“Abbiamo firmato accordi per la dismissione delle nostre partecipazioni in Iveco
Group, Gedi, Lifenet e Nuo”. Nella lettera agli azionisti datata 23 marzo 2026,
John Elkann, ceo di Exor, elenca tutte le ultime vendite del gruppo della
famiglia Agnelli. Ieri è arrivato l’annuncio della cessione di Repubblica e di
Gedi al gruppo greco Antenna. Un punto di non ritorno: dopo un secolo, la
famiglia Agnelli-Elkann ha lasciato definitivamente l’editoria italiana. In
generale, il trend dimostra una dismissione degli impegni sulla penisola. E
quindi negli ultimi mesi in molti hanno ventilato anche una possibile cessione
della Juventus. Un’opzione che però viene smentita seccamente da Elkann.
“Il 2025 è stato un anno difficile per Exor. Il 2026 sarà un altro anno
impegnativo. Tuttavia, siamo fiduciosi nel percorso che ci attende e pronti a
costruire”, afferma Elkann in uno dei passaggi chiave della sua lettera. “Stiamo
semplificando il nostro portafoglio – spiega Elkann – affinando le nostre
priorità e concentrandoci su società di maggiori dimensioni, dove riteniamo che
Exor possa creare il maggior valore”.
Questa strategia però, assicura il ceo di Exor, non dovrebbe avere ripercussioni
sulla società bianconera. Nella sua lettera, Elkann citata il rinnovo di Yildiz
come pilastro del futuro del club: “All’inizio del 2026, la Juventus ha
prolungato il contratto del talento di nuova generazione Kenan Yildiz fino al
2030, riaffermando il nostro impegno nello sviluppo e nella fidelizzazione dei
più promettenti talenti del club. Questo approccio riflette la nostra
incrollabile fiducia nella Juventus”. Nessuna vendita all’orizzonte, quindi:
“Exor rimane un orgoglioso proprietario del club, continuando un rapporto che
dura da oltre un secolo grazie alla mia famiglia”, rivendica Elkann.
Il ceo anzi rilancia, promettendo il ritorno dei bianconeri a primeggiare in
Italia e in Europa: “Rimaniamo pienamente impegnati – sottolinea Elkann – a
sostenere il successo sportivo e finanziario della Juventus e crediamo che ci
sia un futuro brillante davanti a noi”. La conclusione del passaggio della
lettera sulla Juve è una citazione: “Come disse il leggendario Omar Sivori: ‘Qui
bisogna sempre lottare e quando sembra che tutto sia perduto, bisogna continuare
a crederci, la Juve non molla mai‘”.
L'articolo Elkann vende Gedi ma si tiene la Juventus: “Exor rimane un orgoglioso
proprietario del club, futuro brillante davanti a noi” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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La famiglia Agnelli-Elkann lascia dopo cento cento anni l’editoria italiana.
Dopo mesi di trattative, la holding Exor ha raggiunto un accordo con il gruppo
greco Antenna per la cessione di Gedi Gruppo Editoriale, aprendo una nuova fase
per uno dei principali poli editoriali italiani. L’operazione coinvolge testate
e brand di primo piano: La Repubblica, le radio Radio Deejay, Radio Capital e
m2o, HuffPost Italia, Limes e National Geographic Italia. Antenna Group parla di
un “investimento strategico” che punta a rafforzare la presenza in Italia e a
sviluppare nuove sinergie tra editoria, radio, contenuti digitali e audiovisivi,
con l’obiettivo di costruire un hub mediatico nel Mediterraneo. A guidare il
gruppo per conto degli editori ellenici sarà Mirja Cartia d’Asero, ex Il Sole 24
Ore.
L’annuncio è arrivato dopo la festa per i cinquant’anni e nel giorno dei
risultati del referendum costituzionale. Una tempistica fortemente criticata dal
Comitato di redazione: “Scegliere un giorno del genere è la finale mancanza di
rispetto verso il giornale e la sua storia dell’ormai ex editore di Repubblica.
