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Oggi il grande archeologo Antonio Giuliano avrebbe 96 anni: un ricordo nel giorno del suo compleanno
“La sua enorme capacità selettiva. Il senso visionario, e l’uso dei sogni. Cittadini del mondo onirico e dell’impero. Una condizione rara, -rispondeva Antonio Giuliano ad Antonio Gnoli che in una intervista per La Repubblica ad aprile 2016, sorpreso per l’asciuttezza dei giudici gli chiedeva di cosa lo avesse affascinato del mondo antico – E poi c’era il senso dell’inestimabile che abbiamo perso. Tutto oggi si può comprare e vendere. Anche la vita. Capisce? Il mondo antico aveva il senso del definitivo, il nostro mondo ha solo il provvisorio”. Antonio Giuliano, “archeologo e storico dell’arte di grande fama internazionale, allievo di Ranuccio Bianchi Bandinelli, ha insegnato alle Università di Genova e di Roma”, si legge nel portale dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del Ministero della Cultura, “E’ autore di studi fondamentali sull’arte classica, indagandola nella sua evoluzione formale fino alle soglie del XIII secolo, all’epoca fridericiana”. Soprattutto, “Accademico dei Lincei, intellettuale di vasti orizzonti, non ha limitato il suo campo di indagine all’archeologia, ma si è interessato anche di letteratura, partecipando alle vicende storiche e istituzionali delle strutture preposte all’insegnamento e alla tutela dei beni culturali”. Ricordarlo oggi nel giorno nel quale avrebbe compiuto 96 anni è molto più che un affettuoso tributo da parte di un ex studente, fortunato prima nell’incontrarlo alla Biblioteca dell’Istituto archeologico Germanico e poi nel frequentarlo all’Enciclopedia archeologica. Piuttosto un doveroso tributo ad un intellettuale italiano. Del quale Università e Ministero della Cultura sembrerebbero essersi dimenticate. Inspiegabilmente. Ma anche, ingiustificatamente. Al punto che si potrebbe pensare, per assurdo, che dietro il sostanziale silenzio delle Istituzioni che ha servito, contribuendo a rischiararne il ruolo, ci sia la volontà di farne perdere il ricordo. Il desiderio di lavorare sul tempo che trascorre per limitare lo spazio nei ragionamenti. Ma Giuliano c’è ancora. Leggendo i suoi sterminati scritti. Parlando con i tantissimi ex allievi, molti dei quali in posizioni di rilievo, in Università e Soprintendenze. Il Professore esiste, ancora. Nelle Persone con le quali ha lavorato. Ha incontrato, magari occasionalmente. Quell’inconfondibile impronta che ne caratterizzava la figura è diventata un modello. Che molti degli allievi hanno fatto proprio, più o meno consapevolmente. Il rigore dello studioso, mai disgiunto da quello della persona. La capacità di valutare, in nessun caso in contrasto con il garbo. Con l’educazione, insomma. La sua serietà nell’affrontare le diverse questioni, un caposaldo. La certezza, alla quale far riferimento. Che sia anche per questo che gli si dedicano poche attenzioni, ora? Per timore di confrontarsi con un “gigante”? “E’ classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona”, scrive Italo Calvino in Perché leggere i classici, passando in rassegna alcune definizioni in materia. Ecco! A dispetto di alcuni, Antonio Giuliano, è ormai un “classico”. Un grande classico. In mezzo a tanti contemporanei. Insignificanti. Buon compleanno, Professore. L'articolo Oggi il grande archeologo Antonio Giuliano avrebbe 96 anni: un ricordo nel giorno del suo compleanno proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Firenze, restaurata l’Urna del Bottarone a 60 anni dall’alluvione: la nuova vita degli sposi etruschi al Maf
