Nel vicentino, tra i Comuni di Montecchio Precalcino, Dueville e Villaverla,
potrebbe essere realizzato un impianto per il trattamento di rifiuti sanitari
pericolosi a rischio infettivo. A meno di due km dal Bosco delle Risorgive di
Dueville e dall’Oasi naturalistica di Villaverla. Ma anche dalle risorgive del
fiume Bacchiglione, insomma dal sistema acquifero più grande dell’Europa
occidentale, dal quale viene prelevata l’acqua destinata agli acquedotti di
Padova e Vicenza. Per contrastare l’operazione a gennaio 2025 si è costituito il
“Comitato Tuteliamo la Salute” con lo scopo di “tutelare il diritto alla salute
di tutti i cittadini dei territori coinvolti” e “salvaguardare le matrici
ambientali”. Comitato che all’inizio dell’anno ha avuto notizia che la petizione
per segnalare potenziali violazioni alle norme europee, nel caso il progetto
venisse approvato, inviata lo scorso agosto alla Commissione Europea, è stata
giudicata ammissibile. Insomma Bruxelles analizzerà il progetto.
Il progetto presentato dal gruppo EcoEridania attraverso la controllata Silva
srl, prevede la “realizzazione di una piattaforma multifunzionale per il
trattamento di rifiuti pericolosi e non e per la produzione di materie prime e
End of Waste per le fonderie”. Nella richiesta di luglio 2024 alla Regione
Veneto per il rilascio del Provvedimento Autorizzativo Unico Regionale si legge
che “l’impianto sarà finalizzato a due attività principali, il trattamento con
finalità di recupero di rifiuti sanitari, per una potenzialità complessiva di
32.000 tonnellate annue, con annesso Stoccaggio ed il trattamento, con finalità
di recupero delle sabbie di fonderia, per una potenzialità complessiva di 70.000
tonnellate annue, con annesso stoccaggio”. In aggiunta, la richiesta di
autorizzazione riguarda anche l’accumulo temporaneo di rifiuti pericolosi e non,
con tempi di stoccaggio fino a 12 mesi. Rifiuti, sia liquidi che solidi,
depositati nell’impianto prima di essere trasportati verso altri centri
specializzati per il loro smaltimento.
Così si procederà ad una modifica dello stabilimento esistente, esteso su 60mila
mq, dei quali 40mila occupati dagli impianti di rigenerazione e produzione
sabbie prerivestite, già di proprietà della Safond Martini, autorizzato a
dicembre 2012 al solo trattamento delle sabbie di fonderia e alle emissioni.
“Nel particolare, l’intervento, articola una serie di nuove costruzioni
all’interno dell’area ridefinendo alcune funzioni”, si legge nella Relazione di
luglio 2024.
Nell’impianto sarebbero quindi trattati Rifiuti sanitari pericolosi a rischio
infettivo, compresi quelli provenienti da ambienti di isolamento infettivo ad
alto rischio di trasmissione biologica aerea. Ma anche altre tipologie di scarti
pericolosi, tra cui Rifiuti agrochimici, Rifiuti contenenti mercurio e altri
metalli, Rifiuti organici e inorganici. Oltre a Gas in contenitori a pressione,
Sostanze chimiche di laboratorio, vetro, plastica e legno contaminati,
medicinali citotossici e citostatici. E poi, tubi fluorescenti e altri rifiuti
contenenti mercurio, Vernici, inchiostri, adesivi e resine.
A giugno Silva ha proceduto a fornire alcune integrazioni. A dicembre c’è stata
l’autorizzazione con prescrizioni della Commissione per la Valutazione di
Impatto Ambientale. Ma la Regione si è presa ulteriore tempo per decidere.
Per il Comitato Tuteliamo la Salute il rischio sarebbe di contaminazione per le
falde in un territorio, quello di Dueville, che non dispone dell’acquedotto e di
un possibile aumento delle emissioni atmosferiche in un’area già fragile. Con un
significativo peggioramento della qualità della vita dei residenti in un
territorio già fortemente segnato. “Silva non sta dimostrando di considerare la
prevedibile, per non dire certa, presenza di PFAS”, una vasta famiglia di
composti chimici artificiali, che potenzialmente possono provocare rischi sulla
salute umana e animale, scrive il Comitato nelle Osservazioni al progetto.
