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“Certe cose non sono coincidenze”: la moglie defunta perse la fede nuziale in un campo di ulivi, dopo 50 anni degli sconosciuti la ritrovano e gliela restituiscono
“Certe cose non sono coincidenze, sono abbracci che attraversano il cielo”. Una fede nuziale persa 50 anni fa in un campo di ulivi è tornata tra le mani del proprietario. Il Corriere di Arezzo ha riportato la vicenda accaduta tra Antria e San Polo, a pochi chilometri da Arezzo. A ritrovare l’anello è stata l’associazione di Subbiano “Quelli della Karin”, specializzata nella perlustrazione dei campi locali alla ricerca di reperti bellici. La zona è nota per i ritrovamenti di ordigni e piastrine di riconoscimento dei soldati della Seconda guerra mondiale ma, questa volta, la scoperta è stata ben diversa. La fede, ritrovata a circa dieci centimetri di profondità grazie a un metal detector, aveva al suo interno un’incisione: Alfiero 5-4-1970. Il dettaglio ha colpito uno dei membri dell’associazione impegnato nella ricerca sul campo. L’uomo, originario della zona, ha collegato il nome inciso sull’anello al proprietario dell’oliveto ed è andato a bussare alla sua porta di casa, non lontana dal luogo del ritrovamento. Come raccontato dal Corriere di Arezzo, il signor Alfiero, proprietario dell’anello, si è emozionato alla vista dell’oggetto. L’anziano ha raccontato di aver infilato l’anello alla moglie il 5 aprile del 1970. Oggi, la coniuge non c’è più. La donna, infatti, è morta nel 2022. La restituzione della fede è diventata un momento di gioia collettiva. “Quando abbiamo bussato alla sua porta per restituirgliela, il tempo si è fermato. Lacrime, emozione pura e mani che tremavano”, hanno dichiarato i membri dell’associazione, come riferisce Fanpage. “Siamo certi che sua moglie, da lassù, abbia guidato quel metal detector esattamente nel punto giusto. Perché certe cose non sono coincidenze”, hanno concluso dall’associazione. L'articolo “Certe cose non sono coincidenze”: la moglie defunta perse la fede nuziale in un campo di ulivi, dopo 50 anni degli sconosciuti la ritrovano e gliela restituiscono proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Funerali senza sosta nel paese toscano con 14 decessi in 9 giorni, dall’inizio del 2026. Il sindaco: “Non è normale”
“Le mie più sentite condoglianze a tutte le 14 famiglie, e non sono state certo poche, che nei primi 9 giorni di quest’anno hanno perso i loro cari di tutte le età”: con queste parole scritte sul suo profilo Facebook, Mario Agnelli, sindaco di Castiglion Fiorentino, registra un dato inquietante per il paese toscano. Dall’inizio del 2026 sono 14 le persone decedute e, continua Agnelli, si tratta di “una media di decessi fuori dal normale, in considerazione delle 133 persone che in tutto l’anno appena trascorso ci hanno lasciato“. Siamo in provincia di Arezzo, in un centro da quasi 13 mila abitanti dove, in questi primi giorni di gennaio 2026, i funerali si succedono con ritmo insolito e le cappelline del commiato sono sempre occupate. Come scrive Il Tirreno, il dato dei decessi risulta ancora più pesante se si guarda al numero di nuovi nati nel 2025 che sono 74. Con questi numeri, è naturale pensare al processo di spopolamento dei piccoli centri, non solo toscani. L'articolo Funerali senza sosta nel paese toscano con 14 decessi in 9 giorni, dall’inizio del 2026. Il sindaco: “Non è normale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Settanta dipendenti licenziati con una videochiamata: il colosso svizzero Oerlikon chiude l’azienda toscana Amom
Settanta lavoratori licenziati a uno a uno con una videochiamata. L’ultimo giorno del 2025 la multinazionale svizzera Oerlikon ha comunicato la cessazione di attività della Amom, azienda specializzata in bigiotteria con sede a Badia al Pino (Arezzo), a partire dal 1° gennaio, lasciando a casa da un giorno all’altro tutti i dipendenti. Mercoledì, in un incontro da remoto, i sindacati hanno chiesto il ritiro dei licenziamenti o, in via subordinata, il ricorso a un ammortizzatore sociale diverso dalla cassa integrazione per fine attività: la risposta a entrambe le richieste è stata negativa. La vertenza passa ora direttamente a livello regionale, con un tavolo già convocato per il 14 gennaio, dove le istanze rischiano di incontrare un