di Domenico Tambasco*
Per anni le sentenze in materia di molestie sul lavoro hanno mostrato una
contraddizione evidente: a fronte di condotte spesso umilianti e gravemente
lesive della dignità delle lavoratrici, i risarcimenti riconosciuti dai
tribunali sono stati frequentemente modesti, talvolta quasi simbolici. Una
situazione che è stata definita il “paradosso dei risarcimenti al ribasso”.
Una recente decisione del Tribunale di Treviso del 4 marzo 2026, n. 173, sembra
però segnare un possibile punto di svolta. La pronuncia — che ha condannato i
responsabili al pagamento di 50mila euro di danno morale — introduce infatti
alcuni principi destinati, se confermati in futuro, a cambiare profondamente il
modo in cui la giustizia affronta le molestie discriminatorie sul lavoro.
Il caso riguarda una dirigente licenziata durante il periodo di tutela della
maternità previsto dall’art. 54 del d.lgs. 151/2001 e vittima di numerosi
episodi umilianti: in riunione le veniva ordinato di preparare il caffè “in
quanto donna”, mentre l’amministratore delegato sosteneva di avere bisogno “di
un uomo con esperienza” per ricoprire il suo ruolo. La vicenda si colloca
inoltre all’interno di un contesto aziendale familiare: un elemento che
evidenzia come dinamiche di potere e comportamenti discriminatori possano
manifestarsi anche in imprese a conduzione familiare.
Il tribunale ha dichiarato nullo il licenziamento e qualificato tali
comportamenti come molestie discriminatorie di genere ai sensi dell’art. 26 del
Codice delle pari opportunità (d.lgs. 198/2006), condannando solidalmente
l’azienda e l’autore materiale delle condotte al risarcimento del danno. Ma
l’aspetto più innovativo della decisione riguarda soprattutto come il danno è
stato quantificato. La sentenza, infatti, si muove lungo quattro direttrici che
meritano particolare attenzione.
1. La prima concerne la funzione dissuasiva del risarcimento. In materia di
discriminazioni, ricorda il Tribunale richiamando la Corte di Cassazione (n.
3488/2025) e il diritto europeo (art. 17 della direttiva 2000/78/CE), il
risarcimento non serve solo a compensare la vittima, ma deve anche scoraggiare
il ripetersi di comportamenti analoghi. In altre parole, il danno deve essere
sufficientemente significativo da avere un effetto deterrente.
2. La seconda direttrice riguarda la proporzione tra risarcimento e gravità
delle condotte. Il giudice valorizza il contesto pubblico delle affermazioni
sessiste, la posizione dirigenziale della lavoratrice e il carattere
denigratorio degli episodi, riconoscendo che tali comportamenti incidono
profondamente sulla dignità personale e professionale.
3. Il terzo elemento è forse il più interessante sul piano giuridico: la
sentenza segna uno sganciamento dalla tradizionale centralità del danno
biologico. Nella maggior parte dei casi, infatti, il risarcimento è calcolato
soprattutto sulla base della lesione alla salute accertata a livello
medico-legale. Nel caso di specie, il danno biologico è stato liquidato in
misura del tutto contenuta, pari a soli 1.725 euro, considerata la natura
meramente temporanea del danno alla salute, circoscritto ad un periodo di circa
un mese. Il baricentro della tutela risarcitoria si colloca pertanto su un piano
diverso, essendo la componente prevalente rappresentata dal danno morale da
discriminazione, vale a dire dal pregiudizio arrecato alla dignità personale
della lavoratrice, in conseguenza della condotta discriminatoria accertata dal
giudice.
In tal modo, la decisione evidenzia con chiarezza come, nelle ipotesi di
discriminazione, il fulcro della tutela non risieda tanto nella compromissione
dell’integrità psicofisica in senso stretto, quanto piuttosto nella lesione
(immateriale) alla dignità della persona nel contesto lavorativo, che
costituisce l’interesse primario protetto dalla legislazione
antidiscriminatoria. È un passaggio importante: non tutte le offese alla persona
producono una malattia clinicamente accertabile, ma possono comunque generare un
pregiudizio profondo alla sua identità e al rispetto dovuto nel luogo di lavoro.
