Non c’è soltanto il rischio delocalizzazione per l’indotto auto piemontese in
Algeria, dopo la richiesta di Stellantis alle aziende della componentistica e
dei fornitori di seguirla nel Paese nordafricano, dove prevede di espandere la
produzione nello stabilimento di Tafraoui, al quale ha assegnato 6 nuovi modelli
e punta all’assemblaggio di 90mila vetture all’anno. Sotto al ministero delle
Imprese e del Made in Italy, in occasione della convocazione da parte del
ministro Adolfo Urso del tavolo sull’Automotive, c’è anche chi ha scelto di
venire a Roma e mobilitarsi.
Perché, di fatto, il lavoro rischia di averlo già perso, al massimo con la sola
prospettiva della cassa integrazione fino a fine anno. È il caso di un centinaio
di lavoratori della Primotecs di Avigliana, fornitore storico di componenti per
auto, Stellantis inclusa, della città metropolitana di Torino, che affronta una
grave crisi e il rischio chiusura: “Algeria? Da noi la famiglia Agnelli-Elkann
ha già raggiunto il suo obiettivo, di fatto quello di mandarci a casa. Fino a
qualche anno fa eravamo più di 500 persone, negli anni siamo scesi sotto i 160
dipendenti. Ora finiremo in cassa perché non abbiamo più commesse, grazie anche
alla politica di Stellantis e alla volontà di esternalizzare tutto verso Paesi
‘low cost’“, denuncia un lavoratore. Ma la vicenda Primotecs non è certo
l’unica, forse soltanto simbolica. Circa 300 sono i lavoratori in presidio
provenienti da aziende di tutta Italia: dagli stabilimenti Stellantis di
Pomigliano, Torino Mirafiori, Melfi, Cassino e Termoli, passando per Bekaert
Sardegna, Iveco, Dana e Marelli e non solo. Tutti con storie e destini simili,
tra casse integrazioni infinite e crisi permanenti.
“Nel nostro Paese ci troviamo di fronte a un processo di autodistruzione del
sistema dell’automotive che va fermato. Ci sono 10mila lavoratori a rischio. Va
fermata la fuga di Stellantis dall’Italia. Gli investimenti vengono fatti
ovunque, ma non da noi”, attacca Michele De Palma, segretario generale della
Fiom Cgil. E, in vista dell’incontro del prossimo 2 febbraio nella sede
dell’Unione industriali di Torino, chiamato “Stellantis Algeria meets Turin
companies”, con il quale l’azienda franco-italiana che ha come primo azionista
Exor sta cercando di chiamare a raccolta i fornitori per convincerli a investire
nel Paese nordafricano, De Palma rivendica: “Si riuniscono le aziende della
componentistica per provare ad inseguire posti dove si pagano meno i lavoratori
e dove non si rispettano i diritti sindacali. Come si difende e si protegge la
produzione industriale dell’automotive del nostro Paese? Delocalizzando le
produzioni in Algeria e poi magari comprando da quel Paese le auto, magari pure
con un bonus pagato dagli italiani?”, continua il segretario Fiom Cgil.
E ancora: “Come mai il ministro non ha detto una sola parola sulla
delocalizzazione in Algeria? Cioè il governo che ogni mattina si sveglia e ci
dice che dobbiamo mettere la mano sul cuore per cantare l’inno nazionale, poi
dopo quando si tratta di garantire la sovranità industriale del Paese non dice
una parola? E come è possibile che c’è un intervento di vendita di Iveco a Tata
(gruppo franco-indiano, ndr) senza che ci sia la presenza e la garanzia del
governo italiano? Abbiamo già avuto un’esperienza: si chiamava Marelli. Noi
stiamo permettendo alla famiglia Elkann di fare soldi sulla pelle di un intero
Paese”, attacca.
Così, mentre la crisi dell’auto in Italia è dimostrata dai numeri, appena
213mila auto prodotte nel 2025 e il -60% in due anni, mai così poche dal 1954,
Stellantis continua a guardare altrove, lasciando gli operai nell’ansia: “Dal
1999 lavoro in Stellantis, in carrozzeria. In quegli anni l’azienda era sempre
piena di gente, sempre piena di lavoro. Ad oggi siamo molto preoccupati perché
ci rendiamo conto che un modello solo non basterà. Siamo molto preoccupati per
l’incontro che ci sarà per cercare di spostare l’indotto, i fornitori e tutto il
sistema che ci dà lavoro e che ci fornisce materiale, in Algeria”, spiega una
lavoratrice. Altri temono lo stesso destino: “Spostare la produzione vorrebbe
dire una crisi che può toccare migliaia di dipendenti”. Attacca anche Rocco
Palombella, segretario generale Uilm: “Anche Tavares aveva fatto la stessa cosa
in Marocco. È cambiato l’amministratore delegato, ma la musica rimane la stessa?
