di Yvan Sagnet e Simona Moscarelli
Borgo Mezzanone non è solo un luogo di degrado. È il punto in cui si concentrano
alcune delle contraddizioni più dure dell’agricoltura italiana: lavoro povero,
documenti fragili, case introvabili, trasporti insufficienti, sfruttamento.
Attorno all’ex CARA, e soprattutto lungo la pista, si è formata negli anni una
realtà molto più ampia di un semplice centro per richiedenti asilo. Oggi lì
vivono lavoratori agricoli, richiedenti asilo, ex richiedenti, persone con
permessi precari e persone senza permesso. La condizione materiale è sotto gli
occhi di tutti: baracche, rifugi di fortuna, servizi carenti, rifiuti,
collegamenti difficili, isolamento. Non è solo povertà. È una segregazione che
si è consolidata nel tempo.
Negli ultimi anni, su Borgo Mezzanone, non sono mancati fondi e interventi. Nel
2017 la Prefettura di Foggia ha bandito la gestione del CARA per oltre 33,2
milioni di euro. Nel 2024 è stata pubblicata l’aggiudicazione di oltre 3 milioni
di euro per la gestione di un centro da 80 posti. In questi giorni la Regione
Puglia ha presentato un progetto da più di 13 milioni di euro per riconvertire
una parte dell’area in foresteria per 324 lavoratori regolarmente soggiornanti
impiegati nelle filiere agricole. A queste cifre si aggiungono altri lavori e
interventi messi in campo negli anni.
Il punto, quindi, non è dire che non si sia fatto nulla. Il punto è che,
nonostante i soldi spesi e i progetti annunciati, la pista è ancora lì. E questo
dovrebbe bastare a capire che il problema non è solo costruire nuovi posti o
sistemare edifici esistenti.
Borgo Mezzanone non è soltanto una questione di alloggio o di ordine pubblico. È
anche un problema di lavoro, documenti, trasporti, accesso alla casa, residenza
e servizi. Il nodo vero è far funzionare insieme tutti questi livelli. Quando
questo raccordo non tiene, il sistema informale continua a occupare lo spazio
che resta scoperto. Manca infatti un sistema capace di far incontrare in modo
rapido e trasparente domanda e offerta di lavoro agricolo. E manca anche un
coordinamento stabile tra imprese, centri per l’impiego, istituzioni, servizi
territoriali, trasporti e politiche abitative: quando questo meccanismo non
funziona, a organizzare il lavoro resta il caporale.
Ed è per questo che il caporale continua a svolgere, in modo illegale e opaco,
funzioni che il sistema regolare non riesce ancora a garantire in modo semplice
e immediato: trovare manodopera in fretta, organizzare gli spostamenti verso i
campi, mettere in contatto chi cerca braccia e chi cerca lavoro.
Purtroppo anche nell’ultimo progetto c’è un limite evidente. Anche se si
costruiscono 324 posti, la pista non si svuota. I numeri non tornano e i
requisiti escludono una parte rilevante di chi ci vive. Il risultato più
probabile è che una minoranza entri nella struttura, mentre la maggior parte
resti fuori. Il progetto regionale è infatti destinato a lavoratori regolarmente
soggiornanti, mentre la pista è un insediamento dove vivono anche migliaia di
persone che non hanno una posizione stabile.
Ed è qui che si tocca con mano come la politica abbia prodotto un effetto
preciso: il decreto Cutro, convertito nella legge 50 del 2023, ha ristretto le
ipotesi di protezione speciale e quindi gli spazi della regolarità per persone
già presenti in Italia. In un contesto come Borgo Mezzanone questo significa più
persone sospese tra permessi fragili, rinnovi incerti e rischio di cadere
nell’irregolarità. E più irregolarità significa anche più sfruttamento. Chi non
ha un titolo stabile di soggiorno non può affittare una casa, avere una
residenza, accedere ai servizi e muoversi nei canali regolari del lavoro. Così
cresce la dipendenza dai circuiti informali e si allarga il bacino di manodopera
a bassissimo costo.
E allora una domanda nasce spontanea: in un’agricoltura sotto pressione,
schiacciata da margini ridotti e costi sempre più difficili da sostenere, quanto
pesa la disponibilità di una manodopera irregolare, povera e ricattabile? Quanto
di questo sistema continua a reggersi proprio su lavoratori abbastanza presenti
da lavorare, ma troppo precari per sottrarsi allo sfruttamento?
