La tragedia del Tram 9, deragliato a Milano lo scorso 27 febbraio, potrebbe
essere stata innescata da una fatale distrazione piuttosto che da un improvviso
problema di salute. A far propendere gli inquirenti verso questa drammatica
ipotesi è l’analisi delle tempistiche legate a una conversazione telefonica.
Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, la discrepanza tra la fine
della chiamata effettuata dal manovratore e lo schianto del mezzo contro il
palazzo all’angolo tra viale Vittorio Veneto e via Lazzaretto sarebbe di soli 12
secondi, se non addirittura meno. Una finestra temporale ridottissima, che
coincide esattamente con gli istanti in cui il tram avrebbe dovuto rallentare
per la fermata, azionare lo scambio dei binari e affrontare la curva, presa
invece a folle velocità.
IL NODO DELLA TELEFONATA: DISTRAZIONE O MALORE?
Al centro dell’inchiesta c’è Pietro M., 60 anni e una lunga carriera alle spalle
come tranviere per Atm, oggi indagato per disastro ferroviario, omicidio e
lesioni colpose. Nell’incidente del nuovo modello Tramlink persero la vita due
persone — il 59enne Ferdinando Favia e il 49enne Okon Johnson Lucky — e si
registrarono oltre 50 feriti. La Procura è convinta che l’uso del cellulare alla
guida (severamente vietato dai regolamenti durante il servizio) sia la vera
causa della perdita di controllo del mezzo. Pietro M. è rimasto al telefono per
3 minuti e 40 secondi con il collega a cui aveva dato il cambio appena un’ora
prima. Il motivo della chiamata, a quanto emerge, sarebbe stato proprio quello
di raccontargli di un infortunio: una botta all’alluce sinistro rimediata circa
mezz’ora prima dello schianto, mentre aiutava un passeggero in carrozzina a
scendere in Stazione Centrale.
La difesa del sessantenne, tuttavia, respinge con forza l’ipotesi della
distrazione. Il tranviere ha sempre dichiarato di aver perso i sensi a causa di
una “sincope vasovagale” provocata proprio dal forte dolore al piede
infortunato. Inoltre, pur non negando di aver utilizzato il cellulare, i legali
dell’uomo collocano la fine di quella conversazione a ben sei minuti di distanza
dal momento dell’impatto, e non a ridosso del deragliamento. Collocare con
esattezza il contatto telefonico nella timeline di quel pomeriggio è ora
l’obiettivo primario degli investigatori.
L’ACQUISIZIONE DEGLI ATTI NELLA SEDE DI ATM
Per fare piena luce sulle responsabilità, le indagini — coordinate dalle pm
Elisa Calanducci e Corinna Carrara e condotte dal Radiomobile della Polizia
Locale — hanno subito una rapida accelerazione. Ieri, con il supporto dei
Carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, gli inquirenti si sono recati
presso la sede centrale di Atm in Foro Bonaparte con un ordine formale di
esibizione degli atti.
L’obiettivo è acquisire un’ampia mole di materiale documentale, che si divide in
due filoni principali: sono stati richiesti infatti lo stato di servizio di
Pietro M. relativo agli ultimi tre anni, i documenti sulla sua formazione, i
verbali della sorveglianza sanitaria e i rapporti informativi stilati dai
controlli aziendali sui tranvieri della linea 9 a partire dal 2024. Sotto la
lente d’ingrandimento, in particolare, le circolari interne di Atm che
disciplinano e vietano l’uso dei telefoni cellulari in cabina. Gli investigatori
hanno prelevato poi anche il capitolato d’appalto, i verbali di messa in
servizio della serie “7707” (il nuovo modello coinvolto nel disastro) e l’intero
storico degli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria. Particolare
attenzione è rivolta anche ai documenti sulla valutazione del rischio connesso
al fattore umano e agli accordi sindacali riguardanti l’installazione e l’uso di
telecamere di videosorveglianza all’interno delle cabine di guida.
L'articolo “Nessun malore, il conducente aveva chiuso una telefonata appena 12
secondi prima della tragedia”. Le ipotesi degli inquirenti sul deragliamento del
tram 9 a Milano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Procura di Milano
Andrea Dini, il cognato del presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana, è
indagato con altre cinque persone per caporalato dalla Procura di Milano in un
filone d’inchiesta sullo sfruttamento nella moda e nel made in Italy. I pubblici
ministeri Paolo Storari (nella foto) e Daniela Bartolucci ha disposto martedì il
controllo giudiziario d’urgenza della Dama spa, la società di produzione di
maglieria e vestiario guidata dal fratello 61enne della moglie del governatore,
Roberta Dini.
L’accusa nei confronti dell’azienda da 107 milioni di ricavi l’anno, 5,6 milioni
di utili e 309 dipendenti di cui 130 operai, indagata per la legge sulla
responsabilità amministrativa degli enti, è di “sfruttamento” della manodopera
cinese in “stato di bisogno” impiegata 7 giorni 7 dalle 8 del mattino alle 22
della sera nella produzione dei capi del brand Paul&Shark, il marchio
internazionale la cui attività produttiva si svolge principalmente nella sede di
via Piemonte a Varese.
