Una caduta del regime teocratico che guida l’Iran farebbe la felicità di una
parte della popolazione e degli Stati rivali, ma rappresenterebbe anche un
grattacapo a varie latitudini. Dal 1979 in avanti, anno in cui è avvenuta la
rivoluzione iraniana culminata con la fuga dello scià Mohammad Reza Pahlavi e il
trionfale ritorno in patria dell’ayatollah Khomeini, sono molti i Paesi che
hanno trovato a Teheran un partner affidabile e che rischiano di perdere le loro
buone entrature qualora ci fosse un cambio di governo. I rapporti commerciali
della Repubblica Islamica sono trasversali: secondo i dati di Unimpresa nel 2024
l’interscambio commerciale tra Italia e Iran si è attestato a 713 milioni di
euro, con esportazioni italiane pari a 528 milioni. Ma alcuni Paesi possono
vantare anche un’affinità politica con il regime teocratico.
CINA
Nel 2021 Pechino e Teheran hanno siglato un patto di cooperazione politica,
strategica ed economica della durata di 25 anni. Anche se le cifre monstre
circolate inizialmente – si era parlato di un valore complessivo di 400 miliardi
di dollari – difficilmente troveranno riscontri concreti, l’intesa era stata
pensata per portare a una crescita molto significativa della presenza e degli
investimenti cinesi in numerosissimi settori economici iraniani, come quello
bancario, delle telecomunicazioni, portuale e ferroviario. L’utilità dell’Iran
per la Repubblica Popolare è evidente soprattutto guardando alla sfera
energetica: nel 2025, l’80% delle esportazioni di petrolio dal Paese
mediorientale è andato proprio verso la Cina, a prezzo scontato a causa delle
sanzioni internazionali che limitano le alternative commerciali per Teheran.
INDIA
Per Nuova Delhi l’attuale governo iraniano è un alleato soprattutto su un tema
che interessa molto alla leadership indiana: quello della connettività logistica
e commerciale. L’India ha fornito la gran parte dei fondi necessari per
realizzare il porto di Chabahar, che si trova in territorio iraniano a pochi
chilometri dal confine con il Pakistan. Oltre all’area portuale, il gigante
asiatico ha finanziato tutta una serie di opere complementari come strade e
linee ferroviarie per promuovere il commercio nella regione e contrastare sia le
iniziative cinesi sia il ruolo di snodo geografico che potrebbe portare benefici
al suo arcinemico, il Pakistan.
RUSSIA
A legare Mosca e Teheran è innanzitutto il reciproco isolamento internazionale,
frutto nel primo caso dell’invasione dell’Ucraina e nel secondo delle sanzioni
statunitense ed europee nei confronti degli ayatollah. Esattamente un anno fa, a
gennaio 2025, le due controparti hanno siglato un Accordo di Partenariato
Strategico Globale per stringere i bulloni di una relazione che si delinea
soprattutto dal punto di vista energetico, commerciale e della difesa. In merito
a quest’ultima, l’attenzione internazionale è stata attratta principalmente
dalla collaborazione per la produzione di droni iraniani sul territorio russo
che ha dato una spinta decisiva alla capacità d’azione di Mosca anche sul fronte
ucraino.
GLI ALTRI PAESI
Oltre ai tre menzionati, altri Paesi avrebbero molto da perdere qualora la
situazione degenerasse e gli oltre 90 milioni di iraniani rimanessero senza un
governo stabile. Tra di essi vi è senza dubbio la Turchia, rivale regionale e
ideologica della Repubblica Islamica, con cui confina, e portatrice di una
politica estera simile a quella iraniana, che punta sulla gloria passata per
giustificare un ruolo internazionale di primo piano. Membro della Nato e quindi
sulla carta pienamente nel campo occidentale, Ankara ha rapporti commerciali
molto stretti con Teheran, basti pensare che le due hanno fissato l’obiettivo di
raggiungere 30 miliardi di dollari in scambi bilaterali. Una definitiva
destabilizzazione iraniana darebbe grattacapi agli imprenditori turchi, così
come spaventa il Pakistan che si troverebbe ai confini una polveriera con un
potenziale flusso di rifugiati. Lo stesso vale per le repubbliche
post-sovietiche dell’Asia Centrale che faticosamente stanno provando ad ampliare
le loro rotte commerciali e che vedrebbero ulteriormente rimaneggiata la loro
già non favorevole posizione geografica se l’Iran diventasse inaccessibile.
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caduta del regime iraniano. Il motivo? Interessi su commercio, difesa e petrolio
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Il 2025 ha sancito la fine di un’era: quella di un pianeta sincronizzato, nata
dall’illusione che la vittoria della guerra fredda diventasse l’asse portante di
un assetto occidentalizzato attraverso la globalizzazione. La realtà è
esattamente l’opposto: un mondo poliritmico, dove ogni continente vive secondo
un proprio tempo storico. Al centro di questa frattura, due movimenti opposti
definiscono la nuova epoca: il ritorno all’isolazionismo armato degli Stati
Uniti e l’ascesa sistemica dei BRICS+ come architrave di un ordine alternativo
che va da Brasilia a Shanghai.
Questa asimmetria temporale è la cartina di tornasole del caos sistemico
attuale. Comprenderla è la chiave per interpretare il 2025 e anticipare il 2026.
