Non tutti i messaggi della corrispondenza di Jeffrey Epstein hanno a che vedere
con storie di sesso e sfruttamento. Alcuni messaggi mettono in dubbio che l’oro
immagazzinato a Fort Knox negli Stati Uniti ci sia davvero.
Se lo era domandato anche Donald Trump che nel febbraio del 2025 aveva promesso
una verifica. Poi, come per tante altre cose, anche questa storia è passata di
moda. Ma ora se ne riparla. Secondo certe voci, nel 2011, Dominique
Strauss-Khan, allora Presidente del Fondo Monetario Internazionale, sarebbe
stato messo a tacere mediante uno scandalo perché aveva scoperto che l’oro di
Fort Knox non c’era più.
Va da sé che non c’è nessuna prova di questa storia. Ma ricordiamoci anche che,
come diceva il divino Andreotti: “a pensar male si fa peccato, ma di solito ci
si azzecca”. È possibile che i forzieri di Fort Knox siano vuoti? Difficile da
accettare. Se veramente mancassero dei lingotti, qualcuno se ne sarebbe accorto.
Ma non c’è limite alla capacità umana di ordire imbrogli. Sulla base della mia
carriera di ricercatore nel campo dei materiali, vi posso dire che trafugare
l’oro di Fort Knox sarebbe perfettamente possibile in modo tale che, se qualcuno
va a vedere cosa c’è nei forzieri di Fort Knox, non sarebbe in grado di
accorgersi di niente. Il metodo più sofisticato consiste nel sostituire l’oro
con il tungsteno e poi placcarlo con oro in superficie. Il tungsteno ha una
densità quasi identica a quella dell’oro, per cui è impossibile accorgersi dello
scambio se non con metodi di analisi complessi e costosi. Quello più sicuro è
rifondere il lingotto, ma anche questo è complicato e costoso.
Ci dovrebbero essere 367.500 lingotti d’oro da circa 12 kg ciascuno a Fort Knox.
Facendo un po’ di conti, sostituendone uno con uno di tungsteno, si può
guadagnare circa un milione e mezzo di euro. Anche sostituendo solo qualche
percento del numero totale, si parla di decine di miliardi di euro. Ci sono dei
buoni motivi per cui si potrebbe pensar male.
Non vi sto dicendo che qualcuno lo ha fatto veramente. Vi dico semplicemente che
dal punto di vista tecnico è perfettamente possibile. In effetti, se cercate sui
giornali, trovate che l’imbroglio del tungsteno venduto per oro esiste e che
ogni tanto qualcuno ci casca. Ovviamente, la cosa non viene strombazzata troppo
in giro per non minare la fiducia della gente nell’oro come bene rifugio. Ma è
bene starci attenti e comprare oro solo da enti o persone di fiducia. I dettagli
li potete leggere in un post sul mio blog personale.
Per finire, qualcosa per i più complottisti. Lo sapevate che l’Italia tiene
circa il 43% delle sue riserve aurifere negli Stati Uniti? Sono circa 1000
tonnellate d’oro (valore circa 140 miliardi di euro) che stanno nei forzieri
della Federal Reserve Bank di New York. Anche la Germania e la Francia hanno
grosse quantità di oro negli Stati Uniti. Queste riserve sono lì, in parte, dal
tempo della guerra fredda per metterle al riparo da una possibile invasione
sovietica dell’Europa Occidentale.
Vi può anche incuriosire sapere che nel 2013, la Germania ha chiesto indietro
una parte dell’oro, 300 tonnellate. Gli Usa hanno richiesto sette anni di tempo
per rimandarlo. Un po’ strano se era solo questione di tirarlo fuori e spedirlo
in Germania, non trovate? Alla fine, quando l’oro è arrivato, i tedeschi hanno
voluto rifonderlo tutto. Sospettavano qualche imbroglio? Cosa hanno trovato? Chi
lo sa? Non tutto quello che succede nei meandri dell’alta finanza internazionale
viene detto a noi miseri mortali.