Le collezioni sono distribuite in tutto il mondo nelle “località più esclusive”
dello shopping e attraverso il sito dell’azienda. La misura, che dovrà essere
vagliata da un giudice per le indagini preliminari entro 10 giorni, è stata
eseguita in mattinata dalla Guardia di finanza.
L'articolo “Caporalato e controllo giudiziario per Dama spa”, tra i cinque
indagati che Andrea Dini cognato del governatore Attilio Fontana proviene da Il
Fatto Quotidiano.
La Procura di Milano chiede l’archiviazione dell’inchiesta sulla proprietà del
Milan, aperta dopo l’esposto degli ex soci di minoranza di Blue Skye. Ma dalle
carte depositate dai pm emerge un elemento finora mai reso pubblico: il fondo
americano Elliott, guidato dalla famiglia Singer, manterrebbe ancora una
partecipazione pari a circa il 5% del club rossonero anche dopo la cessione del
2022 al fondo RedBird di Gerry Cardinale.
La novità è contenuta in un atto di dieci pagine depositato dai magistrati
milanesi Giovanni Polizzi e Giovanna Cavalleri e citato dal Corriere della Sera.
Secondo quanto riportato dal quotidiano, la partecipazione residua emergerebbe
da una comunicazione inviata da Elliott ai propri investitori il 31 dicembre
2025. In quella nota, spiegano i pm, l’investimento nel Milan includeva anche
uno strumento finanziario “simile a un warrant” legato a circa il 5% del
capitale del club, una struttura che sarebbe sfuggita agli accertamenti svolti
in precedenza. Il documento indicherebbe inoltre che Elliott continuerà a
detenere una quota azionaria anche dopo il rimborso del prestito concesso per
facilitare l’acquisto del Milan da parte di RedBird. Un dettaglio che aggiunge
un nuovo tassello a una vicenda già complessa e che per mesi ha alimentato
sospetti sul ruolo effettivo del fondo statunitense nella governance della
società rossonera.
Nonostante questo elemento e altre anomalie già emerse durante le indagini, i pm
hanno comunque deciso di chiedere l’archiviazione del fascicolo. Secondo i
magistrati, infatti, non sono emerse prove sufficienti per sostenere le accuse
di ostacolo alla vigilanza della Figc contestate a due manager legati a Elliott,
all’amministratore delegato del Milan Giorgio Furlani e all’ex ad Ivan Gazidis.
Le indagini erano nate dall’esposto presentato dall’avvocato Roberto Zingari per
conto degli imprenditori Salvatore Cerchione e Gianluca D’Avanzo, ex soci di
minoranza del Milan attraverso il veicolo Blue Skye. Gli ex partner contestavano
la gestione della vendita del club e denunciavano anche la concessione nel 2022
di un pegno sulle azioni che, a loro avviso, avrebbe violato gli accordi
societari dell’epoca.
Nelle loro conclusioni i pm riconoscono che il socio di minoranza sarebbe stato
“deliberatamente tenuto all’oscuro” delle trattative per la vendita del Milan
già avviate alla fine del 2021. Inoltre nella vicenda del pegno i magistrati
ravvisano un possibile “illecito civile”. Tuttavia, secondo la Procura, non
sussistono gli elementi necessari per configurare il reato di appropriazione
indebita. Allo stesso modo viene esclusa anche l’ipotesi che Elliott o la
famiglia Singer abbiano continuato a controllare il Milan attraverso società o
finanziatori collegati all’operazione di acquisto di RedBird. Come sottolineano
i magistrati, le verifiche effettuate tramite una rogatoria internazionale negli
Stati Uniti sulla provenienza dei fondi utilizzati per l’acquisizione non hanno
fornito riscontri in tal senso.
L’analisi della Procura si è basata in gran parte sulla documentazione fornita
da RedBird. Dai documenti emerge però un altro elemento segnalato dagli
investigatori: il fondo non avrebbe indicato con precisione l’identità dei
finanziatori di tre veicoli societari confluiti nel fondo utilizzato per
l’operazione Milan. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, si
tratterebbe di società create da grandi banche d’affari (Goldman Sachs e
I-Capital) per raccogliere capitali da investitori terzi.
L’inchiesta milanese si inserisce in un contesto più ampio di dubbi e polemiche
che negli ultimi anni hanno accompagnato il passaggio di proprietà del club
rossonero. L’operazione da 1,2 miliardi di euro con cui RedBird ha acquisito il
Milan nell’agosto 2022 era stata fin da subito oggetto di interrogativi, sia per
la valutazione molto elevata attribuita alla società sia per la struttura
finanziaria dell’acquisto, sostenuta in parte da un prestito concesso proprio da
Elliott. Proprio questo “vendor loan”, il prestito del venditore all’acquirente,
era stato indicato dagli inquirenti come uno degli elementi che avrebbero potuto
indicare un’influenza significativa del fondo americano sul club.
