Quando il 7 ottobre 2001 iniziarono i bombardamenti sull’Afghanistan, le nostre
televisioni raccontavano una storia semplice e moralmente inequivocabile: le
bombe americane avrebbero liberato le donne afgane dal burqa. L’iconografia era
potente: la donna oppressa dai talebani, silenziosa e fantasma, contrapposta
alla soldatessa occidentale, armata e libera, venuta a portarle la democrazia
con il fucile. Vent’anni dopo il bilancio di quella promessa è impietoso. Le
guerre lanciate dall’America dopo l’11 settembre non solo non hanno liberato le
donne, ma hanno riplasmato il mondo in modo profondo e perverso, peggiorando la
condizione femminile su più fronti: da Kabul a Baghdad, da Minab a Gaza, da
Damasco alle valli del Waziristan, fino a Washington stessa. E oggi, nel 2026,
mentre scrivo, abbiamo l’ennesima prova di questo fallimento: i corpi di 168
bambine, strappate alla loro scuola elementare nel sud dell’Iran, e quelli di
migliaia di donne e bambine sepolte sotto le macerie in tutta la regione, dal
Mediterraneo all’Asia.
La prima, tragica beffa è stata l’uso della retorica dei “diritti delle donne”
come lubrificante per la macchina da guerra. L’amministrazione Bush aveva
bisogno di vendere all’opinione pubblica occidentale, scettica e stanca di
guerre lontane, un conflitto che odorava di petrolio e vendetta. Ecco allora
l’invenzione di un nuovo femminismo imperiale. La figura della soldatessa
statunitense, inviata in missione di pace, divenne il simbolo di una presunta
superiorità morale dell’Occidente. La sua presenza, ci raccontarono i generali,
serviva a “vincere i cuori e le menti” della popolazione locale. Le Female
Engagement Teams (FET) vennero dispiegate con il compito apparentemente nobile
di parlare alle donne afgane e irachene, di entrare nelle loro case, di
conquistare la loro fiducia. Ma era una fiducia tradita in partenza. L’intimità
conquistata serviva a raccogliere informazioni, a mappare i villaggi per i
successivi bombardamenti “cinetici”. La cura era parte integrante della
violenza, non la sua antitesi. Il corpo della donna occidentale, un tempo
simbolo di pace, veniva militarizzato per diventare un’arma più subdola e
letale.
Ma se quella era la propaganda, la realtà sul campo per le donne dei paesi
invasi è stata una catastrofe annunciata. Prendiamo l’Iraq. Prima dell’invasione
del 2003, le donne irachene godevano di diritti che non avevano eguali nella
regione: accesso all’istruzione universitaria, partecipazione al mondo del
lavoro, libertà di movimento. La guerra doveva “liberarle” da Saddam Hussein. In
realtà, le ha rispedite indietro di decenni. Oggi, a distanza di oltre
vent’anni, la violenza contro le donne continua in forme nuove e ancora più
inquietanti. Il 2 marzo 2026, Yanar Mohammed, 66 anni, attivista e co-fondatrice
dell’Organizzazione per la Libertà delle Donne in Iraq, è stata uccisa a colpi
d’arma da fuoco davanti alla sua casa a Baghdad da uomini su una moto. Non è
stato un incidente. È stato un assassinio mirato, l’ennesimo in un paese dove le
attiviste che hanno guidato le proteste del 2019 vengono sistematicamente
eliminate. E mentre il governo promette indagini, l’impunità regna sovrana.
Il caso dell’Afghanistan è la sconfitta più clamorosa e cinica. Vent’anni di
presenza occidentale e miliardi di dollari spesi per costruire uno stato
fantoccio sono evaporati in pochi giorni nell’agosto del 2021, restituendo il
paese ai talebani. Oggi, l’Afghanistan è l’unico paese al mondo dove vige un
sistema di apartheid di genere. Le donne sono state cancellate dalla vita
pubblica: non possono studiare oltre la prima elementare, non possono lavorare
nella stragrande maggioranza dei settori, non possono andare ai parchi, in
palestra, o parlare ad alta voce in pubblico. Il 75% delle donne afghane
intervistate da UN Women descrive la propria salute mentale come “povera o molto
povera”. E mentre l’Occidente si gira dall’altra parte, i paesi vicini come
Pakistan e Iran espellono centinaia di migliaia di profughi afghani,
rigettandoli in questo inferno.
Poi c’è la Siria. Quattordici anni di guerra hanno avuto un impatto
sproporzionato su donne e ragazze, che hanno subito violenze sessuali e di
genere e sono state private dei diritti economici, sociali e politici, inclusi
quelli di proprietà ed eredità. Oggi, nel 2026, mentre il paese tenta una
fragile transizione dopo la caduta del regime di Assad, la situazione rimane
disperata. Dall’inizio di gennaio 2026, i combattimenti in corso ad Aleppo e nel
Nord-Est della Siria hanno causato lo sfollamento di circa 173.000 persone.
