Non si distinguono solamente per essere tra i Comuni con il più alto numero di
scioglimenti per infiltrazioni mafiose: ma oggi registrano anche per il trionfo
alle urne del Sì al referendum sulla giustizia, dato in controtendenza non solo
rispetto a quello nazionale ma anche guardando ai risultati regionali. Parliamo
di Platì e San Luca, Comuni dell’Aspromonte in provincia di Reggio Calabria
tristemente noti per l’alto tasso di presenza della ‘ndrangheta.
Qui il voto a favore della riforma voluta dal governo di Giorgia Meloni
raggiunge livelli record. A San Luca il Sì si attesta al 82,39% contro il 17,61%
dei No: 758 voti contro 162. A Platì il risultato è addirittura superiore: il
Sì, infatti, sfiora il 90% delle preferenze. Nel comune – sciolto per ben tre
volte per infiltrazioni della criminalità organizzata – il risultato è di 1.080
contro 125 voti: il Sì raggiunge così l’89,63% a scapito del 10,37% dei voti
contrari alla riforma.
Risultati che sono molto differenti anche da quelli dell’intera Regione
Calabria. Qui infatti il No ottiene oltre il 57% delle preferenze staccando il
Sì di quasi 100mila voti. Reggio Calabria è l’unica città capoluogo calabrese
dove prevale il Sì, anche se di misura. In riva allo stretto, infatti, il Sì
ottiene il 50,81% dei consensi contro il 49,19% del No. Vittoria netta del No,
invece, negli altri capoluoghi con Cosenza al 66,55%, Crotone 62,01%, Catanzaro
61,46% e Vibo Valentia 56,40% (43,60%).
L'articolo Referendum, il Sì trionfa nei Comuni a più alto tasso di presenza di
‘ndrangheta: a Platì e San Luca sfiora il 90% proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Acqua che non si aspetta, altro che benedetta”, meravigliosa “Dolcenera” come
tante delle canzoni di De André. Raccontava un fatto tragico e un amore quando
fu pensata, senza immaginare che si sarebbe adattata pure alle Domeniche
Bestiali trent’anni dopo (maestro, perdonaci se puoi). E tra sacro e profano,
acqua e qualcosa di simile tratta questo episodio di Dom Best, territorio che al
solito travisa tutto rendendolo il contrario di tutto.
ACQUA CHE NON SI ASPETTA
No, non si aspettava acqua l’allenatore della Reggina, così come il suo
portiere, durante la gara contro la Vigor Lamezia di Serie D, multata di 1700
euro perché “Per avere propri sostenitori nel corso del primo tempo, lanciato
acqua all’indirizzo della panchina avversaria, attingendo l’allenatore in varie
parti del corpo, nonché lanciato una bottiglietta d’acqua semipiena che colpiva
il portiere avversario al braccio sinistro”.
ALTRO CHE BENEDETTA
Sì, perché nelle partite delle Domeniche Bestiali si viaggia sempre sul sottile
confine tra sacro e profano, travalicandolo da un lato, spesso e a volte anche
dall’altro. Come nel caso di Everson, portiere dell’Atletico Mineiro che ha
tirato il calcio di rigore decisivo contro l’America Mineiro nella semifinale di
ritorno del Campeonato Mineiro. Come? Senza acqua benedetta ma con qualcosa di
simile: un rosario tra le mani, che non avrebbe dovuto avere in quanto vietato
dal regolamento. Ha funzionato però: ha segnato. Il pubblico di casa però non è
stato così contento.
ACQUA CHE HA FATTO SERA
Eh già, come il tramonto: fondamentale per chi fa il digiuno del Ramadan per
nutrirsi. E proprio conoscendo la fede di tanti suoi compagni l’estremo
difensore del Nantes, il portoghese Anthony Lopes ha finto un infortunio, a
tramonto avvenuto, durante la partita contro il Le Havre. L’intervento dello
staff medico e dunque l’interruzione della partita ha permesso a cinque suoi
compagni di fede musulmana di interrompere il digiuno avvicinandosi alla
panchina per bere acqua e mangiare qualche dattero.
DOLCE? NERA!
Non era acqua quella piovuta dagli spalti della Pompeiana, squadra di Promozione
Campania, multata di 150 euro perché: “ i tifosi della squadra ospitante per
tutta la durata della gara indirizzavano nei confronti dell’ assistente
arbitrale insulti e lanci di liquidi maleodoranti, probabilmente alcolici,
mentre a fine partita lanciavano verso il medesimo assistente palline fatte di
scotch senza riuscire a colpirlo”.
L'articolo La trovata di Anthony Lopes per permettere ai compagni di dissetarsi
e mangiare datteri | Domeniche Bestiali proviene da Il Fatto Quotidiano.
La salute dei calabresi è importante. Ma fino a quando non vengono toccati gli
interessi di Trump e degli Stati Uniti. È stato un attimo per il governatore
della Calabria Roberto Occhiuto passare dall’ “abbiamo già concordato con le
autorità cubane” ad “abbiamo deciso di verificare una strada alternativa per il
reclutamento degli ulteriori medici”. Nel mezzo gli incontri con gli emissari
del governo statunitense, ma soprattutto la disastrata sanità calabrese che,
senza i camici bianchi provenienti dall’isola comunista, rischia il default.
