Un operaio di 57 anni è morto in cantiere dopo essere stato travolto dal
cemento. L’incidente è avvenuto lunedì sera a Guidonia Montecelio, nell’area
della città metropolitana di Roma, negli impianti della Buzzi Unicem. Il
lavoratore, dipendente di una ditta esterna come hanno comunicato i sindacati,
sarebbe rimasto travolto dal materiale grezzo durante le operazioni di pulizia
dei silos.
“Dall’inizio dell’anno è la terza vittima del lavoro accertata nel Lazio e,
ancora una volta, nella filiera degli appalti”, hanno denunciato Cgil e Fillea
Cgil di Roma e Lazio, ritenendo “inaccettabile che il lavoro continui ad essere
causa di morte e sofferenza per chi per vivere deve lavorare e per i loro
familiari, a cui siamo vicini ed esprimiamo tutto il nostro sostegno”. E hanno
concluso: “Continueremo a mobilitarci per fermare questa strage e affinché le
istituzioni facciano la loro parte, a partire dall’attuazione del piano
regionale sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro”.
Per la morte del 57enne – che aveva due figli – i sindacati hanno organizzato
uno sciopero per l’intero turno di lavoro di martedì. “Uno sciopero di dolore,
di rabbia e di denuncia, ma soprattutto di umanità. Dobbiamo continuare a
mobilitarci, come stiamo facendo oggi”, ha detto il segretario generale della
Cgil di Roma e del Lazio, Natale Di Cola. E ha lanciato l’appello alle
istituzioni: “Fermare la strage nei luoghi di lavoro deve essere una priorità
dell’intera società, a cominciare dalle istituzioni che, anche nel territorio,
devono attivarsi e fare tutto il possibile per fermare questa vergogna”.
Una risposta politica che non deve fermarsi al singolo caso: “Ecco perché è
importante che questo sabato due comuni della provincia di Roma, Artena e
Colleferro, promuovano una manifestazione per la salute e la sicurezza sul
lavoro e per ricordare i propri concittadini morti di lavoro”. Sottolineando che
dovrebbe avvenire ovunque “perché ricordare i nomi, i volti, le storie,
strappare le persone dalle fredde statistiche è il primo atto per invertire la
normalizzazione della strage e rimettere al centro del modello di fare impresa
l’umanità”.
L'articolo Operaio muore travolto dal cemento a Guidonia. E scatta lo sciopero:
“Un’altra vittima nella filiera degli appalti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Una “opportunità di business”, non una delocalizzazione. Con quali risorse resta
da capire, visto che il 27% delle aziende dell’indotto, secondo un rapporto di
Pwc, è in “distress finanziario”, strozzata da volumi in calo con margini
ridotti e fatturato contratto mentre gli investimenti sono stati alti. Nel
giorno del faccia a faccia tra Stellantis e le aziende piemontesi della
componentistica auto per invitarle ad aprire proprie filiali in Algeria, a
supporto della fabbrica di Tafraoui dove il gruppo franco-italiano sta portando
avanti importanti investimenti, si accende un faro sulla manovra tentata dalla
multinazionale controllata da Exor della famiglia Agnelli-Elkann. Ad avviso di
Stellantis, l’incontro con i propri fornitori può aprire “nuove opportunità di
business”, mentre i suoi investimenti in Italia latitano.
“IL NORD AFRICA NON È IN COMPETIZIONE”
“L’incontro svoltosi oggi non ha nulla a che fare con delocalizzazioni o
produzioni realizzate in Algeria per essere esportate in Europa, ma si tratta di
un modello di produzione sul mercato algerino per il mercato algerino”, sostiene
Stellantis escludendo che l’ecosistema industriale che intende implementare in
Nord Africa sia in competizione con quello europeo.
INCENTIVI LOCALI E MANODOPERA A BASSO COSTO
Si tratta tuttavia delle stesse aziende che negli ultimi anni hanno patito più
di tutte la contrazione della produzione del gruppo in Italia, fino al record
negativo di 213mila vetture sfornate nel 2025, mai così poche dal 1954. Insomma:
il comparto in questo momento non ha grandi risorse per investire e, spingere
verso l’Algeria, lasciando immaginare incentivi locali e costi certamente bassi
per la manodopera, rappresenta un rischio per le fabbriche italiane.
