Chi l’avrebbe detto: tra spiagge da sogno e acque cristalline, gli squali delle
Bahamas sembrano aver fatto incetta di farmaci e stimolanti umani. Un recente
studio dell’Università federale del Paraná, pubblicato su Environmental
Pollution, ha scoperto tracce di caffeina, antidolorifici e addirittura cocaina
nel sangue di alcune decine di squali al largo dell’isola di Eleuthera, a circa
80 km da Nassau.
Natascha Wosnick, biologa marina responsabile della ricerca, spiega che quasi un
terzo dei 85 squali analizzati presentava residui di farmaci di origine umana,
tra cui paracetamolo e diclofenac. “È la prima volta che troviamo sostanze come
la cocaina in questi animali”, sottolinea Wosnick. Gli effetti sugli squali,
aggiunge, sono ancora sconosciuti, ma i campioni indicano cambiamenti metabolici
come livelli alterati di trigliceridi, urea e lattato, segni di stress
fisiologico.
QUANDO IL MARE DIVENTA UN COCKTAIL CHIMICO
La scoperta lancia un campanello d’allarme sull’inquinamento marino: farmaci,
stimolanti e sostanze di consumo umano finiscono inevitabilmente nelle acque,
alterando i ritmi biologici di specie che vivono completamente immerse
nell’ambiente creato dall’uomo. Anche se al momento non ci sono evidenze di
modifiche comportamentali negli squali, studi precedenti su altre specie ittiche
suggeriscono che stimolanti come caffeina e cocaina possano incidere su energia
e reazioni.
Il fenomeno, seppur sorprendente, conferma quanto l’attività umana stia
modellando in modi imprevedibili la vita marina. E se pensavate che gli squali
fossero immuni alle follie del mondo terrestre, lo studio dimostra il contrario:
le nostre abitudini, dai farmaci ai caffè consumati in spiaggia, arrivano fino a
loro e lasciano un’impronta chimica invisibile ma evidente. In sintesi, le
Bahamas restano un paradiso per i turisti, ma per gli squali il mare sta
diventando un “cocktail” decisamente pericoloso.
L'articolo “È la prima volta che troviamo sostanze come la cocaina in questi
animali”: squali “dopati” alle Bahamas, l’incredibile scoperta dell’Università
del Paranà proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Animali
C’è chi dice che i gatti siano curiosi e chi invece sa che possono avere gusti…
Decisamente strani. È il caso di Midnite, un gatto di sei anni della Florida che
ha rischiato la vita per colpa di una passione insolita: inghiottire elastici
per capelli. La notizia, riportata da 1440 Daily, ha fatto il giro del web per
l’assurdità della situazione e il lieto fine che l’ha seguita.
Midnite era stato ceduto per l’eutanasia prima di essere accolto dall’HALO
No-Kill Rescue Shelter (un rifugio privato della Florida, attivo dal 2006, che
salva animali abbandonati o maltrattati e che non pratica l’eutanasia per
spazio, età o condizioni di salute, offrendo invece cure veterinarie e una vera
seconda possibilità agli animali ospitati), che ha deciso di tentare un
intervento chirurgico salvavita. Durante l’operazione, i veterinari si sono
trovati davanti a una sorpresa davvero… Intrecciata: 26 elastici per capelli
incastrati nello stomaco del gatto, che avevano provocato un pericoloso blocco
intestinale.
Il personale del rifugio ha raccontato di come Midnite, inizialmente considerato
“destinato al peggio”, abbia mostrato grande forza e resilienza. L’operazione è
riuscita e ora il gatto si sta riprendendo rapidamente, con l’appetito che è
tornato e i giochi quotidiani che lo tengono occupato. I volontari, dopo
l’episodio, hanno sottolineato l’importanza di monitorare i gatti che tendono a
ingerire oggetti non commestibili, perché anche un piccolo gesto può
trasformarsi in un’emergenza seria.
Il gatto, ora al sicuro e coccolato dai volontari, è la prova vivente che a
volte una seconda possibilità può cambiare tutto. E se avete gatti in casa,
magari è il momento di controllare che i vostri fili ed elastici per capelli
siano fuori dalla loro portata… non si sa mai quando il piccolo felino di casa
potrebbe diventare un collezionista di accessori “pericolosi”.
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L'articolo Gatto salvato dopo aver ingerito 26 elastici per capelli: la storia
incredibile di Midnite diventa virale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Potrebbe sembrare una scena da film d’animazione: una cagnolina minuscola che
trotterella con sicurezza accanto a cavalli imponenti, tra squilli di tromba,
uniformi impeccabili e il rigore delle cerimonie ufficiali. Ma non è fantasia.
Lei esiste davvero e si chiama Briciola, la mascotte della Fanfara del IV
Reggimento dei carabinieri a cavallo. Anche oggi, 18 marzo, ha fatto la sua
comparsa al Quirinale, con una pettorina tricolore per l’occasione, durante il
cambio della guardia solenne davanti al Reggimento Corazzieri per il 165esimo
anniversario dell’Unità d’Italia.
