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Le guerre Usa di ‘liberazione delle donne’ hanno portato reclusione, sottomissione e morte. L’ultima in Iran
Quando il 7 ottobre 2001 iniziarono i bombardamenti sull’Afghanistan, le nostre televisioni raccontavano una storia semplice e moralmente inequivocabile: le bombe americane avrebbero liberato le donne afgane dal burqa. L’iconografia era potente: la donna oppressa dai talebani, silenziosa e fantasma, contrapposta alla soldatessa occidentale, armata e libera, venuta a portarle la democrazia con il fucile. Vent’anni dopo il bilancio di quella promessa è impietoso. Le guerre lanciate dall’America dopo l’11 settembre non solo non hanno liberato le donne, ma hanno riplasmato il mondo in modo profondo e perverso, peggiorando la condizione femminile su più fronti: da Kabul a Baghdad, da Minab a Gaza, da Damasco alle valli del Waziristan, fino a Washington stessa. E oggi, nel 2026, mentre scrivo, abbiamo l’ennesima prova di questo fallimento: i corpi di 168 bambine, strappate alla loro scuola elementare nel sud dell’Iran, e quelli di migliaia di donne e bambine sepolte sotto le macerie in tutta la regione, dal Mediterraneo all’Asia. La prima, tragica beffa è stata l’uso della retorica dei “diritti delle donne” come lubrificante per la macchina da guerra. L’amministrazione Bush aveva bisogno di vendere all’opinione pubblica occidentale, scettica e stanca di guerre lontane, un conflitto che odorava di petrolio e vendetta. Ecco allora l’invenzione di un nuovo femminismo imperiale. La figura della soldatessa statunitense, inviata in missione di pace, divenne il simbolo di una presunta superiorità morale dell’Occidente. La sua presenza, ci raccontarono i generali, serviva a “vincere i cuori e le menti” della popolazione locale. Le Female Engagement Teams (FET) vennero dispiegate con il compito apparentemente nobile di parlare alle donne afgane e irachene, di entrare nelle loro case, di conquistare la loro fiducia. Ma era una fiducia tradita in partenza. L’intimità conquistata serviva a raccogliere informazioni, a mappare i villaggi per i successivi bombardamenti “cinetici”. La cura era parte integrante della violenza, non la sua antitesi. Il corpo della donna occidentale, un tempo simbolo di pace, veniva militarizzato per diventare un’arma più subdola e letale. Ma se quella era la propaganda, la realtà sul campo per le donne dei paesi invasi è stata una catastrofe annunciata. Prendiamo l’Iraq. Prima dell’invasione del 2003, le donne irachene godevano di diritti che non avevano eguali nella regione: accesso all’istruzione universitaria, partecipazione al mondo del lavoro, libertà di movimento. La guerra doveva “liberarle” da Saddam Hussein. In realtà, le ha rispedite indietro di decenni. Oggi, a distanza di oltre vent’anni, la violenza contro le donne continua in forme nuove e ancora più inquietanti. Il 2 marzo 2026, Yanar Mohammed, 66 anni, attivista e co-fondatrice dell’Organizzazione per la Libertà delle Donne in Iraq, è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco davanti alla sua casa a Baghdad da uomini su una moto. Non è stato un incidente. È stato un assassinio mirato, l’ennesimo in un paese dove le attiviste che hanno guidato le proteste del 2019 vengono sistematicamente eliminate. E mentre il governo promette indagini, l’impunità regna sovrana. Il caso dell’Afghanistan è la sconfitta più clamorosa e cinica. Vent’anni di presenza occidentale e miliardi di dollari spesi per costruire uno stato fantoccio sono evaporati in pochi giorni nell’agosto del 2021, restituendo il paese ai talebani. Oggi, l’Afghanistan è l’unico paese al mondo dove vige un sistema di apartheid di genere. Le donne sono state cancellate dalla vita pubblica: non possono studiare oltre la prima elementare, non possono lavorare nella stragrande maggioranza dei settori, non possono andare ai parchi, in palestra, o parlare ad alta voce in pubblico. Il 75% delle donne afghane intervistate da UN Women descrive la propria salute mentale come “povera o molto povera”. E mentre l’Occidente si gira dall’altra parte, i paesi vicini come Pakistan e Iran espellono centinaia di migliaia di profughi afghani, rigettandoli in questo inferno. Poi c’è la Siria. Quattordici anni di guerra hanno avuto un impatto sproporzionato su donne e ragazze, che hanno subito violenze sessuali e di genere e sono state private dei diritti economici, sociali e politici, inclusi quelli di proprietà ed eredità. Oggi, nel 2026, mentre il paese tenta una fragile transizione dopo la caduta del regime di Assad, la situazione rimane disperata. Dall’inizio di gennaio 2026, i combattimenti in corso ad Aleppo e nel Nord-Est della Siria hanno causato lo sfollamento di circa 173.000 persone. Quasi un milione di persone necessita di assistenza umanitaria urgente, tra cui circa 225.000 donne in età riproduttiva, di cui 13.500 sono incinte. Le strutture sanitarie sono danneggiate o sospese, e l’accesso ai servizi essenziali per la salute sessuale e riproduttiva è gravemente compromesso. I rischi di violenza di genere sono aumentati in modo esponenziale, specialmente nei rifugi improvvisati e sovraffollati, privi di privacy e illuminazione. Le donne e le ragazze costituiscono il 91% della popolazione sfollata. E mentre la comunità internazionale parla di “transizione inclusiva” e di “partecipazione delle donne”, la realtà è fatta di campi profughi, violenze e mancanza di assistenza sanitaria. E che dire di Gaza? Qui la tragedia ha raggiunto livelli inimmaginabili. Secondo Sarah Hendriks, direttrice di UN Women, “le donne e le ragazze a Gaza stanno vivendo una delle realtà umanitarie più devastanti del mondo, dove la sopravvivenza stessa è diventata una lotta quotidiana”. 