Quasi un milione di persone necessita di assistenza umanitaria urgente, tra cui
circa 225.000 donne in età riproduttiva, di cui 13.500 sono incinte. Le
strutture sanitarie sono danneggiate o sospese, e l’accesso ai servizi
essenziali per la salute sessuale e riproduttiva è gravemente compromesso. I
rischi di violenza di genere sono aumentati in modo esponenziale, specialmente
nei rifugi improvvisati e sovraffollati, privi di privacy e illuminazione. Le
donne e le ragazze costituiscono il 91% della popolazione sfollata. E mentre la
comunità internazionale parla di “transizione inclusiva” e di “partecipazione
delle donne”, la realtà è fatta di campi profughi, violenze e mancanza di
assistenza sanitaria.
E che dire di Gaza? Qui la tragedia ha raggiunto livelli inimmaginabili. Secondo
Sarah Hendriks, direttrice di UN Women, “le donne e le ragazze a Gaza stanno
vivendo una delle realtà umanitarie più devastanti del mondo, dove la
sopravvivenza stessa è diventata una lotta quotidiana”. 676 milioni di donne e
ragazze vivono entro 50 chilometri da zone di conflitto in Medio Oriente, dove
la giustizia è negata. La percentuale di donne vittime di violenza sessuale
legata ai conflitti è salita all’87% negli ultimi due anni. E mentre Gaza
brucia, l’intera regione è sul punto di esplodere. L’analista egiziano Talaat
Taha ha avvertito che lo scontro attuale rischia di trasformarsi in una guerra
totale e in un vasto conflitto regionale. L’Iran ha risposto agli attacchi su
tutti i fronti. Il cosiddetto “asse della resistenza” iraniano è stato
“polverizzato”, e al suo posto abbiamo un insieme di “stati falliti”.
Ed è in questo quadro di devastazione regionale che si inserisce la strage di
Minab. Mentre le forze statunitensi e israeliane conducono la loro campagna
contro l’Iran, un missile di precisione – uno di quelli che “non colpiscono mai
obiettivi civili”, come ci tiene a precisare il Segretario alla Difesa Pete
Hegseth – ha centrato in pieno la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh
nella città di Minab. Erano le dieci di mattina di sabato, e le bambine erano in
classe. L’edificio di due piani, con i suoi murales colorati di pastelli e
bambini, è stato squarciato. Il bilancio provvisorio è di 168 bambine uccise,
tra i 7 e i 12 anni.
Le indagini visive condotte da testate internazionali raccontano una verità
scomoda. Le immagini satellitari mostrano che la scuola, sebbene un tempo
facesse parte di un complesso dei Guardiani della Rivoluzione, era stata
separata da mura e trasformata in un edificio scolastico a tutti gli effetti
almeno dal 2016, con tanto di campi da gioco e colori pastello. Eppure, il
missile l’ha colpita con precisione. E mentre il Pentagono apre
un’investigazione, le scuse e le precisazioni tecniche non riporteranno in vita
le piccole vittime.
E se spostiamo lo sguardo verso est, in Pakistan, il quadro non cambia. Nelle
aree tribali e in Belucistan, la “guerra al terrore” ha armato e legittimato
decenni di violenza statale. Tra il 2007 e il 2017, più di 1.100 scuole
femminili sono state distrutte dai talebani pakistani. La storia di Malala
Yousafzai non è un’eccezione: è il simbolo di una guerra culturale che ha reso
l’istruzione femminile un campo di battaglia.
La retorica usata dall’amministrazione americana è la stessa di vent’anni fa, ma
suona ancora più vuota. “Gli Stati Uniti non prenderebbero mai deliberatamente
di mira una scuola”, ripetono. Eppure, i siti civili continuano a essere
colpiti. In Iran, in Iraq, in Siria, a Gaza, in Pakistan. E a pagarne il prezzo
sono sempre loro: le donne e le bambine. Non è solo una questione di “danni
collaterali”. È la logica conseguenza di un modo di fare guerra che considera la
vita delle donne – afgane, irachene, iraniane, siriane, palestinesi, pakistane –
come sacrificabile sull’altare di interessi strategici e geopolitici. È la
stessa logica che in Afghanistan ha prima usato la scolarizzazione femminile
come bandiera per giustificare l’invasione, e poi ha abbandonato quelle stesse
ragazze ai talebani quando non servivano più.
E non si pensi che questa deriva abbia risparmiato il fronte interno americano.
Anzi, è forse qui che il paradosso si fa più stridente. Per sostenere lo sforzo
bellico, l’esercito americano ha dovuto aprire le sue porte a donne e persone
LGBTQ+. Nel 2015, le donne hanno potuto finalmente ricoprire tutti i ruoli,
compresi i reparti d’assalto. Un passo avanti formale, ci raccontano i liberal.
Ma come spiega la studiosa Katharine Millar, questa inclusione è stata in realtà
una trappola. Non ha scalfito il cuore maschilista e guerriero della
cittadinanza americana. Al contrario, ha allargato il bacino di chi può essere
sacrificato sull’altare del martirio patriottico, rafforzando l’idea che il
“buon cittadino” sia comunque colui che imbraccia il fucile. L’identità
militare, con i suoi valori di forza, violenza legittima e gerarchia, è rimasta
intatta. Le donne sono state integrate, ma a patto di diventare come gli uomini,
di tacere sulle violenze subite all’interno delle caserme, di non disturbare il
mancato funzionamento del patriarcato.
