Nonostante la guerra commerciale scatenata da Donald Trump con l’introduzione
dei dazi reciproci, nel 2025 il commercio internazionale è cresciuto del 4%, più
del Pil mondiale che nel frattempo comunque è aumentato del 3,3%, mezzo punto
oltre le previsioni, e con una velocità doppia rispetto alle attese. A spingere
l’acceleratore degli scambi mondiali, oltre al fatto che i dazi sono stati in
realtà inferiori a quelli inizialmente annunciati e non hanno scatenato
ritorsioni generalizzate, sono stati soprattutto i beni legati all’intelligenza
artificiale, ai quali è dovuta oltre la metà dell’espansione del commercio
mondiale. Lo ha spiegato sabato scorso il Governatore della Banca d’Italia Fabio
Panetta al 32° Congresso Assiom Forex di Venezia. Dietro le notizie positive,
però, ci sono anche rischi: ad esempio quello di un “Ai divide” nell’accesso
all’intelligenza artificiale tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo.
Senza dimenticare che l’adozione dell’intelligenza artificiale, come teme un
numero crescente di analisti, potrebbe ridurre la domanda di lavoro delle
imprese o, peggio, distruggere interi settori, con ricadute occupazionali e
sociali potenzialmente devastanti.
Come spiegato da Panetta, a pagare l’onere principale dei dazi Usa sinora sono
stati proprio gli Stati Uniti e i loro consumatori, mentre il disavanzo nel
commercio di beni in rapporto al Pil è rimasto invariato: “In base alle stime
disponibili, l’onere dei dazi sarebbe finora ricaduto soprattutto sull’economia
statunitense. Gli esportatori stranieri ne avrebbero sostenuto una quota
limitata, stimata attorno al 10%. In una prima fase l’impatto è stato assorbito
dai margini di profitto delle imprese americane; successivamente è stato
trasferito in parte ai consumatori finali, che oggi ne sopporterebbero circa la
metà. Nel complesso, i dazi avrebbero contribuito per più di mezzo punto
percentuale all’inflazione Usa, che rimane superiore all’obiettivo della Federal
Reserve”.
A spingere queste dinamiche, secondo il governatore della Banca d’Italia, è
stato soprattutto il commercio globale di beni che abilitano l’intelligenza
artificiale, tra cui semiconduttori, hardware specializzato e ben intermedi come
terre rare e altri materiali necessari alla produzione di chip, server e
apparecchiature per le telecomunicazioni. Il valore di questo commercio è
ammontato a 2.300 miliardi di dollari nel 2023 ed è cresciuto del 20% su base
annua nella prima metà del 2025, facendo decollare le esportazioni asiatiche. Le
previsioni indicano che il mercato globale dell’intelligenza artificiale
(inclusi servizi e hardware) potrebbe raggiungere i 4.800 miliardi di dollari
entro il 2033. L’ultimo rapporto annuale dell’Organizzazione mondiale del
commercio (Wto), presentato a settembre, ipotizza che in condizioni favorevoli
l’adozione diffusa dell’Ai potrebbe aumentare entro il 2040 il volume totale del
commercio globale dal 34% al 37% rispetto ai valori attuali. Il World Trade
Report 2025 rivela che, con le giuste politiche abilitanti, l’intelligenza
artificiale potrebbe aumentare il valore dei flussi transfrontalieri di beni e
servizi di quasi il 40% entro il 2040, grazie all’aumento della produttività e
alla riduzione dei costi commerciali.
Ipotesi però che dipendono da numerosi fattori. Uno è la concentrazione delle
infrastrutture per la Ai: nel 2024, il 60% dei datacenter globali si trovava
negli Stati Uniti e in Europa, mentre solo il 25% in Asia. Ma il rapporto della
Wto avverte che senza investimenti mirati e politiche inclusive, l’intelligenza
artificiale potrebbe aggravare le divisioni esistenti. Già oggi i dazi sui beni
correlati all’intelligenza artificiale possono raggiungere fino al 45% in alcune
economie a basso reddito, creando di fatto un “Ai divide”. L’Ai potrebbe
contribuire ad aumentare l’export dei Paesi a basso reddito fino all’11%, a
condizione però che questi possano migliorare la loro infrastruttura digitale.
Se i Paesi con economie a basso e medio reddito potessero ridurre del 50% il
divario infrastrutturale digitale con le economie ad alto reddito e dunque
riuscissero ad adottare l’Ai più ampiamente, le loro economie vedrebbero
aumentare i redditi rispettivamente del 15% e del 14%.
Ma il divario della Ai non riguarda solo la geografia. Il direttore generale
della Wto, Ngozi Okonjo-Iweala, ha affermato che la politica deve gestire con
attenzione la transizione verso l’intelligenza artificiale: “L’Ai potrebbe
stravolgere il mercato del lavoro, trasformando alcuni lavori e soppiantandone
altri. Gestire questi cambiamenti richiede investimenti in politiche interne per
migliorare l’istruzione, le competenze, la riqualificazione e le reti di
sicurezza sociale”, ha affermato a settembre durante la presentazione del
rapporto.
Nel suo rapporto, la Wto spiega anche che proprio sul settore della Ai la guerra
commerciale è già in corso. L’Organizzazione mondiale del commercio osserva che
il numero di restrizioni quantitative applicate ai beni legati all’intelligenza
artificiale è passato da 130 nel 2012 a quasi 500 nel 2024, trainato dalle
economie ad alto e medio reddito. L’accesso ai beni che supportano l’Ai rimane
disomogeneo, con alti dazi doganali.