Gli effetti dell’embargo degli Stati Uniti contro Cuba, infatti, toccano anche
la Calabria che corregge il tiro, rischiando di mettere in discussione una delle
poche iniziative che, sebbene non abbia rappresentato la soluzione per uscire
dal piano di rientro e dal commissariamento, ha sicuramente dato negli ultimi
anni una boccata di ossigeno ai medici calabresi.
Ma andiamo con ordine. Nella Regione dove i concorsi continuano ad andare
deserti (in quello del 2024 su 145 posti sono stati assunti solo 90 medici),
dove i bandi certificano i numeri dell’emergenza (l’ultimo è per 705 medici) e
dove il percorso per superare i problemi contabili nei bilanci di alcune Asp “ha
avuto origine deduttiva”, i medici cubani sono diventati fondamentali:
attualmente sono tra i 300 e i 400 e l’obiettivo era quello di arrivare fino a
1000. Se vanno via Occhiuto può chiudere interi reparti e pronti soccorsi di
mezza Calabria.
Tutto è iniziato lo scorso ottobre quando alla Conferenza delle Regioni arriva
una nota del ministero degli Esteri, trasmessa attraverso la presidenza del
Consiglio. Sullo sfondo ci sono le minacce dell’amministrazione Trump per chi fa
lavorare i medici cubani. In quella lettera, infatti, si faceva riferimento a
“sanzioni specifiche, come il divieto di ingresso negli Stati Uniti, per i
funzionari di paesi terzi coinvolti nella contrattazione di missioni mediche
cubane gestite dal Ministero della Sanità cubana”. In sostanza, a “marzo 2025
il governo statunitense ha confermato l’entrata in vigore delle restrizioni sui
visti americani nei confronti di funzionari di Paesi terzi (e loro diretti
familiari) che abbiano a vario titolo agevolato l’arrivo, nei loro rispettivi
Paesi, di missioni mediche cubane e quindi di personale medico non
contrattualizzato individualmente”, ma “ricorrendo alla intermediazione dello
Stato cubano (tramite la predetta CSMC S.A.)”. Il riferimento è alla
Comercializadora de Servicios Médicos S.A. che è proprio quella con cui ha
stretto l’accordo la Regione Calabria. Accordo che è stato rivendicato da
Occhiuto nelle sue “linee programmatiche per il governo regionale 2025-2030”
firmate lo scorso 19 novembre.
In una prima fase, infatti, il presidente della Regione sembrava voler tenere la
barra dritta mettendo al primo posto la salute dei calabresi, per le cui cure
fuori Regione l’ente, stando ai dati ufficiali del Fondo sanitario nazionale e
di quello regionale, nel 2024 ha pagato 304 milioni di euro.
Le parole di Occhiuto, tre mesi fa, non lasciavano dubbi sulle sue intenzioni di
proseguire l’esperienza con i medici cubani. D’altronde, il loro contributo,
nelle linee programmatiche della Regione, è stato da lui definito
“preziosissimo” perché i medici cubani “rappresentano un supporto fondamentale
per far fronte alle carenze e per assicurare assistenza là dove era più
urgente”. Sembrava scontata, quindi, la decisione di andare avanti. Tutto era
stato messo nero su bianco agli atti della Regione Calabria: “Abbiamo già
concordato con le autorità cubane uno sviluppo dell’accordo sottoscritto negli
scorsi anni, che prevede la selezione di ulteriori camici bianchi fino ad
arrivare alla cifra complessiva di 1.000 medici cubani in Calabria. Come abbiamo
già fatto in questi anni, verrà prorogato il termine per poter ospitare questi
professionisti fino a quando il nostro maxipiano di reclutamento dei medici
(quello delle 705 assunzioni, ndr) non ci darà piena autonomia”.
Fin qui un Occhiuto galvanizzato dalla vittoria alle elezioni regionali e dalla
riconferma alla guida della Calabria. Passano tre mesi e la barra inizia a
piegarsi così tanto che “lo sviluppo dell’accordo già concordato con le autorità
cubane” viene sacrificato sull’altare degli Stati Uniti che hanno intenzione di
strangolare Cuba con l’embargo, anche a costo di spiegare a un presidente di una
Regione italiana cosa deve fare.
È lo stesso Occhiuto, infatti, che dà la notizia dell’incontro avuto nel suo
ufficio a Catanzaro con l’ambasciatore Mike Hammer, incaricato d’affari
statunitense a Cuba, e con il console generale degli Stati Uniti d’America a
Napoli Terrence Flynn. Sarebbe stato troppo mettere alla porta i cubani dopo
aver ricevuto il loro aiuto. Meglio parlare prima di “strade alternative”,
sottolineando quanto sono stati utili, e poi dargli il benservito “per procura”.
