I troppi morti per botulino quest’estate in Sardegna e Calabria, poi le due
donne decedute dopo lo scorso pranzo di Natale a Campobasso. Per non parlare
delle intossicazioni da sushi sempre più diffuse: esiste una crescita delle
intossicazioni alimentari? E se sì, quali ne sono i motivi? Secondo Antonella
Fioravanti, scienziata che si occupa di batteri e come disarmarli con approcci
innovativi, l’aumento nasce da una combinazione di fattori. “Da un lato, oggi
controlliamo meglio: i sistemi di sorveglianza sono più efficienti, la
diagnostica è più avanzata e riusciamo a collegare casi che in passato non
venivano riconosciuti come parte dello stesso focolaio. Questo spiega una parte
dell’aumento dei casi registrati”. Tuttavia, prosegue, “non è solo un effetto
statistico. I rapporti più recenti delle agenzie sanitarie europee, ma non solo,
mostrano che aumentano anche i casi clinici gravi e i focolai confermati, segno
che il rischio reale è cambiato”.
Lo European Union One Health 2024 Zoonoses Report, a cura del European Food
Safety Authority (EFSA) and the European Centre for Disease Prevention and
Control, ha riportato i risultati delle attività di monitoraggio e sorveglianza
delle zoonosi condotte nel 2024 in 27 stati membri e nel Regno Unito (Irlanda
del Nord) e in 7 Paesi non-MS, cioè Paesi che non fanno parte dell’Unione
Europea, ma che collaborano con l’UE nella raccolta e condivisione dei dati
sulle zoonosi. Nel 2024, la prima e la seconda zoonosi più segnalate nell’uomo
sono state rispettivamente campilobatteriosi e salmonellosi, seguite da
infezioni da Escherichia coli (STEC) produttrici di tossina di Shiga. La
listeriosi è stata la quarta e più grave malattia zoonotica, con la percentuale
più alta di ospedalizzazioni e il tasso di letalità più elevato. Ben ventisette
Stati membri e il Regno Unito hanno riportato più focolai, casi e
ospedalizzazioni alimentari nel 2024 rispetto al 2023, anche se il numero di
decessi è diminuito. La salmonella in “uova e prodotti a base di uova” era la
coppia agente/alimento di maggiore preoccupazione: è stata anche l’agente
causante associato alla maggior parte dei focolai multinazionali segnalati
nell’UE nel 2024. Un dato spesso sorprendente è che, nei focolai alimentari in
cui la causa è stata identificata con certezza, anche alimenti di origine non
animale, in particolare verdure e prodotti vegetali, sono stati associati al
maggior numero di decessi. Questo non significa che siano intrinsecamente più
pericolosi, ma che se contaminati e consumati crudi possono avere conseguenze
molto gravi.
QUEL CONNUBIO TRA CALDO E SOPRAVVIVENZA DEI PATOGENI
Ma soprattutto è ormai rilevato un legame tra cambiamento climatico e
intossicazioni. “Studi scientifici”, risponde Fioravanti, “dimostrano che il
caldo e il cambiamento climatico favoriscono la crescita e la sopravvivenza dei
patogeni alimentari. Revisioni sistematiche indicano che ogni aumento di 1 °C
della temperatura ambientale è associato a un incremento di circa 4–5% dei casi
di malattie alimentari nel mondo”.
Una recente analisi pubblicata su Public Health Reviews nel 202 e basata su 54
studi internazionali, mostra che la variabilità climatica è associata a un
aumento delle malattie diarreiche di origine alimentare. In particolare,
l’aumento della temperatura è associato a un incremento medio di circa il 4% del
rischio per ogni grado in più. Tuttavia, l’impatto più marcato si osserva in
occasione di eventi climatici estremi: alluvioni e piogge intense possono
aumentare il rischio di malattie diarreiche trasmesse dal cibo di oltre il 40%.
“È uno dei modi più concreti in cui il cambiamento climatico entra nella nostra
alimentazione quotidiana: è stata dunque riscontrata un’associazione
significativa tra la diarrea trasmessa dagli alimenti e la variabilità
climatica”, spiega l’esperta.
Anche analisi su patogeni come Salmonella e Campylobacter confermano che
temperature più alte favoriscono infezioni alimentari. Lo studio A systematic
review and meta-analysis of ambient temperature and precipitation with
infections from five food-borne bacterial pathogens, pubblicato su Epidemiology
& Infection nel 2024, ha rivisto sistematicamente tutti gli studi
sull’associazione tra temperatura ambiente e precipitazioni e l’incidenza di
gastroenterite e bacteraemia da parte di specie di Salmonella, Shigella,
Campylobacter, Vibrio e Listeria. Ad eccezione di uno studio su Campylobacter,
tutti gli 83 studi inclusi nella revisione hanno mostrato un’associazione
positiva tra temperatura, precipitazioni e gastroenterite. Eventi climatici
estremi hanno un effetto concreto anche su infezioni gravi: le ondate di calore
aumentano del 5% il rischio di batteriemia da Campylobacter e Salmonella, mentre
le piogge intense possono portare a un aumento del 9%. “Se le tendenze
climatiche attuali continueranno, questi patogeni aumenteranno la morbilità dei
pazienti, la necessità di ricovero ospedaliero e i prolungati cicli di
antibiotici”, afferma Fioravanti.
