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Contratti attivati senza consenso, multa da 2 milioni ad Acea Energia per violazioni della privacy
Il Garante per la protezione dei dati personali ha inflitto una sanzione da 2 milioni di euro ad Acea Energia per gravi violazioni nel trattamento dei dati personali di oltre 1.200 clienti legate alla stipula di contratti per la fornitura di energia elettrica e gas. L’intervento dell’Autorità è arrivato dopo numerosi reclami presentati da utenti che denunciavano l’utilizzo di dati inesatti o non aggiornati per l’attivazione di forniture mai richieste. Molti clienti hanno raccontato di aver scoperto l’esistenza del contratto soltanto dopo aver ricevuto comunicazioni da parte della società sull’avvenuta attivazione della fornitura o addirittura solleciti di pagamento, pur sostenendo di non aver mai avuto alcun contatto con Acea, né di persona né a distanza. Alcuni reclami riguardavano anche il mancato o tardivo riscontro della società alle richieste di esercizio dei diritti previsti dalla normativa sulla privacy. Le verifiche condotte dal Garante, con ispezioni presso la sede della società, hanno accertato che i trattamenti contestati avvenivano attraverso società incaricate di procacciare nuovi clienti. Secondo l’Autorità, però, Acea non avrebbe esercitato un’adeguata vigilanza sull’operato di questi intermediari. L’istruttoria ha infatti evidenziato l’assenza di misure tecniche e organizzative sufficienti a prevenire eventuali utilizzi fraudolenti dei documenti raccolti dagli agenti porta a porta o dai partner commerciali. In alcuni casi gli operatori potevano acquisire i dati personali dei cittadini tramite dispositivi mobili, ad esempio fotografando i documenti di identità, e successivamente procedere all’attivazione delle forniture a loro insaputa, anche utilizzando firme apocrife. Il Garante ha inoltre giudicato inadeguato il sistema di controllo basato sui cosiddetti recall, le telefonate di verifica pensate per accertare la reale volontà del cliente di sottoscrivere il contratto. Oltre alla sanzione economica, l’Autorità ha ordinato ad Acea di adottare diverse misure correttive: tra queste l’introduzione di sistemi di alert per monitorare il rispetto delle procedure contrattuali da parte degli agenti, controlli periodici sull’esattezza dei dati raccolti e la definizione di tempi precisi per la conservazione delle informazioni dei clienti. L'articolo Contratti attivati senza consenso, multa da 2 milioni ad Acea Energia per violazioni della privacy proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La beffa dei fondi green per i Comuni: soldi finiti in un mese. Il sindaco di Longare: “Pronto a consegnare le chiavi a Pichetto”
Sono furiosi i Comuni, ma anche forzisti e leghisti dei territori del Nord, dopo lo sospensione delle richieste per il Conto termico 3.0, il fondo pubblico per le opere di efficientamento energetico e a sostegno delle energie rinnovabili. I sindaci attendono quei soldi dal 2024, ma la finestra per inviare le domande si è aperta solo il 3 febbraio 2026, per chiudersi bruscamente un mese dopo, il 3 marzo: troppe richieste, oltre 2 mila, dunque il Gse (Gestore dei servizi energetici) ha chiuso il rubinetto perché i denari sono finiti. C’erano 900 milioni, 500 per le imprese e 400 per amministrazioni locali e pubbliche amministrazioni. Il Gse verificherà tutte le istanze: ma in 30 giorni l’ammontare complessivo è arrivato a 1,3 miliardi di euro. E ora? IL SINDACO DI LONGARE: “HO APERTO UN MUTUO NELL’ATTESA DEL CONTO TERMICO 3.0” Il cerino è in mano ai sindaci che aspettavano famelici il Conto termico 3.0, per dare fiato a bilanci massacrati dai tagli (anche del governo Meloni). Molti amministratori hanno avviato i lavori, si sono indebitati, e ora non sanno come pagare le aziende e rimborsare i crediti. Il caso esemplare è a Longare, 5.500 anime in provincia di Vicenza. “Ho scritto al prefetto perché sono in ginocchio e non so come finanziare i lavori”, dice a ilfattoquotidiano.it il sindaco 33enne Matteo Zennaro. Ha inviato la richiesta al Gse il 17 febbraio e ora manda l’avviso al ministero dell’Ambiente: “Se non arrivano i soldi del Conto termico al mio Comune sono pronto a chiudere gli uffici e consegnare le chiavi a Pichetto Fratin, così ci pensa lui a fare il sindaco”. Il primo cittadino veneto è infuriato perché ha aperto un mutuo da un milione di euro, con lo scopo di tamponare i ritardi del Conto termico 3.0 e concludere i lavori nel palazzetto dello sport. Senza il credito, rischiava di perdere anche i fondi del Dipartimento sport di palazzo Chigi: 250 mila euro. Sono serviti a ristrutturare l’impianto sportivo per renderlo accessibile ai disabili, anche grazie al milione stanziato dalla Regione Veneto: all’appello mancavano solo i soldi del Conto termico 3.0. Ecco perché Zennaro ha aperto un mutuo: contava sui soldi dal Gse per rimborsarlo. Per ora il Gestore energetico ha sospeso le richieste. LE PROTESTE SU FACEBOOK: “UN MILIARDO DI RICHIESTE? CON LA FAME DI SOLDI CHE C’È NON MI STUPISCO” Zennaro non è l’unico sindaco arrabbiato e deluso. Sulla pagina Facebook “Se sei sindaco”, il gruppo degli amministratori locali accessibile solo agli iscritti, fioccano le proteste. Scrive