Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha nominato Kevin Warsh prossimo
presidente della Federal Reserve. “Conosco Kevin da molto tempo e non ho alcun
dubbio che passerà alla storia come uno dei grandi presidenti della Fed, forse
il migliore – ha scritto il presidente americano su Truth social – Oltre a tutto
il resto, è ‘nato per il ruolo’ e non vi deluderà mai”.
WARSH VINCE IL BALLOTTAGGIO CON HASSETT
Warsh è già stato nel board ella Fed nell’era di Bush jr. Alcune settimane fa,
Trump aveva già anticipato che era in corso un ballottaggio per la successione
di Jerome Powell e che in lizza c’erano proprio Warsh e Kevin Hassett, direttore
del Consiglio Economico Nazionale e suo fedelissimo.
Articolo in aggiornamento…
L'articolo Kevin Warsh è il nuovo presidente della Fed: la scelta di Trump
proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Federal reserve, la banca centrale degli Stati Uniti, ha deliberato di
lasciare i tassi di interesse invariati in una forchetta tra il 3,50% e il
3,75%, comunque ai minimi negli ultimi tre anni. La decisione, attesa dai
mercati, arriva dopo tre riduzioni consecutive del costo del denaro e nel pieno
di uno scontro senza precedenti tra Donald Trump e il presidente della Fed
Jerome Powell, accusato dal tycoon proprio di non tagliare abbastanza i tassi e
recentemente finito sotto indagine per iniziativa del Dipartimento di Giustizia.
La scelta del Consiglio dei governatori – l’organo di governo della Fed – non è
stata unanime: hanno votato contro Stephen Miran, scelto da Trump, e Christopher
Waller, tra i favoriti per la presidenza.
“L’attività economica è cresciuta a un ritmo solido lo scorso anno, e si è
avviata così nel 2026. Le spese dei consumatori si sono mostrate resilienti e il
tasso di disoccupazione ha mostrato segnali di stabilizzazione”, ha spiegato
Powell in un discorso che sembra aprire la porta a una pausa di alcuni mesi sui
ribassi dei tassi: l’aspettativa è che non saranno toccati fino a quando non
sarà in carica il nuovo presidente della Fed. Trump non ha ancora sciolto le
riserve su chi prenderà il timone della banca centrale alla scadenza del mandato
di Powell. “Chiunque non sia d’accordo con me non diventerà mai presidente della
Fed”, ha scritto di recente sul proprio social Truth.
L'articolo Usa, la Fed lascia i tassi invariati: stop ai tagli nonostante le
minacce di Trump. Ma due membri del board votano contro proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La governatrice della Fed Lisa Cook sembra al sicuro dal licenziamento da parte
di Donald Trump. In un caso che ha profonde implicazioni sull’indipendenza della
banca centrale, la Corte Suprema è infatti apparsa “scettica”, secondo i media
americani, sulla sua rimozione, che il presidente americano chiede da mesi in
seguito a presunte frodi per ottenere un mutuo. All’udienza davanti ai saggi era
presente Jerome Powell, colpito a sua volta da un’indagine del dipartimento di
giustizia per i lavori di ristrutturazione da 2,5 miliardi di dollari della sede
della banca centrale. Il presidente della Fed è oggetto da tempo di critiche
ripetute da parte di Trump che, anche sul palco di Davos, lo ha attaccato: “È
sempre in ritardo” nel tagliare i tassi, ha detto annunciando che a breve sarà
nominato un nuovo presidente. “Il problema è che una volta ottenuto l’incarico
le persone cambiano”, ha ammesso Trump che nella lealtà vede la dote principale
nei candidati che sceglie nelle varie posizioni.
Powell – nominato da Trump – è da mesi sotto il fuoco di fila incrociato degli
attacchi presidenziali. A non risparmiargli critiche è anche il segretario al
Tesoro Scott Bessent, che ha definito la presenza di Powell all’udienza davanti
alla Corte Suprema un “errore”: sta “politicizzando la Fed” e sta cercando di
influenzare i saggi, ha detto.
