Sono scesi in piazza in 5mila, fianco a fianco, per dire basta alla
desertificazione della fabbrica di Stellantis. Operai, sindaci, industriali e
cittadini fianco a fianco per far sentire la voce del territorio di fronte ai
numeri tragici di uno stabilimento che è diventato il simbolo di come un
impianto-gioiello, che appena nove anni fa contava 4.400 dipendenti e
assemblavano oltre 135mila automobili, possa ritrovarsi ai margini di un
progetto industriale.
Cassino alza la voce dopo un 2025 segnato da ammortizzatori sociali, oltre 100
giorni di chiusura e appena 19mila vetture prodotte, seguito da un inizio d’anno
con la miseria di 12 giorni lavorati, fino al 6 marzo, dai 2.200 operai rimasti.
Convocata dai sindacati Fim, Fiom, Uilm, Ugl e Fismic, la manifestazione ha
visto l’adesione dei sindaci della consulta del Basso Lazio e di Unindustria,
oltre alla partecipazione di diverse organizzazioni dei commercianti,
associazioni e anche dagli ultras del Cassino Calcio, nonché dell’ex presidente
della regione Lazio Nicola Zingaretti con buona parte del gruppo regionale Pd.
Ferma a missioni produttive vecchie – Alfa Romeo e Alfa Stelvio risalgono ai
tempi di Marchionne, Maserati Grecale è arrivata nel 2022 – la fabbrica
frusinate ha visto sfumare le promesse di Stellantis fatte nel dicembre 2024 al
Tavolo Automotive convocato dal ministero delle Imprese e del Made in Italy. Al
momento, le novità sono sospese o cancellate. Forse qui si vedrà un modello
nuovo con motorizzazione ibrida nel 2028. Nel mezzo rischiano di scomparire
diverse realtà dell’indotto, già in difficoltà, senza contare le aziende degli
appalti che sono prossime ai licenziamenti.
“Lo stabilimento Stellantis di Cassino rischia di pagare il prezzo più alto
della crisi dell’automotive in Italia. Sta diventando il buco nero della storia
industriale, occupazionale del nostro Paese. Lo stabilimento è di fatto a
rischio chiusura”, ha detto Michele De Palma, segretario generale Fiom-Cgil. “È
necessario intervenire con urgenza. Non dobbiamo attendere il 21 maggio, giorno
dell’Investor Day di Stellantis, ma condizionare le scelte del nuovo piano
industriale attraverso l’apertura di un confronto”. Nelle stesse ore, però, è
arrivata la notizia che l’ad Antonio Filosa parlerà davanti alla commissione
Attività Produttive della Camera solo il 17 giugno, ben ventotto giorni dopo la
presentazione del piano a Detroit.
“Oggi da Cassino arriva un messaggio chiaro a Stellantis, al Governo e
all’Europa: questo territorio non si arrende e non accetta di essere
sacrificato”, ha attaccato il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella.
“Non è una semplice manifestazione – sottolinea – ma la risposta di una comunità
che si ribella al rischio concreto di desertificazione industriale”. Gli ultimi
investimenti, ha ricordato, “risalgono al 2016” e i nuovi modelli arriveranno
nel 2028: “Come deve vivere Cassino fino ad allora? Senza queste scelte, il
rischio è la chiusura progressiva dello stabilimento e un impatto devastante su
tutto il territorio”. Il leader della Fim-Cisl Ferdinando Uliano ha parlato di
“una battaglia simbolica per la difesa dell’industria: l’economia del nostro
Paese e dell’Europa non può reggersi solo sul comparto della difesa” né
“possiamo accettare l’impoverimento economico e sociale di questo territorio: è
necessario garantire un futuro a lavoratori, famiglie e giovani”.
Per Vittorio Celletti, presidente di Unindustria Cassino “Noi ci siamo perché si
tratta di una manifestazione di proposta”. Ed evidenzia il ruolo dell’indotto,
non più costituito da aziende satellite come negli Anni 80 ma rappresentato da
un vero sistema industriale di eccellenza che si è affrancato dalla
monofornitura ed è cresciuto al punto di produrre da Cassino per quasi tutti i
principali brand continentali. Unindustria invita Stellantis ad osservare il
contesto nel quale agisce il suo stabilimento: “L’auto del futuro chiede un
ecosistema, cioè una manifattura non solo manuale ma digitale e soprattutto nel
campo creativo. E Cassino ha questo capitale umano, grazie alla presenza
dell’università”.