sulla bacheca l’ex sindaco di Rolo Luca Nasi: “Conto termico 3.0 già esploso, 400 milioni sono un’inezia, tipo 200 scuole l’anno…”. “Forse non conoscono la Penisola e abitano a Montecarlo”, gli fa eco Michele De Sabata, primo cittadino di Premiaricco. “Sembrano arrivate oltre 1 miliardi di richieste”, fa notare l’amministratore del gruppo Davide Ferrari, ex sindaco leghista passato a palazzo Chigi. “Con la fame di soldi che c’è non mi stupisco”, gli risponde Fausto Prampero, primo cittadino a Varmo. A far saltare il banco è stata la novità più attesa del Conto termico 3.0: rimborso fino al 100 per cento del costo delle opere, per Comuni sotto i 15 mila abitanti. Una sorta di superbonus per i piccoli municipi. L’85 per cento delle 2.200 domande inviate in un mese riguarda quel tipo di intervento, secondo la viceministra dell’Ambiente Vannia Gava (Lega). L’incentivo copre le ristrutturazioni green di scuole, case di riposo per anziani, centri diurni per i disabili. Non solo: le nuove regole ampliano la platea dei beneficiari, includendo cooperative, comunità energetiche e le cosiddette Esco (Energy Service Company). Dunque, dicono gli amministratori, l’aumento delle richieste era prevedibile e occorreva adeguare la dotazione: 900 milioni non bastano per l’edilizia green. Lo scopo del Conto termico è risparmiare energia e soldi nelle bollette di luce e gas, con pompe di calore, caldaie ecologiche, infissi nuovi, cappotti termici, impianti fotovoltaici e altri interventi. Con la guerra in Iran e il timore di nuovi rincari petroliferi, un’esigenza quanto mai viva per le pubbliche amministrazioni. Del resto, la misura doveva servire ad aumentare i fondi per le opere di efficientamento energetico, insufficienti, per via dei rincari energetici esplosi dopo la pandemia e con la guerra in Ucraina. Correva l’anno 2022, Draghi era al governo: da allora il tema è in agenda. IL DECRETO ARENATO CON MELONI E PICHETTO Ma con Giorgia Meloni a palazzo Chigi e Gilberto Pichetto Fratin al ministero dell’Ambiente, il dossier si è arenato. Aziende edili e Comuni aspettavano il decreto del Mase sul Conto termico 3.0 già nell’estate 2024, dopo la chiusura a maggio del Tavolo tecnico. Invece è arrivata la lunga lista dei rinvii con imprese e pubbliche amministrazioni sempre sulle spine. L’8 aprile 2025 l’Anci ha spedito una lettera a Gilberto Pichetto Fratin per sollecitare la pratica: “in diversi territori, come il Veneto o l’Emilia-Romagna, il rischio che le amministrazioni comunali perdano risorse importanti per efficientare il proprio patrimonio sta generando da settimane un crescente malcontento”. Il decreto ministeriale per il Conto Termico 3.0 è giunto il 7 agosto 2025. Il 19 dicembre il Mase ha approvato le Regole applicative. Dal 3 febbraio giungono le richieste al portale del Gse, da ieri è impossibile inviarne altre. Tutti gli amministratore si pongono una domanda: il ministero dell’Ambiente stanzierà nuovi fondi o il cerino resterà nelle mani dei sindaci? L'articolo La beffa dei fondi green per i Comuni: soldi finiti in un mese. Il sindaco di Longare: “Pronto a consegnare le chiavi a Pichetto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sulle bollette il governo non risolve ma redistribuisce. Un altro incentivo al gas
Abbiamo già rilevato in precedenti post come il disegno di legge sul cosiddetto “nucleare sostenibile” pretendesse di considerare il ritorno dell’atomo come complementare e necessario all’affermarsi delle rinnovabili. Anche il “Decreto Bollette” approvato il 18 febbraio 2026 dal Consiglio dei Ministri viene ora presentato come uno strumento per ridurre i costi per i cittadini e favorire la transizione energetica verso sole, vento ed acqua. Un’analisi del suo impianto, però, mostra un indirizzo ben diverso: il provvedimento incentiva l’uso del gas nel mix elettrico minando l’espansione delle FER e, nel complesso, il quadro normativo tende a rafforzare le tecnologie fossili nella fase di prezzo, con effetti negativi su bollette, investimenti per energie pulite e decarbonizzazione. Il cuore del tema del decreto è l’articolo 6 che, dal 1° gennaio 2027, introduce rimborsi ai produttori termoelettrici per gli oneri di trasporto del metano verso gli impianti di combustione e prevede per le centrali turbogas la compensazione degli oneri ETS, previa autorizzazione europea in materia di aiuti di Stato. Poiché il prezzo all’ingrosso dell’elettricità è spesso determinato dagli impianti a gas nelle ore in cui fissano il prezzo marginale, la sterilizzazione parziale di costi variabili come trasporto e crediti di emissione di CO2 riduce il loro costo di offerta e abbassa i prezzi in quelle fasce orarie. Ne deriva un beneficio immediato per il prezzo spot, ma anche una maggiore competitività del gas a scapito delle rinnovabili e della flessibilità di sistema senza effetti complessivi, ma solo una redistribuzione – come vedremo avanti – dei costi dell’energia che finiscono sugli utenti finali in bolletta. L’effetto è duplice. Nel breve periodo, il gas aumenta il proprio ruolo nel dispacciamento, prolungando l’operatività della filiera GNL–rigassificatori–turbogas e comprimendo le rendite inframarginali delle tecnologie non emissive e dello storage, che vivono di