Il taglio chiesto da Donald Trump non arriva. La Federal Reserve lascia i tassi
invariati tra il 3,5% e il 3,75% nella penultima riunione dell’era di Jerome
Powell. La decisione, presa con 11 voti favorevoli e uno contrario, arriva in un
contesto di crescente incertezza, sia sul fronte interno sia su quello
geopolitico. Il rallentamento nel percorso di disinflazione causa impatto della
guerra in Iran sui prezzi energetici rischia di allontanare ulteriormente il
ritorno stabile al target del 2%, mentre si avvicina un delicato passaggio di
consegne ai vertici della banca centrale.
Pochi giorni fa un giudice federale ha annullato l’indagine penale del
Dipartimento di Giustizia sulla testimonianza resa da Powell al Senato riguardo
alla costosa ristrutturazione della sede della banca centrale. Resta però aperto
il nodo della successione: Kevin Warsh è il candidato indicato, ma deve ancora
ottenere l’approvazione del Congresso. In caso di ritardi oltre il 15 maggio,
Powell ha chiarito che resterà presidente pro tempore, come previsto dalla
legge.
Sul piano macroeconomico, la Fed ha rivisto al rialzo le stime di crescita per
il 2026, portandole al 2,4%. Ritoccate verso l’alto per anche le previsioni
sull’inflazione, attesa al 2,7% quest’anno, mentre resta stabile il tasso di
disoccupazione al 4,4%.
“L’economia statunitense si è espansa a un ritmo sostenuto”, ha spiegato Powell
in conferenza stampa, sottolineando però che la creazione di posti di lavoro
resta moderata e che l’inflazione “rimane leggermente elevata”. Le aspettative
di inflazione nel breve termine sono aumentate nelle ultime settimane,
“probabilmente a causa del forte rialzo dei prezzi del petrolio legato alle
interruzioni delle forniture in Medio Oriente“. Quelle di lungo periodo, invece,
restano ancorate all’obiettivo del 2%. Proprio le tensioni in Medio Oriente
rappresentano oggi il principale fattore di rischio. “Le implicazioni per
l’economia statunitense sono incerte”, ha detto Powell, assicurando che la Fed
continuerà a monitorare i rischi per entrambi i lati del suo duplice mandato.
L'articolo La Fed lascia fermi i tassi e rivede al rialzo le previsioni
sull’inflazione causa escalation in Medio Oriente proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Un giudice federale ha bloccato la citazione contro la Federal Reserve nel
contesto dell’indagine nei confronti dell’ex presidente inviso a Trump, Jerome
Powell, che riguarda la ristrutturazione multimiliardaria della sede centrale a
Washington e la testimonianza resa dallo stesso Powell dinanzi alla Commissione
Bancaria del Senato in merito al progetto. Il giudice James Boasberg ha definito
l’azione penale come “l’antitesi” della giustizia perché “priva di prove“.
L’Us Attorney, Jeanine Pirro, ha annunciato che ricorrerà in appello e ha
commentato la decisione del giudice definendola “scandalosa” per toni e portata:
“Jerome Powell è ora avvolto nell’immunità – ha dichiarato – Tutto ciò è
sbagliato ed è privo di fondamento giuridico. Contro questa decisione
scandalosa, il Dipartimento di Giustizia presenterà ricorso”.
Ma nelle motivazioni della Corte Distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto
di Columbia, Boasberg è stato duro: “I procuratori hanno emesso tali citazioni
per uno scopo legittimo? La Corte stabilisce che non lo hanno fatto. Vi sono
prove abbondanti del fatto che lo scopo predominante (se non esclusivo) delle
citazioni sia quello di molestare e fare pressione su Powell affinché ceda alle
richieste del presidente, oppure si dimetta per lasciare il posto a un
presidente della Fed che sia disposto a farlo. Sull’altro piatto della bilancia,
il governo non ha fornito alcuna prova che Powell abbia commesso qualsivoglia
reato, se non quello di aver scontentato il presidente. Le prove sono
essenzialmente nulle”.
Una decisione che frena la volontà di Trump di rimpiazzare il più presto
possibile Powell, reo di non aver assecondato il suo volere riguardo al taglio
dei tassi, alla guida della Fed. Il senatore repubblicano Thom Tillis ha
bloccato la conferma di Kevin Warsh, il candidato designato dal tycoon, finché
l’indagine non sarà conclusa. Tillis, in un post su X, ha affermato che la
sentenza “conferma quanto sia debole e pretestuosa l’indagine penale” su Powell:
“Non si tratta d’altro che di un fallito attacco all’indipendenza della Fed.
