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Il boss “Scarface” comandava dal carcere tra droga, estorsioni e pizzo: 19 arresti
“La priorità sono i carcerati e quello che resta dopo ce lo dividiamo noi”. L’intercettazione finita nell’inchiesta “Libeccio” rende l’idea di come i boss di Isola Capo Rizzuto, mentre erano detenuti, riuscissero a gestire gli affari del clan: dalle estorsioni al traffico di droga, passando per le frizioni avvenute dietro le sbarre. Martedì all’alba è scattato il blitz dei carabinieri di Crotone e del Ros che hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla giudice per le indagini preliminari, Arianna Roccia, su richiesta della Dda di Catanzaro guidata dal procuratore Salvatore Curcio. In manette sono finite 19 persone (18 in carcere e una ai domiciliari), indagate a vario titolo per associazione mafiosa, estorsione, rapina impropria, accesso indebito ai dispositivi idonei alla comunicazione da parte dei soggetti detenuti e traffico di droga. Il provvedimento di arresto è stato eseguito non solo in provincia di Crotone, ma anche nelle strutture carcerarie di Catanzaro Siano, Tolmezzo, Spoleto, Cassino e Napoli Secondigliano. SCARFACE Al centro dell’inchiesta c’è il boss Pasquale Manfredi, detto “Scarface”, affiliato alla cosca Nicoscia di Isola Capo Rizzuto. È il figlio di Mario Manfredi, ucciso in un agguato nel 2005. Nonostante una condanna definitiva a 15 anni di carcere per mafia e un’altra condanna, non definitiva, all’ergastolo per omicidio, Scarface dal regime di alta sicurezza nel carcere di Napoli faceva tutto: concludeva affari, interveniva sul trasferimento dei detenuti da una casa circondariale all’altra e dirimeva questioni familiari. Come quella verificatasi nel carcere di Rovigo dove un detenuto aveva litigato con suo figlio, Antonio Manfredi, pure lui arrestato. È proprio quest’ultimo che, in un’intercettazione, spiega i consigli ricevuti dal padre su come comportarsi ripetendo tutto il discorso che avrebbe dovuto fare al detenuto con il quale aveva avuto il diverbio: “‘Francé vedi che papà mi sta dicendo questo qua! Di chiuderla bella pulita, pulita’. Quando vedi che lui insiste, che ancora comincia a fare il lunatico, ‘Francé, papà mi ha detto di chiuderla, però papà mi ha detto un’altra cosa pure: che se insisti e mi tocchi un capello, t’ammazza pure a tua madre quella puttana!’. Lo prendi e lo picchi!”. IL PROCURATORE A spiegare cosa succede all’interno delle carceri italiane è il procuratore Curcio: “L’operazione – ha affermato in conferenza stampa – rivela l’ennesimo campanello d’allarme. Infatti è stata diretta verso soggetti detenuti, cinque in regime di alta sicurezza, che impartivano ordini dal carcere, interagendo e interloquendo con l’esterno ma anche tra di loro, da un carcere all’altro”. Le comunicazioni, neanche a dirlo, avvenivano per telefono. Ed è sempre il boss “Scarface” a dettare gli ordini parlando con Daiane Perziano. Anche lei arrestata, oltre a essere “la principale finanziatrice dell’associazione”, la donna “doveva fungere da intermediaria con l’esterno, occupandosi di trascrivere i messaggi” che il boss “indirizzava agli altri sodali”. “Gli devi dire a ‘S’ pure, a Simone… – dice Scarface – con la massima urgenza che mi servono tre schede urgentemente, una per lui, una per la casa e una per te!… con la massima urgenza però Dà (Daiana, ndr)! Anzi quattro schede che una gliela diamo a quel ragazzo che è di Crotone”. Droga ed estorsioni: per Pasquale Manfredi era la sua “azienda”. Che doveva essere tutelata anche dagli errori degli stessi figli. Inveendo contro uno di loro, il capocosca si sfoga con Daiana Perziano: “Gli avevo detto non prendere iniziative, fatti i cazzi tuoi che non sono cose che appartengono a te… Me la sto facendo io questa impresa. Piano, piano, piano, piano sto facendo questi sacrifici… e adesso ha mischiato altre persone con l’azienda che sto facendo io! Ma è una cosa giusta?”