L'articolo Stellantis, la crisi di Cassino unisce operai e industriali: 5mila in
piazza contro la desertificazione della fabbrica proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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La Maserati e l’Alfa Romeo sul fronte dei marchi. Quindi Modena e Cassino, se si
guarda alle fabbriche. Potrebbe essere questa la traiettoria della “via cinese”
di Stellantis, che secondo Bloomberg ha un dialogo aperto con costruttori di
Pechino per alleggerire il peso della struttura europea. I riflessi,
inevitabilmente, si avrebbero anche in Italia, già diventato fanalino di coda
nella produzione del gruppo franco-italiano.
Le interlocuzioni in corso – spiegava giovedì l’agenzia di stampa finanziaria –
sono su tre livelli: la possibilità per i cinesi di produrre in stabilimenti
sotto utilizzati, la possibilità di acquisire quote di alcuni marchi e
l’ingresso nel capitale nel caso di scorporo della divisione europea.
“Speculazioni”, le ha definite l’azienda che tuttavia non ha negato il dialogo.
Stellantis sarebbe intenzionata a operare questi passi per concentrare i suoi
investimenti nel mercato Usa, il più profittevole e quello più stabile sotto il
profilo delle regole nel medio-lungo periodo, per il quale ha già annunciato il
più grande piano della sua storia.
I primi due punti – marchi e apertura delle proprie fabbriche – portano dritti
in Italia, inevitabilmente. Maserati è chiacchierata da tempo, anche se una sua
cessione è stata più volte smentita da Stellantis. Alfa Romeo invece non è più
tra le stelle del gruppo. I due loghi hanno comunque ancora grande appeal e
chance di rilancio. Per quanto riguarda le fabbriche, invece, il discorso è più
ampio e variegato, per quanto la storia richiami alla mente i siti, Modena e
Cassino, legati alla produzione proprio dei due marchi.
Nell’ultimo anno l’Italia – che ha una capacità installata superiore al milione
di auto – ne ha prodotte appena 213.000. Potenzialmente, insomma, ci sarebbe
spazio ovunque, da Mirafiori a Melfi. Ma in un’ottica di rilancio già annunciata
sulla carta da Stellantis, restano in ballo principalmente Modena e Cassino. La
prima fabbrica – che pure avrebbe in canna il “progetto Alta Gamma” – ha
prodotto appena 200 unità nel 2025, la seconda 19.364 con un crollo di oltre
l’80% rispetto al 2017. Tutto è da verificare, ma la partita è aperta.
L'articolo Alfa Romeo, Maserati e le fabbriche di Modena e Cassino: chi può
entrare nella “via cinese” di Stellantis in Italia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Non c’è verso di far cambiare idea a Trasnova e alle sue sub-appaltatrici
Logitech e Teknoservice: le aziende che lavorano nell’indotto di Stellantis,
scaduto il prolungamento di un anno della commessa, sono intenzionate a tirare
dritto con la procedura di licenziamento collettivo per 232 dipendenti. La
richiesta riguarda 94 lavoratori di Trasnova, 90 di Logitech e 48 di
Teknoservice che lavorano negli stabilimenti di Pomigliano d’Arco (95), Melfi
(78), Cassino (45) e Mirafiori-Rivalta (14).
Nell’incontro al ministero delle Imprese e del Made in Italy, le aziende si sono
dette indisponibili a utilizzare ammortizzatori sociali e quindi a ritirare i
licenziamenti, nonostante le richieste sindacali e istituzionali. Fim, Fiom e
Uilm parlano di “assoluta noncuranza verso i lavoratori”, visto il diniego
all’utilizzo degli ammortizzatori sociali. Il tutto, sostengono, “evitando di
attivarsi per qualsivoglia opportunità di ricollocazione”. Non solo, i sindacati
accusano Teknoservice: “Risulta aver ricevuto in subappalto nuove attività
proprio nella provincia di Frosinone (dove c’è lo stabilimento di Cassino, ndr)
e ciò nonostante non aver offerto alcuna ricollocazione”.