4. Infine, la quarta direttrice riguarda i criteri di quantificazione del danno.
Per rendere la valutazione meno arbitraria, il tribunale ha utilizzato in via
analogica le tabelle elaborate dal Tribunale di Milano per il danno da
diffamazione a mezzo stampa. L’idea è semplice: quando l’offesa alla dignità
deriva da affermazioni umilianti pronunciate davanti ad altre persone — come nel
caso di specie — il danno presenta evidenti analogie con la diffamazione.
Nel complesso, la decisione appare significativa non tanto per la cifra
riconosciuta, quanto per il metodo adottato. Se questo orientamento dovesse
consolidarsi, potrebbe essere l’inizio di una nuova stagione, nella quale
verrebbe ricondotto al centro ciò che troppo spesso è rimasto sullo sfondo: la
dignità della donna nel mondo del lavoro.
* Avvocato giuslavorista, da anni si occupa di conflittualità lavorativa anche
come redattore di diversi ddl in materia presentati nella scorsa legislatura
L'articolo Offese sessiste in azienda, 50mila euro di risarcimento: la sentenza
che segna un punto di svolta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Discriminazioni di Genere
di Gian Carlo Cocco*
La Direttiva UE 2023/970 prescrive l’equità e la trasparenza nella definizione
delle retribuzioni delle organizzazioni con il fine di contrastare il divario e
la discriminazione salariale. Entro giugno 2026, le aziende dovranno rendere
palesi le fasce salariali dei propri collaboratori consentendo agli stessi di
conoscere i criteri retributivi con i quali sono state definite. La normativa,
in sostanza, dovrebbe indurre un rinnovamento della politica e della gestione
del capitale umano in termini di condivisione e coinvolgimento. Questa normativa
trova la sua lontana origine da esigenze di equità e trasparenza.
Partiamo innanzitutto da alcuni chiarimenti terminologici. Due sono gli aspetti
chiave di questa normativa: l’equità (cioè il criterio che deve caratterizzare
la imparziale definizione dei livelli retributivi nei confronti delle persone
che fanno parte di un’organizzazione) e la trasparenza (cioè la chiara evidenza
dei dati retributivi e la conseguente visibilità degli stessi ad ogni componente
dell’organizzazione).
L’equità è un termine impiegato come sinonimo di giustizia, vale a dire di
uguaglianza di trattamento e di conseguente imparzialità nei confronti di tutti
coloro che fanno parte di un sistema organizzato (stato, impresa, ente di
qualsiasi natura). Il termine equo significa anche equilibrato, proporzionato e
alla base della ragionevolezza delle decisioni.
Il rapporto medio tra i livelli retributivi tra posizioni di vertice d’impresa e
dipendenti nel 1965 era 20:1, nel 2016 è passato a 271:1. Si può definire un
vero e proprio colpo di mano dei top manager nei confronti della massa dei
dipendenti. Dal 1986 al 2012 l’incremento retributivo medio delle posizioni di
vertice è stato + 876%. L’incremento retributivo medio dei dipendenti è stato
5%… Alla faccia dell’equità! Si potrebbe pensare che questa direttiva sia
comparsa fuori tempo massimo. Tra l’altro, va anche rilevato che molti livelli
retributivi, purtroppo, non hanno ancora superato lo sfruttamento di tipo
ottocentesco di intere classi di lavoratori.
La trasparenza è un termine che si riferisce ad azioni, comportamenti,
situazioni, rapporti che risultano evidenti e chiari nelle loro modalità e
finalità e si presentano privi di modalità e volontà di occultamento, segretezza
o travisamento. Si pensi quanto sia importante per l’economia la trasparenza dei
mercati che garantisce il cosiddetto “regime di libera concorrenza”. Presidiare
un contesto di trasparenza consente agli attori di operare in modo diretto e
semplificato. Dove vige un sistema di regole rispettate la trasparenza produce
l’equità e si diffonde un regime di fiducia. Ci si trova nelle condizioni di
dedicare le proprie energie al raggiungimento degli obiettivi previsti, senza
doversi preoccupare di “guardarsi le spalle”.