differenziali di prezzo tra ore. Al contempo, il segnale economico della penalizzazione sulla CO2 emessa, che a livello Ue resta invariato, verrebbe attenuato per gli operatori italiani del settore del gas, riducendo l’incentivo a sostituire o decarbonizzare tali impianti. Il rischio è un “sequestro” tecnologico: il gas permane come riferimento per più anni, rallentando la velocità di penetrazione delle FER. Il costo della misura non scompare: viene redistribuito. I rimborsi ai termoelettrici sarebbero coperti tramite nuove componenti in bolletta sui prelievi elettrici, con maggiori oneri per famiglie e PMI. In assenza di interventi strutturali, si ottiene quindi una riduzione selettiva e temporanea dei prezzi in alcune ore, controbilanciata da un aumento di voci tariffarie in capo ai consumatori finali. Si scambiano sconti immediati con oneri differiti, senza incidere sul costo complessivo del sistema. La tesi di fondo del decreto è chiara: non si riduce il costo dell’energia, lo si ripartisce in modo diverso tra categorie, vettori e tempi. Le scelte davvero risolutive restano rinviate: riforma degli oneri generali, razionalizzazione delle rendite, potenziamento del bonus sociale in chiave mirata, investimenti su reti e interconnessioni, accelerazione efficace delle FER e dell’efficienza energetica. Solo queste leve possono abbassare in modo duraturo la bolletta media, insieme a segnali di prezzo coerenti per lo storage e la gestione della domanda. Sul piano degli investimenti, il nuovo assetto rischia davvero di scoraggiare iniziative in rinnovabili e flessibilità, spingendo gli operatori verso regimi più regolati e garantiti, con potenziale aumento del costo sociale. L’esito effettivo per quanto riguarda la compensazione degli oneri ETS dipenderà però da due variabili decisive: le decisioni europee sugli aiuti di Stato – tutt’altro che scontate – e i dettagli attuativi di ARERA (l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente), inclusi definizioni, monitoraggio delle offerte, tetti e obbiettivi dei rimborsi. In conclusione, il decreto privilegia un pragmatismo di breve periodo che evita nuovo debito e potenziali contenziosi, ma scambia tempo con trasparenza e sposta costi nel tempo e tra soggetti. Senza una cura strutturale il sistema non diventa meno costoso: cambia solo chi paga, quando e come. Finché non si taglia la spesa parafiscale in bolletta e non si raddrizzano gli incentivi di mercato e di rete, la bolletta media pagherà redistribuzioni complesse più che una vera riduzione del costo dell’energia. Se il gas resta il vero protagonista su cui fondare le proprie scelte, il governo sembra alimentare una logica che ostinatamente ritarda la rivoluzione delle rinnovabili. Del resto, le richieste di un incremento degli acquisti di gas americano, che Donald Trump aveva strappato a Meloni nell’incontro di Washington dell’aprile 2025. L'articolo Sulle bollette il governo non risolve ma redistribuisce. Un altro incentivo al gas proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“L’Italia frana: giù le mani dal sistema Ue per ridurre le emissioni”. L’appello del Nobel Parisi e altri 150 scienziati ed economisti al governo
“Niente di più miope che attaccare il sistema dell’Emission trading system (Ets), mentre l’Italia frana”. Dopo le critiche suscitate dal Dl bollette, che punta a demolire il perno della strategia europea di decarbonizzazione, ossia il sistema di scambio delle emissioni, 150 scienziati ed economisti italiani, tra cui il premio Nobel per la fisica, Giorgio Parisi e l’economista Carlo Carraro, firmano una lettera aperta con un appello rivolto al Governo Meloni. Chiedono all’esecutivo e, in particolare, alla premier e al ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, di non indebolire gli strumenti europei di decarbonizzazione e, invece, rafforzi le politiche di adattamento. “Esprimiamo profonda preoccupazione – scrivono – per il modo in cui il governo italiano sta affrontando la crisi climatica, in particolare per le recenti prese di posizione volte a indebolire i principali strumenti della politica climatica europea”. NISCEMI, METAFORA DI UN PAESE A RISCHIO La lettera parte dalla cronaca. E dai dati che, tra l’altro, molti tra i firmatari della lettera hanno raccontato in questi anni a ilfattoquotidiano.it, come Antonello Pasini e Nicola Armaroli, rispettivamente fisico climatologo e dirigente di ricerca del Cnr, Enrico Gagliano, già docente Università di Teramo e Unibo, Paola Mercogliano e Silvio Gualdi del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, per citare solo alcuni degli scienziati coinvolti nell’iniziativa. “I recenti eventi estremi che hanno colpito vaste aree del Sud Italia con il passaggio del ciclone Harry non sono episodi isolati – spiegano gli scienziati – ma segnali coerenti con quanto la comunità scientifica documenta da anni: un clima che cambia aumenta la frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi”. Ed è per questo che il disastro di Niscemi “appare a molti come la drammatica metafora di un intero Paese a rischio”. Non a caso, da anni l’Ispra colloca l’Italia ai primi posti in Europa per l’esposizione al rischio di frane, 2023 e 2025 sono stati i tre anni più caldi mai registrati a