PWC: “ITALIA MERCATO A BASSA PRODUZIONE”
Anche perché i volumi ridicoli dell’ultimo biennio si sono tradotti, secondo
un’analisi di Pwc, in un momento delicatissimo che risente anche del contesto
stagnante di vendite in Europa: “Nel 2025 la filiera della componentistica ha
subito gli effetti della contrazione dei volumi di produzione di veicoli in
Europa ed in Italia, ai minimi storici – si legge nel rapporto – La produzione
di veicoli continua a spostarsi dall’Europa verso la Cina, l’India e il Sud-Est
asiatico configurando l’Italia come mercato a bassa produzione locale ed elevata
incidenza di autovetture importate”.
LO STUDIO: FATTURATO GIÙ DEL 15%
I risultati? Secondo Pwc, tra i primi 315 operatori della componentistica
automotive italiana, il mercato ha registrato un calo del fatturato del 15%
rispetto al picco del 2023, con una marginalità in ulteriore contrazione
rispetto al 2024, dovuta principalmente alla difficoltà nell’assorbire i costi
fissi a seguito del calo dei ricavi. Così ad oggi il 27% delle aziende, sostiene
Pwc, è in distress finanziario. Esistono profitti solidi, specifica la
multinazionale della consulenza, “per chi punta sull’aftermarket e sul mercato
dei veicoli pesanti”.
LE FUSIONI COME STRUMENTO PER SOPRAVVIVERE
Per il futuro, Pwc vede numerose operazioni di acquisizione o fusione trainate
da investitori e buyer stranieri. La posizione di Stellantis, tra l’altro,
secondo i sindacati resta un suggerimento ad “abbandonare il territorio” invece
di “difendere e rilanciare l’eccellenza manifatturiera locale”. In una
lettera-appello alle aziende dell’indotto firmata da Fim, Fiom, Uilm, Fismic,
Uglm e Associazione Quadri, si ricorda che negli ultimi anni sono già state
perse 500 aziende e 35.000 posti di lavoro: “Non è solo una statistica, ma una
ferita aperta nel nostro tessuto sociale”.
I SINDACATI CHIEDONO RESPONSABILITÀ
Così oggi – proseguono – “migliaia di noi vivono nell’incertezza, tra salari
ridotti dalla cassa integrazione e la mancanza di un piano industriale di lungo
respiro. Questo declino è stato accelerato dal progressivo disimpegno di
Stellantis, che ha dirottato risorse e modelli strategici verso altri poli
produttivi, privando Torino del suo ruolo centrale”. Da qui la richiesta:
“Un’assunzione di responsabilità: il futuro di Torino si costruisce restando
qui, valorizzando il lavoro e restituendo dignità a chi, con fatica, continua a
sostenere l’economia di questa provincia”.
L'articolo Stellantis: “L’Algeria? Nuove opportunità per le aziende
dell’indotto”. Ma Pwc avvisa: “Una su 4 in distress finanziario” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Febbraio si apre con un’ondata di proteste nel settore dei trasporti che
colpisce pendolari, viaggiatori e servizi pubblici. I lavoratori del trasporto
pubblico locale, ferroviario e aereo hanno programmato complessivamente diciotto
giorni di sciopero in 28 giorni, con tre momenti particolarmente intensi a
livello nazionale.
Dalle 3 di lunedì 2 febbraio alle 2 del giorno successivo, il personale di
Trenord fermerà le attività in Lombardia. La circolazione dei treni potrà subire
pesanti disservizi, pur con fasce garantite di funzionamento nella prima
mattinata e nel tardo pomeriggio. In caso di cancellazioni dei collegamenti
aeroportuali, la società ha annunciato servizi sostitutivi con autobus tra
Milano Cadorna e Malpensa Aeroporto e tra Stabio e lo scalo lombardo.
