“Certe cose non sono coincidenze, sono abbracci che attraversano il cielo”. Una
fede nuziale persa 50 anni fa in un campo di ulivi è tornata tra le mani del
proprietario. Il Corriere di Arezzo ha riportato la vicenda accaduta tra Antria
e San Polo, a pochi chilometri da Arezzo. A ritrovare l’anello è stata
l’associazione di Subbiano “Quelli della Karin”, specializzata nella
perlustrazione dei campi locali alla ricerca di reperti bellici. La zona è nota
per i ritrovamenti di ordigni e piastrine di riconoscimento dei soldati della
Seconda guerra mondiale ma, questa volta, la scoperta è stata ben diversa. La
fede, ritrovata a circa dieci centimetri di profondità grazie a un metal
detector, aveva al suo interno un’incisione: Alfiero 5-4-1970.
Il dettaglio ha colpito uno dei membri dell’associazione impegnato nella ricerca
sul campo. L’uomo, originario della zona, ha collegato il nome inciso
sull’anello al proprietario dell’oliveto ed è andato a bussare alla sua porta di
casa, non lontana dal luogo del ritrovamento. Come raccontato dal Corriere di
Arezzo, il signor Alfiero, proprietario dell’anello, si è emozionato alla vista
dell’oggetto. L’anziano ha raccontato di aver infilato l’anello alla moglie il 5
aprile del 1970. Oggi, la coniuge non c’è più. La donna, infatti, è morta nel
2022. La restituzione della fede è diventata un momento di gioia collettiva.
“Quando abbiamo bussato alla sua porta per restituirgliela, il tempo si è
fermato. Lacrime, emozione pura e mani che tremavano”, hanno dichiarato i membri
dell’associazione, come riferisce Fanpage. “Siamo certi che sua moglie, da
lassù, abbia guidato quel metal detector esattamente nel punto giusto. Perché
certe cose non sono coincidenze”, hanno concluso dall’associazione.
L'articolo “Certe cose non sono coincidenze”: la moglie defunta perse la fede
nuziale in un campo di ulivi, dopo 50 anni degli sconosciuti la ritrovano e
gliela restituiscono proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Le mie più sentite condoglianze a tutte le 14 famiglie, e non sono state certo
poche, che nei primi 9 giorni di quest’anno hanno perso i loro cari di tutte le
età”: con queste parole scritte sul suo profilo Facebook, Mario Agnelli, sindaco
di Castiglion Fiorentino, registra un dato inquietante per il paese toscano.
Dall’inizio del 2026 sono 14 le persone decedute e, continua Agnelli, si tratta
di “una media di decessi fuori dal normale, in considerazione delle 133 persone
che in tutto l’anno appena trascorso ci hanno lasciato“. Siamo in provincia di
Arezzo, in un centro da quasi 13 mila abitanti dove, in questi primi giorni di
gennaio 2026, i funerali si succedono con ritmo insolito e le cappelline del
commiato sono sempre occupate.
Come scrive Il Tirreno, il dato dei decessi risulta ancora più pesante se si
guarda al numero di nuovi nati nel 2025 che sono 74. Con questi numeri, è
naturale pensare al processo di spopolamento dei piccoli centri, non solo
toscani.
L'articolo Funerali senza sosta nel paese toscano con 14 decessi in 9 giorni,
dall’inizio del 2026. Il sindaco: “Non è normale” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Settanta lavoratori licenziati a uno a uno con una videochiamata. L’ultimo
giorno del 2025 la multinazionale svizzera Oerlikon ha comunicato la cessazione
di attività della Amom, azienda specializzata in bigiotteria con sede a Badia al
Pino (Arezzo), a partire dal 1° gennaio, lasciando a casa da un giorno all’altro
tutti i dipendenti. Mercoledì, in un incontro da remoto, i sindacati hanno
chiesto il ritiro dei licenziamenti o, in via subordinata, il ricorso a un
ammortizzatore sociale diverso dalla cassa integrazione per fine attività: la
risposta a entrambe le richieste è stata negativa. La vertenza passa ora
direttamente a livello regionale, con un tavolo già convocato per il 14 gennaio,
dove le istanze rischiano di incontrare un altro diniego. Nel pomeriggio i
dipendenti hanno tenuto la prima assemblea nei locali della fabbrica,
deliberando di manifestare sotto la sede della Regione Toscana a Firenze, dove
si svolgerà il prossimo incontro.