676 milioni di donne e ragazze vivono entro 50 chilometri da zone di conflitto in Medio Oriente, dove la giustizia è negata. La percentuale di donne vittime di violenza sessuale legata ai conflitti è salita all’87% negli ultimi due anni. E mentre Gaza brucia, l’intera regione è sul punto di esplodere. L’analista egiziano Talaat Taha ha avvertito che lo scontro attuale rischia di trasformarsi in una guerra totale e in un vasto conflitto regionale. L’Iran ha risposto agli attacchi su tutti i fronti. Il cosiddetto “asse della resistenza” iraniano è stato “polverizzato”, e al suo posto abbiamo un insieme di “stati falliti”. Ed è in questo quadro di devastazione regionale che si inserisce la strage di Minab. Mentre le forze statunitensi e israeliane conducono la loro campagna contro l’Iran, un missile di precisione – uno di quelli che “non colpiscono mai obiettivi civili”, come ci tiene a precisare il Segretario alla Difesa Pete Hegseth – ha centrato in pieno la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh nella città di Minab. Erano le dieci di mattina di sabato, e le bambine erano in classe. L’edificio di due piani, con i suoi murales colorati di pastelli e bambini, è stato squarciato. Il bilancio provvisorio è di 168 bambine uccise, tra i 7 e i 12 anni. Le indagini visive condotte da testate internazionali raccontano una verità scomoda. Le immagini satellitari mostrano che la scuola, sebbene un tempo facesse parte di un complesso dei Guardiani della Rivoluzione, era stata separata da mura e trasformata in un edificio scolastico a tutti gli effetti almeno dal 2016, con tanto di campi da gioco e colori pastello. Eppure, il missile l’ha colpita con precisione. E mentre il Pentagono apre un’investigazione, le scuse e le precisazioni tecniche non riporteranno in vita le piccole vittime. E se spostiamo lo sguardo verso est, in Pakistan, il quadro non cambia. Nelle aree tribali e in Belucistan, la “guerra al terrore” ha armato e legittimato decenni di violenza statale. Tra il 2007 e il 2017, più di 1.100 scuole femminili sono state distrutte dai talebani pakistani. La storia di Malala Yousafzai non è un’eccezione: è il simbolo di una guerra culturale che ha reso l’istruzione femminile un campo di battaglia. La retorica usata dall’amministrazione americana è la stessa di vent’anni fa, ma suona ancora più vuota. “Gli Stati Uniti non prenderebbero mai deliberatamente di mira una scuola”, ripetono. Eppure, i siti civili continuano a essere colpiti. In Iran, in Iraq, in Siria, a Gaza, in Pakistan. E a pagarne il prezzo sono sempre loro: le donne e le bambine. Non è solo una questione di “danni collaterali”. È la logica conseguenza di un modo di fare guerra che considera la vita delle donne – afgane, irachene, iraniane, siriane, palestinesi, pakistane – come sacrificabile sull’altare di interessi strategici e geopolitici. È la stessa logica che in Afghanistan ha prima usato la scolarizzazione femminile come bandiera per giustificare l’invasione, e poi ha abbandonato quelle stesse ragazze ai talebani quando non servivano più. E non si pensi che questa deriva abbia risparmiato il fronte interno americano. Anzi, è forse qui che il paradosso si fa più stridente. Per sostenere lo sforzo bellico, l’esercito americano ha dovuto aprire le sue porte a donne e persone LGBTQ+. Nel 2015, le donne hanno potuto finalmente ricoprire tutti i ruoli, compresi i reparti d’assalto. Un passo avanti formale, ci raccontano i liberal. Ma come spiega la studiosa Katharine Millar, questa inclusione è stata in realtà una trappola. Non ha scalfito il cuore maschilista e guerriero della cittadinanza americana. Al contrario, ha allargato il bacino di chi può essere sacrificato sull’altare del martirio patriottico, rafforzando l’idea che il “buon cittadino” sia comunque colui che imbraccia il fucile. L’identità militare, con i suoi valori di forza, violenza legittima e gerarchia, è rimasta intatta. Le donne sono state integrate, ma a patto di diventare come gli uomini, di tacere sulle violenze subite all’interno delle caserme, di non disturbare il mancato funzionamento del patriarcato. La prova definitiva di questo fallimento è arrivata con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025. La sua amministrazione ha smantellato in pochi