Sappiamo tutti come andrà a finire, l’ufficio del Procuratore degli Usa per il
Distretto di Columbia dovrebbe risparmiarsi ulteriori imbarazzi”.
L'articolo Giudice federale Usa blocca la citazione contro il presidente della
Fed Powell: “Nessuna prova, solo quella di aver scontentato Trump” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Una nuova ricerca della Federal Reserve smentisce la tesi di Donald Trump
secondo cui i dazi imposti durante il suo mandato avrebbero colpito le aziende
straniere. Lo studio, riporta il Financial Times, ha rilevato che nel 2025 le
aziende e i consumatori statunitensi hanno pagato quasi il 90% del costo legato
alle tariffe. Nei primi otto mesi del 2025, il 94% dei costi è stato trasferito
a Stati Uniti, una percentuale che è scesa al 92% nei mesi di settembre e
ottobre e all’86% a novembre. Quindi verso la fine dell’anno si è registrata una
leggera crescita dei costi a carico degli esportatori.
“Dato che il dazio medio a dicembre era del 13%”, scrivono Mary Amiti, Chris
Flanagan, Sebastian Heise e David E. Weinstein in un post sul blog della Fed
intitolato “Chi sta pagando i dazi statunitensi del 2025?“, “i nostri risultati
implicano che i prezzi delle importazioni statunitensi per i beni soggetti al
dazio medio sono aumentati dell’11% (13 volte 0,86) in più rispetto a quelli per
i beni non soggetti a dazi”.
Del resto, ricorda il Ft, il mese scorso un rapporto del Kiel Institute tedesco
ha stimato un tasso di trasferimento dei dazi del 96%, e uno studio di gennaio
del National Bureau of Economic Research ha calcolato la cifra al 94%. Stando a
un documento pubblicato la scorsa settimana dal think-tank apartitico Tax
Foundation le tariffe hanno comportato un aumento medio degli esborsi tasse per
le famiglie statunitensi di 1.000 dollari nel 2025 e di 1.300 dollari nel 2026.
L’impatto sull’inflazione al consumo è stato comunque più contenuto di quanto
molti economisti temessero. La crescita dei prezzi al consumo è scesa dal 3% di
gennaio 2025 al 2,7% di dicembre. Per alcuni funzionari della Fed l’impatto
delle politiche commerciali di Trump sui consumatori si farà sentire nel corso
del 2026, con il calo delle scorte e l’aumento dei prezzi da parte delle
aziende. Ma potrebbe avere scarso impatto a lungo termine.
L’aumento della tariffa media sulle importazioni, che è passata dal 2,6% al 13%
nel 2025, ha in compenso avuto un impatto positivo sul gettito contribuendo a
ridurre il deficit: secondo Bloomberg il governo degli Stati Uniti ha incassato
a gennaio dazi per 30 miliardi, che portano il totale dall’inizio dell’anno
fiscale (il cui primo mese è ottobre) a 124 miliardi con un aumento del 304%
rispetto allo stesso periodo del 2025. Di conseguenza sempre a gennaio il
deficit federale si è attestato a circa 95 miliardi di dollari, in calo del 26%
rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, portando la cifra complessiva
da inizio anno a -697 miliardi di dollari, in calo del 17% rispetto allo stesso
periodo del 2025.
Nella notte italiana la Camera a maggioranza repubblicana ha sfidato Donald
Trump e votato per revocare i dazi imposti dal presidente sul Canada,
contestando il programma della Casa Bianca. E il caso pendente alla Corte
Suprema potrebbe decidere se il presidente abbia o meno il potere di continuare
a imporre le tariffe reciproche.