altro diniego. Nel pomeriggio i dipendenti hanno tenuto la prima assemblea nei locali della fabbrica, deliberando di manifestare sotto la sede della Regione Toscana a Firenze, dove si svolgerà il prossimo incontro. Il deputato Pd Emiliano Fossi, segretario del partito in Toscana, annuncia un’interrogazione parlamentare sul caso: “Licenziare settanta lavoratrici e lavoratori con una videochiamata improvvisata è un atto di arroganza inaccettabile e una violazione grave della dignità del lavoro”, denuncia. “Qui non siamo di fronte solo a una crisi industriale, ma a un comportamento irresponsabile che cancella ogni rispetto per le persone, per le relazioni sindacali e per un territorio già messo alla prova. Trattare lavoratrici e lavoratori come comparse da liquidare da remoto è indegno di un paese civile. Il governo non può voltarsi dall’altra parte mentre multinazionali che hanno beneficiato di ammortizzatori sociali e interlocuzioni istituzionali decidono unilateralmente di chiudere, rendendo inutili tavoli e impegni già assunti. Ho chiesto verifiche immediate sulla legittimità delle procedure e l’attivazione di un tavolo nazionale di crisi”. L'articolo Settanta dipendenti licenziati con una videochiamata: il colosso svizzero Oerlikon chiude l’azienda toscana Amom proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Meloni prenda le distanze dal coordinatore Cantini che parla di ‘sterminio’
Carissima Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, personalmente ritengo che le parole del coordinatore di Fratelli d’Italia per la sezione di Empoli superino l’indecenza e l’orrore. Il 3 gennaio 2026 “Empoli per la pace” organizza un presidio “per condannare l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela”, denunciando “una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli” e invitando cittadini e istituzioni a mobilitarsi contro la guerra” e diffondere la notizia sui propri profili social. Il coordinatore e responsabile di Fratelli d’Italia per l’equità sociale e la disabilità, Isacco Cantini, decide di lasciare un commento: “Soliti comunisti, prima o poi vi stermineremo anche in Italia”. Non voglio esprimere nessun giudizio verso la persona poiché a mio parere si definisce già da sé esprimendo certe parole, anche perché avendo una disabilità dovrebbe saper benissimo che cos’è stato il progetto Aktion T4 nel periodo fascista per le persone disabili. Desidero porre una domanda a lei, Presidente del Consiglio, come le ho già detto più volte lei sottolinea che il suo governo vuole lasciare un segno nella storia, ma visto il susseguirsi degli eventi inizio a preoccuparmi e non poco: 1. Costringere le famiglie e le persone disabili a pagarsi in parte o totalmente gli ausili 2. Dice che è legittimo l’attacco sul Venezuela. 3. Un suo coordinatore sul territorio dice che i comunisti prima o poi verranno sterminati anche in Italia. Il segno nella storia che lei e il suo governo volete lasciare mi è molto chiaro e se mi legge avrà ben capito che non siamo sulla stessa lunghezza d’onda, ma lei a differenza mia sta governando un paese e non coordinando una sezione di partito allargata. Come le ho già ribadito più volte chi governa deve garantire a tutti i cittadini gli strumenti per la propria crescita e per il proprio benessere psicofisico e non dare la possibilità a certi coordinatori territoriali di parlare di sterminio, per questo le chiedo cortesemente di sollevare dall’incarico di coordinatore Isacco Cantini e con un comunicato ne prenda le distanze. Se vuole inviarmi un testo con delle sue considerazioni o come risposta come sempre il testo verrà pubblicato su questo blog. L'articolo Meloni prenda le distanze dal coordinatore Cantini che parla di ‘sterminio’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“La legge della Toscana non è illegittima interamente, ma varie parti violano le competenze statali”, la Consulta accoglie parzialmente il ricorso sul fine vita
