“Chi vorresti lasciare a casa?”. Questa una delle domande del questionario
distribuito ai lavoratori della Bluergo di Castelfranco Veneto, in provincia di
Treviso, alla vigilia di Natale. L’azienda – che produce componenti elettrici –
ha una sessantina di addetti. Tra le domande, una chiede di indicare criteri per
esclusioni “eventuali“. Recita così: “Nel caso ritenessi utile procedere subito
alla riduzione del personale, o per altri motivi si debba comunque procedere in
quel senso, con quali criteri ritieni debbano essere scelte le persone da
lasciare a casa?”. Per decidere chi licenziare si sceglie tra cinque opzioni. I
criteri sono: persone che si propongono volontarie; prima i part–time; le
persone senza carichi familiari; i più giovani; altro (da specificare).
Come riporta La Tribuna di Treviso, le proteste dell’organico sono state
immediate, sia per il merito che per l’impostazione della richiesta. Tanto che
c’è chi ha paragonato l’iniziativa alla serie Squid Game, in cui i “giocatori”
sono spinti a una competizione interna in cui le persone vengono messe una
contro l’altra in nome della sopravvivenza. A inasprire il clima – già teso per
i problemi economici dell’azienda – è stata la richiesta di indicare il proprio
nome sul questionario. Solo una decina di moduli è stata in realtà restituita
firmata a riprova del disagio diffuso.
L’azienda, per parte sua, si è difesa con il titolare Bruno Scapin che ha
parlato di “semplice strumento di ascolto” e di “indagine interna per testare il
clima aziendale”: “Il mercato è in crisi – ha aggiunto – e il nostro obiettivo è
quello di scongiurare i licenziamenti”. Intanto, questa mattina si è tenuto un
incontro di chiarimento tra la proprietà e i dipendenti per chiarire le
intenzioni aziendali e le prospettive occupazionali.
La Fiom Cgil di Treviso ha commentato l’accaduto, esprimendo “la propria
indignazione e il profondo sconcerto” per il questionario, ritenuto “una mossa
scellerata che sposta la responsabilità del licenziamento sui lavoratori
stessi”. Per il sindacato questa pratica “trasforma un momento di crisi e già
drammatico in un gioco crudele ed è un attacco alla dignità dei lavoratori”.
Inoltre, la richiesta dell’azienda è ritenuta “una manipolazione inaccettabile
della solidarietà che dovrebbe regnare tra colleghi”. Per il segretario generale
Manuel Moretto questa “non è solo una mancanza di rispetto nei confronti dei
lavoratori e delle lavoratrici, ma un tentativo di disgregare il tessuto sociale
di un’azienda. Questi metodi – ha concluso – non rappresentano nemmeno una
consultazione democratica. Non permetteremo che i lavoratori siano costretti a
giocare a questa partita umiliante“.
Foto da Facebook
L'articolo “Chi vorresti licenziare?”. Il questionario ai dipendenti di
un’azienda trevigiana. La Fiom: “Gioco crudele, indignati e sconcertati”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Percorrendo via Faenza, direzione Fortezza da Basso, nel secondo giorno di Pitti
Uomo 109, sono i cori a rompere la ritualità della fiera. Slogan scanditi con
decisione, striscioni, bandiere, cartelli. A pochi metri dalla vetrina
internazionale dell’abbigliamento maschile, circa cinquanta lavoratrici e
lavoratori Woolrich, arrivati in pullman da Bologna, hanno organizzato un
presidio proprio nel giorno in cui l’azienda presenta alla stampa e agli addetti
ai lavori il nuovo piano per il marchio appena acquisito dal gruppo BasicNet.
Una scelta simbolica e deliberata: portare all’attenzione le istanze dei
lavoratori che rendono possibili e concreti i prodotti esposti nello stand
allestito pochi metri più avanti.