La richiesta di archiviazione sembra ora ridimensionare quell’ipotesi sul piano
penale. Ma la scoperta della partecipazione residua del 5% – finora mai resa
pubblica – aggiunge un dettaglio inedito alla ricostruzione della complessa
transizione societaria del club rossonero. Ora la decisione finale spetterà al
giudice per le indagini preliminari. Mentre potrebbe aprirsi un nuovo capitolo
per quanto riguarda la giustizia sportiva, visto che i club hanno precisi
obblighi di comunicazione alla Figc riguardanti i propri soci.
L'articolo Milan, la Procura chiede l’archiviazione dell’inchiesta sulla vendita
a RedBird. Ma emerge un dettaglio inedito: Elliott possiede ancora il 5% del
club proviene da Il Fatto Quotidiano.
I supermercati del marchio Gs-Carrefour stanno per sospendere il servizio di
consegna a domicilio con Glovo e Deliveroo. Entrambe le piattaforme di delivery,
infatti, sono state commissariate dalla Procura di Milano, con l’accusa di
sfruttamento e caporalato ai danni dei rider. Ecco perché la catena di grande
distribuzione organizzata ha adottato una misura che definisce “di
responsabilità”. A partire da giovedì 5 marzo non si potrà ordinare la spesa con
Glovo e Deliveroo. Prima di quella data non era possibile fermare il servizio
per questioni tecniche e burocratiche, fa sapere al Fattoquotidiano.it Angelo
Mastrolia, presidente di NewPrinces Group, titolare del marchio Gs-Carrefour
(nei prossimi tempi tutti i punti vendita torneranno sotto il marchio Gs).
“Nonostante sia un’attività molto apprezzata dai consumatori – spiega
l’imprenditore – e noi siamo tra i clienti più importanti, insieme con altri,
riteniamo che la tutela dei lavoratori vada messa al primo posto. Abbiamo
scritto alle due società, Deliveroo ci ha risposto ma non è sufficiente, perché
aspettiamo anche la conferma del commissario nominato dalla Procura. Ci hanno
assicurato che stanno facendo di tutto per regolarizzarsi”. La catena
Gs-Carrefour è una delle aziende che, la scorsa settimana, hanno ricevuto una
richiesta di atti da parte della stessa Procura di Milano.
Le altre sono Mc Donald’s Italia srl, Burger King Restaurant Italia Spa, Kfc,
Poke House spa, Crai Secom spa, Esselunga. Si tratta in pratica dei colossi del
fast food o dei supermercati, che di fatto sono i maggiori committenti dei
servizi di food delivery. Queste società – va specificato – non sono indagate
nell’inchiesta ma, essendo in rapporti commerciali con Glovo o Deliveroo, sono
state coinvolte dai magistrati. “Abbiamo informato l’autorità della scelta di
sospendere il servizio – ha aggiunto Mastrolia – e ci risulta che il pm abbia
apprezzato, ha ritenuto fosse un atteggiamento di responsabilità. L’auspicio è
che le società facciano il necessario per tutelare il lavoro; l’interesse è
tutelare i lavoratori ma trovare una soluzione per non lasciarli senza reddito”.
L’impressione, quindi, è che la mossa del pubblico ministero Paolo Storari di
sentire i grandi committenti di Glovo e Deliveroo abbia avuto l’effetto di
responsabilizzare questi grandi gruppi. Pare infatti che la scelta di
Gs-Carrefour potrà essere seguita nelle prossime ore da altre imprese
concorrenti. È la prima volta che i grandi marchi di ristorazione e grande
distribuzione organizzata vengono in qualche modo chiamati in causa nella
vicenda dei fattorini. Proprio qualche giorno prima del commissariamento di
Deliveroo, i tre sindacati Cgil che seguono i rider – Nidil, Filcams e Filt –
hanno presentato una causa “pilota” per comportamento antisindacale nei
confronti di Burger King, chiedendo che venga accertata la responsabilità “in
solido” del committente.
I rider, va ricordato, lavorano per le piattaforme con contratti di
collaborazione occasionale, molti di loro con partita Iva, e vengono pagati in
base al numero di consegne. Non hanno quindi un contratto collettivo, niente
salari orari né tutele della subordinazione. Un sistema che è stato imposto
negli anni dalle app alle quali poi l’Ugl ha prestato il fianco, accettando di
firmare un accordo che consacrasse questo modello. Si tratta però di un accordo
sconfessato dal ministero del Lavoro nel 2020 e da diversi Tribunali. La procura
di Milano accusa le due società di sfruttamento perché i rider, oltre che male
inquadrati, hanno retribuzioni inferiori fino al 90% (nel caso di Deliveroo)
rispetto alla soglia di povertà, secondo le ricostruzioni del pm. Il magistrato
ha quindi nominato due commissari per le società, i quali avranno il compito di
regolarizzare le condizioni di lavoro dei rider.
L'articolo Carrefour dal 5 marzo sospende la spesa a domicilio con Glovo e
Deliveroo, commissariate per sfruttamento dei rider proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Insieme a Deliveroo, nel mirino dei controlli per evitare il caporalato e lo
sfruttamento dei lavoratori finiscono alcuni big della grande distribuzione e
del fast food: McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga, Poke House, Crai e
KFC Kentucky Fried Chicken. Ieri nelle sedi milanesi dei gruppi – non indagati –
sono arrivati carabinieri e ispettori del lavoro, perché tutti sono in “rapporti
contrattuali” con Deliveroo e si avvalgono degli stessi “rider” della
piattaforma.