C’è poi la guerra tra Stati Uniti e Cina sul fronte del controllo della
produzione di chip, in particolare di quelli di gamma più elevata. Che, come ha
raccontato ieri il New York Times, si gioca sul fronte esiziale di Taiwan: “La
più grande minaccia per l’economia mondiale, il più grande punto singolo di
pericolo, è il fatto che il 97% dei chip di fascia alta è prodotto a Taiwan”, ha
dichiarato il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent al Forum economico mondiale
di Davos. Nonostante gli sforzi di Washington, con i sussidi federali di Biden
per decine di miliardi di dollari con il Chips Act e, successivamente, con le
minacce di Trump di dazi sui semiconduttori per spingere le aziende del settore
a produrre negli Stati Uniti, che hanno spinto grandi produttori a investire in
nuovi impianti negli Usa, sino al 2030 gli States rappresenteranno solo il 10%
circa della produzione globale di semiconduttori. Produzione che a oggi risulta
poi oltre il 25% più costosa rispetto a quella delle industrie taiwanesi nonché
spesso tecnologicamente meno avanzata. Se Pechino dovesse aggredire militarmente
l’isola, o deciderne un blocco navale, per l’economia statunitense e mondiale il
colpo sarebbe molto più pesante di quello del Covid.
L'articolo Il commercio mondiale corre (nonostante i dazi) spinto dalla AI. Ma
sullo sfondo c’è l’incognita Taiwan proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Guerra dei Dazi
Un Paese reduce da una “svolta epocale” da cui “non tornerà indietro”. Entrato
nella preannunciata “età dell’oro“, “più grande, più forte e più ricco che mai”.
Un Paese in cui “lavorano più persone che in qualsiasi altro momento della
storia”, l’inflazione che “era ai livelli più alti della storia” è stata “fatta
calare”, “i prezzi della benzina sono scesi, i tassi sui mutui sono i minimi da
quattro anni” e la crescita è “da record”, così come le performance di Wall
Street. Con un futuro di prosperità, in cui i dazi “sostituiranno
sostanzialmente il moderno sistema di imposta sul reddito” e il resto del mondo
si è impegnato a investire “per oltre 18 trilioni di dollari“. È l’America di
Donald Trump nella mente di Donald Trump. Nel discorso sullo Stato dell’Unione
più lungo della storia – questo record, perlomeno, è confermato – il presidente
ha messo in fila i presunti successi economici della sua amministrazione, che
secondo la Casa Bianca sta “invertendo il disastro economico di Biden”. I numeri
raccontano però una realtà decisamente meno rosea. E gli americani se ne sono
accorti: 6 su 10, stando all’ultimo sondaggio di Npr, Pbs News e Marist, pensano
che rispetto a un anno prima il Paese stia peggio.
CRESCITA DEBOLE NEL 2025
“Quando ho parlato l’ultima volta in quest’aula, 12 mesi fa, avevo appena
ereditato una nazione in crisi, con un’economia stagnante e un’inflazione a
livelli record”, ha sostenuto Trump, per poi rivendicare di aver innescato una
“svolta” verso l’attuale “età dell’oro”. In realtà nel 2024 il pil Usa era
cresciuto del 2,8%, dopo il +2,9% del 2023. Nel 2025, con il tycoon di nuovo in
carica, ha rallentato a +2,2%. Peggio ancora, il ritmo di crescita è rapidamente
sceso in corso d’anno, passando dal +4,4% annualizzato del terzo trimestre
(grazie alla spinta degli investimenti in infrastrutture per l’AI) al +1,4% del
quarto, metà del previsto e lontanissimo dal 5,4% propagandato da Trump al forum
di Davos.
BOOM DI LICENZIAMENTI
Lo scorso anno i datori di lavoro pubblici e privati hanno licenziato oltre 1
milione di persone, di cui 300mila per effetto dei tagli del Dipartimento per
l’efficienza governativa guidato fino a fine maggio da Elon Musk. È il dato
peggiore dal 2020 segnato dalla pandemia. Non solo: la creazione di nuovi posti
è crollata. Secondo i dati aggiornati del Bureau of Labor Statistics, nel 2025
le assunzioni sono state solo 180mila: mai così poche, anche in questo caso, dal
2020. A gennaio il tasso di disoccupazione era al 4,3%, contro il 4% di gennaio
2025.
I DAZI? PAGATI DA IMPRESE E CONSUMATORI USA
Trump ha definito “infelice” la sentenza della Corte Suprema che ha bocciato i
dazi imposti invocando l’International Emergency Economic Powers Act. E ha
ribadito che la sua amministrazione andrà avanti con tariffe basate su altri
riferimenti normativi. “Col passare del tempo”, ha aggiunto, “credo che le
tariffe pagate dai paesi stranieri, come in passato, sostituiranno
sostanzialmente il moderno sistema di imposta sul reddito”. Insomma: zero tasse
per gli statunitensi, pagheranno gli altri. Ma sta andando esattamente
all’opposto: una recentissima analisi della Fed di New York ha mostrato che
l’anno scorso il 90% delle tariffe è ricaduto sui portafogli di aziende e
consumatori Usa. La commissione economica congiunta del Congresso, ora guidata
dai Democratici, stima che dall’insediamento di Trump le famiglie abbiano pagato
oltre 1.700 dollari ciascuna in costi tariffari.