L’Italia è comunque l’unico paese che non ha mai ufficialmente richiesto il
rimpatrio delle sue riserve d’oro negli Usa. Giorgia Meloni lo aveva promesso
prima di essere eletta. Le sue parole testuali nel 2019: “il futuro governo con
Fratelli d’Italia restituirà l’oro agli italiani. E’ una promessa!”. Ma poi si è
zittita, e da bravi complottari potete immaginarvi perché. L’oro italiano,
ammesso che ci sia ancora, rimane a New York in custodia del migliore amico di
Giorgia.
L'articolo Negli Epstein Files si mette in dubbio l’oro di Fort Knox: ciò che
non torna in questa vicenda proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Oro
Nel Salento un uomo ha buttato per errore 20 lingotti d’oro. La storia arriva da
Torre Lapillo, una frazione di Porto Cesareo, dove il 57enne ha gettato una
scatola che conteneva i lingotti, per un valore complessivo stimato tra i 120 e
i 130 mila euro. Come riporta Sky Tg24, l’uomo, originario della provincia di
Brindisi, aveva accumulato il tesoretto acquistando regolarmente i lingotti e
custodendoli nel contenitore.
Negli scorsi giorni il protagonista della storia ha fatto pulizia in casa,
accatastando la cassetta tra gli oggetti da smaltire e gettando poi i rifiuti in
un cestino non lontano da casa. Il giorno dopo, il signore si è accorto di aver
buttato la preziosa scatola. Così, si è precipitato davanti al cestino che,
però, era stato già svuotato. A quel punto, il 57enne si è rivolto ai
carabinieri denunciando l’accaduto.
A seguito della segnalazione, i militari della stazione locale, insieme al
Nucleo operativo e alla radiomobile della compagnia di Campi Salentina, hanno
avviato una ricerca che li ha condotti all’impianto di smaltimento presso
Ugento. Lì, le autorità hanno organizzato un’attività per individuare il
contenitore. Secondo quanto riportato da siti locali, l’operazione non è stata
semplice, vista la quantità di rifiuti presenti. Tuttavia, grazie anche
all’aiuto degli operatori ecologici, i militari sono riusciti a recuperare la
scatola, al cui interno erano ancora presenti tutti i 20 lingotti d’oro. Il
bottino è stato restituito al legittimo proprietario.
Come vi abbiamo raccontato, nel 2026 il valore dell’oro ha superato i massimi
storici in tutto il mondo, con prezzi che hanno oltrepassato i 5 mila dollari
per oncia. Secondo gli esperti, vendere gioielli o lingotti in questo periodo
dell’anno può essere un’opportunità. Il record è alimentato dalla situazione di
incertezza economica e geopolitica.
L'articolo Getta per sbaglio 20 lingotti d’oro nella spazzatura: i carabinieri
aiutano un uomo a recuperare la scatola in una discarica proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È come se la febbre dell’oro fosse tornata sui mercati: i prezzi del prezioso
metallo giallo hanno raggiunto livelli che solo pochi anni fa sembravano
impensabili, spingendo molti italiani a riaprire cassetti e portagioie per dare
valore ad anelli, bracciali e pendenti dimenticati e ricavarne una cifra
interessante. Il fenomeno non è limitato alle nostre latitudini: le quotazioni
dell’oro continuano a superare i massimi storici in tutto il mondo, con prezzi
che nel 2026 hanno già oltrepassato i 5.100 dollari per oncia, un record
alimentato dal ruolo dell’oro come bene rifugio in un contesto di incertezza
economica e geopolitica.
In questo scenario favorevole, trasformare ciò che non si usa più in liquidità
può essere un’opportunità, a patto di affrontarla con calma e consapevolezza.
Vendere oro non dovrebbe mai essere vissuto come un salto nel buio, ma come un
servizio da comprendere in ogni sua fase, così da poter valutare ogni proposta
con attenzione.