Al ministero, spiegano i metalmeccanici, si è presentata un’impresa della
logistica, Napoli Uno, che ha mostrato interesse all’assunzione immediata di una
ventina di lavorativa nelle sedi di Caserta, Gricignano di Aversa, Casoria e
Milano: “Inoltre si è detta intenzionata a espandere la sua attività
prioritariamente a Pomigliano, per cui è già in corso una interlocuzione con la
Regione Campania sulla potenziale individuazione di un sito”. Il Mimit ha
inoltre riferito di due ulteriori potenziali investitori interessati a
insediarsi a Cassino e sempre a Pomigliano.
“Bisognerà fare i necessari approfondimenti, anche in sede regionale, in merito
alla proposta per poter fare una valutazione completa”, dicono anche Fim, Fiom e
Uilm che hanno chiesto anche di “verificare subito la solidità della
disponibilità di Napoli Uno, dando ai lavoratori la possibilità di candidarsi
alle posizioni disponibili”. La vertenza legata alle appaltatrici di Stellantis
era deflagrata nel dicembre 2024 quando il gruppo automobilistico aveva
annunciato che non avrebbe rinnovato la commessa nei servizi della logistica
negli stabilimenti italiani motivandola con la volontà di internalizzare le
attività svolte. Era scoppiata la rabbia degli operai che avevano sollecitato
anche la politica. Dopo giorni di lotta, Stellantis aveva assicurato l’appalto
per altri dodici mesi. Un agonia prolungata, ora arrivata al capolinea.
L'articolo Torna l’incubo nelle aziende della logistica di Stellantis: 232
licenziamenti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un nuovo taglio per lo stabilimento di Stellantis a Termoli. La fabbrica,
specializzata nella produzione di motori, vedrà scendere di almeno 60 addetti la
propria pianta organica entro la fine del 2026. L’azienda e i sindacati – tutti
tranne la Fiom – hanno trovato un accordo per una nuova procedura di esodo
incentivato: i sessanta dipendenti lasceranno il loro posto entro il 31 dicembre
e si tratterà principalmente di persone che matureranno i requisiti per la
pensione nei prossimi anni.
Mentre per la Uilm Molise si tratta di uno “strumento volontario che permette di
affrontare con responsabilità una fase complessa per il nostro stabilimento”, la
Fiom territoriale ha espresso contrarietà e non ha sottoscritto l’accordo
ritenendo che continui a ridurre l’occupazione nel sito produttivo. Per il
segretario locale Alfredo Fegatelli esiste “una contraddizione tra le
prospettive produttive annunciate e il ricorso a nuove uscite e agli
ammortizzatori sociali”.
Proprio negli scorsi giorni, infatti, era stato annunciata la partenza il 15
settembre della produzione del cambio Edct, che dovrebbe far calare gli esuberi
a 400 – di cui 180 trasfertisti – su un organico di 1.780 persone. I lavori
propedeutici alla produzione – con un investimento di 41 milioni di euro – sono
già partiti: l’installazione delle linee sarà completata a fine aprile, mentre a
giugno e luglio inizieranno le pre-serie. La direzione dello stabilimento ha
anche confermato la produzione dei tre motori assegnati: il Gse FireFly, il V6 e
il Gme.
Gli ultimi due motori, tra bassi volumi di vendita di Maserati e i dazi degli
Usa, hanno una richiesta limitata. Il FireFly, invece, potrebbe avere a una
ripresa nelle richieste tra l’aggiornamento alla normativa Euro 7 e le
indiscrezioni su Opel che avrebbe intenzione di montarlo in sostituzione del
Puretech che ha creato molti problemi al marchio del mondo Stellantis. Tra il
2019 e il gennaio dello scorso anno, Psa – diventata Stellantis dopo la fusione
con Fca – ha dovuto affrontare il richiamo di centinaia di migliaia di veicoli
per controlli e ha aperto una piattaforma per indennizzare chi aveva dovuto
affrontare riparazioni a guasti prima di dieci anni o di 180mila chilometri
percorsi.
Termoli vive da tempo un periodo di difficoltà e ha dovuto recentemente
incassare l’addio definitivo del progetto della gigafactory. Il consorzio Acc –
capofila Stellantis con Mercedes e Total – ha annunciato che non riconvertirà la
fabbrica alla costruzione di batterie per auto full electric. Una scelta
coerente con la marcia indietro totale sull’elettrico annunciata dall’ad di
Stellantis Antonio Filosa, che è costata 25 miliardi di euro di oneri finanziari
nel bilancio del 2025.