Non sentiremo la sua mancanza”. E attaccano: “Dopo aver smembrato e venduto
pezzo a pezzo uno storico gruppo editoriale, l’addio di John Elkann a Gedi
avviene quindi nel peggiore dei modi, senza tenere in alcun conto nel contratto
di compravendita le richieste di garanzie occupazionali per tutte le lavoratrici
e i lavoratori, di perimetro e di rispetto dell’indipendenza e della
collocazione del giornale per cui la redazione di Repubblica continuerà a
battersi ricorrendo a qualsiasi strumento di lotta. Una richiesta di garanzie –
continua la rappresentanza sindacale – che adesso riproporremo per intero al
nuovo editore augurandoci che le belle intenzioni di sviluppo del gruppo Gedi
ribadite nella prima nota stampa trovino realizzazione nel pieno rispetto dei
livelli occupazionali, delle realtà delle redazioni locali, della storia di
questo giornale. La nostra battaglia non è finita, ma continua”. Critica anche
la Federazione nazionale della Stampa italiana in vista dell’ingresso del greco
Kyriakou: “In nove anni si è compiuta la parabola del gruppo Gedi. Doveva essere
il più grande gruppo editoriale europeo, invece Elkann lo ha trasformato nella
più grande cessione di testate che si sia mai vista in Italia. Con il passaggio
dell’azionariato al greco Kyriakou e la cessione de La Stampa a Sae il gruppo
non esiste più. Restano le macerie e molti interrogativi sul perché
dell’operazione cominciata nell’aprile 2017″.
Elkann è riuscito anche a rilasciare un’intervista dai toni critici verso
l’Italia all’Ansa, come se a spingerlo a mollare sia stato il contesto:
“L’editoria è una professione che può essere esercitata in modo indipendente
solo se si hanno i conti in regola. La mia famiglia e io stesso abbiamo sempre
considerato l’editoria come un mestiere che vive grazie ai suoi lettori, ma
purtroppo in Italia avere un giornale è considerato uno strumento di influenza e
di potere, non una professione”, ha detto sostenendo che le cessioni ad Antenna
e Sae di Repubblica e La Stampa ”garantiranno un futuro di sviluppo e libertà ai
giornalisti delle due testate”. La società greca assicura che investirà “nuove e
significative risorse per ampliare la diffusione de la Repubblica” e che sarà
garantita la sua indipendenza. L’obiettivo è anche quello “di sviluppare
ulteriormente il business radiofonico di Gedi, creando un importante hub
radiofonico nel Mediterraneo”, e investire nella produzione di documentari
informativi, nello streaming, nei podcast, nella produzione musicale ed
editoriale, nell’education e nel cinema. Antenna si impegna “a investire nel
giornalismo italiano e a rafforzare il ruolo dell’Italia come protagonista nel
panorama dell’informazione e dell’intrattenimento”.
L'articolo Elkann vende Repubblica e il Gruppo Gedi ad Antenna: “In Italia
l’editoria non è considerata una professione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il ministro Adolfo Urso nel 2024 diceva che l’obiettivo di produrre un milione
di autovetture fosse raggiungibile. Un anno dopo, sempre lo stesso ministro ha
detto di essere convinto che la produzione in Italia potrà raggiungere un
milione di auto se cambieranno le regole europee. Noi oggi produciamo delle auto
e quelle che produciamo non se le comprano. E poi c’è il ministro che dice che
stiamo andando verso la produzione di un milione di veicoli. C’è chi immagina
una realtà che poi non esiste nei fatti. Siamo alla dispercezione della realtà”.
Così il segretario generale della Fiom-Cgil Michele De Palma ha risposto a una
domanda su Stellantis de Ilattoquotidiano.it, durante la presentazione del
rapporto dell’Ufficio studi del sindacato riguardo lo stato dell’industria
metalmeccanica.
“Il problema è che pensare che il cambio delle normative Ue salvaguardi
l’occupazione del Paese è un errore enorme”, ha continuato De Palma, secondo cui
“la dimostrazione sono gli impianti che producono auto e quelli che producono
componentistica per le auto endotermiche e ibride. Guardate i numeri. Io penso
che un’industria debba fare una cosa molto semplice, deve produrre le auto che
servono al mercato”. E ancora: “Sull’automotive, in particolare Stellantis, la
situazione attuale non è reggibile oltre a quello che sta succedendo. Noi
abbiamo a rischio interi stabilimenti coi volumi produttivi che ci sono. Interi
stabilimenti del gruppo Stellantis senza gli investimenti e i modelli, stanno
chiudendo le aziende dell’indotto e della componentistica”.
Quindi ha ricordato i 12 milioni di euro incassati dall’ex Ceo Carlos Tavares
mentre non è stato pagato il premio di risultato ai lavoratori. E sul presidente
John Elkann: “Si è venduto quel che non ha costruito lui. Non mette al centro la
responsabilità sociale dell’impresa. I profitti per chi ha in mano la proprietà
aumenta, mentre i lavoratori pagano le scelte dei manager. Il governo deve
assumersi le sue responsabilità. Siamo stati lasciati soli, ma combattiamo con
le unghie e con i denti per l’autonomia industriale di questo Paese senza la
quale la presidente del Consiglio non si siede al tavolo del G7″. In vista della
presentazione del piano industriale a maggio ha aggiunto: “Vogliamo un incontro
con l’amministratore delegato. Ci sono problemi? Il governo apra agli
investitori stranieri, siamo rimasti l’unico Paese in Europa a non averne più
d’uno”. E ha ricordato che la Spagna, che produce quasi 2 milioni di auto
(900mila di Stellantis), non ha più un costruttore domestico.