L'articolo La Fed di New York: nel 2025 le tariffe volute da Trump sono state
pagate al 90% da aziende e consumatori Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel disegno di iper-presidenzializzazione degli Stati Uniti, un ruolo
significativo è giocato dall’art. 2 della Costituzione: “Del potere esecutivo
sarà investito un Presidente degli Stati Uniti d’America”. Diversamente da
quanto accade in altri Paesi, come da noi, quello che chiameremmo il governo non
ha una natura collegiale, ma è tutto in una sola persona. Il Presidente, da
solo, è tutto il potere esecutivo. Una lettura che estremizza questa scelta
costituzionale è stata adottata, nel passato, per giustificare espansioni del
ruolo presidenziale, ed oggi torna per la strategia predatoria di Trump. Anche
la pretesa di adottare direttamente i famosi dazi, senza passare per il canale
parlamentare imposto dalla Costituzione, risponde alla logica di intestarsi
tutto il potere esecutivo, rigettando ogni interferenza.
Su quanto questo sia possibile per i dazi, ci dirà preso la Corte suprema. E la
stessa Corte dovrà occuparsi anche di un’altra scomposta rivendicazione
iper-presidenzialista, che si pone nel delicato crinale del rapporto tra il
Presidente e l’istituzione la cui indipendenza è stata più generalmente difesa
negli ultimi decenni, più di quanto non sia stata difesa l’autonomia del
Parlamento. Si tratta della Federal Reserve – per intenderci, potremmo dire:
della Banca centrale.
Che l’indipendenza dell’istituzione investita di garantire la stabilità dei
mercati attraverso la politica dei prezzi vada difesa ad ogni costo è stato uno
dei mantra degli ultimi decenni. Tesi, beninteso, non necessariamente
condivisibile in ogni sua parte e in ogni sua conseguenza, ma questa è un’altra
storia. Sta di fatto, che lo statuto di ogni Banca centrale che si rispetti è
costruito intorno alla garanzia della sua indipendenza, a partire dalle
procedure di scelta dei suoi componenti.
Negli Stati Uniti, l’organo di governo della Federal Reserve è composto da 7
membri, in carica per 14 anni, nominati dal Presidente con il consenso del
Senato. E il Presidente, col consenso del Senato, nomina, tra di loro, anche un
Presidente, con un mandato di 4 anni, ma rinnovabile. Qualche giorno fa, Trump
ha nominato il nuovo presidente, Kevin Warsh, naturalmente di simpatie
repubblicane. Con doppio sollievo per il tycoon della Casa Bianca: i mercati
sembrano aver reagito bene, e Trump si è liberato di Jerome Powell, che era
presidente dal 2018 e che ora lascia il Board, con cui i contrasti erano stati
numerosi.
Fin qui, tutto fisiologico. Ma Trump ha un’altra mira, ed è Lisa Cook, che era
stata consigliera di Obama e che è arrivata alla Federal Reserve nel 2022,
nominata da Biden. Cook è una dei 3 membri del Board di nomina democratica,
contro – con l’arrivo del nuovo presidente – i 4 di nomina repubblicana; unica
donna democratica nel collegio, contro l’unica donna repubblicana; prima
afroamericana in quel posto. Rimuoverla da lì, e sostituirla con una nuova
nomina, garantirebbe a Trump una super-maggioranza di 5 a 2.
E Trump c’ha provato, con la solita spregiudicatezza. Ad agosto è uscita ad arte
la notizia di presunte irregolarità di Cook al fine di ottenere condizioni
agevolate per un mutuo, ben prima di assumere il mandato alla Banca. Poche ore,
e Trump annunciava su Truth Social – cosa piuttosto irrituale, ma tant’è – di
avere disposto la rimozione immediata di Lisa Cook: può occuparsi della politica
dei tassi chi sui tassi avrebbe fatto la furbetta?
Il punto è che è la prima volta che un Presidente licenzia un membro dell’organo
di governo della Banca. La legge, invero, prevede una possibile rimozione per
giusta causa, ma, nell’equilibrio dei poteri, il fatto che si sia consolidata
una consuetudine a favore dell’indipendenza del Board non è affatto irrilevante.
Senza contare che le irregolarità contestate a Cook richiedono di essere
provate, e non è univoco che costituiscano giusta causa per una rimozione,
risalendo peraltro ad un tempo anteriore alla nomina.
La rimozione di Cook è stata subito sospesa da un giudice, e la cosa è arrivata
abbastanza rapidamente alla Corte suprema, che, come è noto, ha una
super-maggioranza conservatrice, che nel passato recente ha almeno
implicitamente avallato – o almeno non impedito – il disegno
iper-presidenzializzante di Trump. Ma questa volta qualche segnale in senso
contrario è arrivato.