. Il riferimento era al business della droga. Delle estorsioni si occupava anche suo cognato Tommaso Gentile, anche lui arrestato nell’operazione “Libeccio” e già in carcere, da dove addirittura ammoniva, sempre telefonicamente, gli imprenditori spiegando loro a chi avrebbero dovuto pagare il pizzo. L’emissario di Gentile, infatti, un giorno “prese un telefono cellulare con custodia celeste – ha raccontato una vittima ai carabinieri – dicendomi che era collegato in viva voce Tommaso Gentile, figlio di Franco, che era detenuto, e mi invitò a parlare con lui. Io mi rifiutai e nell’occasione sentii una voce dall’altro capo del telefono di un soggetto che mi fu detto essere Tommaso Gentile, il quale mi riferì che se avessi preso un appalto a Isola mi sarei dovuto rivolgere al Capicchiano”. APPALTI A proposito di appalti, la cosca di Isola Capo Rizzuto ha tentato di infiltrarsi anche in quello per la costruzione del muro di recinzione dell’aeroporto, in località Sant’Anna. L’importo dei lavori era di 37 milioni di euro per cui “una milionata – dice l’arrestato Simone Morelli – ce la devono versare”. “Questa indagine – ha affermato il procuratore Curcio – ha rivelato la precarietà e la permeabilità non solo dello stato di detenzione, ma anche delle sezioni di alta sicurezza, le quali risultano tali solo nominalmente e sono assolutamente inadeguate a garantire l’effettiva impermeabilità del circuito. Questa è la nota distintiva di questa investigazione e induce a una riflessione. Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e il Ministero della Giustizia sono impegnati a ridisegnare i circuiti di detenzione e, quanto prima, riteniamo possibile un intervento decisivo affinché il circuito di alta sicurezza torni a essere effettivamente tale e non rimanga una mera indicazione nominale”. FOTO DI ARCHIVIO L'articolo Il boss “Scarface” comandava dal carcere tra droga, estorsioni e pizzo: 19 arresti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Processo Cutro “vietato” alla stampa, niente telecamere e niente audio. Fuori anche Radio radicale. Le riprese le fa il Tribunale col tablet
Riprese mute e solo per 10 minuti. Registrazioni audio, ma pubblicabili non prima delle motivazioni della sentenza. Già da tempo il lavoro del cronista giudiziario è diventato complicato a causa delle varie normative “bavaglio” approvate dai governi degli ultimi anni, il modo che la politica ha trovato per relegare le inchieste a una questione tra Procure e indagati. Con buona pace del diritto di cronaca e, soprattutto, del diritto del cittadino a informarsi, quantomeno sui temi che hanno un interesse pubblico. Adesso alle leggi “bavaglio” si aggiungono anche la benda per gli occhi e i tappi per le orecchie. IL PROCESSO E GLI IMPUTATI È questa la nuova frontiera con cui devono fare i conti i volenterosi che vorrebbero seguire il processo che si sta celebrando a Crotone sui mancati soccorsi per la tragedia di Cutro e che vede imputati quattro finanzieri e due militari della Guardia costiera rinviati a giudizio per naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. Sarebbero rimasti fermi, o quasi, quando il caicco “Summer love”, partito dalla Turchia, si è schiantato all’alba del 26 febbraio 2023 in una secca a un chilometro dalla costa calabrese provocando la morte di 94 migranti di cui 35 bambini. Un processo in cui c’è in ballo non solo la giustizia per quelle vite umane affogate nel Mediterraneo e per i loro familiari. Lo stesso Stato che si costituisce parte civile se gli imputati sono scafisti ma che, invece, non lo ha fatto stavolta perché sono sotto processo uomini in divisa. Che tra i loro avvocati, oltre a quelli ufficiali e con la toga, possono vantare il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi (“Sono certo che dimostreranno la loro estraneità”), il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti (“Tutto sarà chiarito e i militari