Cinquemila pagine di chat tra l’hacker Samuele “Sem” Calamucci e l’ex spia, nome
in codice Tela, Vincenzo De Marzio. Tre anni di messaggi riservati tra i
maggiori protagonisti dell’inchiesta milanese sulla società Equalize dietro la
quale si celava una centrale di dossieraggi illegali e che mettono sul tavolo
non solo i rapporti, ma anche la stessa struttura, con nomi, contatti e società
di comodo, del gruppo Fiore. Una squadretta di spioni romani composta da
soggetti vicini o interni alle istituzioni e all’intelligence dello Stato su cui
sta indagando anche la Procura di Roma. Il nuovo atto in mano ai pm milanesi
assomiglia alla trama di un romanzo di John Le Carrè dove ben poco è come
sembra. E così chat dopo chat si svelano i componenti e i fiancheggiatori del
gruppo nonché i rapporti con la banda milanese di via Pattari dove aveva sede
Equalize. Non sempre ci sono i nomi, spesso bastano le iniziali o gli alias. Chi
viene identificato è Francesco Renda, caporalmaggiore inserito nel reparto di
Informazione sicurezza dell’esercito e che dirà a Calamucci (forse millantando)
di lavorare anche per l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn). Poi c’è
R. che risulta aver lavorato presso la Presidenza del consiglio dei ministri e
sopra di loro il Tabaccaio, il cui nome non è svelato, ma che risulterebbe
vicino all’ex capo centro Cia Robert Golerick e all’ex capo dell’Aisi
(intelligence interna) Alberto Manenti. I due, non indagati, hanno una società
di cybersecurity la cui sede romana si trova a pochi passi dal centro nevralgico
dei palazzi dei servizi segreti italiani.
“SE RISPETTI LE REGOLE I SOLDI NON SARANNO UN PROBLEMA”
Questa storia si sviluppa in due parti: la prima quando Calamucci aggancia i
rapporti con Renda, il quale promette di vendere al gruppo foto imbarazzanti di
Leonardo Maria Del Vecchio e la seconda con l’hacker che in continuo contatto
con Tela incontra i vertici del gruppo Fiore. Iniziamo allora da qua, dalle chat
“gruppo Fiore”. Il 5 febbraio 2024 Sem scrive a Tela: “Aspetta che sulla chat
Fiore uno sta scrivendo”. Calamucci rispetto al suo coinvolgimento aveva chiesto
se sarebbe stato pagato con un fisso. In quel momento nel gruppo qualcuno
scrive: “Se rispetti le regole, i soldi non saranno un problema, ricordati che
loro sanno tutto anche quello che non dici. Importante non fare merdoni. Se sei
leale, i problemi li risolviamo noi. Domani ci sentiamo per domani. Il fine
comune è quello di risolvere i problemi non crearne come il tuo amico
(riferimento forse a De Marzio, ndr). Ricordati di avvisare se ci sono cambi di
programma. E se hai bisogno di soldi basta solo dirlo. Cerca di capire Barbara
N. chi è? Cosa fa e come lo fa”. Individuato il soggetto, Calamucci che da mesi
sta collaborando con le procure di Roma e di Milano, scrive: “Luxottica?”.
Immediata la risposta del gruppo Fiore: “Non dirmi cose che non ci riguardano.
Hai molta intelligenza. Mi raccomando venerdì”. Calamucci, difeso dagli avvocati
Antonella Augimeri e Paolo Simonetti, si confida con De Marzio: “Inizio ad avere
ansia, è un giochino che non mi piace”. L’ansia aumenta, quando riceve un altro
messaggio: “Ciao oggi è venerdì. Stasera vini qua, 18:30. Stesso menù”.
L’hacker, su suggerimento di Tela, scrive che lui non può spostarsi che ha
famiglia, ma che “se posso fare qualcosa dimmi pure”. Al che ottiene questa
risposta: “Stai cercando di fuck? App ha position, hai voglia di risolvere il
problemi e guadagnare?”. Naturalmente Calamucci gira queste chat a De Marzio, il
quale ha un dubbio: questi non sono italiani e scrivono dall’estero. Guardando
gli orari ragiona: “Ecco il tempo che trascorre, non scrivono dall’Italia.
Merdone in inglese viene tradotto come un vile un traditore, nessuno in Italia
usa questo termine, al limite merda. E poi Ciccio (Renda, ndr) ha sempre
iniziato con compare”.
IL VIAGGIO A ROMA. DE MARZIO: “TI VORRANNO ARRUOLARE”
Calamucci così scende a Roma. Qui invia a De Marzio la foto del civico 22 di
piazza Bologna dove si incontrerebbe il gruppo. L’ex agente Tela cerca
l’indirizzo su google e con sorpresa scrive a Sem: “Su google maps il palazzo è
oscurato come per gli obiettivi militari”. I sospetti aumentano quando si scopre
che a quell’indirizzo lavorano professionisti che collaborano con l’Ambasciata
americana. Quindi l’hacker viene portato al ristorante Girarrosto fiorentino che
De Marzio-Tela conosce molto bene: “Mangiano quelli dell’ambasciata americana,
praticamente è a due passi dall’ambasciata”. E ancora: “Sono loro. Ora ti
vorranno arruolare!” E da brava ex spia suggerisce: “Digli che sono un figlio di
puttana e che faccio tutto per soldi e che tu puoi farmi avere informazioni
false per salvarli tutti”. Più avanti poi parlano di Francesco Renda che
chiamano Ciccio e del suo fantomatico ruolo in Acn: “Quindi – scrive Sem – ha
accesso a un botto di roba”. L’Acn, spiega Tela si trova “in via Santa Susanna”
dove “c’ era la sede del Cesis, dove si va a firmare quando sei assunto alla
Presidenza” e comunque se Ciccio realmente è in Acn, prosegue De Marzio “ha
accesso a un’infinità di informazioni. Ma tutte le interrogazioni sono
controllatissime, ma se sono tutti d’accordo è più semplice”. Dopodiché una
riflessione comune di entrambi sulla squadra Fiore. Sem: “Non è l’azienda
Luxottica o Enel o altro, non sono i soldi. È riuscire a tenere in pugno le
persone”. De Marzio concorda: “Sono d’accordo con te, i soldi sono per Ciccio e
gli altri galoppini, chi li comanda vuole il potere”.