Non è illegittima nella sua interezza la legge della Regione Toscana sul fine vita. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, che con la sentenza numero 204 depositata oggi, ha respinto le censure statali sull’intera legge regionale toscana numero 16 del 2025, in tema di aiuto al suicidio, ma ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di diverse sue disposizioni. Il governo aveva presentato ricorso contro la norma, formulata seguendo le indicazioni della storica sentenza la sentenza Dj Fabo/Cappato e approvata lo scorso marzo. La Corte ha ritenuto che, nel suo complesso, la legge regionale sia riconducibile “all’esercizio della potestà legislativa concorrente in materia di tutela della salute” e persegua la finalità di “dettare norme a carattere meramente organizzativo e procedurale, al fine di disciplinare in modo uniforme l’assistenza da parte del servizio sanitario regionale alle persone che – trovandosi nelle condizioni stabilite da questa Corte nella sentenza 242 del 2019 – la sentenza Dj Fabo/Cappato – così come ulteriormente precisate nella sentenza 135 del 2024 chiedano di essere aiutate a morire”. La legge regionale della Toscana del 2025 mirava a colmare un vuoto attraverso l’istituzione di commissioni multidisciplinari nelle aziende sanitarie, la definizione di una procedura per la presentazione e la valutazione delle richieste di accesso al suicidio medicalmente assistito, l’indicazione di termini per le verifiche e la possibilità di garantire l’assistenza sanitaria necessaria, anche attraverso risorse regionali aggiuntive rispetto ai livelli essenziali di assistenza. La Corte ha però dichiarato incostituzionali diverse disposizioni, limitatamente a specifici articoli, commi o periodi, ritenuti oltre le competenze regionali. Nello specifico si parla di articoli che attribuivano alla Regione e alle commissioni sanitarie poteri di regolazione troppo ampi dell’intera procedura. La Consulta ha censurato le norme che consentivano deleghe in passaggi decisivi e che concentravano in capo agli organi regionali un controllo complessivo sull’accesso e sull’esecuzione. Intanto, però, la Corte ha ritenuto non fondate le questioni sollevate contro la legge nel suo complesso e contro le disposizioni riguardo l’organizzazione del servizio sanitario, riconoscendo che le Regioni possono sì intervenire sulle sentenze costituzionali, ma comunque senza invadere ambiti riservati alla competenza statale. Andando nello specifico, la Corte ha dichiarato incostituzionale l’articolo 2, che direttamente individua i requisiti per l’accesso al suicidio medicalmente assistito facendo espresso rinvio alle sentenze 242 del 2019 e la 135 del 2024. Secondo la sentenza, la disposizione viola la competenza legislativa esclusiva statale in materia di ordinamento civile e penale, in quanto alle Regioni è “precluso cristallizzare nelle proprie disposizioni principi ordinamentali affermati dalla Corte Costituzionale in un determinato momento storico – in astratto, peraltro, anch’essi suscettibili di modificazioni – e oltretutto nella dichiarata attesa di un intervento del legislatore statale”. L’articolo 4, comma 1, è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo limitatamente alle parole “o un suo delegato” in quanto, consentendo la presentazione dell’istanza anche a quest’ultimo, “deroga vistosamente al quadro normativo fissato dalla legge numero 219 del 2017, nel quale la procedura medicalizzata di assistenza al suicidio è stata inquadrata dalla giurisprudenza di questa Corte”. Incostituzionali sono stati dichiarati anche gli articoli 5 e 6, in tutte le parti in cui prevedono “stringenti termini per la verifica dei requisiti di accesso al suicidio medicalmente assistito e la definizione delle relative modalità di attuazione”. È stato dichiarato incostituzionale anche l’articolo 7, comma 1, che, disciplinando il supporto al suicidio medicalmente assistito, impegna le aziende unità sanitarie locali ad assicurare il supporto tecnico e farmacologico oltre all’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato. La Corte ha ritenuto che la disposizione regionale viola la competenza concorrente in materia di tutela della salute, in quanto “non si pone come attuazione nel dettaglio di preesistenti principi fondamentali rinvenibili nella legislazione statale, ma come una illegittima “determinazione” degli stessi da parte della legislazione regionale”. La dichiarazione di incostituzionalità ha anche riguardato i commi 2, primo periodo, e 3, dello stesso articolo 7. Il primo in quanto “facendo esplicito riferimento a un livello di assistenza sanitaria ulteriore, evoca comunque e illegittimamente, dal punto di vista dell’assetto