Il gioielliere Massimiliano Astrologo chiarisce quali siano i passi
fondamentali: “Il punto di partenza è conoscere il valore dell’oro nel momento
in cui si decide di vendere. Le quotazioni cambiano ogni giorno perché seguono
l’andamento dei mercati internazionali, ma sono facilmente consultabili online o
su quotidiani economici, tenendo presente che il prezzo può cambiare più volte
nella giornata. Avere un’idea del prezzo al grammo permette di orientarsi al
meglio tra le proposte che vengono fatte. Un altro aspetto importante riguarda
la caratura. Un gioiello non è mai composto da oro puro al 100%: l’oro a 24
carati, o oro 999, è molto raro nei gioielli di uso comune. La maggior parte
degli oggetti in circolazione è realizzata in oro 18 carati, una lega
riconoscibile dal classico timbro 750, in cui il metallo prezioso è miscelato ad
altri metalli. Da queste leghe derivano anche le diverse tonalità dell’oro, come
quello bianco e rosso. Alcuni gioielli possono essere in oro 14 carati (585), 12
carati (500), 9 carati (375) o 8 carati (333), tipologie meno comuni ma comunque
pienamente acquistabili. Non è un problema: il valore si calcola sempre in modo
preciso, partendo dal peso e dalla caratura. Prima di uscire di casa, pesare i
gioielli anche con una semplice bilancia da cucina elettronica può essere utile
per avere un ordine di grandezza, ma la valutazione finale va sempre fatta con
gli strumenti professionali del rivenditore.
I CONSIGLI UTILI
Dal punto di vista pratico, la vendita dell’oro è regolata dalla legge. Le
gioiellerie e i compro oro devono essere autorizzati e ben riconoscibili, con
regolare licenza visibilmente esposta. Ogni transazione deve essere registrata
allegando il documento d’identità del venditore. Il pagamento segue regole
precise: fino a 500 euro è consentito il contante, oltre questa soglia si
utilizzano strumenti tracciabili come il bonifico bancario. È prevista inoltre
una marca da bollo da 2 euro, che il commerciante può decidere se assorbire o
addebitare.
“Sono passaggi normali – sottolinea Massimiliano Astrologo – pensati per
tutelare tutti, clienti e operatori. È buona prassi escludere dal peso le pietre
non preziose e gli elementi che non sono in oro, perché ciò che viene pagato è
esclusivamente il metallo. In presenza di gioielli con pietre di valore o
lavorazioni particolari, la stima può cambiare e risultare più interessante
rispetto alla semplice fusione”. Vale la pena ricordare che non tutto l’oro va
trattato allo stesso modo. Gioielli antichi, firmati o con un valore storico e
collezionistico possono rendere di più se valutati da un gioielliere
specializzato in questo specifico campo o da una casa d’aste, piuttosto che
trattati come semplice metallo.
Se non si conosce un venditore di fiducia, un altro consiglio semplice ma
efficace è quello di non fermarsi al primo negozio. Fare due o tre preventivi
permette di capire come viene calcolato il prezzo e di scegliere con maggiore
serenità. Infine, quando si decide di rivendere i gioielli, è importante
conservare una copia della ricevuta o del contratto. Vendere oro oggi non è una
corsa contro il tempo. I prezzi sono alti, è vero, ma informarsi, confrontare le
offerte, affidarsi a professionisti regolari e decidere con calma è parte di una
buona operazione. Senza mai temere di chiedere spiegazioni. Con un po’ di
attenzione, un gioiello inutilizzato può diventare una risorsa e rappresentare
un gesto pratico e soddisfacente.
L'articolo Torna la “febbre dell’oro”? Ecco come vendere i gioielli senza farsi
fregare. L’esperto avverte: “Il prezzo può cambiare più volte nella giornata”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
La corsa dell’oro che aveva infiammato i mercati finanziari a inizio anno si è
improvvisamente trasformata in una brusca retromarcia. Dopo settimane di
acquisti massicci e massimi storici, il metallo giallo ha registrato
un’inversione di tendenza netta, con vendite diffuse e prezzi in caduta, segnale
di una fase di forte volatilità che coinvolge anche l’argento.