mesi tutto l’armamentario retorico costruito in decenni: l’ufficio per le questioni femminili globali alla Casa Bianca è stato chiuso, il programma “Donne, Pace e Sicurezza” cancellato dal Pentagono con un post sui social. La destra americana ha messo fine alla farsa, dichiarando apertamente che la liberazione delle donne non è mai stata un interesse nazionale. Ed ecco il bilancio dell’11 settembre. Le guerre egemoniche venduteci come guerre per liberare le donne oppresse da regimi non democratici si sono concluse con la loro reclusione, sottomissione o strumentalizzazione. Hanno creato un deserto in Afghanistan e un inferno settario in Iraq. Hanno trasformato una scuola elementare in Iran in un obitorio, una striscia di terra a Gaza in un cimitero a cielo aperto, e un villaggio in Pakistan in una fossa comune. Hanno insegnato alla destra globale che i diritti delle donne sono solo una bandiera da sventolare in tempo di guerra e da bruciare in tempo di pace. E hanno mostrato alle donne occidentali che l’unico modo per essere accettate nel tempio del potere è quello di indossare un’uniforme e tacere o di essere una bambola. O, forse, di non essere mai nate femmine in un luogo dove passa la prossima guerra “umanitaria”. L'articolo Le guerre Usa di ‘liberazione delle donne’ hanno portato reclusione, sottomissione e morte. L’ultima in Iran proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Diritti delle donne
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8 marzo
Dietro Epstein un’élite marcia e disonesta. Un sistema di potere tutto occidentale
Anni fa, un banchiere che gestiva i grandi patrimoni mi disse che i ricchi, quelli veri, ed i potenti vivono in un ghetto. Hanno paura di mischiarsi con la gente comune, il loro isolamento non dipende dalla paura di essere bersaglio di delinquenti o pazzi (vedi uccisione di John Lennon) ma di dover interagire con noi. Si fa shopping nelle boutique da soli, nelle ore di chiusura; si vola solo ed esclusivamente con il jet privato e si socializza solo con gente che vive nello stesso ghetto. Nel libro The Hungher Game, i privilegiati vivono nella Capitale sfruttando tutti gli abitanti dei distretti. Chi vive nella Capitale non mette in discussione questa diseguaglianza ed ingiustizia perché si sentono migliori degli altri e quindi hanno più diritti. Virginia Giuffre aveva detto che per il principe Andrew fare sesso con lei adolescente era un suo privilegio, un diritto legato, molto probabilmente, al suo sangue blu. Il sistema di diseguaglianze e sfruttamento descritto in The Hungher Game sembra proprio essere identico alla società occidentale dove un cerchio di uomini, e donne ad essi collegati, sfrutta adolescenti e bambini per i loro desideri e piaceri sessuali e così facendo si fanno affari, ci si arricchisce con l’insider trading, si scambiano favori politici, in altre parole si gestisce quella parte di mondo che si autodefinisce libera e democratica. È impressionante costatare che questi individui provengano da tutte le professioni e discipline possibili e che il comune denominatore è sempre lo stesso: il sesso con le ragazzine, la pedofilia. In The Hungher Game è la guerra tra i poveri, gli abitanti della Capitale godono nel vedere gli adolescenti dei Distretti uccidersi a vicenda per sopravvivere. Vince chi riesce ad ammazzare tutti. L’adolescenza affascina sempre. È un periodo che nella memoria di chi invecchia diventa magico e quindi la si vuole riconquistare in qualche modo. È quello che questi porci ricci e potenti facevano con le ragazzine di Epstein? Oppure, come in tutte le civiltà arrivate alla fine, la decadenza si manifesta nella perversione sessuale? Poco importa perché dietro il paravento del sesso, come spiegava decenni fa Pasolini, c’è una realtà egualmente agghiacciante: la nostra celebrata élite, che consideriamo superiore a tutte le altre, a quelle di regimi politici diversi da noi, è marcia e disonesta. Certo, ci sono sforzi da parte di una certa stampa di farci credere che dietro Epstein ci fosse la Russia per ricattare i suoi seguaci pedofili. Ma si tratta di accuse indifendibili, il fenomeno Epstein è tutto occidentale. Ma non basta, non emerge dai file alcun ricatto, chi lo frequentava non aveva bisogno di essere ricattato per dargli ciò che voleva, si cooperava con lui per riconoscenza! Difficile imbattersi in qualche nome maschile famoso che non sia negli Epstein File, pochissimi infatti hanno resistito al fascino del master della massoneria pedofila. Ed anche chi non si intratteneva con le ragazzine e dopo un primo incontro aveva deciso di non frequentarlo, sapeva bene cosa facesse, ma nessuno ha avuto il coraggio di denunciarlo. Sono anche loro colpevoli? A mio parere sì. Tutte queste vite spezzate, queste adolescenze traumatizzate non solo domandano giustizia da parte dello Stato, ci chiedono di cancellare dalla nostra vita questi individui, di bruciare il ghetto dove vivono con la nostra indifferenza. Non si guardano più certi film, non si comprano più alcuni prodotti, non si ascoltano più tante voci, non si votano più certi partiti e politici e così via. L'articolo Dietro Epstein un’élite marcia e disonesta. Un sistema di potere tutto occidentale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump presenta il ritorno della manifattura come questione identitaria. Ma la realtà smentisce la retorica