costituzionale delle competenze, la categoria dei ‘livelli essenziali di assistenza’”, interferendo quindi su definizioni riservate al legislatore statale. Il secondo laddove prevede che la “persona in possesso dei requisiti autorizzata ad accedere al suicidio medicalmente assistito può decidere in ogni momento di sospendere o annullare l’erogazione del trattamento”. In caso di suicidio medicalmente assistito, infatti, “non vi è propriamente alcuna ‘erogazione’ di un trattamento che possa essere sospeso o annullato (come invece nelle ipotesi di eutanasia attiva, riconducibili nell’ordinamento italiano alla fattispecie di omicidio del consenziente), ma piuttosto un’assistenza dei sanitari a una persona che dovrà compiere da sé la condotta finale che direttamente causa la propria morte”. L'articolo “La legge della Toscana non è illegittima interamente, ma varie parti violano le competenze statali”, la Consulta accoglie parzialmente il ricorso sul fine vita proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La crisi de Il Tirreno tra tagli e “ritorsioni antisindacali”. Direttore sfiduciato perché “non ha pubblicato la notizia sulla capa di gabinetto di Giani”
Il 16 dicembre scorso, per la quarta volta negli ultimi due mesi, il quotidiano Il Tirreno non è arrivato in edicola. A bloccare la pubblicazione dello storico giornale toscano è stato un nuovo sciopero proclamato dai redattori: l’ennesimo atto di protesta messo in campo dai lavoratori contro la proprietà del gruppo Sae (Sapere Aude Editori) e la direzione della testata. “Ancora una volta – scrive il Comitato di redazione, l’organo di rappresentanza dei giornalisti – l’assemblea dei redattori si è ritrovata unita e compatta su un percorso da seguire: quello della difesa del giornale, del suo futuro, della sua territorialità, della sua storia e dei posti di lavoro”. La crisi de Il Tirreno va avanti da anni, ma si è acuita negli ultimi mesi. A fine novembre la redazione ha sfiduciato il direttore Cristiano Marcacci, per una scelta editoriale. I giornalisti hanno contestato alla direzione la decisione di non pubblicare una notizia di rilievo regionale: il caso che ha coinvolto l’allora capa di gabinetto del presidente della Toscana Eugenio Giani, poi assessora alla Cultura, Cristina Manetti, a cui è stata ritirata la patente. Una notizia ripresa dal resto della stampa nazionale e locale, ma assente dalle pagine del Tirreno. “La rimozione di una notizia di quel valore costituisce l’esplicitazione di una linea editoriale”, scrive il Comitato di redazione, parlando di un “silenzio narrante” destinato a pesare sulla credibilità della testata. “Si è scelto, cioè, di non dare la notizia politica dell’anno in Toscana. E allo stesso tempo, nello stesso giorno, di pubblicare un’intervista al presidente Giani. Un’intervista che, a posteriori, appare apologetica e danneggia perfino il collega che l’ha scritta, al quale non è stata data la possibilità di riaggiornarla, almeno tentando di porre al governatore una domanda sul caso”. La sfiducia arriva al termine di una lunga stagione di conflitto con l’editore. Già da ottobre la redazione è in stato di agitazione dopo l’avvio di un procedimento disciplinare – una sospensione di cinque giorni – comminato a un componente del Cdr, accusato dall’azienda di aver diffuso messaggi interni durante una riunione sindacale. Per i giornalisti e per la Federazione nazionale della stampa si tratta invece di una ritorsione antisindacale. Sul fondo resta una questione strutturale. Da cinque anni, da quando il Tirreno è passato da Gedi al gruppo Sae, il giornale vive tra cassa integrazione, prepensionamenti, stati di crisi, tagli ai costi e chiusura o ridimensionamento di redazioni locali. I giornalisti rivendicano di aver garantito la sopravvivenza del quotidiano attraverso sacrifici economici e carichi di lavoro crescenti, senza che a questi sia mai corrisposto un vero piano di rilancio. “Chiediamo da tempo un progetto editoriale e industriale che dia una prospettiva al giornale”, spiega il Cdr. “Finora abbiamo visto solo tagli e un aumento insostenibile dei carichi di lavoro”. I giornalisti lamentano di aver accettato “di lavorare tra le nove e le undici ore al giorno senza ricevere straordinari. Lo stesso sforzo che ci piacerebbe vedere nelle mosse imprenditoriali