Il primo a concedere il voto alle donne fu nientemeno che Mussolini, poi per via
delle “leggi fascistissime” non lo applicò. E tra Alcide De Gasperi e Palmiro
Togliatti fu più ben più decisivo il primo del secondo con la sua DC a far
votare signore e signorine italiane il 10 marzo del 1946 per la prima volta in
una complessa tornata di elezioni amministrative pre referendum e Costituente.
Queste e altre deliziose spigolature appaiono nel poderoso volume Voto alle
donne! (Einaudi) scritto dagli storici Mario Avagliano e Marco Palmieri, sorta
di emersione scrupolosa dell’imponente tema dell’esercizio di voto elettorale
concesso alle donne in Italia all’incirca dal 1848 e fino al 1946, con una
robusta appendice politica sui mesi successivi al “non evento”.
Intanto, per essere chiari, se si lavora con rigore documentale come Avagliano e
Palmieri, i fatti storici appaiono inoppugnabili e un tema così, almeno fino a
metà del secolo scorso, divisivo a livello sociale e culturale si può analizzare
e affermare nella sua assoluta trasversalità politica. E a dirla tutta i grandi
padri del socialismo italiano (Filippo Turati, per esempio), come altri grandi
statisti liberali del paese (Giovanni Giolitti su tutti) non ci fanno una gran
bella figura. Insomma, non è che per il voto alle donne ci sono da una parte a
favore la sinistra illuminata e dall’altro contro la destra oscurantista. In
tempi di intelletto cavernicolo meglio saperlo. Del resto lo spiegano gli autori
fin dalle prime righe risorgimentali, l’Italia unita dai grandi aneliti di
libertà e indipendenza politica nasce monca proprio senza “madri”. Le flebili
tracce dei movimenti di emancipazione femminile di metà Ottocento sono prima di
tutto legate all’attivismo di donne “istruite della classe borghese” e presenti
tra le pieghe delle battaglie rivoluzionarie garibaldine, nonché come fautrici
dei proseliti mazziniani.
Ma a livello giuridico nel neonato Parlamento italiano un illuminato
risorgimentale come Giuseppe Pisanelli, in veste di ministro di Grazia e
Giustizia, nel 1865 con il codice omonimo ribadisce addirittura la
subordinazione della donna introducendo la cosiddetta “autorizzazione maritale”
(la donna sottoposta alla potestà dell’uomo ndr). Figuriamoci il voto. Quando
una paladina dei nascenti movimenti emancipatori femminili come Anna Maria
Mozzoni nel 1877 rilancia una petizione sul voto politico delle donne, il
governo Depretis, della cosiddetta Sinistra storica, verso cui Mozzoni guardava
con favore, la boccia a livello parlamentare “spiegando che è opinione diffusa
che tale novità potrebbe mettere a rischio la serenità sociale famigliare, per
esempio in caso di voto della moglie differente dal marito”. Meglio quindi
osservare le mutazioni inarrestabili verso fine Ottocento che per le doone
arrivano dal mondo del lavoro e delle professioni. Iniziano gli scioperi solo di
lavoratrici (quello delle mondine a Molinella nel 1883 è il primo), in alcuni
contesti come nelle scuole nel 1901 ci sono più maestre (70%) che maestri,
oppure rimangono indelebili le battaglie di affermazione professionale di alcune
singole donne come Linda Poet, la prima laureata in giurisprudenza (1881) che
cerca, invano, di iscriversi all’ordine degli avvocati per esercitare la
professione imbattendosi nelle motivazioni lunari di una Corte d’appello:
“Nell’avvocheria non devono immischiarsi le femmine”.
Bisogna attendere il 1904 per seguire il deputato repubblicano Roberto Mirabelli
perorare in Parlamento la causa del voto esteso alle donne con la derisione
pubblica del presidente del consiglio Giolitti. Ma è in questo periodo che la
questione subisce una incredibile accelerata perché visto che a livello
giuridico nessun divieto è espressamente determinato da codici e norme dello
stato, sono centinaia le donne che chiedono di iscriversi alle liste elettorali.
Molte Commissioni elettorali accettano, ma sono le Corti d’Appello a frenare con
“obiezioni pretestuose”. Con un’unica eccezione: la Corte di Appello di Ancona
che il 25 luglio 1906 approva l’iscrizione nelle liste elettorali di un gruppo
di donne. Sarà la Cassazione ad esecrare il lavoro dei giudici anconetani
spiegando che il principio di esclusione dal voto della donna è talmente ovvio
che nello Statuto Albertino non si sono nemmeno sprecati di scriverlo. In mezzo
a quella che è una vera e propria incontrollata eruzione di movimenti e
associazioni femminili a livello nazionale dedite al suffragio che una figura
altrimenti cruciale per l’emancipazione della classe operaia come Turati liquida
sommariamente il tema, nonostante la fervida battaglia femminile della compagna
Anna Kuliscioff: “Il voto alle donne è prematuro per la ancora così pigra
coscienza politica e di classe delle masse proletarie femminili”.
Paradosso per paradosso sarà invece nel 1925 la maggioranza fascista del
Parlamento, già amputato dalla secessione dell’Aventino, a dare il via libera
alla proposta del diritto di voto elettorale amministrativo alle donne che hanno
compiuto 25 anni e hanno adempiuto ad una serie di specifiche giuridiche
(sarebbero comunque quasi due milioni ndr). Ai deputati maschilisti
recalcitranti fa una lavata di capo addirittura il Duce (“questa necessità è
diventata sempre più impellente”), il Senato approva ma per uno scherzo della
storia l’avvento delle leggi fascistissime che sostituiscono sindaci e giunte
con i podestà fanno sfumare l’occasione storica. Bisognerà infine attendere
l’inizio del 1945, a guerra ancora in corso, l’iter del decreto sul voto alle
donne sotto il governo Bonomi III per compiere la svolta tanto agognata da
milioni di donne italiane.
Svolta che, segnalano Avagliano e Palmieri lascia “indifferente e distratta
buona parte della stampa del giorno seguente, specie quella politica”. Del resto
nella discesa post Ventennio che porta al voto per le donne sarà un po’ più
convinto il democristiano De Gasperi del comunista Togliatti, quest’ultimo
preoccupato che una parte della base del partito veda le masse femminili inclini
a un voto “reazionario”. Insomma, nonostante tutto, le donne poterono finalmente
votare prima alle amministrative del 10 marzo 1946, poi al referendum
monarchia/repubblica del 2 giugno ’46 e infine per la composizione
dell’Assemblea Costituente, in un clima, un po’ alla C’è ancora domani della
Cortellesi, di ritrosie anche tra i paladini dell’antifascismo (ecco che ritorna
la trasversalità). Uno dei padri della Repubblica Italiana, un antifascista come
Ferruccio Parri leader del Partito d’Azione, al Congresso della trionfante UDI
(Unione Donne Italiane) a Firenze nell’ottobre del 1945 intervenne
clamorosamente così: “Per sbagliare bastiamo noi. E sarebbe eccessivo che vi
aggiungeste anche voialtre”.
L'articolo Voto alle donne!, quando Mussolini era a favore e Turati e Giolitti
no. In un libro il faticoso cammino di un cambiamento epocale che oggi compie 80
anni (10 marzo 1946) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Diritti delle donne
Congedo parentale paritario? Bocciato. Reato di femminicidio? Sì, per la prima
volta. Ma senza soldi per la prevenzione. La legislazione contro le violenze
sessuali? Via il concetto di consenso, solo perché la Lega ha puntato i piedi.
Difficile parlare di diritti, mentre il mondo è sotto le bombe. Ma nel giorno in
cui la politica dedicherà slogan per celebrare le donne e le loro conquiste,
ripercorriamo alcune delle occasioni perse del governo Meloni (e del Parlamento)
per rendere l’Italia più equa e abbattere le discriminazioni.
Via le consigliere di parità
Che sia una coincidenza temporale sfortunata o un atto consapevole, resta il
fatto che alla vigilia dell’8 marzo è stato depositato in Parlamento un decreto
legislativo che abolisce le consigliere regionali di parità. Di cosa si tratta?
Sono un organismo presente sui territori, punto di riferimento per la
segnalazione delle discriminazioni sul lavoro che subiscono le donne.
Funzionano? Non sempre e molto avrebbe dovuto essere fatto per aumentarne poteri
e competenze. La soluzione del governo Meloni, recependo due direttive Ue, è
quello di abolirle per creare un’unica struttura ministeriale a Roma. “Ma ci
saranno anche nuove sezioni che subentreranno alle consigliere e che saranno
coordinate dall’organismo”, è corsa a spiegare la consigliera Filomena D’Antini.