La prova definitiva di questo fallimento è arrivata con il ritorno di Donald
Trump alla Casa Bianca nel 2025. La sua amministrazione ha smantellato in pochi
mesi tutto l’armamentario retorico costruito in decenni: l’ufficio per le
questioni femminili globali alla Casa Bianca è stato chiuso, il programma
“Donne, Pace e Sicurezza” cancellato dal Pentagono con un post sui social. La
destra americana ha messo fine alla farsa, dichiarando apertamente che la
liberazione delle donne non è mai stata un interesse nazionale.
Ed ecco il bilancio dell’11 settembre. Le guerre egemoniche venduteci come
guerre per liberare le donne oppresse da regimi non democratici si sono concluse
con la loro reclusione, sottomissione o strumentalizzazione. Hanno creato un
deserto in Afghanistan e un inferno settario in Iraq. Hanno trasformato una
scuola elementare in Iran in un obitorio, una striscia di terra a Gaza in un
cimitero a cielo aperto, e un villaggio in Pakistan in una fossa comune. Hanno
insegnato alla destra globale che i diritti delle donne sono solo una bandiera
da sventolare in tempo di guerra e da bruciare in tempo di pace. E hanno
mostrato alle donne occidentali che l’unico modo per essere accettate nel tempio
del potere è quello di indossare un’uniforme e tacere o di essere una bambola.
O, forse, di non essere mai nate femmine in un luogo dove passa la prossima
guerra “umanitaria”.
L'articolo Le guerre Usa di ‘liberazione delle donne’ hanno portato reclusione,
sottomissione e morte. L’ultima in Iran proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Economia Occulta
Anni fa, un banchiere che gestiva i grandi patrimoni mi disse che i ricchi,
quelli veri, ed i potenti vivono in un ghetto. Hanno paura di mischiarsi con la
gente comune, il loro isolamento non dipende dalla paura di essere bersaglio di
delinquenti o pazzi (vedi uccisione di John Lennon) ma di dover interagire con
noi. Si fa shopping nelle boutique da soli, nelle ore di chiusura; si vola solo
ed esclusivamente con il jet privato e si socializza solo con gente che vive
nello stesso ghetto.
Nel libro The Hungher Game, i privilegiati vivono nella Capitale sfruttando
tutti gli abitanti dei distretti. Chi vive nella Capitale non mette in
discussione questa diseguaglianza ed ingiustizia perché si sentono migliori
degli altri e quindi hanno più diritti. Virginia Giuffre aveva detto che per il
principe Andrew fare sesso con lei adolescente era un suo privilegio, un diritto
legato, molto probabilmente, al suo sangue blu.
Il sistema di diseguaglianze e sfruttamento descritto in The Hungher Game sembra
proprio essere identico alla società occidentale dove un cerchio di uomini, e
donne ad essi collegati, sfrutta adolescenti e bambini per i loro desideri e
piaceri sessuali e così facendo si fanno affari, ci si arricchisce con l’insider
trading, si scambiano favori politici, in altre parole si gestisce quella parte
di mondo che si autodefinisce libera e democratica.
È impressionante costatare che questi individui provengano da tutte le
professioni e discipline possibili e che il comune denominatore è sempre lo
stesso: il sesso con le ragazzine, la pedofilia. In The Hungher Game è la guerra
tra i poveri, gli abitanti della Capitale godono nel vedere gli adolescenti dei
Distretti uccidersi a vicenda per sopravvivere. Vince chi riesce ad ammazzare
tutti.
L’adolescenza affascina sempre. È un periodo che nella memoria di chi invecchia
diventa magico e quindi la si vuole riconquistare in qualche modo. È quello che
questi porci ricci e potenti facevano con le ragazzine di Epstein? Oppure, come
in tutte le civiltà arrivate alla fine, la decadenza si manifesta nella
perversione sessuale?
Poco importa perché dietro il paravento del sesso, come spiegava decenni fa
Pasolini, c’è una realtà egualmente agghiacciante: la nostra celebrata élite,
che consideriamo superiore a tutte le altre, a quelle di regimi politici diversi
da noi, è marcia e disonesta. Certo, ci sono sforzi da parte di una certa stampa
di farci credere che dietro Epstein ci fosse la Russia per ricattare i suoi
seguaci pedofili. Ma si tratta di accuse indifendibili, il fenomeno Epstein è
tutto occidentale.
Ma non basta, non emerge dai file alcun ricatto, chi lo frequentava non aveva
bisogno di essere ricattato per dargli ciò che voleva, si cooperava con lui per
riconoscenza! Difficile imbattersi in qualche nome maschile famoso che non sia
negli Epstein File, pochissimi infatti hanno resistito al fascino del master
della massoneria pedofila. Ed anche chi non si intratteneva con le ragazzine e
dopo un primo incontro aveva deciso di non frequentarlo, sapeva bene cosa
facesse, ma nessuno ha avuto il coraggio di denunciarlo. Sono anche loro
colpevoli? A mio parere sì.