Dopo Glovo-Foodinho anche Deliveroo è stato raggiunto da un decreto di controllo
giudiziario d’urgenza disposto dal pubblico ministero Paolo Storari: gli
inquirenti ipotizzano un sistema di caporalato su 3mila rider a Milano e 20mila
nella penisola, con paghe fino al 90% più basse della “soglia di povertà”. I
carabinieri del Gruppo tutela lavoro e i funzionari dell‘Ispettorato nazionale
sul lavoro (Inl) hanno bussato contemporaneamente alla porta delle
multinazionali leader della grande distribuzione organizzata e dei fast food.
Nelle sedi, tutte collocate fra Milano e Assago, è stato chiesto di esibire
“modelli organizzativi” per “verificare” se sono “idonei” a “impedire” il
caporalato lungo la filiera e fra i propri fornitori.
Sembra l’approccio già utilizzato a dicembre per 13 fra i principali brand di
moda e del made in Italy: fornire “organigrammi aziendali”, “sistemi di
controllo interni”, i modelli 231, il “registro delle segnalazioni
Whistleblowing” e l’attività di audit svolti rispetto alla “gestione dei
fornitori di materie prime, beni e servizi” e alla esternalizzazione “anche
parziale, della produzione, dal 2023 a oggi”. Se le regole e prassi aziendali
risultassero inadeguate a prevenire sfruttamento e caporalato, si potrebbe
configurare un’agevolazione colposa del caporalato: la contestazione sollevata
dal pubblico ministero Paolo Storari – negli ultimi due anni – contro marchi del
lusso come Armani, Dior, Louis Vuitton.
Nessuno dei 7 gruppi è indagato, ma sono in rapporti contrattuali con Deliveroo
e si avvalgono degli stessi “rider”: inclusi i 50 “fattorini” già sentiti come
testimoni. Il loro reddito da lavoro (presunto) autonomo è stato confrontato con
le soglie di povertà e il contratto collettivo nazionale di riferimento, cioè
quello della logistica. Risultato: il 73% dei lavoratori percepisce cifre
inferiori a 1.245 euro lordi al mese, soglia sotto la quale si rischia di
scivolare in povertà secondo un’analisi del luglio 2024 basata su dati Istat,
con uno scostamento medio di oltre 7.200 euro all’anno. Rispetto al contratto
nazionale risultano sottopagati l’86,5% dei rider. Fra loro c’è chi lavora “7
giorni su 7” per circa “11 ore di continuo”, loggandosi sull’app alle 11 del
mattino e poi staccando alle 22 per “svolgere un secondo lavoro come facchino”
arrivando a cumulare turni da “20 ore” in alcuni giorni della settimana per
poter “pagare 650 euro tra affitto e utenze” e mandare altri “600 euro” alla
famiglia in Nigeria. Un “ritmo di vita” che “mi sta logorando, sia fisicamente
che mentalmente”, ha messo a verbale.
Le paghe fisse individuate sono fra i 3-4 euro a consegna. Il resto variabile
“in base ai chilometri calcolati dall’algoritmo”, ha spiegato un altro
ciclofattorino che percorre fino “150 chilometri al giorno”. Nessuno può
“determinare autonomamente la tariffa”, si legge nelle 60 pagine del
provvedimento, perché nell’epoca del “controllo digitale” tutti gli aspetti del
ciclo lavorativo sono disciplinati dall’app: assegnazione degli ordini,
workflow, geolocalizzazione, monitoraggio tramite “telemetria e stati”, sistemi
reputazionali/penalizzazioni che incidono sulle “occasioni di lavoro” e sui
“blocchi” degli “account”.
Entro 10 giorni, il giudice per le indagini preliminari Roberto Crepaldi
deciderà sulla convalida del decreto urgente e la nomina dell’amministratore
giudiziario. Se il provvedimento riceverà luce verde, al dottor Massimiliano
Poppi sarà affidato l’incarico di procedere alla “regolarizzazione” di tutti i
ciclofattorini che “all’avvio” dell’inchiesta risultavano in servizio. Dovrà
garantire il “rispetto delle norme” che, se violate, integrano il reato di
caporalato e adottare “assetti organizzativi” societari per “evitare il
ripetersi” dei fenomeni di “sfruttamento” anche prendendo scelte in “difformità”
da quelle proposte da Deliveroo. Come già avvenuto per Glovo il 19 febbraio, il
gip potrebbe anche imporre di “introdurre un algoritmo” che sia “capace di
garantire” ai rider “un reddito compatibile con i dettami costituzionali” e
“ricalcolare” gli stipendi “finora” corrisposti per rispettare il diritto a una
retribuzione proporzionata alla “quantità” e alla “qualità” del lavoro svolto e
comunque sufficiente a garantire “una esistenza libera e dignitosa”.