Con i due emissari Usa, infatti, Occhiuto dice di avere “avuto un lungo e
cordiale colloquio, parlando delle urgenti necessità della sanità calabrese e
delle complessità riguardo la missione dei medici cubani. Ho detto ad Hammer che
i medici cubani, che stanno consentendo di mantenere aperti gli ospedali e i
pronto soccorso della Calabria, sono ancora una necessità per la nostra Regione,
perché la mia priorità assoluta è quella di assicurare il diritto alla cura dei
cittadini calabresi che già hanno un sistema sanitario in condizione di grande
difficoltà”. “Ai miei interlocutori – si legge sempre nella nota stampa – ho
anche spiegato che avevo in animo, in questo 2026, di incrementare la missione
dei medici cubani fino a 1000 camici bianchi caraibici”.
Occhiuto “aveva in animo” ma non ce l’ha più. E qui inizia la “messa in riga”
della Regione Calabria. “Nelle ultime settimane, però”, dice ancora, “anche in
ragione di una proficua collaborazione instaurata con il Dipartimento di Stato
Usa e con il consolato americano, abbiamo deciso di verificare una strada
alternativa per il reclutamento degli ulteriori medici, e lo abbiamo fatto
attraverso la pubblicazione (avvenuta a metà gennaio) di una manifestazione di
interesse che si rivolge a tutti i camici bianchi Ue ed extra Ue che vogliano
venire a lavorare in Calabria”. “Ho detto ad Hammer – conclude Occhiuto – che i
medici stranieri sono assolutamente necessari, ma che la nostra Regione è
disponibile ad accogliere tutti i medici (comunitari, extracomunitari, cubani
non vincolati alla missione già esistente) che in autonomia vogliano venire a
lavorare in Calabria, ed è disponibile a dare loro tutto il supporto logistico
ed economico che abbiamo già garantito ai medici cubani che da qualche anno
vivono da noi”.
La giravolta è servita ed era stata anticipata da alcune dichiarazioni rese
all’Ansa da Occhiuto in merito alle presunte pressioni esercitate dal presidente
degli Stati Uniti Donald Trump, su diversi Paesi, tra i quali l’Italia, affinché
venga interrotto l’impiego di medici cubani. “Una cosa è certa, – aveva detto il
governatore – i medici cubani attualmente in servizio in Calabria resteranno
anche nei prossimi anni. Sono stati, sono e continueranno a essere determinanti
per garantire il funzionamento dei pronto soccorso e per mantenere aperti tutti
gli ospedali della nostra regione. Avevamo un accordo per arrivare a mille
medici caraibici in totale. Se il governo degli Stati Uniti intenderà aiutarci
mettendo a disposizione nuovi medici stranieri per la Calabria, fino appunto ai
1.000 che ci servono, non abbiamo ovviamente alcuna preclusione: anzi, siamo
pronti ad accogliere a braccia aperte chiunque voglia contribuire al
rafforzamento del nostro sistema sanitario regionale”.
Tradotto: se gli Stati Uniti ci mandano altri medici per noi vanno pure bene. Il
tema però va oltre quello della sanità calabrese. Lo centra Angelo Bonelli di
Avs che chiede alla “presidente Meloni se intende protestare con Trump per far
rispettare la sovranità italiana? Il governo italiano chiarisca con fermezza che
le politiche sanitarie del nostro Paese non si decidono a Washington”.
L'articolo Medici cubani in Calabria, gli Usa minacciano sanzioni per chi li fa
arrivare. Occhiuto cede e rinuncia a chiederne altri proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Angelo Bianco
Quando ero piccolo io, la mia spiaggia era senza cemento a contornarla, il mare
era il suo migliore amico, non ne aveva paura.
C’era da quando c’erano miei nonni e ancora prima, e io la ricordo così dai loro
racconti.
Era distesa dalla strada fino al cielo, la sabbia era fine, dorata e, un po’ più
in là della riva, c’era un pontile. Era lungo, di legno nero e verde, consumato
dalle onde, che univa la riva al mare aperto, trasparente, azzurro, di schiuma
allegra.
L’estate da noi iniziava quando noi iniziavamo la gara: a Paola, giù al sud in
Calabria, non c’era mai l’inverno.
La regola era una sola, vinceva chi correva più veloce sulla pista dorata e
calda, si toglieva via i jeans, io avevo i levi’s 501, le scarpe consumate di
tennis, e arrivava a nuoto per primo sul pontile e poi, senza fermarsi, si
tuffava “a bomba”.
Capitava che alla premiazione ci fosse anche la musica, era il suono del treno
del “sole”, che correva lungo la ferrovia, che era sopra la piccola collina, noi
gli facevamo “ciao” con le mani. Il fischio arrivava fino a Torino, a bussare ai
cancelli della Mirafiori, la Fiat. Io vincevo, quasi sempre, ma anche Francesco
era veloce. Lui era alto e magrolino, era il secchione della scuola con i suoi
occhiali piccoli di metallo. Voleva fare il medico, un giorno mi curò una
ferita, mi ero graffiato la mano sul pontile. E poi c’era Antonio, lui era bravo
in matematica e Giuseppe, lui non aveva proprio voglia di studiare, andava già
in officina dal suo papà, “u’ mastruCiccio.”