Il primo atto rimane la fine di un’esperienza che, seppur lacunosa, esisteva.
“Una scelta sbagliata”, ha protestato il Pd.
Congedo paritario? Neanche discusso
Lo schiaffo più recente è del 24 febbraio scorso. L’Aula della Camera con 137
voti a favore e 117 contrari ha votato la soppressione della proposta di
introduzione di congedo parentale paritario. La motivazione ufficiale? La
Ragioneria ha detto che mancano le coperture per andare avanti. Vero, ma quando
si è chiesto più tempo per riuscire a trovarle, dalla maggioranza hanno fatto
muro. Meglio liquidare in fretta una delle iniziative che avrebbe allineato
l’Italia agli altri Paesi europei. La pdl unitaria delle opposizioni prevedeva
l’introduzione di cinque mesi di congedo retribuito dopo la maternità anche per
i padri, quindi al 100% della retribuzione anche se non sposati o se partite
Iva: una rivoluzione. Che non è mai stata neanche discussa. “A che serve una
premier donna che non migliora le condizioni delle altre?”, ha detto Elly
Schlein. Meloni non solo non ha replicato, ma non ha detto una parola a tal
proposito.
Ddl Stupro stravolto
A novembre scorso, per un attimo, le strade e le intenzioni di Schlein e Meloni
si erano incrociate. L’occasione era perfetta: vigilia della giornata contro la
violenza sulle donne, disegno di legge approvato all’unanimità per modificare il
reato di violenza sessuale inserendo il concetto di consenso “libero e attuale”.
Ovvero, arrivando a punire chiunque faccia commettere atti sessuali “senza il
consenso”. Una definizione che segue quanto chiesto dall’Europa e dalla
Convenzione di Istanbul e che si allinea ad altri Paesi come la Spagna e la
Francia. Il Parlamento? Da sinistra a destra, sembravano tutti d’accordo.
Addirittura, una telefonata tra la leader Pd e la presidente del Consiglio in
persona aveva benedetto l’intesa. Poi, il 25 novembre, lo stop improvviso dopo
un primo via libera di Montecitorio. A mettersi di traverso è stata Giulia
Bongiorno, relatrice leghista a Palazzo Madama del testo e presidente della
commissione Giustizia. Lei si è presa la responsabilità di bloccarlo e la nuova
riformulazione svuota completamente il testo della proposta di legge: sparisce
il concetto di consenso e si parla piuttosto di punire gli atti fatti commettere
“quando è stato espresso dissenso”. Un ribaltamento della prospettiva che toglie
ogni significato al provvedimento. Meloni cosa ne pensa? Non ha mai più detto
una parola in proposito, salvo lasciare che l’intervento fosse stralciato.
Reato di femminicidio, ma senza fondi per la prevenzione
Sulla violenza contro le donne, la presidente del Consiglio ha fatto un passo
nella direzione di quanto detto e richiesto dalle associazioni. E dalla stessa
Convenzione di Istanbul. Il suo governo e la sua maggioranza hanno votato, a
luglio 2025, per l’introduzione del reato di femminicidio. Nonostante tra le
file della destra più volte fosse stato (e sia tuttora) messa in discussione la
specificità del fenomeno, è stata proprio la premier Fdi ha richiedere un cambio
di prospettiva istituzionale riconoscendo l’esistenza del reato. Ma se il passo
verso l’ammissione di un fenomeno è stato fatto, manca il resto. Il
provvedimento, infatti, prevedeva il potenziamento di campagne di prevenzione e
formazione. Peccato che, non sia mai stato accompagnato dallo stanziamento di
risorse ad hoc. Quindi ora il reato c’è, esiste e nessuno può contestarlo. Ma ci
si ferma alla punizione, senza lavorare su quanto si deve fare prima.
Educazione sessuale a certe condizioni
Se i soldi per la prevenzione nessuno vuole metterli, ancora più difficile è il
capitolo dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. L’Italia è uno dei pochi
Paesi che ancora non ce l’ha come materia obbligatoria e, anzi, che vuole
limitarla. La mossa porta la firma del ministro dell’Istruzione Giuseppe
Valditara: il suo ddl in proposito ha avuto il primo via libera dalla Camera e
prevede il divieto nelle scuole primarie e la possibilità di fare corsi nella
secondaria solo previo consenso dei genitori. Il paradosso? Prima di invitare
esterni che parlino nelle classi era già previsto il coinvolgimento delle
famiglie. Ora, con l’intervento del ministro in chiave restrittiva, scatta
l’autocensura di presidi e docenti che, prima di proporre corsi di educazione
sessuale, ci penseranno più di una volta. E a restare indietro saranno gli
studenti e le studentesse, condannati a cercare risposte dove non è detto che
tutti abbiano la stessa possibilità di trovarle (casa in primis).
Caregiver dimenticate
Altra occasione mancata per le donne in Italia è quella del ddl Caregiver.
Approvato dal consiglio dei ministri, porta la firma della ministra per la
disabilità Alessandra Locatelli. E ha fatto precipitare nello sconforto le
associazioni che aspettavano da anni un intervento legislativo. Innanzitutto,
non viene riconosciuta la figura del caregiver familiare come lavoratore (una
petizione lanciata su IoScelgo ha quasi raggiunto le 10mila firme). Inoltre,
l’intervento, se approvato da Camera e Senato, aiuterà una piccolissima platea:
massimo 1200 euro trimestrali per chi assiste una persona con disabilità grave
per almeno 91 ore settimanali (13 ore al giorno), ma solo se ha un limite
reddituale di 3mila euro anni e un Isee familiare sotto i 15mila. Ovvero
parliamo di 10 euro al giorno per qualcuno che a malapena riuscirà a lavorare e
ancora meno a sopravvivere. In Italia ci sono tra i 7 e gli 8 milioni di
caregiver familiari. L’80 per cento, dicono le statistiche, sono donne. Per
questo, ancora una volta, è un’occasione mancata per sostenere chi lavora a
fianco dei familiari e si fa carico di tutto senza poter avere un lavoro.
Aiuti, ma solo per le mamme e solo se hanno più di due figli
A creare problemi non sono solo le occasioni mancate, ma anche gli interventi
fatti quando vengono stanziate delle risorse. Basta tornare all’ultima manovra
finanziaria: Meloni e il suo governo hanno deciso di aiutare le mamme
lavoratrici incrementando il bonus. Per ottenerlo bisogna avere almeno due figli
di non più di 10 anni e un reddito da lavoro che non superi i 40mila euro annui.
Se i figli sono tre, allora possono avere fino a 18 anni. E di quanto è
cresciuto l’aiuto? Da 40 a 60 euro mensili, nonostante inizialmente si fosse
promesso un raddoppio. Cifre irrisorie per chi ha figli che difficilmente
possono stare a casa da soli mentre una mamma lavora. Le mamme che hanno tre
figli under 18 beneficiano poi di un’altra misura: nell’ultima legge di bilancio
è stato inserito anche l’esonero contributivo per le lavoratrici a tempo
indeterminato per un massimo di 3mila euro l’anno. Questo va ad aggiungerci alle
misure strutturali dell’assegno unico e bonus asili nido, che variano a seconda
di Isee e numero di figli. Misure messe in piedi per aumentare la natalità e che
finora si sono rivelate insufficienti. E che guardano solo alle donne con figli.
Per le altre, bisogna aspettare ancora. Ma oggi, sicuramente, avrà tante belle
parole da spendere per l’8 marzo.
L'articolo 8 marzo, le occasioni mancate del governo Meloni per le donne:
congedo parentale, ddl Stupro, caregiver e prevenzione della violenza proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Come sempre ogni anno, l’8 marzo è buono per ribadire, lo abbiamo detto e
ridetto, che da festeggiare non c’è proprio nulla. Abbiamo più welfare? No.
Abbiamo avuto il congedo paritario? Neanche. La parità di genere negli stipendi
e nelle pensioni è stata raggiunta nei fatti? Neanche per sogno, anzi le donne
sono una delle categorie più povere del paese. E anche nell’immaginario persiste
ancora, con rare eccezioni, l’associazione tra maschio, bianco anziano e potere.
Sanremo docet. L’anno prossimo sarà condotto da un giovane. Sempre maschio,
però.
Vorrei allora fare un piccolo appello. Almeno, liberateci dagli stereotipi su un
tema non secondario: la menopausa.