Inoltre “Non riteniamo ecologicamente accettabile far arrivare sul sito le
tonnellate di rifiuti previste, solide e liquide, pericolose e non, che qui non
vengono trattate, ma stoccate in attesa di essere inviate ad altro sito di
trattamento”. C’è dell’altro secondo il Comitato. Il traffico di mezzi pesanti
connesso al nuovo impianto, lungo la strada antistante Villa Forni Cerato
appartenente al sito Unesco “Città di Vicenza e le ville del Palladio nel
Veneto”, potrebbe comprometterne lo stato di conservazione e metterne a rischio
la permanenza nella lista del Patrimonio mondiale. Come evidenzia anche la
Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Verona,
Rovigo e Vicenza ad agosto 2025. Senza contare la più che presumibile
svalutazione degli immobili e dei terreni e il progressivo spopolamento.
Criticità e preoccupazioni sono state evidenziate, tra luglio e agosto 2025,
dalla maggior parte degli Enti coinvolti nel procedimento autorizzativo. “Si
ribadisce che l’attività proposta dalla Silva risulta non compatibile con il
quadro ambientale esistente e lo scrivente Consiglio esprime la propria
contrarietà riguardo l’attività in oggetto”, scrive il Consiglio di Bacino
dell’ambito Bacchiglione. “Visto il contesto territoriale su cui insiste il sito
in oggetto, visto l’assetto idrogeologico del sottosuolo e la vulnerabilità
della zona di ricarica degli acquiferi”, scrive Viacqua, l’Azienda per la
fornitura di acqua a Vicenza, “si manifestano serie perplessità sulla
compatibilità ambientale dell’insediamento prospettato dalla ditta”.
AcegasApsAmga Spa, acqua, ambiente, reti energia a Nordest, “esprime la non
compatibilità del Progetto”.
Sul fronte delle amministrazioni, quella di Montecchio Precalcino “non ritiene
accettabili le soluzioni viabilistiche proposte e invita gli enti competenti a
richiedere una profonda revisione dello studio, con l’obiettivo di proporre
alternative realmente sostenibili per il territorio”. Mentre il Comune di
Dueville, sottolinea diverse, rilevanti, criticità. Si prospetta “un incremento
dichiarato di traffico di veicoli pesanti di +693% e quello leggero di +584%”. I
pozzi privati ad uso idropotabile, vitali per i cittadini del Comune privi di
allacciamento acquedottistico, i quali “rimangono fortemente esposti a fenomeni
di contaminazione in caso di incidentalità”. Infine i “Versamenti di liquidi
potenzialmente pericolosi”, per i quali si ritiene che la Gravità vada
considerata di categoria “Significante”, se non più realisticamente “Grave”,
determinando un rischio “Elevato”.
Mentre il consiglio comunale di Villaverla propone delle prescrizioni e delle
precauzioni, il Comune di Sarcedo, “rileva come lo “Studio di impatto
viabilistico” e la relativa “Risposta alle osservazioni”, non hanno superato i
timori che erano già stati esplicitati, al contrario li hanno confermati stante
le incongruenze emergenti ed evidenziate nella documentazione integrativa”.
Cresce l’attesa per la decisione della Regione. Ma intanto Bruxelles inizia ad
occuparsi della questione.