riusciranno a dimostrare la loro innocenza”) e, neanche a dirlo, il vicepremier Matteo Salvini che è andato anche oltre scagliandosi contro i giudici (“Una sola parola: Vergogna. Processare sei militari, che ogni giorno rischiano la vita per salvare altre vite. Vergogna”). Se una parte dello Stato (la Procura di Crotone e i carabinieri che hanno condotto le indagini) viene attaccata da un’altra parte dello Stato (il governo) nel tentativo di difendere una terza parte dello Stato (i militari imputati) che doveva farsi carico del salvataggio di vite umane, basterebbe questo per consentire la più ampia pubblicità del processo sul naufragio di Cutro. IL DIVIETO ASSOLUTO Tutto, invece, deve avvenire a porte chiuse e chi entra in aula (ancora il codice di procedura penale consente l’ingresso, ndr) ha l’obbligo di non filmare e di non registrare l’udienza pubblica. L’audio potrà essere richiesto (immaginiamo dietro il pagamento dei diritti, ndr) solo alla cancelleria ma come “ogni ulteriore istanza di accesso ai file sia audio che video delle prossime udienze sarà esaminata dal Collegio soltanto all’esito del deposito della motivazione della sentenza”. Tradotto (visti i tempi dei processi): tra qualche anno. Come ha stabilito il giudice Alfonso Scibona che presiede il collegio penale e che ha firmato un’ordinanza della quale, a farne le spese, è la stampa e, in particolare, Radio Radicale che da anni svolge una “funzione pedagogica” per il Paese trasmettendo in diretta i processi più importanti d’Italia e consentendo con un semplice link di seguire le udienze ai cittadini di Bolzano così come a quelli di Siracusa. L’ORDINANZA DEL GIUDICE E mentre un altro collegio penale dello stesso Tribunale di Crotone ha autorizzato addirittura la diretta streaming di un processo di mafia, ancora in corso, il collegio davanti al quale si sta celebrando il processo per la strage di Cutro ha chiarito che le misure “restrittive” per la stampa sono state disposte per “assicurarsi la necessità di evitare ogni forma di contaminazione della genuinità della prova considerato che detto interesse rischierebbe di essere inevitabilmente pregiudicato allorché si accordasse ad un teste la possibilità di preconfezionare le proprie dichiarazioni e la propria versione dei fatti e circostanze mediante accesso all’audio e al video dell’udienza in cui si è raccolta la ricostruzione offerta dagli altri testimoni già escussi”. Per il giudice Scibona, in sostanza, “non possono trascurarsi gli ulteriori rischi che una sovraesposizione mediatica del processo recherebbe con sé dovendo assicurarsi una gestione dell’istruttoria tesa a mettere al proprio agio i testi e evitare che essi, preoccupati di finire su tutti i giornali il giorno dopo a causa di una divulgazione talvolta incontrollata della rispettiva immagine e delle loro dichiarazioni, possano essere indotti anche alla reticenza”. UN TABLET PER LE RIPRESE Niente audio quindi e niente telecamere: le televisioni e i giornali potranno solo dieci minuti della prima mezz’ora di ogni udienza. La “registrazione – ha chiarito il Tribunale – avverrà mediante postazione fissa, collocata in fondo all’aula, priva di inquadrature con effetto zoom e sempre previa interlocuzione con le parti interessate”. Per capire cosa il Tribunale intenda per “postazione fissa collocata in fondo all’aula e priva di inquadrature con effetto zoom”, è utile leggere il sito “ilcrotonese.it” che era presente all’ultima udienza e che, perciò, regala agli assenti giustificati l’immagine di una giustizia quantomeno impacciata. Ma anche quella di un “povero funzionario” improvvisato “cameramen di ufficio”. “La telecamera trovata dal Tribunale di Crotone – si legge nell’articolo – era un tablet poggiato su un tomo di un codice penale all’ultimo banco dell’aula. Posizione impossibile per le riprese visto che davanti c’era il pubblico. Il funzionario del Tribunale chiamato a fare le riprese si è dovuto necessariamente alzare e tenere in mano il tablet”. L'articolo Processo Cutro “vietato” alla stampa, niente telecamere e niente audio. Fuori anche Radio radicale. Le riprese le fa il Tribunale col tablet proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Evento sulla strage di Cutro, ora il preside ci ripensa. Ma con la Cgil invita anche il sindaco e il vescovo