Primo stereotipo, punto di vista maschile-patriarcale. La donna in menopausa è
una donna infertile, relativamente anziana, dunque poco attraente. Gli uomini
italiani – che nulla sanno del tema – associano la parola all’assenza di
desiderio. Si tratta di una forma particolare di ageismo, che nel nostro paese
si rivolge soprattutto alle donne, risparmiando sovente gli uomini.
Ora, a cinquant’anni sicuramente non si è giovani, ma se si è anziani lo sono
anche i cinquantenni, che pure si ritengono ragazzini. Se poi i cinquantenni si
sentono tranquillamente a loro agio ad avere rapporti sessuali con trentenni,
dovrebbe valere anche per noi, anche perché onestamente fare l’amore con un
ragazzo giovane e riccioluto sarebbe un’esperienza decisamente fantastica,
rispetto a portarsi a letto uno stempiato e canuto. Ma figuriamoci: se la prima
cosa è normalissima (Muccino tristemente docet), la seconda resta scandalosa
(oppure si può solo a pagamento: vedi la serie tv Inganno).
Secondo stereotipo, punto di vista medico-commerciale-patriarcale: la donna in
menopausa soffre di una serie di disturbi, dalla secchezza ai dolori nei
rapporti, all’assenza di desiderio e molto altro. Questi disturbi sono di tipo
medico e dunque sempre un approccio super medicalizzato. Al di là della
eventuale decisione soggettiva di intraprendere una terapia ormonale
sostitutiva, alle donne viene ricordato – decine e decine sono gli articoli di
giornale, i post sui social etc – che occorre prendersi cura della zona
genitale, per renderla “sana”, idratata, flessibile, insomma giovanile e pronta
(ovviamente, serve inoltre fare ancora più sport, mangiare ancora meglio,
sottoporsi a una sfilza di esami medici etc etc).
Non esistono reportage e articoli analoghi per i genitali maschili. A loro
nessuno consiglia di idratare il proprio pene, usare creme di ogni tipo,
renderlo perfetto per un rapporto sessuale. Mentre per noi il ‘dover essere’ si
allarga alle zone intime, gli uomini possono invece presentarsi con un pene
malridotto a loro piacimento. Anche questo è uno schema patriarcale, anzi
capitalistico e patriarcale.
Terzo stereotipo, psicologico-patriarcale anch’esso. Il desiderio sessuale in
menopausa può scemare. Serve allora assolutamente farlo tornare. Una donna senza
desiderio non è una donna, e nessuna società contemporanea accetta donne che non
desiderino, che non siano dunque pronte ad avere rapporti. Un tempo in ogni
famiglia c’era una suora o una persona che veniva destinata a vita consacrata,
la cosa era molto più accettabile e anzi persino ben vista.
Perché scrivo questo? Non è forse il desiderio sessuale una cosa importante?
Dipende. Il desiderio deve essere una scelta libera, non imposta da una società
che adotta un punto di vista maschile. Se esiste un momento in cui il divario
tra uomini e donne si allontana è proprio la menopausa. E’ un fatto anzitutto
biologico: il desiderio sessuale, principalmente, serve per procreare e quando
non si può più farlo è normale che in parte o del tutto diminuisca.
Ma c’è un secondo motivo, molto più importante, legato all’aspetto biologico ma
che diventa al tempo stesso qualcosa di esistenziale e profondo. I cinquant’anni
sono un momento in cui, cessata la pressione per la riproduzione, si può
finalmente pensare a quali sono le cose importanti della vita. Relativizzare una
vita che diventa più corta per aumentarne la qualità.
Questo può significare, certo, avere rapporti sessuali liberi dal fatto di fare
figli, ma può anche significare, che so, che del sesso possiamo tranquillamente
fare a meno perché abbiamo voglia di occuparci di altro. E di altri. Prendere
un’altra laurea, oppure dedicarsi al volontariato, fare più esperienze
possibili, oppure farne meno possibile per concentrarsi sulla meditazione e la
preghiera. Questo eventuale fare a meno del sesso, questo archiviare il
desiderio è lo scandalo definitivo, agli occhi di quelli che pure, comunque, ci
considerano meno desiderabili delle altre.
In pratica dovremmo essere desideranti, ma pronte a non essere desiderate da
uomini che del desiderio continuano ad essere schiavi, ma in maniera zeppa di
cliché e stereotipi misogini. Forse, non ci interessa proprio.
Allora fateci un regalo – uomini, ma anche l’intero sistema editoriale e
mediatico – per questo 8 marzo: archiviate tutti questi cliché sulla menopausa.
Conviene a tutti. A noi, certamente. Ma soprattutto agli uomini anche perché,
per fortuna, tra i giovani la parità di genere è un po’ più diffusa e oggi una
ventenne considera un cinquantenne “un vecchio”.
Così, tra cinquantenni libere dal desiderio e ventenni che snobbano quelli di
mezza età, il rischio è che il povero cinquantenne resti a bocca asciutta. Gli
toccherebbe dedicarsi al volontariato, alla cura degli altri, alla meditazione,
agli approfondimenti culturali. Magari ne uscirebbe migliore, chissà. E potremmo
celebrare una festa dell’uomo finalmente “non allupato”. Con tanto di fiore,
magari un candido giglio bianco.
L'articolo Nulla da festeggiare in questo 8 marzo, quindi un piccolo appello:
liberateci almeno dei cliché sulla menopausa! proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quando il 7 ottobre 2001 iniziarono i bombardamenti sull’Afghanistan, le nostre
televisioni raccontavano una storia semplice e moralmente inequivocabile: le
bombe americane avrebbero liberato le donne afgane dal burqa. L’iconografia era
potente: la donna oppressa dai talebani, silenziosa e fantasma, contrapposta
alla soldatessa occidentale, armata e libera, venuta a portarle la democrazia
con il fucile. Vent’anni dopo il bilancio di quella promessa è impietoso. Le
guerre lanciate dall’America dopo l’11 settembre non solo non hanno liberato le
donne, ma hanno riplasmato il mondo in modo profondo e perverso, peggiorando la
condizione femminile su più fronti: da Kabul a Baghdad, da Minab a Gaza, da
Damasco alle valli del Waziristan, fino a Washington stessa. E oggi, nel 2026,
mentre scrivo, abbiamo l’ennesima prova di questo fallimento: i corpi di 168
bambine, strappate alla loro scuola elementare nel sud dell’Iran, e quelli di
migliaia di donne e bambine sepolte sotto le macerie in tutta la regione, dal
Mediterraneo all’Asia.
La prima, tragica beffa è stata l’uso della retorica dei “diritti delle donne”
come lubrificante per la macchina da guerra. L’amministrazione Bush aveva
bisogno di vendere all’opinione pubblica occidentale, scettica e stanca di
guerre lontane, un conflitto che odorava di petrolio e vendetta. Ecco allora
l’invenzione di un nuovo femminismo imperiale. La figura della soldatessa
statunitense, inviata in missione di pace, divenne il simbolo di una presunta
superiorità morale dell’Occidente. La sua presenza, ci raccontarono i generali,
serviva a “vincere i cuori e le menti” della popolazione locale. Le Female
Engagement Teams (FET) vennero dispiegate con il compito apparentemente nobile
di parlare alle donne afgane e irachene, di entrare nelle loro case, di
conquistare la loro fiducia. Ma era una fiducia tradita in partenza. L’intimità
conquistata serviva a raccogliere informazioni, a mappare i villaggi per i
successivi bombardamenti “cinetici”. La cura era parte integrante della
violenza, non la sua antitesi. Il corpo della donna occidentale, un tempo
simbolo di pace, veniva militarizzato per diventare un’arma più subdola e
letale.
Ma se quella era la propaganda, la realtà sul campo per le donne dei paesi
invasi è stata una catastrofe annunciata. Prendiamo l’Iraq. Prima dell’invasione
del 2003, le donne irachene godevano di diritti che non avevano eguali nella
regione: accesso all’istruzione universitaria, partecipazione al mondo del
lavoro, libertà di movimento. La guerra doveva “liberarle” da Saddam Hussein. In
realtà, le ha rispedite indietro di decenni. Oggi, a distanza di oltre
vent’anni, la violenza contro le donne continua in forme nuove e ancora più
inquietanti. Il 2 marzo 2026, Yanar Mohammed, 66 anni, attivista e co-fondatrice
dell’Organizzazione per la Libertà delle Donne in Iraq, è stata uccisa a colpi
d’arma da fuoco davanti alla sua casa a Baghdad da uomini su una moto. Non è
stato un incidente. È stato un assassinio mirato, l’ennesimo in un paese dove le
attiviste che hanno guidato le proteste del 2019 vengono sistematicamente
eliminate. E mentre il governo promette indagini, l’impunità regna sovrana.