La globalizzazione, per anni raccontata come una storia di efficienza, abbattimento dei costi e vantaggi competitivi, ha prodotto in Occidente un esito meno celebrabile: la progressiva contrazione del manifatturiero e l’erosione della classe media industriale. Negli Stati Uniti la delocalizzazione non ha solo spostato le fabbriche, ma ha smantellato un ecosistema fatto di competenze, salari dignitosi e mobilità sociale, lasciando dietro di sé territori impoveriti e un senso diffuso di declino. Non sorprende che, da Ross Perot in poi, quasi ogni candidato presidenziale abbia promesso di riportare la produzione “a casa”. Donald Trump ha fatto di questa promessa un pilastro ideologico del progetto Make America Great Again, presentando il ritorno della manifattura come una questione identitaria prima ancora che economica. Eppure, nel settore dell’abbigliamento — uno dei più simbolici — la realtà smentisce la retorica. Dal 1979 l’industria tessile americana ha perso oltre l’80% dei posti di lavoro. Il riflesso politico è stato quello di cercare un capro espiatorio, dagli immigrati ai partner commerciali, ma il problema è più profondo: la trasformazione dell’abbigliamento in una commodity globale. Negli anni Sessanta una famiglia americana spendeva circa il 10% del reddito in vestiti e scarpe, quasi tutti prodotti sul territorio nazionale. Oggi quella quota è scesa al 4%, mentre il 97% dei capi è fabbricato all’estero. Gli americani non si vestono meno, anzi: consumano di più, spinti da un’offerta infinita di abiti a basso costo. La fast fashion ha democratizzato l’accesso ai vestiti, ma ha anche svuotato il valore del lavoro che li produce. In un mercato dove si compete quasi esclusivamente sul prezzo, i margini si assottigliano e i salari diventano la prima voce da comprimere. In questo contesto, l’idea di riportare negli Stati Uniti la produzione di t-shirt da 10 dollari o jeans da 30 non è solo economicamente fragile, ma socialmente fuorviante. Sono lavori che difficilmente garantiscono mobilità economica e che, con l’avanzare della robotica e dell’intelligenza artificiale, rischiano di essere automatizzati prima ancora di essere recuperati. Il vero nodo non è la geografia della produzione, ma la sua collocazione lungo la catena del valore. Qui il confronto con l’Europa e il Giappone diventa istruttivo. Italia e Francia hanno accettato la fine della manifattura di massa, ma non quella del manifatturiero in sé. Hanno scelto di spostarsi verso produzioni ad alto valore aggiunto, dove il prezzo riflette competenze, tempo e reputazione. In Italia i distretti della moda — dalla sartoria alla maglieria, dalla calzatura alla pelletteria — non producono solo beni, ma capitale simbolico. In Francia il lusso è trattato come un asset strategico nazionale, sostenuto da politiche pubbliche, formazione d’élite e una diplomazia culturale che rafforza il significato del “Made in France”. In entrambi i casi, lo Stato non sostituisce il mercato, ma ne orienta l’evoluzione. Gli Stati Uniti possiedono una tradizione culturale altrettanto potente. Hanno creato alcuni dei linguaggi estetici più influenti del Novecento: il denim come simbolo di ribellione, il workwear come estetica dell’autenticità, l’Ivy Style come espressione di un’élite informale, l’abbigliamento militare come archetipo funzionale. Questi codici continuano a essere sfruttati globalmente, spesso da marchi stranieri, mentre l’industria americana fatica a trasformare la propria storia in valore economico duraturo. Una delle ragioni è la contraddizione interna dell’agenda America First. Il lusso, per definizione, vive di mercati globali e di scambi internazionali. I dazi, pensati per proteggere la produzione domestica, finiscono per aumentare i costi delle materie prime, spezzare filiere già fragili e rendere meno competitive le aziende americane all’estero. Allo stesso tempo, una retorica nazionalista aggressiva erode il capitale simbolico necessario a vendere beni che si basano sull’immaginario tanto quanto sulla qualità. Il valore del “Made in Usa” non è mai stato puramente industriale. Nel secondo dopoguerra rappresentava apertura, ottimismo, fiducia nel futuro. Oggi, in un clima di protezionismo e conflitto commerciale, quel significato si sta indebolendo. Ed è qui che emerge il paradosso: si invoca il ritorno della manifattura senza accettare i costi reali di una produzione di qualità e senza costruire le condizioni culturali ed economiche che la rendano possibile. Ricostruire un settore dell’abbigliamento negli Stati Uniti non significa inseguire il passato, ma investire nel futuro. Significa puntare su formazione professionale avanzata, filiere flessibili, accesso a materiali globali e politiche industriali che sostengano l’innovazione e l’artigianalità. Senza questa visione, il reshoring resta uno slogan elettorale e non una strategia credibile. L'articolo Trump presenta il ritorno della manifattura come questione identitaria. Ma la realtà smentisce la retorica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La deglobalizzazione secondo Usa e Cina: due strategie opposte per accaparrarsi le risorse del pianeta