Prima di Natale, la Corte ha rifiutato di ri-autorizzare, pur in maniera
provvisoria, il provvedimento di rimozione dall’incarico, lasciando in piedi la
sospensione che ne aveva disposto il giudice di merito, e rinviando alla
trattazione orale della causa. E nell’udienza pubblica che si è tenuta a fine
gennaio è filtrata una certa inclinazione della Corte a lasciare Lisa Cook al
suo posto.
La decisione, probabilmente, non arriverà prima di giugno. Certo, il Presidente
intanto ha (molte) altre cose cui pensare, ma un po’ di sonno, l’attesa,
senz’altro glielo toglierà. Nella partita, infatti, Trump si gioca molto. Sul
piano politico, il licenziamento di Cook gli otterrebbe una super-maggioranza
repubblicana (per molto tempo) alla Federal Reserve, dopo la super-maggioranza
repubblicana (per molto tempo) alla Corte suprema, oltre che naturalmente la
maggioranza al Congresso. E, su un piano sistemico, si tratta di mantenere o
spostare un altro confine alla scelta costituzionale di investire del potere
esecutivo un solo uomo al comando.
L'articolo Dopo Jerome Powell, tocca a Lisa Cook: perché, per rimuoverla, Trump
si gioca molto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha nominato Kevin Warsh prossimo
presidente della Federal Reserve. “Conosco Kevin da molto tempo e non ho alcun
dubbio che passerà alla storia come uno dei grandi presidenti della Fed, forse
il migliore – ha scritto il presidente americano su Truth social – Oltre a tutto
il resto, è ‘nato per il ruolo’ e non vi deluderà mai”.
WARSH VINCE IL BALLOTTAGGIO CON HASSETT
Warsh è già stato nel board ella Fed nell’era di Bush jr. Alcune settimane fa,
Trump aveva già anticipato che era in corso un ballottaggio per la successione
di Jerome Powell e che in lizza c’erano proprio Warsh e Kevin Hassett, direttore
del Consiglio Economico Nazionale e suo fedelissimo.
Articolo in aggiornamento…
L'articolo Kevin Warsh è il nuovo presidente della Fed: la scelta di Trump
proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Federal reserve, la banca centrale degli Stati Uniti, ha deliberato di
lasciare i tassi di interesse invariati in una forchetta tra il 3,50% e il
3,75%, comunque ai minimi negli ultimi tre anni. La decisione, attesa dai
mercati, arriva dopo tre riduzioni consecutive del costo del denaro e nel pieno
di uno scontro senza precedenti tra Donald Trump e il presidente della Fed
Jerome Powell, accusato dal tycoon proprio di non tagliare abbastanza i tassi e
recentemente finito sotto indagine per iniziativa del Dipartimento di Giustizia.
La scelta del Consiglio dei governatori – l’organo di governo della Fed – non è
stata unanime: hanno votato contro Stephen Miran, scelto da Trump, e Christopher
Waller, tra i favoriti per la presidenza.
“L’attività economica è cresciuta a un ritmo solido lo scorso anno, e si è
avviata così nel 2026. Le spese dei consumatori si sono mostrate resilienti e il
tasso di disoccupazione ha mostrato segnali di stabilizzazione”, ha spiegato
Powell in un discorso che sembra aprire la porta a una pausa di alcuni mesi sui
ribassi dei tassi: l’aspettativa è che non saranno toccati fino a quando non
sarà in carica il nuovo presidente della Fed. Trump non ha ancora sciolto le
riserve su chi prenderà il timone della banca centrale alla scadenza del mandato
di Powell. “Chiunque non sia d’accordo con me non diventerà mai presidente della
Fed”, ha scritto di recente sul proprio social Truth.
L'articolo Usa, la Fed lascia i tassi invariati: stop ai tagli nonostante le
minacce di Trump. Ma due membri del board votano contro proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La governatrice della Fed Lisa Cook sembra al sicuro dal licenziamento da parte
di Donald Trump. In un caso che ha profonde implicazioni sull’indipendenza della
banca centrale, la Corte Suprema è infatti apparsa “scettica”, secondo i media
americani, sulla sua rimozione, che il presidente americano chiede da mesi in
seguito a presunte frodi per ottenere un mutuo. All’udienza davanti ai saggi era
presente Jerome Powell, colpito a sua volta da un’indagine del dipartimento di
giustizia per i lavori di ristrutturazione da 2,5 miliardi di dollari della sede
della banca centrale. Il presidente della Fed è oggetto da tempo di critiche
ripetute da parte di Trump che, anche sul palco di Davos, lo ha attaccato: “È
sempre in ritardo” nel tagliare i tassi, ha detto annunciando che a breve sarà
nominato un nuovo presidente. “Il problema è che una volta ottenuto l’incarico
le persone cambiano”, ha ammesso Trump che nella lealtà vede la dote principale
nei candidati che sceglie nelle varie posizioni.