Il caso dell’Afghanistan è la sconfitta più clamorosa e cinica. Vent’anni di
presenza occidentale e miliardi di dollari spesi per costruire uno stato
fantoccio sono evaporati in pochi giorni nell’agosto del 2021, restituendo il
paese ai talebani. Oggi, l’Afghanistan è l’unico paese al mondo dove vige un
sistema di apartheid di genere. Le donne sono state cancellate dalla vita
pubblica: non possono studiare oltre la prima elementare, non possono lavorare
nella stragrande maggioranza dei settori, non possono andare ai parchi, in
palestra, o parlare ad alta voce in pubblico. Il 75% delle donne afghane
intervistate da UN Women descrive la propria salute mentale come “povera o molto
povera”. E mentre l’Occidente si gira dall’altra parte, i paesi vicini come
Pakistan e Iran espellono centinaia di migliaia di profughi afghani,
rigettandoli in questo inferno.
Poi c’è la Siria. Quattordici anni di guerra hanno avuto un impatto
sproporzionato su donne e ragazze, che hanno subito violenze sessuali e di
genere e sono state private dei diritti economici, sociali e politici, inclusi
quelli di proprietà ed eredità. Oggi, nel 2026, mentre il paese tenta una
fragile transizione dopo la caduta del regime di Assad, la situazione rimane
disperata. Dall’inizio di gennaio 2026, i combattimenti in corso ad Aleppo e nel
Nord-Est della Siria hanno causato lo sfollamento di circa 173.000 persone.
Quasi un milione di persone necessita di assistenza umanitaria urgente, tra cui
circa 225.000 donne in età riproduttiva, di cui 13.500 sono incinte. Le
strutture sanitarie sono danneggiate o sospese, e l’accesso ai servizi
essenziali per la salute sessuale e riproduttiva è gravemente compromesso. I
rischi di violenza di genere sono aumentati in modo esponenziale, specialmente
nei rifugi improvvisati e sovraffollati, privi di privacy e illuminazione. Le
donne e le ragazze costituiscono il 91% della popolazione sfollata. E mentre la
comunità internazionale parla di “transizione inclusiva” e di “partecipazione
delle donne”, la realtà è fatta di campi profughi, violenze e mancanza di
assistenza sanitaria.
E che dire di Gaza? Qui la tragedia ha raggiunto livelli inimmaginabili. Secondo
Sarah Hendriks, direttrice di UN Women, “le donne e le ragazze a Gaza stanno
vivendo una delle realtà umanitarie più devastanti del mondo, dove la
sopravvivenza stessa è diventata una lotta quotidiana”. 676 milioni di donne e
ragazze vivono entro 50 chilometri da zone di conflitto in Medio Oriente, dove
la giustizia è negata. La percentuale di donne vittime di violenza sessuale
legata ai conflitti è salita all’87% negli ultimi due anni. E mentre Gaza
brucia, l’intera regione è sul punto di esplodere. L’analista egiziano Talaat
Taha ha avvertito che lo scontro attuale rischia di trasformarsi in una guerra
totale e in un vasto conflitto regionale. L’Iran ha risposto agli attacchi su
tutti i fronti. Il cosiddetto “asse della resistenza” iraniano è stato
“polverizzato”, e al suo posto abbiamo un insieme di “stati falliti”.
Ed è in questo quadro di devastazione regionale che si inserisce la strage di
Minab. Mentre le forze statunitensi e israeliane conducono la loro campagna
contro l’Iran, un missile di precisione – uno di quelli che “non colpiscono mai
obiettivi civili”, come ci tiene a precisare il Segretario alla Difesa Pete
Hegseth – ha centrato in pieno la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh
nella città di Minab. Erano le dieci di mattina di sabato, e le bambine erano in
classe. L’edificio di due piani, con i suoi murales colorati di pastelli e
bambini, è stato squarciato. Il bilancio provvisorio è di 168 bambine uccise,
tra i 7 e i 12 anni.
Le indagini visive condotte da testate internazionali raccontano una verità
scomoda. Le immagini satellitari mostrano che la scuola, sebbene un tempo
facesse parte di un complesso dei Guardiani della Rivoluzione, era stata
separata da mura e trasformata in un edificio scolastico a tutti gli effetti
almeno dal 2016, con tanto di campi da gioco e colori pastello. Eppure, il
missile l’ha colpita con precisione. E mentre il Pentagono apre
un’investigazione, le scuse e le precisazioni tecniche non riporteranno in vita
le piccole vittime.
E se spostiamo lo sguardo verso est, in Pakistan, il quadro non cambia. Nelle
aree tribali e in Belucistan, la “guerra al terrore” ha armato e legittimato
decenni di violenza statale. Tra il 2007 e il 2017, più di 1.100 scuole
femminili sono state distrutte dai talebani pakistani. La storia di Malala
Yousafzai non è un’eccezione: è il simbolo di una guerra culturale che ha reso
l’istruzione femminile un campo di battaglia.
La retorica usata dall’amministrazione americana è la stessa di vent’anni fa, ma
suona ancora più vuota. “Gli Stati Uniti non prenderebbero mai deliberatamente
di mira una scuola”, ripetono. Eppure, i siti civili continuano a essere
colpiti. In Iran, in Iraq, in Siria, a Gaza, in Pakistan. E a pagarne il prezzo
sono sempre loro: le donne e le bambine. Non è solo una questione di “danni
collaterali”. È la logica conseguenza di un modo di fare guerra che considera la
vita delle donne – afgane, irachene, iraniane, siriane, palestinesi, pakistane –
come sacrificabile sull’altare di interessi strategici e geopolitici. È la
stessa logica che in Afghanistan ha prima usato la scolarizzazione femminile
come bandiera per giustificare l’invasione, e poi ha abbandonato quelle stesse
ragazze ai talebani quando non servivano più.
E non si pensi che questa deriva abbia risparmiato il fronte interno americano.
Anzi, è forse qui che il paradosso si fa più stridente. Per sostenere lo sforzo
bellico, l’esercito americano ha dovuto aprire le sue porte a donne e persone
LGBTQ+. Nel 2015, le donne hanno potuto finalmente ricoprire tutti i ruoli,
compresi i reparti d’assalto. Un passo avanti formale, ci raccontano i liberal.
Ma come spiega la studiosa Katharine Millar, questa inclusione è stata in realtà
una trappola. Non ha scalfito il cuore maschilista e guerriero della
cittadinanza americana. Al contrario, ha allargato il bacino di chi può essere
sacrificato sull’altare del martirio patriottico, rafforzando l’idea che il
“buon cittadino” sia comunque colui che imbraccia il fucile. L’identità
militare, con i suoi valori di forza, violenza legittima e gerarchia, è rimasta
intatta. Le donne sono state integrate, ma a patto di diventare come gli uomini,
di tacere sulle violenze subite all’interno delle caserme, di non disturbare il
mancato funzionamento del patriarcato.
La prova definitiva di questo fallimento è arrivata con il ritorno di Donald
Trump alla Casa Bianca nel 2025. La sua amministrazione ha smantellato in pochi
mesi tutto l’armamentario retorico costruito in decenni: l’ufficio per le
questioni femminili globali alla Casa Bianca è stato chiuso, il programma
“Donne, Pace e Sicurezza” cancellato dal Pentagono con un post sui social. La
destra americana ha messo fine alla farsa, dichiarando apertamente che la
liberazione delle donne non è mai stata un interesse nazionale.
Ed ecco il bilancio dell’11 settembre. Le guerre egemoniche venduteci come
guerre per liberare le donne oppresse da regimi non democratici si sono concluse
con la loro reclusione, sottomissione o strumentalizzazione. Hanno creato un
deserto in Afghanistan e un inferno settario in Iraq. Hanno trasformato una
scuola elementare in Iran in un obitorio, una striscia di terra a Gaza in un
cimitero a cielo aperto, e un villaggio in Pakistan in una fossa comune. Hanno
insegnato alla destra globale che i diritti delle donne sono solo una bandiera
da sventolare in tempo di guerra e da bruciare in tempo di pace. E hanno
mostrato alle donne occidentali che l’unico modo per essere accettate nel tempio
del potere è quello di indossare un’uniforme e tacere o di essere una bambola.