UNA SOCIETÀ DI COMODO AMERICANA
E così per capire, tocca tornare al primo tempo di questa storia, quando Renda
rivela a Calamucci che la squadra Fiore, come loro, sta lavorando su Del Vecchio
e in particolare su un ricatto con sue foto compromettenti. E’ durante il loro
rapporto iniziato già nell’ottobre 2023 che durante un viaggio a Roma, Calamucci
scopre il nome di una società di comodo del gruppo Fiore. Si tratta della Fcc
Usa Llc con sede in Liberty street a New York. “Dimmi chi sono – dice a De
Marzio – , non squillare scrivi, siamo qui ora”. Poco dopo Tela lo informa:
“Opera come First Capital, fornisce servizi di finanziamento del capitale
circolante, il telefono è degli Emirati arabi”. Quel giorno, è il 12 dicembre
2023, Calamucci è con Renda per cercare di avere le foto compromettenti di Del
Vecchio. Il “galoppino” del gruppo Fiore però fa melina, prima dice di sì poi
non si fa sentire.
FOTO HOT DI DEL VECCHIO JR, “OPERAZIONE PIOMBO FUSO”
La trattativa dura da ottobre. L’operazione, De Marzio, la chiama “Piombo fuso”.
Il 21 ottobre, quando Calamucci a Roma incontra R., la trattativa sembra ben
avviata. “Devo beccare R. – scrive Calamucci – se voglio i documenti”. Poche ore
dopo: “Abbiamo trovato l’accordo”. Da mesi il gruppo Fiore sta raccogliendo foto
imbarazzanti di Del Vecchio jr probabilmente per ricattarlo. Chi sia il mandante
ancora oggi però non risulta chiaro. E quando il gruppo di via Pattari, che per
Del Vecchio sta spiando l’allora fidanzata, inciampa in questa storia si mette
pancia sotto per recuperare i documenti in accordo con lo stesso entourage del
giovane erede di Luxottica. Ma l’operazione Piombo fuso risulterà più difficile
del previsto e alla fine non troverà sbocchi. E però nelle decine di chat
scambiate emergono particolari salienti sul gruppo Fiore. Tra questi il ruolo di
vertice del “tabaccaio” che lo stesso Ciccio incontrerà nei pressi dei giardini
di Villa Torlonia per decidere l’affare.
IL TABACCAIO AMICO DELLA CIA
E’ il 22 novembre quando per la prima volta Renda fa riferimento al Tabaccaio.
“Compà – scrive su Telegram a Calamucci – allora chiedo al tabaccaio, foto,
contratti, prezzo se ha, un paio di foto carabinieri”. Il 27 ancora Ciccio Renda
informa: “Comparuzzo, ieri visto tabbac, ha penso tutte le carte, stasera mi
faccio le 4 foto che ti servono, lui non si era portato nulla cazzo di mal
pensante ho detto che siamo persone di parola e oneste”. Al ché Calamucci
informa De Marzio: “Mi dice ha chiesto dei soldi, pensavo 20k”. Il giorno dopo
ancora l’hacker riferisce all’amico: “Ciccio sta per noi, oggi avremo tutto, se
confermo la richiesta di soldi che farà il tabaccaio. Mi dice che lui ha chiesto
70, 20 fa ridere, il compromesso sta a 35. Poi pensiamo a un modo sicuro per
scambiare il tutto”. La cifra reale è 70mila euro così come viene indicata nel
decreto di perquisizioni a carico di Renda indagato dalla procura di Roma perché
membro della squadra Fiore”.
LA GOLA PROFONDA DEL GRUPPO: “IO SO TUTTO”
Immediatamente De Marzio che ha una fretta tremenda di avere quelle foto
riferisce a Marco Talarico, Ceo della Lmdv di Del Vecchio e poi riporta: “Ok da
Marco ora si organizza. Domani mattina prestissimo mi vedo con Marco!”. A
dicembre durante la visita alla sede romana della società americana Fcc,
Calamucci strappa apparentemente l’ok finale: “Patto fatto!”, scrive entusiasta.
Alla fine il patto non si farà perché dice De Marzio: “Il tabaccaio si è sempre
rifiutato di darvi i documenti; tutta la richiesta dei soldi e il seguito è
stato architettato da F; F. ha chiesto al tabaccaio di reggergli il gioco
promettendogli che non avrebbe dato niente”. Così sarà, nonostante Ciccio Renda,
emerge dalle chat, continuerà a promettere e a scusarsi fino a confessare tutto
l’opera del gruppo Fiore rispetto alle foto di Del Vecchio jr tirando in ballo
anche una nota agenzia di intelligence privata francese diretta da un tale Eric.
“Io so tutto – svela Ciccio – ho fatto tutto io il lavoro con R. e un altro che
si chiama Eric e parla solo con me e R. Nel mese di marzo vengo contattato da R.
che ho sempre saputo che lavorasse per la PdC (Presidenza del consiglio, ndr)
per fare alcuni accertamenti investigativi. Poi mi ha fatto contattare dal tizio
Erik che aveva i nomi e le cose da fare, il quale secondo me era un passacarte.
Io mi metto in moto per eseguire il lavoro, poi prima di Pasqua mi spiegano che
la situazione è delicata, ci sono più attori e non dobbiamo pestare i piedi a
nessuno. Lo sai per me R. è da tempo fonte di guadagno ogni mese. Dopo mi è
venuto in mente che visto che tutto era nelle tue zone tu potessi darmi una
mano, ma alla fine mi sono fatto prendere la mano dai soldi. Ho cercato di
vendere doppie le poche informazioni raccolte”. Insomma, dagli uomini della
Presidenza del consiglio all’intelligence privata francese, fino al Tabaccaio
ritenuto vicino al Viminale in rapporto con Robert Golerick, ex capocentro della
Cia a Roma e con Alberto Manenti, ex capo del nostro servizio segreto interno
(Aisi). Del primo l’agente Tela riferisce: “È in pensione ma vende i servizi
alla Cia”. Del secondo: “E’ 100% Cia”.