L'articolo Stellantis, 60 esuberi incentivati a Termoli: lasceranno il posto di
lavoro entro dicembre proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il ministro Adolfo Urso nel 2024 diceva che l’obiettivo di produrre un milione
di autovetture fosse raggiungibile. Un anno dopo, sempre lo stesso ministro ha
detto di essere convinto che la produzione in Italia potrà raggiungere un
milione di auto se cambieranno le regole europee. Noi oggi produciamo delle auto
e quelle che produciamo non se le comprano. E poi c’è il ministro che dice che
stiamo andando verso la produzione di un milione di veicoli. C’è chi immagina
una realtà che poi non esiste nei fatti. Siamo alla dispercezione della realtà”.
Così il segretario generale della Fiom-Cgil Michele De Palma ha risposto a una
domanda su Stellantis de Ilattoquotidiano.it, durante la presentazione del
rapporto dell’Ufficio studi del sindacato riguardo lo stato dell’industria
metalmeccanica.
“Il problema è che pensare che il cambio delle normative Ue salvaguardi
l’occupazione del Paese è un errore enorme”, ha continuato De Palma, secondo cui
“la dimostrazione sono gli impianti che producono auto e quelli che producono
componentistica per le auto endotermiche e ibride. Guardate i numeri. Io penso
che un’industria debba fare una cosa molto semplice, deve produrre le auto che
servono al mercato”. E ancora: “Sull’automotive, in particolare Stellantis, la
situazione attuale non è reggibile oltre a quello che sta succedendo. Noi
abbiamo a rischio interi stabilimenti coi volumi produttivi che ci sono. Interi
stabilimenti del gruppo Stellantis senza gli investimenti e i modelli, stanno
chiudendo le aziende dell’indotto e della componentistica”.
Quindi ha ricordato i 12 milioni di euro incassati dall’ex Ceo Carlos Tavares
mentre non è stato pagato il premio di risultato ai lavoratori. E sul presidente
John Elkann: “Si è venduto quel che non ha costruito lui. Non mette al centro la
responsabilità sociale dell’impresa. I profitti per chi ha in mano la proprietà
aumenta, mentre i lavoratori pagano le scelte dei manager. Il governo deve
assumersi le sue responsabilità. Siamo stati lasciati soli, ma combattiamo con
le unghie e con i denti per l’autonomia industriale di questo Paese senza la
quale la presidente del Consiglio non si siede al tavolo del G7″. In vista della
presentazione del piano industriale a maggio ha aggiunto: “Vogliamo un incontro
con l’amministratore delegato. Ci sono problemi? Il governo apra agli
investitori stranieri, siamo rimasti l’unico Paese in Europa a non averne più
d’uno”. E ha ricordato che la Spagna, che produce quasi 2 milioni di auto
(900mila di Stellantis), non ha più un costruttore domestico.
L'articolo Stellantis, l’affondo di De Palma (Fiom) contro Urso: “Il ministro
racconta una realtà che non esiste”. E attacca Elkann proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Dieci giorni lavorati dall’inizio dell’anno, meno uno su 6. E non è detto che il
dato non peggiori. Così i sindacati dicono basta e annunciano che per un giorno
saranno gli operai a non andare al lavoro nella fabbrica morente di Stellantis,
quella di Piedimonte San Germano, alle porte di Cassino, nel Frusinate. Il 20
marzo sciopereranno e scenderanno in piazza di fronte a un inizio di 2026
peggiore della fine dello scorso anno, che era già stato il più nero nella
storia dell’impianto. Fim, Fiom, Uilm, Ugl e Fismic hanno indetto un’astensione
dal lavoro per accendere i riflettori sullo stabilimento, la cui produzione è
praticamente azzerata mentre il rilancio è una chimera.
La storia racconta come Stellantis abbia confinato Cassino ai margini. Nel 2025,
l’impianto laziale ha realizzato appena 19.364 auto, il 28% in meno rispetto al
2024 secondo i dati della Fim-Cisl contenuti nel report sullo stato degli
impianti in Italia. Mai così poche. Neanche dieci anni fa, nel 2017, durante il
primo anno con le produzioni Alfa Romeo Giulietta, Giulia e Stelvio, furono
135.263. I 2.200 lavoratori del Frusinate – solo negli scorsi dodici mesi sono
stati incentivati 250 esuberi – convivono con il contratto di solidarietà e
lavorano su turno unico da 4 anni, rinunciando quindi alle maggiorazioni
notturne. Non solo: nel 2025 la fabbrica è rimasta vuota per oltre 105 giorni.