Tutte queste vite spezzate, queste adolescenze traumatizzate non solo domandano
giustizia da parte dello Stato, ci chiedono di cancellare dalla nostra vita
questi individui, di bruciare il ghetto dove vivono con la nostra indifferenza.
Non si guardano più certi film, non si comprano più alcuni prodotti, non si
ascoltano più tante voci, non si votano più certi partiti e politici e così via.
L'articolo Dietro Epstein un’élite marcia e disonesta. Un sistema di potere
tutto occidentale proviene da Il Fatto Quotidiano.
La globalizzazione, per anni raccontata come una storia di efficienza,
abbattimento dei costi e vantaggi competitivi, ha prodotto in Occidente un esito
meno celebrabile: la progressiva contrazione del manifatturiero e l’erosione
della classe media industriale. Negli Stati Uniti la delocalizzazione non ha
solo spostato le fabbriche, ma ha smantellato un ecosistema fatto di competenze,
salari dignitosi e mobilità sociale, lasciando dietro di sé territori impoveriti
e un senso diffuso di declino.
Non sorprende che, da Ross Perot in poi, quasi ogni candidato presidenziale
abbia promesso di riportare la produzione “a casa”. Donald Trump ha fatto di
questa promessa un pilastro ideologico del progetto Make America Great Again,
presentando il ritorno della manifattura come una questione identitaria prima
ancora che economica. Eppure, nel settore dell’abbigliamento — uno dei più
simbolici — la realtà smentisce la retorica. Dal 1979 l’industria tessile
americana ha perso oltre l’80% dei posti di lavoro. Il riflesso politico è stato
quello di cercare un capro espiatorio, dagli immigrati ai partner commerciali,
ma il problema è più profondo: la trasformazione dell’abbigliamento in una
commodity globale.
Negli anni Sessanta una famiglia americana spendeva circa il 10% del reddito in
vestiti e scarpe, quasi tutti prodotti sul territorio nazionale. Oggi quella
quota è scesa al 4%, mentre il 97% dei capi è fabbricato all’estero. Gli
americani non si vestono meno, anzi: consumano di più, spinti da un’offerta
infinita di abiti a basso costo. La fast fashion ha democratizzato l’accesso ai
vestiti, ma ha anche svuotato il valore del lavoro che li produce. In un mercato
dove si compete quasi esclusivamente sul prezzo, i margini si assottigliano e i
salari diventano la prima voce da comprimere.
In questo contesto, l’idea di riportare negli Stati Uniti la produzione di
t-shirt da 10 dollari o jeans da 30 non è solo economicamente fragile, ma
socialmente fuorviante. Sono lavori che difficilmente garantiscono mobilità
economica e che, con l’avanzare della robotica e dell’intelligenza artificiale,
rischiano di essere automatizzati prima ancora di essere recuperati. Il vero
nodo non è la geografia della produzione, ma la sua collocazione lungo la catena
del valore.
Qui il confronto con l’Europa e il Giappone diventa istruttivo. Italia e Francia
hanno accettato la fine della manifattura di massa, ma non quella del
manifatturiero in sé. Hanno scelto di spostarsi verso produzioni ad alto valore
aggiunto, dove il prezzo riflette competenze, tempo e reputazione. In Italia i
distretti della moda — dalla sartoria alla maglieria, dalla calzatura alla
pelletteria — non producono solo beni, ma capitale simbolico. In Francia il
lusso è trattato come un asset strategico nazionale, sostenuto da politiche
pubbliche, formazione d’élite e una diplomazia culturale che rafforza il
significato del “Made in France”. In entrambi i casi, lo Stato non sostituisce
il mercato, ma ne orienta l’evoluzione.
Gli Stati Uniti possiedono una tradizione culturale altrettanto potente. Hanno
creato alcuni dei linguaggi estetici più influenti del Novecento: il denim come
simbolo di ribellione, il workwear come estetica dell’autenticità, l’Ivy Style
come espressione di un’élite informale, l’abbigliamento militare come archetipo
funzionale. Questi codici continuano a essere sfruttati globalmente, spesso da
marchi stranieri, mentre l’industria americana fatica a trasformare la propria
storia in valore economico duraturo.
Una delle ragioni è la contraddizione interna dell’agenda America First. Il
lusso, per definizione, vive di mercati globali e di scambi internazionali. I
dazi, pensati per proteggere la produzione domestica, finiscono per aumentare i
costi delle materie prime, spezzare filiere già fragili e rendere meno
competitive le aziende americane all’estero. Allo stesso tempo, una retorica
nazionalista aggressiva erode il capitale simbolico necessario a vendere beni
che si basano sull’immaginario tanto quanto sulla qualità.
Il valore del “Made in Usa” non è mai stato puramente industriale. Nel secondo
dopoguerra rappresentava apertura, ottimismo, fiducia nel futuro. Oggi, in un
clima di protezionismo e conflitto commerciale, quel significato si sta
indebolendo. Ed è qui che emerge il paradosso: si invoca il ritorno della
manifattura senza accettare i costi reali di una produzione di qualità e senza
costruire le condizioni culturali ed economiche che la rendano possibile.