dell’editore, che finora non ha dimostrato la volontà di investire per tentare un rilancio, guardando invece soltanto al bilancio, appianato anche con la vendita degli immobili del quotidiano, compresa la storica sede di Livorno”. Vendita che, raccontano i giornalisti a ilfattoquotidiano.it, “abbiamo scoperto solo perché un collega si è imbattuto in un annuncio immobiliare online. Nessuno ce l’aveva comunicato”. “Prima – proseguono – c’era la fila di giornalisti che volevano essere assunti al Tirreno. Da cinque anni a questa parte, invece, almeno 12 colleghi si sono licenziati”. Il tutto in un clima lavorativo che i redattori definiscono “irrespirabile”, fatto anche di atteggiamenti ritenuti irrispettosi. Come nel caso delle espressioni usate da un manager del gruppo Sae che, a un tavolo ufficiale davanti ai vertici di Associazione stampa toscana, Federazione nazionale della stampa e Comitato di redazione, ha paragonato la maternità di una giornalista alla “gestazione di un elefante”. Una maternità che aveva portato la collega a più ricoveri, situazioni di cui l’azienda era a conoscenza. A questo si è aggiunta, in estate, la chiusura della storica redazione di Viareggio per motivi di costi. Una decisione presa improvvisamente, che ha scatenato proteste, scioperi e presidi, e per cui i sindacati hanno aperto una vertenza con l’azienda. Il 13 ottobre è arrivata anche la sentenza del Tribunale del lavoro di Livorno, che ha sancito la condotta antisindacale dell’azienda per quanto concerne il mancato rispetto degli incontri periodici previsti dal contratto nazionale con il Comitato di redazione, ma non per quanto riguarda la chiusura della sede viareggina. Nei giorni successivi sono quindi proseguite le mobilitazioni: scioperi, blocchi degli straordinari e lo stop alla produzione degli inserti. “La crisi non è solo economica, ma anche culturale e politica – spiega il Cdr -. Il giornalismo viene marginalizzato e l’informazione ridotta a un calcolo finanziario. Mancano strategie industriali che valorizzino il lavoro e il sacrificio dei giornalisti è dato per scontato. I tagli migliorano i conti solo a breve, ma impoveriscono il prodotto. Un giornale impoverito perde lettori, credibilità e funzione sociale. E allora, viene spontaneo chiedersi: perché un lettore dovrebbe alzarsi la mattina, fare la caccia al tesoro per trovare l’edicola e scegliere Il Tirreno?”. L'articolo La crisi de Il Tirreno tra tagli e “ritorsioni antisindacali”. Direttore sfiduciato perché “non ha pubblicato la notizia sulla capa di gabinetto di Giani” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ha drogato e stuprato una dipendente”: arrestato un 59enne a Prato
L’ultimo ricordo che aveva era di essere a lavoro. Poi però si è risvegliata in un camper dopo essere stata stuprata. È sulla base di questo racconto riportato da una donna di 24 anni che gli investigatori de carabinieri sono arrivati all’arresto di un uomo di 59 anni, datore di lavoro della ragazza. I fatti risalgono a lunedì 15 dicembre. La giovane stava per finire il turno nel luogo di lavoro, un laboratorio specializzato nella riparazione di macchine da caffè industriali, quando il suo datore l’ha convinta a trattenersi per qualche ora in più. L’uomo, un pluripregiudicato, ha offerto una minestra alla giovane, che è rimasta nel negozio per consumare il pasto. Da quel momento in poi, la 24enne non ricorda più nulla. Dopo aver perso conoscenza, la giovane si è risvegliata all’interno di un camper, indossando indumenti diversi da quelli che aveva in precedenza. La donna, con addosso il sospetto di essere stata violentata, si è recata all’ospedale per effettuare degli esami: gli accertamenti medici, però, non hanno evidenziato lacerazioni o ferite compatibili con una violenza sessuale. Le indagini svolte dalla procura di Prato, guidata da Luca Tescaroli, dopo la denuncia della giovane hanno ricostruito la vicenda: l’uomo, ripreso dalle telecamere di videosorveglianza del locale, è accusato di aver violentato la dipendente da incosciente. Dopo alcuni controlli medici, è stata rinvenuta la presenza di benzodiazepine nel corpo della vittima, la sostanza più comunemente conosciuta come droga dello stupro. L'articolo “Ha drogato e stuprato una dipendente”: arrestato un 59enne a Prato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