Il 2026 è iniziato con l’ennesimo colpo sferrato alla globalizzazione, ormai agonizzante nella scacchiera geopolitica. Non è la prima volta che il sogno di un pianeta interconnesso fallisce. Dalle reti commerciali dell’Impero romano e della Via della Seta, sostenute dalla stabilità politica e dall’innovazione nei trasporti, alla prima globalizzazione moderna tra il 1870 e il 1914, resa possibile dal vapore, dal telegrafo e dal gold standard, ognuno di questi tentativi è fallito. I motivi? Choc esogeni: epidemie come la Peste Nera, conflitti come le due Guerre Mondiali, o crolli finanziari come quello del 1929. Ancora più importante per la nostra analisi è quello che si è verificato dopo questi fallimenti e cioè la repentina inversione di tendenza verso tendenze “deglobalizzanti” come il protezionismo, la frammentazione geopolitica, il ripiegamento nazionale, l’imperialismo. Ogni volta la lezione è stata la stessa: l’interdipendenza globale è un equilibrio fragilissimo, dipendente dalla cooperazione politica e vulnerabile alle crisi sistemiche. Oggi, si parla di “slowbalization” o “glocalizzazione”. All’interno di questo fenomeno assistiamo al ritorno di una geopolitica delle sfere d’influenza il cui obiettivo è l’accaparramento delle risorse strategiche del pianeta. Due modelli distinti – e profondamente diversi – si stanno confrontando. Il primo è quello americano, esplicitamente muscolare e fondato sul controllo diretto delle risorse; il secondo quello cinese, infrastrutturale e basato sull’interdipendenza economica. Al centro di quest’ultimo si erge la Belt and Road Initiative (BRI), la “Nuova Via della Seta”, che rappresenta la spina dorsale della strategia globale di Pechino. L’approccio statunitense sotto l’amministrazione Trump è invece intriso di logiche di controllo territoriale e militare. E così la riformulazione della Dottrina Monroe – rivitalizzata come “Donroe Doctrine” – lega l’influenza geopolitica al controllo delle risorse naturali. “Questo è l’emisfero occidentale. Qui viviamo noi”, ha dichiarato il Segretario di Stato Marco Rubio, giustificando l’intervento in Venezuela. L’obiettivo è l’esclusione di potenze rivali (Cina, Russia, Iran) dall’accesso e dal controllo delle risorse ubicate in questa zona. Gli strumenti sono l’intervento militare (Venezuela), gli accordi di sicurezza che vincolano l’accesso alle risorse (es. Ucraina, RD Congo), le pressioni diplomatiche per costringere paesi terzi a scegliere da che parte stare. La narrativa è apertamente improntata alla forza, alla competizione tra potenze, alla difesa degli interessi nazionali e della sicurezza attraverso il controllo territoriale. La strategia cinese è molto più sottile, di lungo periodo e costruita su un’architettura di soft power e debito. La Belt and Road Initiative non è semplicemente un piano infrastrutturale, è il meccanismo principale per garantire a Pechino un accesso privilegiato, prevedibile e strutturale alle risorse globali di cui ha bisogno. La logica dietro questa politica è creare interdipendenze economiche e infrastrutturali così profonde da rendere i paesi fornitori di risorse funzionalmente e politicamente allineati agli interessi di Pechino. Non si tratta di dichiarare un’area “cortile di casa”, ma di renderla economicamente un’estensione della catena di valore cinese. Gli strumenti sono il finanziamento e la costruzione di infrastrutture critiche: porti, ferrovie, gasdotti e dighe in Africa, Asia e America Latina. Queste infrastrutture spesso collegano direttamente le miniere o i giacimenti ai porti da cui le risorse partono per la Cina. I finanziamenti cinesi sono spesso vincolati all’uso di aziende, tecnici e materiali cinesi. Anche lo “stile” è diverso mentre gli Usa fanno annunci politici e mostrano i muscoli, le aziende di stato cinesi acquisiscono silenziosamente partecipazioni di controllo in miniere di cobalto in Congo, di rame in Perù, di litio in Cile e Argentina. La narrativa è quella dello sviluppo win-win, della cooperazione Sud-Sud, di non ingerenza negli affari interni. L’approccio cinese alla corsa alle risorse è dunque olistico e integrato: la Cina non cerca solo di possedere le miniere, vuole controllare la logistica di esportazione (porti, ferrovie BRI) e, soprattutto, la capacità di raffinazione e trasformazione. E così facendo oggi Pechino controlla oltre l’80 per cento della raffinazione globale delle terre rare e quote dominanti nella raffinazione del cobalto e del litio. Tutte queste risorse estratte all’estero