Ho provato la sensazione di trovarmi di fronte ad un pezzo di cattivo
giornalismo leggendo un articolo di Federico Rampini, noto opinionista del
Corriere. Il pezzo, pubblicato venerdì 9 gennaio, riguarda la pronuncia sulla
legittimità dei dazi da parte della Corte Costituzionale americana attesa nei
prossimi giorni. Nell’articolo il giornalista sostiene sostanzialmente due tesi.
La prima è che la Corte non deve bocciare i dazi perché questo avrebbe aumentato
l’incertezza nell’economia mondiale, a causa dei possibili rimborsi. La seconda
è che i dazi sono stati un colpo di genio economico di Trump, imprenditore
peraltro più volte fallito. Entrambe queste tesi sono, con gradi differenti, a
mio avviso seriamente fuorvianti. Vediamo di capire perché, partendo dai fatti.
Primo punto. Trump ha sempre amato i dazi, contrariamente all’ortodossia
repubblicana. Ne ha introdotto molti anche nel primo mandato che però hanno
avuto uno scarso effetto. Forse è per questo motivo che nel secondo ha
abbandonato la legislazione ordinaria e ha usato quella d’emergenza, lo IEEPA
del 1977. All’inizio l’emergenza era individuata nel contrasto alla droga e
all’immigrazione clandestina, poi si è passati alla riduzione del deficit
commerciale. Tuttavia è difficile sostenere che il disavanzo commerciale (mentre
vi è un ampio avanzo nei servizi) sia un’emergenza nazionale, visto che
l’economia Usa è cronicamente in disavanzo da decenni. Applicando la
legislazione d’urgenza del 1977 Trump ha potuto però evitare il Congresso e
agire rapidamente.
Secondo punto. E’ proprio contestando la base legale della maggior parte dei
dazi che alcuni Stati e molte piccole imprese hanno impugnato l’ordinanza
davanti ai tribunali. I dazi di Trump sono stati considerati illegali dai
tribunali commerciali che hanno negato l’esistenza delle ragioni di emergenza e
di sicurezza nazionale, sia nel primo che nel secondo grado. L’Amministrazione
non si è arresa e ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale. I tribunali
ordinari non hanno bocciato i dazi sul piano economico ma per la loro
inesistente base giuridica. Se i dazi sono, some lo sono, delle tasse sulle
importazioni, allora devono essere approvati dal Congresso.
Terzo punto. La questione che ora la Corte Costituzionale deve giudicare è
squisitamente giuridica e riguarda in realtà l’estensione dei poteri del
Presidente Usa. Se la Corte, come è molto probabile, boccerà gli ordini
esecutivi di Trump sui dazi, seguendo i tribunali inferiori e in che misura lo
vedremo, chiarirà che la politica tariffaria deve essere di competenza del
Congresso e non nella disponibilità del Presidente. Nelle democrazie moderne il
potere legislativo sta al di sopra di quello esecutivo, anche negli Usa. Questa
decisione darà, al contrario di quanto pensa il noto opinionista, una maggior
certezza alle scelte economiche, ora in mano alle bizzarre decisioni
presidenziali come abbiamo ampiamente visto con i dazi sulla Cina, variati quasi
di mese in mese. La Corte costituzionale ha il compito di riportare la
situazione alla normalità democratica del rispetto delle regole ordinarie
perché, anche negli Usa, la politica economica è di competenza del Congresso e
non del Presidente.
Anche la tesi secondo cui i dazi reciproci di Trump sono un grande successo
economico è, a dir poco, molto discutibile. Il giornalista basa la sua
affermazione su fatto che il disavanzo commerciale Usa si è drasticamente
ridotto. Questo risultato è abbastanza banale e ovvio, anche se la questione
andrebbe approfondita meglio perché i flussi commerciali hanno avuto degli
andamenti veramente anomali, seguendo i dazi, annunciati, ritirati e poi
realizzati.
Per gli studiosi – che il giornalista sembra rimproverare – era scontato che il
deficit si riducesse. La domanda fondamentale è però un’altra: chi ha pagato il
loro costo? Nella logica trumpiana il costo sarebbe dovuto ricadere sulle
imprese straniere, e invece questo non si è verificato. Il costo dei dazi è
stato pagato dai consumatori americani che hanno visto l’inflazione risalire. I
dazi sono costasti finora più di 2.000 dollari a famiglia. Trump si è reso conto
di questo effetto perverso e pensa per il 2026 a una restituzione delle somme
incassate ai contribuenti. Se poi pensiamo agli altri effetti previsti, finora
si è visto ben poco. La manifattura di qualità non è ritornata negli Usa, e il
settore ha continuato a perdere posti di lavoro. Le entrate da dazi non hanno
contribuito molto a ridurre il debito pubblico americano che rimane il più
elevato di sempre e rischia di destabilizzare la finanza mondiale.
Il giornalista nel suo entusiasmo presidenziale ha perso curiosamente
l’occasione per una un’osservazione interessante, dato il suo interesse per la
geopolitica. Mentre il disavanzo Usa, per ora si riduce, l’avanzo commerciale
cinese è stato nel 2025 il più elevato di sempre. Il protezionismo americano
avrebbe dovuto indebolire il gigante asiatico e invece è accaduto il contrario.