“L’Aula magna della nostra scuola sarà concessa per la commemorazione dei migranti tragicamente scomparsi nel naufragio avvenuto a Cutro il 26 febbraio 2023“. A ventiquattr’ore dalla richiesta dell’Ufficio scolastico regionale di “rivedere la propria posizione”, il dirigente dell’istituto “Barlacchi-Lucifero” di Crotone che inizialmente aveva negato la sala al sindacato per la “mancanza del contradditorio”, ha fatto il passo indietro. Non solo. Dopo aver deciso di invitare anche il vescovo e il sindaco di Crotone, ha fatto un’ulteriore retromarcia spiegando a ilfattoquotidiano.it che il sindacato – dopo aver saputo dell’eventuale presenza delle autorità civili e religiose – ha chiesto di coinvolgere solo i ragazzi. La telefonata ad Arcuri è arrivata direttamente dal segretario regionale della della Flc Cgil, Alfonso Marcuzzo che contattato non ha risposto. Girolamo Arcuri sostiene di non avere alcuna intenzione di tornare sulla questione della circolare ministeriale che lo ha portato alla scelta di negare la sala per non alimentare polemiche: “Si è trattato di un equivoco generato da un problema tecnico amministrativo. Non c’era e non c’è mai stata da parte mia alcuna intenzione di vietare il ricordo dei migranti scomparsi a Cutro. Il 25 faremo un incontro, alla presenza degli studenti, al quale parteciperanno anche il sindaco della città e il Vescovo oltre alla direttrice dell’Usr”. Il preside fa sapere che, in queste ore concitate, ha chiarito tutta la vicenda con i suoi superiori ed è intenzionato a porre un punto organizzando l’incontro dando voce a più persone. Un caso, quello del “Barlacchi-Lucifero” di Crotone non isolato dal momento che anche in altre scuole i dirigenti stanno facendo i conti con la circolare del 7 novembre scorso avente ad oggetto “Manifestazioni ed eventi pubblici all’interno delle istituzioni scolastiche”, invocata dal dirigente quale motivazione per la revoca dell’autorizzazione. In quella nota – scritta da viale Trastevere a seguito degli incontri con Francesca Albanese – il ministero ha voluto richiamare l’attenzione “sulla necessità che i principi – puntualmente ribaditi nelle linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica – del pluralismo, della partecipazione, della solidarietà, del dialogo e del rispetto reciproco ispirino la complessiva organizzazione dell’offerta formativa curricolare ed extracurricolare e l’intero svolgimento delle attività scolastiche. Ciò, evidentemente, al fine di assolvere al dovere primario di ciascuna istituzione scolastica di promuovere lo sviluppo e la crescita di ogni singolo studente e di assicurare il benessere e l’armonia dell’intera comunità scolastica”. Da qui la prudenza degli istituti nell’organizzare qualsiasi evento visto che la circolare non entra nel dettaglio di quali questioni necessitino di un “contradditorio”. L’Ufficio scolastico regionale per la Calabria ha ritenuto, tuttavia, “inopportuno quanto disposto dal dirigente dell’Iis “Barlacchi-Lucifero” di Crotone, e lo ha invitato a rivedere la propria posizione, a difesa dei valori fondanti della nostra Costituzione”. Un “richiamo” al quale il dirigente si è immediatamente adeguato coinvolgendo diversi attori “per una visione -ci dice Arcuri – polifonica” dei fatti. L'articolo Evento sulla strage di Cutro, ora il preside ci ripensa. Ma con la Cgil invita anche il sindaco e il vescovo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Dovete andare via, non ci rompete il ca**o”: aggressione contro una troupe di “Striscia la notizia”, il cameramen spinto in acqua – IL VIDEO