livello globale, e gennaio 2026 è risultato il quinto gennaio più caldo della serie storica, confermando una tendenza al riscaldamento senza segnali di inversione. “Non è pessimismo, ma realismo scientifico: l’Italia dovrà affrontare un rischio crescente di disastri climatici” afferma Antonello Pasini. LA PREOCCUPAZIONE DEGLI SCIENZIATI ITALIANI PER L’ATTACCO ALL’ETS Di fronte a queste evidenze e a una percezione ormai diffusa che vede gli italiani tra i cittadini europei più preoccupati per il cambiamento climatico, gli scienziati ritengono un errore che il governo italiano non mostri pieno sostegno a strumenti per la decarbonizzazione come il sistema di Emission Trading, ormai adottato anche in Cina. “Si rischia di indebolire una politica che ha già dimostrato di ridurre le emissioni nei settori regolati, stimolare innovazione e accompagnare la transizione industriale a costi sostenibili. Per questo non ha senso presentarlo come un ostacolo per imprese e famiglie” sottolinea Stefano Caserini dell’Università di Parma. Secondo gli esperti, rallentare la decarbonizzazione renderebbe il Paese subalterno alle parti meno innovative dell’industria. “Innovazione e competitività sono oggi indissolubilmente legate alla decarbonizzazione” afferma Carlo Carraro, economista dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. CHE FINE HA FATTO IL PIANO NAZIONALE DI ADATTAMENTO La lettera richiama infine la necessità di dare piena attuazione al Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici e di rispettare gli obiettivi europei di decarbonizzazione al 2050 e intermedi al 2040, già approvati anche dall’Italia in sede comunitaria. La politica oggi va in direzione opposta e l’Italia che oggi frana, si allaga e perde competitività è il risultato di scelte rinviate, prevenzione insufficiente e di una transizione energetica ostacolata proprio quando sarebbe più necessaria. “Una traiettoria che può e deve essere corretta con politiche fondate sulla scienza, sulla lungimiranza e sulla responsabilità verso le generazioni presenti e future” spiegano i firmatari. A riguardo, sempre per parlare di fatti, la mancata attuazione del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato solo a fine 2023, rallenta a cascata la redazione di Piani locali di adattamento al clima. Anche e soprattutto perché non sono state stanziate neppure le risorse per le 361 misure previste su scala nazionale e regionale (Leggi l’approfondimento). Poi c’è il lungo capitolo che riguarda la legge sul consumo di suolo. Che manca, ancora. Dopo decine e decine di appelli. L'articolo “L’Italia frana: giù le mani dal sistema Ue per ridurre le emissioni”. L’appello del Nobel Parisi e altri 150 scienziati ed economisti al governo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Rimborso delle quote Ets, Pichetto ‘confessa’: “Messaggio all’Ue”. L’esperto: “Non si archivia la decarbonizzazione perché l’Italia è in ritardo”
Giovedì, intervistato dal Sole 24 Ore, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin lo ha ammesso senza imbarazzi: la decisione di confermare, nel testo del decreto Bollette approvato ieri dal consiglio dei ministri, il rimborso dal 2027 delle quote di emissione previste dal sistema europeo Ets, risponde all’esigenza di mandare “un messaggio chiaro come Paese”. Un messaggio alla commissione Ue, che nei prossimi mesi rivedrà il meccanismo inviso alle industrie inquinanti che è il cuore della strategia europea di decarbonizzazione e “persegue finalità estremamente condivisibili“, concede Pichetto, ma “danneggia in particolare il nostro Paese per via del mix energetico che ci contraddistingue. Mentre impatta meno su Francia e Spagna che hanno operato scelte diverse dalle nostre” puntando su nucleare e rinnovabili. “Se è un’ammissione di errore che vale per questo governo e per i precedenti, che non hanno voluto abbandonare il gas, ben venga”, commenta Michele Governatori, docente di economia applicata ed esperto senior energia del think tank sulla transizione energetica ECCO. “Ma non si può archiviare l’obiettivo della decarbonizzazione perché l’Italia è in ritardo”. Il giudizio di Governatori sul decreto è negativo perché eliminare i costi della Co2, come il governo punta a fare per ridurre le bollette, ammesso che la Ue approvi la misura, “è un errore grave su un aspetto strategico“. “Da addetto ai lavori e da cittadino”, continua, “mi preoccupa molto il fatto che il governo usi la propria forza, che deriva da una oggettiva stabilità, non per rafforzare la politica industriale e green dell’Unione ma per smontarla. Dire che l’Ets ci “danneggia” non ha senso: è una perdita netta solo per chi non investe nella riconversione e prosegue nel business as usual, ma chi accelera sulla decarbonizzazione e l’efficienza è avvantaggiato. La strategia europea prevede che stiamo sulla frontiera tecnologica, e oggi il mondo sta andando verso l’elettrificazione. Quel che ci danneggia semmai è proteggere chi è in ritardo”. Bene invece la spinta ai contratti di lungo termine con cui imprese e gruppi di imprese possono comprare elettricità da fonti rinnovabili con il coinvolgimento dell’Acquirente unico, società del Gse che compra elettricità e gas alle condizioni più favorevoli sul mercato per