Ogni anno correvamo un po’ sempre di meno, la spiaggia era sempre un po’ più
corta e il pontile era, sempre, un po’ più lontano ma io vincevo sempre,
Francesco restava a studiare, con gli altri non c’era davvero gara.
Era bello il mio mare ma era diventato sempre più grande, a volte ruggiva come
un leone in gabbia, la sabbia era la sua preda anche perché non ce n’era rimasta
molta, il cemento l’aveva inghiottita. Adesso c’erano le case costruite contro
natura, sul condono della follia, gli stabilimenti, gli ombrelloni allineati,
stretti da far sudare le ascelle, ogni anno una fila e un mattone di più, sempre
uno di più.
Io sono rimasto al mio paese, non volevo andare via, io amo il mio paese anche
se non c’è rimasto nessuno, gli amici sono andati via, anche se l’officina di
mastrucicciu è chiusa.
Ho fatto mille lavori, tutti quelli che mi offrivano, a me bastava così e,
appena finivo, io correvo sempre al mio mare.
Francesco adesso è un anestesista, lavora al nord, è sempre magro. Antonio,
invece, lui è un precario della scuola, insegna matematica, non ha una dimora
fissa. Giuseppe ha preso quel treno, le macchine adesso le costruisce in una
catena di montaggio, ha tre figli e ha messo su un po’ di pancia.
Quest’estate ci siamo ritrovati tutti insieme, ancora una volta, stesso mare,
stesso posto ma era tutto cambiato. La sabbia era solo una lingua sottile e io
non ce l’ho fatta a raggiungere il pontile, era troppo lontano, abbiamo acceso
un piccolo falò e riscaldati i ricordi.
L’inverno a Paola, quest’anno, è iniziato subito, sono giorni che piove, non
smette più, tutti hanno paura di uscire. Le onde del mare sono alte da oscurare
il cielo, il vento piega gli alberi della passeggiata. Esco, la spiaggia non c’è
più, sento il ruggito ma io non ho paura, è il mio mare. Sono solo, i miei jeans
si bagnano sempre un po’ di più, ho gli stivaloni, le macchine galleggiano come
avevo visto alla tv, il colore dell’acqua non è più azzurro.
All’improvviso non vedo più niente, sto correndo veloce nell’acqua, sempre più
veloce, come quando ero bambino, Francesco non sarebbe capace di raggiungermi ma
vorrei che fosse qui, a tenermi ancora la mano.
C’è qualcosa che urto contro l’anima, è fatto di legno, sì, ci sono arrivato, è
il pontile ma questa volta non ce l’ho fatta a salire, le onda mi hanno portato
via, non sono più allegre. Questa volta ho perso, questa volta ha vinto il mare
e la natura, questa volta abbiamo perso tutti.
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L'articolo Quand’ero piccolo la mia spiaggia era senza cemento e io vincevo
sempre la gara di corsa e tuffi: ora perdiamo tutti proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Annullamento con rinvio per l’ex consigliere regionale della Calabria Domenico
Creazzo e per suo fratello Antonino che, lo scorso luglio, erano stati
condannati dalla Corte d’appello di Reggio Calabria a 10 anni di carcere per
voto di scambio dopo l’assoluzione del primo grado. Ci sarà, quindi, un processo
bis per entrambi. Lo ha deciso la Corte di Cassazione a distanza di sei anni dal
loro arresto nell’ambito dell’inchiesta “Eyphemos” contro la cosca Alvaro di
Sinopoli. Domenico Creazzo era finito in manette, infatti, nel febbraio 2020
pochi giorni dopo la sua elezione con la lista di Fratelli d’Italia e mentre era
sindaco di Sant’Eufemia d’Aspromonte.
Secondo gli investigatori, l’esponente di FdI avrebbe coltivato e realizzato il
progetto di candidarsi e vincere le elezioni regionali rivolgendosi alla
’ndrangheta e in particolare a Domenico Alvaro che, in appello, è stato
condannato a 20 anni e 6 mesi di carcere. Nei confronti di quest’ultimo, la
Corte di Cassazione ha annullato con rinvio solo per lo scambio elettorale
politico-mafioso, ma ha dichiarato inammissibile il ricorso per l’accusa di
associazione mafiosa, confermando così per Alvaro l’irrevocabilità della
condanna per i reati più gravi. Tornando all’inchiesta, per i pm, Creazzo aveva
accettato la promessa di voti ricevuta da Laurendi. Il tramite con quel mondo
sarebbe stato suo fratello Antonino, in grado, secondo la Dda, “di procacciare,
in cambio di favori e utilità, grazie alle sue aderenze con figure apicali della
cosca Alvaro”.
