Dal 9 al 13 marzo Padova ospita la quarta edizione di Cambio Gioco, la settimana
dedicata alla prevenzione delle dipendenze comportamentali e del gioco d’azzardo
patologico. Tra gli appuntamenti più attesi della settimana c’è quello di
martedì 10 marzo alle 20.30, intitolato “Dietro il Jackpot”. Sul palco saliranno
lo scrittore Umberto Folena e il giornalista Peter Gomez, per un confronto su
legalità e criminalità. L’incontro, così come gli altri in scaletta, si svolgerà
nella Sala della Carità al civico 61 di Via S. Francesco e sarà fruibile sia in
presenza sia in diretta streaming sui canali social del festival. L’ingresso è
libero, con prenotazione consigliata.
Il tema scelto per questa edizione è “Giocare d’anticipo: innovazione e
ricerca”, un approccio per intervenire sull’individuo prima che scatti la
ludopatia. “La prevenzione è una risorsa preziosa: anticipare i comportamenti a
rischio consente un intervento efficace e incisivo” ha affermato Paolo Fortuna,
direttore generale dell’Ulss 6 Euganea. “Il tema di quest’anno – aggiunge
Fortuna – riflette esattamente questa filosofia, invitandoci a promuovere la
conoscenza e lo sviluppo di strategie nuove e mirate per tutelare la salute di
tutta la popolazione come bene comune”.
La responsabile scientifica del progetto Arianna Camporese ha sottolineato come
la sfida odierna sia investire su tempo e conoscenza: “In questa edizione
cercheremo di integrare il pensiero di altre discipline per migliorare i nostri
processi decisionali”, evidenziando come “solo agendo per tempo possiamo
favorire le competenze utili a gestire emozioni e fragilità, aiutando in
particolare le giovani generazioni a scegliere percorsi di salute”.
La seconda giornata affronta i temi cruciali della psicologia e del profondo
impatto sociale e criminale dell’azzardo. Nel panel serale il direttore de
ilfattoquotidiano.it discuterà con il coautore dell’inchiesta “Perché il gioco
d’azzardo rovina l’Italia” (scritto con Daniela Capitanucci Edizioni Terra
Santa, 2020) di come il gioco sia una via d’accesso per l’economia criminale,
analizzando le falle legislative che permettono a mafie e organizzazioni
criminali di usare il settore per l’usura e il riciclaggio di denaro. Giocare
d’anticipo, infatti, significa anche interrogare le responsabilità normative e
il ruolo dell’informazione nel raccontare ciò che si nasconde “dietro il
jackpot”.
Oltre agli incontri, nelle giornate del 10, 12 e 13 marzo, i cittadini potranno
partecipare all’Esperienza di rilassamento in 3D, un laboratorio digitale (LAB
ON LIFE) che utilizza visori di realtà virtuale immersiva per promuovere il
benessere e la gestione dello stress, guidato dagli operatori del Dipartimento
Dipendenze. Il festival, finanziato con fondi del Ministero della Salute, è
promosso e organizzato dall’Azienda unità locale socio-sanitaria della provincia
padovana in collaborazione con Alterevo Società Benefit e I AM. Le iscrizioni e
il programma completo sono disponibili sul sito ufficiale
www.cambiogiocoulss6.it
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CAMBIO GIOCO 2026_00 IMMAGINE GENERICA
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CAMBIO GIOCO 2026_EVENTO 12 POZZA
L'articolo Peter Gomez a Padova per parlare di economia criminale e gioco
d’azzardo nella quarta edizione del Festival Cambio Gioco proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Criminalità Organizzata
Niente funerale in chiesa, nessun corteo funebre e sepoltura in forma
strettamente privata al cimitero di Chivasso. È la decisione disposta dal
questore di Torino, Massimo Gambino, per le esequie di Domenico Belfiore, boss
della ’ndrangheta morto venerdì scorso a 73 anni in ospedale nel Comune della
seconda cintura di Torino.
Belfiore era stato condannato in via definitiva all’ergastolo come mandante
dell’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, ucciso da un commando il
26 giugno del 1983. Non si era mai pentito. Proprio l’ipotesi di un funerale in
chiesa aveva suscitato polemiche nei giorni scorsi, a partire dall’intervento di
don Luigi Ciotti, fondatore di Libera. Secondo quanto previsto inizialmente, le
esequie si sarebbero dovute tenere domani alle 15 nella parrocchia Madonna del
Loreto di Chivasso.