A prescindere dalla presenza di Powell, l’Alta Corte è apparsa compatta nel
mostrare scetticismo contro il tentativo di Trump di licenziare Cook e quindi
sui poteri presidenziali sulla Fed. Il giudice Brett Kavanaugh, di nomina
trumpiana, ha incalzato i legali dell’amministrazione sull’indipendenza della
banca centrale, osservando come la posizione di Trump su Cook rischia di
“indebolire se non mandare in frantumi l’indipendenza” della banca centrale.
Kavanaugh ha anche osservato che appoggiare la rimozione della governatrice
vorrebbe dire creare un precedente che le prossime amministrazioni potrebbero
usare. Pur precisando di non essere pronta a sposare la causa di Cook, la
giudice Amy Coney Barrett ha messo in evidenza i rischi sui mercati finanziari,
e si è chiesta come mai il governo non abbia semplicemente tenuto un’udienza
pubblica per spiegare la sua tesi contro Cook.
In un comunicato diffuso al termine dell’udienza, la governatrice della Fed ha
spiegato che il suo caso riguarda, andando avanti, come la Fed deciderà sui
tassi, “se basandosi su prove concrete oppure se soccomberà alle pressioni
politiche“. Un nodo evidenziato anche da Powell quando è finito sotto indagine e
al quale gli investitori di tutto il mondo guardando convinti che una Fed
indipendente sia cruciale per il corretto funzionamento dei mercati.
L'articolo Corte suprema “scettica” sulla rimozione della governatrice Fed Lisa
Cook. Trump attacca Powell anche da Davos proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Esprimiamo piena solidarietà al Federal Reserve System e al suo Presidente
Jerome H. Powell. L’indipendenza delle banche centrali è un pilastro
fondamentale della stabilità dei prezzi, finanziaria ed economica,
nell’interesse dei cittadini che serviamo. È pertanto fondamentale preservare
tale indipendenza, nel pieno rispetto dello stato di diritto e della
responsabilità democratica”. Il giorno dopo la dura presa di posizione degli ex
presidenti della Fed e di diversi segretari al Tesoro Usa, in difesa del
presidente della Fed indagato per presunte malversazioni nell’ambito della
ristrutturazione degli edifici della banca centrale si schierano la presidente
della Bce Christine Lagarde e altri 11 banchieri centrali.
Il comunicato ribadisce che Powell “ha svolto il suo ruolo con integrità,
concentrandosi sul suo mandato e con un impegno incrollabile per l’interesse
pubblico”. “Per noi – conclude la dichiarazione – è un collega stimato e tenuto
nella massima considerazione da tutti coloro che hanno lavorato con lui”. Sotto
ci sono le firme di Lagarde a nome del Consiglio direttivo della Bce, Andrew
Bailey, governatore della Banca d’Inghilterra, Erik Thedéen, governatore della
Sveriges Riksbank, Christian Kettel Thomsen, presidente del Consiglio dei
Governatori della Danmarks Nationalbank, Martin Schlegel, presidente del
Consiglio di amministrazione della Banca nazionale svizzera, Ida Wolden Bache,
governatore della Norges Bank, Michele Bullock, Governatore della Reserve Bank
of Australia, Tiff Macklem, governatore della Banca del Canada, Chang Yong Rhee,
governatore della Banca di Corea, Gabriel Galípolo, governatore del Banco
Central do Brasil, François Villeroy de Galhau, presidente del Consiglio di
amministrazione della Banca dei Regolamenti Internazionali e Pablo Hernández de
Cos, direttore generale della Banca dei Regolamenti Internazionali.
Salvatore Rossi, ex direttore generale di Bankitalia, in una intervista a
Repubblica nota che “Powell è tra i sette ‘governors’ della Fed che sono
nominati dal presidente Usa per quattordici anni, una durata ben superiore ai
quattro anni (rinnovabili) del mandato di presidente della Fed. Questo fa sì che
chi è nel ruolo di ‘governor’ non si senta influenzato dalla spinta politica del
momento”. E ricorda che la sua risposta “è stata già molto forte, e mi ha
stupito perché conosco la riservatezza dei banchieri centrali. Penso che a
questo punto Trump non riuscirà a intimorirlo. Dovrà capire che la Fed non
cambia posizione con un suo schiocco di dita, ma che gli ci vorrà una lunga
marcia”. “In un organo collegiale” come la Fed “questa intimidazione così
brutale può sortire qualche effetto. Qualcuno dei dodici potrebbe spostarsi un
pochino più versoi desiderata del governo, perché il rischio di vedersi piovere
sulla testa la galera non è banale. Ma Powell ormai è al di là di ogni
possibilità di intimidazione. E questo potrebbe creare altri problemi a Trump”.