Sessant’anni fa il fango dell’alluvione dell’Arno invase Firenze e il Museo Archeologico Nazionale non fu risparmiato dalla furia dell’acqua con gravi danni alle sale della sezione del Museo Topografico dell’Etruria. L’acqua e la melma superarono i due metri di altezza travolgendo il laboratorio di restauro, l’archivio fotografico e i resti della civiltà etrusca. Adesso, nell’ambito di tourismA 2026, organizzato dalla rivista Archeologia Viva (Giunti Editore), il Museo Archeologico presenta in anteprima assoluta al Palazzo dei Congressi di Firenze la mostra I colori dell’alabastro. Il restauro dell’Urna del Bottarone a sessant’anni dall’alluvione di Firenze, visitabile da venerdì 27 a domenica 1° marzo dalle 9 alle 18 a ingresso gratuito. La mostra celebra il completamento di un importante intervento conservativo che ha restituito luminosità e intensità ai colori originari dell’urna di alabastro, riportando all’antico splendore l’abbraccio senza tempo della coppia di sposi etruschi scolpita oltre 2400 anni fa. Il restauro, effettuato da Daniela Manna su progetto scientifico e sotto la supervisione di Barbara Arbeid, Giulia Basilissi e Mario Iozzo, è stato possibile grazie al sostegno dell’Ufficio Federale Svizzero della Cultura. L’esposizione negli spazi di tourismA è a cura di Daniele Federico Maras insieme ad Arbeid e Basilissi, realizzata con il sostegno dell’Ambasciata di Svizzera in Italia, e allestita dallo studio Deferrari+Modesti con la collaborazione di neo.lab che hanno progettato uno spazio capace di valorizzare l’opera e il racconto del suo recupero. “L’urna del Bottarone è stato un esperimento ben riuscito di restauro con una collaborazione a più livelli, collaborazione di professionisti e di risorse pubbliche e con l’utilizzo di fondi internazionali. Un’eccellenza che restituisce un messaggio positivo per il futuro del patrimonio culturale a noi affidato: dalla catastrofe dell’alluvione a una nuova vita per l’urna etrusca e per il Museo”, afferma Daniele Federico Maras, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Realizzata tra il 425 e il 380 a.C. in alabastro bianco con venature grigie, l’urna è stata scoperta nel 1864 in circostanze sconosciute a Bottarone (o Butarone), località nei dintorni di Città della Pieve, in provincia di Perugia. Negli anni ha transitato nella collezione di Giorgio Taccini – come ricorda il viaggiatore inglese George Dennis – e più tardi acquistata dal collezionista fiorentino Giuseppe Pacini, per poi arrivare nel 1887 nelle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Firenze dove è stata conservata con il numero d’inventario 73577. Il coperchio scolpito rappresenta una coppia di marito e moglie, un fatto unico nel panorama della scultura funeraria chiusina dell’epoca, che di regola vede il defunto accompagnato da un demone femminile con le ali: “Qui la donna è la moglie, è il gesto dello svelamento che ce lo conferma” sostiene Barbara Arbeid, funzionaria archeologa-curatrice della Sezione Etrusca evidenziando l’eccezionalità iconografica dell’opera e la forza espressiva di quell’abbraccio. Dopo l’alluvione, l’Urna del Bottarone era stata oggetto di un primo intervento di restauro tra il 1969 e il 1970, diretto da Francesco Nicosia, in una fase decisiva per la storia della tutela a Firenze. In quegli stessi anni, nei locali del museo prende forma il Centro di Restauro Archeologico della Toscana: una struttura dotata di attrezzature all’avanguardia, nata per rispondere in modo sistematico e scientificamente avanzato ai gravissimi danni subiti dal patrimonio archeologico. Dopo questo primo intervento, limitato a ripulire la statua dal fango, le superfici dell’urna risultavano progressivamente ingrigite e la testa maschile presentava problemi di stabilità strutturale che hanno reso necessario un nuovo restauro. Il momento arriva nel 2022, quando il reperto viene selezionato tra i vincitori del Bando per gli aiuti finanziari destinati al restauro dei beni culturali mobili, nell’ambito dell’accordo internazionale tra il governo italiano e il Consiglio Federale svizzero. Il contributo consente di avviare una nuova campagna di studio, diagnostica e restauro sull’urna, ma anche di realizzare un laboratorio di restauro permanente all’interno del museo, intitolato a Erminia Caudana. Un risultato che conferma l’eccellenza del Museo Archeologico Nazionale di Firenze nel campo della conservazione archeologica e un primato che affonda le proprie radici proprio nella risposta scientifica e organizzativa maturata a seguito dell’alluvione del 1966. Tra i risultati più significativi ottenuti dal restauro ci sono l’individuazione e la mappatura del blu egizio, insieme a ocre e cinabro, che hanno permesso di ricostruire con maggiore precisione l’impatto cromatico originario dell’opera. “Le