Noi ci aspettiamo che il nostro indotto possa poter lavorare, perché gli
stabilimenti sono qui, i lavoratori sono qui. Sono quelli che stanno pagando di
più il peso di queste scelte sbagliate che si stanno realizzando, quindi
consideriamo sia il Marocco che l’Algeria due scelte sbagliate”.
Intanto, dal tavolo automotive, sottolinea la Fiom, “non sono arrivate risposte
sufficienti”, precisano lo stesso De Palma e il segretario nazionale Samuele
Lodi, segnalando la “riduzione del fondo automotive, da 8 a 1,6 miliardi in
cinque anni, senza alcuna condizione nei finanziamenti pubblici per garantire
l’occupazione in Italia”. E ancora: “Il tavolo automotive deve diventare un
tavolo permanente a Palazzo Chigi. La presidenza del Consiglio deve assumersi la
responsabilità di guidare un confronto per contrastare il reale pericolo di
perdere un settore strategico per la nostra industria”.
“Viviamo di cassa integrazione. In passato era concepita come un fatto
momentaneo, per poi rilanciare le aziende. Oggi invece è utilizzata per spegnere
le aziende, per far prendere tempo per delocalizzare. Cassino sta morendo, è una
fabbrica che si sta svuotando e con essa tutto il territorio. Chiediamo la
discesa in campo del governo: difende tanto l’italianità a chiacchiere, ma nei
fatti vogliamo che prenda posizione”, denuncia un’altra lavoratrice in presidio.
“Il governo dimostra di essere arrendevole di fronte ai poteri forti. Ed è
Elkann lo è”. Altri lanciano un appello: “Se lui è diventato quello che è
diventato, è grazie all’Italia, perché è stato aiutato parecchio, sia lui che la
sua famiglia. Credo che questa non sia la ricompensa giusta per il popolo
italiano e i suoi lavoratori. Ci ripensi. ll futuro è in Italia e in Europa”.
L'articolo Gli operai di Stellantis: “Invita i fornitori ad andare in Algeria e
il governo dei patrioti tace di fronte ai poteri forti come Elkann” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Tag - John Elkann
La Procura di Torino ha formulato i capi d’imputazione per dichiarazione
infedele a carico del patron di Stellantis John Elkann e del commercialista
Gianluca Ferrero in uno dei filoni dell’inchiesta sull’eredità Gianni Agnelli.
Si tratta di una conseguenza dell’imputazione coatta ordinata dal gip, che a
dicembre aveva parzialmente respinto la richiesta di archiviazione. I pm hanno
redatto i capi d’accusa relativi a presunti illeciti fiscali che il giudice, a
differenza di quanto ipotizzato dalla Procura, ha ritenuto non assorbiti dal
reato di truffa. Si renderà ora necessario un nuovo passaggio in udienza
preliminare, dove l’accusa potrebbe insistere a chiedere il proscioglimento.
Nel filone principale dell’indagine, Elkann ha versato all’Agenzia delle Entrate
183 milioni di euro per ottenere il parere favorevole della procura alla messa
alla prova e chiudere così il procedimento per truffa ai danni dello Stato in
relazione alle imposte e alla tassa di successione non pagate sul un patrimonio
della nonna Marella Caracciolo, vedova dell’avvocato Agnelli. In questo secondo
procedimento, invece, redditi della vedova Agnelli, relative al 2018 e ai primi
tre mesi del 2019 (Donna Marella era deceduta il 28 febbraio di quell’anno).