A maggio, sottolinea, “scade il mandato di Powell come presidente, ma non come
‘governor’ della Fed. E se decidesse di non dimettersi da quel ruolo resterebbe
con una voce assai autorevole nel comitato che decide la politica monetaria, e
soprattutto impedirebbe alla Casa Bianca di nominare un ‘governor’ preso
dall’esterno”.
L'articolo Solidarietà a Powell da Lagarde e 11 banchieri centrali:
“Fondamentale preservare l’indipendenza della Federal Reserve” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Dall’inizio della seconda presidenza Trump è diventata una costante: superare
sempre nuove linee rosse, agire senza scrupoli anche quando la conseguenza è
minare le istituzioni democratiche. Lunedì, in questa scia, gli Stati Uniti sono
entrati in un altro territorio istituzionale inesplorato. A valle di mesi di
attacchi nei suoi confronti dal parte del presidente, il Dipartimento di
Giustizia ha aperto un’indagine sul presidente della Federal Reserve, Jerome
Powell: nel mirino la ristrutturazione degli edifici della banca centrale, un
progetto da 2,5 miliardi di dollari che il tycoon nei mesi scorsi aveva definito
“eccessivo“. La mossa è senza precedenti e da subito il caso ha assunto una
dimensione che va ben oltre il profilo tecnico dell’inchiesta: lo stesso Powell
ha denunciato che in gioco c’è l’indipendenza della politica monetaria
statunitense.
“La minaccia di un’incriminazione è la conseguenza del fatto che la Federal
Reserve fissa i tassi d’interesse sulla base della nostra migliore valutazione
di ciò che serve al pubblico, piuttosto che seguire le preferenze del
presidente“, ha affermato in un videomessaggio. “Si tratta di stabilire se la
Fed sarà in grado di continuare a fissare i tassi di interesse in base alle
condizioni economiche, o se invece la politica monetaria sarà guidata da
pressioni politiche o intimidazioni“, ha affermato Powell in un videomessaggio.
Secondo il presidente della Federal Reserve, l’indagine è un “pretesto” e
“dovrebbe essere vista nel contesto più ampio delle minacce e delle continue
pressioni esercitate dall’amministrazione” di Trump.
L’inchiesta arriva del resto dopo mesi di attacchi pubblici di Trump contro
Powell, accusato di rifiutarsi di tagliare i tassi di interesse come richiesto
dalla Casa Bianca. Un conflitto che ha già conosciuto passaggi estremi, compresa
l’ipotesi – poi non attuata – di un licenziamento del presidente della Fed,
scenario mai verificatosi nella storia americana. Il presidente dal canto suo ha
negato qualsiasi coinvolgimento nell’indagine: “Non ne so nulla, ma di certo
(Powell ndr) non è molto bravo alla Fed e non è molto bravo a costruire
edifici”.
La portata dello scontro ha fatto scattare l’allarme anche all’interno del
Partito repubblicano. “Se rimanevano dubbi sul fatto che consiglieri all’interno
dell’amministrazione Trump stiano attivamente spingendo per la fine
dell’indipendenza della Federal Reserve, ora dovrebbero essere spariti”, è stato
il duro commento del senatore Thom Tillis, repubblicano e membro della
commissione Banche del Senato. Tillis ha spinto l’analisi ancora più in là,
mettendo in discussione anche il ruolo del Dipartimento di Giustizia di cui, ha
scritto su X, “è in questione la credibilità e indipendenza”. Il senatore, che
ha già annunciato che si ritirerà alla fine di questa legislatura, ha dichiarato
che in commissione si opporrà “alla conferma di ogni nominato della Fed,
compreso il prossimo posto libero alla presidenza, fino a quando non sarà
risolta questa questione legale”.