L'articolo Ciccio, “il Tabaccaio” e l’uomo di Palazzo Chigi. Tutte le chat della
Squadra Fiore: “Risolviamo problemi, loro sanno tutto” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Procura di Milano
La Procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati i quattro
poliziotti che sono intervenuti domenica nel quartiere Rogoredo, dove un 30enne
cinese, che aveva sparato contro di loro, è stato a sua volta colpito e ferito
in modo grave. Si tratta, viene specificato, di un “atto dovuto” e a loro
tutela. I quattro – tutti appartenenti alle Uopi, le unità specializzate di
primo intervento della Polizia di Stato – sono indagati per l’ipotesi di
concorso in lesioni colpose, ma con la scriminante dell’uso “legittimo delle
armi”.
La norma, prevista dall’articolo 53 del codice penale, se dimostrata, estingue
il reato al termine delle indagini preliminari. Prevede infatti che non è
punibile il pubblico ufficiale che, “al fine di adempiere un dovere” fa “uso” o
“ordina di far uso delle armi o di un altro mezzo di coazione fisica” quando è
“costretto dalla necessità di respingere una violenza o di vincere una
resistenza” o comunque di “impedire” reati come quello “di strage, di naufragio,
sommersione, disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario,
rapina a mano armata e sequestro di persona”. Si tratta dei quattro agenti
intervenuti nel quartiere Rogoredo, inclusi i 3 che non hanno aperto il fuoco.
Liu Wenham, cinese di 30 anni e irregolare in Italia, è ancora ricoverato in
rianimazione al Niguarda di Milano in prognosi riservata, in condizioni
gravissime, e presenta ferite da arma da fuoco in testa e sulle braccia. Nel
fascicolo, coordinato dal procuratore Marcello Viola e dalla pm Simona
Ferraiuolo e con accertamenti della Squadra mobile, Wenham è invece indagato per
tentato omicidio, rapina e lesioni, tutti reati aggravati, minacce gravi e porto
abusivo di arma da fuoco.
La sparatoria è avvenuto nel primo pomeriggio di domenica 1 febbraio in via
Cassinis, poco prima di piazza Mistral. Secondo quanto ricostruito, poco prima
il cittadino cinese ha aggredito con una bastonata in testa una guardia giurata
di circa 50 anni che stava andando a piedi al lavoro – in via Caviglia, zona sud
della città non lontano da Piazzale Corvetto – e gli ha sottratto l’arma, una
Walther P99. L’uomo si è poi diretto verso Rogoredo dove, attorno alle 15.15, ha
incrociato il Land Cruiser blindato dell’Uopi contro il quale ha sparato almeno
3 colpi, rimasti nella carrozzeria blindata del fuoristrada. A quel punto gli
agenti hanno risposto al fuoco. Ferito alla testa e a un braccio, il trentenne è
stato trasportato in condizioni gravissime all’ospedale Niguarda. Gli agenti,
tutti illesi, erano intervenuti a seguito della nota diramata dalla centrale
operativa per la ricerca dell’uomo armato.
L'articolo Sparatoria a Rogoredo: indagati quattro poliziotti per lesioni
colpose ma “con uso legittimo delle armi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
È entrato in Procura a Milano alle 10 ed è uscito alle 14, dopo circa tre ore di
confronto con i magistrati, con un’interruzione dovuta a un blackout che ha
rallentato la stampa del verbale. Alfonso Signorini è stato ascoltato oggi dalla
Procura di Milano nell’ambito dell’indagine per violenza sessuale ed estorsione
nata dalla denuncia dell’ex concorrente del Grande Fratello Vip Antonio Medugno.
Il giornalista e conduttore televisivo si è presentato spontaneamente questa
mattina intorno alle 10, accompagnato dai suoi legali Daniela Missaglia e
Domenico Aiello, per rendere dichiarazioni spontanee, seguite da domande di
chiarimento da parte dei magistrati. Signorini è indagato sulla base della
querela presentata da Medugno, assistito dagli avvocati Cristina Morrone e
Giuseppe Pipicella. L’indagine è coordinata dai pm Alessandro Gobbis e Letizia
Mannella, responsabile del pool per il contrasto ai reati sessuali della Procura
milanese, guidata dal procuratore Marcello Viola. L’apertura del fascicolo,
avvenuta il 30 dicembre, è stata un atto dovuto in seguito alla denuncia.
Nel corso dell’audizione, durata fino alle 14, il conduttore ha respinto le
accuse, fornendo ai magistrati una versione dei fatti definita in netto
contrasto con quella contenuta nella querela. “Non ho commesso nessuna
violenza”, ha dichiarato, secondo quanto riferito dall’Ansa, ai pm, rivendicando
la correttezza del proprio operato. Il conduttore ha parlato anche delle chat al
centro delle puntate del format Falsissimo di Fabrizio Corona, nelle quali l’ex
agente fotografico ha accusato Signorini di aver messo in piedi un presunto
“sistema” di favori sessuali per la selezione dei concorrenti del Grande
Fratello. Accuse che Signorini ha sempre negato.
Nell’ambito della stessa vicenda, lo scorso 23 dicembre era stato ascoltato,
sempre su sua richiesta e in qualità di indagato, anche Fabrizio Corona,
iscritto nel registro degli indagati per revenge porn sulla base di una querela
presentata da Signorini. Proprio il fascicolo sul revenge porn ha portato al
sequestro di foto, video e chat, elementi che – secondo la ricostruzione –
avrebbero indotto Medugno a presentare la denuncia. Medugno, che ha partecipato
all’edizione 2021-2022 del Grande Fratello Vip, sarà ascoltato nei prossimi
giorni dagli inquirenti, come previsto dalla procedura del codice rosso per chi
denuncia reati di violenza. Nei giorni scorsi anche l’ex GF Vip Gianluca
Costantino, assistito dall’avvocato Leonardo D’Erasmo, aveva annunciato di stare
valutando l’ipotesi di presentare una denuncia.