Contestualmente, nel Lazio è atteso uno stop di quattro ore per addetti agli
appalti ferroviari di Elior Divisione Itinere/Polaris, mentre a Rimini la
protesta dalle 9 alle 17 del personale dell’Officina Manutenzione Ciclica di
Trenitalia potrebbe ridurre la circolazione dei dei treni.
Venerdì 6 febbraio è stata indetta una mobilitazione nazionale nell’ambito
marittimo e portuale, proclamata dal sindacato Usb Lavoro Privato. Nella stessa
giornata, sul tronco autostradale di Milano è prevista un’agitazione
territoriale di otto ore per ciascun turno lavorativo.
Le agitazioni interesseranno il trasporto pubblico locale in Abruzzo con uno
stop totale del servizio di Tua, uno sciopero nell’area di Lanciano e anche a
Teramo i mezzi urbani resteranno fermi per l’intera giornata. A Bari i
lavoratori dell’Amtab interromperanno il servizio dalle 8.30 alle 12.30 per lo
sciopero indetto dalla Uilt-Uil.
Una nuova sequenza di disagi si profila l’11 febbraio con lo sciopero di 24 ore
dei dipendenti del Comune di Como. Il 13 febbraio saranno invece coinvolte città
come Bolzano, Termoli e Udine, dove i mezzi urbani si fermeranno dalle 15 a
mezzanotte.
Lunedì 16 febbraio è invece bollato come giornata critica per il trasporto
aereo. I lavoratori di Ita Airways e gli assistenti di volo di Vueling
incroceranno le braccia per l’intera giornata, con ulteriori proteste indette da
Ost Cub Trasporti per il personale di terra di Airport Handling e Alha, due
società che operano negli aeroporti di Linate e Malpensa. Nonostante lo stop,
rimangono garantiti i voli internazionali, le partenze dalle 7 alle 10 e dalle
18 alle 21 e i collegamenti con le isole.
La protesta nel comparto ferroviario proseguirà verso la fine del mese: dalle 21
di venerdì 27 febbraio fino alle 20.59 di sabato 28, il personale di macchina e
di bordo delle Ferrovie dello Stato Italiane sciopererà per 24 ore, con
possibili ripercussioni su treni regionali, Frecce e Intercity, e fasce di
garanzia incerte. Nel frattempo, in Puglia, i lavoratori di Ferrovie Sud Est e
servizi automobilistici sciopereranno dalle 19.30 alle 23.30 in rappresentanza
di diversi sindacati di settore.
L'articolo Raffica di scioperi nei trasporti a febbraio: a rischio treni, bus e
voli. Ecco quando proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Corte d’Appello di Milano condanna la società di handling di Malpensa Alha
Airport: dovrà risarcire ai lavoratori il lavaggio degli indumenti da lavoro;
circa 12 euro per ogni settimana effettiva di servizio. La pulizia delle divise
doveva essere a carico dell’azienda, invece hanno dovuto provvedervi gli
addetti, per questo hanno diritto a un rimborso. Ma subito dopo la pubblicazione
del provvedimento, il sindacato di base Cub ha attaccato le sigle dei trasporti
di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, accusandole di aver sottoscritto accordi al ribasso
rispetto a quanto stabilito dai giudici: “Firmano accordi con importi
assolutamente irrisori e incongrui”, dicono.
LO SCONTRO SULLE CIFRE DELL’INTESA SINDACALE
L’intesa con i confederali, infatti, prevede un risarcimento che si ferma a 0,56
euro al giorno, quindi meno di tre euro alla settimana. Una cifra ben più bassa,
accettata perché così sarà riconosciuta a tutti, non solo a quelli che hanno
vinto il ricorso, evitando lunghe trafile giudiziarie. Circostanza che, secondo
il Cub, non è sufficiente a giustificare un importo così tanto distante da
quello venuto fuori dalle sentenze.