I PREZZI CALANO POCO
“Ho ereditato l’inflazione più alta della storia ma in pochi mesi l’abbiamo
fatta calare. I prezzi della benzina sono scesi”, ha rivendicato il presidente
al Congresso. Nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’inflazione ha
rialzato la testa su entrambe le sponde dell’Atlantico: a giugno di quell’anno
ha superato il 9%. Ma alla fine del mandato di Biden era scesa al 3%. Lo scorso
dicembre il tasso anno su anno si è attestato al 2,7% e l’indice dei prezzi per
la spesa per i consumi personali è salito al 2,9%, ai massimi dal 2024, complici
l’aumento degli affitti e di molti beni alimentari, dalle bistecche a latticini,
frutta e verdura. A gennaio si è registrato un lieve arretramento, al 2,4%.
Rispetto all’anno prima sono esplosi i prezzi dell’energia, effetto nefasto del
boom dei datacenter per l’intelligenza artificiale. Insomma: non si è vista la
temuta esplosione dei prezzi causa dazi, probabilmente perché le aziende davanti
all’estrema incertezza sulle mosse di Trump hanno atteso prima di trasferire gli
aumenti di costo ai consumatori finali, ma il secondo mandato del tycoon non ha
nemmeno coinciso con un calo sensibile. Anzi, la questione dell'”affordability”
– la difficoltà crescente per milioni di americani di far quadrare il bilancio
familiare – è sempre più al centro del dibattito pubblico in vista delle
elezioni di Midterm e il presidente ne è consapevole, come dimostrano i recenti
annunci di misure (spesso poco realistiche) mirate ad aiutare la classe media.
IL TAGLIO DELLE TASSE A VANTAGGIO DEI PIÙ BENESTANTI
“Lo scorso anno ho chiesto al Congresso di far passare i più grandi tagli di
tasse nella storia americana, e la maggioranza Repubblicana ha eseguito
magnificamente”, si è compiaciuto Trump. In effetti lo scorso luglio ha
incassato il via libera al Big Beautiful Bill Act – questo il nome ufficiale
della legge – che traduce in pratica molte sue promesse elettorali, tra cui la
conferma e il potenziamento dei tagli fiscali decisi durante la prima
presidenza, al prezzo di un esorbitante aumento dell’indebitamento federale. Ma,
nonostante nuove misure come la detassazione degli straordinari e delle mance,
stando ad analisi indipendenti il Bill danneggia le famiglie meno abbienti a
vantaggio delle fasce più benestanti. Il Congressional Budget Office, agenzia
federale indipendente, ha calcolato che comporta una perdita netta di 1.559
dollari all’anno per il 10% più povero delle famiglie, mentre il 10% più ricco
otterrà un beneficio medio superiore ai 12mila dollari.
DATI GONFIATI SUGLI IMPEGNI A INVESTIRE
Infine, gli investimenti promessi dai partner globali. “Ho ottenuto impegni per
oltre 18 trilioni di dollari di investimenti da tutto il mondo”, ha garantito
Trump. Quella cifra, ripetuta più volte dal presidente nelle ultime settimane, è
considerata dalla stampa Usa del tutto inattendibile. Al momento il sito della
Casa Bianca, alla pagina “The Trump effect” dedicata agli “investimenti nel
settore manifatturiero, tecnologico e infrastrutturale degli Stati Uniti”, si
ferma a una cifra di 9,7 trilioni. Che comprende però anche progetti pianificati
durante la presidenza Biden. Scott Lincicome del think tank indipendente Cato
Institute ha scritto che 18 trilioni di spesa aggiuntiva rappresenterebbero “un
evento sconvolgente, equivalente a un incremento a due cifre della crescita del
Pil ogni anno”, ma “sfortunatamente per il presidente il numero è falso”.
L'articolo L’economia secondo Trump: “Più ricchi che mai”. Ma la crescita cala,
i licenziamenti volano e i “18 trilioni di investimenti” non esistono proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Sono entrati in vigore alle 6 di questa mattina, la mezzanotte di Washington, i
nuovi dazi globali voluti dal presidente statunitense Donald Trump.
Contemporaneamente l’agenzia per la protezione delle dogane e delle frontiere
(U.S. Customs and Border Protection) ha interrotto la riscossione dei dazi
imposti ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa)
dichiarati illegali dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. A sorpresa, le nuove
tariffe imposte applicando la Sezione 122 del Trade Act del 1974 sono del 10 e
non del 15%: Trump infatti, scrive la Bbc, sabato aveva annunciato che avrebbe
imposto tariffe del 15%, ma non è ancora stato emanato un ordine esecutivo per
aumentare il tasso. Quello ora in vigore introduce la tariffa del 10% per
“affrontare problemi fondamentali nei pagamenti internazionali e proseguire il
lavoro dell’amministrazione per riequilibrare le nostre relazioni commerciali a
vantaggio dei lavoratori, degli agricoltori e dei produttori americani”.
Intanto l’azienda statunitense FedEx ha promosso una causa contro
l’amministrazione Trump al fine di ottenere un ‘rimborso completo’ di tutti i
dazi pagati dall’azienda e successivamente annullati. Lo riporta Abc News,
sottolineando che la causa non specifica con precisione l’importo che l’azienda
chiede di ottenere. “I ricorrenti chiedono ai convenuti il rimborso completo di
tutti i dazi che i ricorrenti hanno pagato agli Stati Uniti”, scrivono gli
avvocati di FedEx nella denuncia, depositata ieri presso la Corte per il
Commercio Internazionale di New York. Nei giorni scorsi era emerso che anche
Costco, tra gli altri, si era rivolta a un tribunale per ottenere un
risarcimento.