L'articolo Stellantis, l’affondo di De Palma (Fiom) contro Urso: “Il ministro
racconta una realtà che non esiste”. E attacca Elkann proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nell’anno nero per i conti, le tre figure apicali di Stellantis, una delle quali
non ha lavorato nemmeno per un giorno per l’azienda, sono costate alle case del
gruppo quasi 20 milioni di euro. Mentre a settembre circa il 60% degli operai
italiani era in cassa integrazione e ora l’azienda ha deciso di non erogare il
premio di risultato per concentrare tutte le risorse sul rilancio, il presidente
John Elkann e l’amministratore delegato Antonio Filosa hanno incassato quasi 8
milioni in due. Nulla comunque al confronto dell’ex Ceo Carlos Tavares che ha
percepito 11.928.066 di buonuscita, dopo il divorzio dell’1 dicembre di due anni
fa, che si aggiungono ai 102,19 milioni incassati tra il 2021 e il 2024.
In totale, quindi, i tre hanno goduto di 19.803.687 tra stipendi base, fringe
benefits e altre voci dello stipendio. A Filosa, entrato in carica a luglio,
sono stati corrisposti 5.424.683 euro, con uno stipendio base 1,8 milioni
(374.000 euro di fringe benefits) e altre voci che hanno fatto sostanzialmente
triplicare la somma. A Elkann invece sono andati 2.450.938 euro, cioè circa
300mila euro in meno rispetto la 2024: la differenza è quasi esclusivamente
legata ai fringe benefits, mentre il salario base di 960.293 è cresciuto di
circa 40mila euro. Il dato non include ovviamente i dividendi incassati nel 2025
in quanto principale azionista del gruppo, un dato che nel 2026 mancherà visto
lo stop deciso dopo la perdita di 22 miliardi dovuta in gran parte agli oneri
straordinari (25 miliardi) connessi in parte alla sterzata sull’elettrico.
I dati, contenuti nella relazione di bilancio, descrivono una contrazione degli
emolumenti delle figure apicali che negli anni scorsi sono state gonfiate dai
risultati finanziari raggiunti grazie a Tavares. Il tutto mentre gli
stabilimenti, soprattutto in Italia, vivono un momento di magra. Giovedì,
l’azienda ha annunciato lo stop al premio di risultato in Europa e Nord America.
Sarà erogato solo ai dipendenti di Sud America, Nord Africa e Medio Oriente. Il
gruppo ha anche rifiutato di erogare una tantum ai dipendenti. La decisione ha
provocato le proteste dei sindacati metalmeccanici e ha scatenato diverse
proteste. A Pomigliano d’Arco, nel pomeriggio, ci sono state 4 ore di sciopero.
Venerdì invece la Fiom ha proclamato l’astensione dal lavoro a Mirafiori e anche
Termoli.
L'articolo Stellantis, ecco gli stipendi di Filosa ed Elkann nell’anno nero per
i conti. Ma il più pagato è ancora Tavares proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Questo stabilimento non è di proprietà di John Elkann, ma degli operai che ci
hanno buttato il sangue per produrre le auto ma anche in parte della città di
Torino e degli italiani che ci hanno messo i soldi per farla funzionare”. A
dirlo è il segretario generale della Fiom Cgil Michele De Palma è intervenuto al
presidio degli operai di fronte alla porta due di Mirafiori. Per tre giorni gli
operai saranno di fronte ai cancelli per poi marciare per le strade di Torino il
14 febbraio.
La manifestazione di sabato è organizzata da Fim, Fiom, Uilm, Fismic, Uglm e
Aqcfr e sarà rivolta a tutta la città di Torino “per sottolineare ancora una
volta lo stretto legame tra la città e il suo comparto industriale” in un
momento in cui, la crisi produttiva di Stellantis in Italia, dove nel 2025 ha
costruito appena 250mila veicoli. Mai così pochi dal 1954. Volumi che mettono in
pericolo anche tutta la filiera dell’indotto piemontese.