Negli scambi asiatici le quotazioni del lingotto sono scese di oltre il 7%, fino
a 4.506 dollari l’oncia. Ancora più marcata la contrazione dell’argento, che ha
perso il 10%, attestandosi intorno ai 76 dollari l’oncia. Un arretramento
significativo che interrompe un rialzo che, solo poche settimane fa, aveva
portato i preziosi su livelli record.
Eppure il quadro recente raccontava tutt’altro scenario. A gennaio questi
materiali avevano toccato nuovi picchi storici, sostenuti soprattutto dalle
mosse delle banche centrali, impegnate ad aumentare le riserve di lingotti, e
dalla ricerca di asset difensivi da parte degli investitori. In un contesto
segnato da tensioni geopolitiche e incertezze finanziarie, l’oro aveva infatti
consolidato il proprio ruolo di bene rifugio.
L'articolo Oro, dopo i prezzi record scatta la retromarcia: crollano le
quotazioni sui mercati asiatici proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un nuovo record è stato toccato dall’oro, che ha raggiunto i 4.483,54 dollari
l’oncia superando il precedente record raggiunto a ottobre. Il metallo prezioso
con consegna a febbraio (Comex) è scambiato a 4.514,20 dollari l’oncia con una
crescita dell’1%.
L’oro si avvia quindi a una chiusura di anno con rialzi record e Goldman Sachs
prevede per il 2026 un prezzo medio di 4.900 dollari l’oncia. In aumento anche
il prezzo dell’argento, che è vicino ai 70 dollari l’oncia e che segna un rialzo
del 138% da inizio anno. Il platino invece supera i 2.000 dollari, segnando un
aumento annuo del 125% e raggiungendo livelli che mancavano dal 2008.
I motivi della corsa ai metalli e quindi della lievitazione dei prezzi
potrebbero essere legati alla tensione geopolitica, con un occhio verso la
questione venezuelana. A influire quasi sicuramente anche il previsto taglio dei
tassi di interesse da parte della Federal Reserve nell’anno a venire.
L'articolo Il prezzo dell’oro non arresta la sua corsa: vicino ai 4.500 dollari
l’oncia proviene da Il Fatto Quotidiano.
È possibile risolvere il problema dell’oro della Patria con una sottospecie di
sillogismo? Pensiamo al celebre fondamento della logica aristotelica: tutti gli
uomini sono mortali, Socrate è un uomo, ergo Socrate è mortale. Nel caso
dell’oro potrebbe funzionare così: la Banca d’Italia possiede l’oro, l’Italia
possiede la Banca d’Italia, ergo l’Italia possiede l’oro. Potrebbe sembrare un
giochino, ma in realtà ha basi giuridiche molto più solide rispetto all’idea di
riportare a casa le riserve auree attraverso il sistema della cosiddetta
interpretazione autentica.
Infatti, l’interpretazione autentica consiste nel chiarimento del senso da
attribuire a una norma previgente (di dubbio contenuto) effettuato dallo stesso
legislatore che l’ha emanata. Sennonché, la proprietà di un bene non si acquista
con una legge siffatta, ma con una compravendita o con altro valido titolo
traslativo. La domanda giusta è: chi ha comprato l’oro italiano?
Le circa 2.450 tonnellate d’oro attualmente detenute dalla Banca d’Italia sono
state acquisite in un lunghissimo arco di tempo da un ente di diritto pubblico
(Bankitalia, appunto) le cui quote di partecipazione appartenevano, quantomeno
fino ai primi anni Novanta del secolo scorso, a enti pubblici.
Ora, secondo l’interpretazione classica, ma anche secondo la Direttiva CE 18/04,
l’ente di diritto pubblico è connotato dal fatto di soddisfare specificatamente
esigenze di interesse generale, aventi carattere non industriale o commerciale.
Non solo. Gran parte di quell’oro (il grosso dell’attuale “malloppo”: non meno
di 2.000 tonnellate) venne comprato, a partire dal 1951 e fino al 1960,
dall’Ufficio Italiano Cambi, un ente (poi soppresso) strumentale della Banca
d’Italia, ma che operava per conto e sotto la vigilanza del Ministero del
Tesoro.