L'articolo Eredità Agnelli, i pm chiedono il rinvio a giudizio di Elkann per
dichiarazione infedele: il gip ha detto no all’archiviazione proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Ricettazione e esportazione illecita di opere d’arte. La Procura di Roma avanza
questa ipotesi di reato: non ci sono indagati, ma basta il nome della famiglia
coinvolta a rendere la notizia degna di nota: si tratta dell’ennesimo capito che
riguarda gli Agnelli e la contesa sull’eredità. I magistrati ritengono di essere
ad un punto importante dell’indagine che riguarda la composizione della
collezione di opere d’arte della famiglia Agnelli: 35 quadri d’autore, tra cui
Monet, Picasso e De Chirico. La lista, in parte, è coperta da segreto
istruttorio.
Passaggio importante: è bene ricordare che i proprietari dei quadri possono
portarli dove vogliono, ma in considerazione del valore delle opere d’arte in
questione, c’è l’obbligo di dare comunicazione degli spostamenti; se questa non
viene presentata al ministero della Cultura, le opere, una volta rintracciate,
possono essere confiscate. I magistrati ritengono che una parte dei reperti non
si trovi più in Italia. La vicenda è stata anticipata da Corriere della Sera e
Il Messaggero, e si inquadra nella contesa sull’eredità di Gianni Agnelli, morto
il 24 gennaio 2003, tra Margherita (erede dell’Avvocato) e i suoi tre figli:
John, Lapo e Ginevra.
Nel corso dell’inchiesta è stata rilevata la scomparsa di 13 dipinti indicati
nell’inventario allegato al testamento, in alcuni casi sostituiti da copie, come
nel caso de “La scala degli addii di Giacomo Balla”, il “Mistero e malinconia di
una strada” di Giorgio De Chirico, “Glaçons, effet blanc” di Monet. La
collaborazione di Margherita, attraverso il suo avvocato Dario Trevisan, ha
consentito agli inquirenti di acquisire documentazione da cui risulta
l’esistenza di altre 22 opere. Quale sia stato il motivo del trasferimento dei
quadri – ragioni fiscali o altro – senza la comunicazione necessaria, è ancora
da capire: la cosa che preme agli investigatori, al momento, è quella di
recuperarli.
Se il 2025 si conclude con questo tema, il 2026 sarà altrettanto intenso per gli
Agnelli. L’11 febbraio prossimo è prevista l’udienza per decidere sulla
richiesta di messa alla prova di John Elkann. Inoltre, il 21 gennaio è stata
calendarizzata l’udienza per discutere del patteggiamento di Gianluca Ferrero,
commercialista e presidente della Juventus. Dunque, nei primi mesi del 2026 si
dovrebbero definire i destini giudiziari del presidente di Stellantis e del suo
braccio destro, finiti nei guai per le vicende relative all’eredità della nonna
di Elkann, Marella Caracciolo, vedova di Gianni Agnelli.
Per poter accedere a undici mesi di messa alla prova, nel settembre scorso, John
Elkann ha versato all’Agenzia delle Entrate 183 milioni di euro, come imposte e
tassa di successione non pagate su un patrimonio di Marella Caracciolo per oltre
un miliardo di euro. L’inchiesta penale era stata avviata dalla Procura di
Torino dopo un esposto di Margherita Agnelli, che rivendica l’eredità materna e
paterna.
L'articolo Gli Agnelli e l’eredità contesa: la Procura di Roma indaga sulle
opere d’arte sparite all’estero. Tra i 35 quadri anche dipinti di Monet, Picasso
e De Chirico proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un altro guaio per John Elkann. Mentre l’iter per la cessione dei quotidiani
del gruppo Gedi entra nel vivo e nei giorni in cui il presidente di Stellantis
ha rifiutato l’offerta per la Juventus, il gip di Torino, Antonio Borretta, ha
ordinato per lui l’impostazione coatta con l’accusa di dichiarazione infedele.
Una decisione che ha avuto già effetti nel procedimento sulla messa alla prova,
visto che la gup Giovanna De Maria ha rinviato all’’11 febbraio 2026 l’udienza
per decidere se dare o meno il via libera agli undici mesi di Elkann come tutor
tra gli allievi delle scuole salesiane.