Non ha la notorietà internazionale di Larry, il gatto che vive a Downing Street,
né quella di Bo, il cane della famiglia Obama alla Casa Bianca. Eppure, nelle
cerimonie istituzionali italiane, Briciola è ormai una presenza riconoscibile.
Meticcia di piccola taglia, oggi dodicenne, è entrata a far parte dell’Arma nel
2014, quando aveva poco più di un anno. Da allora vive nella caserma di Tor di
Quinto, a Roma, sede dei carabinieri a cavallo, e accompagna spesso i militari
nelle manifestazioni ufficiali.
Il suo debutto più importante risale al 2015, durante l’insediamento al
Quirinale del presidente Sergio Mattarella. Da allora è comparsa in diverse
occasioni pubbliche: dalla parata del 2 giugno lungo i Fori Imperiali agli
eventi dell’Arma a Villa Borghese. Nel 2022, durante l’avvio del secondo mandato
del capo dello Stato, una sua capriola improvvisata nel cortile d’onore riuscì
persino a strappare un sorriso al presidente.
A guidarla c’è il maresciallo Fabio Tassinari, che la descrive come “un cane
straordinario”: non si lascia intimidire né dalla presenza dei cavalli né dal
suono della fanfara. Qualità non scontate per una cagnolina di piccola taglia.
E, raccontano i militari con un sorriso, capita spesso che sia proprio lei a
imporsi sugli animali più grandi: basta un abbaio e i cavalli sembrano mettersi
sull’attenti.
DAL SALUTO ALLA BANDIERA ALLE PARATE DEL QUIRINALE: LA STORIA DI BRICIOLA
Come da tradizione iniziata negli anni Settanta, anche Briciola è stata donata
all’Arma come mascotte e portafortuna, seguendo le orme di altre cagnoline che
l’hanno preceduta, come Lady, Birba e Trombetta. Con una differenza, però: lei è
anche una mascotte al passo coi tempi. Briciola ha infatti una pagina Instagram
ufficiale, dove vengono raccontati i momenti della sua giornata tra
addestramenti, cerimonie e vita in caserma.
La sua routine, d’altronde, è quasi militare: sveglia presto e alzabandiera alle
7.30, poi esercitazioni con i carabinieri a cavallo. E quando arriva il momento
delle grandi occasioni, indossa le pettorine cerimoniali, le cosiddette
gualdrappe, e torna a sfilare accanto ai cavalli. Piccola di statura, ma ormai
parte integrante della scena istituzionale.
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L'articolo “È un cane speciale”: chi è Briciola, la mascotte del Quirinale che
mette in riga i cavalli tra pettorine tricolore, cerimonie solenni e le sue
giornate raccontate su Instagram proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è chi per un selfie farebbe di tutto. Anche infilarsi nel recinto di un
ippopotamo, per quanto piccolo e irresistibile. È successo in Thailandia e la
protagonista involontaria della vicenda è Moo Deng, l’ippopotamo pigmeo
diventato celebre online grazie a uno sbadiglio che ha fatto il giro del mondo.
Milioni di like, migliaia di condivisioni e un esercito di fan. Ma la fama, si
sa, ha anche i suoi lati più “inquietanti”.
Secondo quanto riportato da Associated Press, martedì sera un uomo è stato
arrestato dopo essere entrato nel recinto dell’animale allo zoo all’aperto di
Khao Kheow, una struttura molto popolare nel Paese asiatico. Secondo quanto
riferito dal direttore dello zoo, Narongwit Chodchoy, l’intruso, un cittadino
thailandese, sarebbe riuscito ad accedere all’area mentre un guardiano non era
presente e nei dintorni non c’erano visitatori.
Le immagini delle telecamere di sicurezza, poi circolate sui social, mostrano
l’uomo mentre si avvicina agli animali con un tablet in mano, probabilmente per
scattare foto o registrare video. È rimasto nel recinto solo per uno o due
minuti prima che il personale dello zoo si accorgesse della situazione e
avvisasse la polizia, che in seguito lo ha accusato di violazione domestica. Non
avrebbe tentato la fuga. Dopo l’episodio, la direzione ha rassicurato sullo
stato di salute degli animali: Moo Deng e la mamma Jona non sono state toccate,
anche se sarebbero apparse un po’ spaventate e resteranno sotto osservazione
veterinaria.
MOO DENG: LO SBADIGLIO VIRALE CHE HA CONQUISTATO IL MONDO
La popolarità di Moo Deng è esplosa nel 2024 grazie ai contenuti pubblicati
online da un guardiano dello zoo. Oltre allo sbadiglio virale, un altro video
molto condiviso mostrava il piccolo ippopotamo “indovinare” il risultato delle
elezioni americane, indicando la vittoria di Donald Trump. Da allora lo zoo è
diventato meta di visitatori arrivati anche dall’estero.
L'articolo Turista entra nel recinto dello zoo per fotografare l’ippopotamo
pigmeo più famoso del mondo: cosa è successo al piccolo Moo Deng proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Perché le tartarughe femmine tentano il suicidio, gettandosi dalle scogliere?