Il motivo della protesta è chiaro. Dopo l’acquisizione di Woolrich da parte di
BasicNet – gruppo piemontese che controlla, tra gli altri, K-Way, Superga,
Sebago, Kappa, Robe di Kappa e Briko – per un’operazione complessiva da 90
milioni di euro, la nuova proprietà ha comunicato l’intenzione di trasferire a
Torino 139 lavoratori della sede storica di Bologna e circa 30 dipendenti di
Milano. Una decisione che, per i sindacati, equivale a un “licenziamento
collettivo mascherato”. “Mandarci a lavorare a oltre 300 chilometri da casa non
è un trasferimento, è un licenziamento”, ripetono i lavoratori in presidio,
prima in italiano e poi in inglese, rivolgendosi anche ai buyer e agli
stakeholder internazionali che entrano in fiera. Gli striscioni parlano chiaro:
“Il lavoro merita chiarezza”, “Dialogo, non scorciatoie”, “Occhi aperti sulla
trattativa BasicNet–Woolrich”.
L’iniziativa è stata indetta unitariamente da Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e
Uiltucs-Uil. Laura Chiarini, segretaria generale Fisascat Cisl dell’area
bolognese, spiega il nodo centrale: “BasicNet sta ipotizzando di trasferire 139
famiglie – 109 da Bologna e 30 da Milano – direttamente a Torino. Se questo
accadesse, non sarebbe un trasferimento reale, ma un’operazione che mette a
rischio l’occupazione. Chiediamo un chiarimento vero da parte dell’azienda”.
Aldo Giammella, segretario generale Uiltucs Emilia-Romagna, ci spiega che “siamo
riusciti a sospendere, non a revocare, la procedura fino al 30 gennaio”. Ma
aggiunge un punto politico preciso: “Oggi a Pitti la nuova proprietà parla di
rilancio del marchio Woolrich. Per noi rilancio non può significare fare fuori
160 persone. Dicono di voler rafforzare la rete retail, ma non è chiaro perché
serva concentrare tutto il back office a Torino”.
La vertenza si è spostata nelle ultime ore anche sul piano istituzionale. Al
tavolo convocato in Regione Emilia-Romagna, alla presenza di Cgil, Cisl e Uil,
l’assessore regionale al lavoro Giovanni Paglia ha annunciato, come riferisce
l’Ansa, un primo risultato: “Abbiamo concordato di sospendere la procedura in
corso e trasferire il confronto sul tavolo istituzionale. Abbiamo riportato
indietro le lancette: ora la discussione ricomincia e siamo moderatamente
soddisfatti. Era molto sbagliato pensare che l’unica condizione di discussione
fosse il trasferimento di tutti i lavoratori”. L’assessore ha chiarito che il
trasferimento non è scongiurato, ma che “la discussione può continuare”. Il
prossimo appuntamento è fissato per il 30 gennaio, con un calendario di incontri
tecnici già definito. Al tavolo era presente anche il sindaco di Bologna, Matteo
Lepore, che si è rivolto direttamente ai lavoratori: “L’azienda deve capire che
il valore siete voi. Qui a Bologna potete fare la differenza per un marchio così
importante”.
Dal canto suo, la replica dell’azienda è arrivata a stretto giro, durante la
presentazione del nuovo corso del brand. Lorenzo Boglione, amministratore
delegato di BasicNet, ha dichiarato: “Questo è un tema molto delicato, la
negoziazione è in corso su tavoli istituzionali e non possiamo attualmente
parlare degli sviluppi. Non abbiamo spostato le attività a Torino, è quello che
abbiamo detto che avremmo fatto, ma stiamo negoziando con i sindacati per
valutare tutte le opportunità. Ci sta estremamente a cuore la tutela dei
dipendenti”. Una posizione che conferma la sospensione, ma non scioglie il nodo
di fondo.