poi cederla ai clienti del servizio di maggior tutela, incaricato di svolgere “servizi di aggregazione della domanda”. Anche se, sottolinea l’esperto, “non capisco perché lasciare fuori i clienti residenziali, visto che Acquirente unico esiste proprio per trasferire i vantaggi del mercato ai clienti meno esperti. Si potrebbe chiedere ai fornitori di offrire questa opzione con forme contrattuali magari predisposte dal Gse”. “Ragionevole” anche la possibilità di rinuncia – volontaria – a una parte delle vecchie tariffe incentivanti previste dai Conti energia a fronte di un allungamento delle convenzioni. L’aumento dell’Irap per le imprese energetiche spuntato a sorpresa nell’ultima versione del provvedimento per raccogliere 1 miliardo da destinare alla riduzione della componente della spesa per oneri generali relativi al sostegno delle energie rinnovabili e alla cogenerazione ha subito fatto crollare in Borsa Enel e A2a. Un modo veloce per fare cassa, ma “non è selettivo“, il commento di Governatori. “Colpisce sia le imprese i cui investimenti sono ammortizzati e che godono di rendite, come quelle dell’idroelettrico, sia chi ha investito di recente e senza sussidi”. L’intervento per chiudere lo spread di prezzo (circa 2 euro) tra il mercato europeo Ttf e il Punto di scambio virtuale italiano era da tempo invocato, ma il meccanismo individuato dal governo – un servizio di liquidità regolato dall’Arera e pagato con i proventi del gas stoccato durante la crisi energetica – non convince: “L’idea è quella di pagare una remunerazione fissa ai trader in cambio della vendita all’ingrosso di gas su una piattaforma gestita da Snam a prezzi legati a quelli registrati sul Ttf. Mi sembra una finta soluzione, non capisco il beneficio netto”. Sorprende poi che l’Arera sia incaricata, come prevede l’articolo 6, di adottare “uno o più provvedimenti per la valutazione delle condotte di trattenimento economico di capacità degli operatori di mercato all’ingrosso“. La parafrasi del “trattenimento di capacità” descrive il comportamento delle aziende che producono meno energia di quella che potrebbero per spingere al rialzo i prezzi, facendo cartello. Lo scorso anno una “Indagine conoscitiva sul mercato elettrico del giorno prima” della stessa Arera ha fatto emergere “probabili condotte di trattenimento” che avrebbero gonfiato le bollette di diversi miliardi nel biennio 2023-24 in potenziale violazione del Regolamento europeo sulla integrità e trasparenza del mercato energetico (Remit). “Si tratta quindi di valutazioni che l’autorità già faceva”, commenta Governatori. “Il mercato non diventa competitivo per decreto: gli strumenti antitrust già esistono ma richiedono istituzioni forti. Dire per decreto che le offerte devono essere competitive mi pare un po’ ingenuo”. L'articolo Rimborso delle quote Ets, Pichetto ‘confessa’: “Messaggio all’Ue”. L’esperto: “Non si archivia la decarbonizzazione perché l’Italia è in ritardo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Decreto bollette, separare l’elettricità dal gas diminuirebbe i costi. Ma il governo finge di non capirlo
di Enza Plotino Anche un bambino (con un sistema di ragionamento elementare) comprenderebbe che il prezzo dell’elettricità legato al costo del gas, a causa del meccanismo di determinazione del prezzo nel mercato all’ingrosso, vuol dire che, anche quando l’elettricità viene prodotta da fonti rinnovabili o altre tecnologie a basso costo, il prezzo finale dell’energia è influenzato dalle fluttuazioni del gas naturale. Quindi noi tutti paghiamo bollette stratosferiche per via di questa semplice, assurda incongruenza. Cosa dovrebbe fare qualsiasi governo responsabile e che vuole risollevare le sorti dei cittadini tartassati e impoveriti? Separare il prezzo dell’elettricità da quello del gas per rendere il prezzo dell’energia più indipendente rispetto alle oscillazioni del gas, favorendo quindi una maggiore stabilità e un minor impatto per i consumatori finali. Chiaro? Quanto è semplice? Avremmo enormi vantaggi. I cittadini potrebbero beneficiare di tariffe più basse, più stabili e meno esposte agli aumenti del gas, con una maggiore convenienza per chi sceglie energia da fonti rinnovabili e anche le imprese gioverebbero di una riduzione dei costi dell’energia per settori con alti consumi elettrici, come industria e commercio, ma anche di una maggiore prevedibilità nella pianificazione dei costi energetici. Il mix energetico determina infatti un prezzo finale in bolletta che è influenzato dal costo del gas, poiché il prezzo dell’elettricità viene determinato da un meccanismo nel quale l’ultima fonte di energia necessaria a coprire la domanda (solitamente il gas) fissa il prezzo di mercato. Con la separazione tra elettricità e gas, l’elettricità prodotta da rinnovabili o altre fonti meno costose potrebbe riflettere il proprio prezzo reale, senza essere legata ai picchi del gas. Inoltre, si potrebbero avere tariffe più stabili nel tempo, con una riduzione dell’impatto delle crisi energetiche sulle bollette. Potremmo finalmente vedere una riduzione dei costi energetici, soprattutto in periodi di forte instabilità del prezzo del gas. Lo ha capito il governo Meloni? Lo ha capito il suo ministro dell’Ambiente che un giorno sì e