alimentano l’industria manifatturiera cinese, che produce pannelli solari, batterie, veicoli elettrici e dispositivi elettronici. Questo genera un vantaggio competitivo insormontabile per le sue esportazioni ad alta tecnologia. Altra differenza fondamentale è l’arco di tempo: la Cina opera con orizzonti temporali pluri-decennali, tipici della sua pianificazione statale. Un progetto minerario può essere non redditizio per anni, ma strategicamente vitale per assicurarsi il controllo di un mercato futuro, come quello delle batterie per veicoli elettrici. Gli Stati Uniti sono vincolati ai quattro o massimo agli otto anni delle cariche presidenziali e quindi operano necessariamente nel breve periodo. E questo spiega anche perché la corsa americana alle risorse punta al controllo politico e territoriale, spesso con mezzi diretti. Ed ecco la differenza fondamentale su cui riflettere nei prossimi anni, man mano che le costruzioni della globalizzazione crollano: quella americana è una geopolitica dell’esclusione mentre la corsa cinese alle risorse punta al controllo funzionale ed economico attraverso la connettività infrastrutturale e la dipendenza tecnologica. È quindi una geopolitica dell’inclusione strumentale, che lega i paesi in una rete da cui è difficile uscire. In entrambi i casi le forze sprigionate smantelleranno il cosiddetto villaggio globale. L'articolo La deglobalizzazione secondo Usa e Cina: due strategie opposte per accaparrarsi le risorse del pianeta proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cina
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Gli Usa si isolano, l’Ue sta ferma, i Brics+ ne approfittano: il 2025 ha cambiato l’ordine mondiale
Il 2025 ha sancito la fine di un’era: quella di un pianeta sincronizzato, nata dall’illusione che la vittoria della guerra fredda diventasse l’asse portante di un assetto occidentalizzato attraverso la globalizzazione. La realtà è esattamente l’opposto: un mondo poliritmico, dove ogni continente vive secondo un proprio tempo storico. Al centro di questa frattura, due movimenti opposti definiscono la nuova epoca: il ritorno all’isolazionismo armato degli Stati Uniti e l’ascesa sistemica dei BRICS+ come architrave di un ordine alternativo che va da Brasilia a Shanghai. Questa asimmetria temporale è la cartina di tornasole del caos sistemico attuale. Comprenderla è la chiave per interpretare il 2025 e anticipare il 2026. In Europa la consapevolezza di questa realtà è, ahimè, assente. Nessuna regione ha vissuto il 2025 con l’intensità dell’America Latina. il vero evento epocale è stato duplice: il Brasile, presiedendo simultaneamente G20 e BRICS+, ha compiuto un atto di “diplomazia della sovrapposizione”, dimostrando di poter operare in tutti i forum globali mentre ne costruiva uno nuovo. La COP30 a Belém, sotto l’egida brasiliana, ha posizionato l’Amazzonia e la giustizia climatica come pilastri dell’agenda dei BRICS+. Questo non è soft power: è potere strutturale. Il Brasile ha usato la sua presidenza per accelerare l’operatività della Nuova Banca di Sviluppo (NDB), promuovere l’uso di valute locali nel commercio intra-blocco e lanciare un’iniziativa per la sicurezza alimentare e climatica del Sud Globale. I BRICS+ non sono più una reazione all’Occidente; sono il sistema operativo attraverso cui il Brasile e altri giganti demografici gestiscono la loro ascesa. Mentre il Brasile moltiplicava le sue alleanze, gli Usa sceglievano di isolarsi. Questo ritiro non è solo geopolitico; è sistemico. Washington non partecipa più alla costruzione di nuove istituzioni globali, le diserta o le sabota. Il problema è che, nel vuoto creatosi, i BRICS+ stanno costruendo un nuovo sistema. Il rifiuto americano di riformare le quote del FMI e della Banca Mondiale ha spinto dozzine di paesi verso la NDB e i meccanismi di swap valutari dei BRICS+. L’Europa vive in un tempo sospeso, paralizzata dalla scelta impossibile tra un protettore americano che si ritira e l’opposizione al vicino eurasiatico (la Russia) che è parte integrante dell’ecosistema BRICS+ in espansione. L’Ue osserva con crescente ansia come l’agenda dei BRICS+ – sicurezza alimentare ed energetica, sviluppo infrastrutturale, transizione climatica “non punitiva” – stia diventando irresistibile per i suoi vicini in Africa e Balcani. L’Europa è tagliata fuori da questo circuito finanziario e politico alternativo, e la sua stagnazione produttiva la rende poi un partner sempre meno attraente per il Sud Globale in movimento. L’Europa rischia di diventare un’isola di relativo benessere in declino in un mondo che sta adottando altri standard. L’Asia vive in un altro secolo e fornisce la potenza motrice dei BRICS+. La Cina non è solo un membro; ne è il principale finanziatore, il fulcro tecnologico e il propugnatore dei commerci. L’India è il contrappeso democratico e demografico, il ponte con il mondo anglosassone e il garante che il blocco non diventi un’alleanza antioccidentale. Insieme, forniscono la massa critica economica, tecnologica