Powell – nominato da Trump – è da mesi sotto il fuoco di fila incrociato degli
attacchi presidenziali. A non risparmiargli critiche è anche il segretario al
Tesoro Scott Bessent, che ha definito la presenza di Powell all’udienza davanti
alla Corte Suprema un “errore”: sta “politicizzando la Fed” e sta cercando di
influenzare i saggi, ha detto.
A prescindere dalla presenza di Powell, l’Alta Corte è apparsa compatta nel
mostrare scetticismo contro il tentativo di Trump di licenziare Cook e quindi
sui poteri presidenziali sulla Fed. Il giudice Brett Kavanaugh, di nomina
trumpiana, ha incalzato i legali dell’amministrazione sull’indipendenza della
banca centrale, osservando come la posizione di Trump su Cook rischia di
“indebolire se non mandare in frantumi l’indipendenza” della banca centrale.
Kavanaugh ha anche osservato che appoggiare la rimozione della governatrice
vorrebbe dire creare un precedente che le prossime amministrazioni potrebbero
usare. Pur precisando di non essere pronta a sposare la causa di Cook, la
giudice Amy Coney Barrett ha messo in evidenza i rischi sui mercati finanziari,
e si è chiesta come mai il governo non abbia semplicemente tenuto un’udienza
pubblica per spiegare la sua tesi contro Cook.
In un comunicato diffuso al termine dell’udienza, la governatrice della Fed ha
spiegato che il suo caso riguarda, andando avanti, come la Fed deciderà sui
tassi, “se basandosi su prove concrete oppure se soccomberà alle pressioni
politiche“. Un nodo evidenziato anche da Powell quando è finito sotto indagine e
al quale gli investitori di tutto il mondo guardando convinti che una Fed
indipendente sia cruciale per il corretto funzionamento dei mercati.
L'articolo Corte suprema “scettica” sulla rimozione della governatrice Fed Lisa
Cook. Trump attacca Powell anche da Davos proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Esprimiamo piena solidarietà al Federal Reserve System e al suo Presidente
Jerome H. Powell. L’indipendenza delle banche centrali è un pilastro
fondamentale della stabilità dei prezzi, finanziaria ed economica,
nell’interesse dei cittadini che serviamo. È pertanto fondamentale preservare
tale indipendenza, nel pieno rispetto dello stato di diritto e della
responsabilità democratica”. Il giorno dopo la dura presa di posizione degli ex
presidenti della Fed e di diversi segretari al Tesoro Usa, in difesa del
presidente della Fed indagato per presunte malversazioni nell’ambito della
ristrutturazione degli edifici della banca centrale si schierano la presidente
della Bce Christine Lagarde e altri 11 banchieri centrali.
Il comunicato ribadisce che Powell “ha svolto il suo ruolo con integrità,
concentrandosi sul suo mandato e con un impegno incrollabile per l’interesse
pubblico”. “Per noi – conclude la dichiarazione – è un collega stimato e tenuto
nella massima considerazione da tutti coloro che hanno lavorato con lui”. Sotto
ci sono le firme di Lagarde a nome del Consiglio direttivo della Bce, Andrew
Bailey, governatore della Banca d’Inghilterra, Erik Thedéen, governatore della
Sveriges Riksbank, Christian Kettel Thomsen, presidente del Consiglio dei
Governatori della Danmarks Nationalbank, Martin Schlegel, presidente del
Consiglio di amministrazione della Banca nazionale svizzera, Ida Wolden Bache,
governatore della Norges Bank, Michele Bullock, Governatore della Reserve Bank
of Australia, Tiff Macklem, governatore della Banca del Canada, Chang Yong Rhee,
governatore della Banca di Corea, Gabriel Galípolo, governatore del Banco
Central do Brasil, François Villeroy de Galhau, presidente del Consiglio di
amministrazione della Banca dei Regolamenti Internazionali e Pablo Hernández de
Cos, direttore generale della Banca dei Regolamenti Internazionali.