L'articolo In vigore i nuovi dazi globali voluti da Trump. Ma sono al 10 e non
al 15% come annunciato sabato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per l’Amministrazione Trump dopo il 2 aprile 2025, il cosiddetto giorno della
liberazione, ora è arrivato il 20 febbraio 2026, il giorno della verità,
economica e giuridica. Il 2 aprile, esibendo in maniera molto plateale un
librone con indicata la percentuale dei dazi, stile Mosè che scende dalla
montagna con le tavole della legge, Trump aveva promesso che l’economia
americana non sarebbe più stata derubata dagli altri Paesi; tradotto nel
linguaggio ordinario, che il disavanzo commerciale Usa si sarebbe ridotto.
La verità economica è stata però ben diversa, anzi opposta. Nel 2025, nonostante
i nuovi dazi universali, il disavanzo commerciale Usa è stato il più elevato di
sempre. Si è ridotto quello con la Cina, ma è aumentato ancora di più quello che
gli altri Paesi asiatici. Il flagello del debito commerciale, se così lo
vogliamo pensare, si è ingigantito. I dazi non servono a questo, come avevano
correttamente previsto gli economisti, perché è la robusta crescita a trainare
le importazioni.
Ma è la seconda verità, quella giuridica, quella che più conta in questa
piuttosto assurda – economicamente parlando – vicenda. Dopo due sconfitte nei
tribunali commerciali, l’Amministrazione Trump ha investito della questione la
Corte suprema che si è pronunciata in maniera piuttosto netta. Con un verdetto 6
a 3, i supremi giudici hanno sentenziato che il presidente americano ha violato
la Costituzione, non avendo il potere di utilizzare per introdurre i dazi
l’Ieepa, International Emergency Economic Powers Act del 1977, che tra l’altro
non li menziona. Dopo la sentenza circa due terzi dei dazi di Trump vengono a
cadere perché illegittimi.
I giudici costituzionali hanno rimarcato che i dazi sono delle tasse e di
conseguenza in base all’art. I, sezione 8, della Costituzione americana, solo il
Congresso può introdurli in maniera legittima. Quindi gli ordini esecutivi di
Trump introdotti ai sensi dell’Ieepa hanno palesemente violato la Costituzione e
decadono. Se vogliamo usare un linguaggio militare, l’urto delle truppe Maga
allo stato di diritto è stato per una volta respinto. In caso contrario è chiaro
che sulla base della decretazione di urgenza il potere del Presidente non
avrebbe avuto più alcun perimetro definito, come vorrebbero alcuni giuristi
conservatori che propugnano la tesi dell’esclusività del potere esecutivo.
Non solo, ma la Corte ha privato Trump dell’arma più micidiale, potremmo pensare
a una specie di arma nucleare, nell’ambito del commercio internazionale. Ora
Trump II dovrà ripiegare verso strumenti legittimi se vuole perseguire la
tortuosa via dei dazi, come ha già fatto Trump I. Bisogna ricordare infatti che
già la prima Amministrazione Trump aveva ampiamente usato lo strumento dei dazi,
ma in maniera tradizionale, e cioè selettiva nei confronti di settori
industriali, alluminio e acciaio, o di singoli Paesi, come la Cina. La novità,
accuratamente preparata da tempo, di Trump II è stata l’uso spregiudicato della
normativa di emergenza, che consente decisioni rapide e anche molto più
incisive, senza alcun controllo da parte del Congresso. Strateria per ora
fallita.
Peraltro il compito della Corte in questo caso non è stato così difficile, come
molti pronosticavano. I giudici si sono limitati a difendere un principio molto
antico, che troviamo per la prima volta già nella Magna Carta del 1215, poi
diventato uno degli slogan della guerra di indipendenza americana secondo il
quale il potere di tassazione è in capo ai parlamenti e non ai sovrani, vecchi o
nuovi, veri o presunti, cioè no taxation without representation.
La Corte ha dato anche un altro dispiacere all’Amministrazione Trump. La
sentenza è rimasta sul piano squisitamente giuridico e non si è avventurata
oltre, non indicando la strada da seguire per riparare ai danni governativi. Con
i dazi il governo americano ha incassato 150 miliardi in più rispetto alla
legislazione ordinaria. Questa somma è stata illegalmente estorta alle imprese e
ai consumatori americani che hanno pagato prezzi più elevati. È probabile che,
nel silenzio della Corte suprema, ora inizieranno molte cause contro il governo
da parte delle imprese per ottenere il maltolto. Inizierà un periodo di
confusione che comunque è sempre da preferire all’illegittimità governativa.
Chi dobbiamo ringraziare per aver ribadito che le regole dello Stato di diritto
vanno rispettate anche nella gloriosa democrazia americana? Curiosamente le
piccole imprese che hanno avuto il coraggio e la forza di opporsi
all’imperialismo economico governativo iniziando l’azione legale di successo. Le
grandi imprese, come Amazon, Walmart o Ford invece hanno pensato bene di non
infastidire il potere rimanendo in silenzio, e non si sono nemmeno costituite in
giudizio. Non solo le grandi imprese tecnologiche e finanziarie, ma anche quelle
produttive ormai sono dei cortigiani alla corte di Re Trump. Il capitalismo una
volta democratico sta cambiando, ma decisamente in peggio.