Il futuro è tutt’altro che roseo: il gruppo franco-italiano ha rinviato negli
scorsi mesi le produzioni delle nuove Alfa Romeo Stelvio e Giulia. Due vecchi
modelli poco richiesti dal mercato: ne sono state assemblate solo 14.378 unità.
Le altre 5.000 sono Maserati Grecale, con la versione full electric che
rappresenta poco più del 4% del totale. Nel dicembre 2024, l’allora responsabile
Europa Allargata, Jean-Philippe Imparato, aveva annunciato al Tavolo Automotive
di fronte al ministro delle Imprese Adolfo Urso, che la nuova Stelvio sarebbe
stata lanciata nel 2025 e la Giulia nel 2026: tutto saltato, come le versione
con motore ibrido. Era previsto anche un terzo modello di alta gamma, mai
partito.
La partita che si gioca nell’impianto laziale è cruciale perché è un simbolo
della capacità di uno stabilimento di reggersi solo con auto premium, una delle
scommesse che Sergio Marchionne aveva lanciato per le fabbriche italiane ormai
molti anni fa. Così ora i sindacati hanno deciso di coinvolgere anche la
consulta dei sindaci, chiedendole di aderire rendere la manifestazione ancora
più partecipata. Al corteo del 20 marzo parteciperanno anche Rocco Palombella,
Michele De Palma e Ferdinando Uliano, i segretari generali dei metalmeccanici di
Uil, Cgil e Cisl.
L'articolo Stellantis, nella fabbrica morente di Cassino solo 10 giorni di
lavoro nel 2026. Scatta la protesta: corteo il 20 marzo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nell’anno nero per i conti, le tre figure apicali di Stellantis, una delle quali
non ha lavorato nemmeno per un giorno per l’azienda, sono costate alle case del
gruppo quasi 20 milioni di euro. Mentre a settembre circa il 60% degli operai
italiani era in cassa integrazione e ora l’azienda ha deciso di non erogare il
premio di risultato per concentrare tutte le risorse sul rilancio, il presidente
John Elkann e l’amministratore delegato Antonio Filosa hanno incassato quasi 8
milioni in due. Nulla comunque al confronto dell’ex Ceo Carlos Tavares che ha
percepito 11.928.066 di buonuscita, dopo il divorzio dell’1 dicembre di due anni
fa, che si aggiungono ai 102,19 milioni incassati tra il 2021 e il 2024.
In totale, quindi, i tre hanno goduto di 19.803.687 tra stipendi base, fringe
benefits e altre voci dello stipendio. A Filosa, entrato in carica a luglio,
sono stati corrisposti 5.424.683 euro, con uno stipendio base 1,8 milioni
(374.000 euro di fringe benefits) e altre voci che hanno fatto sostanzialmente
triplicare la somma. A Elkann invece sono andati 2.450.938 euro, cioè circa
300mila euro in meno rispetto la 2024: la differenza è quasi esclusivamente
legata ai fringe benefits, mentre il salario base di 960.293 è cresciuto di
circa 40mila euro. Il dato non include ovviamente i dividendi incassati nel 2025
in quanto principale azionista del gruppo, un dato che nel 2026 mancherà visto
lo stop deciso dopo la perdita di 22 miliardi dovuta in gran parte agli oneri
straordinari (25 miliardi) connessi in parte alla sterzata sull’elettrico.
I dati, contenuti nella relazione di bilancio, descrivono una contrazione degli
emolumenti delle figure apicali che negli anni scorsi sono state gonfiate dai
risultati finanziari raggiunti grazie a Tavares. Il tutto mentre gli
stabilimenti, soprattutto in Italia, vivono un momento di magra. Giovedì,
l’azienda ha annunciato lo stop al premio di risultato in Europa e Nord America.
Sarà erogato solo ai dipendenti di Sud America, Nord Africa e Medio Oriente. Il
gruppo ha anche rifiutato di erogare una tantum ai dipendenti. La decisione ha
provocato le proteste dei sindacati metalmeccanici e ha scatenato diverse
proteste. A Pomigliano d’Arco, nel pomeriggio, ci sono state 4 ore di sciopero.
Venerdì invece la Fiom ha proclamato l’astensione dal lavoro a Mirafiori e anche
Termoli.
L'articolo Stellantis, ecco gli stipendi di Filosa ed Elkann nell’anno nero per
i conti. Ma il più pagato è ancora Tavares proviene da Il Fatto Quotidiano.
