nominata: documentare, denunciare, portare alla luce violazioni del diritto internazionale e possibili crimini di guerra. Colpire Albanese significa mandare un messaggio preciso: chi denuncia, chi documenta, chi non si allinea, verrà isolato e attaccato. È un precedente pericoloso, che riguarda non solo una persona ma l’autonomia delle istituzioni internazionali e la credibilità del diritto internazionale stesso”, conclude L'articolo Anche Tajani attacca Albanese per le parole non dette: “Comportamenti, affermazioni e iniziative non adeguate all’incarico” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Antisemitismo
Legge sull’antisemitismo? In Italia gli strumenti ci sono già. O l’intento è bloccare le proteste?
Ora che in commissione Affari costituzionali del Senato è stato votato il testo base per una legge sull’antisemitismo, conviene chiedersi con franchezza se l’obiettivo è il contrasto dell’odio antisemita oppure il desiderio di bloccare la crescente contestazione delle politiche attuate dal governo Netanyahu. Negli Stati Uniti l’amministrazione Trump, per stroncare le manifestazioni filopalestinesi nei campus, è arrivata a ricattare finanziariamente alcune delle più celebri università americane, costringendole persino a cambiare i programmi nel settore mediorientale. In Italia, se l’intento fosse di combattere quell’antisemitismo che riemerge periodicamente dalle fogne della storia occidentale, gli strumenti ci sono già. Dal 1993 è in vigore la legge Mancino che punisce con la reclusione i gruppi che incitano alla discriminazione e alla violenza “per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”. La legge è chiarissima. Il testo ora in discussione al Senato, concentrandosi unicamente sull’antisemitismo, contiene invece aspetti preoccupanti. Il primo consiste nell’adozione della definizione di antisemitismo decisa dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (Ihra). Un testo contraddistinto da affermazioni di tipo manipolatorio. E’ impeccabile il paragrafo dove si dice che l’antisemitismo “è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”. Altre affermazioni contenute nel testo dell’Ihra sono invece faziose. Si prenda la frase: “Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico”. Che cosa significa? A cosa può portare una tale arbitrarietà di interpretazioni se non fornire lo “scudo dell’antisemitismo” alle gravi responsabilità dell’attuale leadership israeliana? Gli esempi di faziosità nell’uso del termine di antisemitismo sono numerosi. Nell’anno 2019 il New York Times pubblicò nella sua edizione internazionale una vignetta del satirico portoghese Antonio Moreira Antunes che raffigurava l’allora presidente Trump (primo mandato) che si lasciava portare da un cane guida per ciechi con i tratti del premier israeliano Netanyahu. Il disegno, che sarebbe stato considerato in qualsiasi parte del mondo un semplice esempio di satira politica, fu attaccato aggressivamente negli Usa come antisemita, una tipizzazione dell’ebreo ingannatore. Il New York Times fu costretto a scusarsi e rescisse il contratto con l’agenzia Cartoon Arts International. Con queste premesse il documento dell’Ihra è inaccettabile. Tanto più che il disegno di legge in esame al Senato prevede all’articolo 3 la possibilità di vietare una manifestazione dinanzi al “rischio potenziale” che siano utilizzati “simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita” secondo la definizione dell’Ihra. Un obbrobrio giuridico, che cancellerebbe il diritto costituzionale di manifestare in base a eventi ipotetici e comunque elevando il gesto di singoli a misura della manifestazione nel suo complesso. La realtà è che oggi non si può prescindere dalla svolta avvenuta in Israele. Nei due anni della guerra di Gaza il governo israeliano, l’esercito, la massa elettorale filogovernativa hanno inaugurato consapevolmente una linea politica macchiatasi di crimini di guerra e contro l’umanità. A Gaza è stata compiuta una “carneficina” (dixit il segretario di Stato vaticano cardinale Parolin), la più macabra di questo inizio XXI secolo. Usando inoltre fame e blocco di carburanti per prostrare oltre i limiti la popolazione civile. Il neonato gazawi di 27 giorni, morto di freddo nel