Insieme a Deliveroo, nel mirino dei controlli per evitare il caporalato e lo
sfruttamento dei lavoratori finiscono alcuni big della grande distribuzione e
del fast food: McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga, Poke House, Crai e
KFC Kentucky Fried Chicken. Ieri nelle sedi milanesi dei gruppi – non indagati –
sono arrivati carabinieri e ispettori del lavoro, perché tutti sono in “rapporti
contrattuali” con Deliveroo e si avvalgono degli stessi “rider” della
piattaforma.
Dopo Glovo-Foodinho anche Deliveroo è stato raggiunto da un decreto di controllo
giudiziario d’urgenza disposto dal pubblico ministero Paolo Storari: gli
inquirenti ipotizzano un sistema di caporalato su 3mila rider a Milano e 20mila
nella penisola, con paghe fino al 90% più basse della “soglia di povertà”. I
carabinieri del Gruppo tutela lavoro e i funzionari dell‘Ispettorato nazionale
sul lavoro (Inl) hanno bussato contemporaneamente alla porta delle
multinazionali leader della grande distribuzione organizzata e dei fast food.
Nelle sedi, tutte collocate fra Milano e Assago, è stato chiesto di esibire
“modelli organizzativi” per “verificare” se sono “idonei” a “impedire” il
caporalato lungo la filiera e fra i propri fornitori.
Sembra l’approccio già utilizzato a dicembre per 13 fra i principali brand di
moda e del made in Italy: fornire “organigrammi aziendali”, “sistemi di
controllo interni”, i modelli 231, il “registro delle segnalazioni
Whistleblowing” e l’attività di audit svolti rispetto alla “gestione dei
fornitori di materie prime, beni e servizi” e alla esternalizzazione “anche
parziale, della produzione, dal 2023 a oggi”. Se le regole e prassi aziendali
risultassero inadeguate a prevenire sfruttamento e caporalato, si potrebbe
configurare un’agevolazione colposa del caporalato: la contestazione sollevata
dal pubblico ministero Paolo Storari – negli ultimi due anni – contro marchi del
lusso come Armani, Dior, Louis Vuitton.
Nessuno dei 7 gruppi è indagato, ma sono in rapporti contrattuali con Deliveroo
e si avvalgono degli stessi “rider”: inclusi i 50 “fattorini” già sentiti come
testimoni. Il loro reddito da lavoro (presunto) autonomo è stato confrontato con
le soglie di povertà e il contratto collettivo nazionale di riferimento, cioè
quello della logistica. Risultato: il 73% dei lavoratori percepisce cifre
inferiori a 1.245 euro lordi al mese, soglia sotto la quale si rischia di
scivolare in povertà secondo un’analisi del luglio 2024 basata su dati Istat,
con uno scostamento medio di oltre 7.200 euro all’anno. Rispetto al contratto
nazionale risultano sottopagati l’86,5% dei rider. Fra loro c’è chi lavora “7
giorni su 7” per circa “11 ore di continuo”, loggandosi sull’app alle 11 del
mattino e poi staccando alle 22 per “svolgere un secondo lavoro come facchino”
arrivando a cumulare turni da “20 ore” in alcuni giorni della settimana per
poter “pagare 650 euro tra affitto e utenze” e mandare altri “600 euro” alla
famiglia in Nigeria. Un “ritmo di vita” che “mi sta logorando, sia fisicamente
che mentalmente”, ha messo a verbale.
Le paghe fisse individuate sono fra i 3-4 euro a consegna. Il resto variabile
“in base ai chilometri calcolati dall’algoritmo”, ha spiegato un altro
ciclofattorino che percorre fino “150 chilometri al giorno”. Nessuno può
“determinare autonomamente la tariffa”, si legge nelle 60 pagine del
provvedimento, perché nell’epoca del “controllo digitale” tutti gli aspetti del
ciclo lavorativo sono disciplinati dall’app: assegnazione degli ordini,
workflow, geolocalizzazione, monitoraggio tramite “telemetria e stati”, sistemi
reputazionali/penalizzazioni che incidono sulle “occasioni di lavoro” e sui
“blocchi” degli “account”.
Entro 10 giorni, il giudice per le indagini preliminari Roberto Crepaldi
deciderà sulla convalida del decreto urgente e la nomina dell’amministratore
giudiziario. Se il provvedimento riceverà luce verde, al dottor Massimiliano
Poppi sarà affidato l’incarico di procedere alla “regolarizzazione” di tutti i
ciclofattorini che “all’avvio” dell’inchiesta risultavano in servizio. Dovrà
garantire il “rispetto delle norme” che, se violate, integrano il reato di
caporalato e adottare “assetti organizzativi” societari per “evitare il
ripetersi” dei fenomeni di “sfruttamento” anche prendendo scelte in “difformità”
da quelle proposte da Deliveroo. Come già avvenuto per Glovo il 19 febbraio, il
gip potrebbe anche imporre di “introdurre un algoritmo” che sia “capace di
garantire” ai rider “un reddito compatibile con i dettami costituzionali” e
“ricalcolare” gli stipendi “finora” corrisposti per rispettare il diritto a una
retribuzione proporzionata alla “quantità” e alla “qualità” del lavoro svolto e
comunque sufficiente a garantire “una esistenza libera e dignitosa”.
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verificare i modelli organizzativi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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È stata sospesa dal lavoro per non avere notato un mascara nascosto in una busta
di castagne. È una cassiera con 36 anni di esperienza – denunciano i sindacati –
l’ultima “vittima” del tanto contestato “test del carrello” messo in campo
dall’azienda Pam Panorama che ha già portato al licenziamento di due dipendenti.
Il test consiste nell’occultamento volontario di prodotti in punti difficili da
individuare nel carrello di un finto cliente durante una normale passata in
cassa. E il dipendente del supermercato che non si accorge del prodotto nascosto
rischia la sanzione.
Per la cassiera del supermercato Pam di Fornacette – nel comune di Calcinaia, in
provincia di Pisa – è scattata così la sospensione dal lavoro per dieci giorni,
non retribuiti. “Una sanzione pesantissima, mettendo sulla testa della
dipendente una spada di Damocle che appare come un messaggio chiaro, per lei e
per i colleghi: ogni minimo errore sarà punito senza pietà“, commenta Matteo
Taccola, della Filcams Cgil di Pisa.
Non si tratta di un caso isolato. A Siena e a Livorno, Pam Panorama ha già
licenziato due persone per non aver superato il test. In seguito ai
licenziamenti, l’azienda ha diffuso un comunicato stampa, ma i sindacati Filcams
Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs ne hanno sottolineato le contraddizioni: “Nel
comunicato si parla di un’escalation di furti, rapine e delinquenza e ammanchi
per 30 milioni di euro: uno scenario poco verosimile ed esasperato ad arte”. Tra
l’altro le responsabilità dei furti verrebbero, in questo modo, scaricate sul
personale di cassa. L’azienda, come fanno notare i sindacati, “dovrebbe
investire sui servizi di anti taccheggio e vigilanza privata”, soprattutto sulle
casse veloci.
Il test del carrello è diventato anche un caso politico, con i partiti di
opposizione che hanno portato l’argomento in Parlamento. Intanto i sindacati
confermano che andranno avanti con la mobilitazione nazionale fino a quando Pam
Panorama “non avrà ritirato tutti i licenziamenti e i provvedimenti
disciplinari, e non avrà ripristinato relazioni industriali improntate al
rispetto e alla dignità del lavoro”.
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sospende dal lavoro un cassiera dopo il “test del carrello” proviene da Il Fatto
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