Hanno lavorato poco quanto niente per scelta dell’azienda, costretti a convivere
con cassa integrazione e contratti di solidarietà, perdendo reddito. E ora, a
causa del bilancio disastroso, non riceveranno neanche il premio di risultato
che verrà invece erogato ai lavoratori degli stabilimenti sudamericani,
nord-africani e medio-orientali, cioè tre aree in cui non sono mancati
investimenti e volumi di produzione. C’è una nuova beffa per gli operai italiani
di Stellantis, reduci da un anno orribile nel quale hanno prodotto appena
213.706 auto e 166mila veicoli commerciali. E dimostra, come denunciano i
sindacati, che senza investimenti in Italia la situazione è destinata a
deteriorarsi ulteriormente per i dipendenti.
Alla luce della maxi-perdita da 22 miliardi di euro nel bilancio 2025, zavorrato
da 25 miliardi di oneri finanziari legati alla marcia indietro sull’elettrico,
la società ha annunciato che non ci saranno né dividendi per gli azionisti né
bonus per i lavoratori. Poco male per i primi che dal 2021 si sono spartiti
oltre 54 miliardi di euro. Ma un problema di non poco conto per i dipendenti
colpiti dal taglio per il mancato raggiungimento degli obiettivi. La norma non
vale infatti per tutti. Si salvano gli assunti in Sud America, Nord Africa e
Medio Oriente, tre aree che non hanno vissuto un anno nero sotto il profilo
della produzione e delle vendite. A pagarne le spese sono gli assunti in tutte
le altre aree del mondo, compresa l’Italia.
In sostanza, arriva un doppio colpo per chi ha già dovuto convivere con un
taglio del salario legato a un anno di scarso lavoro. In Italia infatti, a
settembre, era in cassa integrazione o con contratto di solidarietà oltre il 60%
dei dipendenti a causa di un mercato che non premia i modelli prodotti nel
nostro Paese. Ora il mancato raggiungimento di vari indicatori nel bilancio,
preclude anche l’accesso al bonus legato ai risultati facendo perdere un’altra
importante componente del salario annuale.
“A differenza dell’anno scorso l’azienda, nonostante l’esplicita richiesta, non
erogherà nessuna forma di una tantum“, sottolinea ancora la Fiom-Cgil.
Festeggiano, invece, i dipendenti sudamericani, nordafricani e medio-orientali:
“Questo conferma che, laddove l’azienda decida di investire, come sta facendo in
Nord Africa, anche i salari delle lavoratrici e dei lavoratori ne traggono
beneficio”, rimarca la Fiom secondo la quale “è chiara la volontà” di Exor,
azionista di riferimento di Stellantis, di “disimpegno delle attività
industriali in Italia”.
Così la Fiom di Torino ha deciso di proclamare uno sciopero con uscita
anticipata di 4 ore per la giornata di venerdì: “Basta con la scusa delle leggi
europee, basta con le false parole su ‘Torino è central’, basta con l’incertezza
sul futuro e sulle produzioni. Oggi è arrivato un altro schiaffo alle
lavoratrici ai lavoratori del gruppo Stellantis, sia per chi ha sempre lavorato
sia per chi ha fatto cassa integrazione, il premio di quest’anno sarà zero”.
L’azienda denunciano in un volantino “sbaglia strategie e, mentre ai soci questo
‘errore’ ha portato altissimi dividendi negli anni, noi ne paghiamo il conto. La
situazione produttiva degli stabilimenti italiani è una scelta dell’azienda e
noi non ci stiamo. Noi non vi crediamo. Adesso basta”.
Fim, Uilm, Fismic, Uglm e Aqcfr hanno espresso “grande amarezza” per il mancato
riconoscimento ai lavoratori della somma e “profonda preoccupazione per il
futuro”. I sindacati che hanno firmato la nota unitaria chiedono a Stellantis di
“puntare con decisione sui modelli ibridi e di allocarli in tutte le fabbriche
italiane” e all’Unione Europea di “adottare i principi di neutralità tecnologica
e di libertà di scelta dei consumatori, nonché di abolire immediatamente il
famigerato sistema delle multe”.