L'articolo I dazi di Trump decadono: ecco chi dobbiamo ringraziare proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Gli accordi commerciali siglati finora dall’amministrazione Trump restano in
vigore. In aggiunta, la Casa Bianca intende mantenere il quadro delle tariffe
già stabilite limitandosi a cambiare base giuridica: non più l’International
Emergency economic powers act, bocciato dalla Corte Suprema, ma la sezione 122
del Trade Act, che autorizza l’introduzione di dazi fino al 15% per 150 giorni
in caso di ampi squilibri della bilancia dei pagamenti. Nessuna intenzione di
concedere rimborsi alle aziende esportatrici straniere. Sono questi i punti
fermi emersi lunedì dalla riunione dei ministri del Commercio del G7 a
Bruxelles, a cui ha partecipato anche il rappresentante Usa al Commercio
Jamieson Lee Greer.
Per l’Italia c’era il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che – mentre Giorgia
Meloni continua a tacere sulla sentenza – ha assicurato di aver “ottenuto
rassicurazioni sulla volontà di non creare instabilità per le nostre imprese” e
sostenuto che c’è ancora “un obiettivo comune su entrambe le sponde
dell’Atlantico”, cioè “prevedibilità per le nostre imprese, rafforzamento del
partenariato e rinnovato impegno per la crescita”. Nel frattempo però, da Roma,
il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso parlando su Radio 1
Rai ha detto la sua. Dando un giudizio singolare sulla decisione della Corte:
“Ci ha svantaggiati rispetto alla Cina, al Brasile e ad altri partner nostri
competitori nel mercato americano per i quali l’amministrazione Trump aveva
determinato dei dazi maggiori rispetto al 15% concordato con la commissione Ue”,
ha detto. “Il fatto stesso che quei dazi elevati siano stati ridotti dalla Corte
suprema a un dazio pari a quello di fatto stabilito nei confronti dell’Ue, ci ha
danneggiati”. Poco importa se a fissare unilateralmente le nuove tariffe al 15%
è stato Donald Trump, non certo John G. Roberts e gli altri otto giudici della
più alta corte federale.
Intanto, nonostante Greer abbia chiarito che le intese sottoscritte nei mesi
scorsi dal tycoon sono ritenute pienamente valide, il Parlamento europeo ha
deciso di non procedere con la ratifica del travagliato accordo siglato a luglio
in Scozia tra Trump e Ursula von der Leyen. Nuovo stop, dunque, dopo quello di
gennaio arrivato come reazione alle minacce alla Groenlandia. Il socialista
tedesco Bernd Lange, relatore dell’Eurocamera sull’intesa Usa-Ue, ha spiegato
che “le basi legali sono cambiate” e “molti prodotti al 15% non sono coperti
dagli accordi firmati in Scozia”. Troppa confusione sotto il cielo, da cui la
decisione di non votare domani in attesa di un altro incontro dei relatori la
prossima settimana.
Il rinvio potrebbe risultare molto sgradito al presidente Usa, che dal suo
social Truth continua a lanciare strali contro la Corte “influenzata da
interessi stranieri” e gli Stati che a suo dire “ci hanno derubato per decenni”.
Oggi è arrivato l’avvertimento che quanti “vogliono fare giochetti con la
ridicola decisione della Corte Suprema si troveranno ad affrontare dazi molto
più alti e peggiori di quelli concordati di recente. Attenzione”. Poi un nuovo
disconoscimento della sentenza di venerdì: “In qualità di Presidente, non devo
tornare al Congresso per ottenere l’approvazione dei dazi. Tale autorizzazione è
già stata concessa, in molte forme, molto tempo fa! È stata inoltre appena
ribadita dalla ridicola e mal concepita decisione della Corte Suprema!”.
L'articolo Usa avanti sui nuovi dazi: “E niente rimborsi per gli esportatori”.
Il ministro Urso dà la colpa alla Corte suprema: “Ci ha svantaggiati” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Gli Stati che beneficeranno di più della bocciatura dei dazi arrivata dalla
Corte Suprema sono Brasile e Cina. A dirlo è un’analisi condotta dall’organismo
indipendente di monitoraggio del commercio Global Trade Alert, che spiega come
il Brasile veda un calo delle aliquote tariffarie medie di 13,6 punti
percentuali, mentre per la Cina la riduzione è di 7,1 punti percentuali. A
riportarlo è il Financial Times.
Secondo la Confederazione nazionale dell’Industria (Cni) brasiliana spiega che
la cancellazione delle tariffe del 50% imposte dagli Stati Uniti sui prodotti
brasiliani si traduce in un risparmio di 21,6 miliardi di dollari sulle
esportazioni del paese verdeoro. Ricardo Alban, presidente della Cni, invita
comunque alla cautela: l’organizzazione continuerà a monitorare gli sviluppi per
valutare con precisione gli effetti sul commercio tra i due paesi, evidenziando
che la sentenza apre inoltre la possibilità di rimborso per le imprese che hanno
pagato le tariffe prima dell’esenzione concessa nel novembre 2025 o su prodotti
rimasti soggetti ai dazi. Il vicepresidente Geraldo Alckmin, ha dichiarato che
la decisione della Corte Suprema di bocciare i dazi “ha aperto la strada” al
commercio estero. Il ministro delle Finanze, Fernando Haddad, ha espresso
ottimismo.