Il caso Woolrich mette così in tensione due piani che a Pitti spesso convivono
senza toccarsi: la narrazione del brand e la realtà industriale. E proprio la
storia di Woolrich rende la vertenza ancora più simbolica: fondato in
Pennsylvania nel 1830 da John Rich, lungo il fiume Susquehanna, il marchio nasce
per vestire chi affrontava il freddo per necessità, non per stile. È uno dei più
antichi produttori di abbigliamento degli Stati Uniti, autodefinitosi The
Original Outdoor Clothing Company. I primi capi in lana proteggevano boscaioli,
operai, esploratori, fino agli ingegneri impegnati nel Circolo Polare Artico.
Nel 1850 nasce il motivo Buffalo Check, l’iconica camicia a quadri rossi e neri
che diventa simbolo del workwear americano. Nel tempo, Woolrich ha trasformato
la funzione in estetica, portando l’outdoor dal bosco alla città, fino a
diventare un riferimento per l’urban explorer contemporaneo: parka, piumini,
capispalla tecnici che uniscono tradizione e ricerca sui materiali. “Abbiamo
comprato Woolrich per il suo nome, la sua storia e il suo archivio, quindi
l’heritage è molto importante. Da qui iniziamo. Porteremo il valore aggiunto di
Basicnet che è il nostro know-how e la capacità di gestire realtà con una grande
storia, trasformandole da marchi di prodotto a brand a 360°”, ha sottolineato
Boglione. “Il compito di Marco (Marco Tamponi, nominato global brand manager di
Woolrich, ndr) sarà quello di navigare in tutta questa travolgente storia,
assicurandosi di riuscire a renderla contemporanea, indossabile e interessante
per i consumatori finali”, ha aggiunto Boglione. “Siamo qui per il lungo
periodo. Non abbiamo fretta. Faremo le cose un passo alla volta, ma ovviamente
abbiamo piani ambiziosi”.
Oggi, mentre il brand si prepara a una nuova fase sotto l’ombrello di un grande
gruppo italiano, il tema non è solo dove sarà il quartier generale, ma quale
idea di industria della moda si vuole costruire. Per i lavoratori, la partita è
tutta qui: salvaguardare occupazione, competenze e una sede storica che, a
Bologna, ha contribuito negli anni all’identità europea di un marchio nato in
America. La data del 30 gennaio dirà se il rilancio passerà anche da una
mediazione sociale o se lo scontro è destinato a proseguire.
L'articolo La protesta dei lavoratori di Whoolrich a Pitti: “Ci vogliono
trasferire a Torino, è un licenziamento collettivo mascherato”. La replica del
gruppo: “Procedura sospesa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è chi da Sulmona, in Abruzzo, rischia di essere spostato a Matera, quasi 400
chilometri di distanza. Altri potrebbero essere trasferiti da Campobasso a
Napoli. Sempre nella città dei Sassi potrebbe finire un gruppo di lavoratori che
oggi è in servizio a Potenza, quasi 100 chilometri più lontano dall’attuale
sede, anche se l’intenzione iniziale era portarli a Bari. Da quando Enel ha
bandito il nuovo appalto per le attività di call center e back office, è partita
un’operazione – da parte dell’aggiudicataria Accenture – che potremmo definire
un caso di ingegneria dell’esubero: una serie di trasferimenti che sembrano più
orientati a un licenziamento di fatto che a una riorganizzazione delle sedi di
lavoro. Anche perché è del tutto implausibile che le persone coinvolte – per il
momento 400, ma potrebbero diventare migliaia – accettino di stravolgere la
propria vita e il proprio equilibrio famigliare per mantenere un posto che non
prevede certo salari particolarmente ricchi.