O, forse, di non essere mai nate femmine in un luogo dove passa la prossima
guerra “umanitaria”.
L'articolo Le guerre Usa di ‘liberazione delle donne’ hanno portato reclusione,
sottomissione e morte. L’ultima in Iran proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo quattro anni di governo guidato per la prima volta da una donna, il
bilancio delle politiche di genere in Italia non può più essere rinviato. La
domanda è semplice: la condizione delle donne è migliorata, è rimasta ferma o è
addirittura peggiorata? La risposta, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti.
Nel programma politico di Giorgia Meloni le donne sono di fatto scomparse. Non
soltanto dal linguaggio pubblico, ma soprattutto dalle politiche. Sono scomparsi
gli interventi strutturali pensati per ridurre le disuguaglianze e abbattere le
discriminazioni. Eppure i numeri raccontano una realtà che dovrebbe imporre
tutt’altra agenda: in Italia il tasso di occupazione femminile resta tra i più
bassi d’Europa, fermo intorno al 57%, oltre 13 punti sotto la media europea,
mentre il divario tra occupazione maschile e femminile supera i 17 punti
percentuali. Sono dati che descrivono un problema strutturale. Eppure, quando il
tema emerge nel dibattito pubblico, la presidente del Consiglio preferisce
trasformarlo in una narrazione personale. Lo ha fatto, per esempio, attaccando
le quote rosa e sostenendo che “la vera libertà è potersi guadagnare sul campo
la propria posizione” e che il compito dello Stato è soltanto quello di
garantire che “la partita non sia truccata”.
Il sottotesto è evidente: se ce l’ho fatta io, allora possono farcela tutte. Chi
non riesce, evidentemente, non è stata abbastanza capace o determinata. È la
retorica della “donna forte” elevata a paradigma politico che conferma la
narrazione sulle donne come soggetti non discriminati ma deboli. Una narrazione
individualista che cancella le strutture sociali, le disuguaglianze materiali e
gli ostacoli sistemici che ancora oggi limitano la partecipazione delle donne
alla vita economica, politica e istituzionale. Ma le quote rosa non sono
concessioni né favoritismi per donne presunte incapaci. Sono strumenti
temporanei di riequilibrio pensati proprio per scalfire quei muri fatti di
stereotipi, pregiudizi e consolidate alleanze maschili che continuano a spartire
il potere tra uomini, escludendo le donne dai luoghi decisionali.
Se proviamo a fare un elenco di ciò che il governo Meloni non ha fatto per le
donne, la lista è lunga.
Non ha difeso con decisione il diritto all’autodeterminazione in materia di
aborto, né ha affrontato il problema dell’altissima percentuale di obiettori di
coscienza che, di fatto, rende in molte strutture sanitarie estremamente
difficile applicare la legge 194. In Italia oltre il 60% dei ginecologi è
obiettore, con punte che in alcune regioni superano il 70%. Nel 2024, inoltre,
il governo ha aperto le porte alle organizzazioni pro life all’interno dei
consultori. Nel frattempo, da oltre un anno il Ministero della Salute non
pubblica i dati annuali sull’interruzione volontaria di gravidanza: gli ultimi
disponibili risalgono al 2022.
Sul fronte del lavoro e delle pensioni il governo ha cancellato l’Opzione Donna,
non rinnovandola nella legge di bilancio per il 2026, rendendo così più
difficile l’accesso alla pensione anticipata. Si trattava di una misura che
consentiva alle lavoratrici di andare in pensione tra i 58 e i 60 anni — a
seconda delle proroghe — con almeno 35 anni di contributi. Una misura pensata
anche per riconoscere il peso del lavoro di cura che continua a gravare
prevalentemente sulle donne. Il lavoro di cura non retribuito resta infatti uno
dei pilastri della disuguaglianza di genere: secondo l’Istat le donne dedicano
mediamente oltre cinque ore al giorno al lavoro domestico e familiare, quasi il
doppio rispetto agli uomini.
Dulcis in fundo, alla fine di febbraio la maggioranza ha inoltre bocciato il ddl
Schlein che avrebbe introdotto il congedo parentale paritario tra madri e padri.
La proposta prevedeva — come già accade in diversi Paesi europei — cinque mesi
di congedo per ciascun genitore retribuiti al 100%. La Ragioneria dello Stato ha
espresso parere negativo per la mancanza di coperture finanziarie, stimate in
circa 4,5 miliardi di euro annui. Una giustificazione che le opposizioni hanno
definito una semplice scusa.
Più che una questione di risorse, sembra emergere una precisa scelta politica.
La visione della società proposta dalla maggioranza appare ancorata a un modello
degli anni Cinquanta, in cui alle donne viene assegnato principalmente il ruolo
di cura e riproduzione. Una società ferocemente liberista che arretra sul
welfare e che si fonda su un altrettanto feroce individualismo, dove il soggetto
implicito resta l’uomo.
Le conseguenze di questa impostazione emergono anche nel ritardo accumulato
dall’Italia nel raggiungimento dell’obiettivo europeo sulla copertura dei
servizi per l’infanzia. La raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea
prevede una copertura del 45% per i bambini sotto i tre anni nei servizi
educativi. Un obiettivo che l’Italia non riuscirà a raggiungere né a livello
nazionale né, soprattutto, nelle regioni del Sud, dove la frequenza negli asili
nido si ferma intorno al 15% dei bambini, con punte che scendono addirittura al
10%. A questo si aggiungono misure molto significative, come l’aumento dell’IVA
su beni essenziali per l’infanzia e la cura — dagli assorbenti al latte in
polvere fino ai pannolini — che colpiscono direttamente le famiglie e, in
particolare, le donne.
Il governo Meloni ha mostrato inoltre una forte insofferenza verso qualsiasi
cambiamento culturale che possa incidere anche simbolicamente sulle asimmetrie
di genere: dall’idiosincrasia per gli interventi educativi nelle scuole
finalizzati a contrastare pregiudizi e stereotipi sessisti, fino al continuo
dileggio della declinazione dei titoli professionali al femminile. Un tema che
la stessa presidente del Consiglio (appena nominata aveva precisato di voler
definire la propria carica al maschile) non perde occasione di ridicolizzare,
strizzando l’occhio al maschilismo militante.
Allo stesso tempo, Giorgia Meloni e la sua maggioranza non hanno mai esitato a
strumentalizzare il tema della violenza contro le donne in chiave
anti-immigrazione. Giovedì Fratelli d’Italia ha pubblicato — per poi cancellarlo
— un post che utilizzava i corpi delle donne come strumento di propaganda
politica pro referendum: “Vota sì. I giudici bloccano il rimpatrio degli
stupratori. Dove sono le femministe?”.
Ci vuole del cinismo per fare propaganda referendaria con la violazione dei
corpi delle donne e nello stesso tempo, continuare a rappresentare in maniera
distorta la violenza sessuale. In questa narrazione lo stupro non appare come un
crimine contro le donne, ma come un attacco alla “razza italica”, come se la
violenza fosse un problema che arriva da fuori e non un fenomeno strutturale
della nostra società.
Nello stesso post Fratelli d’Italia si chiedeva provocatoriamente dove fossero
le femministe. La risposta è semplice: il 15 e il 28 febbraio erano nelle piazze
di molte città italiane e a Roma per protestare contro il ddl Bongiorno che ha
tradito la riforma dell’articolo 609-bis del codice penale che introduceva
l’assenza di consenso nella definizione del reato di stupro.
Ci sarebbe anche molto altro da dire sulla vocazione bellica della presidente
del Consiglio. Non ci siamo mai illuse che avere una donna a capo del governo
significasse automaticamente avere politiche per le donne. La storia lo dimostra
con chiarezza: la presenza delle donne nei luoghi di potere non coincide
necessariamente con l’avanzamento dei diritti e della giustizia sociale. Dipende
da che cosa si decide di fare una volta arrivati al potere. Giorgia Meloni ce lo
ha dimostrato.
Nella Giornata internazionale della donna, dobbiamo prendere atto di una realtà
amara che già conoscevamo: avere una donna al vertice non basta se le politiche
continuano a ignorare le donne. E mentre ci prepariamo a celebrare l’8 marzo,
guardando al lavoro, ai diritti, al welfare e alla libertà di
autodeterminazione, la sensazione è che il cammino verso la parità non solo non
abbia fatto passi avanti, ma che la strada sia diventata ancora più lunga e più
difficile.