Il deputato Pd Emiliano Fossi, segretario del partito in Toscana, annuncia
un’interrogazione parlamentare sul caso: “Licenziare settanta lavoratrici e
lavoratori con una videochiamata improvvisata è un atto di arroganza
inaccettabile e una violazione grave della dignità del lavoro”, denuncia. “Qui
non siamo di fronte solo a una crisi industriale, ma a un comportamento
irresponsabile che cancella ogni rispetto per le persone, per le relazioni
sindacali e per un territorio già messo alla prova. Trattare lavoratrici e
lavoratori come comparse da liquidare da remoto è indegno di un paese civile. Il
governo non può voltarsi dall’altra parte mentre multinazionali che hanno
beneficiato di ammortizzatori sociali e interlocuzioni istituzionali decidono
unilateralmente di chiudere, rendendo inutili tavoli e impegni già assunti. Ho
chiesto verifiche immediate sulla legittimità delle procedure e l’attivazione di
un tavolo nazionale di crisi”.
L'articolo Settanta dipendenti licenziati con una videochiamata: il colosso
svizzero Oerlikon chiude l’azienda toscana Amom proviene da Il Fatto Quotidiano.
Carissima Presidente del Consiglio Giorgia Meloni,
personalmente ritengo che le parole del coordinatore di Fratelli d’Italia per la
sezione di Empoli superino l’indecenza e l’orrore.
Il 3 gennaio 2026 “Empoli per la pace” organizza un presidio “per condannare
l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del
governo Trump contro la Repubblica del Venezuela”, denunciando “una palese e
inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli” e
invitando cittadini e istituzioni a mobilitarsi contro la guerra” e diffondere
la notizia sui propri profili social. Il coordinatore e responsabile di Fratelli
d’Italia per l’equità sociale e la disabilità, Isacco Cantini, decide di
lasciare un commento: “Soliti comunisti, prima o poi vi stermineremo anche in
Italia”.
Non voglio esprimere nessun giudizio verso la persona poiché a mio parere si
definisce già da sé esprimendo certe parole, anche perché avendo una disabilità
dovrebbe saper benissimo che cos’è stato il progetto Aktion T4 nel periodo
fascista per le persone disabili.
Desidero porre una domanda a lei, Presidente del Consiglio, come le ho già detto
più volte lei sottolinea che il suo governo vuole lasciare un segno nella
storia, ma visto il susseguirsi degli eventi inizio a preoccuparmi e non poco:
1. Costringere le famiglie e le persone disabili a pagarsi in parte o totalmente
gli ausili
2. Dice che è legittimo l’attacco sul Venezuela.
3. Un suo coordinatore sul territorio dice che i comunisti prima o poi verranno
sterminati anche in Italia.
Il segno nella storia che lei e il suo governo volete lasciare mi è molto chiaro
e se mi legge avrà ben capito che non siamo sulla stessa lunghezza d’onda, ma
lei a differenza mia sta governando un paese e non coordinando una sezione di
partito allargata.
Come le ho già ribadito più volte chi governa deve garantire a tutti i cittadini
gli strumenti per la propria crescita e per il proprio benessere psicofisico e
non dare la possibilità a certi coordinatori territoriali di parlare di
sterminio, per questo le chiedo cortesemente di sollevare dall’incarico di
coordinatore Isacco Cantini e con un comunicato ne prenda le distanze.
Se vuole inviarmi un testo con delle sue considerazioni o come risposta come
sempre il testo verrà pubblicato su questo blog.
L'articolo Meloni prenda le distanze dal coordinatore Cantini che parla di
‘sterminio’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non è illegittima nella sua interezza la legge della Regione Toscana sul fine
vita. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, che con la sentenza numero 204
depositata oggi, ha respinto le censure statali sull’intera legge regionale
toscana numero 16 del 2025, in tema di aiuto al suicidio, ma ha dichiarato
l’illegittimità costituzionale di diverse sue disposizioni. Il governo aveva
presentato ricorso contro la norma, formulata seguendo le indicazioni della
storica sentenza la sentenza Dj Fabo/Cappato e approvata lo scorso marzo.