LEGGI – Enel, domani sciopero nazionale call center
Per il momento, la manovra è stata fermata dalle proteste dei sindacati. Il 9
gennaio ci sarà uno sciopero dei call center Enel organizzato dalle tre sigle
delle telecomunicazioni: Slc Cgil, Fistel Cisl e UilCom. Gli interessati sono
gli operatori che svolgono attività di customer care per conto di Enel, colosso
dell’energia partecipato dal ministero dell’Economia. E, come al solito, non è
sufficiente la proprietà pubblica della committenza per assicurare del tutto le
tutele ai lavoratori in appalto. Parliamo, va ricordato, di un settore in
profonda crisi e trasformazione, per via dello sviluppo dell’intelligenza
artificiale, con i chatbot che sostituiscono sempre più gli addetti umani in
alcune delle attività richieste. Il bando prevedeva già di base esuberi per
1.500 lavoratori; tuttavia, la clausola premiava l’impresa che proponeva un
piano di ricollocamento di questi lavoratori all’interno del perimetro
aziendale, magari assegnandoli ad altre commesse.
Ecco però dove si nascondeva il problema: Accenture ha sì proposto nuove
collocazioni agli addetti in esubero, ma lo ha fatto prospettando degli
spostamenti di fatto improponibili. Inizialmente si è parlato di una proposta di
trasferimento da Potenza a Bari. Dopo le proteste dei sindacati, la proposta ha
ristretto un po’ la distanza, quindi si è optato per portarli dal capoluogo
lucano alla più “vicina” Matera. Si fa per dire, perché si tratta di un’ora e
mezza di auto. Ancora più surreale la proposta di andare dalla provincia
dell’Aquila fino a Matera, o dal capoluogo molisano a quello campano. Secondo i
sindacati questa “è una deroga inaccettabile ai principi cardine della stessa
clausola sociale e un chiaro tentativo di eluderla, scaricando sulle persone il
prezzo dei processi di automazione dovuti anche all’introduzione
dell’intelligenza artificiale“.
Le sigle infatti fanno notare che la clausola sociale non imponeva solo di
mantenere i lavoratori nella stessa azienda, ma anche di rispettare il criterio
della territorialità, quindi a mantenerli vicino casa e non a centinaia di
chilometri di distanza. “Un atteggiamento irresponsabile – proseguono – per una
committenza quale Enel, che vede nel ministero dell’Economia il suo maggiore
azionista. Oggi il problema riguarda 1500 addetti (complessivamente) operanti
nelle attività back-office e quality, ma se il principio fosse esteso alle
prossime gare in scadenza sul front-end, potrebbe riguardare oltre 6 mila
addetti che da anni svolgono attività di assistenza alla clientela per le varie
attività legate all’ex monopolista energetico”.
Le trattative sono iniziate con i lavoratori di Potenza. Annarita Rosa è una
lavoratrice di SmartPaper, azienda che ha perso l’appalto, e rappresentante
sindacale della Cgil: “SmartPaper impiega circa 800 lavoratori a Potenza –
racconta –, il 70% è formato da donne. Ci lavoro da 17 anni e non avevamo mai
perso una gara. Ci troviamo in una situazione nuova. La gara è stata vinta da
Accenture con un’altra società. Dopo i primi incontri c’è stata posta la
necessità di spostare la sede a Bari, con una certa indifferenza da parte di
Enel. Abbiamo subito fatto presente che Bari era improponibile”.
Significherebbe “spostarsi a tanti chilometri da casa e trascorrere la giornata
in macchina, oppure cambiare residenza, ma è impossibile se si ha famiglia.
Questo braccio di ferro con l’azienda sta destabilizzando le famiglie; molte
donne qui hanno i mariti che lavorano nell’area industriale di Melfi, anche
quella in difficoltà”. Poi, la controproposta di Matera: “Ma anche qui sono 100
chilometri di distanza”, ricorda la lavoratrice. A poco è servita la proposta di
svolgere buona parte delle giornate da remoto, perché i lavoratori non si
fidano: “Lo smart working è frutto di un accordo individuale e può essere
revocato”, conclude l’addetta.