L'articolo Caporalato, ispezioni in Burger King, McDonald’s, Esselunga e Kfc per
verificare i modelli organizzativi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un “vero e proprio sfruttamento lavorativo” ai danni di “numerosissimi” rider,
in stato di bisogno, costretti a lavorare con remunerazioni “sproporzionate
rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato”. Insomma: “Una situazione
di illegalità che è indispensabile far cessare al più presto, considerando anche
che coinvolge un numero rilevante di lavoratori che vivono con retribuzioni
sotto la soglia di povertà”. E ancora: i pagamenti venivano effettuati in
“palese difformità da quanto stabilito dalla contrattazione collettiva”. Così la
procura di Milano, dopo essere intervenuta su Glovo, ha disposto in via
d’urgenza il controllo giudiziario di Deliveroo Italy in un’inchiesta nella
quale la stessa azienda, controllata dalla britannica Roofoods Ltd, e il suo
amministratore Andrea Zocchi risultano indagati per caporalato aggravato.
Al centro degli accertamenti del pubblico ministero Paolo Storari – da anni
impegnato in inchieste sullo sfruttamento delle app di delivery e nella filiera
della moda – ci sono le giornate lavorative di oltre 50 rider, quasi tutti
costretti a vivere sotto la soglia di povertà stando ai redditi ricostruiti
nell’indagine. Incassi che la procura ha potuto calcolare al centesimo grazie
alla app di Deliveroo alla quale i ciclofattorini dovevano connettersi per
lavorare. Una sorta di Grande Fratello che era in grado in “termini strettamente
tecnico-informatici”, stando alla consulenza disposta dalla magistratura, di
effettuare un “monitoraggio di tipo continuo” sui lavoratori. Una volta
effettuato il log-in, infatti, la app era in grado di identificare l’identità
del rider, il suo mezzo, gli ordini accettati e rifiutati, lo storico dei
pagamenti e la posizione tramite Gps. Finito? Macché: i consulenti del pubblico
ministero hanno accertato che era possibile anche tracciare “velocità” e
“livello di batteria del dispositivo”, una “ricostruzione puntuale delle
traiettorie”, la “verifica di coerenza tra stato dichiarato e condotta
effettiva” e “l’individuazione di soste prolungate o deviazioni”.
Insomma, un “monitoraggio periodico” delle prestazioni e quindi della
“produttività” di chi consegnava per Deliveroo che nel 2024 ha avuto tra i suoi
“principali clienti nazionali” Mcdonald’s, Burger King, Roadhouse e Poke House.
“Anche senza vedere ranking o sanzioni, il fatto oggettivo – si legge nel
decreto che ha disposto il controllo giudiziario – è che la piattaforma
raccoglie e conserva dati comportamentali, associandoli all’account individuale.
Questo è tipico di un modello che può modulare assegnazioni o priorità sulla
base di metriche”. I metodi di lavoro, dunque, non avevano nulla a che fare con
un modello di lavoratore a partita Iva, come lo erano i 20mila rider che
consegnano per Deliveroo, tremila dei quali solo a Milano. Stesso discorso del
compenso che viene definito come “predeterminato” dalla piattaforma e “modulato
da distanza e fasce”. I compensi medi si aggiravano “tra 3 e 4 euro lordi” a
consegna e, secondo Storari, c’erano “assenza di indennità automatiche per
attesa o spese” e una “opacità diffusa” sulla “composizione del compenso e sui
criteri algoritmici di pricing”. Il quadro “sostanzialmente omogeneo” è emerso
dalle testimonianze di una cinquantina di rider che nei loro racconti
all’autorità giudiziaria hanno spiegato, in sostanza, la “costante compressione
dei margini economici per l’incidenza dei costi e dei tempi non remunerati”, di
un “rischio di interruzione improvvisa della fonte di reddito per blocchi
account”, di una “vulnerabilità economica e assenza di tutele tipiche del lavoro
subordinato”.
La loro attività – sintetizza il pm Storari – “non si presenta come una libera
organizzazione di servizi di trasporto, bensì come l’esecuzione di singole
consegne interamente incardinate nella piattaforma digitale” di Deliveroo. I
ciclofattorini hanno anche spiegato che in caso di ritardi ricevevano chiamate e
di percorrere in media anche 50-60 chilometri al giorno. Il tutto per una cifra
mensile che, al lordo delle tasse, non superava quasi mai i 1.100 euro al mese.
Senza tredicesima, quattordicesima né Tfr. E, ovviamente, in caso di assenza non
ricevevano alcuna retribuzione. Molti di loro hanno dichiarato di “non potersi
permettere di rifiutare consegne” per “mantenere” moglie, figli e parenti nei
Paesi di origine, spesso Afghanistan e Pakistan.
Dagli accertamenti, spiega la procura di Milano motivando il controllo
giudiziario, “emerge una sostanziale prevalenza di rider che percepiscono –
nonostante affermino di lavorare un numero di ore significativamente superiore
al normale orario settimanale – un reddito netto annuo sottosoglia di povertà”.
Analizzando gli introiti di 40 rider nel 2025 sono stati ben 30 quelli che non
lo hanno raggiunto la soglia minima per sfuggire a quella condizione: l’81,1%.