“LE DIVISE SONO DISPOSITIVI DI PROTEZIONE”
Ricapitolando: la Alha è una società che svolge a Malpensa le attività di terra,
prima dei decolli e dopo gli atterraggi. In questo caso parliamo di addetti al
carico e scarico merci. I lavoratori indossano divise che devono avere
determinate caratteristiche per garantire la loro sicurezza: i tessuti devono
proteggerli dal caldo in estate e dal freddo in inverno, i colori devono
renderli visibili in pista per evitare incidenti. Per questa ragione, sul piano
tecnico sono considerati dispositivi di protezione individuale (dpi), non
semplici divise di riconoscimento.
I GIUDICI DICONO SÌ: 6MILA EURO A CHI HA FATTO RICORSO
Il datore di lavoro, per legge, ha l’obbligo di fornire questi dispositivi,
quindi anche il lavaggio e la conservazione dovrebbero essere a carico
dell’impresa. Per anni, però, i dipendenti Alha hanno dovuto farlo
autonomamente. Ecco perché hanno presentato ricorso presso il Tribunale di Busto
Arsizio, che ha dato loro ragione a febbraio 2025. I risarcimenti sono
quantificati in un’ora di straordinario per ogni settimana effettiva di lavoro.
Parliamo di poco più di 12 euro, che moltiplicato per tutti gli anni di servizio
hanno permesso al gruppo di lavoratori ricorrenti di ottenere cifre superiori ai
6mila euro ciascuno.
L’ACCORDO DELLA DISCORDIA DOPO IL PRIMO GRADO
Qualche mese più tardi, Alha ha raggiunto un accordo con i sindacati dei
trasporti di Cgil, Cisl, Uil e Ugl: 56 centesimi di euro per ogni giorno
effettivo di lavoro. Una cifra decisamente più bassa di quella ottenuta con la
sentenza. Due giorni dopo la firma di questo documento, Alha ha presentato il
ricorso in Corte d’Appello di Milano contro la sentenza del Tribunale di Busto
Arsizio. Nel difendersi, l’azienda ha anche ricordato di aver pattuito
attraverso gli accordi collettivi una cifra per risarcire il lavaggio degli
indumenti dei suoi dipendenti. I giudici di Milano Benedetta Pattumelli, Giulia
Dossi e Corrado Gioacchini, però, hanno dato nuovamente torto all’impresa e
ragione ai lavoratori difesi dalla Cub con gli avvocati Massimiliano Canavesi,
Giovanni Sertori e Alberto Medina.
I MAGISTRATI: “FUNZIONE DI SICUREZZA”
I magistrati ribadiscono prima di tutto quanto detto dal Tribunale di Busto
Arsizio: le divise hanno una funzione di sicurezza, perché proteggono dai rischi
legati alle temperature, alle condizioni meteo e ai possibili incidenti in
pista. Quindi sono dispositivi di protezione e il lavaggio è a carico
dell’impresa. Inoltre, la Corte ha detto di no anche alla richiesta dell’azienda
di rivedere la quantificazione. I giudici hanno citato “plurimi precedenti nei
quali questa stessa Corte ha ritenuto – in casi del tutto analoghi –
adeguatamente dedotto e quantificato un impegno pari ad un’ora settimanale,
certamente congruo rispetto alla pluralità di capi oggetto del presente
giudizio”.
L’INTESA? NON VINCOLA I MAGISTRATI
A proposito degli accordi sindacali che hanno stabilito cifre minori, i
magistrati hanno detto che “altrettanto irrilevanti risultano gli importi
pattuiti in sede collettiva, non vincolanti in sede giurisdizionale per il
particolare contesto della loro determinazione, compiuta nell’ambito di logiche
negoziali non omogenee ai criteri di accertamento giudiziale”. Insomma, le
intese tra sindacati e azienda non vincolano i magistrati, che tra l’altro hanno
applicato parametri già sperimentati per quantificare l’onere dovuto al mancato
lavaggio degli indumenti protettivi. Da un lato c’è la natura conflittuale dei
sindacati di base, dall’altro quella negoziale dei confederali. In questo caso,
la battaglia giudiziaria ha portato a un vantaggio decisamente maggiore per i
lavoratori che hanno voluto intraprenderla.