e militare che rende i BRICS+ credibili. I successi asiatici in produttività, descritti dai dati del 2025, sono la garanzia di sostenibilità del progetto. I BRICS+ offrono all’Asia un mercato interno protetto, rotte commerciali alternative (via Iran, Russia, Africa) e un peso collettivo nelle negoziazioni climatiche e tecnologiche con l’Occidente. È la proiezione del sistema della loro ascesa. Per l’Oceania, l’espansione dei BRICS+ ridefinisce la geografia della pressione strategica. Paesi come le Fiji o Papua Nuova Guinea guardano con interesse crescente alla NDB per finanziare l’adattamento climatico, un’area in cui i tradizionali donatori occidentali sono percepiti come lenti e insufficienti. Australia e Nuova Zelanda si trovano a navigare in un Pacifico dove l’influenza cinese (nel quadro BRICS+) e le offerte di cooperazione climatica del Brasile competono direttamente con la loro tradizionale leadership. Il “vicinato” strategico si allarga: non è più solo il Sud-Est asiatico, ma l’intero emisfero Sud che si coordina tramite i BRICS+. I dati del 2025 sul sorpasso produttivo asiatico spiegano perché i BRICS+ non sono un’utopia. Hanno un motore economico reale e dinamico. La stagnazione europea e l’isolazionismo americano creano un vuoto di domanda e di investimento. I BRICS+, con la loro crescita sostenuta, stanno creando un circuito economico integrato: materie prime dall’Africa e America Latina, trasformazione manifatturiera e tecnologia dall’Asia, finanziamento dalla NDB, consumo da una borghesia in espansione in tutti i paesi membri. È un embrione di globalizzazione parallela, con standard e istituzioni propri. La domanda per il 2026 diventa quindi: assisteremo alla cristallizzazione di due sistemi globali parzialmente integrati? La sfida non è più immaginare un tempo condiviso con un unico orologiaio, l’Occidente, ma prevenire che la desincronizzazione dei tempi storici degeneri in uno scontro frontale tra due sistemi, uno vecchio ed uno emergente. Il successo o il fallimento dei BRICS+ come piattaforma di governance concreta – al di là della retorica – sarà il fattore determinante della stabilità mondiale nel prossimo decennio. L’Europa, immobile, rischia di essere il terreno di scontro, non più l’attore. L'articolo Gli Usa si isolano, l’Ue sta ferma, i Brics+ ne approfittano: il 2025 ha cambiato l’ordine mondiale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Stanno privatizzando l’atomo e il pericolo più grande è un letale conflitto di interessi
C’è un’ossessione che serpeggia nelle stanze del potere a Washington e nei loft minimalisti dei venture capital della Silicon Valley: l’idea che il nucleare, questa tecnologia titanica nata nel segreto della guerra e cresciuta per decenni sotto l’ala iper-regolamentata e iper-cauta dello Stato, possa essere finalmente sdoganato. Smontato, rimontato, resa piccolo, veloce, scalabile e, soprattutto, redditizio. È il sogno prometeico di una nuova frontiera energetica, l’illusione di imbrigliare il potere dell’atomo non più per la gloria nazionale o la sicurezza collettiva, ma per il profitto privato e l’alimentazione di server AI sempre più voraci. Un sogno che però nasconde un incubo. Dietro la retorica accattivante della cosiddetta “rinascita nucleare” e dell’“abbondanza energetica” si nasconde una verità potenzialmente catastrofica: la privatizzazione dell’atomo. Che significa? È semplice, si tratta dello smantellamento del sistema di controlli. Si baratta la sicurezza con l’ambizione sfrenata ma questa volta in gioco c’è il pianeta. La parabola della Oklo, la startup fondata dalla coppia d’oro del MIT Jacob e Caroline DeWitte, ben illustra questi pericoli. Bloomberg la definisce un racconto americano che inizia nello spazio 38 di un parcheggio per roulotte a Mountain View e arriva dritto, in pochi anni, sotto la tappezzeria dello Studio Ovale, con un Donald Trump trionfante che firma ordini esecutivi su misura. Oklo incarna il nuovo credo della Silicon Valley applicato all’energia atomica: l’innovazione è intrinsecamente buona, la regolamentazione è intrinsecamente cattiva e ottusa. Quando la Nuclear Regulatory Commission (NRC), il severissimo guardiano del nucleare americano, respinge la loro prima domanda di licenza nel 2022, giudicandola tecnicamente carente e la “peggiore” mai ricevuta, la reazione dei DeWitte non è stata di umile ritorno al tavolo da disegno. È stata di dichiarare guerra al regolatore stesso. Qui si inserisce la regia oscura e sofisticata di uomini come Salen Churi, professore di legge trasformato in venture capital con agganci profondi nell’impero libertario dei fratelli Koch. La sua strategia, applicata attraverso il suo fondo Trust Ventures, è pura “regulatory entrepreneurship”: non si convince l’agenzia con dati migliori, la si sfida, la si aggira, la si smantella attraverso un arsenale di cause legali, lobbying aggressivo e influenza politica capillare. La sua creatura, l’Abundance Institute, funge da testa di ponte ideologica e operativa