Le radici profonde dell’equità e della trasparenza
Equità e trasparenza non sono soltanto principi giuridici moderni, ma rispondono
a esigenze profonde della convivenza sociale. Le ricerche dell’antropologia
culturale mostrano che nelle comunità tradizionali di cacciatori-raccoglitori la
distribuzione delle risorse era spesso egualitaria e condivisa, perché la
sopravvivenza del gruppo dipendeva dalla cooperazione e da una distribuzione
equilibrata. L’equità diventa quindi un elemento fondamentale per la stabilità
delle comunità.
Questa tendenza non riguarda solo le società umane. Studi di etologia hanno
dimostrato che anche alcuni animali sociali mostrano sensibilità verso
l’ingiustizia. Esperimenti condotti su primati hanno evidenziato che bonobo e
scimpanzé reagiscono negativamente quando ricevono ricompense inferiori rispetto
a quelle dei compagni per lo stesso compito. Nel cosiddetto “gioco
dell’ultimatum”, ad esempio, preferiscono rinunciare alla ricompensa piuttosto
che accettare una distribuzione ritenuta iniqua. Analogamente, studi sui lupi
hanno dimostrato che questi animali possono manifestare frustrazione di fronte a
trattamenti ingiusti all’interno del branco.
Anche lo sviluppo infantile conferma l’esistenza di una predisposizione precoce
al senso di giustizia. Esperimenti condotti con bambini in età prescolare
mostrano che essi intervengono spontaneamente per ristabilire una situazione
equa quando assistono a un’ingiustizia. Altri studi hanno rilevato che persino i
neonati tendono a preferire comportamenti cooperativi rispetto a quelli ostili.
Ciò suggerisce che il senso di equità non sia solo un prodotto culturale, ma
abbia radici evolutive profonde.
Il contributo delle neuroscienze
A supporto di questa prospettiva intervengono anche le neuroscienze. Diversi
studi hanno individuato specifici circuiti cerebrali coinvolti nei giudizi
morali e nella percezione della giustizia. Secondo alcune ricerche, nel cervello
umano convivono due impulsi fondamentali: la cura di sé e la cura degli altri,
che rendono possibile la cooperazione sociale. Le tecniche di neuroimaging
mostrano inoltre che le persone reagiscono in modo simile quando sono poste
davanti a dilemmi etici o a situazioni di ingiustizia, indicando l’esistenza di
basi neurologiche condivise per i giudizi morali.
Queste ricerche hanno portato alcuni studiosi a parlare di “intelligenza etica”,
una capacità cognitiva che permette di distinguere ciò che è giusto da ciò che è
sbagliato e di regolare i comportamenti sociali. Tale funzione è collegata
soprattutto alla corteccia prefrontale, area del cervello responsabile del
controllo degli impulsi e della valutazione morale. Un caso famoso nella storia
della neurologia è quello di Phineas Gage, operaio americano dell’Ottocento che,
dopo una grave lesione al lobo frontale, sopravvisse ma subì profondi
cambiamenti di personalità e di comportamento etico. Questo episodio contribuì a
dimostrare il ruolo delle aree frontali nella regolazione morale.
Nonostante queste basi biologiche, l’equità non è automaticamente garantita
nelle società umane. Esistono infatti numerosi limiti psicologici e sociali che
possono indebolire l’intelligenza etica. Tra questi vi sono l’egoismo, la
ricerca illimitata del potere o della ricchezza, il conformismo e la cieca
obbedienza all’autorità. Celebre in questo senso è l’esperimento condotto nel
1961 da Stanley Milgram, che mostrò come molte persone siano disposte a
infliggere sofferenza ad altri se spinte da un’autorità percepita come
legittima.
Le neuroscienze interpretano questi fenomeni come “trappole mentali”, cioè
distorsioni cognitive che possono compromettere il funzionamento
dell’intelligenza etica. Un esempio è l’“effetto gregge”, studiato
dall’economista Daniel Kahneman, che porta gli individui a seguire il
comportamento della maggioranza anche quando ciò produce effetti negativi, come
nel caso delle bolle speculative.