“Se il raffronto viene svolto con i livelli retributivi previsti dal Contratto
collettivo nazionale di riferimento”, cioè quello della Logistica e Trasporto,
“lo scostamento tra quanto effettivamente percepito e i redditi netti minimi
determinati dal Ccnl risulta ulteriormente più marcato”. Rispetto al livello L –
che ha un netto annuo di 20.298 euro – risultano inferiori al parametro 35
ciclofattorini su 37. Praticamente tutti.
L'articolo Il Grande Fratello di Deliveroo con i rider: “Sfruttati e monitorati,
l’app poteva vedere anche velocità e traiettorie” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Inizio il servizio, loggandomi all’app, alle ore 11 del mattino e finisco alle
ore 22. Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno (…) la mia paga non è
sufficiente (…) Per tale motivo svolgo un secondo lavoro come facchino in un
hotel per 5 giorni a settimana delle ore 23 sino alle 7. Purtroppo devo inviare
circa 600 euro alla mia numerosa famiglia che vive in Nigeria”. È solo una delle
testimonianze raccolte dagli investigatori del Nucleo ispettorato lavoro dei
carabinieri di Milano nel nuovo capitolo nell’inchiesta della Procura di Milano
sul mondo del food delivery. Dopo il caso Glovo-Foodinho, anche Deliveroo è
finita sotto controllo giudiziario per caporalato. Nelle carte dell’indagine
coordinata dal pubblico ministero Paolo Storari emergono decine di testimonianze
che descrivono turni massacranti, compensi minimi e un sistema di gestione
interamente affidato all’algoritmo.
“Questo ritmo di vita mi sta logorando, sia fisicamente che mentalmente”, ha
messo a verbale uno dei rider. Dalle deposizioni emerge che i compensi fissi si
aggirano tra i 3 e i 4 euro a consegna, con una parte variabile “in base ai
chilometri calcolati dall’algoritmo”. Un ciclofattorino spiega di poter
percorrere fino a “150 chilometri al giorno” con “consegne” anche a lunga
distanza. Un altro riferisce di fare “fino a 150 km” per “dieci consegne”. C’è
chi effettua “mediamente 10-15 consegne al giorno, con compenso intorno ai 4
euro a consegna”, chi indica “una media di 10 consegne giornaliere e un compenso
di circa 3,75 euro per consegna” e chi dettaglia il meccanismo con “un compenso
intorno ai 3,77 euro per consegna, stabilito dall’app entro i 3 chilometri che
diventano 4,50 oltre i 5 chilometri”.
La giornata lavorativa inizia “con l’accesso all’app installata sul telefono” e
per tutto il tempo la “posizione è visibile alla società tramite GPS“. In caso
di ritardo “riceve una telefonata”. “La piattaforma può intervenire, verificare,
sollecitare”, ha spiegato un rider agli investigatori. Formalmente partite Iva,
i ciclofattorini non possono però “determinare autonomamente la tariffa”.
Inoltre la “piattaforma non si limita a retribuire le prestazioni” ma “misura
anche le scelte del rider” su “accettazioni e rifiuti” che incidono sulle
successive “assegnazioni”, mostrando il “controllo esercitato dal committente”.
Secondo il pm Storari, per oltre 20.000 lavoratori in Italia la paga consiste in
“una retribuzione in alcuni casi inferiore fino a circa il 90% rispetto alla
soglia di povertà e alla contrattazione collettiva”. Una somma che “non è
proporzionata né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato al fine di
garantire una esistenza libera e dignitosa (articolo 36 della Costituzione) e
palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle
organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale”.
Il quadro descritto dagli atti ricalca quello già contestato nel procedimento su
Glovo: una “gestione algoritmica della prestazione”, il “monitoraggio” costante
su “tempi” e “performance”, con possibili “punizioni”. E resta ancora da
chiarire il modo in cui “vengono elaborati” i dati per assegnare “gli ordini” e
calcolare il “compenso”.
Per i magistrati, l’attività lavorativa “non si presenta come una libera
organizzazione di servizi di trasporto, bensì come l’esecuzione di singole
consegne interamente incardinate nella piattaforma digitale Deliveroo”. E la
“tutela” della “dignità” dei lavoratori in “condizione di debolezza
contrattuale” non “può essere lasciata alla sola libera contrattazione di
mercato” scrive il pm Storari nel provvedimento. Che si tratti di un “lavoratore
subordinato” o di un “lavoratore autonomo” a partita Iva con “caratteristiche di
parasubordinazione”, entrambe le categorie hanno diritto a una “retribuzione
conforme” alla Costituzione, proporzionata alla “quantità e la qualità” del
lavoro e sufficiente a garantire “una esistenza libera e dignitosa”. Un impianto
accusatorio che ora dovrà passare al vaglio del giudice, mentre l’inchiesta
punta a fare luce su un modello organizzativo che, secondo la Procura, comprime
diritti e compensi ben al di sotto delle soglie di legge.