La Corte ha ritenuto che, nel suo complesso, la legge regionale sia
riconducibile “all’esercizio della potestà legislativa concorrente in materia di
tutela della salute” e persegua la finalità di “dettare norme a carattere
meramente organizzativo e procedurale, al fine di disciplinare in modo uniforme
l’assistenza da parte del servizio sanitario regionale alle persone che –
trovandosi nelle condizioni stabilite da questa Corte nella sentenza 242 del
2019 – la sentenza Dj Fabo/Cappato – così come ulteriormente precisate nella
sentenza 135 del 2024 chiedano di essere aiutate a morire”.
La legge regionale della Toscana del 2025 mirava a colmare un vuoto attraverso
l’istituzione di commissioni multidisciplinari nelle aziende sanitarie, la
definizione di una procedura per la presentazione e la valutazione delle
richieste di accesso al suicidio medicalmente assistito, l’indicazione di
termini per le verifiche e la possibilità di garantire l’assistenza sanitaria
necessaria, anche attraverso risorse regionali aggiuntive rispetto ai livelli
essenziali di assistenza.
La Corte ha però dichiarato incostituzionali diverse disposizioni, limitatamente
a specifici articoli, commi o periodi, ritenuti oltre le competenze regionali.
Nello specifico si parla di articoli che attribuivano alla Regione e alle
commissioni sanitarie poteri di regolazione troppo ampi dell’intera procedura.
La Consulta ha censurato le norme che consentivano deleghe in passaggi decisivi
e che concentravano in capo agli organi regionali un controllo complessivo
sull’accesso e sull’esecuzione.
Intanto, però, la Corte ha ritenuto non fondate le questioni sollevate contro la
legge nel suo complesso e contro le disposizioni riguardo l’organizzazione del
servizio sanitario, riconoscendo che le Regioni possono sì intervenire sulle
sentenze costituzionali, ma comunque senza invadere ambiti riservati alla
competenza statale.
Andando nello specifico, la Corte ha dichiarato incostituzionale l’articolo 2,
che direttamente individua i requisiti per l’accesso al suicidio medicalmente
assistito facendo espresso rinvio alle sentenze 242 del 2019 e la 135 del 2024.
Secondo la sentenza, la disposizione viola la competenza legislativa esclusiva
statale in materia di ordinamento civile e penale, in quanto alle Regioni è
“precluso cristallizzare nelle proprie disposizioni principi ordinamentali
affermati dalla Corte Costituzionale in un determinato momento storico – in
astratto, peraltro, anch’essi suscettibili di modificazioni – e oltretutto nella
dichiarata attesa di un intervento del legislatore statale”.
L’articolo 4, comma 1, è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo
limitatamente alle parole “o un suo delegato” in quanto, consentendo la
presentazione dell’istanza anche a quest’ultimo, “deroga vistosamente al quadro
normativo fissato dalla legge numero 219 del 2017, nel quale la procedura
medicalizzata di assistenza al suicidio è stata inquadrata dalla giurisprudenza
di questa Corte”. Incostituzionali sono stati dichiarati anche gli articoli 5 e
6, in tutte le parti in cui prevedono “stringenti termini per la verifica dei
requisiti di accesso al suicidio medicalmente assistito e la definizione delle
relative modalità di attuazione”.
È stato dichiarato incostituzionale anche l’articolo 7, comma 1, che,
disciplinando il supporto al suicidio medicalmente assistito, impegna le aziende
unità sanitarie locali ad assicurare il supporto tecnico e farmacologico oltre
all’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del
farmaco autorizzato. La Corte ha ritenuto che la disposizione regionale viola la
competenza concorrente in materia di tutela della salute, in quanto “non si pone
come attuazione nel dettaglio di preesistenti principi fondamentali rinvenibili
nella legislazione statale, ma come una illegittima “determinazione” degli
stessi da parte della legislazione regionale”.
La dichiarazione di incostituzionalità ha anche riguardato i commi 2, primo
periodo, e 3, dello stesso articolo 7. Il primo in quanto “facendo esplicito
riferimento a un livello di assistenza sanitaria ulteriore, evoca comunque e
illegittimamente, dal punto di vista dell’assetto costituzionale delle
competenze, la categoria dei ‘livelli essenziali di assistenza’”, interferendo
quindi su definizioni riservate al legislatore statale. Il secondo laddove
prevede che la “persona in possesso dei requisiti autorizzata ad accedere al
suicidio medicalmente assistito può decidere in ogni momento di sospendere o
annullare l’erogazione del trattamento”.