Considerazioni conclusive
In questo quadro, la nuova direttiva europea può essere letta come uno strumento
istituzionale per rafforzare equità e fiducia nelle organizzazioni. Società e
imprese funzionano meglio quando esistono regole chiare e condivise: la
trasparenza riduce il sospetto, favorisce la cooperazione e permette alle
persone di concentrarsi sugli obiettivi comuni. La direttiva potrebbe quindi
rappresentare uno strumento importante per attivare cambiamento culturale nella
gestione del capitale umano, orientato alla partecipazione e alla condivisione
che trovano terreno fertile e conferme anche nelle scienze e discipline sopra
sommariamente richiamate.
Ma per non renderla – sul piano pratico – “l’ennesimo adempimento burocratico”
saranno necessari anche strumenti gestionali adeguati. Tra questi:
– sistemi di analisi e comparazione delle retribuzioni rispetto al mercato e
all’equità interna;
– definizione chiara delle posizioni lavorative e delle competenze richieste;
– sistemi di valutazione delle prestazioni che consentano una differenziazione
meritocratica delle retribuzioni;
– riconoscimento del contributo dei lavoratori della conoscenza (knowledge
workers) attraverso modelli come il pay for competence;
– evoluzione dei tradizionali sistemi di gestione delle risorse umane basati
sulle tre dimensioni posizione, prestazione e potenziale, integrandoli con
modelli più avanzati che colleghino il profilo organizzativo con quello
individuale.
In conclusione, la direttiva sulla trasparenza retributiva rappresenta
un’importante opportunità per rafforzare la coesione sociale e l’efficacia
organizzativa. L’esigenza di equità non è solo un principio giuridico moderno,
ma un tratto radicato nella storia evolutiva dell’uomo e nelle dinamiche
biologiche della cooperazione. Per questo motivo, politiche retributive più
trasparenti e giuste non solo riducono le discriminazioni, ma contribuiscono
anche a costruire organizzazioni più sane, motivate e produttive.
*Presidente della Time to Mind SA, azienda internazionale che gestisce la
piattaforma plurilingue www.timetomind.global che offre assessment online e
percorsi di sviluppo per valorizzare le soft skill strategiche
L'articolo Criteri salariali chiari e trasparenza tra lavoratori: cosa cambia
con la direttiva Ue anti-discriminazioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
In occasione della Giornata internazionale dei diritti della donna, arriva a
Milano il Mupa, il museo nato a Roma lo scorso 25 novembre, che racconta la
società patriarcale dei nostri giorni. È la Fabbrica del Vapore che ospiterà il
Museo del Patriarcato di ActionAid, dal 7 al 21 marzo. Ventisette opere –
quattro inedite – tra cimeli, reperti, diorami, installazioni interattive e
testimonianze: una mostra che invita a osservare, con sguardo critico,
comportamenti e narrazioni che non sono poi così lontane, ma ancora oggi
alimentano la violenza maschile sulle donne, smascherandone i meccanismi
culturali che li determinano. Dal lavoro allo spazio digitale, dallo sport alla
dimensione domestica e relazionale. ActionAid presenta una serie di eventi,
insieme a una ricerca dedicata alle donne e allo sport. “Il Mupa ci spinge a
interrogarci sul ruolo che giochiamo nel mantenere, trasformare o sfidare le
strutture di potere che ci circondano. Un gesto politico e poetico insieme
spiega Katia Scannavini, co-segretaria generale di ActionAid Italia – immaginare
un futuro in cui la violenza di genere e il patriarcato siano davvero solo un
ricordo del passato”. Entrare nel Mupa significa immergersi in un viaggio
spazio-temporale che conduce nel 2148. È l’anno in cui, secondo l’ultimo Global
Gender Gap Report, sarà raggiunta l’uguaglianza di genere.
IL PROGRAMMA
Il Mupa sarà aperto dal 7 al 21 marzo, con l’unica eccezione di lunedì 9 marzo,
giornata di chiusura per sostenere la partecipazione collettiva allo sciopero
nazionale di Non Una di Meno. Oltre all’esposizione, il programma propone talk,
workshop, laboratori, lezioni e performance, un’area Kids con eventi dedicati,
tutto in collaborazione con centri antiviolenza, reti e realtà femministe.