A Cirò Marina, in provincia di Crotone, una troupe di “Striscia la notizia” ha vissuto momenti di paura. Un gruppo di pescatori ha accerchiato e aggredito l’inviato Michele Macrì e il cameramen che si trovavano nella zona del porto per documentare il business illegale legato alla pesca del bianchetto (un piccolo pesce la cui pesca è vietata). Mentre Macrì spiegava le leggi violate dai pescatori, un gruppo di persone ha aggredito la troupe. Ad avere la peggio è stato il cameramen, che è stato scaraventato in mare insieme all’attrezzatura di ripresa. Macrì stava documentando il sistema illegale, che si basa sulla vendita porta a porta della specie protetta, pescata attraverso l’uso di reti a strascico. La troupe di “Striscia la notizia” si è recata a Cirò Marina per documentare da vicino l’attività illegale e per chiedere spiegazioni ai pescatori. Il clima si è fatto subito ostile, con gli uomini che hanno minacciato gli operatori: “Dovete andare via. Non ci rompete il ca**o”. I pescatori hanno gettato in mare anche tutta l’attrezzatura per la ripresa, cercando di distruggere le immagini. Tuttavia, la troupe è riuscita a recuperare le riprese e il servizio andrà in onda nella puntata di oggi, 5 febbraio. > ❗️ESCLUSIVA STRISCIA❗️ > Cameraman di Striscia scaraventato in mare nel crotonese durante l’inchiesta > di Michele Macrì > Guarda l’anticipazione al link: https://t.co/ggx7eNi4G6#Striscialanotizia > #MicheleMacrì #Crotone pic.twitter.com/sT7J98aoVA > > — Striscia la notizia (@Striscia) February 4, 2026 L'articolo “Dovete andare via, non ci rompete il ca**o”: aggressione contro una troupe di “Striscia la notizia”, il cameramen spinto in acqua – IL VIDEO proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trovato materiale radioattivo: stop a bonifica del “mostro” di Crotone. Comune e Provincia: “Rinvii inaccettabili”
A Crotone si muore mentre Eni Rewind e le istituzioni locali discutono del luogo dove smaltire i rifiuti radioattivi da bonificare. All’improvviso, infatti, l’8 gennaio l’Eni ha comunicato di aver sospeso le attività di scavo perché sono stati trovati materiali contenenti tenorm, residui radioattivi di origine naturale derivanti da lavorazioni industriali. Lo scontro vale quasi due miliardi di euro ed è sempre sulla pelle dei crotonesi che hanno il “primato” di vivere in uno dei luoghi a più alto rischio tumori. La colpa è del “mostro”. E il “mostro” è sempre lì, a fare bella mostra di sé per chi, percorrendo la statale 106, si appresta ad entrare nella città che si affaccia sullo Jonio. È l’“ex Sin”, un sito di interesse nazionale che dall’inizio degli anni 2000 deve essere bonificato dall’Eni. Complessivamente un milione di tonnellate di rifiuti interrati, frutto di un’illusione durata oltre 70 anni in cui Crotone ha creduto di essere la “Torino del Sud”. Una zona industriale grazie all’ex Montedison e alla Pertusola, due stabilimenti che oggi sono un ammasso di zinco, cadmio, piombo, rame, arsenico ma anche amianto e, appunto, tenorm. Metalli pesanti che hanno contaminato un pezzo di Calabria. Per capire di cosa si tratta è sufficiente leggere i dati dell’Istituto Superiore di Sanità. Numeri impietosi che certificano “un impatto sanitario già in atto”, si legge nella relazione sull’ex Sin approvata nelle settimane scorse dalla Commissione parlamentare bicamerale di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali e agroalimentari. Il rapporto “Sentieri” dell’Iss, infatti, documenta “un eccesso di mortalità per tumore del fegato e dei dotti biliari in entrambi i generi”, nonché “eccessi di linfomi non-Hodgkin, tumori mammari, polmonari e renali” e “tumori in età pediatrica”. Se questo è il rischio, la soluzione non può essere l’ennesimo sacrificio da chiedere ai crotonesi che hanno già pagato la loro condanna. Tutto il resto sono polemiche e, soprattutto, denaro che l’Eni dovrebbe spendere per bonificare l’area su