L'articolo “Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno” i racconti dei
rider di Deliveroo sfruttati. “Fino a 150 km al giorno per 3,77 euro a consegna”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Paghe sotto la soglia di povertà. La Procura di Milano prosegue nella sua azione
di perseguire lo sfruttamento del lavoro nei vari settori economici. Questa
volta ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza nei confronti di Deliveroo
per caporalato su 3mila rider a Milano e 20mila in tutta Italia, a cui sarebbero
state pagate retribuzioni inferiori “fino a circa il 90%” rispetto alla soglia
di povertà e alla contrattazione collettiva e comunque non proporzionate “né
alla qualità né alla quantità del lavoro” svolto in violazione dell’articolo 36
della Costituzione perché non garantiscono “una esistenza libera e dignitosa”.
Il pubblico ministero, Paolo Storari, ha iscritto sul registro degli indagati,
con l’ipotesi di caporalato aggravato, Andrea Zocchi, il 65enne amministratore
unico di Deliveroo Italy srl e managing director del colosso del food delivery
da 240 milioni di euro di giro d’affari in Italia, controllato dalla britannica
Roofoods Ltd. La società è indagata per la responsabilità amministrativa degli
enti perché l’impiego di “manodopera in condizioni di sfruttamento” e
approfittando dello “stato di bisogno dei lavoratori” sarebbe avvenuto
“nell’interesse e a vantaggio” di Deliveroo che ha adottato una “politica di
impresa che rinnega esplicitamente le esigenze di rispetto della legalità” e
modelli organizzativi non idonei a prevenire situazioni di “pesante sfruttamento
lavorativo” che “anzi” vengono “deliberatamente ricercate ed attuate”.
Il provvedimento, che segue di meno di un mese quello analogo nei confronti di
Glovo-Foodinho già confermato dal giudice per le indagini preliminari di Milano,
Roberto Crepaldi, è stato eseguito mercoledì dai carabinieri del Nucleo
ispettorato del lavoro di Milano che hanno svolto le indagini e che, dal 2021,
approfondiscono il tema del cosiddetto ‘caporalato digitale’ delle piattaforme.
L’inchiesta su Deliveroo avrebbe mostrato che, nonostante i 20mila rider
risultino formalmente delle partite Iva in regime forfettario, tutti gli aspetti
del ciclo lavorativo, che vanno dalla raccolta degli ordini fra i clienti,
passando per i tempi e i parametri di remunerazione fino alla gestione contabile
del rapporto lavorativo, dipendano in realtà dall’algoritmo e dalla piattaforma
informatica. Per Procura e gli investigatori dell’Arma è questa la riprova del
rapporto di subordinazione. Su un campione di 50 rider che sono stati sentiti
come testimoni e il loro reddito da lavoro autonomo confrontato con le soglie di
povertà e il contratto collettivo nazionale di riferimento (Logistica), è emerso
che il 73% dei lavoratori percepisce cifre inferiori a 1.245 euro lordi al mese,
soglia sotto la quale si rischia di scivolare in povertà secondo un’analisi del
luglio 2024 basata su dati Istat, con uno scostamento medio di oltre 7.200 euro
all’anno. Rispetto al Ccnl risultano sottopagati l’86,5% dei rider di Deliveroo.
L'articolo “20mila rider con paghe sotto la soglia di povertà”, dopo Glovo
controllo giudiziario anche per Deliveroo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gian Gaetano Bellavia, commercialista e consulente di pm e giudici indagato per
violazione della privacy, ha respinto con fermezza le accuse di trattamento
illecito di dati personali e divulgazione di informazioni riservate, emerse dopo
il caso dell’archivio rubato contenente oltre un milione di file. L’archivio,
sottratto dalla sua ex collaboratrice, Valentina Varisco, ora a processo, ha
sollevato un polverone mediatico e politico, compreso il cosiddetto “papello”
con nomi di imprenditori, politici e vip. L’avvocato Luca Ricci ribadisce che
“non vi è stato alcun trattamento indebito di dati personali: nel computer dello
studio Bellavia Ferradini, i cui contenuti sono stati illecitamente copiati
dalla ex collaboratrice Varisco, vi sono relazioni di consulenza tecnica svolte
dal professionista su casi complessi e fondate su allegati che – in quanto
oggetto del lavoro del commercialista – venivano tenute nell’archivio storico
dello studio”. L’indagato per il legale, ha espresso “esaurientemente i fatti” e
chiarito “la correttezza” del proprio operato.
Bellavia, nell’interrogatorio di mercoledì, ha ricostruito gli eventi che hanno
portato alla denuncia del furto dei documenti riservati e ha spiegato che non
esiste alcun “dossier” o “attività di spionaggio” legata ai documenti contenuti
nell’archivio. Secondo la sua difesa, si trattava di “normali archivi
dell’attività professionale” e di “proprietà intellettuale”, violati quando i
dati furono copiati e portati via dalla collaboratrice. L’avvocato Luca Ricci,
che rappresenta Bellavia, ha sottolineato che non esistono gli “elementi
costitutivi della fattispecie penalmente rilevante” e che l’accusa non tiene
conto della correttezza delle operazioni svolte dal commercialista.