La questione riguarda sempre l’eredità della nonna di Elkann, Marella
Caracciolo, vedova di Gianni Agnelli. Da una parte il presidente di Stellantis
ha versato all’Agenzia delle Entrate 183 milioni di euro per ottenere il parere
favorevole della procura alla messa alla prova e chiudere così il procedimento
per truffa ai danni dello Stato, in relazione alle imposte e alla tassa di
successione non pagate sul un patrimonio della nonna. Dall’altra parte, la
procura ha chiesto per John Elkann, per i suoi fratelli Lapo e Ginevra, per il
commercialista Gianluca Ferrero e per il notaio svizzero Urs Robert von
Gruenigen, l’archiviazione di un altro procedimento in cui si contesta
l’infedele dichiarazione dei redditi della vedova Agnelli, relative al 2018 e ai
primi tre mesi del 2019 (Donna Marella era deceduta il 28 febbraio di
quell’anno).
Il gip Borretta, però, ha archiviato le posizioni di quasi tutti gli indagati,
tranne quella di Elkann e di Ferrero: per il proprietario e per il presidente
della Juventus, dunque, la procura dovrà formulare richiesta di rinvio a
giudizio. “Pur esprimendo la nostra soddisfazione per le archiviazioni disposte
dal gip Borretta, la sua decisione di imporre al pm di formulare l’imputazione
per John Elkann e Gian Luca Ferrero è difficile da comprendere, perchè in
contrasto con le richieste dei Pubblici Ministeri, che erano solide e ben
argomentate per tutti i nostri assistiti”, dicono i legali del presidente
Stellantis, annunciando ricorso in Cassazione contro la decisione del gip,
eccependone “l’ambormità“.
Il dubbio riguarda l’altro procedimento: il fatto che Elkann vada a processo con
l’accusa di dichiarazioni infedeli, precluderà al presidente di Stellantis di
ottenere la messa alla prova? Chiamata a rispondere a questa domanda, la gup De
Maria ha preso tempo, rinviando tutto al 2026. “La decisione del gip Borretta a
nostro avviso non vincola il GIP di Maria che deve decidere sulla nostra istanza
di Map”, dicono sempre i legali di Elknann, spiegando di aver presentato una
memoria in questo senso. “Nel merito – proseguono i legali – per noi questi
tecnicismi processuali non cambiano nulla: ribadiamo la nostra ferma convinzione
che le accuse mosse a John Elkann siano prive di qualsiasi fondamento e
riaffermiamo la forte convinzione che egli abbia sempre agito correttamente e
nel pieno rispetto della legge. La scelta di John Elkann di aderire a un accordo
non implica alcuna ammissione di responsabilità ed è stata infatti ispirata solo
dalla volontà di chiudere rapidamente una vicenda personale molto dolorosa,
tanto più dopo aver definito con l’Agenzia delle Entrate ogni possibile
controversia attinente i tributi potenzialmente gravanti sui fratelli Elkann in
qualità di eredi di Donna Marella Agnelli”.
L'articolo Un altro guaio per John Elkann: il gip di Torino ordina l’imputazione
coatta per dichiarazione infedele proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’era una volta la Juventus. Istituzione, egemonia sul calcio italiano. C’era
una volta e non c’è più perché oggi di quel potere intoccabile, non solo
metaforicamente, rimane poco o niente. Sul mercato è una squadra con scarso
appeal, che attira solo giocatori di seconda fascia. Le rivali dirette per il
quarto posto si chiamano Como, Bologna, Roma e oggi tutti scendono in campo
convinti di poterla battere o comunque giocarsela alla pari, quando c’è stato un
momento in cui le avversarie quasi non si presentavano allo Stadium. Anche gli
arbitri hanno finalmente dismesso la famosa sudditanza che per anni ha segnato
la Serie A. Insomma, nessuno sembra più rispettare la vecchia signora. E
l’offerta di Thether ne è l’ultima dimostrazione.
Il particolare momento storico dei bianconeri va al di là della mediocrità dei
risultati sportivi: la stagione non è compromessa, come dimostra anche la
fondamentale vittoria a Bologna; è difficile pensare che possa regalare grandi
soddisfazioni ma si può ancora salvare, centrando i primi quattro posti da cui
dipende la qualificazione in Champions. La notizia della settimana però è la
proposta d’acquisto di Thether. O meglio lo sarebbe stata, se l’offerta non
fosse troppo ridicola, a tratti quasi grottesca, per essere vera.