L’apertura del 7 marzo al pubblico, alle 18, inizia con un reading di Giulia
Maino, attrice e fondatrice di Amleta, con testi di storie di donne e artiste.
La chiusura della giornata è affidata alla musica e alle parole di Rachele
Bastreghi, cantante e voce femminile dei Baustelle, che sceglie dal suo
repertorio le canzoni che più rappresentano una esplorazione della propria
interiorità e libertà creativa proponendole in un’inedita veste acustica.
Domenica, 8 marzo, si apre con il workshop sul piacere di Marie Moise. Alle 11,
Valeria Palumbo tiene la lezione di storia del femminismo. Alle 17 prende il via
il talk “Corpi sotto Controllo” con Angela Gennaro e Valentina Tomirotti con
Sonia Castelli, con la moderazione di Elisabetta Moro. Alle 18 è la volta di
“Corpi in rivolta” con Pegah Moshir Pour e Mariangela Pira. L’intero programma
degli eventi è consultabile sul sito ufficiale. Il 21 marzo, la chiusura è
affidata al talk dedicato a podcast e attivismo in collaborazione con “Tutte
abbiamo voce” e allo show di Serena Bongiovanni. L’ingresso all’esposizione e
agli eventi è gratuito, ma è richiesta la registrazione.
LE DONNE E LO SPORT: LA GRANDE ESCLUSIONE
Con i nuovi dati della ricerca “Perché non accada”, realizzata da ActionAid con
l’Osservatorio di Pavia e 2B Research, si indaga quanto stereotipi,
disuguaglianze di genere siano radicati e orientino le nostre vite. In occasione
delle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina, ActionAid ha
focalizzato l’analisi su come sia lo sport un ambito cruciale dove si
sperimentano le diseguaglianze di genere. Un fenomeno culturale, simbolico ed
economico (un valore di 67 miliardi di euro l’anno, pari al 3,1% del PIL
italiano) capace di plasmare le narrazioni su competizione, successo e relazioni
di genere. Una donna su due dichiara di aver avuto paura di frequentare
strutture sportive, una su tre non frequenta palestre o centri sportivi (contro
il 24,6% degli uomini). Le diseguaglianze aumentano in base a orientamento
sessuale e disabilità. Il divario è ancora più evidente negli stadi e nei
palazzetti: il 43,9% degli uomini si sente sempre a proprio agio, contro il
28,1% delle donne. Quasi la metà delle donne (46,8%) non frequenta affatto
questi spazi, il 53% tra le non eterosessuali. Il 31% delle persone ritiene che
esistano sport “più adatti” agli uomini e altri alle donne. Un uomo su tre ne è
convinto, tra le donne solo una su quattro. Queste convinzioni hanno effetti
concreti: una persona su cinque ha rinunciato almeno una volta a praticare uno
sport visto come più adatto all’altro genere.
Fotocredits: ActionAid
L'articolo Giornata internazionale dei diritti della donna, ActionAid porta a
Milano il Museo del Patriarcato proviene da Il Fatto Quotidiano.
La salita per raggiungere la parità di genere in Italia può essere affrontata
anche con mezzi inaspettati, come la bicicletta. Da sei anni in Toscana è attiva
Bikeboobs, un’associazione sportiva dilettantistica e di promozione sociale
guidata da Agnese Gentilini, Giulia Vinciguerra e Sara Paoli. L’idea di unire
femminismo e sport nasce dall’esperienza diretta delle tre cicliste, in un
settore ancora troppo maschile, anche a livelli agonistici. Questa realtà è
diventata un anello di congiunzione tra ciclismo e femminismo. Alle donne
vengono offerte conoscenze pratiche sulla bici, dalla meccanica al gps fino alla
cartografia, e momenti di confronto per discutere di temi ancora considerati
tabù aumentando così la consapevolezza sul proprio corpo. “Cerchiamo di
avvicinare le donne alla bicicletta perché è uno strumento di emancipazione, un
mezzo storicamente rivoluzionario che permette di occupare spazio,
autodeterminarsi e in questo momento storico è molto importante essere visibili”
spiega Agnese Gentilini.