Ricostruire un settore dell’abbigliamento negli Stati Uniti non significa
inseguire il passato, ma investire nel futuro. Significa puntare su formazione
professionale avanzata, filiere flessibili, accesso a materiali globali e
politiche industriali che sostengano l’innovazione e l’artigianalità. Senza
questa visione, il reshoring resta uno slogan elettorale e non una strategia
credibile.
L'articolo Trump presenta il ritorno della manifattura come questione
identitaria. Ma la realtà smentisce la retorica proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il 2026 è iniziato con l’ennesimo colpo sferrato alla globalizzazione, ormai
agonizzante nella scacchiera geopolitica. Non è la prima volta che il sogno di
un pianeta interconnesso fallisce. Dalle reti commerciali dell’Impero romano e
della Via della Seta, sostenute dalla stabilità politica e dall’innovazione nei
trasporti, alla prima globalizzazione moderna tra il 1870 e il 1914, resa
possibile dal vapore, dal telegrafo e dal gold standard, ognuno di questi
tentativi è fallito. I motivi? Choc esogeni: epidemie come la Peste Nera,
conflitti come le due Guerre Mondiali, o crolli finanziari come quello del 1929.
Ancora più importante per la nostra analisi è quello che si è verificato dopo
questi fallimenti e cioè la repentina inversione di tendenza verso tendenze
“deglobalizzanti” come il protezionismo, la frammentazione geopolitica, il
ripiegamento nazionale, l’imperialismo. Ogni volta la lezione è stata la stessa:
l’interdipendenza globale è un equilibrio fragilissimo, dipendente dalla
cooperazione politica e vulnerabile alle crisi sistemiche.
Oggi, si parla di “slowbalization” o “glocalizzazione”. All’interno di questo
fenomeno assistiamo al ritorno di una geopolitica delle sfere d’influenza il cui
obiettivo è l’accaparramento delle risorse strategiche del pianeta. Due modelli
distinti – e profondamente diversi – si stanno confrontando. Il primo è quello
americano, esplicitamente muscolare e fondato sul controllo diretto delle
risorse; il secondo quello cinese, infrastrutturale e basato
sull’interdipendenza economica. Al centro di quest’ultimo si erge la Belt and
Road Initiative (BRI), la “Nuova Via della Seta”, che rappresenta la spina
dorsale della strategia globale di Pechino.
L’approccio statunitense sotto l’amministrazione Trump è invece intriso di
logiche di controllo territoriale e militare. E così la riformulazione della
Dottrina Monroe – rivitalizzata come “Donroe Doctrine” – lega l’influenza
geopolitica al controllo delle risorse naturali. “Questo è l’emisfero
occidentale. Qui viviamo noi”, ha dichiarato il Segretario di Stato Marco Rubio,
giustificando l’intervento in Venezuela. L’obiettivo è l’esclusione di potenze
rivali (Cina, Russia, Iran) dall’accesso e dal controllo delle risorse ubicate
in questa zona. Gli strumenti sono l’intervento militare (Venezuela), gli
accordi di sicurezza che vincolano l’accesso alle risorse (es. Ucraina, RD
Congo), le pressioni diplomatiche per costringere paesi terzi a scegliere da che
parte stare. La narrativa è apertamente improntata alla forza, alla competizione
tra potenze, alla difesa degli interessi nazionali e della sicurezza attraverso
il controllo territoriale.
La strategia cinese è molto più sottile, di lungo periodo e costruita su
un’architettura di soft power e debito. La Belt and Road Initiative non è
semplicemente un piano infrastrutturale, è il meccanismo principale per
garantire a Pechino un accesso privilegiato, prevedibile e strutturale alle
risorse globali di cui ha bisogno. La logica dietro questa politica è creare
interdipendenze economiche e infrastrutturali così profonde da rendere i paesi
fornitori di risorse funzionalmente e politicamente allineati agli interessi di
Pechino. Non si tratta di dichiarare un’area “cortile di casa”, ma di renderla
economicamente un’estensione della catena di valore cinese. Gli strumenti sono
il finanziamento e la costruzione di infrastrutture critiche: porti, ferrovie,
gasdotti e dighe in Africa, Asia e America Latina. Queste infrastrutture spesso
collegano direttamente le miniere o i giacimenti ai porti da cui le risorse
partono per la Cina. I finanziamenti cinesi sono spesso vincolati all’uso di
aziende, tecnici e materiali cinesi.
Anche lo “stile” è diverso mentre gli Usa fanno annunci politici e mostrano i
muscoli, le aziende di stato cinesi acquisiscono silenziosamente partecipazioni
di controllo in miniere di cobalto in Congo, di rame in Perù, di litio in Cile e
Argentina. La narrativa è quella dello sviluppo win-win, della cooperazione
Sud-Sud, di non ingerenza negli affari interni.