Ci sono diversi motivi per cui Elkann non avrebbe mai potuto prenderla sul
serio, e infatti non l’ha fatto. Uno, per la valutazione: offrendo 725 milioni
per il 65,4% di Exor, Thether ha valutato il club 1,1 miliardi, 1,4 compresi i
debiti. È vero che il prezzo per azione è superiore a quello attuale in Borsa
(2,66 euro invece di 2,2), ma parliamo del club più importante d’Italia, con una
fanbase di milioni di tifosi e un impianto di proprietà. Se il Milan è stato
venduto a 1,2 miliardi di euro, la Juve ne vale sicuramente di più. Poi ci sono
tempistiche e modalità della proposta. Arrivata nel bel mezzo della trattativa
per la cessione del gruppo Gedi, ed è impensabile che Exor possa concludere
contemporaneamente due partite così delicate: equivarrebbe ad una fuga
precipitosa dall’Italia, e invece alla famiglia Agnelli sono sempre piaciute le
cose ordinate (almeno per le apparenze). Thether aveva dato una settimana di
tempo per accettare, Exor ci ha messo ancora meno per rifiutare.
Vedremo se il comunicato di John Elkann ha messo un punto alla vicenda o ci
saranno sviluppi. Quel che è certo è che dieci anni fa, o anche solo cinque anni
fa, quando la Juventus era la vera Juventus, una cosa del genere non sarebbe mai
potuta accadere. Un’offerta irricevibile, presentata da un socio di minoranza
opaco e sempre più ostile, per approfittare della situazione della società,
manco fosse sul mercato alla disperata ricerca di un compratore, o peggio ancora
soltanto per farsi pubblicità sulle spalle del club. Nel recente passato è
successo all’Inter e Milan in banter era, ai tempi di Thohir e Yonghong Li, mai
ai bianconeri. Fino ad oggi. La dice lunga su quanto in basso sia sprofondata la
Juventus.
Senza entrare nel merito di chi siano Devasini e Ardoino, delle ombre che
aleggiano intorno al loro business e che sono state più volte raccontate dal
Fatto. Senza tantomeno riabilitare la famiglia Agnelli/Elkann, ciò ha fatto in
Italia e nel calcio italiano. Guardandola solo con gli occhi del tifoso
juventino, chi oggi si augura la cessione (e sono in tanti) dovrebbe
interrogarsi su cosa vorrebbe dire passare dalle mani di Exor a quelle di
Thether. Da uno dei più potenti gruppi italiani (benché il legame con l’Italia
sia quasi completamente dissolto, e proprio la Juve rischia di rimanerne
l’ultimo lembo) a una società di stablecoin con sede legale a El Salvador.
Certo, la recente gestione Elkann è stata fallimentare (anche se le vedove di
Andrea Agnelli dovrebbero ricordarsi chi ha ridotto la società in queste
condizioni, tra bilanci fuori controllo, plusvalenze fittizie e penalizzazioni).
I tempi dell’egemonia bianconera probabilmente sono finiti, il nuovo piano
industriale si basa sull’autofinanziamento e non fa sognare i tifosi. Ma anche
così, con tutti questi limiti e paletti, la Juventus rimane la squadra con
maggiori mezzi a disposizione in Serie A, con la proprietà più solida. Magari un
giorno Exor venderà davvero la Juventus, perché l’operazione di pulizia dei
conti che è stata la priorità del mandato prima di Giuntoli e ora di Comolli
(ben più dell’aspetto sportivo) potrebbe essere propedeutica a una cessione.
Però un conto è finire nelle mani di Bin Salman (altra indiscrezione non
confermata delle ultime ore), un conto di Thether o di chi per lui. Come si dice
in questi casi: si sa quel che si lascia, non quel che si trova.
X: @lVendemiale
L'articolo Juve, come sei caduta in basso: l’offerta di Thether è l’ultima
mancanza di rispetto verso la Vecchia Signora proviene da Il Fatto Quotidiano.
Contro la presidente del Consiglio e contro l’editore. Alle prese con la
cessione del gruppo Gedi, le redazioni de La Repubblica e La Stampa tornano a
farsi sentire. La vendita del ramo editoriale di Exor da parte di John Elkann è
diventato anche una vicenda politica, mentre il numero uno della holding
proprietaria dei due quotidiani non ha speso una sola parola mentre nel week end
si è esposto in prima persona per annunciare che la Juventus è incedibile e
quindi è stata rifiutata la proposta di Tether che valutava il club 1,1 miliardi
di euro.