Durissimo l’intervento del sacerdote, intervistato da La Stampa. “Pregare per un
defunto è un atto di carità che non si nega a nessuno perché la misericordia di
Dio è più grande dei nostri peccati. Ma celebrare una messa solenne per un
mafioso non pentito non è solo preghiera. È mettere un uomo di sangue sullo
stesso altare dove celebriamo i santi. È questo che vogliamo trasmettere alle
nostre comunità?”. Per il fondatore di Libera, “un funerale in chiesa per chi ha
ucciso e non si è pentito non è solo un errore pastorale. È una ferita in più
inferta ai familiari delle vittime. Dice a chi ha perso un padre, una madre, un
fratello per mano della mafia ‘il vostro dolore può essere messo da parte’.
Dobbiamo chiedere scusa per questo”. Ciotti aveva poi aggiunto che “essere
Chiesa oggi in terra di mafia significa avere il coraggio della profezia, anche
se scomoda. Il ‘mi faccio i fatti miei’ è il miglior alleato delle mafie. Quando
una comunità tace, quando un parroco sceglie la via più facile per non
scontentare nessuno, si crea l’humus fertile per la sopravvivenza del male. Il
funerale a Belfiore non è un caso isolato: è il sintomo di una zona grigia che
ancora esiste”.
Di diverso tenore erano state le parole di monsignor Daniele Salera, vescovo di
Ivrea: “Siamo a conoscenza di quanto il defunto ha compiuto in vita, ma non
possiamo sapere di un suo effettivo pentimento interiore. La Chiesa ha sempre
fatto distinzione tra foro interno, o della coscienza, e foro esterno, ovvero
ciò che della nostra vita è visibile. Non potendo sapere quanto, negli ultimi
attimi della sua vita terrena, il defunto ha potuto vivere nella relazione con
Cristo Salvatore, è bene procedere chiedendo, attraverso le esequie, la
misericordia di Dio”, svelando poi che “la forma concordata con la famiglia
delle esequie” avrebbe avuto “il tratto di una maggiore sobrietà e semplicità”.
Il parroco, don Tonino, aveva sbrigativamente dichiarato: “Non sapevo chi fosse
quell’uomo. Della scomunica ai mafiosi del Papa sono al corrente, ma non ho
ricevuto nessuna indicazione ostativa in tal senso dalla Curia. Lo affiderò a
Dio come peccatore, ma è lui a doverlo giudicare”.
Nel corso della sua lunga carriera, Bruno Caccia, si occupò di importanti
indagini, tra cui quelle contro le Brigate Rosse e lo “Scandalo dei petroli”.
Nel 1980 divenne Procuratore capo a Torino, dove coordinò le indagini sulla
crescente presenza delle organizzazioni mafiose in Piemonte. La sera del 26
giugno 1983, mentre passeggiava con il suo cane nei pressi di casa senza scorta,
fu affiancato da uomini armati che lo uccisero con numerosi colpi di pistola.
Caccia resta l’unico magistrato finora ucciso dalle mafie nel Nord Italia.
L'articolo No al funerale pubblico per il boss della ‘ndrangheta Domenico
Belfiore: fu il mandante dell’omicidio di Bruno Caccia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
In un Paese che viene spesso visto dagli altri come la patria delle mafie, una
notizia del genere non poteva certo passare inosservata. E infatti l’assalto al
portavalori avvenuto il 9 febbraio tra Brindisi e Lecce sta facendo il giro del
mondo: “Una banda di uomini mascherati ha assaltato un furgone portavalori con
fucili kalashnikov e ha rubato l’auto di uno studente nel tentativo di fuggire,
durante una rapina culminata in un conflitto a fuoco con i carabinieri”, ha
scritto la CNN postando un reel su Instagram con le fasi più concitate del
tentativo di rapina riprese da un camionista di passaggio.
Nei commenti del post – con quasi 40mila mi piace e oltre 1.100 commenti a poche
ore dalla pubblicazione – dell’emittente americana, c’è chi ironizza sul colpo
teatrale, associandolo ai film gangster di Hollywood e alla nota saga di
videogiochi Grand Theft Auto.