In caso di suicidio medicalmente assistito, infatti, “non vi è propriamente
alcuna ‘erogazione’ di un trattamento che possa essere sospeso o annullato (come
invece nelle ipotesi di eutanasia attiva, riconducibili nell’ordinamento
italiano alla fattispecie di omicidio del consenziente), ma piuttosto
un’assistenza dei sanitari a una persona che dovrà compiere da sé la condotta
finale che direttamente causa la propria morte”.
L'articolo “La legge della Toscana non è illegittima interamente, ma varie parti
violano le competenze statali”, la Consulta accoglie parzialmente il ricorso sul
fine vita proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il 16 dicembre scorso, per la quarta volta negli ultimi due mesi, il quotidiano
Il Tirreno non è arrivato in edicola. A bloccare la pubblicazione dello storico
giornale toscano è stato un nuovo sciopero proclamato dai redattori: l’ennesimo
atto di protesta messo in campo dai lavoratori contro la proprietà del gruppo
Sae (Sapere Aude Editori) e la direzione della testata. “Ancora una volta –
scrive il Comitato di redazione, l’organo di rappresentanza dei giornalisti –
l’assemblea dei redattori si è ritrovata unita e compatta su un percorso da
seguire: quello della difesa del giornale, del suo futuro, della sua
territorialità, della sua storia e dei posti di lavoro”.
La crisi de Il Tirreno va avanti da anni, ma si è acuita negli ultimi mesi. A
fine novembre la redazione ha sfiduciato il direttore Cristiano Marcacci, per
una scelta editoriale. I giornalisti hanno contestato alla direzione la
decisione di non pubblicare una notizia di rilievo regionale: il caso che ha
coinvolto l’allora capa di gabinetto del presidente della Toscana Eugenio Giani,
poi assessora alla Cultura, Cristina Manetti, a cui è stata ritirata la patente.
Una notizia ripresa dal resto della stampa nazionale e locale, ma assente dalle
pagine del Tirreno. “La rimozione di una notizia di quel valore costituisce
l’esplicitazione di una linea editoriale”, scrive il Comitato di redazione,
parlando di un “silenzio narrante” destinato a pesare sulla credibilità della
testata. “Si è scelto, cioè, di non dare la notizia politica dell’anno in
Toscana. E allo stesso tempo, nello stesso giorno, di pubblicare un’intervista
al presidente Giani. Un’intervista che, a posteriori, appare apologetica e
danneggia perfino il collega che l’ha scritta, al quale non è stata data la
possibilità di riaggiornarla, almeno tentando di porre al governatore una
domanda sul caso”.
La sfiducia arriva al termine di una lunga stagione di conflitto con l’editore.
Già da ottobre la redazione è in stato di agitazione dopo l’avvio di un
procedimento disciplinare – una sospensione di cinque giorni – comminato a un
componente del Cdr, accusato dall’azienda di aver diffuso messaggi interni
durante una riunione sindacale. Per i giornalisti e per la Federazione nazionale
della stampa si tratta invece di una ritorsione antisindacale.
Sul fondo resta una questione strutturale. Da cinque anni, da quando il Tirreno
è passato da Gedi al gruppo Sae, il giornale vive tra cassa integrazione,
prepensionamenti, stati di crisi, tagli ai costi e chiusura o ridimensionamento
di redazioni locali. I giornalisti rivendicano di aver garantito la
sopravvivenza del quotidiano attraverso sacrifici economici e carichi di lavoro
crescenti, senza che a questi sia mai corrisposto un vero piano di rilancio.
“Chiediamo da tempo un progetto editoriale e industriale che dia una prospettiva
al giornale”, spiega il Cdr.
“Finora abbiamo visto solo tagli e un aumento insostenibile dei carichi di
lavoro”. I giornalisti lamentano di aver accettato “di lavorare tra le nove e le
undici ore al giorno senza ricevere straordinari. Lo stesso sforzo che ci
piacerebbe vedere nelle mosse imprenditoriali dell’editore, che finora non ha
dimostrato la volontà di investire per tentare un rilancio, guardando invece
soltanto al bilancio, appianato anche con la vendita degli immobili del
quotidiano, compresa la storica sede di Livorno”. Vendita che, raccontano i
giornalisti a ilfattoquotidiano.it, “abbiamo scoperto solo perché un collega si
è imbattuto in un annuncio immobiliare online. Nessuno ce l’aveva comunicato”.