L’interrogatorio di oggi si è svolto lontano dai giornalisti, che non hanno
potuto assistere all’uscita del conduttore, passato da un accesso laterale del
Palazzo di giustizia. La deposizione è stata temporaneamente interrotta a causa
di un blackout che ha impedito la stampa immediata del verbale. Dopo
l’esplosione mediatica del caso, Signorini si è autosospeso dagli impegni
televisivi con Mediaset, compresa la conduzione del Grande Fratello, mentre
resta direttore editoriale del settimanale Chi. Le indagini proseguono per
verificare le diverse versioni e valutare eventuali ulteriori sviluppi.
L'articolo Signorini ascoltato per tre ore in Procura a Milano: “Non ho commesso
nessuna violenza né estorsione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un nuovo capitolo nell’inchiesta sui cosiddetti “safari della morte”. Il
giornalista investigativo croato Domagoj Margetic definisce ‘sospette” le morti
di tre testimoni diretti del caso dei turisti cecchini che sarebbero partiti
dall’Italia, dopo aver pagato somme “ingenti” ai militari serbi, per partecipare
all’assedio di Sarajevo e sparare “per divertimento” contro i cittadini della
capitale bosniaca. I tre, secondo quanto scrive in una dichiarazione sui social
media, Margetic, che un mese fa ha chiamato in causa il presidente serbo,
Aleksandar Vucic, nella vicenda, sarebbero morti in un breve lasso di tempo.
Margetic fa i nomi di Slavko Aleksic, Branislav Gavrilovic Brnet e Vasili
Vidovic Vasket. Queste tre persone avrebbero avuto informazioni sui cecchini o
comunque sul meccanismo che gli permetteva di usare uomini, donne e addirittura
bambini come bersaglio e di falciarli dalle postazioni in cima ai palazzi su cui
installavano le loro armi i killer. Margetic il mese scorso ha depositato alla
Procura di Milano – che indaga sull’intera vicenda in seguito a un esposto del
giornalista e scrittore Ezio Gavazzeni – una denuncia a carico di Vucic, che
chiama in causa per una sua asserita presenza al ‘Sarajevo Safari’. “Da quando è
iniziata in Italia l’inchiesta sul ‘Sarajevo Safari’, è stata avviata una
operazione di pulizia per rimuovere i testimoni scomodi”, ha asserito Margetic
nella sua dichiarazione. Coloro che conoscevano le tre vittime, secondo lui,
sostengono che fossero persone sane e in buona salute. Vucic ha a più riprese
smentito seccamente le accuse di coinvolgimento nella presunta vicenda del
‘Sarajevo Safari’, e ha annunciato querele contro i media internazionali che lo
hanno coinvolto.
La vicenda era già stata raccontata alcuni anni fa con il termine “Sarajevo
Safari” e anche attraverso un documentario che documenta come cittadini
stranieri, disposti a pagare per sparare ai civili, prendessero parte a queste
atrocità. Questi “turisti della guerra” avrebbero quindi partecipato al massacro
di oltre 11mila persone tra il 1993 e il 1995.
Il fascicolo di Milano, al momento a carico di ignoti, riguarda i reati di
omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai motivi abbietti. Secondo le
testimonianze raccolte, i partecipanti, perlopiù simpatizzanti dell’estrema
destra e appassionati di armi, si radunavano a Trieste e venivano poi
trasportati sulle colline intorno a Sarajevo, dove potevano sparare sulla
popolazione dopo aver pagato le milizie serbo-bosniache guidate da Radovan
Karadzic, poi condannato per genocidio e crimini contro l’umanità.
Nell’inchiesta è stata inserita anche una relazione inviata alla Procura dall’ex
sindaca di Sarajevo, Benjamina Karic, che descrive i cosiddetti “ricchi
stranieri amanti di imprese disumane”. Fonti dell’intelligence bosniaca, già a
fine 1993, avevano segnalato la presenza di almeno cinque italiani sulle colline
intorno alla città, pronti a sparare ai civili. Gavazzeni, nell’esposto, cita
uno scambio di email del novembre 2024 con una fonte dell’intelligence bosniaca
che conferma questi spostamenti e le identità dei partecipanti.
L'articolo “Tre morti sospette tra i testimoni”, la denuncia di un giornalista
croato sui Safari della morte a Sarajevo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Striscione o pezza. Nel mondo ultras l’identificazione di un gruppo, il
posizionamento all’interno dello stadio va ben oltre l’apparente colore del tifo
per una squadra o per un’altra. C’è molto di più dietro, c’è un’espressione di
potere e di controllo, di presenza sul territorio, di egemonia di un gruppo
oltre il calcio. La pezza, dunque, è garante e simbolo anche di affari
criminali. E la dimostrazione plastica la si è avuta nella storia breve delle
due curve di Inter e Milan.
L’inchiesta della Procura di Milano e le recenti motivazioni della sentenza di
primo grado ne fanno un punto rilevante nel raccontare l’evoluzione del potere
sia sul fronte della Curva Nord sia sul fronte della Curva Sud. E del resto la
recente notizia del ritrovamento di uno striscione del vecchio gruppo milanista
dei Commandos Tigre ha rimescolato le dinamiche all’interno del direttivo che fa
ancora riferimento a Luca Lucci. Che quello striscione, come spiegato già dal
Fatto.it, sia vero o più probabilmente falso, in realtà poco importa. Esporlo
rappresenterebbe comunque una dimostrazione di potere per quello che sono stati
i Commandos nella storia del tifo milanista.
L’indagine Doppia Curva spiega quindi che i due striscioni unici di Curva Nord e
Curva Sud in realtà rappresentavano di fatto le due associazioni criminali che
vi stavano dietro. La Sud inizia a esporre la pezza unica già nel 2009, mentre
la Nord ci arriverà più tardi. La volontà di questa scelta sarà tutta di Andrea
Beretta, l’ex capo interista oggi pentito e mandante dell’omicidio di Vittorio
Boiocchi. Tanto che la Squadra Mobile proprio su questo aspetto scrive: “La
repentina escalation del gruppo Beretta-Ferdico fu contrassegnata da
un’ulteriore forte presa di posizione da parte di Beretta, consistita
nell’imporre ai capi ultras la consegna dello striscione (in gergo la “pezza”)
che identificava ciascun gruppo ultras della curva”.