L'articolo Stellantis in rosso, beffa per gli operai italiani: bonus solo in
Africa, Sud America e Medio Oriente. E scatta lo sciopero Fiom proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Una falla gigantesca da 22,3 miliardi di euro e ricavi in calo del 2%, a causa
soprattutto nel rosso nei mercati europei e nordamericani. Dopo aver comunicato
già venti giorni fa la strambata sull’elettrico con oneri straordinari
zavorranti, Stellantis ha presentano i numeri del 2025 che – proprio a causa dei
22,5 miliardi di correzioni nel secondo semestre, a cui si aggiungono ora altri
3 miliardi a distanza di 20 giorni – fanno registrare una perdita massiccia. A
pesare sui numeri è anche la situazione complicata per l’azienda in Nord America
ed Europa. Così i ricavi scendono a 153,5 miliardi, in calo del 2 per cento. Una
luce in fondo al tunnel: le consegne di auto nel secondo semestre hanno permesso
di chiudere l’anno a +1%.
Il gruppo – escluse le operazioni straordinarie – ha registrato una perdita di
842 milioni (nel 2024 l’utile fu di 8,64 miliardi) con un margine Aoi (adjusted
operating income) negativo per lo 0,5%. Il cash flow delle attività operative è
stato negativo per 4,65 miliardi (era positivo per 1,535 miliardi nel 2024).
L’anno scorso, comunica la società, le consegne consolidate sono aumentate
dell’1% con 5,48 milioni di auto e veicoli commerciali: nel dettaglio, in Nord
America si registrano 1,47 milioni di unità e nell’Europa allargata 2,49 milioni
in calo del 3% con una perdita, in quest’ultima area, di 651 milioni. La società
fa notare che nel secondo semestre si è registrata “una crescita ampia, con
tutte le regioni che hanno registrato un aumento dei volumi”: a livello globale
si è registrato un +11% e in Nord America del 39 che però non è bastato per
evitare una perdita operativa annuale di 1,89 miliardi con ricavi scesi del 4%.
Tra i marchi, da segnalare, l’ennesimo anno nero di Maserati, ormai in piena
crisi con appena 7.900 unità consegnate e 726 milioni di ricavi. Nel 2024 furono
11.300 con ricavi da 1,04 miliardi. L’amministratore delegato Antonio Filosa, il
cui lavoro è iniziato nel secondo semestre, ha parlato di risultati che
“riflettono il costo della sopravvalutazione del ritmo della transizione
energetica”, un chiaro riferimento alla volontà del suo predecessore Carlos
Tavares di spingere sulle motorizzazioni elettriche, e “della necessità di
reimpostare il nostro business mettendo al centro la libertà dei clienti di
scegliere all’interno di una gamma completa di tecnologie, elettrica, ibrida e a
combustione interna”.
Sotto la sua gestione, ha sostenuto Filoas, il terzo costruttore mondiale ha
“iniziato a vedere i primi segnali positivi di progresso, grazie ai risultati
iniziali delle azioni intraprese per migliorare la qualità, alla solida
esecuzione dei lanci della nostra nuova ondata di prodotti e al ritorno alla
crescita del fatturato”. Per il 2026, ha concluso, “il nostro focus sarà
continuare a colmare i gap di esecuzione del passato, accelerando ulteriormente
verso un ritorno a una crescita profittevole”. L’ad ha convinto il Consiglio di
amministrazione a non erogare il dividendo e a bloccare i bonus per i
lavoratori, eccezion fatta per i dipendenti di Sud America, Africa e Medio
Oriente. Una doppia beffa per gli operai italiani, a cui l’azienda ha negato
anche un’erogazione una tantum: costretti in cassa integrazione o solidarietà,
quindi con salario ridotto, non vedranno neanche un euro in più mentre le aree
dove Stellantis ha continuato a produrre regolarmente, investendo, festeggiano.
L'articolo Stellantis, maxi-perdita nel 2025 e ricavi in calo: pesano i
risultati in Europa e Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per una buona notizia, ce ne sono almeno due cattive. Non c’è giorno in cui
Stellantis possa festeggiare in santa pace. Il gruppo automobilistico
franco-italiano controllato da Exor, la holding della famiglia Agnelli-Elkann,
brinda per i dati delle vendite di automobili in Europa andando in
controtendenza rispetto al mercato. Ma deve fare i conti con un balzo delle
elettriche – trascinate dalle cinesi – che hanno ormai raggiunto un quinto del
totale delle nuove vetture acquistate nel Vecchio Continente, proprio mentre
l’azienda fa marcia indietro su questo tipo di alimentazione e rispolvera
addirittura il diesel. E dall’Italia arriva un’altra brutta notizia: come
anticipato a fine gennaio da Ilfattoquotidiano.it, la fabbrica di Cassino
prolunga lo stop produttivo con un nuovo fermo dal 27 febbraio al 6 marzo per i
reparti di lastratura, verniciatura e montaggio.