L'articolo Arriva a Bruxelles il caso della discarica di rifiuti tossici vicino
al fiume Bacchiglione. Da cui arriva l’acqua per Padova e Vicenza proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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A Crotone si muore mentre Eni Rewind e le istituzioni locali discutono del luogo
dove smaltire i rifiuti radioattivi da bonificare. All’improvviso, infatti, l’8
gennaio l’Eni ha comunicato di aver sospeso le attività di scavo perché sono
stati trovati materiali contenenti tenorm, residui radioattivi di origine
naturale derivanti da lavorazioni industriali. Lo scontro vale quasi due
miliardi di euro ed è sempre sulla pelle dei crotonesi che hanno il “primato” di
vivere in uno dei luoghi a più alto rischio tumori. La colpa è del “mostro”. E
il “mostro” è sempre lì, a fare bella mostra di sé per chi, percorrendo la
statale 106, si appresta ad entrare nella città che si affaccia sullo Jonio. È
l’“ex Sin”, un sito di interesse nazionale che dall’inizio degli anni 2000 deve
essere bonificato dall’Eni. Complessivamente un milione di tonnellate di rifiuti
interrati, frutto di un’illusione durata oltre 70 anni in cui Crotone ha creduto
di essere la “Torino del Sud”. Una zona industriale grazie all’ex Montedison e
alla Pertusola, due stabilimenti che oggi sono un ammasso di zinco, cadmio,
piombo, rame, arsenico ma anche amianto e, appunto, tenorm. Metalli pesanti che
hanno contaminato un pezzo di Calabria. Per capire di cosa si tratta è
sufficiente leggere i dati dell’Istituto Superiore di Sanità. Numeri impietosi
che certificano “un impatto sanitario già in atto”, si legge nella relazione
sull’ex Sin approvata nelle settimane scorse dalla Commissione parlamentare
bicamerale di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e
su illeciti ambientali e agroalimentari.
Il rapporto “Sentieri” dell’Iss, infatti, documenta “un eccesso di mortalità per
tumore del fegato e dei dotti biliari in entrambi i generi”, nonché “eccessi di
linfomi non-Hodgkin, tumori mammari, polmonari e renali” e “tumori in età
pediatrica”. Se questo è il rischio, la soluzione non può essere l’ennesimo
sacrificio da chiedere ai crotonesi che hanno già pagato la loro condanna. Tutto
il resto sono polemiche e, soprattutto, denaro che l’Eni dovrebbe spendere per
bonificare l’area su cui insiste ancora “il mostro”. Nella redazione redatta
dalla commissione guidata da Jacopo Morrone c’è scritto che “il quadro
complessivo mette in luce che i ritardi, le varianti progettuali mai rese
operative e l’assenza di siti di conferimento definiti hanno generato un danno
ambientale e sociale che continua a gravare sul territorio e sulla salute
pubblica, aggravio dei costi e rischio di aggravamento della contaminazione;
esposizione crescente a rischi criminali e distorsioni negli appalti”. Il
relatore di minoranza, il senatore Nicola Irto (Pd), aveva sottolineato “il
bisogno di atti immediati, di una governance efficace, di controlli serrati e
del rispetto tassativo del principio secondo cui chi inquina paga. Le comunità
del crotonese devono avere presto una bonifica radicale, sicura e definitiva”.
Già nel maggio 2024, la multinazionale aveva lamentato l’assenza in Italia di
discariche in cui era possibile smaltire tenorm e amianto se non in quella di
Crotone. Cosa impossibile dopo che un’ordinanza del ministero dell’Ambiente nel
2020 ha accolto il vincolo inserito nel procedimento autorizzativo unico (Paur)
posto nel 2019 dalla Regione. Se non si può parlare di empasse superato,
quantomeno negli ultimi due anni i lavori sono andati comunque avanti. Fino a
pochi giorni fa quando Eni ha deciso di sospendere le attività di scavo nella
discarica fronte mare (l’ex Pertusola, ndr) a seguito del rinvenimento
“imprevisto” di materiali contenenti Tenorm. Alla “criticità logistica
insuperabile al momento” non credono il presidente della Provincia Fabio Manica
e il sindaco di Crotone Vincenzo Voce secondo cui la decisione di Eni Rewind è
“un fatto di estrema gravità che non può essere liquidato come un semplice
imprevisto tecnico. Siamo di fronte all’ennesimo tentativo di arresto di un
percorso che dura da oltre vent’anni, dopo decenni di progettazione, studi,
caratterizzazioni e promesse. Non sono più accettabili rinvii, sospensioni o
continui cambi di scenario”.