Una presa di posizione che potrebbe avere conseguenze immediate. Il voto di
Tillis potrebbe infatti essere cruciale in una commissione composta da 13
repubblicani e 11 democratici, proprio mentre si avvicina il delicato passaggio
di consegne ai vertici della banca centrale. Il secondo mandato di Powell,
nominato per la prima volta nel 2017 proprio da Trump, terminerà a maggio. È
atteso a breve l’annuncio del suo successore, che potrebbe essere l’attuale
consigliere economico della Casa Bianca Kevin Hassett. Che si è affrettato a
dichiarare alla Cnbc che in caso di nomina sosterrebbe l’indagine perché
quell’edificio “è enormemente più costoso di qualsiasi altro edificio nella
storia di Washington”.
Anche alla Camera dei Rappresentanti diversi repubblicani hanno reagito con
stupore e perplessità alla notizia dell’indagine penale. Un importante esponente
del partito, citato da Politico in forma anonima, è stato esplicito: “Si
fermeranno davanti a qualcosa per ottenere con la forza quello che vogliono su
tutto? Questa amministrazione sta fissando degli standard che non possono
ottenere e che ci perseguiteranno per generazioni”.
Lo scontro non riguarda solo Powell. Negli ultimi mesi Trump ha preso di mira
anche altri membri del board della Federal Reserve, come Lisa Cook, che il
presidente ha tentato di rimuovere dall’incarico con accuse mai provate di frode
legata a un mutuo. Accuse che Cook, prima donna afroamericana nominata nel board
della Fed, ha contestato nei suoi ricorsi, arrivati fino alla Corte Suprema. In
attesa dell’udienza del 21 gennaio, la Corte ha stabilito che la governatrice
rimanga al suo posto.
I mercati hanno colto immediatamente la portata dello scontro istituzionale.
Dopo la notizia dell’indagine, oro e argento hanno registrato nuovi record
storici. L’oro con consegna immediata è salito a 4.578,84 dollari l’oncia,
mentre il contratto Comex di febbraio è stato scambiato a 4.585,70 dollari.
Ancora più marcato il balzo dell’argento, che con consegna a marzo ha superato
gli 84 dollari l’oncia, con un rialzo superiore al 6%. I metalli preziosi sono
stati spinti dalla crescente domanda di beni rifugio a fronte dello scontro
istituzionale senza precedenti.
L'articolo Indagato il presidente della Fed. Lui: “Colpiti perché non fissiamo i
tassi in base a quel che vuole Trump”. Allarme anche tra i Repubblicani proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Un nuovo record è stato toccato dall’oro, che ha raggiunto i 4.483,54 dollari
l’oncia superando il precedente record raggiunto a ottobre. Il metallo prezioso
con consegna a febbraio (Comex) è scambiato a 4.514,20 dollari l’oncia con una
crescita dell’1%.
L’oro si avvia quindi a una chiusura di anno con rialzi record e Goldman Sachs
prevede per il 2026 un prezzo medio di 4.900 dollari l’oncia. In aumento anche
il prezzo dell’argento, che è vicino ai 70 dollari l’oncia e che segna un rialzo
del 138% da inizio anno. Il platino invece supera i 2.000 dollari, segnando un
aumento annuo del 125% e raggiungendo livelli che mancavano dal 2008.
I motivi della corsa ai metalli e quindi della lievitazione dei prezzi
potrebbero essere legati alla tensione geopolitica, con un occhio verso la
questione venezuelana. A influire quasi sicuramente anche il previsto taglio dei
tassi di interesse da parte della Federal Reserve nell’anno a venire.
L'articolo Il prezzo dell’oro non arresta la sua corsa: vicino ai 4.500 dollari
l’oncia proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ex governatore della Fed Kevin Warsh (a destra nella foto) o l’attuale
direttore del Consiglio Economico Nazionale e fedelissimo del presidente Usa
Kevin Hassett (a sinistra). Uno dei due sarà il nuovo presidente della Federal
Reserve a maggio 2026, ha dichiarato Donald Trump in un’intervista rilasciata
oggi nello Studio Ovale al Wall Street Journal. Il presidente Usa ha affermato
che Warsh era in cima alla sua lista. “Sì, credo di sì. Credo che ci siano Kevin
e Kevin […] penso che siano entrambi fantastici”, ha detto. “Penso che ci siano
un paio di altre persone fantastiche”, ha aggiunto. Durante un incontro di 45
minuti con Warsh mercoledì alla Casa Bianca, hanno riferito fonti del Journal,
Trump ha insistito chiedendogli se poteva fidarsi di lui per sostenere i tagli
dei tassi di interesse se fosse stato scelto per guidare la banca centrale.