Per questo, se si vuole davvero ridurre il potere del caporale e svuotare la
pista, la parola da rimettere al centro è regolarizzazione. Non come slogan, ma
come strumento concreto di governo del lavoro e del territorio. Regolarizzare
significa dare accesso a un contratto vero, a una casa, alla residenza, ai
trasporti, ai servizi. Significa togliere persone da quella zona grigia in cui
oggi diventano più ricattabili e più sfruttabili.
Il confronto con la Spagna aiuta a capire la posta in gioco. A gennaio 2026 il
governo Sánchez ha annunciato una regolarizzazione straordinaria per stranieri
già presenti nel Paese. È una scelta politica chiara: far emergere chi già vive
e lavora sul territorio, invece di lasciarlo nell’ombra. Anche in Italia
bisognerebbe ripartire da qui. Perché Borgo Mezzanone non si supera solo con
nuove strutture. Si supera riducendo il numero di persone costrette a vivere e
lavorare senza uno status stabile, senza casa, senza trasporti e senza
alternative reali.
L'articolo Più irregolari, più sfruttamento. Borgo Mezzanone non si supera con
nuovi ghetti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Foggia
La figlia decise di portare con la propria auto la madre dal pronto soccorso di
Vieste all’ospedale di San Giovanni Rotondo, perché non c’erano ambulanze
disponibili. La madre morì nel tragitto. Ora la procura di Foggia ha iscritto
nel registro degli indagati anche la figlia della vittima, dopo aver disposto la
riesumazione della salma. Era iniziato tutto lo scorso 31 agosto, quando, a
seguito di un malore, la figlia della 78enne Antonia Notarangelo condusse la
madre al pronto soccorso della cittadina garganica. La figlia aveva contattato
il 118, ma le era stato riferito che l’unica ambulanza sarebbe potuta arrivare
solo da Peschici.
La vicenda diventò di dominio pubblico dopo una lettera aperta scritta dal
figlio della vittima, Pasquale Ciuffreda, che denunciò la drammatica sequenza di
eventi della notte. “Quando mia madre si è sentita male e ho chiamato il 118, mi
è stato detto che tutte le ambulanze di Vieste erano occupate. Ci dissero di
attendere quella di Peschici, ma il personale ci consigliò di portarla
direttamente al pronto soccorso”. Giunti in ospedale, secondo la famiglia, la
donna non sarebbe stata visitata da un medico e il personale avrebbe suggerito
di tornare il giorno seguente solo nel caso in cui le condizioni si fossero
aggravate. La sorella allora decise di trasportare la madre con la propria auto
verso all’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, ma
Antonia Notarangelo morì durante il tragitto.
La Procura ha disposto la riesumazione della salma dell’anziana morta che sarà
sottoposta ad autopsia per accertare le cause del decesso e verificare eventuali
responsabilità legate all’assistenza sanitaria ricevuta nelle ore precedenti
alla morte. L’indagine è coordinata dal pubblico ministero Matteo Stella e vede
quattro persone indagate per concorso in omicidio colposo: tre operatori
sanitari e, appunto, la figlia della vittima, difesa dall’avvocato Michele
Sodrio. Proprio l’avvocato della figlia della vittima è intervenuto sulla
decisione della Procura: “Non mi sorprende – spiega Sodrio – che la mia cliente
sia indagata per la morte della madre, anche se siamo di fronte a un tragico
paradosso. I sanitari coinvolti stanno cercando di scaricare sulla mia assistita
responsabilità che non possono e non devono essere sue”.
L'articolo Portò la madre in ospedale con l’auto perché non c’era ambulanze e la
donna morì: indagata la figlia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Continuano le ricerche di Elena Rebeca Burcioiu, la ragazza di 21 anni scomparsa
il 2 marzo nel foggiano. I sospetti degli investigatori, scrive l’edizione
barese di Repubblica, sarebbero concentrati su “un uomo originario dell’Europa
dell’Est, con tutta probabilità sfruttatore di prostitute nelle campagne
foggiane”. Sarebbe lui l’uomo che avrebbe minacciato la ragazza e l’amica che ne
ha denunciato la scomparsa riferendo l’episodio.