Sulla stessa scia anche El Pais: “Assalto da film nel Sud Italia a un furgone
blindato su una strada piena d’auto”. Sul quotidiano spagnolo, si fa riferimento
alle immagini registrate dai testimoni: “Veicoli in fiamme, il furgone blindato
completamente distrutto, colpi di arma da fuoco in aria e una grande colonna di
fumo”.
Della vicenda si è interessata anche Al Jazeera che, nel raccontare l’episodio,
definisce Foggia come “la culla delle bande specializzate in rapine a mano
armata ai veicoli blindati”. E proprio nel Foggiano, in particolare a Cerignola,
il territorio a cui viene ricondotta la stragrande maggioranza degli assalti.
‘The Italian job’ come ha scritto qualcuno sui social.
L'articolo Assalto a portavalori tra Brindisi e Lecce: la notizia fa il giro del
mondo. Dalla Cnn ad Al Jazeera: “The Italian Job” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Adesso tutti hanno visto. Ora tutti sanno quale livello di preparazione, ingegno
logistico e violenza sono in grado di esprimere le bande di criminali foggiani
specializzate nell’assalto ai portavalori lungo superstrade e autostrade. Una
piaga che la Puglia e diverse altre regioni italiane conoscono bene. Tutto
fuorché disperati, ma – sia consentito l’aggettivo – criminali raffinati. Spesso
capita che fuggano via senza sparare un colpo. Ma con spregiudicatezza, quando
serve, aprono il fuoco. La rapina lungo la superstrada Brindisi-Lecce, filmata
secondo dopo secondo da un camionista, ha restituito in pieno l’efferatezza di
questi assalti, insieme alla foto simbolo della gazzella dei carabinieri
crivellata di colpi. Per una questione di centimetri, un secondo militare
dell’Arma non è caduto in servizio nella provincia di Brindisi nel giro di pochi
mesi.
Resta un grande interrogativo: i commando foggiani e dell’Alto Barese,
specializzati in queste rapine, vedono protagonisti gruppi ristretti di uomini.
Lo avevamo raccontato su questo sito, diversi anni fa: quando in Italia viene
tentato o messo a segno un colpo a un portavalori, le questure contattano subito
i colleghi di Foggia affinché attivino la sorveglianza sui volti noti che in
quel momento si trovano a piede libero. E allora come è possibile che,
nonostante arresti e condanne, il fenomeno non sia ancora stato debellato?
Eppure ora anche esponenti di spicco del centrodestra puglies riconoscono
l’emergenza: il deputato di FI Mauro D’Attis, esponente della commissione
Antimafia, ha chiamato in causa il ministro Piantedosi. Del resto, il salto di
qualità in corso da tempo lo racconta la nuda cronaca. Un anno e mezzo fa, una
rapina identica era stata messa a segno lungo la stessa superstrada: Ak-47 in
pugno, i furgoni dati alle fiamme, la fuga grazie ai guard-rail tagliati. Sempre
i soliti sospetti. Era invece appena lo scorso ottobre quando una banda di
cerignolani mise a ferro e fuoco la A14 tra le uscite Loreto-Porto Recanati e
Civitanova Marche. Il bandito che rimase ferito e venne arrestato era stato già
coinvolto in altri colpi, per era anche stato condannato. L’1 dicembre era
toccato a un blidato lungo la A2 in Calabria, dove gli specialisti foggiani
hanno legami da anni, come raccontato in un libro dall’ex luogotenente dei
carabinieri Saverio Santoniccolo e dimostrato da altre numerose inchieste. da
Esattamente un mese fa, sempre lungo la stessa autostrada A14, un altro assalto
qualche chilometro più a sud.
Nelle campagne tra le province di Brindisi e Lecce, i banditi cerignolani hanno
aperto il fuoco contro una gazzella dei carabinieri e il militare alla guida non
è stato centrato in testa per una questione di centimetri. Ventisei anni fa,
proprio in queste province pugliesi, lo Stato riuscì a stroncare un fenomeno
come il contrabbando che aveva ignorato per anni, lasciandolo proliferare e
diventare un ammortizzatore sociale. Tutto divenne un’emergenza dopo la morte di
due finanzieri, Alberto De Falco e Antonio Sottile, speronati e uccisi durante
un inseguimento. Finora gli assalti ai portavalori, per quanto siano un fenomeno
sistemico, sono rimasti lontani dal grande pubblico: mancavano le immagini
vivide in grado di raccontare come lavorano queste bande criminali. Tra un rave
e un centro sociale, chissà che quei 40 secondi immortalati da un camionista, il
kalashnikov spianato, il furgone che salta con i vigilantes a bordo non servano
a indirizzare la furia repressiva del governo Meloni verso una vera emergenza.