Nell’intervista, il presidente ha confermato questa indiscrezione. “Lui pensa
che si debbano abbassare i tassi di interesse”, ha detto Trump a proposito di
Warsh. “E lo pensano anche tutti gli altri con cui ho parlato”, ha aggiunto.
Trump ha anche detto di ritenere che il prossimo presidente della Fed dovrebbe
consultarsi con lui su come fissare i tassi di interesse. “In genere, non si fa
più. Una volta veniva fatto di routine. Dovrebbe essere fatto”, ha detto il
presidente. “Non significa… non credo che dovrebbe fare esattamente quello che
diciamo noi. Ma certamente… sono una voce intelligente e dovrei essere
ascoltato”, ha affermato. Alla domanda su dove vorrebbe che fossero i tassi di
interesse tra un anno, Trump ha risposto: “All’1% e forse anche meno”. I tagli
dei tassi, ha detto il presidente, aiuterebbero il Tesoro statunitense a ridurre
i costi di finanziamento di 30mila miliardi di dollari di debito pubblico.
“Dovremmo avere i tassi più bassi al mondo”, ha detto.
Le prossime mosse della Fed e le incognite sul 2026 – Intanto, mentre il
presidente è ancora Jerome Powell, la Fed si avvia a chiudere l’anno con un
nuovo taglio dei tassi di interesse. E si affaccia a un 2026 tutto in salita fra
la nomina del suo nuovo presidente scelto da Donald Trump e la sua indipendenza
a rischio. Una riduzione del costo del denaro di un quarto di punto è data per
scontata e l’attenzione di investitori e analisti è tutta concentrata su Jerome
Powell, chiamato a minimizzare il dissenso interno alla banca centrale e dettare
le linee guida per il prossimo anno. Un compito non facile visto che la Fed mai
come ora appare spaccata su come procedere fra incognite di vario tipo, da
quelle economiche a quelle geopolitiche, passando per la nomina del successore
di Powell, il cui mandato scade il prossimo maggio. Trump ha già scelto chi lo
sostituirà ma al momento non ha svelato le sue carte, rimandando l’annuncio agli
inizi del 2026. Il favorito nella corsa alla presidenza è Kevin Hassett, il
consigliere economico della Casa Bianca e fedelissimo del tycoon. “Andrò dove
Trump mi vuole”, ha detto commentando le indiscrezioni su una sua possibile
nomina. Su quelle che a suo avviso dovrebbero essere le prossime mosse della
Fed, Hassett è stato chiaro: “ha molto spazio per tagliare i tassi” anche oltre
25 punti base. “La cosa più importante per il presidente della Fed è guardare ai
dati”, ha aggiunto definendo il suo rapporto con Powell “solido”.
La nomina del prossimo presidente della Fed da parte di Trump è considerata, a
prescindere da chi sarà scelto, un test per l’indipendenza della banca centrale.
Il tycoon da mesi è in pressing sulla Fed affinché tagli i tassi e spinga
l’economia americana. Il timore diffuso è che Trump scelga qualcuno che per
“lealtà” realizzi i suoi desideri ignorando i segnali economici e mettendo così
a rischio l’indipendenza di un’istituzione chiave per il funzionamento
dell’economia americana e mondiale. In attesa dell’annuncio, Powell va avanti
per la sua strada. Il presidente della Fed lavora alla creazione di un consenso
ancora sfuggente all’interno del board sul taglio dei tassi in modo che la banca
centrale appaia compatta, rassicurando così i mercati. Le borse attendono caute.