L'articolo Malpensa, Alha Airport dovrà risarcire i dipendenti per la pulizia
degli indumenti da lavoro. Ma è scontro tra i sindacati proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un vigile del fuoco non può manifestare indossando la divisa, né “tantomeno
parlare in pubblico per difendere le ragioni per le quali stanno manifestando”:
con questa tesi – riferisce il sindacato Usb di Pusa – il Ministero degli
Interni ha avviato una contestazione disciplinare per i pompieri che avevano
manifestato per Gaza nello scorso autunno. In risposta, l’Usb ha organizzato
un’assemblea contro “la militarizzazione del corpo nazionale”: l’appuntamento è
fissato per mercoledì 28 nella sala Aci di via Marsala, a Roma.
La vicenda riguarda dieci lavoratori che sono stati raggiunti da contestazioni
disciplinari per aver partecipato alle manifestazioni e ai cortei dello scorso
autunno, quando gran parte dell’attenzione pubblica era rivolta al genocidio
nella Striscia di Gaza: i lavoratori avevano sfilato per le strade indossando le
divise e portando striscioni a sostegno del popolo palestinese. Tra le persone
sanzionate c’è anche il delegato sindacale Claudio Mariotti che si era
inginocchiato assieme ai suoi colleghi di Pisa.
Secondo la sede locale, l’obiettivo del Ministero è quello di “intimidire
un’intera categoria, anche in vista del riordino del settore, la riforma del
corpo dei vigili del fuoco con la quale questo governo vuole equiparare i
pompieri a operatori di pubblica sicurezza”. E definisce l’atto un “attacco alla
libertà di espressione, al diritto di sciopero e al diritto di organizzazione
sindacale, diritti fondamentali che sono previsti dalla nostra Costituzione”.
Che si inserisce in un disegno politico più ampio: “È un ulteriore segnale
dell’indirizzo militarista del governo e della volontà di reprimere il
dissenso“.
L'articolo Contestazione disciplinare per i vigili del fuoco che manifestarono
per la Palestina. Viminale: “Non si protesta in divisa” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Contro la liberalizzazione del mercato: i tassisti tornano a scioperare dalle 8
alle 22 nella giornata del 13 gennaio, con “partecipazione pressoché totale”,
viene annunciato. Gli aderenti alla mobilitazione appartengono a una ventina di
sigle sindacali e hanno deciso di manifestare in segno di protesta per
l’ingresso di piattaforme come Uber. La categoria dei tassisti, ancora una volta
molto compatta, chiede al governo Meloni delle regole chiare per evitare “lo
strapotere degli algoritmi“. Uiltrasporti afferma: “Chiediamo con forza al
governo la riapertura del tavolo di confronto sui decreti attuativi che la
categoria aspetta ormai dal 2019″. I sindacati chiedono anche la conclusione
dell’iter dei decreti attuativi della legge contro l’abusivismo e la tutela del
servizio taxi come servizio pubblico locale.
La Cgil accusa l’esecutivo di non aver mantenuto gli impegni nei confronti dei
tassisti, “che hanno pagato per una licenza rilasciata da un comune e che
operano secondo turni e orari stabiliti dal comune”, denuncia il coordinatore
nazionale di Unica taxi del sindacato, Nicola Di Giacobbe, che non usa mezzi
termini: “Questo governo o è connivente delle multinazionali o non è nelle
condizioni di far rispettare la legge”. Uri e itTaxi vanno controcorrente e
criticano le voci in rivolta. Il presidente della Cooperativa radiotaxi 3570 di
Roma, Lorenzo Bittarelli, ricorda che furono le stesse sigle sindacali a
chiedere la modifica alla legge quadro creando così un vuoto regolatorio dalle
conseguenze negative per i tassisti: “Chi promuove questa astensione dovrebbe
protestare contro se stesso”.
Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha convocato le associazioni a una
riunione fissata per domani, mercoledì: “Non ho voluto interferire, quindi è
giusto che ognuno rivendichi quello che ritiene di rivendicare”. Il vicepremier
ha definito le riunioni per i taxi come “le più impegnative” e “delle belle
avventure”.