indagini di imaging hanno dato risultati entusiasmanti: abbiamo individuato il blu egizio e potuto mappare la policromia, immaginando l’urna nel suo aspetto originario”, afferma Giulia Basilissi, funzionaria restauratrice conservatrice del museo. L’allestimento della mostra – curata dallo studio Deferrari+Modesti con la collaborazione di neo.lab – è pensato come un dispositivo narrativo sobrio e immersivo in cui il capolavoro etrusco è testimone materiale di una vicenda lunga sessant’anni: dalla sopravvivenza nel fango ai primi interventi post-alluvione, fino al restauro avviato nel 2022 e accompagna così il visitatore in un percorso essenziale che intreccia memoria collettiva, storia del Museo e pratica del restauro. 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La “Pompei gallese”? In realtà è una villa romana ma è una “scoperta straordinaria”
Gli inglesi – o meglio, i britannici – l’hanno già ribattezzata “la Pompei gallese”. Un entusiasmo comprensibile, ma che fa sorridere chi ricorda che Pompei non è una villa, bensì un’intera città romana che fu sconvolta e seppellita con i suoi abitanti sotto la cenere dal Vesuvio. Eppure, sotto appena un metro di terreno in un parco storico del Galles, gli archeologi hanno effettivamente individuato qualcosa di notevole: quella che potrebbe essere la più grande villa romana mai scoperta nella regione. Il ritrovamento, come ha raccontato la BBC, è avvenuto nel quartiere di Margam, a Port Talbot, grazie al progetto ArchaeoMargam, una collaborazione tra l’Università di Swansea, il Consiglio di Neath Port Talbot e la Chiesa dell’Abbazia di Margam. Niente scavi spettacolari con affreschi riemersi alla luce del sole, almeno per ora: a svelare la presenza del complesso sono stati sofisticati strumenti di rilevamento geofisico, che hanno permesso di “vedere” sotto il terreno senza muovere una zolla. Secondo i ricercatori, le immagini restituiscono un complesso romano di dimensioni e stato di conservazione eccezionali per l’area. “È una scoperta straordinaria”, ha dichiarato Alex Langlands, coordinatore del progetto e docente all’Università di Swansea. “Sapevamo che avremmo trovato tracce del periodo romano-britannico, ma non ci aspettavamo un complesso così ben definito”. La villa, sempre secondo le ricostruzioni, misura circa 572 metri quadrati. Nella parte anteriore si distinguono sei stanze principali, collegate tramite due corridoi a un’area posteriore con altre otto stanze. L’edificio principale è racchiuso in un’area murata di circa 43 per 55 metri, che potrebbe riutilizzare strutture difensive risalenti all’età del ferro. Accanto alla villa emerge inoltre un edificio a navata, probabilmente destinato a funzioni collettive: un magazzino, una sala di rappresentanza o di riunione. La posizione esatta del sito, per ora, resta segreta, per proteggerlo da curiosi e tombaroli. Intervistato dalla Bbc, Langlands ha ipotizzato che la villa appartenesse a un personaggio di rango elevato. “Probabilmente ospitava un dignitario locale – ha spiegato – Come centro di un grande fondo agricolo, doveva essere un luogo molto frequentato”. È ancora presto per stabilire con precisione la datazione, lo stile architettonico o l’identità dei costruttori, ma già dai rilievi geofisici – assicurano gli studiosi – si intuisce l’importanza del sito e il ruolo che Margam potrebbe aver avuto nello sviluppo sociale, culturale ed economico del Galles nel primo millennio. Margam, del resto, non è nuova alle sorprese archeologiche. L’area è ricca di testimonianze preistoriche, dai tumuli funerari dell’età del bronzo ai forti dell’età del ferro, e vanta anche un patrimonio medievale significativo, come le pietre iscritte del VI secolo conservate nel Margam Stones Museum e i resti dell’abbazia del XII secolo. La presenza romana, invece, finora sembrava marginale: solo pochi reperti sparsi, tra cui un miglio romano dedicato all’imperatore Postumo, oggi esposto al National Museum of Wales di Cardiff. Ora, però, lo scenario potrebbe cambiare. Con una battuta che tradisce l’entusiasmo del momento, Langlands ha definito il sito “la Pompei di Port Talbot”, aggiungendo che la villa potrebbe essere soltanto la punta dell’iceberg. “Dove ci sono ville come questa – ha spiegato – è quasi certo che esistano anche altri edifici: strade romane, terme, centri commerciali, piccoli insediamenti agricoli”. Insomma, magari non una Pompei – con buona pace del Vesuvio e dei manuali di storia – ma una scoperta che promette di riscrivere, questa sì, una parte importante del passato romano del Galles. L'articolo La “Pompei gallese”? In realtà è una villa romana ma è una “scoperta straordinaria” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Archeologia depredata dalla mafia, operazioni a Catanzaro e Catania: 56 misure e reperti per 17 milioni sequestrati