L’approccio cinese alla corsa alle risorse è dunque olistico e integrato: la
Cina non cerca solo di possedere le miniere, vuole controllare la logistica di
esportazione (porti, ferrovie BRI) e, soprattutto, la capacità di raffinazione e
trasformazione. E così facendo oggi Pechino controlla oltre l’80 per cento della
raffinazione globale delle terre rare e quote dominanti nella raffinazione del
cobalto e del litio. Tutte queste risorse estratte all’estero alimentano
l’industria manifatturiera cinese, che produce pannelli solari, batterie,
veicoli elettrici e dispositivi elettronici. Questo genera un vantaggio
competitivo insormontabile per le sue esportazioni ad alta tecnologia.
Altra differenza fondamentale è l’arco di tempo: la Cina opera con orizzonti
temporali pluri-decennali, tipici della sua pianificazione statale. Un progetto
minerario può essere non redditizio per anni, ma strategicamente vitale per
assicurarsi il controllo di un mercato futuro, come quello delle batterie per
veicoli elettrici. Gli Stati Uniti sono vincolati ai quattro o massimo agli otto
anni delle cariche presidenziali e quindi operano necessariamente nel breve
periodo. E questo spiega anche perché la corsa americana alle risorse punta al
controllo politico e territoriale, spesso con mezzi diretti.
Ed ecco la differenza fondamentale su cui riflettere nei prossimi anni, man mano
che le costruzioni della globalizzazione crollano: quella americana è una
geopolitica dell’esclusione mentre la corsa cinese alle risorse punta al
controllo funzionale ed economico attraverso la connettività infrastrutturale e
la dipendenza tecnologica. È quindi una geopolitica dell’inclusione strumentale,
che lega i paesi in una rete da cui è difficile uscire. In entrambi i casi le
forze sprigionate smantelleranno il cosiddetto villaggio globale.
L'articolo La deglobalizzazione secondo Usa e Cina: due strategie opposte per
accaparrarsi le risorse del pianeta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il 2025 ha sancito la fine di un’era: quella di un pianeta sincronizzato, nata
dall’illusione che la vittoria della guerra fredda diventasse l’asse portante di
un assetto occidentalizzato attraverso la globalizzazione. La realtà è
esattamente l’opposto: un mondo poliritmico, dove ogni continente vive secondo
un proprio tempo storico. Al centro di questa frattura, due movimenti opposti
definiscono la nuova epoca: il ritorno all’isolazionismo armato degli Stati
Uniti e l’ascesa sistemica dei BRICS+ come architrave di un ordine alternativo
che va da Brasilia a Shanghai.
Questa asimmetria temporale è la cartina di tornasole del caos sistemico
attuale. Comprenderla è la chiave per interpretare il 2025 e anticipare il 2026.
In Europa la consapevolezza di questa realtà è, ahimè, assente.
Nessuna regione ha vissuto il 2025 con l’intensità dell’America Latina. il vero
evento epocale è stato duplice: il Brasile, presiedendo simultaneamente G20 e
BRICS+, ha compiuto un atto di “diplomazia della sovrapposizione”, dimostrando
di poter operare in tutti i forum globali mentre ne costruiva uno nuovo. La
COP30 a Belém, sotto l’egida brasiliana, ha posizionato l’Amazzonia e la
giustizia climatica come pilastri dell’agenda dei BRICS+. Questo non è soft
power: è potere strutturale. Il Brasile ha usato la sua presidenza per
accelerare l’operatività della Nuova Banca di Sviluppo (NDB), promuovere l’uso
di valute locali nel commercio intra-blocco e lanciare un’iniziativa per la
sicurezza alimentare e climatica del Sud Globale. I BRICS+ non sono più una
reazione all’Occidente; sono il sistema operativo attraverso cui il Brasile e
altri giganti demografici gestiscono la loro ascesa.
Mentre il Brasile moltiplicava le sue alleanze, gli Usa sceglievano di isolarsi.
Questo ritiro non è solo geopolitico; è sistemico. Washington non partecipa più
alla costruzione di nuove istituzioni globali, le diserta o le sabota. Il
problema è che, nel vuoto creatosi, i BRICS+ stanno costruendo un nuovo sistema.
Il rifiuto americano di riformare le quote del FMI e della Banca Mondiale ha
spinto dozzine di paesi verso la NDB e i meccanismi di swap valutari dei BRICS+.
L’Europa vive in un tempo sospeso, paralizzata dalla scelta impossibile tra un
protettore americano che si ritira e l’opposizione al vicino eurasiatico (la
Russia) che è parte integrante dell’ecosistema BRICS+ in espansione. L’Ue
osserva con crescente ansia come l’agenda dei BRICS+ – sicurezza alimentare ed
energetica, sviluppo infrastrutturale, transizione climatica “non punitiva” –
stia diventando irresistibile per i suoi vicini in Africa e Balcani. L’Europa è
tagliata fuori da questo circuito finanziario e politico alternativo, e la sua
stagnazione produttiva la rende poi un partner sempre meno attraente per il Sud
Globale in movimento. L’Europa rischia di diventare un’isola di relativo
benessere in declino in un mondo che sta adottando altri standard.
