Presidente Mattarella, i tecnici informatici che hanno opposto una convinta
resistenza alla installazione permanente del software ECM nei computer del
Tribunale di Torino meritano una onorificenza, per l’altro senso delle
Istituzioni che hanno dimostrato. I fatti sono stati raccontati da Report
(sempre più assediato dal Governo Meloni) nella puntata di domenica scorsa, ma
vale la pena richiamarli ed inquadrarli nella cornice dovuta, prima che
scivolino via con la velocità di una goccia di pioggia sul parabrezza.
Quei tecnici informatici, dopo aver considerato la potenziale pericolosità del
software installato dal Ministero della Giustizia su tutti i terminali in uso
nei tribunali italiani, hanno fatto una cosa straordinariamente normale: l’hanno
disinstallato, garantendo comunque l’aggiornamento e quindi la sicurezza delle
macchine.
Nessuna prova che qualcuno avesse abusato di quel programma per spiare atti di
indagine segreti, nessun indizio che qualcuno lo avrebbe fatto, ma la semplice
certezza che lo si sarebbe potuto fare ha fatto prevale sul conformismo
burocratico, il principio di precauzione che fonda da sempre la ragion d’essere
stessa della burocrazia di uno Stato. Prudenza e precauzione impongono di
evitare di esporre una articolazione così sensibile della Repubblica al rischio
dell’abuso di potere e pazienza se a questi basilari principi di buon governo
sono sembrati quanto meno sordi tanto il Ministero della Giustizia quanto
l’evocata Presidenza del Consiglio, c’è stato chi, da semplice “ruota del
carro”, si è preso la briga di farli valere. Questi tecnici informatici hanno
obiettato alla burocrazia dell’adempimento, ampiamente praticata in chiave
difensiva, a prescindere dall’esito prodotto. Questi tecnici hanno esercitato
fino in fondo il mandato costituzionale della sovranità popolare e si sono
assunti la responsabilità di resistere, di avvertire, di ottenere una reazione
ministeriale, capitolando infine soltanto a fronte di un atto formale del
Ministero medesimo che confermava in maniera lapidaria e (per ora) indiscutibile
la ortodossia del software.
Lasciamo ai magistrati che stanno indagando la valutazione della eventuale
rilevanza penale di quanto sarebbe stato documentato dai tecnici informatici
stessi e rappresentato dalla puntata di Report relativamente a direttive precise
targate Presidenza del Consiglio finalizzate ad ottenere, con le buone o con le
cattive, la piena “controllabilità” dei computer dei magistrati, scenario questo
che qualora fosse confermato avrebbe una portata talmente eversiva dell’ordine
costituzionale da meritare una incriminazione per alto tradimento e
concentriamoci piuttosto sulla condotta dei tecnici informatici sostenuti in
questa nobile obiezione di coscienza da alcuni magistrati del distretto di
Torino. Quanto vale un comportamento del genere? Sembra di sentire le parole del
Presidente-partigiano Sandro Pertini “I giovani non hanno bisogno di discorsi,
ma di esempi!”, o quelle di Norberto Bobbio “la democrazia vive di buone leggi e
di buoni costumi”.
Tra i “buoni costumi” di cui si nutre la democrazia c’è proprio l’assunzione
intransigente di responsabilità a prescindere dal proprio tornaconto. Per dirla
con le parole del poeta Antonio Albanese, nel pase del “Fatti i ca..i toi”,
questi tecnici sono dei pericolosi sovversivi. La portata di questa rivoluzione
si comprende anche riflettendo sul dilagare impressionante dello spionaggio
informatico, sempre più praticato come nuova frontiera della lotta per il
potere. Per carità, il potere ha sempre avuto a che fare con la disponibilità di
informazioni riservate: chi sa, comanda. Ma oggi il potere dei segreti passa
dalla conquista di bit invisibili, classificati, crittografati. Niente più
inchiostro simpatico a base di succo di limone, ma caterve di microchip
miracolosi, veloci come la luce.
Pensiamo ad alcuni clamorosi casi di cronaca recente: l’agenzia Equalize a
Milano, la Squadra Fiore a Roma, le denunce del ministro Crosetto che stanno
facendo tremare palazzi e redazioni romane, il caso “Bellavia” con la ex
collaboratrice denunciata per essersene andata portandosi via quintali di
informazioni riservate, per non parlare di certi magistrati che non trovano
nulla di strano nel pubblicare il contenuto di intercettazioni ancora coperte da
segreto. Nel gran bazar delle informazioni questi tecnici informatici, accortisi
del pericolo, non hanno avuto esitazioni ed hanno tirato il freno senza nemmeno
essere sfiorati dalla tentazione di approfittare della scoperta, aprendo a loro
volta un bel banco al mercato. L’hanno fatto per precauzione che è quella cosa
che in un Paese evita tragedie come Vajont, Niscemi o Crans Montana.
Presidente, non li condanni all’anonimato, li illumini di onore repubblicano,
così che sia chiaro che a volte per ubbidire alla Costituzione bisogna avere il
coraggio di disubbidire ad un ministero.
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Torino che hanno detto no al software spia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Procura di Torino
Tutto rinviato all’anno prossimo. Si terrà l’11 febbraio 2026 l’udienza per
decidere sulla richiesta di messa alla prova di John Elkann. Il rinvio è stato
deciso dalla gip di Torino, Giovanna De Maria, che ha anche fissato nel 21
gennaio l’udienza per discutere del patteggiamento del commercialista Gianluca
Ferrero, presidente della Juventus. Oltre alla vendita delle testate del gruppo
Gedi, dunque, nel 2026 si definiranno anche i destini giudiziari del presidente
di Stellantis e del suo braccio destro, finiti nei guai per le vicende relative
all’eredità della nonna di Elkann, Marella Caracciolo, vedova di Gianni Agnelli.
Per poter accedere a undici mesi di messa alla prova, nel settembre scorso, il
nipote dell’Avvocato aveva versato all’Agenzia delle Entrate 183 milioni di
euro. Imposte e tassa di successione non pagate su un patrimonio di Marella
Caracciolo ricostruito all’estero e in Italia per oltre un miliardo di euro.
L’inchiesta penale era stata avviata dalla procura torinese dopo un esposto di
Margherita Agnelli, figlia dell’Avvocato e madre di Elkann, che rivendica
l’eredità materna e paterna. Elkann dovrebbe svolgere la messa alla prova
facendo da tutor tra gli allievi delle scuole salesiane, di formatore per gli
insegnanti e di consulente dei dirigenti salesiani. Su Ferrero, invece, i pm
avevano dato parere favorevole per un patteggiamento a un anno, poi nella scorsa
udienza si era convertita in una sanzione di 73mila euro. Il 21 gennaio, dunque,
sarà definita la modalità della pena.
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