L'articolo Quarto assalto a un portavalori in 4 mesi: ma la furia repressiva del
governo ignora una vera emergenza | Il commento proviene da Il Fatto Quotidiano.
La criminalità organizzata ha nuovamente macchiato di sangue le strade di
Foggia: Alessandro Moretti, il nipote del boss Rocco Moretti, è stato ucciso
nella serata di giovedì 15 gennaio. Il 34enne si trovava a bordo di uno scooter
quando è stato vittima di un agguato a colpi di arma da fuoco in via
Sant’Antonio: l’uomo è stato soccorso e portato in ospedale, ma è morto poco
dopo il ricovero. Sul posto è intervenuta la polizia per prendere i rilievi e
svolgere le indagini.
Gli inquirenti temono che questo episodio possa scatenare una faida tra clan
rivali. Il 34enne, infatti, era il figlio del fratello più piccolo di Rocco
Moretti: il boss ha 75 anni ed è uno dei capoclan più importanti nella Società
Foggiana. Dopo la condanna definitiva a 10 anni e 8 mesi inflitta nel processo
‘Decima azione’, sta scontando la pena in regime di 41bis per i reati di
associazione mafiosa, estorsione e detenzione di armi. Negli ultimi mesi è stato
anche destinatario di sequestri patrimoniali per oltre 2,5 milioni di euro.
Foto d’archivio.
L'articolo Agguato a Foggia: ucciso il nipote del boss Rocco Moretti, detenuto
al 41bis. Si teme una nuova faida proviene da Il Fatto Quotidiano.
Piglia piede in tutta Europa l’esecuzione di crimini da parte di minorenni
reclutati in un Paese diverso dal luogo del delitto. E così in aprile è stata
creata la task force operativa (OTF) di Europol Grimm, che oggi annovera
funzionari investigativi di undici Paesi, esperti interni e la collaborazione di
fornitori di servizi on line, per contrastare un sistema che pare inarrestabile.
Colonia, nel 2024 è stata teatro di una guerra di droga, diversi ragazzi o
tutt’al più giovani adulti, tedeschi e olandesi, sono stati incaricati di
esplosioni, sparatorie e torture. I modelli sono i rapper che nei loro testi
idealizzano i soldi facili fatti nel mondo criminale. I giovani vengono adescati
col passaparola, ma anche con annunci diretti sui social media.
Ci sono canali Telegram di spaccio con promesse di entrate fino a 4.500 euro al
mese e poi gli algoritmi di Instagram e TikTok che a chi vede un video con
violenza, droghe e criminalità ne offre ancora altri. E lo portano presto a
offerte “di lavoro” nei commenti. Pure Snapchat dà spazio a messaggi che
invitano a mettere il proprio conto a disposizione per riciclare del denaro
associati a video con una mano colma di banconote. Altro veicolo di contatto
sono le piattaforme di gioco, come Fortnite o Counter-Strike. I social
cancellano milioni di annunci e collaborano con gli inquirenti, ma i gestori non
spiegano come sia possibile trovarne sempre di nuovi.
Europol chiama il fenomeno “crimine come servizio”. La violenza ordinata come
una prestazione secondo una struttura in quattro fasi: il cliente commissiona e
finanzia il reato ad un organizzatore, responsabile di procurare armi e
logistica e che funge da intermediario con il reclutatore che ricerca gli
esecutori, per lo più minorenni. L’autore effettivo sta in fondo alla catena. La
squadra Grimm vuole sovvertire questo modello in ogni fase. In sei mesi di
attività ha fermato 63 autori di reati, 40 compici, 84 reclutatori e 6 clienti
istigatori. Fulcro per garantire un’azione tempestiva e coordinata sono la
condivisione di intelligence transfrontaliera e una più stretta collaborazione
con le aziende tecnologiche per individuare e bloccare le attività di
reclutamento sui social media.