“Prima – proseguono – c’era la fila di giornalisti che volevano essere assunti
al Tirreno. Da cinque anni a questa parte, invece, almeno 12 colleghi si sono
licenziati”.
Il tutto in un clima lavorativo che i redattori definiscono “irrespirabile”,
fatto anche di atteggiamenti ritenuti irrispettosi. Come nel caso delle
espressioni usate da un manager del gruppo Sae che, a un tavolo ufficiale
davanti ai vertici di Associazione stampa toscana, Federazione nazionale della
stampa e Comitato di redazione, ha paragonato la maternità di una giornalista
alla “gestazione di un elefante”. Una maternità che aveva portato la collega a
più ricoveri, situazioni di cui l’azienda era a conoscenza.
A questo si è aggiunta, in estate, la chiusura della storica redazione di
Viareggio per motivi di costi. Una decisione presa improvvisamente, che ha
scatenato proteste, scioperi e presidi, e per cui i sindacati hanno aperto una
vertenza con l’azienda. Il 13 ottobre è arrivata anche la sentenza del Tribunale
del lavoro di Livorno, che ha sancito la condotta antisindacale dell’azienda per
quanto concerne il mancato rispetto degli incontri periodici previsti dal
contratto nazionale con il Comitato di redazione, ma non per quanto riguarda la
chiusura della sede viareggina.
Nei giorni successivi sono quindi proseguite le mobilitazioni: scioperi, blocchi
degli straordinari e lo stop alla produzione degli inserti. “La crisi non è solo
economica, ma anche culturale e politica – spiega il Cdr -. Il giornalismo viene
marginalizzato e l’informazione ridotta a un calcolo finanziario. Mancano
strategie industriali che valorizzino il lavoro e il sacrificio dei giornalisti
è dato per scontato. I tagli migliorano i conti solo a breve, ma impoveriscono
il prodotto. Un giornale impoverito perde lettori, credibilità e funzione
sociale. E allora, viene spontaneo chiedersi: perché un lettore dovrebbe alzarsi
la mattina, fare la caccia al tesoro per trovare l’edicola e scegliere Il
Tirreno?”.
L'articolo La crisi de Il Tirreno tra tagli e “ritorsioni antisindacali”.
Direttore sfiduciato perché “non ha pubblicato la notizia sulla capa di
gabinetto di Giani” proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ultimo ricordo che aveva era di essere a lavoro. Poi però si è risvegliata in
un camper dopo essere stata stuprata. È sulla base di questo racconto riportato
da una donna di 24 anni che gli investigatori de carabinieri sono arrivati
all’arresto di un uomo di 59 anni, datore di lavoro della ragazza.
I fatti risalgono a lunedì 15 dicembre. La giovane stava per finire il turno nel
luogo di lavoro, un laboratorio specializzato nella riparazione di macchine da
caffè industriali, quando il suo datore l’ha convinta a trattenersi per qualche
ora in più. L’uomo, un pluripregiudicato, ha offerto una minestra alla giovane,
che è rimasta nel negozio per consumare il pasto. Da quel momento in poi, la
24enne non ricorda più nulla. Dopo aver perso conoscenza, la giovane si è
risvegliata all’interno di un camper, indossando indumenti diversi da quelli che
aveva in precedenza.
La donna, con addosso il sospetto di essere stata violentata, si è recata
all’ospedale per effettuare degli esami: gli accertamenti medici, però, non
hanno evidenziato lacerazioni o ferite compatibili con una violenza sessuale. Le
indagini svolte dalla procura di Prato, guidata da Luca Tescaroli, dopo la
denuncia della giovane hanno ricostruito la vicenda: l’uomo, ripreso dalle
telecamere di videosorveglianza del locale, è accusato di aver violentato la
dipendente da incosciente. Dopo alcuni controlli medici, è stata rinvenuta la
presenza di benzodiazepine nel corpo della vittima, la sostanza più comunemente
conosciuta come droga dello stupro.