Orfana e senza fratelli o sorelle, Elena Rebeca Burcioiu era arrivata in Italia
da tre mesi e dopo aver tentato di trovare un impiego, per esempio come
bracciante, aveva da poco iniziato a prostituirsi nei pressi della statale 16
insieme all’amica. Proprio lì le due ragazze si erano salutate la mattina del 2
marzo dandosi appuntamento per fine mattinata per tornare a casa insieme. La
ragazza però non si è presentata e il suo telefono è stato ritrovato lungo la
statale.
Le ricerche hanno coinvolto anche i sommozzatori dei vigili del fuoco della
direzione regionale di Puglia, provenienti da Bari e Taranto, che, nella notte
tra giovedì e venerdì, hanno ispezionato anche un grosso vascone ad uso irriguo
senza esito. La prefettura di Foggia ha diffuso una foto della ragazza chiedendo
a chiunque abbia sue notizie di contattare il 112.
L'articolo Ragazza di 21 anni scomparsa nel foggiano, i sospetti degli
investigatori su un uomo dell’est Europa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non si hanno notizie da cinque giorni di Elena Rebeca Burcioiu, una ragazza di
21 anni di origine rumena la cui scomparsa è stata denunciata lunedì 2 marzo da
una sua connazionale. La prefettura di Foggia ha diffuso una sua foto chiedendo
a chiunque abbia sue notizie di contattare il 112. Elena, orfana di genitori e
senza fratelli e sorelle, è giunta in Italia, a Foggia, circa tre mesi fa
insieme alla connazionale per lavorare come bracciante, ma aveva iniziato a
svolgere attività di prostituzione lungo la SS16 e il 2 marzo è stata vista
l’ultima volta lungo quella strada, in aperta campagna dove era arrivata insieme
all’amica con la quale si era data appuntamento al termine della mattinata per
fare rientro a casa, abitando insieme.
Ma Elena non ha dato più notizie di sé. L’amica ha provato inutilmente a
chiamarla al telefono. Così ha dato l’allarme alle forze dell’ordine che già
nella serata del 2 marzo hanno rinvenuto lungo il ciglio della strada il
telefono cellulare della giovane donna. In campo anche i sommozzatori dei vigili
del fuoco della direzione regionale di Puglia, provenienti da Bari e Taranto,
che, nella notte tra giovedì e venerdì, hanno ispezionato anche un grosso
vascone ad uso irriguo senza esito.
Scandagliati anche i pozzi e le campagne lungo la statale 16 insieme alle forze
dell’ordine coordinate dal piano attivato dalla prefettura per la ricerca delle
persone scomparse. Le indagini sono affidate alla squadra mobile che non
tralascia alcuna ipotesi investigativa. Nella denuncia, l’amica avrebbe fatto
anche riferimento ad alcuni uomini che, nelle settimane precedenti alla
scomparsa, le avrebbero importunate.
L'articolo Ragazza rumena di 21 anni scomparsa da 5 giorni a Foggia dopo essere
arrivata nei pressi della statale dove si prostituiva proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È stato arrestato nella mattinata di oggi Ciro Caliendo, 48 anni: l’uomo è
accusato di omicidio premeditato nei confronti della moglie, la 47enne Lucia
Salcone, e di aver inscenato un incidente stradale. La donna è morta quasi un
anno e mezzo fa, il 27 settembre 2024: il suo corpo fu ritrovato carbonizzato
sulla strada provinciale 13, nelle campagne di San Severo, in provincia di
Foggia.
Secondo il racconto di Ciro Caliendo, i due erano stati protagonisti di un
incidente stradale: l’uomo nelle prime ricostruzioni aveva dichiarato che
l’indicente era scaturito da uno scontro con una macchina proveniente dall’altra
corsia e che, nell’urto, l’auto aveva colpito un albero e le fiamme avevano
immediatamente avvolto l’abitacolo, non lasciando scampo alla moglie. Già nelle
settimane successive le indagini degli inquirenti però si erano concentrate
sulla versione fornita dal marito, subito giudicata contradditoria e
caratterizzata da numerose incongruenze.