“Ha respinto l’offerta di acquisto della Juventus con un video messaggio e la
precisazione che ‘la squadra, la nostra storia e i nostri valori non sono in
vendita’. Vale per il calcio, ma non per il nostro giornale e i suoi oltre 150
anni di storia. Storia che si può serenamente svendere, senza nemmeno curarsi di
capire a chi”, ha sottolineato il Cdr del quotidiano torinese sottolineando che
con la vendita si va “disgregando, distruggendo valore e valori”. Lo scorso 30
novembre, dopo l’assalto alla redazione, ricorda il Comitato di redazione,
“anche John Elkann ha portato la sua solidarietà” e “si è rivolto ai colleghi e
alle colleghe parlando alla prima persona plurale, con l’inteso che proprietà,
direzione e redazione fossero un tutt’uno”. Si trattava di “menzogne”, attacca
il sindacato interno dei giornalisti, visto che “nemmeno quindici giorni dopo è
arrivata la dichiarazione ufficiale di Exor e la conferma della volontà di
uscire dal settore dell’editoria”.
Si tratta, ricordano, di “posti di lavoro e vite di cui temiamo il governo non
abbia troppa intenzione di farsi carico, almeno a giudicare dal palco di Atreju
di ieri”. Il riferimento è alle parole della presidente del Consiglio Giorgia
Meloni sulla vendita di Gedi, “menzionata giusto il tempo di polemizzare con i
suoi avversari politici, senza dare rassicurazioni sulle sorti di 1.300
lavoratori e lavoratrici”. Sullo stesso punto, attacca anche il Comitato di
redazione di Repubblica, destinata a finire nelle mani del gruppo greco Antenna:
“Invece di occuparsi di una crisi industriale che riguarda 1.300 lavoratrici e
lavoratori e al contempo di fare la propria parte per salvaguardare il
pluralismo dell’informazione, ieri dal palco della sua kermesse la presidente
del Consiglio Giorgia Meloni ha preferito sfoderare l’arma della più bassa
propaganda politica per parlare di Gedi: attaccando un partito di opposizione,
un sindacato e un articolo di Michele Serra su questo giornale che
rappresenterebbe ‘una sinistra isolata e rabbiosa’”.
Parole che – secondo il Cdr – “denotano scarsa attitudine istituzionale, visto
che Meloni in teoria rappresenta tutti i cittadini di questo Paese e non solo i
suoi elettori”. E ancora: “Sono completamente false rispetto a fantasiosi
accordi tra l’attuale editore di Gedi su Stellantis e le interviste fatte dalle
colleghe e dai colleghi nel corso degli anni a Maurizio Landini, segretario
generale della Cgil. Ci risulta piuttosto che Meloni coltivi ottimi rapporti sia
con John Elkann che con il possibile acquirente di Gedi: se proprio ritiene di
potersi rendere utile visto il ruolo che ricopre, e di cui spesso si dimentica,
le suggeriamo di utilizzare la sua influenza per gestire questo delicato
passaggio tutelando non gli interessi — per la gran parte esteri — di grandi e
ricchi imprenditori, ma delle persone che qui vivono del proprio lavoro. Lo
sfregio di Meloni, casualmente, fa il paio con il video nel quale lo stesso
Elkann annuncia il rifiuto a prendere in considerazione l’offerta ricevuta per
l’acquisto della Juventus”.
L'articolo Lo “sfregio” di Meloni e le “menzogne” di Elkann: i Cdr di Repubblica
e La Stampa contro la premier e il loro editore proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tutto rinviato all’anno prossimo. Si terrà l’11 febbraio 2026 l’udienza per
decidere sulla richiesta di messa alla prova di John Elkann. Il rinvio è stato
deciso dalla gip di Torino, Giovanna De Maria, che ha anche fissato nel 21
gennaio l’udienza per discutere del patteggiamento del commercialista Gianluca
Ferrero, presidente della Juventus. Oltre alla vendita delle testate del gruppo
Gedi, dunque, nel 2026 si definiranno anche i destini giudiziari del presidente
di Stellantis e del suo braccio destro, finiti nei guai per le vicende relative
all’eredità della nonna di Elkann, Marella Caracciolo, vedova di Gianni Agnelli.
Per poter accedere a undici mesi di messa alla prova, nel settembre scorso, il
nipote dell’Avvocato aveva versato all’Agenzia delle Entrate 183 milioni di
euro. Imposte e tassa di successione non pagate su un patrimonio di Marella
Caracciolo ricostruito all’estero e in Italia per oltre un miliardo di euro.