L'articolo “Ha drogato e stuprato una dipendente”: arrestato un 59enne a Prato
proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’accordo è stato annunciato a un anno esatto dall’esplosione che ha provocato
la morte di cinque lavoratori e il ferimento di altre 26 persone: il sito di
Calenzano cesserà di ospitare carburante e sarà riconvertito in un mega impianto
fotovoltaico. Ciò che però non era stato chiarito in quella conferenza stampa –
indetta dal sindaco Giuseppe Carovani e dal presidente della Regione Eugenio
Giani – è in quell’intesa è compresa anche la rinuncia del Comune a costituirsi
parte civile nel futuro processo per la strage.
L’amministrazione incassa 6,5 milioni di euro, ma ritira ogni altra pretesa
risarcitoria e di giustizia. Una scelta che ha fatto insorgere l’opposizione e
parte della cittadinanza, che ieri ha convocato un’assemblea popolare: “È stata
una sorpresa anche per noi – spiega al Fatto Maria Arena, ex candidata sindaca
oggi consigliera d’opposizione del Pd – Riteniamo la vicenda molto grave. In
modo unilaterale, la giunta viene meno a un impegno preciso preso e votato in
consiglio comunale all’indomani del disastro. E accetta una cifra come
compensazione che non sappiamo come sia stata calcolata, potrebbe benissimo
essere minore dei danni accertati nel corso dell’inchiesta penale. Inoltre, non
si fa cenno alle compensazioni per anni di esternalità provocate dalla presenza
di questo impianto sul territorio, né a possibili danni ambientali”.
La bufera politica è tutta interna al centrosinistra, che da queste parti ha
numeri tali da consentire che al ballottaggio si presentino due aspiranti dello
stesso schieramento. Così era andata nel giugno del 2024, quando Arena,
candidata del Pd, era stata battuta da Giuseppe Carovani, fuoriuscito dallo
stesso Pd durante l’era renziana. Con alle spalle altre due legislature da primo
cittadino, Carovani è transitato in Sinistra italiana, per poi ricandidarsi alla
guida di una lista civica a sinistra del Pd. All’indomani della strage fu lui a
metterci la faccia, per chiedere un cambiamento radicale del rapporto tra lo
stabilimento e la cittadina. Ieri Il Fatto ha provato a contattare anche lui,
senza però ricevere risposta.
Ma la frattura non è solo tra centrosinistra e sinistra, ma anche tra il Pd
toscano e quello locale, che a Calenzano a che fare con l’ingombrante presenza
dell’Eni: “Noi non siamo disallineati con Giani sulla necessità di spostare
questo tipo di attività – dice ancora Arena – Il problema qui non è il ruolo
dalla Regione, che ha spinto in questa direzione, ma nel comportamento del
Comune, che ha scavalcato anche la commissione ad hoc sull’Eni messa in piedi
dopo quei tragici fatti. Questa commissione di fatto è stata usata solo per
comunicare decisioni già prese al tavolo con il colosso”.
La riconversione annunciata da Eni prevede un investimento di decine di milioni
di euro, per costruire un hub fotovoltaico da 20 megawatt che secondo la società
vedrà la luce entro quattro anni. “Noi abbiamo dei dubbi anche su questo –
conclude Arena – anche perché stiamo parlando di un impianto che sotto
inchiesta, e abbiamo qualche dubbio che possa essere attivata una riconversione
industriale in quelle stesse aree che sono oggetto degli accertamenti in tempi
così rapidi”.
Nel frattempo l’inchiesta della Procura di Prato, guidata dal procuratore Luca
Tescaroli, procede a tempi serrati. Dieci gli indagati, accusati a vario titolo
di omicidio colposo plurimo e disastro colposo, fra i quali 7 fra dirigenti e
tecnici Eni: Patrizia Boschetti, head of operations di Eni; Luigi Cullurà,
responsabile del deposito Eni di Calenzano; Emanuela Proietti, responsabile
Salute e sicurezza; Carlo Di Perna, capo delle manutenzioni; Marco Bini,
responsabile della rete fognaria, della pavimentazione e delle infrastrutture;
Elio Ferrara e Marco Bini, tecnici; Enrico Cerbino, responsabile progetto
esterno. Sono indagati anche Francesco Cirone e Luigi Murno, di Sergen.
A spiegare il disastro di Calenzano, per gli investigatori, è la scelta
“scellerata” di consentire lavori di manutenzione alle linee senza fermare il
rifornimento delle autobotti, che avrebbe comportato per Eni (indagata per
responsabilità amministrativa) una perdita economica di 255 mila euro al giorno.