l’altro pure discetta sul nucleare pulito? Hanno capito che i prezzi del gas sono grandemente influenzati da movimenti di operatori finanziari che speculano sulle tensioni internazionali sulle materie prime ed energia e che questo incide significativamente anche sul mercato elettrico? Assolutamente no. Perché pochi giorni fa il nostro ineffabile governo ha varato (dopo l’inverno che è tradizionalmente la stagione in cui aumenta la domanda di energia) il cosiddetto decreto bollette: per le famiglie un bonus una tantum di un centinaio di euro (famiglie che pagano l’elettricità a costi che sono il 100% più alti rispetto alle industrie energivore) mentre per i produttori di energia termoelettrica a gas il decreto introduce un meccanismo di rimborso dei corrispettivi della tariffa di trasporto del gas e, in aggiunta, il rimborso di una quota riconducibile agli oneri Ets sostenuti per la produzione di energia elettrica. Rimborsare il contributo Ets (Emissions Trading System) oggi è una bestemmia, poiché crea un incentivo a favore di una fonte fossile proprio mentre il sistema energetico europeo è impegnato in un percorso di progressiva decarbonizzazione. Il sistema Ets è stato istituito per assorbire il costo ambientale delle emissioni di CO₂ e fornire un segnale economico chiaro e progressivo contro l’uso delle fonti fossili. Neutralizzarne l’effetto contraddice la logica dello strumento europeo e potrebbe costituire un precedente pericoloso sotto il profilo della coerenza delle politiche climatiche. Tutto chiaro? Il piano del governo è palesemente inseguire il gas senza vedere il potenziale enorme che ha sotto gli occhi per realizzare l’autonomia del nostro paese in materia energetica e così contribuire al contrasto al cambiamento climatico. Un errore strategico che continueremo a pagare tutti noi. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo Decreto bollette, separare l’elettricità dal gas diminuirebbe i costi. Ma il governo finge di non capirlo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Bollette, Meloni annuncia “315 euro di bonus totale” per le famiglie vulnerabili. Ma conta anche i 200 euro che valevano solo per il 2025
A quanto ammonta il bonus straordinario a cui avranno diritto le famiglie in difficoltà economica per effetto del decreto Bollette varato mercoledì dal governo? Chi ieri sera ha visto sui social il video della premier Giorgia Meloni ha probabilmente capito che l’aiuto arriverà a 315 euro. Meloni infatti ha detto che a chi riceve il bonus sociale per disagio economico – 2,7 milioni di famiglie – si vedrà garantire “uno sconto ulteriore sulla bolletta elettrica di 115 euro l’anno che si aggiunge a quello di 200 euro che avevamo già previsto, portando il totale a 315 euro“. Ma i 200 euro citati, previsti dal decreto Bollette del 2025, valevano solo per lo scorso anno. La “dichiarazione imprecisa della presidente del Consiglio” ha generato “molta confusione“, ha commentato Marco Vignola, vicepresidente dell’Unione Nazionale Consumatori, tanto che diversi giornali hanno riportato la cifra di 315 euro come se si trattasse effettivamente della cifra in arrivo nei prossimi mesi a valle della necessaria delibera dell’Authority per l’energia (Arera). La realtà è che “il bonus scende da 200 a 115 euro, con un crollo di 85 euro, pari al 42,5%”. Non basta: nel 2025 avevano diritto al sostegno straordinario le famiglie con Isee compreso tra 9.530 e 25.000 euro. Ora invece a godere dei 115 euro di contributo per l’acquisto di energia saranno solo le famiglie che hanno diritto al bonus standard, cioè quelle che non superano i 9.796 euro (20mila se ci sono almeno quattro figli a carico). La platea, insomma, è molto più ridotta. Non a caso l’anno scorso la misura valeva 1,6 miliardi e riguardava 8 milioni di nuclei, mentre ora lo stanziamento si ferma a 315 milioni di euro. Non a caso, nel tentativo di potenziare l’intervento, l’articolo 1 del decreto prevede anche un curioso contributo volontario a carico dei venditori di energia elettrica, che nel 2026 e 2027 “possono riconoscere” ai propri clienti domestici con Isee fino a 25mila euro uno sconto fino a 60 euro a copertura dei costi di acquisto. L'articolo Bollette, Meloni annuncia “315 euro di bonus totale” per le famiglie vulnerabili. Ma conta anche i 200 euro che valevano solo per il 2025 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Decreto bollette, Tabarelli (Nomisma Energia): “Tanta scena, ma per il sistema Italia non cambia niente”