cui insiste ancora “il mostro”. Nella redazione redatta dalla commissione guidata da Jacopo Morrone c’è scritto che “il quadro complessivo mette in luce che i ritardi, le varianti progettuali mai rese operative e l’assenza di siti di conferimento definiti hanno generato un danno ambientale e sociale che continua a gravare sul territorio e sulla salute pubblica, aggravio dei costi e rischio di aggravamento della contaminazione; esposizione crescente a rischi criminali e distorsioni negli appalti”. Il relatore di minoranza, il senatore Nicola Irto (Pd), aveva sottolineato “il bisogno di atti immediati, di una governance efficace, di controlli serrati e del rispetto tassativo del principio secondo cui chi inquina paga. Le comunità del crotonese devono avere presto una bonifica radicale, sicura e definitiva”. Già nel maggio 2024, la multinazionale aveva lamentato l’assenza in Italia di discariche in cui era possibile smaltire tenorm e amianto se non in quella di Crotone. Cosa impossibile dopo che un’ordinanza del ministero dell’Ambiente nel 2020 ha accolto il vincolo inserito nel procedimento autorizzativo unico (Paur) posto nel 2019 dalla Regione. Se non si può parlare di empasse superato, quantomeno negli ultimi due anni i lavori sono andati comunque avanti. Fino a pochi giorni fa quando Eni ha deciso di sospendere le attività di scavo nella discarica fronte mare (l’ex Pertusola, ndr) a seguito del rinvenimento “imprevisto” di materiali contenenti Tenorm. Alla “criticità logistica insuperabile al momento” non credono il presidente della Provincia Fabio Manica e il sindaco di Crotone Vincenzo Voce secondo cui la decisione di Eni Rewind è “un fatto di estrema gravità che non può essere liquidato come un semplice imprevisto tecnico. Siamo di fronte all’ennesimo tentativo di arresto di un percorso che dura da oltre vent’anni, dopo decenni di progettazione, studi, caratterizzazioni e promesse. Non sono più accettabili rinvii, sospensioni o continui cambi di scenario”. Manica e Voce, infatti, sospettano che lo stop dimostri la volontà di Eni di riproporre l’ipotesi di lasciare i rifiuti a Crotone, nella discarica della Sovreco Spa, di proprietà degli imprenditori Vrenna. Per i due politici locali, inoltre, Eni vorrebbe evitare l’intervento di soil-mixing, previsto sui 360mila metri cubi di suoli dell’area Pertusola. Si tratta una tecnica che consiste nel perforare il terreno con un’elica e iniettare una miscela cementizia, creando colonne che inglobano i metalli all’interno di un blocco di cemento e terreno, impedendone la migrazione. Una soluzione che, però, comporta costi elevatissimi. “È del tutto evidente che non sussista alcuna alternativa al conferimento altrove” scrivono Manica e Voce ribadendo il vincolo di portare i rifiuti fuori regione. Se gli impianti esteri sono indisponibili “Eni Rewind o Edison provvedano al reperimento o alla costruzione e autorizzazione di un nuovo impianto di confinamento fuori regione”. Parlare di nuova scoperta equivarrebbe ad “ammettere che le caratterizzazioni (dei carotaggi tenorm, ndr) siano state eseguite in modo errato o incompleto. Per queste ragioni – concludono il presidente della Provincia e il sindaco – abbiamo chiesto al Ministero dell’Ambiente la convocazione urgente di una conferenza dei servizi, con la partecipazione di tutte le amministrazioni competenti, affinché il soggetto responsabile della bonifica sia posto di fronte alle proprie responsabilità”. Per la multinazionale, “lo stop era dovuto, in quanto il decreto ministeriale che ha autorizzato il progetto di bonifica prevede che qualora fossero accertate nuove contaminazioni, Eni Rewind ha l’obbligo di informare gli enti affinché possano valutare la necessità di una variante del progetto. La presenza di questa tipologia di materiali non era prevista nella discarica ex Pertusola dal progetto di bonifica autorizzato e non risultano disponibili impianti in Italia e