In Europa la consapevolezza di questa realtà è, ahimè, assente.
Nessuna regione ha vissuto il 2025 con l’intensità dell’America Latina. il vero
evento epocale è stato duplice: il Brasile, presiedendo simultaneamente G20 e
BRICS+, ha compiuto un atto di “diplomazia della sovrapposizione”, dimostrando
di poter operare in tutti i forum globali mentre ne costruiva uno nuovo. La
COP30 a Belém, sotto l’egida brasiliana, ha posizionato l’Amazzonia e la
giustizia climatica come pilastri dell’agenda dei BRICS+. Questo non è soft
power: è potere strutturale. Il Brasile ha usato la sua presidenza per
accelerare l’operatività della Nuova Banca di Sviluppo (NDB), promuovere l’uso
di valute locali nel commercio intra-blocco e lanciare un’iniziativa per la
sicurezza alimentare e climatica del Sud Globale. I BRICS+ non sono più una
reazione all’Occidente; sono il sistema operativo attraverso cui il Brasile e
altri giganti demografici gestiscono la loro ascesa.
Mentre il Brasile moltiplicava le sue alleanze, gli Usa sceglievano di isolarsi.
Questo ritiro non è solo geopolitico; è sistemico. Washington non partecipa più
alla costruzione di nuove istituzioni globali, le diserta o le sabota. Il
problema è che, nel vuoto creatosi, i BRICS+ stanno costruendo un nuovo sistema.
Il rifiuto americano di riformare le quote del FMI e della Banca Mondiale ha
spinto dozzine di paesi verso la NDB e i meccanismi di swap valutari dei BRICS+.
L’Europa vive in un tempo sospeso, paralizzata dalla scelta impossibile tra un
protettore americano che si ritira e l’opposizione al vicino eurasiatico (la
Russia) che è parte integrante dell’ecosistema BRICS+ in espansione. L’Ue
osserva con crescente ansia come l’agenda dei BRICS+ – sicurezza alimentare ed
energetica, sviluppo infrastrutturale, transizione climatica “non punitiva” –
stia diventando irresistibile per i suoi vicini in Africa e Balcani. L’Europa è
tagliata fuori da questo circuito finanziario e politico alternativo, e la sua
stagnazione produttiva la rende poi un partner sempre meno attraente per il Sud
Globale in movimento. L’Europa rischia di diventare un’isola di relativo
benessere in declino in un mondo che sta adottando altri standard.
L’Asia vive in un altro secolo e fornisce la potenza motrice dei BRICS+. La Cina
non è solo un membro; ne è il principale finanziatore, il fulcro tecnologico e
il propugnatore dei commerci. L’India è il contrappeso democratico e
demografico, il ponte con il mondo anglosassone e il garante che il blocco non
diventi un’alleanza antioccidentale. Insieme, forniscono la massa critica
economica, tecnologica e militare che rende i BRICS+ credibili. I successi
asiatici in produttività, descritti dai dati del 2025, sono la garanzia di
sostenibilità del progetto. I BRICS+ offrono all’Asia un mercato interno
protetto, rotte commerciali alternative (via Iran, Russia, Africa) e un peso
collettivo nelle negoziazioni climatiche e tecnologiche con l’Occidente. È la
proiezione del sistema della loro ascesa.
Per l’Oceania, l’espansione dei BRICS+ ridefinisce la geografia della pressione
strategica. Paesi come le Fiji o Papua Nuova Guinea guardano con interesse
crescente alla NDB per finanziare l’adattamento climatico, un’area in cui i
tradizionali donatori occidentali sono percepiti come lenti e insufficienti.
Australia e Nuova Zelanda si trovano a navigare in un Pacifico dove l’influenza
cinese (nel quadro BRICS+) e le offerte di cooperazione climatica del Brasile
competono direttamente con la loro tradizionale leadership. Il “vicinato”
strategico si allarga: non è più solo il Sud-Est asiatico, ma l’intero emisfero
Sud che si coordina tramite i BRICS+.
I dati del 2025 sul sorpasso produttivo asiatico spiegano perché i BRICS+ non
sono un’utopia. Hanno un motore economico reale e dinamico. La stagnazione
europea e l’isolazionismo americano creano un vuoto di domanda e di
investimento. I BRICS+, con la loro crescita sostenuta, stanno creando un
circuito economico integrato: materie prime dall’Africa e America Latina,
trasformazione manifatturiera e tecnologia dall’Asia, finanziamento dalla NDB,
consumo da una borghesia in espansione in tutti i paesi membri. È un embrione di
globalizzazione parallela, con standard e istituzioni propri.
La domanda per il 2026 diventa quindi: assisteremo alla cristallizzazione di due
sistemi globali parzialmente integrati?
La sfida non è più immaginare un tempo condiviso con un unico orologiaio,
l’Occidente, ma prevenire che la desincronizzazione dei tempi storici degeneri
in uno scontro frontale tra due sistemi, uno vecchio ed uno emergente. Il
successo o il fallimento dei BRICS+ come piattaforma di governance concreta – al
di là della retorica – sarà il fattore determinante della stabilità mondiale nel
prossimo decennio. L’Europa, immobile, rischia di essere il terreno di scontro,
non più l’attore.
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ha cambiato l’ordine mondiale proviene da Il Fatto Quotidiano.