L'articolo Stellantis, Fiom in presidio di fronte a Mirafiori. De Palma: “La
fabbrica non è di Elkann, ma di operai e italiani” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Niente messa alla prova per John Elkann, presidente di Stellantis e di Exor, e
addio alle lezioni da “tutor” tra gli allievi delle scuole salesiane di Torino.
Ma addio, soprattutto, all’estinzione del reato di truffa ai danni dello Stato.
Che il nipote di Gianni Agnelli avrebbe incassato se avesse rispettato per 10
mesi tutti gli obblighi previsti per il “lavoro sociale” negli istituti
educativi fondati da San Giovanni Bosco. La gip Giovanna De Maria, infatti, ha
respinto la richiesta dei legali del nipote di Gianni Agnelli, Paolo Siniscalchi
e Federico Cecconi. Una decisione quasi annunciata, dopo che la stessa gip aveva
fatto altrettanto, il 21 gennaio scorso, per il commercialista Gianluca Ferrero
(è anche presidente della Juventus). Co-indagato di Elkann nell’inchiesta della
Procura di Torino sull’eredità Agnelli e che, a sua volta, aveva avanzato una
proposta di patteggiamento (1 anno di carcere, convertibile in una sanzione
pecuniaria di 73mila euro).
Ora gli atti torneranno ai pm Marco Gianoglio, Mario Bendoni e Giulia Marchetti
i quali avvieranno le procedure della chiusura indagini dell’inchiesta
sull’eredità di Marella Caracciolo, vedova del “signor Fiat” e nonna di Elkann:
depositando gli atti e poi formulando le eventuali richieste di rinvio a
giudizio. Qualcosa su cui dovrà decidere (all’inizio dell’estate o, più
probabilmente, all’inizio di settembre) un nuovo giudice dell’udienza
preliminare. In caso di un rinvio a giudizio dei due imputati, però, il
possibile processo pare già segnato: la prescrizione dei reati dovrebbe scattare
ad agosto 2027. John Elkann, però, non potrebbe comunque più recuperare i 183
milioni di euro versati nel settembre 2025 all’Agenzia delle Entrate per sanare
le evasioni fiscali e il mancato pagamento in Italia della tassa di successione
per l’eredità della nonna, così come gli erano stato contestato dalla Guardia di
Finanza di Torino guidata dal generale Alessandro Langella.
Una somma, i 183 milioni, che era stata indicata nel comunicato della Procura di
Torino dell’8 settembre scorso con il quale si annunciava il parere favorevole
dei pm alle proposte di “messa alla prova” e di “patteggiamento” avanzate dai
due indagati: “Risultano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un
importo complessivo pari a circa 248,5 milioni, nonché una massa ereditaria non
sottoposta a tassazione per un valore pari a circa 1 miliardo”. In altre parole,
il patrimonio della vedova dell’Avvocato celato al fisco. Ma come mai la gip De
Maria ha respinto le due proposte alternative per i due indagati? Tutto era
collegato proprio alla possibile “messa alla prova” di Elkann. Per poterla
ipotizzare, era necessario infatti riassumere nella truffa ai danni dello Stato
tutti gli altri reati (quelli fiscali): è così è avvenuto. Restava, però, per
entrambi gli indagati il reato per le due dichiarazioni dei redditi “infedeli”
del 2018 e del 2019 riguardo a Marella Caracciolo, morta il 23 febbraio 2019:
prevede un massimo della pena incompatibile con la messa alla prova. A quel
punto, la Procura ha stralciato quella parte dell’inchiesta, chiedendone
l’archiviazione. Una richiesta respinta però a dicembre dal gip Antonio Borretta
che ha ritenuto quelle dichiarazioni dei redditi “fraudolente” e ha ordinato ai
pm l’imputazione coatta di Elkann e Ferrero per quel reato: Gianoglio, Bendoni e
Marchetti hanno già presentato la richiesta di rinvio a giudizio a un nuovo gip.