L’analisti del Global Trade Alert rileva che poco cambia invece per gli alleati
di lunga data degli Stati Uniti come Regno Unito, Unione Europea e Giappone: le
loro esportazioni, infatti, sono dominate da acciaio, alluminio e automobili,
settori ancora coperti da dazi che rimangono in vigore dopo la sentenza di
venerdì. E in aggiunta, per quanto non sia chiaro se si applichino anche agli
Stati che hanno nel frattempo stretto accordi commerciali con Washington, ci
sono i nuovi dazi del 15% che entreranno in vigore domani, ma saranno validi
solo per 150 giorni. Successivamente avranno bisogno di un’ulteriore
autorizzazione da parte del Congresso.
Johannes Fritz, economista e amministratore delegato della Gta che ha condotto
l’analisi, ha dichiarato che “Paesi come Cina, Brasile, Messico e Canada, che
sono stati più duramente criticati dalla Casa Bianca e presi di mira con i dazi
Ieepa in base a ordini esecutivi speciali, hanno visto i loro dazi scendere
maggiormente”. A trarre vantaggio dalla sentenza sono stati anche Vietnam,
Thailandia e Malesia, spesso additati da Trump per gli enormi surplus
commerciali con gli Stati Uniti. Il loro compatto manifatturiero, sorretto da
abbigliamento, mobili, giocattoli e plastica, avrà un andamento particolarmente
positivo. Jamieson Greer, rappresentante per il Commercio degli Usa, ha aggiunto
che il suo ufficio prevede di avviare indagini sulle pratiche commerciali sleali
relative all’eccesso di capacità industriale, che “riguarderanno molti di questi
Paesi in Asia che presentano sovraccapacità”.
L'articolo Dazi, la bocciatura della Corte Suprema aiuta soprattutto Brasile,
Cina e Sud-est asiatico. Per l’Ue cambia poco proviene da Il Fatto Quotidiano.
Donald Trump è furioso: la sentenza della Corte Suprema che ha polverizzato i
suoi dazi globali è la sconfitta più bruciante della sua doppia carriera
presidenziale. La reazione è quella solita del repertorio sovranista: insultare
i giudici. “Folli”, “cagnolini servili”, “antipatriottici”, un florilegio di
improperi che ricorda da vicino la prosa del ministro Nordio ogni volta che una
toga osa applicare la legge anziché le direttive del governo. Ma la realtà è più
solida del chiasso mediatico. A Washington c’è ancora chi esercita la funzione
giudiziaria in autonomia, erigendo un bastione contro l’arroganza autoritaria
della politica. La sentenza dei nove giudici del massimo organo istituzionale
americano è un avvertimento – perentorio – a rispettare lo Stato di diritto, la
Costituzione e a frenare le voglie da dittatore dell’uomo di Mar-a-Lago.
Anche se la Casa Bianca cercherà di aggirare l’ostacolo con qualche escamotage –
come il nuovo balzello lineare del 10% contro tutti – la disfatta politica resta
colossale. Perché il punto non è mai stato il gettito fiscale o il deficit
commerciale – che non è calato di un millimetro – ma il potere arbitrario da
caudillo a cui aspira Trump. Lui ha usato la leva doganale come manganello da
“dittatore dello stato libero di Bananas”, per punire il Brasile “reo” di aver
processato il sovranista Bolsonaro (mentre Lula è rimasto in piedi e ha avuto
ragione, come in Cina Xi Jinping), o per ricattare Francia e Germania, colpevoli
di opporsi all’invasione della Groenlandia. In questo scenario di ricatti
globali da parte di The Donald, brilla per coerenza servile solo Giorgia Meloni,
una strategia lose-lose che la vede rincorrere scioccamente un alleato che la
ignora, isolamento che sta diventando non solo patetico ma nocivo per l’Italia,
in ambito Ue e ovunque.
La decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti segnala poi che l’agenda
nazionalista di Trump sta crollando. I due pilastri del sovranismo populista – i
dazi e le deportazioni di massa – stanno cedendo sotto il peso dei loro stessi
fallimenti. La campagna dell’Ice per “purificare” l’America, con retate che
sfociano talvolta in violenze brutali contro i migranti e l’assassinio
deliberato di civili incensurati, è il riflesso di un’agenda intrisa di
autoritarismo. Tra distopia e reazione, gli americani sembrano aver già scelto.
I sondaggi dicono che una vasta maggioranza boccia sia l’inflazione causata dai
dazi, sia le operazioni in stile militare contro i migranti. Trump è oggi un
presidente molto impopolare proprio sui suoi cavalli di battaglia: economia e
immigrazione, ed è riuscito nella singolare impresa di essere un repubblicano
sgradito alla sua stessa base su entrambi i fronti. Le elezioni di midterm
potrebbero azzopparlo per sempre.
Quando un aspirante autocrate in crisi perde il consenso interno, di solito
cerca una via d’uscita sul fronte della politica internazionale. L’Iran è in
pole position per diventare la prossima “arma di distrazione – e distruzione –
di massa” della Casa Bianca. Affidare i piani di un formidabile attacco in stile
hollywoodiano in Medio Oriente all’ex mezzobusto di Fox News Pete Hegseth, oggi
al vertice del Ministero della Guerra Usa, potrà forse solleticare i fanatici
del movimento Maga, ma non restituirà a Trump il favore perduto sul fronte
interno né migliorerà di una virgola il suo consenso con decine di milioni di
americani (mai presidente era stato così impopolare come il n. 47, dicono i
sondaggi).