I lavoratori della subappaltante Sergen, secondo i pm, furono mandati al
massacro, con un ordine “fantasma” dato a voce, di rimuovere una valvola da una
linea che pensavano essere dismessa. L’incidente viene definito “un grave e
inescusabile errore” di “sottovalutazione”.
Senza saperlo, i manutentori tolsero invece un dispositivo di sicurezza
fondamentale, posizionato su una conduttura attiva. Le telecamere interne
riprendono l’improvvisa fuoriuscita del liquido e la successiva esplosione,
innescata da un carrello elevatore. Ad aggiungersi al quadro, c’è un successivo
tentativo di depistaggio, tentato secondo i pm da personale Eni, che avrebbe
cercato di addossare la responsabilità ai manutentori poi morti.
Eni, come ribadito in più occasioni, respinge la ricostruzione accusatoria, nega
che sia mai avvenuto alcun tipo di depistaggio, e dichiara di essere a
disposizione dei magistrati, in cui ripone massima fiducia.
L'articolo Calenzano, il Comune rinuncia a chiedere i danni a Eni: il sito sarà
riconvertito in un mega impianto fotovoltaico proviene da Il Fatto Quotidiano.
È stata la Regione apripista con il suo nuovo Testo unico del turismo che ha
fissato delle regole per governare il fenomeno degli affitti brevi e per
contenere il fenomeno dell’overtourism. Adesso per la Toscana arriva il disco
verde della Corte Costituzionale che ha respinto il ricorso del governo,
dichiarando infondate le questioni di legittimità sollevate. Con le nuove norme,
tra le altre cose, i Comuni a più alta densità turistica potranno disporre
limiti all’esercizio dell’attività di locazione breve praticata per finalità
turistiche, in determinate zone o aree del proprio territorio: sia un divieto
generale allo svolgimento dell’attività di locazione breve, sia un numero
massimo di giorni. E per la Consulta quanto contenuto in quel Testo unico è
legittimo. Decisione che ha l’esultanza del governatore Eugenio Giani, del campo
progressista (che ha votato la norma), della Cgil e delle associazioni degli
inquilini.
La Consulta ha dichiarato infondate le questioni di legittimità sollevate dal
Governo, a marzo scorso, con riferimento a più disposizioni della legge
regionale toscana. Per quanto riguarda i limiti che i Comuni possono imporre
agli affitti brevi, la Corte ha escluso “l’invasione della materia ‘ordinamento
civile'”: la norma detta una disciplina amministrativa che “interseca in via
prevalente le materie del governo del territorio e del turismo, in quanto
prevede un potere regolatorio comunale – che riguarda un’attività economica di
tipo turistico e si riflette sull’assetto del territorio – e istituisce un
(possibile) regime amministrativo autorizzatorio”. Per quanto riguarda gli
articoli del Testo unico che stabiliscono che le strutture ricettive turistiche
extra-alberghiere con le caratteristiche della civile abitazione devono essere
gestite in forma imprenditoriale, determinano, scrive la Consulta, “un’ingerenza
nelle libere scelte dei proprietari” che però è “giustificata” in quanto “volta
a perseguire una funzione sociale in modo proporzionato, in particolare la
finalità di limitare la proliferazione delle strutture ricettive
extra-alberghiere e gli effetti negativi dell’overtourism”.
“Vittoria su tutta la linea della Regione Toscana”, commenta il governatore
Eugenio Giani che si dice “estremamente contento perché rivela la correttezza
del nostro operato”. “Molte altre Regioni aspettavano l’esito del giudizio della
Corte Costituzionale rispetto alla legge toscana, a questo punto diventiamo
caposcuola rispetto a leggi sul turismo che riconoscono questa disciplina e
questa possibilità di autodeterminazione delle Regioni in una materia che di per
sé la Costituzione riconosce a livello locale”, conclude Giani. “Un punto fermo
importante per continuare nel nostro lavoro per un turismo sostenibile. Siamo
sulla strada giusta e andiamo avanti”, commenta la sindaca di Firenze, Sara
Funaro. “Come amministrazione – prosegue -, siamo sempre stati convinti della
necessità di una regolamentazione delle locazioni brevi in grado di garantire
un’adeguata qualità della vita per i residenti e non appena abbiamo ne avuto la
possibilità abbiamo approvato un regolamento, primi in Italia. Il diritto dei
Comuni di introdurre limiti specifici in aree ad alta densità turistica è una
importante strumento per città come Firenze che devono affrontare l’impatto del
sovraffollamento turistico, preservando al contempo l’accesso al mercato per chi
vuole intraprendere attività turistiche in maniera regolamentata e
imprenditoriale. Il nostro obiettivo – conclude – è sempre stato quello di
conciliare l’accoglienza dei turisti con la qualità della vita dei fiorentini”.