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Calenzano, il Comune rinuncia a chiedere i danni a Eni: il sito sarà riconvertito in un mega impianto fotovoltaico
L’accordo è stato annunciato a un anno esatto dall’esplosione che ha provocato la morte di cinque lavoratori e il ferimento di altre 26 persone: il sito di Calenzano cesserà di ospitare carburante e sarà riconvertito in un mega impianto fotovoltaico. Ciò che però non era stato chiarito in quella conferenza stampa – indetta dal sindaco Giuseppe Carovani e dal presidente della Regione Eugenio Giani – è in quell’intesa è compresa anche la rinuncia del Comune a costituirsi parte civile nel futuro processo per la strage. L’amministrazione incassa 6,5 milioni di euro, ma ritira ogni altra pretesa risarcitoria e di giustizia. Una scelta che ha fatto insorgere l’opposizione e parte della cittadinanza, che ieri ha convocato un’assemblea popolare: “È stata una sorpresa anche per noi – spiega al Fatto Maria Arena, ex candidata sindaca oggi consigliera d’opposizione del Pd – Riteniamo la vicenda molto grave. In modo unilaterale, la giunta viene meno a un impegno preciso preso e votato in consiglio comunale all’indomani del disastro. E accetta una cifra come compensazione che non sappiamo come sia stata calcolata, potrebbe benissimo essere minore dei danni accertati nel corso dell’inchiesta penale. Inoltre, non si fa cenno alle compensazioni per anni di esternalità provocate dalla presenza di questo impianto sul territorio, né a possibili danni ambientali”. La bufera politica è tutta interna al centrosinistra, che da queste parti ha numeri tali da consentire che al ballottaggio si presentino due aspiranti dello stesso schieramento. Così era andata nel giugno del 2024, quando Arena, candidata del Pd, era stata battuta da Giuseppe Carovani, fuoriuscito dallo stesso Pd durante l’era renziana. Con alle spalle altre due legislature da primo cittadino, Carovani è transitato in Sinistra italiana, per poi ricandidarsi alla guida di una lista civica a sinistra del Pd. All’indomani della strage fu lui a metterci la faccia, per chiedere un cambiamento radicale del rapporto tra lo stabilimento e la cittadina. Ieri Il Fatto ha provato a contattare anche lui, senza però ricevere risposta. Ma la frattura non è solo tra centrosinistra e sinistra, ma anche tra il Pd toscano e quello locale, che a Calenzano a che fare con l’ingombrante presenza dell’Eni: “Noi non siamo disallineati con Giani sulla necessità di spostare questo tipo di attività – dice ancora Arena – Il problema qui non è il ruolo dalla Regione, che ha spinto in questa direzione, ma nel comportamento del Comune, che ha scavalcato anche la commissione ad hoc sull’Eni messa in piedi dopo quei tragici fatti. Questa commissione di fatto è stata usata solo per comunicare decisioni già prese al tavolo con il colosso”. La riconversione annunciata da Eni prevede un investimento di decine di milioni di euro, per costruire un hub fotovoltaico da 20 megawatt che secondo la società vedrà la luce entro quattro anni. “Noi abbiamo dei dubbi anche su questo – conclude Arena – anche perché stiamo parlando di un impianto che sotto inchiesta, e abbiamo qualche dubbio che possa essere attivata una riconversione industriale in quelle stesse aree che sono oggetto degli accertamenti in tempi così rapidi”. Nel frattempo l’inchiesta della Procura di Prato, guidata dal procuratore Luca Tescaroli, procede a tempi serrati. Dieci gli indagati, accusati a vario titolo di omicidio colposo plurimo e disastro colposo, fra i quali 7 fra dirigenti e tecnici Eni: Patrizia Boschetti, head of operations di Eni; Luigi Cullurà, responsabile del deposito Eni di Calenzano; Emanuela Proietti, responsabile Salute e sicurezza; Carlo Di Perna, capo delle manutenzioni; Marco Bini, responsabile della rete fognaria, della pavimentazione e delle infrastrutture; Elio Ferrara e Marco Bini, tecnici; Enrico Cerbino, responsabile progetto esterno. Sono indagati anche Francesco Cirone e Luigi Murno, di Sergen. A spiegare il disastro di Calenzano, per gli investigatori, è la scelta “scellerata” di consentire lavori di manutenzione alle linee senza fermare il rifornimento delle autobotti, che avrebbe comportato per Eni (indagata per responsabilità amministrativa) una perdita economica di 255 mila euro al