nuovo anno, ne è il simbolo. Oltre 70mila cadaveri sono il trofeo di una “vittoria” che ha sconvolto per la sua scientifica brutalità milioni di persone animate per decenni da legami di simpatia, affetto, amicizia, ammirazione culturale per la generazione Exodus, che finalmente aveva ripristinato il “focolare ebraico” nelle antiche terre. Al culmine di questa catastrofe morale, che gli esponenti ebraici più sensibili hanno battezzato “suicidio di Israele”, il premier Netanyahu – sostenuto da due pronunciamenti del parlamento – ha proclamato ufficialmente che non ci sarà mai uno Stato palestinese, stracciando così gli accordi di Oslo e il patto fondativo internazionale del 1948 che prevedeva due “focolari”: uno per gli ebrei e uno per i palestinesi. Nella terra in cui sono nati, i palestinesi non avranno quindi diritto all’autodeterminazione: per loro lo Stato oppressore prevede unicamente o la sottomissione o l’espulsione. Nel frattempo proseguono in Cisgiordania da due anni le azioni di terrorismo e aggressione contro palestinesi e beduini ad opera delle squadracce di coloni israeliani. In sistematici pogrom anti-arabi i pronipoti dei perseguitati nell’Europa dell’Ottocento e Novecento hanno già portato alla morte oltre mille persone: quasi quanto le vittime israeliane del barbaro attacco di Hamas del 7 ottobre. Che il grande associazionismo ebraico in Occidente volga la testa dall’altra parte è sconcertante. Non c’è da meravigliarsi allora se orrore, rabbia e indignazione percorrano le manifestazioni in tante città dell’Occidente. La via d’uscita? Una pace disarmata e disarmante, direbbe Leone XIV. La nascita di uno Stato palestinese in coesistenza e cooperazione con lo Stato israeliano. Ma servirebbe un governo Meloni e una maggioranza Ue con il coraggio di agire. L'articolo Legge sull’antisemitismo? In Italia gli strumenti ci sono già. O l’intento è bloccare le proteste? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Antisemitismo, presidio contro il Ddl Romeo: “Incostituzionale. Una vendetta del Governo per le manifestazioni per la Palestina”
A 24 ore dalla Giornata della Memoria e a poche ore dall’inizio della discussione in Commissione Affari costituzionali del Senato del disegno di legge Romeo sull’antisemitismo, diverse associazioni, attivisti, studenti che in questi ultimi mesi hanno riempito le città italiane in favore della Palestina, sono scesi di nuovo in piazza a Roma, per protestare contro il Ddl che, dicono, ha come obiettivo quello di “equiparare l’antisemitismo all’antisionismo” “Abbiamo esposto alcune delle immagini dei bambini uccisi in questi due anni a Gaza – racconta Maya Issa, presidente del Movimento degli studenti palestinesi in Italia – è giusto ricordare la Shoa, ma non si può celebrare il Giorno della Memoria da un lato e dall’altro negare il genocidio del popolo palestinese. La memoria non può essere selettiva.” Il disegno di legge scelto come testo base tra i 7 presentati, è quello del capogruppo della Lega Massimiliano Romeo, che adotta integralmente la definizione di antisemitismo di IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), contestata da centinaia di studiosi, tra cui Anna Foa e Carlo Ginzburg, per il rischio di censura alle critiche contro lo Stato di Israele.”Questo disegno di legge non va bene perché è contro la Costituzione – dichiara Giovanni Russo Spena di Giuristi Democratici – nell’articolo 3 si dice che qualunque manifestazione in cui si potrebbero esprimere delle parole di antisemitismo devono essere vietate. Si capisce che è una forma di rastrellamento preventivo, una vendetta nei confronti di chi è sceso in piazza per la Palestina.” Al presidio era presente anche Tony La Piccirella, attivista che, lo scorso autunno, ha partecipato alla missione via mare della Global Sumud Flotilla per raggiungere Gaza. “Dobbiamo di nuovo agire – dice – come Global Sumud Flotilla stiamo organizzando due missioni, una via terra e una via mare e in primavera ripartiremo di nuovo” L'articolo Antisemitismo, presidio contro il Ddl Romeo: “Incostituzionale. Una vendetta del Governo per le manifestazioni per la Palestina” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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