L’inchiesta penale era stata avviata dalla procura torinese dopo un esposto di
Margherita Agnelli, figlia dell’Avvocato e madre di Elkann, che rivendica
l’eredità materna e paterna. Elkann dovrebbe svolgere la messa alla prova
facendo da tutor tra gli allievi delle scuole salesiane, di formatore per gli
insegnanti e di consulente dei dirigenti salesiani. Su Ferrero, invece, i pm
avevano dato parere favorevole per un patteggiamento a un anno, poi nella scorsa
udienza si era convertita in una sanzione di 73mila euro. Il 21 gennaio, dunque,
sarà definita la modalità della pena.
L'articolo Eredità Agnelli, rinviata all’anno prossimo l’udienza per la messa
alla prova di John Elkann proviene da Il Fatto Quotidiano.
Exor ha rifiutato ufficialmente la proposta di Tether Investments per rilevare
la Juventus. Ad annunciarlo è proprio la stessa holding con una nota ufficiale:
“Il proprio Consiglio di Amministrazione ha respinto all’unanimità una proposta
non richiesta presentata da Tether Investments per l’acquisizione di tutte le
azioni della Juventus Football Club di proprietà di Exor”. Exor nel comunicato
ufficiale “ribadisce le sue precedenti e coerenti dichiarazioni secondo cui non
ha alcuna intenzione di vendere alcuna delle sue azioni della Juventus a terzi,
inclusa, ma non limitatamente a, Tether con sede in El Salvador”.
Poi la holding ha ribadito l’impegno della famiglia Agnelli: “La Juventus è un
club storico e di successo, di cui Exor e la famiglia Agnelli sono azionisti
stabili e orgogliosi da oltre un secolo, e rimangono pienamente impegnati nei
confronti del Club, sostenendo il suo nuovo gruppo dirigente nell’attuazione di
una strategia chiara per ottenere risultati eccellenti sia dentro che fuori dal
campo”.
A presentare l’offerta al Consiglio di amministrazione della Juve è stata Tether
Investments, interamente controllata da Tether Holdings, colosso degli
stablecoin. L’offerta era a un prezzo di acquisto interamente in denaro pari a
2,66 euro per azione con un equity value per l’acquisizione del 100% della
società pari a circa 1,1 miliardi. Nel comunicato si sottolineava che, se
l’operazione fosse andata a buon fine, ci sarebbe stato un impegno a mettere a
disposizione della società bianconera risorse per circa 1 miliardo.
L'articolo Exor respinge l’offerta di Tether Investments: “La Juventus è un club
di successo di cui la famiglia Agnelli è azionista orgogliosa” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tether vuole la Juventus tutta per sé. La società guidata da Paolo Ardoino, che
già detiene l’11,52% del club, ha presentato a Exor un’offerta vincolante non
concordata per l’acquisto di tutte le azioni del club che sono in possesso della
holding della famiglia Agnelli-Elkann e che rappresentano il 65,4% del capitale
sociale. Una proposta che, a quanto pare, Exor sarebbe intenzionata a rifiutare,
al momento.
A presentare l’offerta al Consiglio di amministrazione della Juve è stata Tether
Investments, interamente controllata da Tether Holdings. L’offerta è a un prezzo
di acquisto interamente in denaro pari a 2,66 euro per azione con un equity
value per l’acquisizione del 100% della società pari a circa 1,1 miliardi. Nel
comunicato si sottolinea, se l’operazione andrà a buon fine, l’impegno a mettere
a disposizione della società bianconera risorse per circa 1 miliardo “per
rafforzare la prima squadra e sostenere lo sviluppo e la crescita della società”
“Non sono in corso negoziazioni riguardanti la vendita di una quota della
Juventus”, ha tagliato corto un portavoce di Exor. La questione, più che legata
alla volontà di mantenere in ogni caso il controllo del club, costato 1 miliardo
di euro di ricapitalizzazioni negli ultimi dieci anni, è legata alla valutazione
della società. Nonostante la capitalizzazione da 840 milioni, l’offerta non
viene ritenuta congrua avendo la Juventus uno stadio di proprietà e il maggior
numero di tifosi in Italia.