Le merci cinesi semplicemente hanno preso un’altra strada, e cioè quella dei
Brics o degli altri paesi a bassi reddito. Come a dire che l’influenza economica
cinese a livello globale si è rafforzata proprio grazie al protezionismo
americano. Un totale fallimento per Trump.
Come molti hanno notato, il problema con Trump non è la sua personalità,
narcisistica e bizzarra che è ben nota data l’età, ma il fatto che non ci sia
nessuno nella sua cerchia in grado di esercitare la necessaria funzione
moderatrice. Non è il caso, allora, che ai fedelissimi governativi che ogni
giorno incensano le scelte presidenziali si aggiunga anche una certa stampa
partigiana e acritica.
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Rampini proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Federico Rampini
di Antonello Pasini*
Recentemente, Federico Rampini, noto giornalista e opinionista molto ascoltato
in tv, sui giornali e sui social, ha pubblicato sulle pagine web del Corriere
della Sera un suo video dal titolo emblematico: “L’Apocalisse climatica che era
un falso”. Vi si parla di un articolo scientifico sui danni economici dei
cambiamenti climatici che si prospettano per il futuro a livello mondiale,
pubblicato un anno e mezzo fa sulla prestigiosa rivista scientifica
internazionale Nature e recentemente ritirato.
In poche parole, Rampini sostiene che era “pieno zeppo di dati falsi,
manipolati, truccati, in modo da ingigantire, appunto, i danni economici del
cambiamento climatico” e vuole proporre quella che chiama “una riflessione
adeguata sul perché sia stato possibile”, sostenendo che gli scienziati del
clima sono diventati “sacerdoti di una religione” che “sacrificano la verità”
per “rieducare un’umanità peccaminosa”. Infine, si inoltra in disquisizioni
psicologiche sul perché ciò sia stato possibile.
Ebbene, prima di tutto non si tratta di una frode, né di aver presentato dati
falsi, manipolati, truccati. Se si vanno a vedere su Nature le motivazioni per
il ritiro dell’articolo, si capisce subito che, dopo la pubblicazione
dell’articolo stesso, alcuni membri della comunità scientifica hanno fatto
notare agli autori che i dati relativi ad un singolo paese, l’Uzbekistan,
apparivano poco affidabili e non corretti nel periodo 1995-1999. Questo ha
indotto gli autori sia a rimuovere questo paese dall’analisi, sia a correggerne
i dati e vederne le influenze sui risultati. Ebbene, questi risultati cambiano,
ma di molto poco, lasciando valide le conclusioni sull’influsso molto forte dei
cambiamenti climatici sui danni economici e sulla caduta del Pil mondiale. Per
intendersi, si parla di passare da 38 mila miliardi di dollari all’anno di costi
economici a metà secolo a 32 mila miliardi di dollari, sempre una cifra enorme.
Inoltre, c’è ora una minore probabilità che i danni divergano tra i diversi
scenari di emissione entro il 2050: ma si scende appena dal 99% al 90% circa.
La rivista allora ha chiesto agli autori di correggere il proprio articolo, ma
gli autori hanno considerato che il lavoro da fare non fosse tale da consentire
la pubblicazione di un’immediata correzione e hanno preferito ritirare
l’articolo per poi ripresentarlo in seguito corretto.
Sacerdoti di una nuova religione? Non mi pare proprio. Questa è la dinamica
scientifica, che è molto diversa da quella degli opinionisti, questa sì
polarizzata e influenzata dalla peculiare visione del mondo che ognuno di essi
ha. Dove la trovi una dinamica che è talmente potente e rigorosa da
autocorreggersi se non nella ricerca scientifica?
Prima di parlare con certe considerazioni e certi toni, soprattutto se si vuole
fare una “riflessione adeguata”, ognuno dovrebbe guardare la realtà delle cose e
non stiracchiarla per corroborare la propria visione preconcetta e/o portare
avanti la propria narrazione della realtà. In questo senso, nonostante nei
giorni precedenti fosse apparso un articolo proprio sul Corriere dove si
discuteva più correttamente di questo ritiro dell’articolo di Nature, mi pare
proprio che Rampini abbia fornito informazioni fattualmente false, e questo è
grave. Confrontiamoci con i dati di fatto e allora potremo discutere seriamente
del problema del cambiamento climatico.
Di una cosa sono sicuro. Nonostante questo mondo attuale della comunicazione
“mordi e fuggi”, dove, con messaggi ipersemplificati e polarizzati, ognuno ha il
potere di distorcere i risultati scientifici per portare acqua a una certa
visione del mondo, la scienza farà il suo corso ineluttabile. Perché nella sua
dinamica ha gli anticorpi per debellare qualsiasi virus ideologico gli si
dovesse infiltrare.
Mi verrebbe da parafrasare un’espressione di Humphrey Bogart sul potere e
l’ineluttabilità del giornalismo, pronunciata nel film L’ultima minaccia mentre
la rotativa stampava il giornale con un’inchiesta contro un boss criminale che
aveva invece cercato di metterla a tacere: “That’s the press, baby!”. La scienza
andrà avanti comunque, ineluttabilmente, nonostante qualsiasi opinionista: “È la
scienza, bellezza!”.
*Fisico del clima, CNR
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le distorsioni di Rampini proviene da Il Fatto Quotidiano.