Due distinte operazioni delle Direzioni distrettuali antimafia di Catanzaro e Catania hanno svelato un imponente traffico illegale di reperti archeologici nel Mezzogiorno, smantellando due organizzazioni strutturate che saccheggiavano sistematicamente parchi e siti di alto valore storico. A conclusione delle indagini condotte dai carabinieri del Comando Tutela patrimonio culturale, sono stati emessi complessivamente 56 provvedimenti cautelari. In Calabria le misure sono undici – due in carcere e nove ai domiciliari – mentre in Sicilia sono state quarantacinque: nove in carcere, quattordici ai domiciliari, diciassette obblighi di dimora, quattro obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria (due dei quali notificati all’estero) e una sospensione dall’esercizio d’impresa per il titolare di una casa d’aste coinvolta nel traffico. Proprio in Sicilia è stato eseguito il sequestro più ingente: migliaia di reperti per un valore stimato di 17 milioni di euro. CALABRIA: SCAVI CLANDESTINI E L’OMBRA DELLA ’NDRANGHETA ARENA L’inchiesta catanzarese, coordinata dalla Dda e condotta dal Nucleo Tpc di Cosenza, è partita dalla scoperta di numerosi scavi clandestini in aree archeologiche protette. Gli investigatori hanno ricostruito un flusso illecito di reperti provenienti dai parchi nazionali di Scolacium, dell’antica Kaulon e di Capo Colonna. Per sfruttare economicamente il mercato illegale, secondo la procura, la cosca Arena di Isola Capo Rizzuto avrebbe arruolato dall’esterno appassionati ed esperti del settore, capaci di operare in contesti specialistici normalmente inaccessibili all’organizzazione mafiosa. A tutti gli indagati calabresi è stata contestata l’aggravante mafiosa. “Gli indagati sono accusati di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso perché avrebbero trafugato beni per metterli a disposizione della cosca Arena”, ha spiegato il procuratore di Catanzaro, Salvatore Curcio. Il capitano Giacomo Geloso, comandante del Nucleo Tpc di Cosenza, ha sottolineato come “dopo droga e armi, il commercio clandestino di reperti archeologici sia uno dei business più appetibili per la criminalità organizzata”. SICILIA: ASSOCIAZIONI SPECIALIZZATE TRA CATANIA E SIRACUSA L’indagine parallela sviluppata in Sicilia dal Nucleo Tpc di Palermo, coordinata dalla Dda di Catania, ha ricostruito l’attività di più gruppi organizzati operanti nelle province di Catania e Siracusa. Le bande, secondo l’accusa, eseguivano scavi in aree riconosciute di rilevanza archeologica dalla normativa regionale e nazionale, per poi immettere i reperti nel mercato clandestino. Tra il materiale sequestrato vi sono monete in bronzo e oro, alcune considerate rare o uniche, oltre a centinaia di reperti fittili: crateri integri a figure nere e rosse, fibule protostoriche, anelli in bronzo, pesi, rudimentali monete con globetti ponderali, fibbie, punte di freccia e askos buccheroidi. L’ingente valore del materiale ha indotto il procuratore di Catania, Francesco Curcio, a osservare che “con quello che si è sequestrato si potrebbe aprire uno dei più importanti musei archeologici in Italia”. A sintetizzare la portata dell’inchiesta è il procuratore aggiunto Giancarlo Novelli: “L’indagine permette di comprendere la pervasività della criminalità organizzata, che arriva a sottrarre anche le ricchezze sotterrate di questa regione”. L'articolo Archeologia depredata dalla mafia, operazioni a Catanzaro e Catania: 56 misure e reperti per 17 milioni sequestrati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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