L'articolo “Con la destra al governo la condizione delle donne è migliorata? La
risposta è sotto gli occhi di tutti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Fra pochi giorni saremo chiamati e chiamate a esprimerci, con un referendum,
sulla riforma costituzionale della giustizia promossa dal ministro Nordio. Nei
fatti il voto riguarda le modifiche dell’ordinamento giudiziario e le
ripercussioni che ne deriverebbero sull’indipendenza dei giudici.
Il referendum si è reso necessario perché la riforma è stata approvata in
Parlamento senza la maggioranza qualificata e, in questi casi, la Costituzione
prevede, come garanzia democratica, che si consultino i cittadini e le
cittadine. E ancor di più in questo caso dove, cosa mai successa prima, una
riforma, che prevede la modifica di ben sette articoli della Costituzione, è
stata varata dal governo senza che il Parlamento potesse esprimersi accorpando
gli emendamenti, votandoli insieme e respingendoli sistematicamente tutti, sia
quelli dell’opposizione che di maggioranza.
Non si è mai vista una riforma costituzionale, il cui testo approvato, non sia
cambiato di una virgola rispetto al testo presentato dal ministro: questo, a mio
avviso è un primo grande deficit democratico che ci fa capire quanto questa
riforma – insieme alle altre che sicuramente seguiranno – mini il nostro stato
di diritto. Perché il vero obiettivo di questa modifica costituzionale non è la
tanto decantata separazione delle carriere (riforma che poteva essere fatta
anche con legge ordinaria), il vero obiettivo è stravolgere l’equilibrio dei
poteri dello Stato e indebolire quello della magistratura condizionando le
libere scelte che ogni giudice e ogni pubblico ministero compie nell’esercizio
delle sue funzioni.
L’indipendenza di chi giudica e di chi si batte per l’accertamento della verità
è una garanzia per tutti i cittadini, un suo indebolimento mette a rischio la
tutela di tutti e tutte noi, ma specialmente di quelle persone che hanno meno
potere economico, sociale, dei più discriminati. E fra queste persone
sicuramente ci sono le donne che da sempre hanno trovato nella Costituzione un
forte baluardo in difesa dei loro diritti.
Partendo da questo assunto la Casa delle Donne di Torino, Se non ora quando?
Torino e le Donne in difesa della società civile hanno voluto organizzare un
incontro che leggesse questa riforma anche da un punto di vista di genere,
chiedendo a Mia Caielli, docente di Unito, di introdurre l’argomento che è stato
poi trattato da Gabriella Viglione, Procuratrice presso la Procura di Ivrea e
Francesca Paruzzo, avvocata e costituzionalista.
Perché indebolire la Costituzione e comprimere l’indipendenza della magistratura
influisce maggiormente sulla tutela dei diritti delle donne? Una prima
spiegazione ce la fornisce Francesca Paruzzo: “Alcune delle più importanti
conquiste riguardanti il riconoscimento e la garanzia del principio di
uguaglianza, anche di genere, sono passate attraverso le decisioni dei giudici.
Sono stati i giudici, infatti, ad esempio, a impugnare davanti alla Corte
costituzionale la norma che escludeva le donne dall’accesso alla magistratura;
ancora, sono stati i giudici, a rimettere sempre alla Corte costituzionale la
questione relativa alla punibilità del solo adulterio femminile, dichiarato
incostituzionale nel 1968. È proprio grazie all’indipendenza della magistratura,
così come configurata nel nostro ordinamento costituzionale quale presupposto
della sua funzione di garanzia, che discriminazioni così profonde hanno potuto
essere portate all’attenzione della Corte costituzionale e, così, rimosse.”
A differenza della politica, la giustizia non può non scegliere, non esprimersi.
Abbiamo tantissimi esempi di leggi sui diritti fondamentali che da anni
aspettano che la politica prenda delle decisioni che diano attuazione concreta
alla Carta. E alcune sono state varate proprio grazie all’intervento decisivo
della magistratura.
Pensiamo solo ultimamente al tema del fine vita, a tutte le modifiche della L.
40 sulla fecondazione assistita o, di fronte ad una assordante silenzio
legislativo, sulla possibilità di affidamento di un minore a una coppia dello
stesso sesso, o l’adozione, in casi particolari, per il figlio del partner nato
a seguito di tecniche di procreazione assistita effettuate all’estero. Tutto
questo non sarebbe possibile se ci fosse una magistratura condizionata dalla
politica e se lo Stato non prevedesse, come ci insegna Montesquieu, una netta
separazione dei poteri che garantisca l’abuso di potere e la libertà politica.
I sostenitori del Sì parlano del primo comma del 104 che stabilisce che la
magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere,
ma poi stravolgono la prospettiva organizzativa. La dottoressa Gabriella
Viglione, forte della sua esperienza di 34 anni nella magistratura, sempre come
pubblico ministero, ha poi evidenziato che “nell’attuale quadro costituzionale
il pubblico ministero non è una parte che agisce interessi propri, opera
nell’interesse pubblico per l’accertamento della verità e della tutela dei
valori costituzionali. Infatti nel processo penale ha l’obbligo di cercare ed
esporre anche le prove a favore dell’indagato (diversamente dall’avvocato che ha
l’esclusivo compito di tutelare la posizione del suo assistito- innocente o
colpevole che sia) e nel processo civile ha l’obbligo di tutela delle persone
più fragili. In tal senso una riforma che va a minare la libertà e
l’indipendenza del giudice e ancor più del pubblico ministero mette in pericolo
l’effettività dei diritti delle parti più deboli, economicamente o socialmente,
quali i minori, gli incapaci, le donne vittime di violenza, fisica, ma anche
familiare, sociale, economica”.
Questa riforma è preoccupante sotto molti punti di vista che sono emersi in
questi mesi nei tanti incontri che il Comitato del No ha organizzato proprio per
dare a tutti e tutte la possibilità di informarsi e di capire quale sia il suo
vero obiettivo. Ed è preoccupante se si guarda a Paesi come la Polonia o
l’Ungheria, Paesi sovranisti dove l’erosione dello Stato di diritto è iniziata
proprio dall’assoggettare la magistratura al potere politico, dove migliaia di
giudici sono stati perseguitati da quei regimi.
La trasformazione di questi Stati in autocrazie è avvenuta, come ci racconta
bene Tonia Mastrobuoni nel suo libro L’Erosione (ed. Mondadori), senza colpi di
Stato o spargimenti di sangue e senza utilizzare tutti quegli strumenti
normalmente usati dalle dittature, ma è iniziata assumendo il controllo di
quelle autorità indipendenti come i Tribunali, e l’imbavagliamento della stampa
non funzionale al potere politico, e cambiando le regole sulla rappresentanza
politica, schiacciando di fatto le opposizioni.
In Polonia, specialmente, la lotta all’indipendenza della magistratura è stata
compiuta capillarmente: stravolgendo il Consiglio nazionale, imponendo giudici
voluti dal Parlamento, è stata creata la “Camera disciplinare” anch’essa di
fatto di nomina politica che ha il compito di fare piazza pulita dei giudici non
allineati e per ultimo riformando la Corte Costituzionale e la Corte suprema
inserendo magistrati fedeli al governo. Magistrati che si sono piegati al volere
della politica proprio intestandosi battaglie contro i diritti Lgbtq+ o contro
le donne (pensiamo alla sentenza della Corte Costituzionale che ha messo al
bando l’aborto anche in caso di grave malformazione del feto).
Certo, la nostra Carta costituzionale ha al suo interno tanti presidi di
garanzia, ma se si inizia a smantellare un potere, se si inizia, come sta
succedendo nel nostro Paese, a screditare ogni giorno la magistratura
accusandola di essere una “elite” o una “casta”, si inizia piano piano, una
picconata per volta, a minare la nostra Costituzione e il nostro stato di
diritto. Per questo, per dare subito una risposta di quanto sia importante per
noi persone comuni, lontane dai poteri forti, che una magistratura rimanga
libera e indipendente andiamo a votare con convinzione NO il 22 e 23 marzo.
L'articolo Donne per il No: perché una giustizia indipendente è essenziale per
la tutela dei diritti proviene da Il Fatto Quotidiano.
A ridosso dell’8 marzo, due ricerche internazionali suonano il campanello
d’allarme: se negli ultimi anni sembravano essersi aperti spiragli importanti
sul fronte dei diritti delle donne – dall’onda lunga del movimento #MeToo fino
all’inserimento del diritto all’aborto nella Costituzione francese – nuovi dati
suggeriscono che, non solo la battaglia culturale non è vinta, ma che in alcuni
casi sembra anzi di arretrare, con il ritorno massiccio degli stereotipi di
genere e l’emergere di nuove forme di “mascolinità tossica”.