Quella di Beretta, che assieme a Marco Ferdico e al defunto boss Antonio
Bellocco guiderà la Nord a partire dal 2022, è una scelta tutta criminale e
legata agli affari. A lui, in realtà, del tifo per l’Inter poco importa. Dirà:
“Lo sai benissimo io non faccio le cose per lo striscione, a me non me ne frega
un emerito cazzo!”. E così “la richiesta degli striscioni, suonata come un vero
e proprio ordine, è, nel mondo ultras, sinonimo dell’acquisizione del potere in
seno alla tifoseria organizzata”. In curva Nord così comparirà lo striscione
unico inizialmente corredato dai simboli dei vari gruppi (Viking, Boys,
Irriducibili) e in un secondo momento solo con la scritta Curva Nord.
Ecco allora come gli investigatori leggono l’azione di Beretta che ai più e cioè
ai tifosi normali che vanno allo stadio era sembrata solo un cambio di scritta:
“ Il tempestivo ritiro degli striscioni effettivamente è stato percepito come
un’azione di forza, di una strategia ben precisa già pianificata e orchestrata
da Beretta nella prospettiva di riappropriarsi del potere decisionale e delle
redini della tifoseria organizzata: in altre parole, relegato da Boiocchi a
curare la sola parte relativa al merchandising, Beretta, con la scomparsa del
primo, mise immediatamente in moto un’azione rapida e ben organizzata
finalizzata a riappropriarsi dell’intera gestione degli affari della Curva”.
Debora Turriello che assiema a Renato Bosetti gestiva l’affare dei biglietti
dirà in proposito: “’Hai un capo che è uno psicopatico, vuole via tutti gli
striscioni e vuole un unico striscione, perché non capisce quanto invece per i
gruppi è importante mantenere il loro nome, si vede che dietro ci vede un altro
tipo di business con lo striscione tutto unito, ma che cazzo ti devo dire”.
È il 2022. Molti anni prima, nel 2009, al secondo anello blu milanista compare
per la prima volta lo striscione unico Curva Sud. “Anche in questo caso – scrive
la Squadra Mobile -, come accaduto oggi con l’unificazione di Curva Nord Milano,
non si trattò di una scelta indolore condivisa tra i vari gruppi, ma prevalse la
volontà dei più violenti, ossia dei Guerrieri Ultras di Luca Lucci (e nell’ombra
di Giancarlo Lombardi) e delle Brigate Rossonere di Carlo Giovanni Capelli”, più
noto come il Barone. Negli anni successivi in curva torneranno le vecchie pezze
delle Brigate e soprattutto della Fossa dei Leoni, ma è solo un’operazione di
marketing orchestrata da Lucci per attirare più persone.
Non comparirà invece più lo storico striscione dei Commandos Tigre, il gruppo
più antico del tifo milanista. Il suo ritiro definitivo è un altro passaggio
cruciale della scalata al potere di Lucci. Avviene nell’aprile del 2016 durante
un partita casalinga contro la Juventus. Commandos Tigre che erano già stato
messi nell’angolo a partire dal 2007 dopo due tentati omicidi a carico di
importanti rappresentanti del gruppo.
La vicenda è ben spiegata nelle motivazioni della sentenza della giudice Rossana
Mongiardo: “Nel 2016 la Curva Sud entrava in contrasto con i Commandos Tigre,
che, di conseguenza, venivano costretti a uscire di scena con una serie di
azioni di prevaricazione da parte degli esponenti della Curva Sud. All’interno
della Curva, erano invece sopravvissuti, come sottogruppi affiliati, quello
denominato Estremi Rimedi, Vecchia Maniera, i quali continuavano a esporre gli
storici striscioni Brigate Rosso Nere e Fossa dei Leoni”.
Aprile 2016, dunque, al Meazza si gioca Milan-Juventus. Al primo anello blu i
Commandos hanno messo il loro grande striscione. Poi il blitz del gruppo di
Lucci che costringe a levarlo posizionando la pezza di Curva Sud. “Si trattò –
scrive il giudice – come è facilmente intuibile, di una vera e propria
esibizione di forza e di definitiva presa di posizione della Curva Sud che, dopo
aver atteso le scontate operazioni di rimozione dello striscione da parte dei
Commandos Tigre, confluì, in numero massiccio creando disordini e caos”.
Insomma, le pezze ultras sono simbolo di potere e controllo.
L'articolo Curve di Inter e Milan, la pezza del potere: gli striscioni come
simbolo della scalata criminale degli ultras proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nelle chat criptate il suo pseudonimo di narcos era Fantasma. Nome a dir poco
azzeccato visto che dal 25 novembre, data del blitz della Guardia di finanza di
Milano, non si trova. E oggi Antonio Barbaro nato a Locri nel 1984 è
ufficialmente latitante. L’ultimo uccel di bosco delle cosche di Platì,
inseguito da un mandato di cattura per un enorme traffico di droga con il Sud
America in collaborazione con altri appartenenti alle cosche dell’Aspromonte,
tutte della famiglia Barbaro, chi del ramo Rosi, come Franco Barbaro e chi dei
Nigri, come lo stesso Fantasma, ma tutti, comunque sia, riconducibili al ceppo
iniziale del defunto superboss Francesco Barbaro detto U Castanu.