A Roma, oltre ai presidi, è stato organizzato un corteo con partenza da
Fiumicino, tappa a Piazza Bocca della Verità e l’arrivo a Montecitorio. A
partire dalle 11, davanti alla Camera dei deputati, il corteo statico, a cui non
hanno aderito Controcorrente unione radiotaxi d’Italia e il consorzio itTaxi. In
piazza Capranica ci sono stati momenti di tensione all’arrivo di Matteo
Hallissey, presidente di +Europa e dei Radicali italiani: negli ultimi mesi, il
politico ha organizzato delle iniziative contro la cosiddetta lobby dei tassisti
insieme allo streamer Ivan Grieco.
A Bari, gli scioperanti hanno parcheggiato i loro taxi davanti alla Prefettura.
Decine di tassisti aderenti alla Usb protestano in presidio. Un rappresentante
cittadino del sindacato, Filippo Romano, spiega: “Noi siamo servizio pubblico di
piazza e loro stanno utilizzando gli ncc come servizio pubblico di piazza, non è
legale. In più con le loro piattaforme utilizzano algoritmi che aumentano
automaticamente le tariffe quando la richiesta di auto sale. Noi non possiamo
farlo perché siamo vincolati dalle tariffe amministrative”. E prosegue: “Il
nostro giro d’affari è diminuito. Ma c’è anche un problema legato alle tasse
perché queste multinazionali portano i loro profitti nei paradisi fiscali, non
pagando le tasse in Italia”.
La carenza di taxi si avverte anche nel capoluogo pugliese, soprattutto nella
zona dell’aeroporto. Rispetto a questo problema, Romano sottolinea che “oltre
alle doppie guide, dal 2025 è stato effettuato un bando per assegnare 30 licenze
in più. La mancanza non è dovuta solo al numero di taxi, ma anche a un problema
organizzativo perché molti aerei arrivano in ritardo, quindi si accumulano
utenti e di conseguenza diventa difficile espletare il servizio”.
L'articolo Sciopero dei tassisti contro la liberalizzazione del mercato e “lo
strapotere degli algoritmi”. Salvini convoca le associazioni proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Per le categorie dei pendolari e degli studenti, il 2026 si apre con gli
scioperi di venerdì 9 e sabato 10 gennaio. Il primo fronte critico è quello dei
trasporti. Il 9 gennaio si ferma il trasporto aereo con mobilitazioni nazionali
dei lavoratori di Vueling Airlines (dalle ore 10 alle 18), EasyJet (dalle 00:00
alle 23:59) e Assohandler (dalle 13:00 alle 17:00). A Milano la Filt Cgil ha
promosso lo sciopero di Swissport Italia per 24 ore, con possibili disagi ai
check-in, imbarchi e gestione bagagli.
La protesta proseguirà anche sul fronte ferroviario. Dalle ore 21 di venerdì 9
alle ore 21 di sabato 10 gennaio 2026 è stato proclamato uno sciopero nazionale
da alcune sigle sindacali autonome che interesserà il gruppo Fs italiane, con
possibili effetti su cancellazioni e ritardi anche al di fuori dell’orario
ufficiale. Per il trasporto regionale sono garantite fasce essenziali (dalle 6
alle 9 e dalle 18 alle 21 di sabato 10 gennaio). Parallelamente, è previsto uno
sciopero nazionale di 8 ore del personale Rfi, sempre tra le 21 del 9 e le 21
del 10, che potrebbe influire ulteriormente su servizi e collegamenti.
I disagi dei trasporti sono anticipati già l’8 gennaio da alcune mobilitazioni a
livello locale: ad esempio, uno sciopero del settore aereo a Venezia e Treviso
(dalle 11:30 alle 15:30), uno del trasporto pubblico locale a Bolzano (dalle
16:00 alle 20:00), l’astensione del trasporto pubblico locale EAV a Napoli per
24 ore nel rispetto delle fasce di garanzia e iniziative simili in Abruzzo.