Salvatore Rossi, ex direttore generale di Bankitalia, in una intervista a
Repubblica nota che “Powell è tra i sette ‘governors’ della Fed che sono
nominati dal presidente Usa per quattordici anni, una durata ben superiore ai
quattro anni (rinnovabili) del mandato di presidente della Fed. Questo fa sì che
chi è nel ruolo di ‘governor’ non si senta influenzato dalla spinta politica del
momento”. E ricorda che la sua risposta “è stata già molto forte, e mi ha
stupito perché conosco la riservatezza dei banchieri centrali. Penso che a
questo punto Trump non riuscirà a intimorirlo. Dovrà capire che la Fed non
cambia posizione con un suo schiocco di dita, ma che gli ci vorrà una lunga
marcia”. “In un organo collegiale” come la Fed “questa intimidazione così
brutale può sortire qualche effetto. Qualcuno dei dodici potrebbe spostarsi un
pochino più versoi desiderata del governo, perché il rischio di vedersi piovere
sulla testa la galera non è banale. Ma Powell ormai è al di là di ogni
possibilità di intimidazione. E questo potrebbe creare altri problemi a Trump”.
A maggio, sottolinea, “scade il mandato di Powell come presidente, ma non come
‘governor’ della Fed. E se decidesse di non dimettersi da quel ruolo resterebbe
con una voce assai autorevole nel comitato che decide la politica monetaria, e
soprattutto impedirebbe alla Casa Bianca di nominare un ‘governor’ preso
dall’esterno”.
L'articolo Solidarietà a Powell da Lagarde e 11 banchieri centrali:
“Fondamentale preservare l’indipendenza della Federal Reserve” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Dall’inizio della seconda presidenza Trump è diventata una costante: superare
sempre nuove linee rosse, agire senza scrupoli anche quando la conseguenza è
minare le istituzioni democratiche. Lunedì, in questa scia, gli Stati Uniti sono
entrati in un altro territorio istituzionale inesplorato. A valle di mesi di
attacchi nei suoi confronti dal parte del presidente, il Dipartimento di
Giustizia ha aperto un’indagine sul presidente della Federal Reserve, Jerome
Powell: nel mirino la ristrutturazione degli edifici della banca centrale, un
progetto da 2,5 miliardi di dollari che il tycoon nei mesi scorsi aveva definito
“eccessivo“. La mossa è senza precedenti e da subito il caso ha assunto una
dimensione che va ben oltre il profilo tecnico dell’inchiesta: lo stesso Powell
ha denunciato che in gioco c’è l’indipendenza della politica monetaria
statunitense.
“La minaccia di un’incriminazione è la conseguenza del fatto che la Federal
Reserve fissa i tassi d’interesse sulla base della nostra migliore valutazione
di ciò che serve al pubblico, piuttosto che seguire le preferenze del
presidente“, ha affermato in un videomessaggio. “Si tratta di stabilire se la
Fed sarà in grado di continuare a fissare i tassi di interesse in base alle
condizioni economiche, o se invece la politica monetaria sarà guidata da
pressioni politiche o intimidazioni“, ha affermato Powell in un videomessaggio.
Secondo il presidente della Federal Reserve, l’indagine è un “pretesto” e
“dovrebbe essere vista nel contesto più ampio delle minacce e delle continue
pressioni esercitate dall’amministrazione” di Trump.
L’inchiesta arriva del resto dopo mesi di attacchi pubblici di Trump contro
Powell, accusato di rifiutarsi di tagliare i tassi di interesse come richiesto
dalla Casa Bianca. Un conflitto che ha già conosciuto passaggi estremi, compresa
l’ipotesi – poi non attuata – di un licenziamento del presidente della Fed,
scenario mai verificatosi nella storia americana. Il presidente dal canto suo ha
negato qualsiasi coinvolgimento nell’indagine: “Non ne so nulla, ma di certo
(Powell ndr) non è molto bravo alla Fed e non è molto bravo a costruire
edifici”.