Nell’indagine SkyFall del pm antimafia Gianluca Prisco, il Fantasma è accusato
di associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di droga con
il ruolo di “promotore e organizzatore”. Inoltre, si legge nel capo
d’imputazione, “coadiuvava Franco Barbaro nelle operazioni di importazione di
stupefacente dall’estero partecipando alle decisioni relative alla fissazione
del prezzo della sostanza, condivideva la cassa dell’associazione, e con Franco
Barbaro effettuava in prima persona pagamenti dello stupefacente agli emissari
dei cambisti in contatto con il fornitore Marjus Aliu”. Inoltre Barbaro il
fantasma “partecipava alle importazioni di stupefacente del gruppo in qualità di
investitore, acquistando stupefacente ad un prezzo di favore garantito dalla
partecipazione all’associazione, aveva poteri decisionali e autonomia in
riferimento alle quantità da vendere e al relativo prezzo, tenendo a tal fine
contatti con esponenti di gruppi criminali acquirenti nonché, con riguardo alle
disposizioni impartite a Bruno Trimboli magazziniere e Michele Portolesi punto
di riferimento per la raccolta del denaro dei clienti”.
Secondo la ricostruzione della Procura di Milano, Antonio Barbaro assieme ai
suoi compagni in affari, quasi tutti legati alle cosche dell’Aspromonte, in meno
di un anno ha trafficato oltre 3,5 tonnellate di cocaina per un giro d’affari,
una volta stoccata e venduta sulla piazza di Milano, da scalata bancaria. Ora il
nome del Fantasma era già emerso dieci anni fa in una indagine di droga
coordinata dalla Squadra Mobile. E con lui il nome di Giuseppe Trimboli, classe
‘77, attuale suo coindagato. All’epoca Barbaro, che guidava una Seat Leon, era
titolare della Frutteria Lombarda nel comune di Gaggiano, a sud di Milano. Dopo
molto tempo, quel fascicolo tornò a fotografare i traffici di droga di soggetti
legati alla ‘ndrangheta. Del resto il Fantasma è figlio di Domenico Barbaro,
classe 1957, detto Incrostia l’Anca, già condannato per mafia e “appartenente
alla cosca Barbaro Castanu”. La discendenza da parte di madre porta il
neo-latitante a ingrandire l’albero genealogico del ramo dei Nigri. La madre
infatti è figlia del capostipite Antonio Barbaro detto u Nigru, mentre risulta
sorella del superboss Giuseppe Barbaro, tra le menti più illuminate della prima
infiltrazione mafiosa a Milano. Ma sempre e comunque ‘ndrangheta di Platì.
Per anni la residenza di Antonio Barbaro è stata in una via riservata a Gudo
Visconti, comune che assieme a Casorate Primo, Zelo Surrigone, Calvignasco e
altri compone una collana di paesi al limite della provincia di Pavia che oggi
rappresenta la nuova fortezza della ‘ndrangheta. Già allora emersero i rapporti
con Giuseppe Trimboli. Prima dell’indagine del 2015, Antonio Barbaro era stato
segnalato nel 2010 per reati legati agli stupefacenti. A partire dal 2007 i
controlli sul territorio, tra Calabria e Lombardia, lo hanno spesso trovato in
compagnia di appartenenti alle cosche Marando, Barbaro, Romeo, Sergi, Nirta,
Strangio. Oggi, quindici anni dopo quella prima segnalazione, si ritrova
fuggiasco da un capo d’imputazione che prevede fino a 25 anni di carcere. Dove
sia resta una bella domanda. Molto probabilmente in Calabria dove le coperture
sono più solide. Eppure non è detto che abbia trovato rifugio proprio in quei
paesi verso Pavia e dove il controllo delle forze dell’ordine è poco e
difficoltoso.
L'articolo Antonio Barbaro il “fantasma” è l’ultimo latitante della ‘ndrangheta
di Platì. In un anno ha trafficato 3 tonnellate di coca proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tanto è robusta l’inchiesta della Procura di Milano sul nuovo sistema mafioso
lombardo, tanto circostanziato il lavoro dei pm Alessandra Cerreti e Rosario
Ferracane assieme ai carabinieri del Nucleo investigativo che dopo il primo,
poche ore fa è arrivata la notizia di una secondo collaboratore anche lui
considerato organico e ai vertici del Consorzio mafioso fotografato
dall’inchiesta Hydra.
Se solo poche settimane fa la storia dell’indagine aveva subito una svolta con
la collaborazione di William Cerbo, braccio finanziario della cosca Mazzei di
Catania, ora è il turno della ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo capeggiata da
Vincenzo Rispoli, da tempo al 41 bis e recentemente raggiunto da un’ordinanza
per l’omicidio di Nicola Vivaldo ucciso a Rho il 23 febbraio 2000. A collaborare
è infatti Francesco Bellusci, classe ‘1987 nato a Cuggiono in provincia di
Milano, considerato interno al gruppo calabrese assieme, tra i vari, a Massimo
Rosi, Giacomo Cristello e Pasquale Rienzi.
La notizia è stata resa nota oggi durante l’udienza del processo che si svolge
con rito abbreviato. La Procura ha infatti depositato sei recentissimi verbali
di Bellusci che ha iniziato a collaborare con la Procura lo scorso 21 novembre,
data del suo primo verbale. Sarà sentito poi l’1, il 2, il 3, il 9 e il 10
dicembre. Lunghi verbali, in parte omissati, che contengono, per quel che
risulta, rivelazioni decisamente pesanti. Bellusci infatti racconta la genesi
del Consorzio che lui definisce “Unione”, dopodiché spiega la sua affiliazione
alla locale di ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo con relativo rituale.
Quindi svela un omicidio commesso da uno degli imputati di Hydra che però al
tempo del processo fu assolto. E infine illustra nello specifico la gestione del
denaro dell’ex primula rossa di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro. Bellusci, pur
relativamente giovane, emergerà dalle indagini partecipa a diversi summit di
mafia anche con i rappresentanti di Messina Denaro e della camorra romana legata
al clan di Michele Senese. Inoltre, presente alla “mangiate” nel terreno della
famiglia Nicastro a Castano Primo ne svela contenuti e interessi, a partire
dalla ricostituzione del locale di ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo.