Parallelamente, le agitazioni investiranno il mondo della scuola, con possibili
sospensioni delle lezioni o funzionamento ridotto delle attività didattiche nei
nidi, scuole dell’infanzia, elementari, medie e superiori. Docenti e personale
ATA di istituti pubblici, comunali e privati, di ogni ordine e grado, sono
chiamati a fermarsi in entrambe le giornate: lo sciopero è stato promosso dalle
organizzazioni sindacali FLP e CONALPE e le confederazioni sindacali CONFSAI e
CSLE. Sciopererà anche il personale del ministero dell’Istruzione e del merito.
L'articolo Sciopero di trasporti e scuole il 9 e 10 gennaio: tutti i settori
coinvolti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tutti contro l’emendamento Pogliese, che promette di cancellare gli stipendi
arretrati dovuti ai lavoratori sottopagati. La norma entrata nelle legge di
Bilancio, dopo il tentativo fallito di inserirla nel decreto Ilva, fa infuriare
la Cgil. La segretaria confederale Maria Grazia Gabrielli parla di “un nuovo e
grave attacco ai diritti dei lavoratori da parte del governo” con cui, “senza
alcun confronto con le organizzazioni sindacali, si tenta di rendere più
difficile la tutela dei salari e il recupero dei crediti retributivi”
Il segretario generale, Maurizio Landini, parlando con Repubblica aveva definito
la norma “ennesima cattiveria contro i lavoratori che perdono il diritto agli
arretrati quando un giudice stabilisce che la loro retribuzione è troppo bassa.
Una norma che non c’entra nulla con la finanziaria, ha un profilo di
incostituzionalità e di cui chiediamo il ritiro immediato”.
Dal Partito democratico, la vicepresidente Chiara Gribaudo attacca: “Non solo
non vogliono il salario minimo e aumentano senza ammetterlo l’età pensionabile,
ma privano anche i lavoratori e le lavoratrici delle retribuzioni dovute,
cercando di far passare emendamenti nella Manovra che, invece di aumentare
tutele e diritti, ne tolgono”.
Il leader M5s Giuseppe Conte in un post su Facebook accusa la maggioranza di
aver “infilato nella manovra, col favore delle tenebre e la confusione dei
litigi interni alla maggioranza, una norma vergognosa che calpesta e penalizza i
lavoratori sottopagati, che avevamo già stoppato in estate”. E ancora: “Sono gli
stessi del no al salario minimo legale e a tutte le nostre proposte per
aumentare gli stipendi dei lavoratori e aiutare i cassintegrati davanti al
crollo del potere d’acquisto. Sono gli stessi che aumentano i rimborsi a
ministri e sottosegretari. Il mondo al contrario. Ci batteremo ancora contro
questo ennesimo scempio”.
Per Nicola Fratoianni di Avs questa “è la più grave e sottovalutata” tra le
tante “norme, blitz e regalini ai potenti di turno che la destra ha offerto in
questi giorni per la legge di bilancio”: “Se paghi poco un lavoratore, anche se
un giudice dice che stai violando la Costituzione, comunque non dovrai
restituire un euro ai lavoratori. Tradotto? Potranno violare la Costituzione –
leggasi all’articolo 36, che regola la retribuzione proporzionata – e poi
rifugiarsi dietro un contratto collettivo firmato da sindacati fantasma che non
rappresentano i lavoratori. Stiamo parlando di soldi DOVUTI ai lavoratori che
verrebbero condonati per legge e di fatto regalati ai datori di lavoro”.
L'articolo Sindacati e opposizioni contro la “norma Pogliese”. Landini:
“Cattiveria contro i lavoratori”. Conte: “Infilata col favore delle tenebre”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un prezzo medio di oltre 100 euro a notte, ma il personale non riceve lo
stipendio. Ecco perché le lavoratrici e i lavoratori del Rome Marriot Park Hotel
hanno indetto uno sciopero: la mobilitazione è cominciata nel primo mattino di
venerdì 19 dicembre per chiedere il pagamento immediato degli stipendi, il
rispetto dei contratti lavorativi e l’apertura di un confronto sindacale. Da
diversi mesi, lo staff dell’hotel riceve gli stipendi in ritardo e sono anche
mancati i pagamenti delle mensilità aggiuntive: come il ritardo nel pagamento
della quattordicesima, avvenuto solo a settembre inoltrato.