Nel Regno Unito, la vasta ricerca condotta da Ipsos e dal Global Institute for
Women’s Leadership del King’s College di Londra su 23.000 persone in 29 paesi,
pubblicata giovedì scorso, mostra come i giovani uomini esprimano visioni più
tradizionali sui ruoli di genere rispetto alle generazioni precedenti. Secondo
lo studio, quasi un terzo dei ragazzi della Generazione Z (i nati tra il 1997 e
il 2012) ritiene che una moglie debba obbedire al marito e il 33% pensa che
l’ultima parola nelle decisioni importanti spetti all’uomo. Una quota più che
doppia rispetto agli uomini della generazione dei baby boomer (nati tra il 1945
e il 1964), tra i quali solo il 13% condivide questa visione. La stessa tendenza
emerge su altri aspetti: il 24% dei giovani uomini ritiene che le donne non
dovrebbero apparire troppo indipendenti o autosufficienti (contro il 12% dei
baby boomer), e il 21% pensa che una “vera donna” non dovrebbe mai prendere
l’iniziativa nelle relazioni sessuali (contro il 7% dei baby boomer). Allo
stesso tempo, il 59% dei ragazzi della Gen Z sostiene che oggi agli uomini venga
chiesto uno sforzo eccessivo per favorire l’uguaglianza tra uomini e donne
(contro il 45% dei baby boomer).
In Francia, il Baromètre 2026 realizzato da Omnicom Media France per la
Fondation des Femmes, pubblicata lunedì scorso, fotografa un altro aspetto della
stessa problematica. Il 32% delle persone intervistate ritiene che, in materia
di parità di diritti, la condizione delle donne sia peggiorata negli ultimi
cinque anni: un balzo di 22 punti rispetto all’anno precedente. Quasi un quarto
degli intervistati pensa inoltre che, sullo stesso periodo, i diritti delle
donne siano stati rimessi in discussione, una percezione in aumento soprattutto
tra i più giovani, i 18-24 anni (+12% in un anno). Le principali preoccupazioni
restano le violenze. Per il 63% degli intervistati le violenze sessuali e quelle
domestiche rappresentano il problema più urgente, seguite dalle molestie
sessuali, in forte crescita (57%, +7 punti), con un aumento particolarmente
marcato tra i giovani. Allo stesso tempo cala la fiducia nelle istituzioni: la
fiducia nel governo nella lotta contro le violenze scende al 29% (-5 punti),
quella nella polizia al 52% (-8) e nella giustizia al 44% (-2).
Sempre più spesso in Francia si sente parlare di “masculinisme”, inteso come
modello culturale misogino e antifemminista radicale che mette in discussione le
politiche di parità, legittima una gerarchia tra uomini e donne e banalizza la
violenza di genere. Per la prima volta, il rapporto 2026 dell’Alto Consiglio per
la parità, pubblicato a gennaio, parla esplicitamente di “minaccia mascolinista”
in Francia: il “mascolinismo”, si legge, è “una minaccia per l’ordine pubblico e
una sfida per la sicurezza nazionale”.
Secondo il rapporto, circa 10 milioni degli over 15 in Francia — il 17% della
popolazione — aderiscono a forme di “sessismo ostile”, mentre più di 12 milioni
condividono forme di “sessismo paternalista”. L’Alto Consiglio considera che il
fenomeno sia amplificato dai social, definiti come “spazi di cristallizzazione e
amplificazione delle discriminazioni e delle violenze sulle donne e le minoranze
di genere”. L’84% delle vittime di cyber sessismo è donna. È in questo
ecosistema che si inserisce anche la galassia degli incel — acronimo di
involuntary celibates – , comunità online di uomini che attribuiscono alle donne
la responsabilità della propria frustrazione sentimentale. Il tema è entrato
anche nel dibattito politico quando il ministro dell’Interno, Laurent Nuñez,
facendo eco al rapporto dell’Alto Consiglio, ha denunciato a sua volta la
“minaccia mascolinista senza complessi” presente nel Paese.
A fine gennaio, decine di chiamate “ostili e coordinate” hanno saturato il
numero 3919, la linea nazionale di ascolto per le donne vittime di violenza.
Attacchi che, secondo il ministro, rientrano in una strategia di intimidazione
contro le politiche di uguaglianza e contro le associazioni femministe.
L'articolo “Mascolinità tossica”: due ricerche internazionali denunciano il
ritorno a modelli misogini e sessisti proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il corpo femminile è mostruoso, dai quindici anni in poi ce lo chiarisce
qualunque parente e ce lo diciamo da sole quando pensiamo che nessuno ci senta”.
Questa è la frase di presentazione, che si legge nel retro del libro Utero con
vista, scritto da Domitilla Pirro e Benedetta Petroni e presentato alla Camera
dei Deputati con la giornalista del Fatto Quotidiano Silvia D’Onghia. Il testo,
che analizza l’intero organo femminile, ha come obiettivo quello di “gettare uno
sguardo empatico e intersezionale sulla salute riproduttiva delle donne,
destreggiandosi in mezzo agli stereotipi più radicati”. All’interno del volume
si trovano, come racconta Domitilla Pirro, coautrice del testo, testimonianze,
dati, fatti di cronaca, ma anche storie che le autrici hanno raccolto negli
ultimi anni, alcune delle quali hanno preso spunto da un loro lavoro precedente:
il podcast A Gambe Larghe. Gli argomenti sono molteplici, si va dalle
mestruazioni alla contraccezione, dalle inseminazioni all’interruzione
volontaria di gravidanza, fino alla menopausa e alla violenza ginecologica.
“Nella parte dedicata alle rappresentazioni – racconta Benedetta Petroni,
coautrice del testo – abbiamo analizzato film, serie tv, romanzi e anche
videogiochi. Nel capitolo sull’ovaio policistico, ci siamo rese conto che non
abbiamo trovato nessuna protagonista che soffrisse di questa problematica.
Questo vuol dire che nel momento in cui una persona riceve la diagnosi, potrebbe
proprio non sapere dell’esistenza dell’ovaio policistico.”
Durante la conferenza non sono mancati i richiami all’attualità, come la
necessità dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuola per scardinare alcuni
stereotipi ancora molto forti e presenti all’interno della nostra società.
“L’Italia è uno dei pochi Paesi in Europa che non ha l’educazione sessuale nelle
scuole – dichiara Sara Ferrari, deputata del Partito democratico – e invece ne
abbiamo bisogno per costruire questa consapevolezza sulle tematiche di genere”.
“Consapevolezza necessaria per le stesse donne – le fa eco la collega Ilenia
Malavasi – che devono trovare la forza di parlare, denunciare, farsi ascoltare”.
L'articolo Dalle mestruazioni alla contraccezione, presentato il libro “Utero
con vista”: “Non si parla abbastanza dell’organo femminile” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Se un marito picchia la moglie così violentemente da procurarle una frattura
ossea, una ferita aperta o una ferita nera e bluastra sul corpo, e la moglie si
rivolge a un giudice, allora il marito sarà considerato un trasgressore. Un
giudice dovrebbe condannarlo a 15 giorni di reclusione”. È questo, secondo la
traduzione dell’Afghan Analysts Network citata da Cnn, il testo del decreto
emanato dai Talebani, l’ennesimo sfregio ai diritti umani e in particolare a
quelli delle donne. Una legge che colpisce per la sua brutalità: per confronto,
la pena per il maltrattamento degli animali è più severa visto che “chiunque
costringe animali come cani o galli a combattere dovrebbe essere condannato a
cinque mesi di carcere”. Una pena dieci volte superiore a quella prevista per
chi rompe un osso alla propria consorte.
Così la violenza sulle donne è diventata ufficialmente legge dello Stato,
uscendo dall’ambito della prassi brutale o dell’eredità tribale. Il documento,
approvato il mese scorso e trapelato grazie all’organizzazione per i diritti
umani Rawadari, codifica per la prima volta in modo sistematico punizioni e
certificano la demolizione dei diritti delle donne, progressivamente degenerata
dal ritiro delle truppe Usa nell’agosto 2021. “Gli uomini hanno il diritto di
governare completamente le donne”, ha spiegato l’attivista Mahbouba Seraj ai
microfoni della CNN. “La parola dell’uomo è legge. Prima c’era almeno il timore
dei tribunali; ora quel timore è svanito”.