negli altri Paesi europei per lo smaltimento di Tenorm”. “Le discariche utilizzate finora per smaltire i rifiuti prodotti dalla bonifica di Crotone – spiega ancora il colosso energetico – in particolare in Italia per i materiali non pericolosi e in Svezia per quelli pericolosi, non possono ricevere materiali con Tenorm. Eni Rewind ha richiesto al prefetto di Crotone la convocazione della commissione competente per approfondire le opzioni percorribili per la gestione dei materiali con Tenorm nel rispetto delle normative di radioprotezione e sicurezza pubblica. Gli esiti di tali approfondimenti saranno recepiti da Eni Rewind per la predisposizione dell’eventuale variante del progetto di bonifica, che sarà sottoposto all’approvazione della competente conferenza dei servizi ministeriale”. Sulla vicenda è intervenuto anche l’ex governatore della Calabria Mario Oliverio secondo cui “l’ultima mossa di Eni Rewind, che pretende di dettare i tempi convocando tavoli tecnici, non è che l’ennesimo atto di arroganza verso Crotone e le sue istituzioni. È ora di ristabilire la verità: non spetta al prefetto di Crotone cercare soluzioni di comodo per i rifiuti che Eni Rewind si ostina a non voler spostare. La responsabilità è interamente del gestore, Eni Rewind, come sancito dal Paur e dal decreto ministeriale 7/2020. Per Eni la bonifica è un obbligo di legge, non una facoltà da esercitare a proprio piacimento”. “In questi anni – conclude Oliverio – abbiamo assistito al paradosso inaccettabile di una società che agisce contemporaneamente come controllore e controllato. Ma i nodi stanno venendo al pettine. Per anni, spalleggiata da alcuni ‘soloni’ di Stato e delle Istituzioni, Eni Rewind ha raccontato la favola dell’inesistenza di impianti in Italia e in Europa pronti a ricevere i veleni del Sin di Crotone. Una menzogna smentita dai fatti: già nel 2021 relazioni ufficiali indicavano la disponibilità di impianti in Germania e nei Paesi Bassi, e solo pochi mesi fa è ‘magicamente’ spuntata un’opzione in Svezia. Il sospetto che si tratti di un disegno lucido a cui Eni Rewind non ha mai rinunciato è più che legittimo, anzi fondato: evitare una bonifica reale per non sborsare la cifra di oltre 1 miliardo e 800 milioni di euro, già quantificata dall’Ispra davanti alla commissione bicamerale Ecomafie nel 2012. L’obiettivo è lasciare i rifiuti radioattivi a Crotone per mero risparmio aziendale, ignorando deliberatamente che quegli stessi veleni sono la causa di patologie oncologiche e sofferenze che da decenni decimano le famiglie crotonesi”. 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Evade dai domiciliari e avvia una diretta TikTok nelle vie del centro: i carabinieri vedono il video e lo aspettano sotto casa
Aveva detto ai carabinieri di doversi allontanare d’urgenza da casa per un malore e di essere diretto all’ospedale di Crotone con l’ambulanza. In realtà voleva scappare dagli arresti domiciliari: per questo un cittadino di Cirò Marina, in provincia di Crotone, è stato denunciato per evasione. Il soggetto, con diversi precedenti per detenzione di armi clandestine e ricettazione, era ai domiciliari per il reato di omicidio. E’ successo il giorno di Santo Stefano. E’ stato l’entusiasmo della conquistata libertà ha tradito l’evaso: ha infatti deciso ad avviare una diretta su Tiktok prima dentro l’auto e poi durante la sua passeggiata per le vie del centro di Crotone. E’ da lì che i carabinieri si sono accorti che l’uomo aveva lasciato la sua abitazione e così l’hanno aspettato a casa. Al suo rientro, in serata, l’ultima conferma: con sé non aveva alcun documento sanitario che attestasse il suo accesso all’ospedale. L’immagine è d’archivio L'articolo Evade dai domiciliari e avvia una diretta TikTok nelle vie del centro: i carabinieri vedono il video e lo aspettano sotto casa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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