Secondo la Procura di Milano appartiene alla locale di ‘ndrangheta organica al
Consorzio. Intercettato Massimo Rosi: “Fa parte della locale di Legnano
Francesco Bellusci”, il quale, secondo i pm, si metterà “a completa disposizione
degli interessi dell’associazione, cooperando con gli altri associati nella
realizzazione del programma criminoso”. E dunque: “Svolgendo funzioni operative
nelle azioni intimidatorie ed estorsive da compiere nell’interesse dell’intera
associazione criminale; contribuendo all’alimentazione della cassa comune
destinata al sostentamento dei detenuti, in particolare per il capo locale
Vincenzo Rispoli, occupandosi del reimpiego dei profitti illeciti
dell’organizzazione criminale, attraverso l’acquisizione di aziende operanti in
vari settori, alle quali erano addetti, quali prestanome”.
L'articolo Consorzio mafioso lombardo, c’è un secondo pentito. E’ Francesco
Bellusci affiliato alla ‘ndrangheta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si potrebbe iniziare così: la “pezza” ritrovata. E la pezza in questo caso, è lo
striscione dei Commandos Tigre, primo gruppo ultras (nasce nel 1967) del tifo
organizzato milanista. Lo stendardo è stato ritrovato “per caso” qualche giorno
fa durante uno sgombero da uno studente universitario sconosciuto alle cronache
di curva e giudiziarie. Ma il dato è oggettivo. Di più: lo striscione è
originale e per il blasone che rappresenta rischia oggi di scompaginare gli
equilibri della Curva sud. Tanto che i suoi pretoriani assieme ai senatori
dell’Old Clan si sono messi in caccia come alla ricerca del Sacro Graal.
Ultras a Milano, quindi. Sponda rossonera, secondo anello blu, Curva sud.
Esistenza oggi difficile. Indagata, processata, condannata e ancora
attenzionata, diffidata, sgradita. L’occhio della Procura sembra vigile, la
Squadra Mobile indaga sull’ultimo tentato omicidio, mentre Luca Lucci il Toro
intravede, oltre alla già emessa sentenza per l’inchiesta Doppia Curva,
vent’anni per droga. Eppure chiuso nel carcere, ancora è ritenuto il capo da chi
in transenna si barrica dietro l’equivoco “Sodalizio”, vietato in forma di
striscione eppure ribadito durante il derby con le torce dei cellulari. Ma sono
solo increspature, la Procura decide, la società un po’ storce il naso, mentre
il vecchio vocalist Pacio Pacini, fedelissimo di Lucci, risulta sgradito a
giorni alterni.
Nel frattempo, però, a far prevedere burrasca tra i monolitici equilibri di
Curva sud puntellati di recente da senatori dell’Old Clan, già a capo delle
Brigate Rossonere declinate in forma di estrema destra, c’è la pezza ritrovata
dei Commandos, simbolo del potere assoluto in curva. Perché i Commandos Tigre
sono il gruppo ultras più antico, anche della Fossa dei Leoni, anche delle
Brigate Rossonere. Per cinquant’anni è stato il sangue blu del tifo organizzato,
una nobiltà supportata non di rado dagli interessi criminali della famiglie
mafiose, fino a quando il blasone è stato spazzato via prima dai “guerrieri” di
Giancarlo Sandokan Lombardi e poi dai “banditi” di Lucci. Sulla strada della
conquista si sono osservati due tentati omicidi nei confronti di storici
appartenenti dei Commandos, calci, pugni e pistolettate. Era il 2006 e per altri
dieci anni il gruppo espropriato del suo luogo di origine, il primo anello blu,
ha provato a resistere anche con innesti criminali di alto rango. Ma già in
questo decennio lo striscione scompare custodito come il Graal da un tesoriere
segreto.
Poi nel 2016 la trasferta a Genova contro la Sampdoria sembra chiudere i giochi
con un’aggressione programmata. I Commandos arrivano nella pancia del Marassi e
si trovano davanti i pretoriani di Curva Sud. Ad attenderli anche un fedelissimo
di Lucci che oggi va a braccetto con i vecchi amici dell’Old Clan. Non è una
rissa, ma una spedizione punitiva. Da lì a poco alle 19:30 del 26 aprile 2016 in
rete gira il comunicato con cui si annuncia lo scioglimento dei Commandos: “Ieri
sera 25 aprile è successo quello che pensavamo non potesse mai succedere,
abbiamo deciso di sciogliere i Commandos Tigre”. Quattro ore dopo la smentita,
il comunicato è falso, i Commandos non si sono sciolti: “Il comunicato
pubblicato a nome dei Commandos Tigre 1967 non arriva da nessuno autorizzato a
farlo”.
Insomma i Commandos non si sono mai sciolti e ora torna lo striscione a mettere
in subbuglio gli interessi che, nonostante gli arresti, si agitano dietro la
Curva Sud. Il giovane universitario pochi giorni fa così ha postato le foto sui
social, scrivendo: “Buongiorno a tutti, ho trovato questo striscione a seguito
di un sgombero. Appena l’ho visto stentavo a crederci, ma l’emozione iniziale ha
lasciato spazio ai dubbi: sarà vero? Chiedo a voi che siete più esperti.
Qualcuno sa dirmi qualcosa?”. Che certamente si tratta dell’originale.
La “pezza” che oggi ritorna è in fondo anche il simbolo di come è iniziata la
carriera di Luca Lucci, la cui parabola lunga quasi vent’anni lo ha alla fine
portato in galera accusato di associazione a delinquere. Nel mezzo della storia
quattro tentati omicidi, pestaggi di ogni genere, collegamenti, penalmente
giudicati non rilevanti, con la ‘ndrangheta e tantissimi affari ben oltre il
tifo. Per questo la conquista dello striscione e poterlo esporre al Meazza
potrebbe rappresentare la chiusura del cerchio e l’affermazione definitiva di un
potere assoluto cui ambiscono anche gli amici dell’Old Clan. Anche perché in un
orizzonte breve di appena sei anni ci sarà lo stadio nuovo, tutto privato. Le
operazioni di avvicinamento sono già iniziate non senza ingerenze su alcuni
dirigenti dell’Ac Milan.