L’Asia vive in un altro secolo e fornisce la potenza motrice dei BRICS+. La Cina
non è solo un membro; ne è il principale finanziatore, il fulcro tecnologico e
il propugnatore dei commerci. L’India è il contrappeso democratico e
demografico, il ponte con il mondo anglosassone e il garante che il blocco non
diventi un’alleanza antioccidentale. Insieme, forniscono la massa critica
economica, tecnologica e militare che rende i BRICS+ credibili. I successi
asiatici in produttività, descritti dai dati del 2025, sono la garanzia di
sostenibilità del progetto. I BRICS+ offrono all’Asia un mercato interno
protetto, rotte commerciali alternative (via Iran, Russia, Africa) e un peso
collettivo nelle negoziazioni climatiche e tecnologiche con l’Occidente. È la
proiezione del sistema della loro ascesa.
Per l’Oceania, l’espansione dei BRICS+ ridefinisce la geografia della pressione
strategica. Paesi come le Fiji o Papua Nuova Guinea guardano con interesse
crescente alla NDB per finanziare l’adattamento climatico, un’area in cui i
tradizionali donatori occidentali sono percepiti come lenti e insufficienti.
Australia e Nuova Zelanda si trovano a navigare in un Pacifico dove l’influenza
cinese (nel quadro BRICS+) e le offerte di cooperazione climatica del Brasile
competono direttamente con la loro tradizionale leadership. Il “vicinato”
strategico si allarga: non è più solo il Sud-Est asiatico, ma l’intero emisfero
Sud che si coordina tramite i BRICS+.
I dati del 2025 sul sorpasso produttivo asiatico spiegano perché i BRICS+ non
sono un’utopia. Hanno un motore economico reale e dinamico. La stagnazione
europea e l’isolazionismo americano creano un vuoto di domanda e di
investimento. I BRICS+, con la loro crescita sostenuta, stanno creando un
circuito economico integrato: materie prime dall’Africa e America Latina,
trasformazione manifatturiera e tecnologia dall’Asia, finanziamento dalla NDB,
consumo da una borghesia in espansione in tutti i paesi membri. È un embrione di
globalizzazione parallela, con standard e istituzioni propri.
La domanda per il 2026 diventa quindi: assisteremo alla cristallizzazione di due
sistemi globali parzialmente integrati?
La sfida non è più immaginare un tempo condiviso con un unico orologiaio,
l’Occidente, ma prevenire che la desincronizzazione dei tempi storici degeneri
in uno scontro frontale tra due sistemi, uno vecchio ed uno emergente. Il
successo o il fallimento dei BRICS+ come piattaforma di governance concreta – al
di là della retorica – sarà il fattore determinante della stabilità mondiale nel
prossimo decennio. L’Europa, immobile, rischia di essere il terreno di scontro,
non più l’attore.
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ha cambiato l’ordine mondiale proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un’ossessione che serpeggia nelle stanze del potere a Washington e nei loft
minimalisti dei venture capital della Silicon Valley: l’idea che il nucleare,
questa tecnologia titanica nata nel segreto della guerra e cresciuta per decenni
sotto l’ala iper-regolamentata e iper-cauta dello Stato, possa essere finalmente
sdoganato. Smontato, rimontato, resa piccolo, veloce, scalabile e, soprattutto,
redditizio. È il sogno prometeico di una nuova frontiera energetica, l’illusione
di imbrigliare il potere dell’atomo non più per la gloria nazionale o la
sicurezza collettiva, ma per il profitto privato e l’alimentazione di server AI
sempre più voraci.
Un sogno che però nasconde un incubo. Dietro la retorica accattivante della
cosiddetta “rinascita nucleare” e dell’“abbondanza energetica” si nasconde una
verità potenzialmente catastrofica: la privatizzazione dell’atomo. Che
significa? È semplice, si tratta dello smantellamento del sistema di controlli.
Si baratta la sicurezza con l’ambizione sfrenata ma questa volta in gioco c’è il
pianeta.
La parabola della Oklo, la startup fondata dalla coppia d’oro del MIT Jacob e
Caroline DeWitte, ben illustra questi pericoli. Bloomberg la definisce un
racconto americano che inizia nello spazio 38 di un parcheggio per roulotte a
Mountain View e arriva dritto, in pochi anni, sotto la tappezzeria dello Studio
Ovale, con un Donald Trump trionfante che firma ordini esecutivi su misura. Oklo
incarna il nuovo credo della Silicon Valley applicato all’energia atomica:
l’innovazione è intrinsecamente buona, la regolamentazione è intrinsecamente
cattiva e ottusa. Quando la Nuclear Regulatory Commission (NRC), il severissimo
guardiano del nucleare americano, respinge la loro prima domanda di licenza nel
2022, giudicandola tecnicamente carente e la “peggiore” mai ricevuta, la
reazione dei DeWitte non è stata di umile ritorno al tavolo da disegno. È stata
di dichiarare guerra al regolatore stesso.
Qui si inserisce la regia oscura e sofisticata di uomini come Salen Churi,
professore di legge trasformato in venture capital con agganci profondi
nell’impero libertario dei fratelli Koch. La sua strategia, applicata attraverso
il suo fondo Trust Ventures, è pura “regulatory entrepreneurship”: non si
convince l’agenzia con dati migliori, la si sfida, la si aggira, la si smantella
attraverso un arsenale di cause legali, lobbying aggressivo e influenza politica
capillare. La sua creatura, l’Abundance Institute, funge da testa di ponte
ideologica e operativa per una campagna che non mira a migliorare gli standard
di sicurezza, ma a dichiararli superflui per i piccoli reattori modulari. È un
capovolgimento pericoloso e ideologico di cinquant’anni di principio
precauzionale, nato dalle ceneri di incidenti come quello di Three Mile Island.