Non c’è solo la Germania nell’occhio del ciclone. Anche a Marsiglia nel novembre
2024 la guerra alla droga sfuggiva completamente al controllo. Gli omicidi più
raccapriccianti commessi da adolescenti, assoldati tramite i social dai
narcotrafficanti in carcere. Nello stesso periodo la polizia spagnola ha
smantellato ad Alicante una gang svedese che, utilizzava il servizio di
messaggistica Telegram per reclutare minorenni per omicidi e attentati in
Scandinavia.
In Svezia in cinque anni i giovani incarcerati sono raddoppiati. Diamant Salihu,
della rete svedese SVT, conosce i casi: offerte di lavoro via Telegram, un
milione di corone svedesi per un assassinio in Danimarca, ti pagano viaggio,
vitto, alloggio, “li fanno sentire di essere qualcuno”. La criminalità mira a
giovani influenzabili, vuoi per cattive amicizie, vuoi per insoddisfazione;
devono spedire una copia del loro documento di identità per assicurare di non
essere investigatori in incognito. A quel punto scatta la trappola: la gang sa
chi sono, se si ritirano si ritrovano con una taglia sui social. Passo, passo le
istruzioni e si deve poi fare un video come prova dell’esecuzione effettiva del
crimine: il mandante viene informato quasi in diretta. Le riprese rilanciate sui
social assolvono poi anche come avvertimento a non sgarrare.
L’ex capo dell’Interpol Jürgen Stock, che adesso insegna criminologia
all’Università di Gießen, ha confermato alla tv tedesca come i giovani siano
“strumenti” adatti per le gang, creano una distanza tra “l’esecuzione del
crimine e la persona che lo pianifica che non si sporca le mani”. Giornalisti
del programma tedesco “strg_F” di ARD sono entrati in contatto con un
organizzatore olandese che si è definito apertamente “mediatore di omicidi”.
Il listino prezzi varia dai 3.000 ai 7.000 euro per un attentato e dai 15.000 ai
25.000 euro per un assassinio su commissione. Per l’omicidio in gruppo di un
giornalista famoso, come Peter de Vries, il budget parte però da centomila euro.
È una mossa calcolata: “Se c’è un lavoro da svolgere ad Amburgo, spesso si fanno
arrivare persone dal Belgio o dai Paesi Bassi … molto più difficile rintracciare
il colpevole”. L’età: “Si possono incaricare anche i dodicenni. Possono fare
qualsiasi cosa, assolutamente qualsiasi cosa”.
Le ricompense in questo caso misere, un adolescente riceve 500 euro per un
attentato; altri aspirano solo ad una Playstation. “Alcuni lo fanno addirittura
gratis. A volte praticamente implorano per questo tipo di lavori”. Sperano che
questo conferisca loro un certo status nel mondo criminale, consentendogli di
ottenere altri contratti. “Credo che nel 2025-2026 questi lavori criminali
gireranno per lo più attraverso i social media, è semplicemente come ordinare
una pizza”, dichiara il mediatore, ma aggiunge, tirarsi indietro è pericoloso,
si sconta “dieci volte tanto”.
Alcuni esponenti della CDU e dell’AfD in Germania hanno chiesto di abbassare
l’età della responsabilità penale, ma l’ex capo dell’Interpol Stock ha
dichiarato alla rete tedesca che “questi problemi non possono essere risolti
solo attraverso il diritto penale… l’obiettivo è quello della prevenzione”,
perseguire i reclutatori può essere solo uno dei pilastri di una strategia
globale, le strutture all’interno delle reti criminali possono essere facilmente
sostituite. È fondamentale raggiungere invece prima i giovani a rischio. I tre
ministeri tedeschi competenti: Giustizia, Interno e della Famiglia, rimandano i
reporter a uno studio sulle cause della violenza contro bambini e adolescenti,
annunciato nell’accordo di coalizione, ma ancora in fase di progettazione. Il
lavoro di prevenzione è principalmente responsabilità decentrata dei Länder e
dei Comuni, le associazioni giovanili e le organizzazioni civiche segnalano però
tagli e riduzioni dei servizi.
L'articolo In Europa la criminalità organizzata arruola i minorenni on-line: dai
social ai giochi di ruolo, come vengono adescati proviene da Il Fatto
Quotidiano.