BIKEBOOBS, IL CICLISMO AL FEMMINILE
Pedalare in gruppo non è solo un modo per conoscere se stesse. Le donne possono
partire con tour accompagnati che durano diversi giorni e superare la paura di
viaggiare da sole. Nel 2023 è stato organizzato con Liv Cycling il primo viaggio
tutto al femminile che ha riunito 60 donne: il gruppo è partito dal comune
fiorentino di Figline Valdarno e dopo quattro giorni ha raggiunto Pontedera,
vicino Pisa. La propensione a usare la bici tuttavia cambia a seconda della
provenienza geografica. “Nelle regioni centro-settentrionali ci sono più donne
che pedalano e da qui provengono le partecipanti ai nostri eventi – sottolinea
Gentilini -. Sono tutte donne che scelgono di viaggiare da sole, senza partner
maschili”. Superate le paure iniziali, si inizia a scavare negli stereotipi di
genere, per decostruirli e distaccarsene. Pedalare insieme permette di
approfondire la conoscenza del proprio corpo e fare chiarezza su argomenti che
di solito non vengono esplorati. “Durante la pedalata creiamo un ambiente privo
di giudizio. Noi stesse condividiamo le strategie personali che mettiamo in
campo per affrontare questioni come ciclo mestruale, sfregamenti e dolori in
bici e abbiamo iniziato a fare dei workshop sul benessere in sella e
sull’intimità consapevole, a cui partecipano anche gli uomini” evidenzia la
co-fondatrice dell’associazione.
SO.DE, CONSEGNE A DOMICILIO ALL’INSEGNA DELL’ECOLOGIA E DEI DIRITTI DEI
LAVORATORI
Per le donne la bici può diventare un mezzo non solo per scoprire se stesse ma
anche per raggiungere un’indipendenza economica. Con questo obiettivo è nata la
collaborazione tra Bikeboobs e So.De social delivery, una realtà di consegne a
domicilio attiva dal 2021 a Milano e che ha la sua ragion d’essere nella
sostenibilità in tutti i suoi aspetti, da quella lavorativa e contrattuale a
quella ambientale che punta sul commercio di prossimità e sulla consegna dei
pacchi con le cargo bike. “Siamo nati durante la pandemia. Non potevamo
accettare che un servizio così importante come il delivery fosse fatto da
lavoratori poco tutelati e sottopagati” spiega Rossana Adorno, project manager
di So.De. Con questa realtà di delivery solidale, che ha da poco ricevuto la
menzione speciale al XIX Premio Innovazione di Legambiente, la bici diventa “un
punto di ripartenza per giovani che non studiano e non lavorano, per chi ha
dovuto lasciare il proprio Paese, per chi vorrebbe trovare un’indipendenza
economica e non dipendere da compagni o mariti”, sottolinea Adorno. La
leadership stessa di So.De è a prevalenza femminile, con 4 donne su 7 ai
vertici, in un settore come quello della logistica che è quasi tutto al
maschile: in Italia le donne rappresentano appena il 21,8 per cento della forza
lavoro nella logistica e in generale sono alla guida del 22,18 per cento delle
imprese. “Ci siamo resi conto che attrarre donne in questo settore non è una
cosa semplice”, spiega Adorno. Per questo motivo, con Bikeboobs stanno
organizzando per il prossimo anno una giornata interamente dedicata alla
presenza femminile nel mondo della bici. “L’idea è cercare tutte le donne che si
organizzano per pedalare insieme con un certo spirito, anche femminista – spiega
Gentilini – e far sottoscrivere a ogni realtà un manifesto che contiene le linee
guida del ciclismo al femminile, rivolto anche a chi vuole creare una propria
realtà ciclistica”. Bikeboobs sta preparando la prima grande mappatura di tutte
le associazioni di donne in bicicletta in Italia e da questo bacino So.De potrà
attingere per trovare le fattorine di un futuro sempre più vicino.
L'articolo Femminismo e bicicletta, quando delivery e ciclismo lottano per la
parità: i casi di Bikeboobs e So.De proviene da Il Fatto Quotidiano.