Il paradosso è agghiacciante. Mentre i “nuke bros” della Silicon Valley, spesso
con una preparazione tecnica approssimativa come dimostrano i fallimenti della
rivale Transatomic Power, promettono reattori così intrinsecamente sicuri da
rendere la supervisione federale un inutile retaggio del passato, la storia ci
sussurra avvertimenti che vengono da lontano. Il reattore Fermi 1, un “fast
reactor” raffreddato a sodio non dissimile da quello che Oklo vuole costruire,
nel 1966 rischiò di far saltare in aria Detroit, un evento che ispirò il libro
“We Almost Lost Detroit”.
Il Giappone ha speso miliardi e fallito per decenni con il suo reattore Monju,
chiuso nel 2016 dopo una sequenza di incidenti, principalmente fuoriuscite di
sodio e incendi. Il sodio, raffreddante miracoloso in teoria per le sue
proprietà termiche, è un elemento instabile, esplosivo a contatto con l’acqua e
si incendia a contatto con l’aria. Non è una tecnologia per dilettanti geniali e
impazienti, è una tecnologia per ingegneri con un rispetto quasi religioso per i
suoi pericoli, che operano in un sistema di controlli ferrei.
Eppure, il vento politico ha cambiato direzione. Con un alleato chiave come
Chris Wright, magnate del fracking nominato Segretario all’Energia di Trump, e
con un’agenzia NRC sotto un assedio senza precedenti – privata di centinaia di
dipendenti esperti, con i suoi vertici estromessi e i suoi poteri fondamentali
smantellati da ordini esecutivi che impongono tempi di approvazione
insostenibili per tecnologie non collaudate – la strada per Oklo e i suoi simili
è spianata. L’obiettivo non è più dimostrare di essere sicuri, ma cambiare la
definizione stessa di sicurezza, svuotandola di significato. L’NRC, nata proprio
per scindere la promozione del nucleare dal suo controllo, dopo lo scandalo
dell’Atomic Energy Commission, sta per essere riportata a quella pericolosa
dualità.
Il pericolo più grande, tuttavia, non è forse un singolo reattore difettoso, ma
l’intero sistema regolatorio che si sta deliberatamente smantellando. Si sta
passando da un modello in cui la sicurezza era l’unica valuta, l’unico parametro
di giudizio, a un modello in cui il “time to market”, la valutazione in borsa e
la soddisfazione degli investitori diventano driver primari. Quando si
privatizza il nucleare in questo modo, si introduce un inevitabile e letale
conflitto di interessi: il profitto degli azionisti contro la sicurezza a lungo
termine delle comunità che vivono a ridosso degli impianti. In un settore dove,
come scrisse John G. Fuller, “la tecnologia non perdona errori. Non permette
margine di sbaglio. La perfezione deve essere raggiunta se si vogliono prevenire
incidenti che coinvolgano il pubblico”, questo cortocircuito tra capitale e
sicurezza potrebbe rivelarsi catastrofico.
La lezione di Fukushima non è che il nucleare sia intrinsecamente malvagio o
ingovernabile, ma che senza un regolatore indipendente, credibile, tecnicamente
competente e inflessibile, anche la tecnologia più collaudata può tradire.
Stiamo smantellando proprio quel muro di protezione, sostituendolo con la fede
cieca nel “minimal viable product” e nella visione carismatica di fondatori che,
come Jake DeWitte, vengono descritti dai loro ex professori come dotati di un
“sorriso da un milione di dollari e una sfilza di cavolate che non finisce mai”.
La domanda cruciale che dovremmo porci, quindi, non è se possiamo tecnicamente
costruire reattori più piccoli, ma chi controllerà l’atomo quando sarà nelle
mani di società il cui scopo primario, sancito per statuto, è moltiplicare il
valore per i propri azionisti. La risposta, che sta prendendo forma nelle aule
giudiziarie, nei corridoi del Dipartimento dell’Energia e nelle riunioni
dell’Abundance Institute, ci sta portando dritti verso un futuro in cui il
prezzo dell’energia “troppo economica per misurarla” potrebbe essere, ancora una
volta, un conto salatissimo e incalcolabile, pagato in termini di sicurezza
collettiva e fiducia nelle istituzioni. Stiamo vendendo il nostro guardiano del
sonno atomico per una manciata di azioni. È un affare con il diavolo che la
storia, purtroppo, ci ha già insegnato a riconoscere.
Foto in evidenza: Indian Point smetterà definitivamente di produrre energia
nucleare, coronando una lunga battaglia per una fonte di elettricità
fondamentale per la vicina New York City, che gli oppositori hanno definito una
minaccia per la sicurezza di milioni di persone nella densamente popolata area
metropolitana. (26 aprile 2021, AP Photo/Seth Wenig)
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