Insomma, sia l’Ufficio Italiano Cambi che la Banca d’Italia hanno sempre agito
nell’interesse della collettività nazionale anche quando accumulavano oro nei
propri, o in altrui, caveau. Poi, però, come a tutti noto – pur restando
istituto di diritto pubblico per previsione normativa e statutaria – la Banca
d’Italia ha finito per essere “posseduta” pro quota da varie banche private
(oggi prevalentemente grandi gruppi bancari e assicurativi).
Ora, alla fatidica domanda (chi ha comprato quell’oro?), ragionando da
azzeccagarbugli, Via Nazionale potrebbe rispondere: l’ho comprato io, quindi è
mio. In effetti, il raro metallo è stato acquistato da enti di diritto pubblico,
cioè soggetti dotati di personalità giuridica, capaci di essere centri di
imputazione di diritti e doveri e quindi, tra l’altro, di acquistare la
proprietà di beni mobili e immobili. Da questo punto di vista, se l’oro è stato
acquistato dalla Banca d’Italia (o dall’Ufficio Italiano Cambi che poi lo ha
trasferito alla prima), non è azzardato sostenere che l’oro sia della Banca
d’Italia.
E allora come si fa? C’è una strada molto lineare, giuridicamente praticabile
anche alla luce del diritto europeo, e peraltro già sperimentata dal nostro
Paese: nazionalizzare la Banca d’Italia. Il percorso fu tentato con la legge n.
262 del 2005, che prevedeva, all’articolo 19, comma 10, nel giro di tre anni, il
ritorno in capo allo Stato o ad altri enti pubblici delle quote di
partecipazione della banca ancora possedute da privati. Nessuno si curò di dare
attuazione a quanto previsto da tale normativa. Anzi, il governo Letta, con
poche righe inserite nel decreto-legge n. 133 del 30 novembre 2013, abrogò la
riforma voluta da Tremonti.
Possiamo dunque affermare che un modo per risolvere una volta per tutte il rebus
sull’oro italiano esiste, ed è tornare alle origini: a quando cioè la Banca
d’Italia era “d’Italia” davvero, non solo di nome ma anche di fatto. Se la
nostra Banca centrale fosse ricondotta integralmente nell’alveo proprietà
pubblica, tutti i suoi beni e le sue proprietà, ivi compresi i lingotti di cui
oggi tanto si parla, resterebbero formalmente nella sua disponibilità ma
transiterebbero, quanto alla titolarità ultima, in capo allo Stato italiano.
Infine, la riforma con cui dirimere una volta per tutte la faccenda dell’oro non
sarebbe solo relativamente semplice (a condizione di salvaguardare
l’indipendenza funzionale della banca centrale, come richiesto dai trattati
europei), ma anche elegante e ineccepibile sotto il profilo del diritto italiano
ed europeo.
A meno che non si voglia obiettare che in questo modo si attribuirebbe l’oro a
un’autorità pubblica, con rischi per l’affidabilità, la credibilità e
l’indipendenza del famoso “sistema”. Obiezione risibile: perché mai gli attuali
soci privati della Banca d’Italia dovrebbero essere in grado di garantire
l’indipendenza e l’oculato impiego delle risorse auree italiane e lo Stato
italiano invece no? In realtà, come spesso accade, la morale della vicenda è
un’altra: si preferisce tenere i poteri pubblici – e cioè, in ultima analisi, i
cittadini da cui quei poteri traggono legittimazione – lontani dalle stanze dei
bottoni. Soprattutto quando quei bottoni sono d’oro.
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L'articolo Per risolvere il rebus sull’oro italiano torniamo alle origini: a
quando Bankitalia era davvero nostra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Alla fine sarà soltanto una legge inutile che ha distratto parte dell’opinione
pubblica da una manovra che ancora si trascina in Parlamento. Parliamo
dell’emendamento alla legge di Bilancio sulla proprietà dell’oro di Bankitalia.