Manica e Voce, infatti, sospettano che lo stop dimostri la volontà di Eni di
riproporre l’ipotesi di lasciare i rifiuti a Crotone, nella discarica della
Sovreco Spa, di proprietà degli imprenditori Vrenna. Per i due politici locali,
inoltre, Eni vorrebbe evitare l’intervento di soil-mixing, previsto sui 360mila
metri cubi di suoli dell’area Pertusola. Si tratta una tecnica che consiste nel
perforare il terreno con un’elica e iniettare una miscela cementizia, creando
colonne che inglobano i metalli all’interno di un blocco di cemento e terreno,
impedendone la migrazione. Una soluzione che, però, comporta costi elevatissimi.
“È del tutto evidente che non sussista alcuna alternativa al conferimento
altrove” scrivono Manica e Voce ribadendo il vincolo di portare i rifiuti fuori
regione. Se gli impianti esteri sono indisponibili “Eni Rewind o Edison
provvedano al reperimento o alla costruzione e autorizzazione di un nuovo
impianto di confinamento fuori regione”. Parlare di nuova scoperta equivarrebbe
ad “ammettere che le caratterizzazioni (dei carotaggi tenorm, ndr) siano state
eseguite in modo errato o incompleto. Per queste ragioni – concludono il
presidente della Provincia e il sindaco – abbiamo chiesto al Ministero
dell’Ambiente la convocazione urgente di una conferenza dei servizi, con la
partecipazione di tutte le amministrazioni competenti, affinché il soggetto
responsabile della bonifica sia posto di fronte alle proprie responsabilità”.
Per la multinazionale, “lo stop era dovuto, in quanto il decreto ministeriale
che ha autorizzato il progetto di bonifica prevede che qualora fossero accertate
nuove contaminazioni, Eni Rewind ha l’obbligo di informare gli enti affinché
possano valutare la necessità di una variante del progetto. La presenza di
questa tipologia di materiali non era prevista nella discarica ex Pertusola dal
progetto di bonifica autorizzato e non risultano disponibili impianti in Italia
e negli altri Paesi europei per lo smaltimento di Tenorm”. “Le discariche
utilizzate finora per smaltire i rifiuti prodotti dalla bonifica di Crotone –
spiega ancora il colosso energetico – in particolare in Italia per i materiali
non pericolosi e in Svezia per quelli pericolosi, non possono ricevere materiali
con Tenorm. Eni Rewind ha richiesto al prefetto di Crotone la convocazione della
commissione competente per approfondire le opzioni percorribili per la gestione
dei materiali con Tenorm nel rispetto delle normative di radioprotezione e
sicurezza pubblica. Gli esiti di tali approfondimenti saranno recepiti da Eni
Rewind per la predisposizione dell’eventuale variante del progetto di bonifica,
che sarà sottoposto all’approvazione della competente conferenza dei servizi
ministeriale”.
Sulla vicenda è intervenuto anche l’ex governatore della Calabria Mario Oliverio
secondo cui “l’ultima mossa di Eni Rewind, che pretende di dettare i tempi
convocando tavoli tecnici, non è che l’ennesimo atto di arroganza verso Crotone
e le sue istituzioni. È ora di ristabilire la verità: non spetta al prefetto di
Crotone cercare soluzioni di comodo per i rifiuti che Eni Rewind si ostina a non
voler spostare. La responsabilità è interamente del gestore, Eni Rewind, come
sancito dal Paur e dal decreto ministeriale 7/2020. Per Eni la bonifica è un
obbligo di legge, non una facoltà da esercitare a proprio piacimento”. “In
questi anni – conclude Oliverio – abbiamo assistito al paradosso inaccettabile
di una società che agisce contemporaneamente come controllore e controllato. Ma
i nodi stanno venendo al pettine. Per anni, spalleggiata da alcuni ‘soloni’ di
Stato e delle Istituzioni, Eni Rewind ha raccontato la favola dell’inesistenza
di impianti in Italia e in Europa pronti a ricevere i veleni del Sin di Crotone.