La situazione è questa: oltre 350 lavoratori, con età media tra i 45 e i 50
anni, devono decidere se spostarsi di almeno 100 chilometri o perdere il posto
di lavoro, in un territorio con una complessa situazione occupazionale. Lo
sviluppo dell’intelligenza artificiale potrebbe assorbire almeno una parte delle
loro mansioni, e questa transizione sta avvenendo proprio nella galassia di una
società partecipata dallo Stato. Le imprese vincitrici delle gare erano state
invitate a non avviare altre operazioni di trasferimento, in attesa di definire
la situazione di Potenza, invece sono arrivate le notizie di Sulmona e
Campobasso, persino più problematiche di quella lucana.
L'articolo Call center di Enel, le storie di chi deve scegliere se trasferirsi a
400 km di distanza o perdere il lavoro. Domani lo sciopero proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Dopo il licenziamento dal supermercato Pam a seguito del discusso “test del
carrello” e il reintegro disposto dal giudice del lavoro, arrivano le prime
dichiarazioni di Fabio Giomi, delegato sindacale e cassiere sessantaduenne
vittima di quella che aveva definito una “situazione inaccettabile”.
“Questa notizia mi ha reso molto, molto felice” ha riferito Giomi, che nella sua
battaglia legale lascia intendere come il suo fosse diventato qualcosa di più
importante e simbolico rispetto a un caso individuale. “Sono sicuro che questa
vittoria potrà diventare un punto di riferimento per tanti lavoratori” ha detto
l’uomo, che insieme alla Filcams Cgil senese aveva iniziato questa vertenza poi
conclusasi con il reintegro e il pagamento di tutte le spese processuali a
carico di Pam Panorama.
L’azienda in aula aveva avanzato la proposta di ritirare il licenziamento e
sostituirlo con una sospensione, ma Gioni ha rifiutato l’offerta. “Avrei potuto
cavarmela con dieci giorni di sospensione e oggi sarei già tornato a lavorare,
ma ho deciso di tenere duro”, ha detto il cassiere. “L’ho fatto per me, per
tutti i lavoratori e perché era una situazione inaccettabile“.
“Quando le cose sono ingiuste non sono disposto ad abbassare la testa e ad
accettarle solo per mantenere un quieto vivere” ha ribadito Giomi, che a suo
carico ha una moglie invalida e più di un figlio e a cui mancavano 5 anni alla
pensione al momento del licenziamento. E per quanto riguarda il rientro in cassa
l’uomo dice che “al momento è tutto da definire: tempi e modalità sono ancora da
stabilire, quindi su questo non posso dire nulla”. Ciò che è certo e che rimane
è però l’orgoglio per aver superato nel migliore dei modi un momento difficile.
“C’è stata proprio un’esplosione di gioia” ha detto il 62enne “perché è tutto il
giorno che ero in tensione per questa udienza”.
Il caso di Giomi era diventato di rilevanza nazionale, l’uomo aveva partecipato
durante allo sciopero generale del 12 dicembre a Firenze dov’era stato visto
accanto al segretario della Cgil, Maurizio Landini. Era stato poi raggiunto a
casa sua per un’intervista dal quotidiano La Repubblica prima del reintegro,
durante il giorno di Natale. E proprio alle festività ha fatto riferimento nelle
sue dichiarazioni, chiudendo affermando che questa vittoria “è un bel regalo di
Natale: si finisce l’anno in bellezza”.
L'articolo “Mesi angoscianti, sono felicissimo”, parla la vittima del test del
carrello reintegrato dal giudice proviene da Il Fatto Quotidiano.