“I guadagni si spostano dai produttori ai consumatori, ma rimaniamo sempre legati ai prezzi del gas che si formano sui mercati internazionali”. Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, boccia il decreto bollette approvato ieri dal governo. “Basta che il gas aumenti, e tutti i risparmi vanno in fumo”, spiega. E l’aumento di 2 punti dell’Irap in 2 anni per i produttori di gas ed elettricità, spuntato a sorpresa nel testo, sta facendo “crollare in Borsa” i titoli dell’energia, con Enel e A2a maglie nere del listino milanese. Con quel balzello “l’esecutivo conta di avere 1 miliardo all’anno di maggiori entrate, per ridurre alle piccole e medie imprese gli oneri di sistema in bolletta per il sostegno alle rinnovabili (la componente Asos). Ricorda la Robin Hood Tax di Tremonti del 2008, poi bocciata dalla Consulta, che voleva colpire gli extraprofitti delle società energetiche”, ricorda Tabarelli. Ma “con l’aumento dell’Irap, per il sistema Italia non cambia niente“. Tabarelli è critico anche sullo scorporo della tassazione europea delle emissioni (Ets) dal prezzo del gas per la produzione elettrica. Sono “le solite alchimie che fanno tanta scena. Ma chi dice che questa riduzione del prezzo del gas finisca poi effettivamente sul prezzo dell’elettricità? La politica interviene su mercati che si dicono liberi, ma che alla fine non lo sono”. L'articolo Decreto bollette, Tabarelli (Nomisma Energia): “Tanta scena, ma per il sistema Italia non cambia niente” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Bce: le famiglie italiane pagano il doppio per l’elettricità rispetto alle grandi industrie
Le famiglie italiane pagano il doppio per l’elettricità rispetto alle industrie ad alta intensità energetica. A spiegare questa paradossale situazione è il bollettino economico della Bce, che spiega che “le famiglie dell’area dell’euro pagano circa il doppio per l’elettricità rispetto alle industrie ad alta intensità energetica, perché tutte le componenti della bolletta risultano più care”. La Bce aggiunge che “in Francia e nei Paesi Bassi le famiglie pagano circa il 64 e il 20 per cento in più rispetto alle industrie ad alta intensità energetica. Questo fenomeno è ancora più marcato in Germania, Spagna e Italia, dove i prezzi dell’energia elettrica per le famiglie sono più elevati di circa il 100%“. Le motivazioni dietro la differenza di prezzo sono da ricercare nella tipologia di combustibili importati per la produzione di energia elettrica: gli Stati che dipendono in maggioranza da combustibili fossili “vanno tendenzialmente incontro a prezzi dell’elettricità più elevati, in quanto tali combustibili generalmente hanno costi marginali più elevati rispetto al nucleare o alle fonti rinnovabili. Inoltre, differenze nelle imposte nazionali e nella regolamentazione degli oneri di rete sono anch’esse all’origine di notevoli variazioni tra paesi nei prezzi finali dell’energia elettrica”. Nodi ben noti, che il governo Meloni ha tentato di affrontare con il decreto Bollette varato ieri. Che prevede varie misure per ridurre i costi per famiglie e imprese – il ministero dell’Ambiente stima una riduzione di 15 euro l’anno per le famiglie – e un bonus sociale straordinario da 115 euro per i nuclei vulnerabili, a cui le aziende elettriche potranno aggiungere uno sconto su base volontaria per i consumatori con Isee fino a 25mila euro. L'articolo Bce: le famiglie italiane pagano il doppio per l’elettricità rispetto alle grandi industrie proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il governo Meloni contro il sistema Ue per lo scambio delle quote di emissione. Che ha ridotto i gas serra del 50% rispetto al 2005
Al centro del decreto Bollette varato mercoledì dal consiglio dei ministri c’è la compensazione delle aziende energetiche con centrali a gas per i costi sostenuti per comprare quote europee di emissione di Co2. Visto che i prezzi dell’elettricità si formano sulla base del costo di produzione dalla fonte più costosa, che è appunto il gas, la mossa del governo Meloni punta a ridurre il costo finale per i consumatori. Ma è anche un chiaro segnale alla Commissione Ue che nel corso dell’anno dovrà fare il tagliando all’Emission trading system, strumento chiave per raggiungere gli obiettivi climatici che l’Unione ha fissato per il 2030. Un sistema non perfetto ma grazie al quale le emissioni dei settori coperti sono calate del 50% rispetto al 2005 (il target al 2030 è -62%) soprattutto grazie al calo di quelle del settore energetico. L’industria inquinante lo incolpa però della propria crisi e vorrebbe restringerne l’applicazione. Confindustria ne ha chiesto addirittura la sospensione. E il governo si accoda. COME FUNZIONA IL SISTEMA ETS L’Ets ha creato un mercato che incentiva le imprese a ridurre la loro impronta carbonica attraverso un sistema di “cap-and-trade”: di anno in anno la Ue fissa un limite (cap) alle emissioni consentite e chi inquina deve comprare all’asta – anche se in passato molte venivano assegnate a titolo gratuito – una quota per ogni tonnellata di Co2 emessa nell’ambiente nel corso dell’anno. Insomma: chi inquina paga. Le aziende che riducono le proprie emissioni sotto il limite previsto possono rivendere le quote in eccesso, generando profitti con cui finanziare ulteriori politiche climatiche. Le aste poi producono gettito per gli Stati, che a loro volta dovrebbero utilizzare i soldi per finanziare misure di decarbonizzazione e promuovere tecnologie sostenibili. Tra 2005 e 2007 il meccanismo è stato applicato distribuendo i “diritti a inquinare” quasi totalmente gratis, il che ha causato un eccesso di offerta. Nella seconda fase, fino al 2012, i tetti e le regole di assegnazione sono stati definiti dagli Stati membri, con inevitabili distorsioni, e il valore dei permessi è crollato a causa della recessione. Nel 2019 è stata introdotta una riserva stabilizzatrice del mercato e si è passati a un cap europeo, decrescente anno dopo anno. Le quote gratuite sono rimaste in vigore, a beneficio dei