Gli inglesi – o meglio, i britannici – l’hanno già ribattezzata “la Pompei
gallese”. Un entusiasmo comprensibile, ma che fa sorridere chi ricorda che
Pompei non è una villa, bensì un’intera città romana che fu sconvolta e
seppellita con i suoi abitanti sotto la cenere dal Vesuvio. Eppure, sotto appena
un metro di terreno in un parco storico del Galles, gli archeologi hanno
effettivamente individuato qualcosa di notevole: quella che potrebbe essere la
più grande villa romana mai scoperta nella regione.
Il ritrovamento, come ha raccontato la BBC, è avvenuto nel quartiere di Margam,
a Port Talbot, grazie al progetto ArchaeoMargam, una collaborazione tra
l’Università di Swansea, il Consiglio di Neath Port Talbot e la Chiesa
dell’Abbazia di Margam. Niente scavi spettacolari con affreschi riemersi alla
luce del sole, almeno per ora: a svelare la presenza del complesso sono stati
sofisticati strumenti di rilevamento geofisico, che hanno permesso di “vedere”
sotto il terreno senza muovere una zolla.
Secondo i ricercatori, le immagini restituiscono un complesso romano di
dimensioni e stato di conservazione eccezionali per l’area. “È una scoperta
straordinaria”, ha dichiarato Alex Langlands, coordinatore del progetto e
docente all’Università di Swansea. “Sapevamo che avremmo trovato tracce del
periodo romano-britannico, ma non ci aspettavamo un complesso così ben
definito”.
La villa, sempre secondo le ricostruzioni, misura circa 572 metri quadrati.
Nella parte anteriore si distinguono sei stanze principali, collegate tramite
due corridoi a un’area posteriore con altre otto stanze. L’edificio principale è
racchiuso in un’area murata di circa 43 per 55 metri, che potrebbe riutilizzare
strutture difensive risalenti all’età del ferro. Accanto alla villa emerge
inoltre un edificio a navata, probabilmente destinato a funzioni collettive: un
magazzino, una sala di rappresentanza o di riunione. La posizione esatta del
sito, per ora, resta segreta, per proteggerlo da curiosi e tombaroli.
Intervistato dalla Bbc, Langlands ha ipotizzato che la villa appartenesse a un
personaggio di rango elevato. “Probabilmente ospitava un dignitario locale – ha
spiegato – Come centro di un grande fondo agricolo, doveva essere un luogo molto
frequentato”. È ancora presto per stabilire con precisione la datazione, lo
stile architettonico o l’identità dei costruttori, ma già dai rilievi geofisici
– assicurano gli studiosi – si intuisce l’importanza del sito e il ruolo che
Margam potrebbe aver avuto nello sviluppo sociale, culturale ed economico del
Galles nel primo millennio.
Margam, del resto, non è nuova alle sorprese archeologiche. L’area è ricca di
testimonianze preistoriche, dai tumuli funerari dell’età del bronzo ai forti
dell’età del ferro, e vanta anche un patrimonio medievale significativo, come le
pietre iscritte del VI secolo conservate nel Margam Stones Museum e i resti
dell’abbazia del XII secolo. La presenza romana, invece, finora sembrava
marginale: solo pochi reperti sparsi, tra cui un miglio romano dedicato
all’imperatore Postumo, oggi esposto al National Museum of Wales di Cardiff.
Ora, però, lo scenario potrebbe cambiare. Con una battuta che tradisce
l’entusiasmo del momento, Langlands ha definito il sito “la Pompei di Port
Talbot”, aggiungendo che la villa potrebbe essere soltanto la punta
dell’iceberg. “Dove ci sono ville come questa – ha spiegato – è quasi certo che
esistano anche altri edifici: strade romane, terme, centri commerciali, piccoli
insediamenti agricoli”. Insomma, magari non una Pompei – con buona pace del
Vesuvio e dei manuali di storia – ma una scoperta che promette di riscrivere,
questa sì, una parte importante del passato romano del Galles.