per una campagna che non mira a migliorare gli standard di sicurezza, ma a dichiararli superflui per i piccoli reattori modulari. È un capovolgimento pericoloso e ideologico di cinquant’anni di principio precauzionale, nato dalle ceneri di incidenti come quello di Three Mile Island. Il paradosso è agghiacciante. Mentre i “nuke bros” della Silicon Valley, spesso con una preparazione tecnica approssimativa come dimostrano i fallimenti della rivale Transatomic Power, promettono reattori così intrinsecamente sicuri da rendere la supervisione federale un inutile retaggio del passato, la storia ci sussurra avvertimenti che vengono da lontano. Il reattore Fermi 1, un “fast reactor” raffreddato a sodio non dissimile da quello che Oklo vuole costruire, nel 1966 rischiò di far saltare in aria Detroit, un evento che ispirò il libro “We Almost Lost Detroit”. Il Giappone ha speso miliardi e fallito per decenni con il suo reattore Monju, chiuso nel 2016 dopo una sequenza di incidenti, principalmente fuoriuscite di sodio e incendi. Il sodio, raffreddante miracoloso in teoria per le sue proprietà termiche, è un elemento instabile, esplosivo a contatto con l’acqua e si incendia a contatto con l’aria. Non è una tecnologia per dilettanti geniali e impazienti, è una tecnologia per ingegneri con un rispetto quasi religioso per i suoi pericoli, che operano in un sistema di controlli ferrei. Eppure, il vento politico ha cambiato direzione. Con un alleato chiave come Chris Wright, magnate del fracking nominato Segretario all’Energia di Trump, e con un’agenzia NRC sotto un assedio senza precedenti – privata di centinaia di dipendenti esperti, con i suoi vertici estromessi e i suoi poteri fondamentali smantellati da ordini esecutivi che impongono tempi di approvazione insostenibili per tecnologie non collaudate – la strada per Oklo e i suoi simili è spianata. L’obiettivo non è più dimostrare di essere sicuri, ma cambiare la definizione stessa di sicurezza, svuotandola di significato. L’NRC, nata proprio per scindere la promozione del nucleare dal suo controllo, dopo lo scandalo dell’Atomic Energy Commission, sta per essere riportata a quella pericolosa dualità. Il pericolo più grande, tuttavia, non è forse un singolo reattore difettoso, ma l’intero sistema regolatorio che si sta deliberatamente smantellando. Si sta passando da un modello in cui la sicurezza era l’unica valuta, l’unico parametro di giudizio, a un modello in cui il “time to market”, la valutazione in borsa e la soddisfazione degli investitori diventano driver primari. Quando si privatizza il nucleare in questo modo, si introduce un inevitabile e letale conflitto di interessi: il profitto degli azionisti contro la sicurezza a lungo termine delle comunità che vivono a ridosso degli impianti. In un settore dove, come scrisse John G. Fuller, “la tecnologia non perdona errori. Non permette margine di sbaglio. La perfezione deve essere raggiunta se si vogliono prevenire incidenti che coinvolgano il pubblico”, questo cortocircuito tra capitale e sicurezza potrebbe rivelarsi catastrofico. La lezione di Fukushima non è che il nucleare sia intrinsecamente malvagio o ingovernabile, ma che senza un regolatore indipendente, credibile, tecnicamente competente e inflessibile, anche la tecnologia più collaudata può tradire. Stiamo smantellando proprio quel muro di protezione, sostituendolo con la fede cieca nel “minimal viable product” e nella visione carismatica di fondatori che, come Jake DeWitte, vengono descritti dai loro ex professori come dotati di un “sorriso da un milione di dollari e una sfilza di cavolate che non finisce mai”. La domanda cruciale che dovremmo porci, quindi, non è se possiamo tecnicamente costruire reattori più piccoli, ma chi controllerà l’atomo quando sarà nelle mani di società il cui scopo primario, sancito per statuto, è moltiplicare il valore per i propri azionisti. La risposta, che sta prendendo forma nelle aule giudiziarie, nei corridoi del Dipartimento dell’Energia e nelle riunioni dell’Abundance Institute, ci sta portando dritti verso un futuro in cui il prezzo dell’energia “troppo economica per misurarla” potrebbe essere, ancora una volta, un conto salatissimo e incalcolabile, pagato in termini di sicurezza collettiva e fiducia nelle istituzioni. Stiamo vendendo il nostro guardiano del sonno atomico per una manciata di azioni. È un affare con il diavolo che la storia, purtroppo, ci ha già insegnato a riconoscere. Foto in evidenza: Indian Point smetterà definitivamente di produrre energia nucleare, coronando una lunga battaglia per una fonte di elettricità fondamentale per la vicina New York City, che gli oppositori hanno definito una minaccia per la sicurezza di milioni di persone nella densamente popolata area metropolitana. (26 aprile 2021, AP Photo/Seth Wenig) L'articolo Stanno privatizzando l’atomo e il pericolo più grande è un letale conflitto di interessi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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