Questa mattina, la Polizia di Stato, all’esito delle indagini dirette dalla
Procura della Repubblica presso il Tribunale di Foggia ha disposto
l’applicazione della misura cautelare della custodia in carcere nei confronti
dell’uomo. Come si legge nell’ordinanza, l’uomo avrebbe premeditato il delitto,
con un movente oscillante “tra quello passionale e quello economico“. A prova di
ciò “il considerevole compendio probatorio, acquisito e alimentato negli oltre
nove mesi di attività investigativa” e la successiva ricostruzione delle “fasi
antecedenti e preparatorie del delitto, nonché i momenti successivi”.
Per tali motivi il titolo di reato contestato all’indagato è quello di omicidio
premeditato ai danni della coniuge. Le indagini, attraverso l’analisi dei
sistemi di videosorveglianza, attività informativa e tecnica, con il
coinvolgimento anche di consulenti tecnici esperti, hanno fatto emergere le
“palesi incongruenze tra lo stato dei luoghi e quanto dichiarato dall’uomo”.
L'articolo Uccise la moglie e poi inscenò un finto incidente stradale: il marito
arrestato dopo un anno e mezzo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un ragazzo di 19 anni è stato posto agli arresti domiciliari a Foggia con
l’accusa di stalking nei confronti di una sua coetanea. I due avevano
frequentato insieme le scuole dall’asilo fino alle superiori. Secondo quanto
emerso, l’allontanamento dovuto a “divergenze caratteriali” era sfociato in
episodi di bullismo durante le medie, per poi culminare a giugno scorso con
l’affissione di fotomontaggi sui muri dell’istituto superiore e in vari punti
della città. Nelle immagini, il volto della giovane era sovrapposto a corpi nudi
di altre donne, accompagnato da frasi volgari.
Le indagini condotte dalla Squadra mobile di Foggia hanno accertato che
l’indagato avrebbe utilizzato l’intelligenza artificiale per scopi diffamatori e
per intralciare l’attività investigativa. Sui dispositivi sequestrati sono state
rinvenute conversazioni con il modello ChatGPT, a cui il giovane chiedeva
suggerimenti su frasi “che possano destare scalpore tra gli adolescenti e che
siano ridicole per la vittima”.
Il ragazzo avrebbe inoltre utilizzato l’IA per ottenere istruzioni su come
effettuare una parziale cancellazione di dati e adottare accorgimenti per
eludere le indagini. L’avvocato della vittima, Fabio Verile, ha precisato che il
diciannovenne sarebbe riuscito a ottenere tali informazioni avendo “aggirato le
barriere etiche e funzionali del sistema” attraverso la simulazione di richieste
“di carattere creativo e letterario”. La vittima aveva indicato il nome dell’ex
compagno di scuola agli inquirenti spiegando che il giovane era in possesso di
sue fotografie originali, poi risultate compatibili con i montaggi. L’analisi
informatica ha confermato la presenza di file e didascalie corrispondenti a
quelli affissi pubblicamente.
“Per me e la mia famiglia questo arresto rappresenta un sollievo. Un barlume di
speranza dopo mesi davvero tanto difficili”, ha dichiarato la ragazza: “Tutte le
frasi mi hanno ferito, ma la peggiore è stata quella in cui mi definiva ‘una
ragazza facile’. Mi ha lasciata spiazzata perché io non sono mai stata quel tipo
di persona. È una frase che ha leso in particolar modo la mia dignità di donna,
di persona”. E ha concluso lanciando un appello “alle ragazze, alle donne, a
chiunque si trovi a vivere una situazione come la mia, raccomando di denunciare.
Sembrano momenti infiniti, difficilissimi, insuperabili ma la luce in fondo al
tunnel si intravede sempre”.
L'articolo Genera nudi deepfake e diffonde le foto di una ex compagna di scuola:
19enne di Foggia ai domiciliari. La vittima: “Denunciate” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
In un Paese che viene spesso visto dagli altri come la patria delle mafie, una
notizia del genere non poteva certo passare inosservata. E infatti l’assalto al
portavalori avvenuto il 9 febbraio tra Brindisi e Lecce sta facendo il giro del
mondo: “Una banda di uomini mascherati ha assaltato un furgone portavalori con
fucili kalashnikov e ha rubato l’auto di uno studente nel tentativo di fuggire,
durante una rapina culminata in un conflitto a fuoco con i carabinieri”, ha
scritto la CNN postando un reel su Instagram con le fasi più concitate del
tentativo di rapina riprese da un camionista di passaggio.