“Questa sentenza conferma che la strada intrapresa dalla Toscana era quella
giusta: contrastare la rendita e la deregulation degli affitti brevi che stanno
svuotando i centri storici, espellendo residenti e lavoratori, e aggravando
l’emergenza abitativa, in particolare nelle città a forte vocazione turistica
come Firenze“, dichiarano, in una nota, Cgil Toscana, Cgil Firenze,
Federconsumatori Toscana e Sunia Toscana. “Ora però – sottolineano – è
fondamentale passare rapidamente alla fase attuativa. Spetta ai Comuni il
compito di mappare le aree omogenee caratterizzate da tensione abitativa, per
poter applicare strumenti di regolamentazione efficaci e mirati. La legge
regionale offre finalmente una base solida: va utilizzata fino in fondo, senza
ritardi”, aggiungono auspicando che adesso questo possa “diventare un modello
nazionale”. “I Comuni hanno ora il via libera giuridico per mettere un freno
all’overtourism e proteggere i residenti e le città. Basta zone grigie: chi fa
impresa turistica deve avere destinazioni d’uso specifiche”, afferma Pietro
Pierri della segreteria nazionale Unione inquilini. “Le città – conclude –
devono tornare a essere comunità e per questo la priorità torna alla residenza,
alle famiglie, agli inquilini“.
L'articolo Lotta all’overtourism, legittime le norme della Regione Toscana sugli
affitti brevi: lo ha stabilito la Corte Costituzionale proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È stata sospesa dal lavoro per non avere notato un mascara nascosto in una busta
di castagne. È una cassiera con 36 anni di esperienza – denunciano i sindacati –
l’ultima “vittima” del tanto contestato “test del carrello” messo in campo
dall’azienda Pam Panorama che ha già portato al licenziamento di due dipendenti.
Il test consiste nell’occultamento volontario di prodotti in punti difficili da
individuare nel carrello di un finto cliente durante una normale passata in
cassa. E il dipendente del supermercato che non si accorge del prodotto nascosto
rischia la sanzione.
Per la cassiera del supermercato Pam di Fornacette – nel comune di Calcinaia, in
provincia di Pisa – è scattata così la sospensione dal lavoro per dieci giorni,
non retribuiti. “Una sanzione pesantissima, mettendo sulla testa della
dipendente una spada di Damocle che appare come un messaggio chiaro, per lei e
per i colleghi: ogni minimo errore sarà punito senza pietà“, commenta Matteo
Taccola, della Filcams Cgil di Pisa.
Non si tratta di un caso isolato. A Siena e a Livorno, Pam Panorama ha già
licenziato due persone per non aver superato il test. In seguito ai
licenziamenti, l’azienda ha diffuso un comunicato stampa, ma i sindacati Filcams
Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs ne hanno sottolineato le contraddizioni: “Nel
comunicato si parla di un’escalation di furti, rapine e delinquenza e ammanchi
per 30 milioni di euro: uno scenario poco verosimile ed esasperato ad arte”. Tra
l’altro le responsabilità dei furti verrebbero, in questo modo, scaricate sul
personale di cassa. L’azienda, come fanno notare i sindacati, “dovrebbe
investire sui servizi di anti taccheggio e vigilanza privata”, soprattutto sulle
casse veloci.
Il test del carrello è diventato anche un caso politico, con i partiti di
opposizione che hanno portato l’argomento in Parlamento. Intanto i sindacati
confermano che andranno avanti con la mobilitazione nazionale fino a quando Pam
Panorama “non avrà ritirato tutti i licenziamenti e i provvedimenti
disciplinari, e non avrà ripristinato relazioni industriali improntate al
rispetto e alla dignità del lavoro”.
L'articolo “Non si è accorta di un mascara nascosto tra le castagne”: Pam
sospende dal lavoro un cassiera dopo il “test del carrello” proviene da Il Fatto
Quotidiano.