Assolti in primo grado, i due fratelli Creazzo sono stati condannati in appello
a 10 anni di carcere su richiesta della Dda di Reggio Calabria. Il perché la
Cassazione abbia annullato con rinvio quella sentenza lo si capirà entro 90
giorni quando saranno depositate le motivazioni. Oltre che per i due Creazzo, un
nuovo processo d’appello ci sarà per gli imputati Giuseppe Crea e Bruno
Modaffari. Solo per un ricalcolo della pena, inoltre, saranno riprocessati pure
Carmine Quartuccio e Rocco Laurendi. Assoluzione definitiva, invece, il
commercialista Gregorio Cuppari, Agostino Orfeo, Diego Orfeo e Diego Laurendi.
Per questi ultimi la Cassazione ha annullato senza rinvio. La sentenza della
Suprema Corte, in ogni caso, ha messo la parola fine per una decina di imputati
condannati a pene da 2 a 14 anni di carcere. I loro ricorsi, infatti, sono stati
dichiarati inammissibili.
L'articolo Calabria – Nuovo processo per ex consigliere Fdi Giuseppe Creazzo: la
Cassazione annulla con rinvio la condanna a 10 anni proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nell’inchiesta sulla ‘ndrangheta di Siderno che ha portato al fermo di sette
persone non c’è solo l’intercettazione in cui Frank Albanese, il reggente della
cosca Commisso ad Albany, nello Stato di New York, ha inveito contro il
procuratore di Napoli Nicola Gratteri definendolo “il peggiore che abbiamo”,
paragonandolo ai magistrati uccisi nelle stragi di Capaci e via D’Amelio (“Dopo
Falcone e Borsellino ne è uscito fuori un altro”) e quasi rammaricandosi che “è
ancora vivo”. Se Albanese ha un ruolo chiave nelle fila dei “sidernesi”, non è
lui il principale indagato venuto fuori nell’inchiesta coordinata dal
procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli e dal coordinatore dell’area
jonica della Dda Giuseppe Lombardo.
AL POSTO DEL NONNO
Al centro delle indagini condotte dai carabinieri del Ros, infatti, c’è Antonio
Commisso che, nonostante fosse il figlio di un latitante in Canada e il nipote
omonimo del mammasantissima di Siderno, fino a ieri era considerato “estraneo ad
indagini di contesto” mafioso della sua famiglia. Questo perché agli atti, nei
suoi confronti, risultava solo una vecchia denuncia per rissa, oltraggio e
resistenza, rimediata tra l’altro quando aveva appena 15 anni. Adesso di anni ne
ha 46 anni e Antonio Commisso ha preso il posto del nonno deceduto lo scorso
settembre. Se l’anziano patriarca, classe 1925, è stato uno dei principali
esponenti del cosiddetto “Siderno Group” con cui ha scritto la storia del
potente casato mafioso, oggi è il nipote a guidare uno dei più blasonati clan
della Calabria. Il profilo è quello di un boss in grado di decidere e
pianificare le azioni delittuose, ma anche di gestire gli interessi
imprenditoriali del clan con ramificazioni negli Usa e in Canada dove è
latitante il padre Francesco detto “lo Scelto”.
Un boss che, stando alle sue stesse parole intercettate, era capace pure di
minacciare gli agenti della polizia stradale che lo avevano fermato per un
controllo all’altezza dello svincolo di Gioiosa Superiore. L’episodio sarebbe
avvenuto il 24 luglio 2011, ma lui lo racconta 10 anni più tardi, nel 2021. In
sostanza era alla guida della sua Audi A4 e percorreva un tratto di strada ad
una velocità di 151 km/h quando il limite era, invece, di 70. Commisso stava
andando alla stazione di Rosarno per prelevare sua cognata, che arrivava con il
treno proveniente da Reggio Emilia, e per non subire la contravvenzione alla
polizia stradale “aveva falsamente sostenuto di essere in viaggio per Polistena
perché sua figlia (che era con lui in auto assieme alla moglie, ndr) si era
sentita male”. Ovviamente non era vero e per dimostrarlo prima di andare alla
stazione di Rosarno dalla cognata, “ci siamo recati all’ospedale a Polistena, mi
hanno fatto la carta che io ho portato la bambina là”. Il tutto, quindi,
attestato da un medico da cui “si era fatto fare un falso certificato”.
IL CASO DELLA MULTA
Lo stesso che poi ha allegato agli atti del ricorso presentato al giudice di
pace di Gioiosa Jonica. La multa, infatti, era stata comunque elevata dalla
stradale di Siderno nonostante le minacce di Commisso che, per evitare il
verbale, si sarebbe rivolto con toni minacciosi agli agenti in divisa: “Allora,
vi dico una cosa, ve la dico qua davanti a tutti, in modo che mi sentano tutti,
– sono le sue parole – se io devo pagare un euro di verbale, e io devo
camminare… un anno senza patente, vi garantisco che quei due poliziotti che
hanno firmato qua il verbale io faccio che li radiano da tutte le polizie del
mondo, devono andare ad elemosinare. Fino a quando vivono!… Perché mia figlia
poteva morire in macchina… per loro!”.