Nei commenti del post – con quasi 40mila mi piace e oltre 1.100 commenti a poche
ore dalla pubblicazione – dell’emittente americana, c’è chi ironizza sul colpo
teatrale, associandolo ai film gangster di Hollywood e alla nota saga di
videogiochi Grand Theft Auto.
Sulla stessa scia anche El Pais: “Assalto da film nel Sud Italia a un furgone
blindato su una strada piena d’auto”. Sul quotidiano spagnolo, si fa riferimento
alle immagini registrate dai testimoni: “Veicoli in fiamme, il furgone blindato
completamente distrutto, colpi di arma da fuoco in aria e una grande colonna di
fumo”.
Della vicenda si è interessata anche Al Jazeera che, nel raccontare l’episodio,
definisce Foggia come “la culla delle bande specializzate in rapine a mano
armata ai veicoli blindati”. E proprio nel Foggiano, in particolare a Cerignola,
il territorio a cui viene ricondotta la stragrande maggioranza degli assalti.
‘The Italian job’ come ha scritto qualcuno sui social.
L'articolo Assalto a portavalori tra Brindisi e Lecce: la notizia fa il giro del
mondo. Dalla Cnn ad Al Jazeera: “The Italian Job” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tutte le strade portano a Cerignola. Sempre. A ogni colpo. Da Nord a Sud. Quando
un portavalori viene svaligiato in assetto paramilitare, carabinieri e
poliziotti della città sentono squillare i loro telefoni e devono iniziare a
controllare, perquisire, ascoltare. Perché sarà probabilmente in questo paesone
al confine tra le province di Foggia e di Barletta-Andria-Trani che l’indagine
sul commando troverà la soluzione. Ci sono ormai decine di inchieste che lo
raccontano. E dentro le loro pieghe è spesso ricostruita la genesi della
specializzazione della criminalità cerignolana: le bande hanno ormai assunto un
assetto logistico assimilabile a un “modello aziendale”, spiegarono gli
inquirenti dopo un blitz del 2022 che portò in carcere 17 persone.
IL TESTAMENTO DI GIUSEPPE BRUNO
Uno schema altamente professionalizzato, con compiti e ruoli precisi, dove però
non manca l’archetipo familiare come in qualsiasi clan, nonostante le squadre
d’assalto spesso siano variabili e composte da specialisti assoldati senza un
legame associativo stabile. Giuseppe Bruno, considerato uno dei “boss” delle
rapine a tir e portavalori, venne intercettato mentre impartiva la lezione del
comando al figlio: “Tu coordinerai il lavoro Salvatore, è importante – gli
spiegava – Devi avere il cervello di capire (…) Domani tu devi gestire (…) Sei
tu che devi comandare e… non devi sbagliare, perché devi essere d’esperienza”.
Una sorta di lascito testamentario del crimine, un passaggio di consegne tra
padre e figlio: una vera e propria “investitura” delle nuove generazioni.
DECENNI DI COLPI, NONOSTANTE LE CONDANNE
Gli assalti, e quindi gli affari, devono andare avanti come succede da decenni.
Pochi anni fa, sulla scena di una rapina milionaria venne ritrovato un bossolo
che – secondo le perizie balistiche – era stato esploso da un’arma che era stata
utilizzata durante un colpo nel 2011. L’elenco delle azioni contro caveau e
portavalori, del resto, è sterminato: Paolo Sorbo, detto il Genio, entrò in
azione con la sua banda per due volte nel 2008 tra Bologna e Forlì. Altri
commando hanno agito a Poggio Bagnoli nel 2011, a Loreto quattro anni dopo,
quindi Collesalvetti nel 2016, Catanzaro dodici mesi più tardi e così via fino
ai giorni nostri. Nonostante gli arresti e le condanne, il fenomeno sta
conoscendo una recrudescenza negli ultimi mesi.