settori dell’acciaio e del cemento, delle raffinerie e dell’industria chimica. La quarta fase, iniziata nel 2021, prevede una riduzione più corposa del cap per centrare gli obiettivi di taglio delle emissioni e l’inclusione del settore aereo civile e marittimo. I prezzi nel 2023 sono arrivati a superare i 90 euro a tonnellata di Co2, per poi ripiegare: ora si attestano sui 70 euro. Nel frattempo sta proseguendo la – lentissima -eliminazione graduale dei permessi gratuiti, prevista dopo l’entrata in vigore del regolamento sulla cosiddetta tassazione del carbonio alle frontiere (Cbam) che elimina l’alibi del rischio delocalizzazione verso Paesi con standard ambientali più deboli visto che i prodotti da lì importati saranno soggetti al balzello. Dal 2028 (già rinviata di un anno rispetto all’ipotesi iniziale) è prevista poi l’entrata in vigore dell’Ets2, che comprenderà i fornitori di energia del settore civile, i trasporti e le pmi. Proprio oggi gli ambasciatori dei 27 Paesi Ue hanno adottato su questo il mandato negoziale senza modifiche alla proposta della Commissione Ue, avanzata a fine novembre, e sono ora pronti al negoziato con l’Eurocamera. I RISULTATI A LIVELLO UE Stando all’ultimo bilancio fatto dalla Commissione, nel 2024 le emissioni dei comparti coinvolti sono diminuite del 5% rispetto al 2023, portando la riduzione complessiva a circa il 50% rispetto ai livelli del 2005. Il settore energetico ha visto una riduzione del 12% delle emissioni legate alla produzione di energia elettrica grazie a un aumento dell’8% nella produzione da fonti rinnovabili e del 5% da nucleare, mentre l’uso di gas e carbone è diminuito rispettivamente dell’8% e del 15%. Nel settore industriale però le emissioni sono rimaste stabili, causa aumento del 7% nel comparto dei fertilizzanti compensato da una diminuzione del 5% nel settore del cemento, in linea con una riduzione della produzione. In parallelo, dal 2012 al 2023 gli Stati membri hanno incassato più di 147 miliardi di euro dai proventi delle aste. L’ITALIA NON USA I SOLDI PER LA LOTTA AI CAMBIAMENTI CLIMATICI L’Italia tra il 2012 e il 2023, come ricostruito dal think tank Ecco, ha raccolto circa 15,6 miliardi di euro. Ma solo il 9% di quella cifra, circa 1,4 miliardi, è stato effettivamente utilizzato per politiche climatiche: ben sotto il 50% previsto dalla Direttiva EU Ets che vincolava quella quota a finalità legate all’abbattimento delle emissioni dei gas a effetto serra e all’adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici. Soglia che con la revisione della direttiva, nel 2023, è peraltro salita al 100%. Ma l’Italia, nel recepire la norma, non ha rispettato la disposizione europea e continua a destinare il 50% del ricavato al fondo di ammortamento dei titoli di Stato. Il resto viene ripartito con decreti del ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica di concerto con quelli delle Imprese e del made in Italy, delle Infrastrutture e dell’Economia. La quota maggiore, 29,16% dei fondi, stando a quanto ricostruito da Ecco è stata destinata a progetti e misure per sviluppare le energie rinnovabili, un altro 25,8% è finito in contributi a fondi multilaterali, il 17% al trasporto pubblico e a basse emissioni e il 14,65% dei fondi a progetti mirati all’efficienza energetica, all’isolamento degli edifici e al sostegno per le famiglie a reddito medio-basso. Quote che non corrispondono però agli impegni di spesa: dal 2012 le risorse impegnate sono sempre state inferiori a quelle spese e ci sono grosse discrepanze tra i due valori. La rendicontazione è poco chiara e non garantisce reale trasparenza. è la conclusione del think tank. MELONI SCHIERATA CON L’INDUSTRIA, VON DER LEYEN E MERZ DIFENDONO IL SISTEMA È questo il quadro che oggi vede il governo schierato con l’industria che chiede di eliminare quello che ritiene un insostenibile aggravio di costi. All’appello del numero uno della lobby degli industriali Emanuele Orsini si è unito mercoledì il presidente di Confindustria Brescia – in cui siedono molte aziende energivore – Paolo Streparava, secondo cui l’Ets “aggrava il prezzo dell’energia, scaricando sull’industria un onere che rischia di compromettere la capacità di competere sui mercati internazionali”. Ma la settimana scorsa Ursula von der Leyen, che pure ha archiviato il green deal e fatto della competitività industriale la sua nuova stella polare, ha ribadito che il sistema “ha chiari vantaggi” ed è “completamente neutrale dal punto di vista tecnologico”. Non solo: imputargli prezzi dell’energia troppo alti vuol dire sbagliare bersaglio, visto che il prezzo è determinato “anzitutto da quello del gas, poi dalle commissioni per la rete, che sono sostanziose, dalle tasse nazionali, e solo dopo viene l’Ets”. Morale: sì a una revisione, no alla retromarcia. E nonostante l’ostentata sintonia delle ultime settimane Meloni non può contare nemmeno sul sostegno dell’alleato Friedrich Merz, che a sua volta ha difeso il meccanismo dalle critiche di altri leader. L'articolo Il governo Meloni contro il sistema Ue per lo scambio delle quote di emissione. Che ha ridotto i gas serra del 50% rispetto al 2005 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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