Col tempo, però, l’esuberanza classica del rampollo di ‘ndrangheta si è
trasformata in qualcosa di diverso. Di più adatto a chi, per linea di sangue e
scelte personali, già all’epoca era un predestinato a prendere il controllo
della cosca e le redini che erano del nonno. Negli ultimi anni, infatti, Antonio
Commisso ha cambiato postura e a lui si sono rivolti tutti “in ragione del suo
carisma criminale”. Non solo quando c’era da dirimere un conflitto tra giovani
vicini al suo clan e “soggetti di rilievo del locale di Africo”, ma pure nelle
vertenze lavorative, nelle assunzioni e finanche “nelle vicende e vicissitudini
personali” dove “l’intervento del Commisso sarebbe stato, oltre che veloce, ben
più forte ed efficace di un provvedimento dell’autorità giudiziaria”.
“L’autorità criminale di Commisso – scrivono i pm – era così pervasiva a Siderno
che a lui i cittadini si rivolgevano anche per problemi di natura familiare
affinché potesse intervenire a risolverli”. Il motivo lo sintetizza
un’intercettazione registrata dai carabinieri in cui il titolare di un esercizio
commerciale elogiava le qualità personali del boss: “Puoi comandare senza fare
nient’altro, solo con garbo e l’umiltà che hai… puoi fare quello che vuoi”.
AL POSTO DELLO STATO
Poche parole che, però, danno l’immagine plastica di come la ‘ndrangheta
consideri il consenso un elemento fondamentare della sua esistenza in un
territorio come Siderno che non si controlla solo con le armi, il traffico di
droga, le estorsioni e gli omicidi. I pm non hanno dubbi a scrivere che Antonio
Commisso si sostituiva addirittura “all’autorità statuale”. Lo ha fatto pure su
richiesta dell’assessore comunale di Siderno Carlo Fuda. Stando al provvedimento
di fermo della Dda, non sarebbe indagato ma si rivolse al boss “affinché facesse
pressioni su un soggetto che esigeva il rientro di una somma prestata al figlio
del Fuda per debiti di gioco, e che non era stata ancora saldata”.
Per i magistrati, “Commisso non aveva alcun titolo per interessarsi alla
vicenda, se non quello legato al suo ruolo mafioso, che Fuda evidentemente
riconosceva, facendone affidamento. L’intento di Fuda era ottenere una dilazione
di 15 giorni: a quella data, se avesse ottenuto il prestito che aveva richiesto,
avrebbe saldato l’intero importo, altrimenti avrebbe cominciato a pagare la
somma di 500 euro al mese”. “Ma se gli vuoi dare meno, gli dai di meno, glielo
dico io”. La parola del boss era una sola e “come segno di ringraziamento Carlo
Fuda, sfruttando il ruolo di assessore da lui ricoperto, a titolo di favore
personale, faceva pulire dai mezzi di Muraca srl, azienda che si occupa dei
lavori di pulizia nel Comune di Siderno, i tratti di strada privata nella
disponibilità di Antonio Commisso”.
Se, come emerge dalle carte della Dda, i cittadini e addirittura un assessore
comunale si sono rivolti alla ‘ndrangheta per questioni personali, la fotografia
dell’inchiesta lascia l’amaro in bocca. Il retrogusto è ancora peggiore. La
sensazione, infatti, è che a Siderno non solo il tessuto sociale è infiltrato
dalla ‘ndrangheta. Lo è anche quella parte dello Stato che ha imparato a
convivere con i Commisso. Per dirla con le parole del procuratore Giuseppe
Borrelli e del reggente della Dda Giuseppe Lombardo: “La forza della ‘Ndrangheta
risiede anche nel controllo delle diatribe familiari sul territorio e i suoi
rappresentanti vengono considerati vere e proprie autorità a cui appellarsi in
caso di bisogno, in luogo delle istituzioni”.
L'articolo Il clan di Siderno passato dal nonno al nipote, chi è il boss Antonio
Commisso capace di sostituirsi “all’autorità statuale” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Il dirigente dell’istituto Barlacchi-Lucifero di Crotone ha agito in maniera
inopportuna, ora faccia un passo indietro”. L’invito al preside Girolamo Arcuri
che ha negato alla Cgil l’uso dell’auditorium della scuola per mancanza di
contradditorio alla commemorazione dei migranti tragicamente scomparsi nel
naufragio avvenuto a Cutro il 26 febbraio 2023, arriva dalla direttrice
dell’Ufficio scolastico regionale Loredana Giannicola che all’indomani delle
polemiche sul caso, ha inviato un comunicato ufficiale per prendere le distanze
dall’iniziativa del capo d’istituto.