giorno. I lavoratori della subappaltante Sergen, secondo i pm, furono mandati al massacro, con un ordine “fantasma” dato a voce, di rimuovere una valvola da una linea che pensavano essere dismessa. L’incidente viene definito “un grave e inescusabile errore” di “sottovalutazione”. Senza saperlo, i manutentori tolsero invece un dispositivo di sicurezza fondamentale, posizionato su una conduttura attiva. Le telecamere interne riprendono l’improvvisa fuoriuscita del liquido e la successiva esplosione, innescata da un carrello elevatore. Ad aggiungersi al quadro, c’è un successivo tentativo di depistaggio, tentato secondo i pm da personale Eni, che avrebbe cercato di addossare la responsabilità ai manutentori poi morti. Eni, come ribadito in più occasioni, respinge la ricostruzione accusatoria, nega che sia mai avvenuto alcun tipo di depistaggio, e dichiara di essere a disposizione dei magistrati, in cui ripone massima fiducia. 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Lotta all’overtourism, legittime le norme della Regione Toscana sugli affitti brevi: lo ha stabilito la Corte Costituzionale
È stata la Regione apripista con il suo nuovo Testo unico del turismo che ha fissato delle regole per governare il fenomeno degli affitti brevi e per contenere il fenomeno dell’overtourism. Adesso per la Toscana arriva il disco verde della Corte Costituzionale che ha respinto il ricorso del governo, dichiarando infondate le questioni di legittimità sollevate. Con le nuove norme, tra le altre cose, i Comuni a più alta densità turistica potranno disporre limiti all’esercizio dell’attività di locazione breve praticata per finalità turistiche, in determinate zone o aree del proprio territorio: sia un divieto generale allo svolgimento dell’attività di locazione breve, sia un numero massimo di giorni. E per la Consulta quanto contenuto in quel Testo unico è legittimo. Decisione che ha l’esultanza del governatore Eugenio Giani, del campo progressista (che ha votato la norma), della Cgil e delle associazioni degli inquilini. La Consulta ha dichiarato infondate le questioni di legittimità sollevate dal Governo, a marzo scorso, con riferimento a più disposizioni della legge regionale toscana. Per quanto riguarda i limiti che i Comuni possono imporre agli affitti brevi, la Corte ha escluso “l’invasione della materia ‘ordinamento civile'”: la norma detta una disciplina amministrativa che “interseca in via prevalente le materie del governo del territorio e del turismo, in quanto prevede un potere regolatorio comunale – che riguarda un’attività economica di tipo turistico e si riflette sull’assetto del territorio – e istituisce un (possibile) regime amministrativo autorizzatorio”. Per quanto riguarda gli articoli del Testo unico che stabiliscono che le strutture ricettive turistiche extra-alberghiere con le caratteristiche della civile abitazione devono essere gestite in forma imprenditoriale, determinano, scrive la Consulta, “un’ingerenza nelle libere scelte dei proprietari” che però è “giustificata” in quanto “volta a perseguire una funzione sociale in modo proporzionato, in particolare la finalità di limitare la proliferazione delle strutture ricettive extra-alberghiere e gli effetti negativi dell’overtourism”. “Vittoria su tutta la linea della Regione Toscana”, commenta il governatore Eugenio Giani che si dice “estremamente contento perché rivela la correttezza del nostro operato”. “Molte altre Regioni aspettavano l’esito del giudizio della Corte Costituzionale rispetto alla legge toscana, a questo punto diventiamo caposcuola rispetto a leggi sul turismo che riconoscono questa disciplina e questa possibilità di autodeterminazione delle Regioni in una materia che di per sé la Costituzione riconosce a livello locale”, conclude Giani. “Un punto fermo importante per continuare nel nostro lavoro per un turismo sostenibile. Siamo sulla strada giusta e andiamo avanti”, commenta la sindaca di Firenze, Sara Funaro. “Come amministrazione – prosegue -, siamo sempre stati convinti della necessità di una regolamentazione delle locazioni brevi in grado di garantire un’adeguata qualità della vita per i residenti e non appena abbiamo ne avuto la possibilità abbiamo approvato un regolamento, primi in Italia. Il diritto dei Comuni di introdurre limiti specifici in aree ad alta densità