Hotel Revolution, la società che gestisce la struttura, nella serata di giovedì
18 dicembre ha mandato un comunicato al personale del Marriot per avvisarli che
il pagamento della tredicesima fosse slittato da dicembre a gennaio: una
decisione che viola la legge e il contratto di lavoro. In che modo l’azienda ha
giustificato il ritardo? Con le “esigenze di cash flow“, una formulazione vaga
che scarica le difficoltà gestionali sul personale.
Non si tratta di un caso isolato, secondo i sindacati: “È l’ennesima
dimostrazione di una condizione strutturale che colpisce i lavoratori del
turismo a Roma: grandi catene alberghiere e marchi internazionali continuano a
produrre profitti, mentre chi garantisce ogni giorno il funzionamento delle
strutture non riceve nemmeno lo stipendio nei tempi dovuti”. Mentre il personale
sciopera, l’account Facebook dell’hotel pubblica la foto di una ricca colazione
con cornetto, muffin, muesli e spremuta d’arancia. “Luce del mattino, profumo di
dolcezza e un momento che sa di calma. Al Rome Marriott Park Hotel, la giornata
inizia con gusto e armonia”.
L'articolo Sciopero del personale al Marriot Park Hotel di Roma: stipendi e
tredicesima in ritardo proviene da Il Fatto Quotidiano.
È stata sospesa dal lavoro per non avere notato un mascara nascosto in una busta
di castagne. È una cassiera con 36 anni di esperienza – denunciano i sindacati –
l’ultima “vittima” del tanto contestato “test del carrello” messo in campo
dall’azienda Pam Panorama che ha già portato al licenziamento di due dipendenti.
Il test consiste nell’occultamento volontario di prodotti in punti difficili da
individuare nel carrello di un finto cliente durante una normale passata in
cassa. E il dipendente del supermercato che non si accorge del prodotto nascosto
rischia la sanzione.
Per la cassiera del supermercato Pam di Fornacette – nel comune di Calcinaia, in
provincia di Pisa – è scattata così la sospensione dal lavoro per dieci giorni,
non retribuiti. “Una sanzione pesantissima, mettendo sulla testa della
dipendente una spada di Damocle che appare come un messaggio chiaro, per lei e
per i colleghi: ogni minimo errore sarà punito senza pietà“, commenta Matteo
Taccola, della Filcams Cgil di Pisa.
Non si tratta di un caso isolato. A Siena e a Livorno, Pam Panorama ha già
licenziato due persone per non aver superato il test. In seguito ai
licenziamenti, l’azienda ha diffuso un comunicato stampa, ma i sindacati Filcams
Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs ne hanno sottolineato le contraddizioni: “Nel
comunicato si parla di un’escalation di furti, rapine e delinquenza e ammanchi
per 30 milioni di euro: uno scenario poco verosimile ed esasperato ad arte”. Tra
l’altro le responsabilità dei furti verrebbero, in questo modo, scaricate sul
personale di cassa. L’azienda, come fanno notare i sindacati, “dovrebbe
investire sui servizi di anti taccheggio e vigilanza privata”, soprattutto sulle
casse veloci.
Il test del carrello è diventato anche un caso politico, con i partiti di
opposizione che hanno portato l’argomento in Parlamento. Intanto i sindacati
confermano che andranno avanti con la mobilitazione nazionale fino a quando Pam
Panorama “non avrà ritirato tutti i licenziamenti e i provvedimenti
disciplinari, e non avrà ripristinato relazioni industriali improntate al
rispetto e alla dignità del lavoro”.
L'articolo “Non si è accorta di un mascara nascosto tra le castagne”: Pam
sospende dal lavoro un cassiera dopo il “test del carrello” proviene da Il Fatto
Quotidiano.