A quel punto, di fronte a questa novità processuale ed esaminando la richiesta
di patteggiamento del commercialista di fiducia della famiglia Elkann, la gip De
Maria ha respinto l’accordo tra la Procura e i suoi legali, “non condividendosi
la riqualificazione giuridica dei fatti” e ritenendo che “la pena finale, come
determinata, non sia congrua e proporzionata alla gravità dei fatti”. È molto
probabile che, questa mattina, la giudice abbia utilizzato le stesse motivazioni
nel respingere la “messa alla prova” per il nipote dell’Avvocato. Che cosa
faranno ora i due indagati? Gianluca Ferrero, quando ci sarà l’udienza
preliminare per l’inchiesta principale sull’eredità Agnelli, potrebbe
riformulare la sua richiesta di patteggiamento. Il commercialista è anche
indagato per falso (reato per il quale la prescrizione è molto lontana) assieme
al notaio torinese Remo Maria Morone, riguardo all’iscrizione alla Camera di
Commercio della società semplice Dicembre: quella che consente a John Elkann il
controllo dell’impero di famiglia. Una strada, il patteggiamento della pena,
molto più difficile da percorrere invece per il presidente di Exor. Rispetto
alle possibili conseguenze che il patteggiamento potrebbe avere sulla
“onorabilità” per le cariche sociali ricoperte in Olanda (dove hanno la sede
legale Stellantis ed Exor) e negli Stati Uniti (è nel consiglio
d’amministrazione di Meta). La scappatoia verso la prescrizione pare dunque la
scelta più probabile, anche se il deposito e la pubblicità di tutte le carte
dell’inchiesta e comunque le prime udienze almeno di un possibile dibattimento
di primo grado avrebbero conseguenze molto negative sulla sua immagine.
L’inchiesta torinese aveva preso le mosse dopo un esposto penale presentato nel
2023 dalla madre dei fratelli John, Lapo e Ginevra Elkann, Margherita Agnelli de
Pahlen. Che, nel processo civile parallelo in corso davanti al Tribunale di
Torino, chiede di dichiarare la nullità della residenza svizzera di sua madre
Marella Caracciolo e, di conseguenza, il testamento elvetico che ha consentito
alla vedova dell’Avvocato di indicare solo i tre nipoti come suoi eredi
legittimi, escludendo la figlia. Le indagini dei pm e delle Fiamme Gialle
avevano portato alla contestazione ai fratelli Elkann (per Lapo e Ginevra i pm
hanno già chiesto e ottenuto l’archiviazione) e a Ferrero degli “artifizi e
raggiri” che sarebbero stati messi in atto per costituire (almeno dal 2010 e
sino al 23 febbraio 2019, data della sua morte) una falsa residenza svizzera di
Marella. Per non pagare la tassa di successione in Italia e per escludere
Margherita dall’asse ereditario. Qualcosa che il procuratore capo di Torino,
Giovanni Bombardieri, aveva ribadito così nel comunicato del settembre scorso
sulla “messa alla prova”, con parole che paiono quasi risuonare come quelle di
un verdetto: “Le indagini hanno permesso, allo stato degli atti, di ricostruire
come fittizia la residenza svizzera di Caracciolo Marella”.
L'articolo Eredità Agnelli, niente messa alla prova per John Elkann: in caso di
processo, già incombe la prescrizione (ma anche la brutta figura) proviene da Il
Fatto Quotidiano.
La Repubblica è in sciopero. Oggi il sito web del quotidiano non verrà
aggiornato e domani il giornale non sarà in edicola. Lo hanno annunciato i
giornalisti con un comunicato. “L’assemblea delle giornaliste e dei giornalisti
di Repubblica si è riunita per ore in serata e per questa ragione, non potendo
chiudere le pagine, il quotidiano domani 10 febbraio non sarà in edicola – si
legge -. Il Comitato di redazione ha inoltre indetto per il 10 febbraio uno
sciopero e perciò anche l’11 febbraio il giornale non uscirà”.
“Ormai da settimane la vertenza del nostro giornale è aperta: sappiamo che Exor
è in trattativa per la vendita di Gedi con il gruppo greco Antenna – prosegue
l’assemblea -. Ma questa trattativa in esclusiva è scaduta lo scorso 31 gennaio,
e la società non ci ha ancora detto se c’è stata una proroga e fino a quando. Le
informazioni in nostro possesso finiscono qui. Abbiamo anche chiesto perché la
scelta sia ricaduta su di un editore sconosciuto ai più e non ad altri che si
erano detti interessati, ed è una domanda che rimane aperta. Ci sono (state)
altre offerte? Se sì, perché non prenderle in considerazione?”.
Da quanto emerso nei mesi scorsi, il principale possibile acquirente de La
Repubblica è l’imprenditore e armatore greco Theodore Kyriakou, proprietario del
Gruppo Antenna, colosso internazionale dei media con sede in Grecia, già attivo
in diversi paesi europei. A partire da dicembre 2025, è stata confermata
l’esistenza di una trattativa esclusiva tra la holding Exor (famiglia
Elkann-Agnelli) e il gruppo di Kyriakou per la cessione di gran parte del gruppo
GEDI, inclusa La Repubblica. Le indiscrezioni parlano di un’offerta che si
aggira intorno ai 140-240 milioni di euro per le principali testate del gruppo.