turistica è una importante strumento per città come Firenze che devono affrontare l’impatto del sovraffollamento turistico, preservando al contempo l’accesso al mercato per chi vuole intraprendere attività turistiche in maniera regolamentata e imprenditoriale. Il nostro obiettivo – conclude – è sempre stato quello di conciliare l’accoglienza dei turisti con la qualità della vita dei fiorentini”. “Questa sentenza conferma che la strada intrapresa dalla Toscana era quella giusta: contrastare la rendita e la deregulation degli affitti brevi che stanno svuotando i centri storici, espellendo residenti e lavoratori, e aggravando l’emergenza abitativa, in particolare nelle città a forte vocazione turistica come Firenze“, dichiarano, in una nota, Cgil Toscana, Cgil Firenze, Federconsumatori Toscana e Sunia Toscana. “Ora però – sottolineano – è fondamentale passare rapidamente alla fase attuativa. Spetta ai Comuni il compito di mappare le aree omogenee caratterizzate da tensione abitativa, per poter applicare strumenti di regolamentazione efficaci e mirati. La legge regionale offre finalmente una base solida: va utilizzata fino in fondo, senza ritardi”, aggiungono auspicando che adesso questo possa “diventare un modello nazionale”. “I Comuni hanno ora il via libera giuridico per mettere un freno all’overtourism e proteggere i residenti e le città. Basta zone grigie: chi fa impresa turistica deve avere destinazioni d’uso specifiche”, afferma Pietro Pierri della segreteria nazionale Unione inquilini. “Le città – conclude – devono tornare a essere comunità e per questo la priorità torna alla residenza, alle famiglie, agli inquilini“. L'articolo Lotta all’overtourism, legittime le norme della Regione Toscana sugli affitti brevi: lo ha stabilito la Corte Costituzionale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Non si è accorta di un mascara nascosto tra le castagne”: Pam sospende dal lavoro un cassiera dopo il “test del carrello”
È stata sospesa dal lavoro per non avere notato un mascara nascosto in una busta di castagne. È una cassiera con 36 anni di esperienza – denunciano i sindacati – l’ultima “vittima” del tanto contestato “test del carrello” messo in campo dall’azienda Pam Panorama che ha già portato al licenziamento di due dipendenti. Il test consiste nell’occultamento volontario di prodotti in punti difficili da individuare nel carrello di un finto cliente durante una normale passata in cassa. E il dipendente del supermercato che non si accorge del prodotto nascosto rischia la sanzione. Per la cassiera del supermercato Pam di Fornacette – nel comune di Calcinaia, in provincia di Pisa – è scattata così la sospensione dal lavoro per dieci giorni, non retribuiti. “Una sanzione pesantissima, mettendo sulla testa della dipendente una spada di Damocle che appare come un messaggio chiaro, per lei e per i colleghi: ogni minimo errore sarà punito senza pietà“, commenta Matteo Taccola, della Filcams Cgil di Pisa. Non si tratta di un caso isolato. A Siena e a Livorno, Pam Panorama ha già licenziato due persone per non aver superato il test. In seguito ai licenziamenti, l’azienda ha diffuso un comunicato stampa, ma i sindacati Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs ne hanno sottolineato le contraddizioni: “Nel comunicato si parla di un’escalation di furti, rapine e delinquenza e ammanchi per 30 milioni di euro: uno scenario poco verosimile ed esasperato ad arte”. Tra l’altro le responsabilità dei furti verrebbero, in questo modo, scaricate sul personale di cassa. L’azienda, come fanno notare i sindacati, “dovrebbe investire sui servizi di anti taccheggio e vigilanza privata”, soprattutto sulle casse veloci. Il test del carrello è diventato anche un caso politico, con i partiti di opposizione che hanno portato l’argomento in Parlamento. Intanto i sindacati confermano che andranno avanti con la mobilitazione nazionale fino a quando Pam Panorama “non avrà ritirato tutti i licenziamenti e i provvedimenti disciplinari, e non avrà ripristinato relazioni industriali improntate al rispetto e alla dignità del lavoro”. L'articolo “Non si è accorta di un mascara nascosto tra le castagne”: Pam sospende dal lavoro un cassiera dopo il “test del carrello” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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