LA GESTIONE DEL CIBO: ERRORI E GIUSTE PRATICHE
Un aspetto spesso sottovalutato è la gestione del cibo, critica in tutte le
stagioni e in tutte le fasi: domestica, industriale e ristorativa. “Anche quando
fa freddo”, spiega l’esperta, “lasciar passare troppo tempo prima di refrigerare
o congelare alimenti, conservare prodotti cotti senza protezioni o trasportare
cibi deperibili senza rispettare la catena del freddo può causare
intossicazioni. Con temperature più elevate, questi rischi si amplificano
ulteriormente. Purtroppo, ci siamo abituati a vivere in un mondo in cui molte
malattie infettive sembravano debellate, e questo ha portato a minore attenzione
a protocolli di igiene e sicurezza alimentare, che invece salvano vite”.
A questo si aggiungono resistenza agli antibiotici e zoonosi: batteri più
resistenti, combinati con temperature più alte e maggiore esposizione a patogeni
provenienti da animali, rendono alcune infezioni alimentari più difficili da
prevenire e curare (cfr Antonella Fioravanti, Viaggio nel mondo invisibile,
Aboca 2025).
In sintesi, conclude la scienziata, “l’aumento delle intossicazioni alimentari è
il risultato di una combinazione di fattori: migliori sistemi di sorveglianza,
cambiamento climatico che favorisce i patogeni, gestione del cibo critica in
tutte le fasi e stagioni, e dinamiche biologiche complesse legate a resistenza
antibiotica e zoonosi. Per questo le agenzie sanitarie insistono su un approccio
integrato: non basta produrre cibo sicuro, bisogna anche conservarlo e gestirlo
correttamente”.
Il rispetto delle buone pratiche di igiene alimentare riduce notevolmente il
rischio di infezioni. Tra queste: mantenere il frigorifero a una temperatura ≤
5 °C; consumare gli alimenti, compresi i prodotti pronti al consumo, prima della
data di scadenza; cuocere bene carne e pollame; lavarsi le mani e pulire
coltelli e superfici dopo aver maneggiato alimenti crudi; separare gli alimenti
cotti dai prodotti crudi; i gruppi più vulnerabili devono evitare alimenti ad
alto rischio, come prodotti pronti al consumo, latte non pastorizzato o formaggi
a pasta molle prodotti con tale latte.
L'articolo Intossicazioni alimentari in aumento? Gli studi scientifici lo
dimostrano: è anche colpa del cambiamento climatico proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - pesce
Quando si compra il pesce la priorità è una: la freschezza. C’è un modo per
scoprire se il pesce che abbiamo acquistato è buono o da buttare? Grazie alla
tecnologia, ora si può. Un team australiano ha sviluppato un nuovo sensore che è
in grado di stabilirlo tramite l’analisi della testa dell’animale in meno di 2
minuti.
Il funzionamento dello strumento tecnologico è stato illustrato sulla rivista
Acs Sensors e riportato su Focus. Il sensore analizza i composti chimici che si
formano sulla testa del pesce immediatamente dopo la sua morte.
Uno di questi è l’ipoxantina ed è un prodotto della degradazione degli acidi
nucleici. Essa può essere usata come indicatore di freschezza dell’esemplare
acquistato al mercato o in un supermercato. Lo strumento sviluppato dal team
dell’Australia si basa sull’utilizzo di micro-aghi, le cui dimensioni variano
dai 25μm ai 2000μm. Gli aghi iniettano nella carne del pesce un enzima che
smonta la molecola sopracitata. Il percorso cambia il potenziale elettrico del
pesce, in un modo misurabile dal sensore. I risultati permettono così di
stabilire il grado di freschezza del pescato.
IN COSA CONSISTE IL TEST
Il sensore è stato testato con una serie di campioni di carne di salmone, alcuni
lasciati marcire per pochi minuti, altri per 48 ore. La risposta dello strumento
è stata soddisfacente, dato che è riuscito a stabilire con precisione il grado
di freschezza dell’animale in circa 100 secondi.
Le prestazioni del sensore sono state messe a confronto con macchine dal simile
funzionamento ma più pesanti e costose, usate solitamente in laboratorio. Grazie
ai risultati ottenuti, il nuovo strumento australiano ha ricevuto il via libera
per essere messo in commercio.
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un sensore australiano ora si può (e bastano meno di due minuti) proviene da Il
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