Intanto resta un fatto: la democrazia americana dà ancora qualche sussulto di
vitalità, non è ancora morta. La sentenza sui dazi ha smentito il mantra secondo
cui la Corte Suprema sarebbe “nelle mani di Trump”, a cui si deve la nomina
degli ultimi giudici conservatori. Falso: la Corte ha dimostrato di avere la
dignità di saper bloccare gli abusi dell’esecutivo, chiunque sieda alla Casa
Bianca. È ciò che la Costituzione chiede ai giudici di fare. Si spera, a tutte
le latitudini, nei paesi che ancora fanno parte dell’Occidente.
L'articolo La decisione della Corte Suprema Usa sui dazi segnala che l’agenda
nazionalista di Trump sta crollando proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non bastava il 10% di dazi globali. Donald Trump vuole di più per rispondere
alla bocciatura della Corte Suprema Usa e così annuncia un nuovo innalzamento
delle tariffe fino al 15%: “Io, in qualità di presidente, aumenterò, con effetto
immediato, i dazi mondiali del 10% sui Paesi, molti dei quali hanno ‘derubato’
gli Stati Uniti per decenni, senza alcuna ritorsione (finché non sono arrivato
io!), al livello pienamente consentito e legalmente testato del 15%”, ha
dichiarato facendo riferimento alla Section 212 del Trade Act del 1974, quella
che consente l’introduzione di dazi globali fino al 15% ma per un periodo di
soli 150 giorni. “Nel corso dei prossimi pochi mesi, l’amministrazione Trump
determinerà ed emetterà le nuove tariffe legalmente ammissibili che
proseguiranno il nostro straordinario processo di successo per rendere l’America
di nuovo grande”, ha poi aggiunto Trump definendo la sentenza dei giudici
supremi “ridicola, mal scritta e straordinariamente antiamericana”.
La mossa del presidente americano arriva poche ore dopo quella di ripristinare
ufficialmente i dazi al 10%. Non è chiaro quanto questo nuovo rialzo sia stato
condiviso con il suo entourage. “Nuovi dazi, completamente testati e accettati
come legge, sono in arrivo – aveva annunciato su Truth – Ciò che è successo oggi
con i due giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti che ho nominato contro
una forte opposizione, Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett, non sembra mai accadere
con i democratici. Votano contro i repubblicani, e mai contro se stessi, quasi
ogni volta, indipendentemente da quanto siano valide le nostre argomentazioni.
Almeno non ho nominato Roberts che ha guidato gli sforzi per consentire ai Paesi
stranieri che ci hanno truffato per anni di continuare a farlo”.
Alla critica nei confronti dei giudici di nomina repubblicana che hanno
ostacolato la sua guerra mondiale delle tariffe, Trump ha affiancato i
complimenti per quelli che, invece, si sono battuti per mantenerla viva: “Il mio
nuovo eroe è il giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Brett Kavanaugh e,
naturalmente, i giudici Clarence Thomas e Samuel Alito – aveva scritto sempre
sul social – Nessuno ha dubbi sul fatto che vogliano RENDERE L’AMERICA DI NUOVO
GRANDE!”. E ha poi fatto appello al mondo repubblicano: “Siete così sleali verso
se stessi! Unitevi, restate uniti e VINCETE!”.
L'articolo Trump alza di nuovo i dazi globali: “Li porto al 15%”. E torna ad
attaccare la Corte Suprema proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sei favorevoli e tre contrari. Con questi voti la Corte Suprema degli Stati
Uniti ha stabilito che Donald Trump ha violato la legge federale imponendo
unilateralmente dazi globali senza il via libera del Congresso. Una decisione
che ha provato l’irritazione del presidente Usa e che è arrivata grazie al
“tradimento” di tre giudici conservatori che hanno votato con i tre liberal.
L’organo, infatti, è composto da nove giudici, che vengono nominati dal
presidente in carica e poi devono essere confermati a maggioranza dal Senato:
sei degli attuali componenti sono stati nominati da presidenti repubblicani –
tre proprio da Trump – e tre da presidenti democratici. Una Corte che è
considerata la più orientata in senso conservatore della storia moderna degli
Stati Uniti. Ma, come dimostra la sentenza sui dazi, le sue decisioni non sempre
corrispondono all’orientamento politico di chi li ha nominati.
I 3 conservatori che hanno votato contro i dazi sono Amy Coney Barrett, Neil M.
Gorsuch e John Roberts. Quest’ultimo è il presidente della Corte dal 2005, ed è
stato nominato dal presidente George W. Bush. Gli altri due, invece, sono stati
proprio nominati da Trump. Amy Coney Barrett è in carica dal 2020 ed è
sostenitrice del ‘textualism’, interpreta le leggi e la Costituzione in maniera
rigorosa, allineandosi con l’area conservatrice della Corte. Madre di sette
figli, è una cattolica devota. Neil M. Gorsuch, invece, è stato il primo giudice
della Corte Suprema nominato dal tycoon nel 2017: è considerato un rigoroso
interprete del testo e ha portato avanti l’eredità di Antonin Scalia,
consolidando la maggioranza conservatrice.
A favore delle tariffe hanno invece votato gli altri tre conservatori Clarence
Thomas, Samuel Alito, e Brett Kavanaugh. Il primo è in carica dal 1991, secano
della Corte, nominato dal presidente George H. W. Bush. Alito è in carica dal
2006 dopo la nomina di George W. Bush. Infine Kavanaugh è il terzo giudice
nominato da Donald Trump nel 2018. La sua conferma è stata oggetto di accesi
dibattiti a causa di accuse di comportamenti sessuali inappropriati, che ha
sempre negato. Chiudono la composizione della corte i tre liberal Sonia Sotmayor
(in carica dal 2009, nominata da Barack Obama), Elena Kagan (nominata da Obama
nel 2010) e Ketanji Brown Jackson (in carica dal 2022, nominata da Joe Biden).