L'articolo Commandos Tigre, ricompare la storica “pezza”: i capi ultras del
Milan a caccia del Santo Graal del potere in Curva Sud proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’inchiesta della Procura di Milano sull’ipotizzato caporalato nelle filiere
della moda, che ha portato i carabinieri del Nucleo per la Tutela del Lavoro a
chiedere documenti e atti a 13 grandi gruppi del settore, accende nuovamente i
riflettori sul sistema degli appalti e subappalti. A sottolinearlo sono le
segreterie generali di Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil, che leggono
l’azione della magistratura come una conferma delle criticità da loro denunciate
da tempo.
“L’inchiesta della Procura milanese sul caporalato, che ieri ha portato i
carabinieri del nucleo per la Tutela del Lavoro nelle sedi di 13 grandi Gruppi
della Moda è l’ennesima conferma delle nostre denunce sulla diffusa illegalità
nella catena degli appalti e dei subappalti. I riflettori della magistratura
sono nuovamente puntati sulle filiere produttive del settore”, affermano i
sindacati, ricordando che l’indagine potrebbe ora allargarsi: dopo i primi
provvedimenti di amministrazione giudiziaria, non si esclude l’applicazione
delle misure previste dal Testo unico antimafia o una vera e propria
contestazione del reato di caporalato, nell’ambito della legge 231 sulla
responsabilità amministrativa delle imprese.
I sindacati puntano il dito contro i grandi marchi, accusati di beneficiare dei
profitti senza farsi carico delle responsabilità della filiera: “Crediamo sia
inaccettabile che i grandi marchi, beneficiari di bilanci record, possano avere
una sorta di beneplacito che li esclude da ogni responsabilità, rispetto alle
condotte delle ditte cui danno in appalto le lavorazioni”, denunciano Filctem,
Femca e Uiltec. Da qui la richiesta di un intervento del Governo sul disegno di
legge dedicato alle piccole e medie imprese, già approdato in Senato e ora
all’esame della Camera: “Per questo chiediamo che il Governo ci ascolti rispetto
alle modifiche da apportare al ddl sulle pmi (di iniziativa del ministro Urso,
ndr). Non è possibile escludere o alleggerire la posizione di responsabilità
solidale del committente sugli appalti e subappalti, specialmente in presenza di
presunti ‘modelli di controllo’ interni”.
Le tre sigle riassumono poi le loro proposte in cinque punti che mirano a
rafforzare la legalità nelle filiere produttive. “Stop all’emendamento ‘Salva
committenti’, con il ritiro immediato degli articoli del ddl pmi che
alleggeriscono la responsabilità dei brand sugli illeciti lungo la filiera;
nessuna scorciatoia per chi lucra sullo sfruttamento e realizza così forme di
dumping sulle migliaia di aziende che agiscono correttamente, quindi sì alla
responsabilità solidale effettiva; maggiori controlli ispettivi lungo tutta la
catena produttiva, anche con l’ausilio di indici di congruità per individuare i
subappalti a rischio illegalità; applicazione puntuale del Contratto Collettivo
Nazionale di Lavoro, senza eccezioni, in ogni segmento della filiera;
tracciabilità etica, con l’introduzione di una certificazione sul rispetto dei
diritti e delle norme in ogni fase della produzione”. Secondo i sindacati, solo
un intervento strutturale potrà evitare che le irregolarità emerse in queste
settimane si ripresentino nel tempo, garantendo condizioni di lavoro dignitose e
una concorrenza leale tra imprese.
L'articolo Moda e caporalato, i sindacati contro i grandi marchi: “Stop al
‘salva committenti’” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nessuna evidenza e nessun reato. La Procura di Milano ha chiesto l’archiviazione
dell’indagine con al centro la compravendita della villa in Versilia di
Francesco Alberoni, acquistata da Dimitri Kunz D’Asburgo, compagno di Daniela
Santanchè, e da Laura De Cicco, moglie del Presidente del Senato Ignazio La
Russa per 2,45 milioni e rivenduta a gennaio 2023, in meno di un’ora dal rogito,
all’imprenditore Antonio Rapisarda per 3,45 milioni. L’inchiesta, in cui è
indagato solo Rapisarda, è coordinata dai pm Matina Gravina e Luigi Luzi, del
pool guidato dall’aggiunto Roberto Pellicano, ed è stata aperta in seguito a una
Sos, ossia una segnalazione di operazione sospetta dell’Antiriciclaggio di
Bankitalia per via del maxi affare che ha fruttato un milione di euro. Una
vicenda su cui il nucleo di Polizia economico finanziaria della Guardia di
finanza ha effettuato accertamenti su una serie di ipotesi, tra cui il
riciclaggio e il finanziamento illecito ai partiti, a cui non sono stati trovati
i riscontri.
Secondo la ricostruzione, la villa di Forte dei Marmi appartenuta al sociologo
scomparso nell’estate 2023, è stata acquistata da Kunz e Laura De Cicco, con un
preliminare di vendita del 22 luglio 2022, per 2 milioni e 450 mila euro, cifra
ritenuta congrua per un immobile di 350 metri quadrati su tre livelli con
giardino e piscina e che necessitava di lavori di manutenzione. Ma il gennaio
successivo, il compagno della ministra del Turismo e la moglie della seconda
carica più alta dello Stato hanno rivenduto l’immobile in meno di un’ora
all’imprenditore Antonio Rapisarda per 3 milioni e 450 mila euro.
Una plusvalenza di un milione in pochissimo tempo su cui si sono focalizzate le
indagini che hanno portato ad appurare che il denaro è stato usato per scopi
personali. Indagini che non hanno restituito alcuna evidenza tale da poter
essere inquadrata in un reato. Per questo è stata proposta l’archiviazione dai
due pm che si stanno occupando del ‘pacchetto’ di procedimenti che riguardano
Daniela Santanchè. La senatrice, in merito a Visibilia, è tra gli imputati per
falso in bilancio e per truffa aggravata per la vicenda della Cassa integrazione
a zero ore chiesta e ottenuta durante il Covid. Mentre si sta attendendo il
deposito della relazione del curatore che riguarda il fallimento di Bioera.
L'articolo Compravendita della villa di Alberoni, chiesta l’archiviazione
dell’inchiesta dai pm di Milano proviene da Il Fatto Quotidiano.