Io lavoro, tu lavori, lei lavora. Poi lei cucina, lava, accudisce. E alla fine
del mese, a conti fatti, guadagna meno. In Italia il carico della cura pesa
ancora sulle spalle delle donne. Che il più delle volte sono penalizzate anche
in ufficio. Lo dimostrano gli studi sulle discriminazioni di genere al lavoro:
le donne sono più preparate e si laureano prima, ma hanno carriere più
discontinue. Gestiscono un carico familiare superiore, eppure percepiscono
redditi più bassi. Fanno figli quanto gli uomini, ma rischiano maggiormente di
perdere il lavoro. Le conseguenze sono innanzitutto economiche: se l’Italia
allineasse i benchmark europei su occupazione giovanile, femminile, stranieri,
partecipazione 60-69enni, secondo il Welfare Italia Index 2025 presentato a
novembre, si attiverebbe un incremento occupazionale di circa 2,8 milioni di
unità con una crescita del Pil fino a 226 miliardi di euro, +10,6% rispetto ai
livelli attuali. Oltre l’82% delle donne che non lavorano, secondo un report di
ottobre dell’Organizzazione internazionale del lavoro e di Federcasalinghe, lo
fa per dedicarsi alla cura familiare. Questo le impegna per un numero di ore
settimanali superiore a quello di un impiego retribuito. Un impegno che riguarda
anche le lavoratrici: come emerge dal report, l’Italia è il secondo Paese
dell’Unione Europea dopo il Portogallo per il tempo dedicato dalle donne al
lavoro non pagato. Con un carico di oltre 5 ore al giorno.
La situazione peggiora drasticamente con l’arrivo dei figli: “Le donne occupate
nel settore privato subiscono un marcato calo dei redditi, mentre per gli uomini
si osserva una crescita continua”, spiega a Ilfattoquotidiano.it Maria De Paola,
professoressa di Politica Economica all’università della Calabria in congedo e
dirigente presso la Direzione Centrale Studi e Ricerche Inps. Secondo gli studi
dell’ente previdenziale, nel settore privato le madri registrano, nell’anno
della nascita, una riduzione fino al 76% dei redditi annui percepiti, con un
recupero solo parziale negli anni successivi. Non solo. “Prima della nascita del
figlio la probabilità di uscita dal settore privato è simile per uomini e donne
(circa 10,5-11% per le donne e 8,5-9% per gli uomini), mentre nell’anno della
nascita la probabilità aumenta bruscamente per le donne, raggiungendo il 18%, e
scende all’8 per cento per gli uomini”.
Come segnalano le indagini sugli stereotipi di genere, sul divario pesano ancora
fattori culturali. Ma anche la carenza di strumenti di conciliazione,
strutturati come se riguardassero soltanto le donne: “Basti pensare all’esiguità
del congedo di paternità, alla resistenza ad introdurre incentivi per la
condivisione di quello genitoriale, all’‘opzione donna’ legittimata in quanto
sono le donne a doversi far carico eventualmente della cura dei nipoti”,
sottolinea a Ilfattoquotidiano.it Chiara Saraceno, sociologa della famiglia e
filosofa. Così la cultura d’impresa e il modello tradizionale di lavoro
continuano a penalizzare di più le donne: “Si basano su un’idea di lavoratore
libero da responsabilità di cura, un lavoratore che può delegare quella
responsabilità a qualcun altro: nello specifico, a una donna”.
L’impatto è innanzitutto economico. Il tasso di occupazione femminile in Italia
è pari al 57,4%, sotto la media Ue di oltre 13 punti. Si tratta di un dato che
ha conseguenze sia individuali, sia collettive. Da un lato infatti le donne sono
maggiormente esposte al rischio di esclusione sociale e povertà, dall’altro
questa esclusione ha conseguenze anche sul Pil e sulla tenuta economica del
Paese. Sarebbe poi più preciso dire che il 57,4% delle donne ha un lavoro
retribuito. Se si considera anche il lavoro di cura non stipendiato, infatti, i
dati cambiano: il 92% delle donne svolge almeno un’attività di cura o lavoro
domestico nel corso della giornata, contro il 75% degli uomini. Secondo De
Paola, il riconoscimento economico non sarebbe una soluzione strutturale
sostenibile: “Retribuire formalmente il lavoro domestico e di cura richiederebbe
risorse significative. Inoltre, non servirebbe ad eliminare gli squilibri che si
osservano attualmente sul mercato del lavoro”. La priorità è intervenire su quei
gap: “È necessario promuovere politiche volte ad accrescere la produttività e
incentivare l’innovazione, creando lavori di qualità, e allo stesso tempo
favorire il superamento della segregazione settoriale e degli stereotipi che
ancora limitano le carriere femminili”.