CINQUE ASSALTI IN 4 MESI
Con l’assalto sulla superstrada Brindisi-Lecce il conto è salito a cinque rapine
– tentate o portate a segno – dallo scorso autunno. Le tracce finiscono sempre a
Cerignola. A ottobre nel commando che tentò un assalto lungo la A14 tra Loreto e
Civitanova Marche c’era Savino Costantino, già coinvolto in una numerose
inchieste per vicende simili. E ci sono le impronte digitali dei foggiani anche
sul colpo fallito tra Brindisi e Lecce: Giuseppe Iannelli e Giuseppe Russo, i
due arrestati dopo la sparatoria con i carabinieri, erano di lì. Due volti
finora sconosciuti rispetto alla rete degli specialisti che si allungano fino ai
paesi della Bat e a paesi alle porte di Bari come Bitonto.
AZIONI RAPIDE E DI FUOCO
Il passato di Iannelli – che, ha svelato la Rai, è stato un militare – racconta
bene il grado di preparazione richiesto per essere assoldato nelle squadre
criminali impegnate negli assalti con kalashnikov, bombe e jammer. Lo schema è
sempre lo stesso: mesi di studio, allenamento, poi si parte. Disposti a tutto
pur di portare a casa il bottino grosso: nel 2022 uno di loro, Giovanni Rinaldi,
morì durante un conflitto a fuoco a Cesinali, nell’Avellinese. Nelle regioni
dove agiscono spesso possono vantare legami malavitosi: è stato documentato in
Calabria, dove andò a colpire uno dei più temuti specialisti, Alessandro Morra
detto il Pavone. In 11 minuti lui e i suoi bloccarono le vie di fuga, aprirono
un caveau a Catanzaro con una ruspa dotata di martello pneumatico, rubarono 8,5
milioni di euro e fuggirono tra le campagne.
L’IMPERO DI PASQUALE SARACINO
Soldi, tanti soldi. Che spesso vengono poi riciclati. Pasquale Saracino – anche
lui di Cerignola e ritenuto la “mente” di diversi colpi tra Abruzzo, Campania e
Toscana – tra il 2020 e il 2024 ha subito sequestri per oltre 10 milioni di euro
da parte della Direzione Investigativa Antimafia che lo ha definito un
“esponente di spicco” della criminalità organizzata. Il suo “impero” –
formalmente intestato a prestanome – comprendeva distributori di benzina, bar,
tabacchi, sale slot, autonoleggi, vetture lussuose, conti all’estero, un’azienda
agricola di 28 ettari, parcheggi e una barca. Nel 2025 gli inquirenti sono
tornati a bussare alla sua porta: ufficialmente nullatenente, ci sarebbe stato
lui, Lino u’niur, come è soprannominato, dietro un mega-resort di lusso a
Lavello. Un riciclaggio milionario, denaro che generano denaro: la fase finale
del “modello aziendale”.
L'articolo Perché Cerignola è la capitale degli assalti ai portavalori: il
testamento del crimine di padre in figlio e il “modello aziendale” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Sono Giuseppe Iannelli, 39 anni, e Giuseppe Russo, 62 anni, i due foggiani in
carcere da lunedì a Lecce perché ritenuti componenti della banda che ha
assaltato il portavalori sulla statale 613 tra Brindisi e il capoluogo
salentino. Entrambi di origine foggiana non hanno precedenti specifici. Anzi era
stato un uomo che aveva servito lo Stato: Iannelli è un ex paracadutista e ha
avuto una lunga esperienza nel battaglione San Marco, uno dei reparti da sbarco
delle Forze armate.
Nell’assalto al blindato il commando, composto da almeno sei persone, ha
bloccato la superstrada all’altezza di Tuturano, ha fatto esplodere un furgone
impugnando kalashnikov, ha rapinato una studentessa dell’auto per fuggire e, nel
corso dell’inseguimento, ha sparato alcuni colpi contro una gazzella dei
carabinieri, fortunatamente senza provocare feriti.
Al termine degli accertamenti e dei relativi riscontri, i carabinieri hanno
proceduto al fermo con le accuse, in concorso, di tentato omicidio, rapina
pluriaggravata, porto e detenzione di armi da guerra, armi comuni e materiale
esplodente, resistenza e lesioni aggravate a pubblico ufficiale. Iannelli e
Russo compariranno nelle prossime ore davanti al giudice per le indagini
preliminari per l’udienza che dovrà decidere riguardo alla convalida del fermo.