L'articolo I tre giudici conservatori che hanno votato con i liberal per
bocciare i dazi Usa: ecco chi ha “tradito” Trump proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’esito è quello che Donald Trump temeva da mesi. Non a caso in più occasioni
aveva messo le mani avanti parlando di “questione di vita o di morte” e
preannunciando sfracelli nel caso la Corte Suprema avesse stabilito che la Casa
Bianca non poteva imporre dazi reciproci invocando l’International Emergency
Economic Powers Act del 1977. È proprio quello che è successo venerdì, quando è
arrivata la sentenza stando alla quale il presidente Usa ha travalicato i propri
poteri legiferando su una materia di competenza del Congresso. Ora
l’amministrazione deve affrontarne le conseguenze. Ovvero – per usare le parole
scritte dallo stesso Trump il 12 gennaio – potenzialmente restituire “centinaia
di miliardi di dollari, senza contare i risarcimenti che i Paesi e le aziende
richiederanno per gli investimenti effettuati nella costruzione di impianti,
fabbriche e attrezzature per evitare il pagamento”. Ma proprio per tutelarsi da
quel rischio il Tesoro Usa ha preparato da tempo un piano B.
IL RISCHIO DI RIMBORSI MILIARDARI
A mettere nero su bianco le possibili conseguenze e i modi per affrontarle è lo
stesso giudice della Corte Suprema Brett Kavanaugh, che ha votato per mantenere
i dazi, nella sua opinione di dissenso. Nel breve termine gli effetti potrebbero
essere dirompenti: “Gli Stati Uniti potrebbero essere obbligati a restituire
miliardi di dollari agli importatori che hanno pagato le tariffe in base
all’International Emergency Economic Powers Act, anche se alcuni potrebbero aver
già trasferito i costi ai consumatori o ad altri”. E il processo di rimborso
“potrebbe essere un “disastro“”, come paventato durante le udienze orali dai
rappresentanti del governo. In aggiunta, la decisione “potrebbe generare
incertezze” sugli accordi commerciali stipulati sotto la minaccia della guerra
commerciale.
A partire dal ‘Liberation Day’ – il 2 aprile 2025, giorno dell’annuncio delle
tariffe reciproche poi ampiamente riviste – il Tesoro americano ha incassato
circa 240 miliardi di dollari di entrate tariffarie. La società di ricerca
Capital Economics ha stimato che i rimborsi potrebbero toccare quota 120
miliardi, lo 0,5% del pil Usa. Soldi che finirebbero nelle casse degli
importatori ma non tornerebbero certo nelle tasche dei consumatori che nel
frattempo hanno subito aumenti dei prezzi.
Nel medio periodo comunque, continua il giurista, “la decisione potrebbe non
limitare sostanzialmente la capacità di un Presidente di ordinare tariffe in
futuro. Questo perché numerose altre leggi federali autorizzano il Presidente a
imporre tariffe e potrebbero giustificare la maggior parte (se non tutte) le
tariffe in questione in questo caso”.
IL PIANO DI RISERVA
E qui entra in campo il “piano di riserva” evocato dal presidente Usa, che
all’arrivo della sentenza era impegnato in una colazione di lavoro a porte
chiuse alla Casa Bianca con i governatori. Il segretario al Tesoro Scott Bessent
lo aveva annunciato mesi fa. La prima opzione consiste nel ricorrere alla
Sezione 338 dello Smoot-Hawley Tariff Act del 1930, che consente al presidente
di imporre dazi fino al 50% per un periodo massimo di cinque mesi sulle merci di
Paesi che applicano politiche “discriminatorie” nei confronti delle aziende Usa.
Senza bisogno di un voto del Congresso, ma solo in risposta a episodi concreti e
documentati. L’eventuale proroga richiederebbe però un via libera parlamentare.
Si tratterebbe quindi di uno strumento circoscritto, utile per colpire singoli
partner ma non per mantenere nel tempo il sistema di dazi generalizzati che è il
cuore dell’“America First”.
Kavanaugh suggerisce altre strade: invocare il Trade Expansion Act del 1962
(Sezione 232), il Trade Act del 1974 (Sezioni 122, 201 e 301) e il Tariff Act
del 1930 (Sezione 338). Il primo consente al presidente di imporre tariffe o
altre restrizioni commerciali per proteggere la sicurezza nazionale. E’ quello a
cui Washington ha già fatto ricorso per imporre dazi del 25% sull’acciaio
proveniente dalla Gran Bretagna e fino al 50% sui prodotti dell’Ue. Ricorrendo
al Trade act si potrebbe poi rispondere a “pratiche sleali” da parte di altri
Paesi e a un forte aumento dell’import di qualche bene con misure
protezionistiche.
Si tratta in tutti i casi di strumenti meno flessibili, che difficilmente
consentirebbero a Trump di alzare e abbassare a piacimento le tariffe
utilizzandole come armi non solo nei negoziati commerciali ma anche per
risolvere conflitti geopolitici. Come ha tentato di fare, da ultimo, per
spianarsi la strada verso la conquista della Groenlandia.
L'articolo Illegittimi i dazi di Trump: cosa succede ora? Il rischio di rimborsi
miliardari e il piano B del Tesoro Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.