Una menzogna smentita dai fatti: già nel 2021 relazioni ufficiali indicavano la
disponibilità di impianti in Germania e nei Paesi Bassi, e solo pochi mesi fa è
‘magicamente’ spuntata un’opzione in Svezia. Il sospetto che si tratti di un
disegno lucido a cui Eni Rewind non ha mai rinunciato è più che legittimo, anzi
fondato: evitare una bonifica reale per non sborsare la cifra di oltre 1
miliardo e 800 milioni di euro, già quantificata dall’Ispra davanti alla
commissione bicamerale Ecomafie nel 2012. L’obiettivo è lasciare i rifiuti
radioattivi a Crotone per mero risparmio aziendale, ignorando deliberatamente
che quegli stessi veleni sono la causa di patologie oncologiche e sofferenze che
da decenni decimano le famiglie crotonesi”.
L'articolo Trovato materiale radioattivo: stop a bonifica del “mostro” di
Crotone. Comune e Provincia: “Rinvii inaccettabili” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Materiali metallici ferrosi e non ferrosi ma batterie esauste. Erano i rifiuti
pericolosi accumulati in un’area del comune di Niscemi. Lo stoccaggio avveniva
in modo grossolano e privo di misure di sicurezza. Per questo a Caltanissetta
sono state eseguite diverse venti ordinanze cautelari nell’ambito di una
indagine per traffico e smaltimento dei rifiuti. I finanzieri del comando
provinciale, con il reparto operativo Aeronavale di Palermo hanno inoltre
eseguito il sequestro di un’azienda del settore su ordine del gip. A seguito
dell’operazione e dopo gli interrogatori di rito, sono finiti sotto custodia due
uomini: in carcere un imprenditore di Niscemi, a cui sono stati sequestrati
preventivamente mezzi e complessi aziendali per 2 milioni di euro, e ai
domiciliari uno di Gela.
Obbligo o divieto di dimora invece per altri 12 indagati e obbligo di
presentazione alla polizia giudiziaria per altri tre, accusati di far parte di
un’associazione a delinquere. Quest’ultima avrebbe agito abusivamente
nell’ambito del traffico e della gestione dei rifiuti speciali. Sono state
eseguite inoltre tre misure interdittive del divieto di esercitare attività
imprenditoriale per altrettanti titolari di ditte e alcuni rappresentanti di
società del settore.
Lo stoccaggio dei rifiuti, secondo la procura, avveniva in modo grossolano e
privo di misure di sicurezza, con una suddivisione approssimativa di rifiuto. In
particolare, dopo la pesatura, i rifiuti ferrosi – tra cui prodotti in ferro,
fusti, elettrodomestici, e veicoli – che rappresentavano la componente più
voluminosa, venivano scaricati dai mezzi dei conferitori, quasi sempre
autocarri, anche con l’ausilio di una gru, e accumulati direttamente sulla terra
battuta del piazzale dell’azienda niscemese
I rifiuti speciali venivano poggiati direttamente a terra ed erano privi di
qualsiasi protezione o impermeabilizzazione. Metodo che avrebbe reso alto il
rischio ambientale, con il pericolo di contaminazione per i terreni e le falde
acquifere.
Sequestrati nell’ambito dell’operazione circa 5.000 chilogrammi di rifiuti
speciali destinati a un deposito catanese. Tra questi: motori termici non
bonificati e filtri pieni d’olio. Nelle intercettazioni, sono state riscontrate
anche delle condotte intimidatorie da parte di un’imprenditore indagato. L’uomo
– in una conversazione telefonica – si riferiva a un cliente palermitano
intimandogli di restituire dei crediti pregressi tramite dei pagamenti da
duemila euro mensili e minacciava, nel caso di mancata riscossione, gravissime
conseguenze.
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L'articolo Fusti, elettrodomestici e prodotti in ferro. I rifiuti pericolosi
accumulati in un sito di Niscemi: 20 misure a Caltanissetta proviene da Il Fatto
Quotidiano.