La portata dello scontro ha fatto scattare l’allarme anche all’interno del
Partito repubblicano. “Se rimanevano dubbi sul fatto che consiglieri all’interno
dell’amministrazione Trump stiano attivamente spingendo per la fine
dell’indipendenza della Federal Reserve, ora dovrebbero essere spariti”, è stato
il duro commento del senatore Thom Tillis, repubblicano e membro della
commissione Banche del Senato. Tillis ha spinto l’analisi ancora più in là,
mettendo in discussione anche il ruolo del Dipartimento di Giustizia di cui, ha
scritto su X, “è in questione la credibilità e indipendenza”. Il senatore, che
ha già annunciato che si ritirerà alla fine di questa legislatura, ha dichiarato
che in commissione si opporrà “alla conferma di ogni nominato della Fed,
compreso il prossimo posto libero alla presidenza, fino a quando non sarà
risolta questa questione legale”.
Una presa di posizione che potrebbe avere conseguenze immediate. Il voto di
Tillis potrebbe infatti essere cruciale in una commissione composta da 13
repubblicani e 11 democratici, proprio mentre si avvicina il delicato passaggio
di consegne ai vertici della banca centrale. Il secondo mandato di Powell,
nominato per la prima volta nel 2017 proprio da Trump, terminerà a maggio. È
atteso a breve l’annuncio del suo successore, che potrebbe essere l’attuale
consigliere economico della Casa Bianca Kevin Hassett. Che si è affrettato a
dichiarare alla Cnbc che in caso di nomina sosterrebbe l’indagine perché
quell’edificio “è enormemente più costoso di qualsiasi altro edificio nella
storia di Washington”.
Anche alla Camera dei Rappresentanti diversi repubblicani hanno reagito con
stupore e perplessità alla notizia dell’indagine penale. Un importante esponente
del partito, citato da Politico in forma anonima, è stato esplicito: “Si
fermeranno davanti a qualcosa per ottenere con la forza quello che vogliono su
tutto? Questa amministrazione sta fissando degli standard che non possono
ottenere e che ci perseguiteranno per generazioni”.
Lo scontro non riguarda solo Powell. Negli ultimi mesi Trump ha preso di mira
anche altri membri del board della Federal Reserve, come Lisa Cook, che il
presidente ha tentato di rimuovere dall’incarico con accuse mai provate di frode
legata a un mutuo. Accuse che Cook, prima donna afroamericana nominata nel board
della Fed, ha contestato nei suoi ricorsi, arrivati fino alla Corte Suprema. In
attesa dell’udienza del 21 gennaio, la Corte ha stabilito che la governatrice
rimanga al suo posto.
I mercati hanno colto immediatamente la portata dello scontro istituzionale.
Dopo la notizia dell’indagine, oro e argento hanno registrato nuovi record
storici. L’oro con consegna immediata è salito a 4.578,84 dollari l’oncia,
mentre il contratto Comex di febbraio è stato scambiato a 4.585,70 dollari.
Ancora più marcato il balzo dell’argento, che con consegna a marzo ha superato
gli 84 dollari l’oncia, con un rialzo superiore al 6%. I metalli preziosi sono
stati spinti dalla crescente domanda di beni rifugio a fronte dello scontro
istituzionale senza precedenti.
L'articolo Indagato il presidente della Fed. Lui: “Colpiti perché non fissiamo i
tassi in base a quel che vuole Trump”. Allarme anche tra i Repubblicani proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Un nuovo record è stato toccato dall’oro, che ha raggiunto i 4.483,54 dollari
l’oncia superando il precedente record raggiunto a ottobre. Il metallo prezioso
con consegna a febbraio (Comex) è scambiato a 4.514,20 dollari l’oncia con una
crescita dell’1%.
L’oro si avvia quindi a una chiusura di anno con rialzi record e Goldman Sachs
prevede per il 2026 un prezzo medio di 4.900 dollari l’oncia. In aumento anche
il prezzo dell’argento, che è vicino ai 70 dollari l’oncia e che segna un rialzo
del 138% da inizio anno. Il platino invece supera i 2.000 dollari, segnando un
aumento annuo del 125% e raggiungendo livelli che mancavano dal 2008.
I motivi della corsa ai metalli e quindi della lievitazione dei prezzi
potrebbero essere legati alla tensione geopolitica, con un occhio verso la
questione venezuelana. A influire quasi sicuramente anche il previsto taglio dei
tassi di interesse da parte della Federal Reserve nell’anno a venire.
L'articolo Il prezzo dell’oro non arresta la sua corsa: vicino ai 4.500 dollari
l’oncia proviene da Il Fatto Quotidiano.