Una norma per dire che le riserve auree iscritte nel bilancio della Banca
d’Italia appartengono al popolo italiano. Ideona dei parlamentari di Fratelli
d’Italia, loro sì pagati a peso d’oro, sulla quale il ministero dell’Economia ha
dovuto rassicurare la presidente della Banca centrale europea, Christine
Lagarde, che davanti alla stampa non ha potuto non prendere la cosa sul serio e
dirsi preoccupata per le finalità poco chiare dell’emendamento e i rischi per
l’indipendenza della banca centrale sancita dai trattati dell’Ue. Le sarebbe
bastata una risata e invece, per settimane, è toccato inscenare un confronto
istituzionale. Il ministro Giancarlo Giorgetti ha dovuto addirittura inviarle
chiarimenti ufficiali per rassicurarla: che si tratta di una norma “simbolica”,
che nessuno si sogna di trasferire la gestione delle riserve auree o permetterne
la vendita per finanziare lo Stato.
Nonostante la manovra abbia dato ben altri pensieri alla maggioranza, il partito
della premier ha pensato bene di perdere altro tempo. Invece di ritirare
l’inutile emendamento ne ha modificato il testo per ribadire il rispetto delle
norme europee, con l’unico risultato di rendere chiaro a chiunque che non c’è
alcuna precettività: non introduce obblighi, divieti o poteri. Insomma, aria
fritta. Incredibile ma vero, il capogruppo di FdI al Senato, Lucio Malan, è
riuscito a dirsi soddisfatto per l’esito della “storica battaglia”: “Abbiamo
posto il tema in Parlamento fin dal 2014 con un’iniziativa di Giorgia Meloni. Se
ora questa battaglia, come sembra, si trasformerà in una legge dello Stato, non
potremo che essere molto soddisfatti”. L’idea dei fratelli d’Italia, infatti,
non è recente. Meloni ci aveva provato anche durante il primo governo Conte, con
una mozione che pretendeva anche il rimpatrio delle scorte depositate all’estero
per comodità contabile. Mozione respinta dalla maggioranza di Lega e Movimento 5
stelle perché ne avevano presentata una loro che chiedeva di “definire l’assetto
della proprietà delle riserve auree detenute dalla Banca d’Italia nel rispetto
della normativa europea” e di “acquisire le notizie” su quelle detenute
all’estero, oltre che sulle “modalità per l’eventuale loro rimpatrio”. Oggi il
M5s parla di “inutile dibattito sull’“oro degli italiani””. Meglio tardi che
mai.
Inutile perché il Trattato sul funzionamento dell’Ue vieta il finanziamento
diretto allo Stato da parte di Bce e banche centrali nazionali, e sancisce
l’indipendenza di queste dagli Stati membri dell’Unione. Indipendenza che
riguarda anche la gestione delle riserve auree, anche se sono iscritte
contabilmente come bene dello Stato. Per essere ancora più chiari, non è
consentito “prelevare” oro per coprire spese, debito o politiche pubbliche.
Cos’è che Meloni e Salvini non capiscono? Il problema è che i testi normativi
europei, il Trattato sul funzionamento dell’Ue ma anche lo statuto del Sistema
Europeo di Banche Centrali, parlano solo della gestione operativa di queste
riserve. Al contrario, le norme Ue non parlano esplicitamente di “proprietari”.
Così la questione della proprietà formale rimane dibattuta e, in tempi di
sovranismo, inutilmente riscoperta. Tanto rumore per nulla e il nulla, alla
fine, è scritto così: “Fermo restando quanto previsto dagli articoli 123, 127 e
130 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, il secondo comma
dell’articolo 4 del testo unico delle norme di legge in materia valutaria, di
cui al decreto del Presidente della Repubblica 31 marzo 1988, n. 148, si
interpreta nel senso che le riserve auree gestite e detenute dalla Banca
d’Italia, come iscritte nel proprio bilancio, appartengono al Popolo Italiano”.