Una decisione quella di Arcuri – che contattato non risponde – dovuta ad una
certa prudenza nata a causa della circolare ministeriale del sette novembre
scorso che richiamava i presidi a garantire “il pieno rispetto dei principi del
pluralismo e della libertà di opinione e garantire, in ogni caso, il dialogo
costruttivo e la formazione del pensiero critico” in occasione di
“manifestazioni ed eventi pubblici di vario tipo aventi ad oggetto tematiche
spesso di ampia rilevanza politica e sociale” all’interno delle scuole. Una
nota, quella degli uffici di viale Trastevere, che è stata fortemente voluta dal
ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara a seguito degli
incontri con Francesca Albanese. L’effetto, in più parti d’Italia, è stato
quello di suscitare nei dirigenti una certa cautela per evitare ispezioni da
Roma come accaduto in alcune realtà della Toscana e dell’Emilia Romagna.
Nel caso specifico Arcuri, dopo aver ricevuto la richiesta della Flc Cgil a
effettuare nella sua scuola una riflessione dal titolo “Steccato di Cutro, una
ferita aperta: il valore dell’umanità” ha risposto che l’auditorium non sarebbe
stato concesso “per motivi di mancato contradditorio tra le parti”. Un responso
che ha scatenato il sindacato di Landini che ieri se l’è presa con il ministro:
“Questa decisione è il frutto del clima prodotto – ha spiegato Fracassi – dalla
circolare voluta dal Ministro Giuseppe Valditara: un atto improprio, lesivo
dell’autonomia scolastica, che sta incoraggiando letture burocratiche e
difensive fino a generare decisioni assurde come questa”. Nel primo pomeriggio
di domenica, gli uffici periferici del ministero sono intervenuti precisando che
“la circolare ministeriale del 7 novembre scorso avente ad oggetto
‘Manifestazioni ed eventi pubblici all’interno delle istituzioni scolastiche’,
invocata dal dirigente quale motivazione per la revoca dell’autorizzazione, non
riguarda eventi che hanno un significato di alto valore umanitario”.
Nella pratica, l’ufficio scolastico regionale ha scaricato la responsabilità sul
preside. Nel comunicato di Giannicola si ricorda che “il contenuto della
circolare ministeriale richiama l’attenzione sulla necessità che i principi –
puntualmente ribaditi nelle linee guida per l’insegnamento dell’educazione
civica – del pluralismo, della partecipazione, della solidarietà, del dialogo e
del rispetto reciproco ispirino la complessiva organizzazione dell’offerta
formativa curricolare ed extracurricolare e l’intero svolgimento delle attività
scolastiche. Ciò, evidentemente, al fine di assolvere al dovere primario di
ciascuna istituzione scolastica di promuovere lo sviluppo e la crescita di ogni
singolo studente e di assicurare il benessere e l’armonia dell’intera comunità
scolastica”. A detta della direttrice “il ricordo di un evento doloroso del
nostro Paese come quello della tragedia di Cutro, che ci accomuna tutti in un
unico sentimento di compassione, non può essere ricompreso nelle fattispecie
contemplate dalla circolare ministeriale”. Da qui l’invito al preside a rivedere
la sua posizione: “L’Ufficio scolastico regionale per la Calabria ritiene
inopportuno quanto disposto dal dirigente dell’Iis ‘Barlacchi-Lucifero’ di
Crotone, e lo invita a rivedere la propria posizione, a difesa dei valori
fondanti della nostra Costituzione”.
L'articolo Evento sulla strage di Cutro bloccato dal preside, ora l’Ufficio
scolastico della Calabria prende le distanze proviene da Il Fatto Quotidiano.
È morto questa mattina il giornalista Michele Albanese, redattore del Quotidiano
del Sud e collaboratore dell’ANSA. Aveva 66 anni. Albanese era uno dei
giornalisti più esperti in materia di ‘ndrangheta e punto di riferimento per
tanti colleghi non solo in Calabria ma anche a livello nazionale. Albanese era
stato ricoverato nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Cosenza per le
complicazioni sorte in seguito a un infarto. Lascia la moglie Melania e le due
figlie, Maria Pia e Michela.
Era nato a Cinquefrondi, in provincia di Reggio Calabria ed era una colonna
portante del Quotidiano del Sud, in particolare della redazione di Gioia Tauro.
Il giornalista ha dedicato la sua intera vita e carriera alla lotta alla
‘ndrangheta: a causa delle sue inchieste, viveva sotto scorta dal 2014.
Numerosissime le sue inchieste sulla mafia calabrese, come lo scoop sulle
infiltrazioni della ‘ndrangheta nei riti religiosi e ‘l’inchinò della statua
della Madonna di Polsi davanti alla casa di un boss.
Per il suo impegno e le sue inchieste, era finito nel mirino delle cosche della
Piana di Gioia Tauro. Dopo che da un’intercettazione era emerso che c’era un
progetto della ‘ndrangheta per ucciderlo, la Dda di Reggio Calabria aveva
chiesto l’assegnazione della scorta per il giornalista, confermata dal Comitato
per l’ordine e la sicurezza pubblica della prefettura, che aveva disposto il
provvedimento.
L'articolo Michele Albanese, morto il giornalista anti-‘ndrangheta: era sotto
scorta dal 2014 proviene da Il Fatto Quotidiano.