I dati disponibili – ancora pochi a causa dello shutdown – rendono difficile
avere un quadro chiaro e si prestano a interpretazioni. Per i falchi della Fed
l’inflazione sopra il target del 2% è ancora troppo alta e, per questo, non ci
deve essere alcuna fretta nel ridurre i tassi. Per le colombe invece la
preoccupazione reale è l’indebolimento del mercato del lavoro, al quale va data
la precedenza rispetto ai prezzi. Powell dovrà fare la sintesi delle due
posizioni e, in quello che è già definito un “taglio da falco”, annuncerà
probabilmente una riduzione del costo del denaro alzando però l’asticella per i
prossimi tagli.
L'articolo Trump annuncia: “La scelta del presidente della Fed sarà tra due
nomi”. Ballottaggio Warsh-Hassett proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Fed taglia i tassi di interesse per la terza volta nel corso del 2025. E fa
scendere il costo del denaro di un quarto di punto in una forchetta fra il 3,50%
e il 3,75%, ai minimi degli ultimi tre anni. Ancora non abbastanza per Donald
Trump, che ha di nuovo criticato la decisione a suo avviso insufficiente:
“Avrebbe potuto essere più grande”. Da quando ha avviato il suo ciclo di tagli
nel settembre 2024, la Fed ha ridotto il costo denaro sei volte (la prima è
stato un maxi taglio da mezzo punti, tutte le successive da 25 punti base). Ma
per il 2026 la banca centrale stima solo una riduzione dei tassi di 25 punti
base, in deciso rallentamento rispetto agli ultimi anni.
La decisione ha spaccato il board. A favore di un taglio hanno votato in nove,
mentre tre per la prima volta dal 2019 hanno votato contro. Due infatti
avrebbero preferito lo status quo, mentre uno (Stephen Miran nominato da Donald
Trump) voleva una riduzione più pesante di 50 punti base. Che la Fed fosse
spaccata su come procedere, complice anche la carenza di dati dovuta allo
shutdown, era emerso chiaramente nelle ultime settimane. Le colombe del Federal
open market committee, preoccupate dall’indebolimento del mercato del lavoro,
l’hanno alla fine spuntata sui falchi che puntavano quantomeno allo status quo
vista la corsa dei prezzi. Secondo le nuove previsioni della Fed l’inflazione è
attesa restare saldamente sopra il 2% per i prossimi anni. La crescita è però
prevista accelerare il prossimo anno al 2,3%, in rialzo rispetto all’1,8%
stimato in settembre.
Anche se Trump continua a minimizzare il problema dell’”affordability”
definendolo una “bufala” dei democratici, la maggior parte degli americani –
stando agli ultimi sondaggi – lamenta un caro-vita che non dà tregua e che
potrebbe peggiorare ulteriormente qualora non fosse raggiunto in Congresso un
accordo per l’estensione dei sussidi all’Obamacare. L’inflazione è uno dei
motivi di preoccupazione della Fed: gli effetti dei dazi iniziano a farsi
sentire sui prezzi e le prospettive delle tariffe non sono chiare in attesa
della decisione della Corte Suprema sulla loro legalità. Una loro abolizione
potrebbe causare un peggioramento dei conti pubblici americani, facendo venire a
mancare le entrate per pagare il taglio delle tasse voluto da Trump e per
ridurre il debito e il deficit.
Come se queste incertezze non bastassero, la Fed si è trovata a decidere anche
sullo sfondo della corsa a sostituire Powell, il cui mandato scade nel maggio
del 2026. Trump avrebbe deciso chi nominare ma la partita non è ancora chiusa.
Il presidente e il segretario al Tesoro, Scott Bessent, stanno infatti tenendo
un ultimo giro di colloqui per confrontare il favorito Kevin Hassett con altri
tre pretendenti, incluso l’ex governatore della Fed Kevin Warsh. Il consigliere
economico della Casa Bianca è in pole position ma i mercati lo guardano con
scetticismo temendo che sia troppo allineato con Trump e che quindi rischi di
politicizzare la Fed. Il presidente dovrebbe annunciare la sua scelta agli inizi
del prossimo anno rendendo ancora più in salita gli ultimi mesi di Powell.
L'articolo La Fed taglia i tassi di un quarto di punto ma il board si spacca. E
Trump attacca di nuovo: “Troppo poco” proviene da Il Fatto Quotidiano.