Io lavoro, tu lavori, lei lavora. Poi lei cucina, lava, accudisce. E alla fine
del mese, a conti fatti, guadagna meno. In Italia il carico della cura pesa
ancora sulle spalle delle donne. Che il più delle volte sono penalizzate anche
in ufficio. Lo dimostrano gli studi sulle discriminazioni di genere al lavoro:
le donne sono più preparate e si laureano prima, ma hanno carriere più
discontinue. Gestiscono un carico familiare superiore, eppure percepiscono
redditi più bassi. Fanno figli quanto gli uomini, ma rischiano maggiormente di
perdere il lavoro. Le conseguenze sono innanzitutto economiche: se l’Italia
allineasse i benchmark europei su occupazione giovanile, femminile, stranieri,
partecipazione 60-69enni, secondo il Welfare Italia Index 2025 presentato a
novembre, si attiverebbe un incremento occupazionale di circa 2,8 milioni di
unità con una crescita del Pil fino a 226 miliardi di euro, +10,6% rispetto ai
livelli attuali. Oltre l’82% delle donne che non lavorano, secondo un report di
ottobre dell’Organizzazione internazionale del lavoro e di Federcasalinghe, lo
fa per dedicarsi alla cura familiare. Questo le impegna per un numero di ore
settimanali superiore a quello di un impiego retribuito. Un impegno che riguarda
anche le lavoratrici: come emerge dal report, l’Italia è il secondo Paese
dell’Unione Europea dopo il Portogallo per il tempo dedicato dalle donne al
lavoro non pagato. Con un carico di oltre 5 ore al giorno.
La situazione peggiora drasticamente con l’arrivo dei figli: “Le donne occupate
nel settore privato subiscono un marcato calo dei redditi, mentre per gli uomini
si osserva una crescita continua”, spiega a Ilfattoquotidiano.it Maria De Paola,
professoressa di Politica Economica all’università della Calabria in congedo e
dirigente presso la Direzione Centrale Studi e Ricerche Inps. Secondo gli studi
dell’ente previdenziale, nel settore privato le madri registrano, nell’anno
della nascita, una riduzione fino al 76% dei redditi annui percepiti, con un
recupero solo parziale negli anni successivi. Non solo. “Prima della nascita del
figlio la probabilità di uscita dal settore privato è simile per uomini e donne
(circa 10,5-11% per le donne e 8,5-9% per gli uomini), mentre nell’anno della
nascita la probabilità aumenta bruscamente per le donne, raggiungendo il 18%, e
scende all’8 per cento per gli uomini”.
Come segnalano le indagini sugli stereotipi di genere, sul divario pesano ancora
fattori culturali. Ma anche la carenza di strumenti di conciliazione,
strutturati come se riguardassero soltanto le donne: “Basti pensare all’esiguità
del congedo di paternità, alla resistenza ad introdurre incentivi per la
condivisione di quello genitoriale, all’‘opzione donna’ legittimata in quanto
sono le donne a doversi far carico eventualmente della cura dei nipoti”,
sottolinea a Ilfattoquotidiano.it Chiara Saraceno, sociologa della famiglia e
filosofa. Così la cultura d’impresa e il modello tradizionale di lavoro
continuano a penalizzare di più le donne: “Si basano su un’idea di lavoratore
libero da responsabilità di cura, un lavoratore che può delegare quella
responsabilità a qualcun altro: nello specifico, a una donna”.
L’impatto è innanzitutto economico. Il tasso di occupazione femminile in Italia
è pari al 57,4%, sotto la media Ue di oltre 13 punti. Si tratta di un dato che
ha conseguenze sia individuali, sia collettive. Da un lato infatti le donne sono
maggiormente esposte al rischio di esclusione sociale e povertà, dall’altro
questa esclusione ha conseguenze anche sul Pil e sulla tenuta economica del
Paese. Sarebbe poi più preciso dire che il 57,4% delle donne ha un lavoro
retribuito. Se si considera anche il lavoro di cura non stipendiato, infatti, i
dati cambiano: il 92% delle donne svolge almeno un’attività di cura o lavoro
domestico nel corso della giornata, contro il 75% degli uomini. Secondo De
Paola, il riconoscimento economico non sarebbe una soluzione strutturale
sostenibile: “Retribuire formalmente il lavoro domestico e di cura richiederebbe
risorse significative. Inoltre, non servirebbe ad eliminare gli squilibri che si
osservano attualmente sul mercato del lavoro”. La priorità è intervenire su quei
gap: “È necessario promuovere politiche volte ad accrescere la produttività e
incentivare l’innovazione, creando lavori di qualità, e allo stesso tempo
favorire il superamento della segregazione settoriale e degli stereotipi che
ancora limitano le carriere femminili”.