I DATI DELLE VENDITE
A gennaio, dati Acea, Stellantis ha venduto 145.750 auto, il 9,1% in più
rispetto alle 133.579 piazzate nello stesso mese dello scorso anno. Merito
soprattutto dei modelli Fiat, che con 28.992 vetture (+31,3% sullo stesso mese
del 2025) scelte dai consumatori diventando il secondo marchio del gruppo dietro
Peugeot. La crescita permette al gruppo di raggiungere una quota di mercato del
18,2% (era il 16,1% un anno fa) anche grazie a un arretramento generale delle
vendite, calate a 799.625 unità. A gennaio 2026 sono quindi state immatricolate
circa 40mila unità in meno delle 831.945 del medesimo mese 2025 (-3,9%).
Stellantis dunque va in controcorrente in un momento di difficoltà del mercato
europeo, grazie anche ai numeri delle vendite totali in Italia che fanno
registrare un incremento del 6,2%: si tratta del miglior risultato tra i grandi
mercati del continente, confermando la terza posizione nella classifica europea.
LE CATTIVE NOTIZIE
Le buone notizie per Stellantis, tuttavia, finiscono qui. Ed è già qualcosa, va
detto. Ma se si guarda alle tendenze su larga scala in questo inizio di 2026,
non si può far notare come la strategia recentemente varata dall’azienda sembri
in netto contrasto con le scelte dei consumatori. L’azienda ha varato una
controrivoluzione, tornando a spingere sulle motorizzazioni diesel, carburante
eclissatosi dopo il Dieselgate. Contestualmente, l’ad Antonio Filosa ha scelto
una frenata sull’elettrico costata 22 miliardi di dollari di oneri finanziari
che hanno fatto crollare il titolo sui mercati. Per i manager si tratta di
scelte che vanno incontro ai clienti. I dati Acea però raccontano un’impennata
delle vendite, seppur a macchia d’olio, delle auto Bev, cioè quelle totalmente
elettriche: in Europa – senza considerate mercati piccoli ma ormai totalmente
conquistati come la Norvegia – ne sono state immatricolate 154.230, il 24,2 per
cento in più delle 124.206 di gennaio 2025. A conti fatti, il 19,3% del totale
di vendite: una nuova auto ogni cinque messa su strada in Europa è full
electric. Il diesel invece continua ad arretrare (è passato da 83.026 unità a
64.550) e rappresenta appena l’8,1 per cento del market share.
E CASSINO NON LAVORA PIÙ
Guardando all’Italia, le elettriche continuano a stentare (6,6% del totale) ma
hanno comunque raggiunto una quota di mercato identica al diesel. Ne sono state
vendute 9.423 a gennaio (erano 6.698, +40,7%) mentre con l’alimentazione che
ri-piace a Stellantis sono state immatricolate 10.726 auto (erano 12.792 un anno
fa, -16,2%). La strambata voluta dall’amministratore delegato, che il 21 maggio
presenterà il nuovo piano industriale, è quindi tutta da verificare.
Soprattutto, ci sarà da capire la ricaduta sugli impianti italiani. In tutte le
fabbriche ci saranno ammortizzatori sociali almeno fino al termine dell’estate,
anche se l’avvio della produzione della 500 ibrida e della Jeep Compass ha
portato lievi miglioramenti nei siti di Mirafiori e Melfi, dove si parla del
ritorno di un secondo turno di lavoro. Chi vede sempre più nero è invece
Cassino, la plant in provincia di Frosinone che ha solo vecchi modelli assegnati
e con volumi di vendita ormai marginali. Nelle scorse ore, l’azienda ha
comunicato la chiusura dei reparti di montaggio, verniciatura e lastratura fino
dal 27 febbraio al 6 marzo. A conti fatti, i dipendenti di Cassino – ammesso che
tornino ad assemblare il 7 marzo – avranno lavorato su un unico turno appena 13
nei primi 67 giorni del 2026. La fabbrica è sempre più appena a un filo.
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ancora. E l’azienda spinge il diesel mentre l’elettrico avanza proviene da Il
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