Maiuscole comprese, è questa la riformulazione dell’emendamento presentata da
Giorgetti in commissione Bilancio al Senato. ”Siamo a posto: riteniamo che la
questione si possa ritenere chiusa”, ha detto il ministro. Era ora.
L'articolo Oro di Bankitalia, Giorgetti chiude la sceneggiata di FdI. Ecco come
ha riscritto la norma, che resta inutile proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un detto dice che “un gioiello è per sempre”, così come un figlio. L’artista
statunitense Cardi B ha deciso di unire i due concetti di eterno e festeggiare
la nascita del quarto figlio con un regalo insolito: un cordone ombelicale
d’oro. L’ultimo arrivato, figlio della cantante e del giocatore dei New England
Patriots Stefon Diggs, è stato celebrato con alcune foto postate da Cardi B sui
social. Per la rapper si tratta del quarto figlio, il primo con il campione
della NFL.
CARDI B, AMORE TRAVAGLIATO
Cardi B è una delle cantanti più influenti del panorama musicale odierno. La
newyorkese, acclamata da milioni di fan in patria e nel mondo, è anche una
mamma. Belcalis Marlenis Almanzar, il nome della star all’anagrafe, ha già dato
alla luce tre bambini: Kulture Kiari, Wave Set e Blossom. I tre bimbi sono figli
della cantante e del rapper Offset. La relazione tra i due è stata lunga e
travagliata. I due artisti si sono sposati nel 2017 e a dicembre del 2018 la
cantante ha annunciato la fine della relazione con il marito. Durante un
concerto Offset ha tentato di riconquistarla, con la cantante che lo ha
allontanato e si è detta “imbarazzata” dall’episodio. A ottobre 2020, quando i
due rapper erano a un passo dal firmare le carte del divorzio, è arrivata la
notizia del ricongiungimento. A giugno 2021 Cardi B e Offset hanno annunciato
l’arrivo del secondo figlio, Wave. L’11 dicembre 2023 la cantante ha nuovamente
confermato le voci sulla separazione, mentre l’1 agosto Cardi B ha prima
annunciato la terza gravidanza (sempre con il rapper) e, poche ore dopo, il
divorzio ufficiale da Offset.
LA SERENITÀ RITROVATA
Dopo il patimento vissuto nella precedente relazione, Cardi B sembra aver
trovato la serenità. A inizio giugno 2025 la cantante ha annunciato la relazione
con la star della NFL Stefon Diggs. La cantante parlava così della gravidanza e
della serenità che sta vivendo: “Sento di essere in un buon momento, mi sento
molto forte”. La star del rap ha aggiunto: “Io e il mio compagno ci sosteniamo
moltissimo a vicenda e questo mi fa sentire come se potessi conquistare il
mondo”. Per il cordone ombelicale d’oro, Cardi B si è affidata a Mommy Made
Encapsulation, specializzata in servizi post partum e diventata popolare per le
richieste stravaganti delle star. Il cordone sarà avvolto attorno a un supporto
metallico, modellato fino formare un cuore e, infine, ricoperto d’oro. Mommy
Made Encapsulation ha fatto parlare di sé per un servizio particolare: la
trasformazione della placenta in capsule che le neomamme assumono per godere
delle proprietà nutritive. Una proposta che ha suscitato scandalo e l’interesse
di Cardi B, che si è affidata all’azienda per regalarsi il gioiello più bello
del suo portagioie.
L'articolo Cardi B fa rivestire d’oro il suo cordone ombelicale: il gioiello per
la nascita del quarto figlio fa discutere proviene da Il Fatto Quotidiano.
Movimento 5 Stelle e Avs attaccano la maggioranza sull’ipotesi di una “tassa
sull’oro” da inserire in manovra come fonte di coperture aggiuntive. È un
“condono per chi ha evaso o, in alcuni casi, riciclato capitali attraverso il
metallo prezioso”, denuncia Mario Turco, vicepresidente del M5S, un “atto
spudorato e inaccettabile”. “Sarebbe l’ennesimo regalo per gli evasori. Si
favorisce, ancora una volta, la regolarizzazione di capitali e patrimoni che
vengono dall’evasione fiscale”, aggiunge Elisabetta Piccolotti di Avs.