Il decreto, poi, non si limita alla brutale violenza contro le donne. Estende il
potere punitivo del patriarcato ai figli (punibili dal padre se non pregano) e
reprime brutalmente ogni forma di diversità o dissenso. La sodomia e
l’omosessualità sono punite con la pena di morte, così come l’eresia, la
stregoneria o la diffusione di dottrine considerate contrarie all’Islam. La
libertà di espressione viene definitivamente sepolta: insultare il leader
supremo Hibatullah Akhundzada comporta 39 frustate e un anno di carcere, mentre
“umiliare” i funzionari governativi costa sei mesi di cella. In un sistema dove
la testimonianza di una donna vale la metà di quella di un uomo, e dove alle
donne è vietato uscire di casa senza un tutore maschio (mahram), la possibilità
di denunciare abusi diventa un’utopia burocratica.
Le reazioni internazionali sono di sgomento. Volker Türk, Alto Commissario ONU
per i diritti umani, ha usato parole durissime durante il Consiglio a Ginevra,
definendo l’Afghanistan “un cimitero per i diritti umani”. Türk ha sottolineato
come questo sistema di segregazione sistematica equivalga a una vera e propria
persecuzione di genere. Mentre l’UNICEF stima che oltre due milioni di ragazze
siano già state escluse dall’istruzione superiore, questo nuovo codice chiude
l’ultimo spiraglio di speranza. Non si tratta solo di una violazione dei
trattati internazionali, ma di una riscrittura della fede religiosa utilizzata
come arma di controllo sociale. Per le donne afghane, la casa diventa così, per
decreto, una potenziale cella dove la legge garantisce l’impunità al carceriere.
L'articolo “I mariti possono picchiare le mogli, basta che non rompano le ossa o
lascino ferite aperte”: la nuova legge dei talebani proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Il più grande distruttore della pace è l’aborto. Nessun assetto politico può
professare la pace se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo”.
Così Prevost si è rivolto direttamente ai politici durante il convegno One
Humanity One Planet, tenutosi il 31 gennaio nel Palazzo Apostolico Vaticano. Non
parlava alle cattoliche, ma allo Stato italiano: stava sollecitando un
intervento politico del governo sulla legge 194. Lo aveva già fatto tre
settimane prima, nel tradizionale discorso al corpo diplomatico, sindacando
apertamente le scelte di uno Stato: “È deplorevole usare risorse pubbliche per
l’aborto”.
A questo punto bisognerebbe chiedere a Prevost se, a suo avviso, sarebbe più
equo che l’aborto se lo paghino le donne. Cosa che, com’è evidente, potrebbero
permettersi solo le benestanti.
Il bersaglio è chiaro: la legge 194, che da quasi cinquant’anni garantisce alle
donne assistenza sanitaria e tutela in caso di interruzione volontaria di
gravidanza. Una legge duramente conquistata, che ha sottratto le donne
all’aborto clandestino e alla morte. Nulla di inatteso: Prevost ha dato il via a
una martellante campagna contro una legge che tutela la vita e la salute delle
donne che abortiscono.
La misoginia della Chiesa cattolica non è un incidente di percorso: è un fatto
storico e culturale. La sua dottrina viaggia su testi che descrivono il corpo
femminile come veicolo del demonio, fonte di corruzione, origine del peccato.
Parole che hanno contribuito a costruire e mantenere un ordine simbolico e
giuridico capace di giustificare l’esclusione delle donne dai diritti, dalle
scelte, dalla piena cittadinanza.
Sulle dichiarazioni di Prevost è intervenuta anche Lea Melandri, intellettuale e
femminista, che ne ha messo a fuoco la radice profonda:
“Dopo aver sottomesso, asservito e violato il corpo femminile, l’uomo ha
chiamato la guerra non dichiarata all’altro sesso ‘ordine’, ‘pace’, ‘sicurezza’,
‘difesa’ del proprio privilegio e della propria civiltà. Garantirsi l’obbedienza
della donna, la fedeltà al destino di custode della casa e della progenie
maschile, non è forse ancora oggi l’imperativo di chi innalza a valori Dio,
Patria e Famiglia? Non è forse il timore che con l’aborto la donna riappropri su
di sé un potere di vita e di morte – antico retaggio maschile – a rendere la
capacità procreativa del corpo femminile il primo obiettivo di una politica
ostile all’autodeterminazione? La guerra non è neutra, e che sia la Madre Chiesa
a svelarne la natura patriarcale non è un caso”.
Ossessionata dalla sessualità femminile, la Chiesa cattolica è stata per secoli
uno strumento di repressione e un apparato di disciplinamento dell’obbedienza
delle donne. Queste venivano celebrate come esempio di virtù solo a condizione
di essere svuotate di volontà propria: silenziose, sottomesse, obbedienti.
Oggi preti e cardinali fiutano il tempo favorevole. Lo fiuta anche Prevost. È il
momento giusto, pensano, per tentare di richiudere il cielo sopra la testa delle
donne, in piena sinergia con le destre estreme che affilano gli artigli. Ogni
autoritarismo passa da qui: dal controllo dei corpi femminili.
Donald Trump lo ha già fatto, attaccando il diritto all’assistenza sanitaria per
l’aborto nel suo primo mandato; oggi lo fa perseguitando i migranti e preparando
la repressione degli oppositori politici. La matrice è la stessa.
C’è il prete che suona la campana per “ricordare i bambini non nati”, c’è quello
che predica che “si è libere obbedendo”, e poi c’è Prevost che, dal pulpito,
facendo sue le parole di Anjezë Gonxhe Bojaxhiu – ovvero Madre Teresa di
Calcutta – tuona che il vero crimine è l’aborto. Non le guerre, le deportazioni,
i bombardamenti o il commercio di quelle armi che i preti di regime benedicono.
Ma dov’è, allora, la guerra? Nell’assistenza sanitaria alle donne che non
vogliono diventare madri? Nelle leggi che prescrivono l’educazione alla
contraccezione? Oppure nelle guerre che oggi devastano il mondo, scatenate e
alimentate da uomini come Donald Trump, Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu e Ali
Khamenei, che incitano alla repressione e uccidono? Sulla deriva autoritaria
degli Stati Uniti, sugli arresti di bambini di cinque anni, sugli omicidi a
sangue freddo di uomini e donne che si oppongono a regimi che usano milizie
sanguinarie per smantellare la democrazia, dalla Chiesa arriva solo silenzio. Al
massimo, qualche prudente e blando monito.
Le parole di Prevost non sorprendono: sono l’eco di una guerra dichiarata contro
le donne secoli fa e mai interrotta.
Pochi giorni fa, in Italia, la senatrice Giulia Bongiorno ha stravolto il
disegno di legge che modificava l’articolo 609-bis sulla violenza sessuale,
arretrando sulla tutela delle vittime con la cancellazione della parola
“consenso”. Il nesso tra consenso in materia di violenza sessuale e
autodeterminazione nella scelta di diventare madri è evidente.
Il consenso, come cardine di una legge che sanziona la violenza sessuale, e la
legge sull’accesso all’aborto medicalmente assistito sottraggono al potere
maschile la disponibilità dei corpi delle donne. Per questo cultura dello stupro
e attacco alle leggi che garantiscono l’assistenza medica in caso di aborto
camminano insieme: sono due fronti della stessa offensiva contro i corpi delle
donne.
La prima legge l’hanno già affossata prima di nascere; torneranno all’attacco
della 194, con la benedizione del papa statunitense gradito a Trump? E mentre la
Chiesa continua a inseguire il controllo delle donne – atavica ossessione – non
si accorge di averle già perse. Oggi le chiese sono vuote, le vocazioni scarse,
i preti corrono da una parrocchia all’altra per coprire i turni delle messe.
Le minacce di dannazione non fanno più paura a nessuna, perché le donne hanno
più paura degli inferni sulla Terra e non hanno alcuna intenzione di abitarli
nuovamente. Ma la Chiesa fiuta l’aria e alla politica chiede di riaprire quegli
inferni terreni smantellando una legge che ha consentito alle donne di
esercitare alla luce del sole e non clandestinamente, l’autodeterminazione e il
diritto di decidere se essere madri o non esserlo.
Preferirebbero officiare un’omelia al funerale di una donna morta per un aborto
clandestino, piuttosto che fare i conti con la libertà delle donne, quelle vive.
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contro le donne mai interrotta proviene da Il Fatto Quotidiano.