di Francesca Carone*
L’urlo come elemento catalizzatore e manipolatore dell’opinione pubblica,
fomentatore e guida del Pensiero unico, convince gli indecisi e corteggia i mass
media. Lo ha capito la Premier Meloni. Lo aveva sperimentato a suo tempo Beppe
Grillo con i suoi urlanti imperativi categorici che portarono i 5 Stelle alla
gloria. Poi però l’impeto e la sua famelica retorica urlata incontrarono la
politica mistica e silenziosa di Draghi e l’incanto si ruppe.
Chi urla rompe gli indugi e conquista, con qualche strana alchimia, quella sacca
sociale stanca e sfiduciata che cammina a testa china, che ha perso l’entusiasmo
e delega agli altri la sua partecipazione politica depotenziando e svilendo
sempre più la sua libertà. Nell’urlo c’è autorevolezza, forza, tenacia, sfida,
lotta: esattamente ciò che la politica ha tolto alla gente, che delega la sua
azione all’oratore urlante, convinto che lo farà risorgere dalle ceneri del
nichilismo aberrante in cui è scivolato e che il Mondo vivrà beato tra
uguaglianza e Diritto.
Questa intensa tensione morale trova risposta nella strabica autorevolezza della
politica urlata, decentrata in concetti e parole che toccano la sofferenza e il
malcontento della gente.
L’attore politico urlante ha sempre qualcosa da dire, dimostrare, rinfacciare,
difendere attraverso la dialettica di attacco. Chi urla ha rinunciato
all’essenza partecipativa della politica e corre nelle retrovie di una
fantomatica lotta eroica che inneggia ai diritti di tutti, ma che in realtà
opera per il bene di pochi eletti. A suo modo anche “L’urlo” di Munch riproduce
una sovrapposizione emotiva ed esistenziale che disorienta e in qualche modo
richiama l’urlo della politica ingannevole e autoritaria. L’urlo è un fenomeno
sociale praticato per favorire il consenso e l’adesione di elettori confusi o la
conferma di quelli filogovernativi, dirottando tutti gli altri elettori verso la
pratica del non che rappresenta l’anticamera alla deriva democratica e
legalitaria.
L’impatto di questa pratica abusante della politica è deleterio: l’urlo crea
dipendenza momentanea. Poi in realtà passata la sbornia dell’inno urlante, tutto
ritorna come prima, se non peggio di prima. L’urlo dei politicanti ha solo
coperto, con un bellissimo tappeto, lo sporco stagnante che regna da anni. Dopo
l’urlo teatrale e autoreferenziale di alcuni politici arriva la classica
astinenza massiva da voto: a guadagnarci (come è successo con il governo
attuale) è la classe degli urlatori con la lunga scia di adepti e subadepti. E
il gioco è fatto, come da copione.
Chi fa politica recita una parte. Parla, urla, convince, manipola e intimorisce:
da Trump, a Milei, fino alla nostra Presidente del Consiglio, calcano le scene
mediatiche e palinsesti simpatizzanti con slogan urlati dentro una narrazione
surreale e a tratti contorta.
Il cosiddetto Nuovo ordine Mondiale passa attraverso la controversa politica
degenerante dell’urlo e della manipolazione. L’altra sera da Gramellini lo
storico Mieli, persona di forte statura intellettuale, in un intervento ha
espresso un certo timore per la politica trumpiana, quasi giustificando chi non
osa mettersi contro o chi si allinea alla sua politica. Certo l’America di Trump
fa paura, ma il dissenso è uno strumento necessario per mantenere l’equilibrio
democratico e partecipativo. Sicuramente il coercitivo intervento di Trump
contro il presidente venezuelano non viaggia in acque di legittimità e legalità.
E barattare la Pace mondiale con un “Pezzo di ghiaccio” (così ha definito la
Groenlandia Trump) non è proprio da premio Nobel per la Pace.
Insomma oggi la politica deve procedere alla stregua di un contorsionista
brillo: urlare, dibattere, argomentare e sloganizzare su economia, giustizia,
scuola, sanità, tenendo banco, con voli pindarici, alle argomentazioni smussate,
noiose, sobrie e gentili, spesso divisive, dell’Opposizione. Alle metafore e
alla narrazione di un Presidente Usa in balìa di un aggressivo superomismo, si
contrappone la sfiducia, la sofferenza l’impotenza di una parte della società
che preferisce il silenzio e la dissolvenza politica.
Resta da capire se anche il nostro Paese vive all’interno di una nebulosa
politica surrogata che continuerà ad urlare e sdoganare i soliti slogan del “Va
tutto bene”. E se qualcosa non va bene è colpa di quelli che hanno governato
prima. Rei di non aver urlato abbastanza e aver dissentito democraticamente
anche all’interno della stessa coalizione. Perché il dissenso rimane sempre e
comunque un grande strumento democratico.
*Insegnante
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intimorisce proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo. Resto qui, a guardare e a
pensare… in silenzio, perchè è la forma più elevata di presenza”. Si conclude
così un lungo e introspettivo post di Beppe Grillo, fondatore ed ex Garante del
Movimento 5 stelle, estromesso dal partito un anno fa dopo la rottura con il
leader Giuseppe Conte. Nel suo “messaggio di fine anno”, pubblicato sui social
nel pomeriggio del 31 dicembre, Grillo descrive “un Paese che si è abituato a
tutto, all’ingiustizia che diventa una procedura, al dolore che diventa una
pratica amministrativa e al silenzio che viene scambiato per equilibrio. Ho
parlato tanto, ho urlato, riso e insistito. Ho detto cose scomode quando era
sconveniente dirle e cose impopolari quando forse conveniva starsene zitti, ma
poi sono rimasto in silenzio perché arriva un punto in cui le parole rischiano
di diventare parte del rumore. Mi sento in uno stato in cui non esiste noia,
tristezza, nè dolore fisico e morale. Un bozzolo dalle dimensioni infinite”.
Il 2025, scrive l’ex comico, “è stato un anno di sottrazione, che ha tolto più
di quanto abbia dato. Ha tolto senso alle parole, voglia di spiegare; non c’è
più neanche il senso del pudore, che una volta almeno ti costringeva ad
abbassare gli occhi, oggi si guarda dritto in camera e si mente senza battere
ciglio. E poi c’è la giustizia, quella parola “solenne” agitata da tutti come
una bandiera e usata come una clava. Ci sono cose che non entrano nei bilanci di
fine anno, esistono ferite che non fanno notizia e cambiano il modo di guardare
il mondo, insegnano che la verità segue percorsi tortuosi e che la giustizia
spesso procede con tempi e logiche lontane da ciò che appare davvero giusto. E
la politica continua a recitare, cambiano le sigle, i simboli, gli accordi, e le
facce sono sempre le stesse, che come zombie si trascinano con la scorta tra i
palazzi. A fine anno”, conclude, “si chiede fiducia all’anno che sta arrivando,
ma l’anno nuovo non merita per forza fiducia automatica, la fiducia richiede
attenzione, occhi ben spalancati e memoria, perché dimenticare resta il modo più
semplice per ripetere sempre gli stessi errori”.
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zombie. La parola “giustizia” agitata come una clava” proviene da Il Fatto
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