Nel mirino c’è la proposta di un’aliquota agevolata per incentivare la
rivalutazione dell’oro da investimento, come monete e lingotti, nel caso in cui
il proprietario non abbia la documentazione del prezzo di acquisto.
In assenza di documenti, la normativa attuale prevede che al momento della
cessione venga applicata l’aliquota del 26% sull’intero valore dell’oro ceduto,
e non solo sulla plusvalenza. La proposta introdurrebbe invece un’imposta
sostitutiva ridotta al 12,5%, con versamento entro il 30 settembre 2026 e
possibilità di rateizzazione fino a tre anni. Secondo i senatori di maggioranza
la misura favorirebbe l’emersione di ricchezza in piena trasparenza. Per
giustificare la scelta ricordano che misure simili sono già state introdotte per
cripto-attività, partecipazioni e terreni.
Turco ci legge anche “una pressione subdola sui cittadini a vendere beni spesso
legati a storie familiari – gioielli, collane, bracciali – trasformando un
patrimonio affettivo in uno strumento di gettito fiscale”, anche se stando al
testo l’imposta sostitutiva riguarda esclusivamente l’oro da investimento,
categoria di cui la gioielleria non fa parte. Il senatore M5s chiosa: “È
l’ennesimo provvedimento turpe di questo Governo: ai furbi e agli evasori si
tende la mano, mentre ai cittadini comuni si chiede di monetizzare rapidamente
ciò che possiedono, ai limiti del saccheggio. Una politica economico-fiscale
aberrante, che colpisce i più deboli e premia chi ha nascosto ricchezze.
Continueremo a denunciare senza sosta questa deriva”.
L'articolo Imposta sostitutiva sull’oro, M5s e Avs: “Condono per chi ha evaso o
riciclato attraverso il metallo prezioso” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un’aliquota agevolata del 12,5%, anziché quella del 26%, per chi entro il 30
giugno 2026 rivaluterà l’oro da investimento che possiede sotto forma di
lingotti, placchette o monete. È la proposta contenuta in un emendamento di
Giulio Centemero (Lega) e Maurizio Casasco (Forza Italia) alla manovra di
Bilancio in vista della sua conversione parlamentare. L’aliquota sarebbe
agevolata in quanto inferiore a quella standard prevista del 26%. Ipotizzando
un’adesione del 10%, la “tassa sull’oro” darebbe un gettito stimato tra 1,67 e
2,08 miliardi. L’obiettivo della misura, si legge nel documento, è “facilitare
l’emersione e la circolazione di oro fisico da investimento, garantendo al tempo
stesso un incremento del gettito”.
La proposta riguarda i contribuenti che, all’1 gennaio 2026, possiedano oro da
investimento “in mancanza di documentazione attestante il relativo costo o il
valore d’acquisto”. Attualmente la mancanza di documentazione di acquisto
comporta, al momento della cessione, l’applicazione dell’aliquota al 26%
sull’intero valore dell’oro ceduto, anziché sulla sola plusvalenza
effettivamente realizzata, anche in assenza di qualunque intento speculativo. La
proposta mira dunque a introdurre una “disciplina straordinaria e temporanea”
per consentire “il riallineamento del costo fiscale dell’oro da investimento
detenuto da privati, nella sola ipotesi di assenza di documentazione storica
attestante il valore originario di acquisto”, si legge nella proposta.
Secondo alcune stime l’oro privato in Italia potrebbe ammontare a circa
4.500/5.000 tonnellate, con un controvalore indicativo di 499/550 miliardi,
considerando il prezzo di mercato dell’oro attualmente di circa 111.000 euro al
Kg. Nella categoria di oro in mano ai privati, che comprende anche l’oro
contenuto nei gioielli, l’oro da investimento è stimabile – si legge nella
proposta – nell’intervallo del 25-30% del totale e pertanto ammonterebbe
indicativamente a 1.200-1.500 tonnellate.
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Il Fatto Quotidiano.