La notizia ha scatenato forti proteste da parte delle redazioni e del comitato
di redazione, che hanno espresso preoccupazione per il mantenimento
dell’identità politica del giornale e per la stabilità occupazionale.
“Abbiamo coinvolto chiunque fosse possibile – prosegue l’assemblea -,
continuiamo a farlo, lavorando assieme alle organizzazioni sindacali,
interpellando istituzioni, lettori, partiti, enti pubblici, da Agcom
all’European Board for Media Services. Abbiamo fatto il nostro lavoro
giornalistico per tentare di fare luce sulla natura del potenziale acquirente e
ciò che ne è uscito fuori non ci tranquillizza affatto, anzi. Abbiamo
manifestato pubblicamente la nostra rabbia e preoccupazione. In questa
trattativa – lo stiamo denunciando da tempo – manca trasparenza, necessaria e
fondamentale quando in ballo c’è un prodotto che non è solo economico ma uno
strumento di equilibrio di un già fragile pluralismo mediatico”.
“Le nostre richieste di garanzie, occupazionali e democratiche, sono ad oggi
cadute nel vuoto di fronte a un silenzio ostinato e irrispettoso di chi, per il
ruolo che ricopre, dovrebbe darcele. L’editore John Elkann, infatti, si rifiuta
di incontrare le rappresentanze sindacali. Questa è la situazione che stanno
vivendo 1.300 famiglie. Lo spezzatino di Gedi, quel che era il primo gruppo
editoriale italiano, continua indisturbato. Come nel disinteresse generale,
salvo dei sindacati e di chi del proprio lavoro vive, è stato smantellato un
pezzo di industria italiana. Tutto questo mentre gli azionisti ogni anno
portavano a casa dividendi miliardari”.
L'articolo La Repubblica è in sciopero, i giornalisti: “Sulla vendita del gruppo
GEDI manca trasparenza, Elkann si rifiuta di incontrarci” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Non c’è soltanto il rischio delocalizzazione per l’indotto auto piemontese in
Algeria, dopo la richiesta di Stellantis alle aziende della componentistica e
dei fornitori di seguirla nel Paese nordafricano, dove prevede di espandere la
produzione nello stabilimento di Tafraoui, al quale ha assegnato 6 nuovi modelli
e punta all’assemblaggio di 90mila vetture all’anno. Sotto al ministero delle
Imprese e del Made in Italy, in occasione della convocazione da parte del
ministro Adolfo Urso del tavolo sull’Automotive, c’è anche chi ha scelto di
venire a Roma e mobilitarsi.
Perché, di fatto, il lavoro rischia di averlo già perso, al massimo con la sola
prospettiva della cassa integrazione fino a fine anno. È il caso di un centinaio
di lavoratori della Primotecs di Avigliana, fornitore storico di componenti per
auto, Stellantis inclusa, della città metropolitana di Torino, che affronta una
grave crisi e il rischio chiusura: “Algeria? Da noi la famiglia Agnelli-Elkann
ha già raggiunto il suo obiettivo, di fatto quello di mandarci a casa. Fino a
qualche anno fa eravamo più di 500 persone, negli anni siamo scesi sotto i 160
dipendenti. Ora finiremo in cassa perché non abbiamo più commesse, grazie anche
alla politica di Stellantis e alla volontà di esternalizzare tutto verso Paesi
‘low cost’“, denuncia un lavoratore. Ma la vicenda Primotecs non è certo
l’unica, forse soltanto simbolica. Circa 300 sono i lavoratori in presidio
provenienti da aziende di tutta Italia: dagli stabilimenti Stellantis di
Pomigliano, Torino Mirafiori, Melfi, Cassino e Termoli, passando per Bekaert
Sardegna, Iveco, Dana e Marelli e non solo. Tutti con storie e destini simili,
tra casse integrazioni infinite e crisi permanenti.
“Nel nostro Paese ci troviamo di fronte a un processo di autodistruzione del
sistema dell’automotive che va fermato. Ci sono 10mila lavoratori a rischio. Va
fermata la fuga di Stellantis dall’Italia. Gli investimenti vengono fatti
ovunque, ma non da noi”, attacca Michele De Palma, segretario generale della
Fiom Cgil. E, in vista dell’incontro del prossimo 2 febbraio nella sede
dell’Unione industriali di Torino, chiamato “Stellantis Algeria meets Turin
companies”, con il quale l’azienda franco-italiana che ha come primo azionista
Exor sta cercando di chiamare a raccolta i fornitori per convincerli a investire
nel Paese nordafricano, De Palma rivendica: “Si riuniscono le aziende della
componentistica per provare ad inseguire posti dove si pagano meno i lavoratori
e dove non si rispettano i diritti sindacali. Come si difende e si protegge la
produzione industriale dell’automotive del nostro Paese? Delocalizzando le
produzioni in Algeria e poi magari comprando da quel Paese le auto, magari pure
con un bonus pagato dagli italiani?”, continua il segretario Fiom Cgil.