Proseguono senza sosta le operazioni di evacuazione e messa in sicurezza delle
popolazioni colpite dalle forti piogge a Cassano all’Ionio, in provincia di
Cosenza. Dalle prime ore del pomeriggio di sabato 14 febbraio, in particolare
nelle aree dei Laghi di Sibari e di contrada ‘Lattughelle’, stanno operando
anche i tecnici e le squadre del Soccorso Alpino e Speleologico della Calabria e
della Puglia. Sul posto il direttore regionale della Protezione civile e il
presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, che ha svolto un
sopralluogo. In supporto ai vigili del fuoco del Comando di Cosenza, i moduli di
colonna mobile richiesti dal direttore regionale dei vigili del fuoco della
Calabria, Maurizio Lucia, e inviati dal Centro operativo nazionale del Viminale.
Nel video, lo smottamento a Decollatura, in provincia di Catanzaro.
L'articolo Allagamenti e frane in Calabria: evacuazioni a Cassano all’Ionio,
smottamento e strada bloccata nel Catanzarese – Video proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Gli effetti della crisi climatica continuano a tormentare il Sud Italia che
ancora attende i ristori per il ciclone Harry che ha devastato molte regioni a
gennaio. Nella notte sono stati segnalati danni e criticità a causa del maltempo
in molte zone di Sicilia e Calabria.
In Sicilia i problemi peggiori si sono registrati nelle province di Messina e
Palermo. Notte terribile a Messina per la bufera e i venti oltre 100 km orari.
Sono cadute decine di alberi anche molto grandi, oltre a pali e cartelli. Molte
le strade allagate. A Santa Margherita un furgone si è ribaltato a causa delle
forti raffiche di Maestrale. Secondo le prime informazioni non c’era nessuno a
bordo.
Totalmente isolato dal tardo pomeriggio di ieri l’arcipelago eoliano.
L’intensificarsi del moto ondoso ha bloccato in porto a Milazzo anche la nave
che aveva garantito i collegamenti con Vulcano, Lipari e Salina. Isolate ormai
da oltre 48 ore le altre isole e il borgo di Ginostra.
Ennesima notte di apprensione nel borgo Acquacalda, a Lipari, dove i marosi,
sospinti dal forte vento, hanno invaso il lungomare. Le onde si sono spinte fino
alle abitazioni, creando paura tra i residenti. La situazione è particolarmente
critica lungo via Mazzini, attualmente impraticabile.
Per le forti raffiche di vento è stata chiusa anche l’autostrada tra Messina e
Giarre. A Palermo, invece, sono 132 gli interventi effettuati nelle ultime 24
ore dai Vigili del fuoco, a causa delle forti raffiche di vento. Ancora una
trentina gli interventi in coda. In città sono caduti alberi, pali della luce e
volate tettoie.
Non va meglio in Calabria, che deve fronteggiare gli effetti del ciclone Ulrike.
A Cosenza, l’ondata di maltempo che sta investendo la costa tirrenica calabrese
ha causato l’esondazione del fiume Busento in località Molino Irto, al confine
tra Dipignano e Cosenza, invadendo le aree circostanti e danneggiando diverse
autovetture parcheggiate. Numerose le famiglie isolate, che i soccorritori
stanno cercando di raggiungere. Anche il fiume Campagnano è esondato in alcuni
tratti tra Cosenza e Rende, riversando acqua e fango sull’asfalto. Sul posto
stanno operando i Vigili del fuoco, la Protezione civile regionale ed anche i
carabinieri forestali. Sono circa un centinaio gli interventi in coda. Le
piogge, tuttora in corso, hanno superato i 260 millimetri di accumulo nelle
ultime 48 ore. Su via Lungo Crati, sempre a Cosenza, è franata una porzione di
strada e il transito è stato interdetto.
Il forte vento a Reggio Calabria ha scoperchiato tetti e abbattuto alberi: due
voli provenienti da Barcellona e Milano Malpensa sono stati dirottati su
Catania. Nel corso della notte, nella provincia di Reggio Calabria si sono
contati 30 interventi dei Vigili del fuoco e altri 30 sono in corso.
All’aeroporto “Tito Minniti”, questa mattina, alcuni voli sono stati cancellati.
Frane e smottamenti stanno causando la chiusura di varie strade in diverse parti
della Calabria. Preoccupazione anche per le mareggiate. Sotto osservazione a
Paola, nel Cosentino, il lungomare su cui passa la linea ferroviaria. Nella
notte anche nel Catanzarese si sono registrate raffiche di vento oltre i 100
chilometri orari.
A causa del maltempo in corso sono state chiuse per frane i seguenti tratti
stradali in provincia di Cosenza: la Ss107 “Silana Crotonese” al km 37,300, in
entrambe le direzioni, mentre la Ss19 “Delle Calabrie” dal km 290,000 al km
292,000, in entrambe le direzioni. La Ss278 “Di Potame” al km 13,300, in
entrambe le direzioni, a Potame. Lo riferisce Anas.
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frane, esondazioni e famiglie isolate proviene da Il Fatto Quotidiano.