L'articolo Juventus, Tether presenta offerta per acquistare il club. Exor: “Non
negoziamo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La cessione delle ultime testate del gruppo Gedi segna l’ennesimo passo della
lunga ritirata della dinastia Agnelli-Elkann dall’Italia, dopo anni di
trasferimenti societari all’estero e dismissioni industriali. A tirare le somme
arriva anche Carlo De Benedetti, che intervistato dal Foglio confronta il
presente di John Elkann con la stagione dell’Avvocato. La vendita di Repubblica
ai greci? “Anche per tenersi lontano dai magistrati, per partirsene via
dall’Italia”, è la tesi dell’Ingegnere torinese, per ventidue anni editore del
gruppo Espresso. “La Fiat, la Juve, la Ferrari. Dopo questa faccenda di
Repubblica sarà difficile per lui in Italia. Non ha consensi. Non è amato”.
E allora, dice l’Ingegnere, ecco pronto il piano di fuga. “Si trasferirà a New
York. E’ cittadino americano di nascita. Appena finita questa storia dei
giornali, parte. A Torino è già ai servizi sociali, come Berlusconi a Cesano
Boscone”. Il riferimento è alla vicenda ereditaria di Donna Marella, vedova
dell’Avvocato, in cui il nipote John ha evitato il processo patteggiando un anno
di lavori socialmente utili e versando 183 milioni di euro con i fratelli Lapo e
Ginevra per chiudere il contenzioso sulla presunta evasione. “Fa il tutor per
ragazzi problematici. Ma sarebbe lui ad aver bisogno di un tutor. Tutto quello
che ha toccato lo ha rotto”, rincara De Benedetti. Atro che Gianni Agnelli:
“Quello che rendeva Agnelli ‘Agnelli’ era l’essere amato. E ammirato”. Non un
accessorio, ma parte del meccanismo del potere, “un capitale”, spiega evocando i
quattrocentomila accorsi al Lingotto per i funerali dell’Avvocato.
Dal confronto, Elkann ne esce malissimo: “Tutto questo non ce l’ha nel
repertorio, non ci ha nemmeno provato a farsi ben volere. E oggi se cammina per
le strade di Torino non lo saluta più nessuno”. Mentre i simboli della
popolarità – Fiat, Juventus, Ferrari, i giornali – sarebbero ormai logori. De
Benedetti ricorda la vendita del gruppo editoriale dei figli: “Un colosso
frantumato, indebolito, e infine venduto a pezzi”. E cita l’accusa di Carlo
Calenda secondo cui Elkann avrebbe comprato Repubblica “per comprarsi il Pd e la
Cgil”, replicando: “Bastava tenerlo in piedi quel gruppo. Senza toccarlo”. E poi
tutto il resto: la Juve in gravi difficoltà, la Ferrari che “non ha vinto
nemmeno un gran premio nel 2025”, la Fiat delocalizzata. Da qui la previsione:
“Se ne andrà anche lui. Ha problemi con la giustizia. Metterà un oceano tra sé e
i pm italiani”. Dove? “A New York, aspettate e vedrete”.
Eppure, distingue, Elkann “i soldi li ha fatti, eccome”. Exor è solida, e
qualche talento va pur riconosciuto: “E’ bravo negli investimenti finanziari. E’
bravo quando non deve gestire nulla. Fa soldi vendendo. E investendo nel web”.
Cita l’esempio israeliano di Via, “un’azienda fantastica che gli ha fruttato
tanto”. Ma poi torna il giudizio sull’incapacità gestionale: “A un certo punto,
aveva messo la stessa persona a occuparsi sia della Juventus sia di Repubblica…
Quale qualità aveva costui? Era stato compagno di classe di John”. E la scalata
al Corriere della Sera? “La fortuna del Corriere è che Elkann fallì. Quello che
è successo a Repubblica sarebbe accaduto a loro”. Parlando di se stesso e
dell’ipotesi di un suo possibile ritorno alla guida del quotidiano, liquida
così: “Io? Ma lo sa quanti anni ho adesso? Ne ho novantuno”. Questione di
“misura”, precisa. Resta il tifo per la Juve: “Sempre. Purtroppo. Con dolore”.
L'articolo De Benedetti lapida John Elkann: “Fa il tutor per ragazzi
problematici. Sarebbe lui ad averne bisogno” proviene da Il Fatto Quotidiano.