Il caso è esploso quando, tra l’11 e il 17 giugno dell’anno scorso, i dati, che
Bellavia aveva consegnato a una pm della Dda di Milano, sono stati sottratti e
successivamente inseriti nel fascicolo di un’indagine chiusa il 3 giugno in cui
il commercialista è parte offesa. Il consulente ha dichiarato di aver subito un
furto di dati relativi anche a un’indagine in corso e ha immediatamente
informato la pm Silvia Bonardi. L’archivio includeva anche un elenco con i nomi
di vari soggetti, che Bellavia ha definito come documenti riservati a supporto
delle indagini, ma che sono stati trattati e divulgati senza il necessario
rispetto delle procedure legali.
Bellavia ha cercato di difendersi anche contro le accuse relative al “papello”,
specificando che i nomi di personaggi come “Luca Barbareschi, Flavio Briatore,
Manfredi Catella, Alberto Di Rubba, Giuseppe Graviano, Danilo Jervolino, Claudio
Lotito e Massimo Ponzellini” non riguardano “minimamente indagini”. Sono
documenti da fonti aperte che Report gli trasmise per prepararsi alle
interviste. e altri non avevano alcun legame con le indagini penali. Il
commercialista ha anche smentito le affermazioni di una possibile divulgazione
illecita, ribadendo che ogni documento consegnato alla pm Bonardi era a “tutela
dell’indagine” e in “modo assolutamente riservato”. La questione si complica
quando si fa riferimento alla presunta attività di “propalazione” di
informazioni riservate da parte di un “soggetto” anonimo, la cui identità
Bellavia sostiene di voler perseguire legalmente. Il consulente ha anche
denunciato il comportamento di alcuni media che avrebbero contribuito a
screditarlo, sfruttando l’indignazione pubblica per alimentare polemiche
infondate.
L'articolo Caso Bellavia, la difesa del consulente: “Chiarito tutto, nessun
trattamento indebito di dati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è una nuova inchiesta della Procura di Milano su Amazon. I magistrati indagano
su una presunta evasione fiscale di alcune centinaia di milioni tra il 2019 e il
2023 da parte del colosso tecnologico statunitense. Su delega della procura –
come ha anticipato Reuters – la Guardia di Finanza di Monza ha effettuato una
serie di perquisizioni nella sede italiana della società guidata da Jeff Bezos
ed anche nelle abitazioni di 7 manager e negli uffici della società di revisione
Kpmg (non indagati).
La contestazione riguarda una presunta “stabile organizzazione occulta” in
quanto la multinazionale avrebbe operato e prodotto redditi in Italia. Al centro
dell’indagine c’è Amazon EU Sarl (la principale società del gruppo, con sede in
Lussemburgo, che gestisce le vendite e le operazioni di e-commerce nei paesi
europei, inclusa l’Italia) e sulla sua amministratrice Barbara Scarafia, con
l’accusa di omessa dichiarazione dei redditi. Secondo i pm, Amazon avrebbe avuto
una base permanente non dichiarata in Italia dal 2019 al 2024 e, di conseguenza,
avrebbe dovuto pagare più tasse nel Paese. Nell’agosto del 2024, infatti, il
gruppo ha aderito a un programma di “adempimento collaborativo” con l’Agenzia
delle Entrate e ha iniziato a pagare le tasse in Italia.
Sulla base delle indagini e delle dichiarazioni dei testimoni – sottolinea
Reuters – nel 2024 Amazon EU Sarl avrebbe licenziato e riassunto 159 dipendenti
di un’altra società del gruppo, che i pubblici ministeri ritengono costituisse
fino ad allora una stabile organizzazione in Italia. Nel corso delle
perquisizioni sarebbero state sequestrati computer e altri dispositivi
informatici appartenenti ai dirigenti. La perquisizione alla Kpmg, che non è
indagata, sarebbe stata motivata dal fatto che questa società è stata tra quelle
che hanno fornito un parere sulle azioni al centro dell’inchiesta.
Non è la prima volta che Amazon finisce sotto i riflettori della Procura di
Milano. Lo scorso dicembre Amazon si è accordata con l’Agenzia delle Entrate per
chiudere le contestazioni su presunte condotte illecite realizzate tra il 2019 e
il 2020, concordando di pagare 511 milioni di euro. La Procura di Milano aveva
contestato una frode fiscale da 1,2 miliardi di euro sotto forma di evasione
dell’Iva dovuta dai venditori cinesi che utilizzano il suo marketplace. Sommando
sanzioni e interessi, aveva calcolato che il colosso dell’e-commerce avrebbe
dovuto versare al fisco italiano un cifra intorno ai 3 miliardi. Grazie
all’accordo il gruppo di Jeff Bezos è riuscito a ottenere un notevole sconto.
Rimangono invece ancora aperte altre due indagini sul colosso statunitense, una
delle quali riguarda presunte irregolarità nella movimentazione di prodotti
giunti dalla Cina sui quali non sarebbero stati pagati l’Iva e i dazi doganali:
l’indagine ipotizza che Amazon abbia agito come una sorta di “cavallo di troia“,
consentendo alle merci di circolare nel Paese senza la tassazione appropriata.
L'articolo Nuova indagine della Procura di Milano su Amazon per evasione
fiscale: “Perquisite anche le case di 7 manager” proviene da Il Fatto
Quotidiano.