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straordinaria” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Due distinte operazioni delle Direzioni distrettuali antimafia di Catanzaro e
Catania hanno svelato un imponente traffico illegale di reperti archeologici nel
Mezzogiorno, smantellando due organizzazioni strutturate che saccheggiavano
sistematicamente parchi e siti di alto valore storico. A conclusione delle
indagini condotte dai carabinieri del Comando Tutela patrimonio culturale, sono
stati emessi complessivamente 56 provvedimenti cautelari.
In Calabria le misure sono undici – due in carcere e nove ai domiciliari –
mentre in Sicilia sono state quarantacinque: nove in carcere, quattordici ai
domiciliari, diciassette obblighi di dimora, quattro obblighi di presentazione
alla polizia giudiziaria (due dei quali notificati all’estero) e una sospensione
dall’esercizio d’impresa per il titolare di una casa d’aste coinvolta nel
traffico. Proprio in Sicilia è stato eseguito il sequestro più ingente: migliaia
di reperti per un valore stimato di 17 milioni di euro.
CALABRIA: SCAVI CLANDESTINI E L’OMBRA DELLA ’NDRANGHETA ARENA
L’inchiesta catanzarese, coordinata dalla Dda e condotta dal Nucleo Tpc di
Cosenza, è partita dalla scoperta di numerosi scavi clandestini in aree
archeologiche protette. Gli investigatori hanno ricostruito un flusso illecito
di reperti provenienti dai parchi nazionali di Scolacium, dell’antica Kaulon e
di Capo Colonna. Per sfruttare economicamente il mercato illegale, secondo la
procura, la cosca Arena di Isola Capo Rizzuto avrebbe arruolato dall’esterno
appassionati ed esperti del settore, capaci di operare in contesti specialistici
normalmente inaccessibili all’organizzazione mafiosa.
A tutti gli indagati calabresi è stata contestata l’aggravante mafiosa. “Gli
indagati sono accusati di associazione per delinquere aggravata dal metodo
mafioso perché avrebbero trafugato beni per metterli a disposizione della cosca
Arena”, ha spiegato il procuratore di Catanzaro, Salvatore Curcio. Il capitano
Giacomo Geloso, comandante del Nucleo Tpc di Cosenza, ha sottolineato come “dopo
droga e armi, il commercio clandestino di reperti archeologici sia uno dei
business più appetibili per la criminalità organizzata”.
SICILIA: ASSOCIAZIONI SPECIALIZZATE TRA CATANIA E SIRACUSA
L’indagine parallela sviluppata in Sicilia dal Nucleo Tpc di Palermo, coordinata
dalla Dda di Catania, ha ricostruito l’attività di più gruppi organizzati
operanti nelle province di Catania e Siracusa. Le bande, secondo l’accusa,
eseguivano scavi in aree riconosciute di rilevanza archeologica dalla normativa
regionale e nazionale, per poi immettere i reperti nel mercato clandestino.
Tra il materiale sequestrato vi sono monete in bronzo e oro, alcune considerate
rare o uniche, oltre a centinaia di reperti fittili: crateri integri a figure
nere e rosse, fibule protostoriche, anelli in bronzo, pesi, rudimentali monete
con globetti ponderali, fibbie, punte di freccia e askos buccheroidi. L’ingente
valore del materiale ha indotto il procuratore di Catania, Francesco Curcio, a
osservare che “con quello che si è sequestrato si potrebbe aprire uno dei più
importanti musei archeologici in Italia”. A sintetizzare la portata
dell’inchiesta è il procuratore aggiunto Giancarlo Novelli: “L’indagine permette
di comprendere la pervasività della criminalità organizzata, che arriva a
sottrarre anche le ricchezze sotterrate di questa regione”.
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56 misure e reperti per 17 milioni sequestrati proviene da Il Fatto Quotidiano.