E ancora: “Come mai il ministro non ha detto una sola parola sulla
delocalizzazione in Algeria? Cioè il governo che ogni mattina si sveglia e ci
dice che dobbiamo mettere la mano sul cuore per cantare l’inno nazionale, poi
dopo quando si tratta di garantire la sovranità industriale del Paese non dice
una parola? E come è possibile che c’è un intervento di vendita di Iveco a Tata
(gruppo franco-indiano, ndr) senza che ci sia la presenza e la garanzia del
governo italiano? Abbiamo già avuto un’esperienza: si chiamava Marelli. Noi
stiamo permettendo alla famiglia Elkann di fare soldi sulla pelle di un intero
Paese”, attacca.
Così, mentre la crisi dell’auto in Italia è dimostrata dai numeri, appena
213mila auto prodotte nel 2025 e il -60% in due anni, mai così poche dal 1954,
Stellantis continua a guardare altrove, lasciando gli operai nell’ansia: “Dal
1999 lavoro in Stellantis, in carrozzeria. In quegli anni l’azienda era sempre
piena di gente, sempre piena di lavoro. Ad oggi siamo molto preoccupati perché
ci rendiamo conto che un modello solo non basterà. Siamo molto preoccupati per
l’incontro che ci sarà per cercare di spostare l’indotto, i fornitori e tutto il
sistema che ci dà lavoro e che ci fornisce materiale, in Algeria”, spiega una
lavoratrice. Altri temono lo stesso destino: “Spostare la produzione vorrebbe
dire una crisi che può toccare migliaia di dipendenti”. Attacca anche Rocco
Palombella, segretario generale Uilm: “Anche Tavares aveva fatto la stessa cosa
in Marocco. È cambiato l’amministratore delegato, ma la musica rimane la stessa?
Noi ci aspettiamo che il nostro indotto possa poter lavorare, perché gli
stabilimenti sono qui, i lavoratori sono qui. Sono quelli che stanno pagando di
più il peso di queste scelte sbagliate che si stanno realizzando, quindi
consideriamo sia il Marocco che l’Algeria due scelte sbagliate”.
Intanto, dal tavolo automotive, sottolinea la Fiom, “non sono arrivate risposte
sufficienti”, precisano lo stesso De Palma e il segretario nazionale Samuele
Lodi, segnalando la “riduzione del fondo automotive, da 8 a 1,6 miliardi in
cinque anni, senza alcuna condizione nei finanziamenti pubblici per garantire
l’occupazione in Italia”. E ancora: “Il tavolo automotive deve diventare un
tavolo permanente a Palazzo Chigi. La presidenza del Consiglio deve assumersi la
responsabilità di guidare un confronto per contrastare il reale pericolo di
perdere un settore strategico per la nostra industria”.
“Viviamo di cassa integrazione. In passato era concepita come un fatto
momentaneo, per poi rilanciare le aziende. Oggi invece è utilizzata per spegnere
le aziende, per far prendere tempo per delocalizzare. Cassino sta morendo, è una
fabbrica che si sta svuotando e con essa tutto il territorio. Chiediamo la
discesa in campo del governo: difende tanto l’italianità a chiacchiere, ma nei
fatti vogliamo che prenda posizione”, denuncia un’altra lavoratrice in presidio.
“Il governo dimostra di essere arrendevole di fronte ai poteri forti. Ed è
Elkann lo è”. Altri lanciano un appello: “Se lui è diventato quello che è
diventato, è grazie all’Italia, perché è stato aiutato parecchio, sia lui che la
sua famiglia. Credo che questa non sia la ricompensa giusta per il popolo
italiano e i suoi lavoratori. Ci ripensi. ll futuro è in Italia e in Europa”.
L'articolo Gli operai di Stellantis: “Invita i fornitori ad andare in Algeria e
il governo dei patrioti tace di fronte ai poteri forti come Elkann” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
La Procura di Torino ha formulato i capi d’imputazione per dichiarazione
infedele a carico del patron di Stellantis John Elkann e del commercialista
Gianluca Ferrero in uno dei filoni dell’inchiesta sull’eredità Gianni Agnelli.
