Tutto di destro: prima il dribbling sull’avversario, poi il tiro imparabile alle
spalle di Sicignano. Un gol bellissimo, col piede sbagliato visto che l’autore,
André Luciano da Silva detto Pinga, è tutto sinistro e che regala la prima
vittoria in casa al Treviso a discapito del Lecce il 18 dicembre di 20 anni fa.
Numeri importanti per quel ragazzo brasiliano, ex promessa ai tempi del Treviso,
ultima stagione in Italia.
Nato ad Aracati, nella zona di Fortaleza: spiagge immense e paesaggi da
cartolina, e poi ci sono i “meninos” che sognano altri scenari giocando a
pallone sulla sabbia. Uno di quelli è Andrè: è forte ma piccolino, troppo, e per
questo gli appioppano il soprannome di “Pingo”. “Pingo” vuol dire goccia e la
persona che gli appiccica addosso quel soprannome vuol dire che il ragazzo è un
“pingo de gente”, una goccia di persona, per quanto è basso.
Pinga diventerà dopo, a opera di un’agente: vorrebbe dire “goccetto” con un
riferimento agli alcolici e in particolare alla cachaça, ma il calciatore ha
sempre respinto ogni collegamento: “Avevo otto anni quando mi hanno chiamato
così, non potevo certo bere del liquore”.
Le finte, quelle sì, sono ubriacanti: lo dimostra nel futsal, suo primo sport,
ma viene notato dallo Sporting di Cearà che lo porta nelle sue giovanili. Passa
al Vitoria e poi alla Juventus di San Paolo dove mostra già numeri da
campioncino: attira su di sé le attenzioni di tanti club europei, anche grazie a
Scolari che lo paragona a Rivaldo, e il Toro riesce ad accaparrarselo nel 1999
quando ha solo 18 anni.
Comincia dalla Primavera, accanto a lui c’è un altro ragazzo non male, pure lui
tutto mancino, che si chiama Emanuele Calaiò, mentre la punta di riserva si
chiama Fabio Quagliarella. Sulla panchina dei grandi c’è Emiliano Mondonico, uno
che problemi a far giocare un ragazzino, se forte, non se n’è mai fatti:
esordisce in Coppa Italia contro l’Atalanta, in Serie A un mese più tardi contro
il Perugia.
La prima da titolare col Parma ad aprile, ma è nella gara successiva che André
fa stropicciare gli occhi a tutti. Al “Delle Alpi” arriva il Milan campione
d’Italia che va in vantaggio con Ambrosini, Pinga in tuffo però si prende di
prepotenza un cross di Mendez e riporta il match in parità. Ma è quello che
avviene nel secondo tempo che di fatto “regala” Pinga al popolo granata: Pecchia
crossa dalla trequarti e trova Pinga però defilato e troppo vicino alla porta,
il brasiliano la controlla e non si lascia tradire dalla tentazione di chiudere
gli occhi e sparare forte ma tocca piano piano per una palombella deliziosa che
porta in vantaggio i granata.
Pareggerà Guglielminpietro, ma Pinga – già una sorta di mascotte per il nome
buffo e la giovane età – diventerà un mito, una speranza a cui aggrapparsi. Il
Toro però retrocede e Pinga resta in granata, proprio per alimentare quella
speranza di tornare subito a splendere in Serie A: ci riesce il Torino, un po’
meno il brasiliano che alterna ottime giocate a gare anonime, ma quanto di buono
fatto gli vale la convocazione ai mondiali Under 20, dove brilla con la maglia
verdeoro.
Ci sarebbero tutte le basi per fare bene, ma non trova spazio, e viene girato in
prestito al Siena in Serie B. In Toscana splende: 4 gol il primo anno, 7 il
secondo con il Siena promosso in Serie A. La festa però sarà amara: dopo la gara
contro la Salernitana l’auto su cui viaggiano Pinga e Taddei si ribalta e si
incendia, il fratello di Taddei muore, i due calciatori restano feriti.
Quell’incidente segna uno spartiacque. Il calcio, da promessa leggera come una
goccia, improvvisamente pesa come piombo.
Pinga rientra al Torino portandosi addosso cicatrici che copre con una bandana:
diventerà il suo marchio di fabbrica. Fa bene nella prima stagione dopo il
ritorno, fa benissimo nella seconda, con otto gol nella regular season e un gol
memorabile nei playoff contro l’Ascoli: vuole la A Pinga, finalmente. La
conquista, ma non la vedrà in granata, perché la squadra non sarà ammessa per
inadempienze finanziarie. Allora va a Treviso, ma la stagione non è positiva.
Torna in Brasile, all’Internacional, vincendo tutto e togliendosi quelle
soddisfazioni che avrebbe voluto togliersi in Europa, prima di girovagare tra
Qatar ed Emirati Arabi. Una luce intermittente, che a Torino ancora ricordano
con simpatia: un dribbling fatto col piede sbagliato, una palombella pensata
quando tutti avrebbero tirato forte. È stato, in fondo, quello che diceva il suo
primo soprannome: una goccia di calciatore. Piccola, sì. Ma capace di lasciare
il segno.
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morì il fratello di Taddei: copriva le cicatrici con una bandana proviene da Il
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Davide Vagnati non è più il direttore sportivo del Torino. A comunicarlo è stato
lo stesso club torinese, con una nota ufficiale: “Il Torino Football Club
comunica l’esonero, con effetto immediato, di Davide Vagnati dall’incarico di
Direttore Sportivo e Responsabile dell’Area tecnica del Club”.
Contestualmente – sempre all’interno della stessa nota – il club di Urbano Cairo
ha annunciato il ritorno di Gianluca Petrachi dopo sei anni: “La direzione
tecnico-sportiva è stata nuovamente affidata a Gianluca Petrachi, già Direttore
Sportivo del Torino con una lunga permanenza dal 2010 al 2019. Tutta la Società
riaccoglie Gianluca Petrachi con un caloroso abbraccio”.
Vagnati lascia così il club torinese dopo più di cinque anni: il dirigente era
infatti direttore sportivo dal maggio 2020. Stagioni in cui il Torino ha
alternato annate positive ad altre meno. Il club piemontese si trova al momento
in sedicesima posizione con 14 punti – a +4 dalla zona retrocessione – ma
soprattutto non vince da sei giornate ed è reduce da tre sconfitte consecutive.
Un momento delicato in cui a pagare è stato il direttore sportivo Davide
Vagnati. Già Urbano Cairo dopo la sconfitta contro il Milan aveva lasciato
intendere qualcosa, rispondendo a una domanda su un possibile esonero
dell’allenatore Marco Baroni: “Ma che vuol dire? Sarà mica Baroni il tema. Con
lui ci parlo ogni giorno, ma non c’è argomento, non è in discussione. Non è
tutto perfetto, se prendi tre gol qualche errore c’è e va corretto, ma il tema
non è l’allenatore”, aveva spiegato il patron torinese.
Adesso una nuova era, con il ritorno di Gianluca Petrachi, che al Torino è già
stato dal 2010 al 2019. Nei suoi anni a Torino, Petrachi è stato artefice di
colpi come Alessio Cerci, Ciro Immobile, Matteo Darmian e Andrea Belotti solo
per dirne alcuni. Nel 2019, dopo buoni risultati nei nove anni da direttore del
Torino, Petrachi decise di lasciare il club granata, andando alla Roma. Un addio
che aveva causato anche disguidi con lo stesso Cairo, che oggi però sembrano
risolti.
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Gianluca Petrachi proviene da Il Fatto Quotidiano.