Più che retribuire la cura privata, insomma, secondo le esperte si dovrebbe
innanzitutto redistribuirla: renderla una responsabilità collettiva e condivisa
tra uomini e donne, ma anche tra famiglie, stato e imprese. Ad esempio
agevolando misure come il lavoro da remoto o a tempo ridotto per entrambi i
neogenitori. Questi dispositivi, però, spesso rimangono appannaggio delle sole
donne, divenendo di fatto nuovi deterrenti per la carriera: “Il diritto a
prendere il part-time in forma reversibile nei primi anni di vita del bambino
sia per i padri che per le madri costituisce una forma di flessibilità
auspicabile, che aumenta i gradi di libertà. In pratica però, anche dove questa
possibilità esiste, come ad esempio in Olanda e Germania, sono comunque più
spesso le donne a farlo”, spiega Saraceno.
In Italia, circa il 31,5% delle donne occupate lavora part-time, una quota
significativamente più alta rispetto all’8,1% degli uomini. La riduzione delle
ore in ufficio spesso è un’arma a doppio taglio: blocca sia gli stipendi, sia la
progressione di carriera, e a volte arriva giocoforza dopo i figli. “Difficile
distinguere tra part-time volontario e involontario, ma in alcune regioni esso
raggiunge dimensioni davvero preoccupanti. Ad esempio in Calabria circa il 64%
delle donne occupate nel settore privato ha un contratto part-time”, racconta De
Paola. Ma quando orari ridotti o lavoro da remoto non vengono concessi, cresce
il rischio di abbandonare l’occupazione.
La condizione lavorativa delle donne con figli è resa più fragile anche dalle
disparità economiche pregresse. E a volte gli strumenti di sostegno si
trasformano in veri e propri boomerang: “Le misure che si basano su una prova
dei mezzi familiare, pur avendo una loro giustificazione, presentano il rischio
di scoraggiare l’occupazione femminile nei ceti più modesti e per le donne con
alti carichi familiari e bassa qualifica”, spiega Saraceno. Come l’assegno unico
per i genitori lavoratori: “Il coefficiente aggiuntivo introdotto è troppo
modesto per contrastare questo rischio”. Un discorso che resta immutato alla
luce dell’ultima legge di Bilancio: la decontribuzione fiscale per le imprese è
prevista solo in caso di assunzione di donne svantaggiate o madri di tre o più
figli piccoli, si incentiva la trasformazione dei contratti full time in
part-time per lavoratrici con 3 o più figli minori, e si riserva alle
lavoratrici a basso reddito, madri di 2 o più figli minori, un assegno
integrativo mensile di 60 euro.
La percezione, come testimoniano le storie delle donne che dopo essere diventati
madri hanno perso il lavoro, è che manchino servizi pubblici e misure di
sostegno. Per questo, spiegano le esperte, è fondamentale una risposta
istituzionale. “Occorre migliorare le condizioni di vita complessive, fornendo
un quadro di stabilità e continuità delle politiche, invece di interventi
frammentati e una tantum“, sottolinea Saraceno. Superando la logica dei bonus e
delle mance: “I servizi sono più efficaci dei trasferimenti monetari. È
importante il sostegno all’occupazione delle donne e in particolare delle madri,
ma servono anche forme di congedo disegnate per agevolare la condivisione delle
responsabilità di cura tra madri e padri fin dalla prima infanzia”. E che
incoraggino entrambi i genitori a ricorrervi equamente: “Il divario
nell’utilizzo – specifica De Paola – è ancora molto ampio. Nuove politiche di
conciliazione tra vita e lavoro, insieme ad interventi per la riduzione del
gender wage gap, restano fondamentali”.
L'articolo Il lavoro domestico in Italia è ancora a carico delle donne:
discriminate, non pagate e costrette a ruoli di cura proviene da Il Fatto
Quotidiano.