Più che retribuire la cura privata, insomma, secondo le esperte si dovrebbe
innanzitutto redistribuirla: renderla una responsabilità collettiva e condivisa
tra uomini e donne, ma anche tra famiglie, stato e imprese. Ad esempio
agevolando misure come il lavoro da remoto o a tempo ridotto per entrambi i
neogenitori. Questi dispositivi, però, spesso rimangono appannaggio delle sole
donne, divenendo di fatto nuovi deterrenti per la carriera: “Il diritto a
prendere il part-time in forma reversibile nei primi anni di vita del bambino
sia per i padri che per le madri costituisce una forma di flessibilità
auspicabile, che aumenta i gradi di libertà. In pratica però, anche dove questa
possibilità esiste, come ad esempio in Olanda e Germania, sono comunque più
spesso le donne a farlo”, spiega Saraceno.
In Italia, circa il 31,5% delle donne occupate lavora part-time, una quota
significativamente più alta rispetto all’8,1% degli uomini. La riduzione delle
ore in ufficio spesso è un’arma a doppio taglio: blocca sia gli stipendi, sia la
progressione di carriera, e a volte arriva giocoforza dopo i figli. “Difficile
distinguere tra part-time volontario e involontario, ma in alcune regioni esso
raggiunge dimensioni davvero preoccupanti. Ad esempio in Calabria circa il 64%
delle donne occupate nel settore privato ha un contratto part-time”, racconta De
Paola. Ma quando orari ridotti o lavoro da remoto non vengono concessi, cresce
il rischio di abbandonare l’occupazione.
La condizione lavorativa delle donne con figli è resa più fragile anche dalle
disparità economiche pregresse. E a volte gli strumenti di sostegno si
trasformano in veri e propri boomerang: “Le misure che si basano su una prova
dei mezzi familiare, pur avendo una loro giustificazione, presentano il rischio
di scoraggiare l’occupazione femminile nei ceti più modesti e per le donne con
alti carichi familiari e bassa qualifica”, spiega Saraceno. Come l’assegno unico
per i genitori lavoratori: “Il coefficiente aggiuntivo introdotto è troppo
modesto per contrastare questo rischio”. Un discorso che resta immutato alla
luce dell’ultima legge di Bilancio: la decontribuzione fiscale per le imprese è
prevista solo in caso di assunzione di donne svantaggiate o madri di tre o più
figli piccoli, si incentiva la trasformazione dei contratti full time in
part-time per lavoratrici con 3 o più figli minori, e si riserva alle
lavoratrici a basso reddito, madri di 2 o più figli minori, un assegno
integrativo mensile di 60 euro.
La percezione, come testimoniano le storie delle donne che dopo essere diventati
madri hanno perso il lavoro, è che manchino servizi pubblici e misure di
sostegno. Per questo, spiegano le esperte, è fondamentale una risposta
istituzionale. “Occorre migliorare le condizioni di vita complessive, fornendo
un quadro di stabilità e continuità delle politiche, invece di interventi
frammentati e una tantum“, sottolinea Saraceno. Superando la logica dei bonus e
delle mance: “I servizi sono più efficaci dei trasferimenti monetari. È
importante il sostegno all’occupazione delle donne e in particolare delle madri,
ma servono anche forme di congedo disegnate per agevolare la condivisione delle
responsabilità di cura tra madri e padri fin dalla prima infanzia”. E che
incoraggino entrambi i genitori a ricorrervi equamente: “Il divario
nell’utilizzo – specifica De Paola – è ancora molto ampio. Nuove politiche di
conciliazione tra vita e lavoro, insieme ad interventi per la riduzione del
gender wage gap, restano fondamentali”.
L'articolo Il lavoro domestico in Italia è ancora a carico delle donne:
discriminate, non pagate e costrette a ruoli di cura proviene da Il Fatto
Quotidiano.