Si tratta di una conseguenza dell’imputazione coatta ordinata dal gip, che a
dicembre aveva parzialmente respinto la richiesta di archiviazione. I pm hanno
redatto i capi d’accusa relativi a presunti illeciti fiscali che il giudice, a
differenza di quanto ipotizzato dalla Procura, ha ritenuto non assorbiti dal
reato di truffa. Si renderà ora necessario un nuovo passaggio in udienza
preliminare, dove l’accusa potrebbe insistere a chiedere il proscioglimento.
Nel filone principale dell’indagine, Elkann ha versato all’Agenzia delle Entrate
183 milioni di euro per ottenere il parere favorevole della procura alla messa
alla prova e chiudere così il procedimento per truffa ai danni dello Stato in
relazione alle imposte e alla tassa di successione non pagate sul un patrimonio
della nonna Marella Caracciolo, vedova dell’avvocato Agnelli. In questo secondo
procedimento, invece, redditi della vedova Agnelli, relative al 2018 e ai primi
tre mesi del 2019 (Donna Marella era deceduta il 28 febbraio di quell’anno).
L'articolo Eredità Agnelli, i pm chiedono il rinvio a giudizio di Elkann per
dichiarazione infedele: il gip ha detto no all’archiviazione proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Ricettazione e esportazione illecita di opere d’arte. La Procura di Roma avanza
questa ipotesi di reato: non ci sono indagati, ma basta il nome della famiglia
coinvolta a rendere la notizia degna di nota: si tratta dell’ennesimo capito che
riguarda gli Agnelli e la contesa sull’eredità. I magistrati ritengono di essere
ad un punto importante dell’indagine che riguarda la composizione della
collezione di opere d’arte della famiglia Agnelli: 35 quadri d’autore, tra cui
Monet, Picasso e De Chirico. La lista, in parte, è coperta da segreto
istruttorio.
Passaggio importante: è bene ricordare che i proprietari dei quadri possono
portarli dove vogliono, ma in considerazione del valore delle opere d’arte in
questione, c’è l’obbligo di dare comunicazione degli spostamenti; se questa non
viene presentata al ministero della Cultura, le opere, una volta rintracciate,
possono essere confiscate. I magistrati ritengono che una parte dei reperti non
si trovi più in Italia. La vicenda è stata anticipata da Corriere della Sera e
Il Messaggero, e si inquadra nella contesa sull’eredità di Gianni Agnelli, morto
il 24 gennaio 2003, tra Margherita (erede dell’Avvocato) e i suoi tre figli:
John, Lapo e Ginevra.
Nel corso dell’inchiesta è stata rilevata la scomparsa di 13 dipinti indicati
nell’inventario allegato al testamento, in alcuni casi sostituiti da copie, come
nel caso de “La scala degli addii di Giacomo Balla”, il “Mistero e malinconia di
una strada” di Giorgio De Chirico, “Glaçons, effet blanc” di Monet. La
collaborazione di Margherita, attraverso il suo avvocato Dario Trevisan, ha
consentito agli inquirenti di acquisire documentazione da cui risulta
l’esistenza di altre 22 opere. Quale sia stato il motivo del trasferimento dei
quadri – ragioni fiscali o altro – senza la comunicazione necessaria, è ancora
da capire: la cosa che preme agli investigatori, al momento, è quella di
recuperarli.
Se il 2025 si conclude con questo tema, il 2026 sarà altrettanto intenso per gli
Agnelli. L’11 febbraio prossimo è prevista l’udienza per decidere sulla
richiesta di messa alla prova di John Elkann. Inoltre, il 21 gennaio è stata
calendarizzata l’udienza per discutere del patteggiamento di Gianluca Ferrero,
commercialista e presidente della Juventus. Dunque, nei primi mesi del 2026 si
dovrebbero definire i destini giudiziari del presidente di Stellantis e del suo
braccio destro, finiti nei guai per le vicende relative all’eredità della nonna
di Elkann, Marella Caracciolo, vedova di Gianni Agnelli.
Per poter accedere a undici mesi di messa alla prova, nel settembre scorso, John
Elkann ha versato all’Agenzia delle Entrate 183 milioni di euro, come imposte e
tassa di successione non pagate su un patrimonio di Marella Caracciolo per oltre
un miliardo di euro. L’inchiesta penale era stata avviata dalla Procura di
Torino dopo un esposto di Margherita Agnelli, che rivendica l’eredità materna e
paterna.
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opere d’arte sparite all’estero. Tra i 35 quadri anche dipinti di Monet, Picasso
e De Chirico proviene da Il Fatto Quotidiano.