L'articolo Assalto al portavalori tra Brindisi e Lecce: uno dei due arrestati è
un ex militare proviene da Il Fatto Quotidiano.
Adesso tutti hanno visto. Ora tutti sanno quale livello di preparazione, ingegno
logistico e violenza sono in grado di esprimere le bande di criminali foggiani
specializzate nell’assalto ai portavalori lungo superstrade e autostrade. Una
piaga che la Puglia e diverse altre regioni italiane conoscono bene. Tutto
fuorché disperati, ma – sia consentito l’aggettivo – criminali raffinati. Spesso
capita che fuggano via senza sparare un colpo. Ma con spregiudicatezza, quando
serve, aprono il fuoco. La rapina lungo la superstrada Brindisi-Lecce, filmata
secondo dopo secondo da un camionista, ha restituito in pieno l’efferatezza di
questi assalti, insieme alla foto simbolo della gazzella dei carabinieri
crivellata di colpi. Per una questione di centimetri, un secondo militare
dell’Arma non è caduto in servizio nella provincia di Brindisi nel giro di pochi
mesi.
Resta un grande interrogativo: i commando foggiani e dell’Alto Barese,
specializzati in queste rapine, vedono protagonisti gruppi ristretti di uomini.
Lo avevamo raccontato su questo sito, diversi anni fa: quando in Italia viene
tentato o messo a segno un colpo a un portavalori, le questure contattano subito
i colleghi di Foggia affinché attivino la sorveglianza sui volti noti che in
quel momento si trovano a piede libero. E allora come è possibile che,
nonostante arresti e condanne, il fenomeno non sia ancora stato debellato?
Eppure ora anche esponenti di spicco del centrodestra puglies riconoscono
l’emergenza: il deputato di FI Mauro D’Attis, esponente della commissione
Antimafia, ha chiamato in causa il ministro Piantedosi. Del resto, il salto di
qualità in corso da tempo lo racconta la nuda cronaca. Un anno e mezzo fa, una
rapina identica era stata messa a segno lungo la stessa superstrada: Ak-47 in
pugno, i furgoni dati alle fiamme, la fuga grazie ai guard-rail tagliati. Sempre
i soliti sospetti. Era invece appena lo scorso ottobre quando una banda di
cerignolani mise a ferro e fuoco la A14 tra le uscite Loreto-Porto Recanati e
Civitanova Marche. Il bandito che rimase ferito e venne arrestato era stato già
coinvolto in altri colpi, per era anche stato condannato. L’1 dicembre era
toccato a un blidato lungo la A2 in Calabria, dove gli specialisti foggiani
hanno legami da anni, come raccontato in un libro dall’ex luogotenente dei
carabinieri Saverio Santoniccolo e dimostrato da altre numerose inchieste. da
Esattamente un mese fa, sempre lungo la stessa autostrada A14, un altro assalto
qualche chilometro più a sud.
Nelle campagne tra le province di Brindisi e Lecce, i banditi cerignolani hanno
aperto il fuoco contro una gazzella dei carabinieri e il militare alla guida non
è stato centrato in testa per una questione di centimetri. Ventisei anni fa,
proprio in queste province pugliesi, lo Stato riuscì a stroncare un fenomeno
come il contrabbando che aveva ignorato per anni, lasciandolo proliferare e
diventare un ammortizzatore sociale. Tutto divenne un’emergenza dopo la morte di
due finanzieri, Alberto De Falco e Antonio Sottile, speronati e uccisi durante
un inseguimento. Finora gli assalti ai portavalori, per quanto siano un fenomeno
sistemico, sono rimasti lontani dal grande pubblico: mancavano le immagini
vivide in grado di raccontare come lavorano queste bande criminali. Tra un rave
e un centro sociale, chissà che quei 40 secondi immortalati da un camionista, il
kalashnikov spianato, il furgone che salta con i vigilantes a bordo non servano
a indirizzare la furia repressiva del governo Meloni verso una vera emergenza.
L'articolo Quarto assalto a un portavalori in 4 mesi: ma la furia repressiva del
governo ignora una vera emergenza | Il commento proviene da Il Fatto Quotidiano.