Sull’Isola macedone di Golem Grad, i maschi superano di 19 a 1 le femmine, come
riporta lo studio pubblicato il 26 gennaio sulla rivista Ecology Letters, e
queste ultime stanno adottando misure drastiche per sfuggire al “corteggiamento
incessante”. Secondo il nuovo rapporto, come riportato dal New York Times, le
tartarughe femmine cono costantemente vittime di aggressioni sessuali da parte
dei maschi, si gettano dalle scogliere per sfuggire a questi ultimi. Gli
scienziati prevedono che, se il trend non cambierà, l’ultima tartaruga femmina
sull’isola morirà nel 2083.
Secondo i ricercatori, che hanno pubblicato i loro risultati nello studio “Sex
Ratio Bias Triggers Demographic Suicide in a Dense Tortoise Population“, apparso
il 26 gennaio sulla rivista Ecology Letters, il numero di femmine di tartaruga
di Hermann continua a diminuire, in parte a causa dell’aggressività sessuale dei
maschi circostanti.
Lo studio ha rilevato che alcune tartarughe femmine si gettano dalle scogliere,
a volte morendo sul colpo, per evitare i partner aggressivi. La ricerca ha anche
rivelato che le femmine “molestate” si riproducono meno e hanno tassi di
sopravvivenza annuali inferiori rispetto alle femmine di una popolazione
continentale vicina.
Dopo aver analizzato 16 anni di dati, raccolti in parte dall’autore principale
dello studio, il dottor Dragan Arsovski, ecologo della Società Ecologica
Macedone, i ricercatori prevedono che l’ultima femmina sull’isola morirà nel
2083. Dopo aver constatato che la popolazione di tartarughe, apparentemente
prospera, presentava in realtà un’alta percentuale di femmine che morivano
prematuramente, il dottor Arsovski ha studiato il comportamento riproduttivo dei
rettili e ha scoperto che più maschi inseguivano una singola femmina.
“La tartaruga femmina viene letteralmente sepolta dai maschi”, ha affermato il
dottor Arsovski, secondo quanto riportato dal New York Times. Il dottor Arsovski
e i suoi colleghi hanno scritto che le tartarughe di sesso maschile “urtano,
mordono (a volte fino a provocare sanguinamento), montano e infine colpiscono
vigorosamente le femmine in fuga” con la punta affilata della coda. La maggior
parte delle femmine sull’isola presentava, inoltre lesioni, ai genitali.
Sebbene anche i maschi si gettino dalle scogliere, ha affermato la dottoressa
Arsovski, “c’è una percentuale significativamente più alta di femmine che
muoiono in questo modo“. L’aggressività sessuale dei maschi “sembra
effettivamente causare un vortice di estinzione”, ha dichiarato al New York
Times Jeanine Refsnider, ecologa evoluzionista dell’Università di Toledo. La
dottoressa Refsnider ha aggiunto di “non aver mai sentito parlare di niente di
simile” in un ambiente naturale non influenzato dall’intervento umano. “È
davvero insolito e inquietante, ma anche molto affascinante”.
L'articolo “Piuttosto che accoppiarsi e subire stupri di gruppo, si lanciano
dalla scogliera”: l’incredibile storia delle tartarughe femmine dell’Isola di
Golem Grad proviene da Il Fatto Quotidiano.
Pochi cani nel mondo evocano immagini di regge, corone e cerimonie reali come i
Welsh Corgi. Con le loro piccole zampe e il caratteristico portamento elegante,
hanno accompagnato la Regina Elisabetta II d’Inghilterra tra i corridoi di
Buckingham Palace, nei prati di Balmoral e persino al funerale della sovrana,
diventando simboli viventi della monarchia britannica.
Ma quello che fino a pochi anni fa sembrava un legame incrollabile tra la Corona
e la sua razza preferita, oggi potrebbe affrontare una svolta inaspettata.
Secondo alcune stime riportate dal The Times, i Welsh Corgi sono tra le 67 razze
che rischiano di essere escluse dalla riproduzione nel Regno Unito.
A sollevare la questione è l’Innate Health Assessment, un nuovo sistema
elaborato dall’All-Party Parliamentary Group for Animal Welfare (Apgaw), pensato
per valutare il benessere dei cani attraverso dieci criteri specifici.
L’obiettivo dichiarato del gruppo parlamentare è chiaro: ridurre la diffusione
di caratteristiche fisiche che possono compromettere la salute degli animali,
prevenendo deformazioni, malattie congenite e dolori cronici.
Tra i parametri più problematici ci sono muso schiacciato, occhi sporgenti,
pieghe cutanee, palpebre cadenti e zampe troppo corte. Proprio quest’ultimo
punto riguarda da vicino i Corgi. La loro conformazione, costituita da torace
basso e zampe corte, li rende particolarmente predisposti a problemi alla
colonna vertebrale, artrite e anomalie agli arti. Un rischio che ha spinto gli
esperti a includerli nella lista delle razze “a monitorare” secondo il
protocollo dell’Apgaw.
CORGI E LE ALTRE RAZZE A RISCHIO
La questione è destinata a far discutere: i criteri finora volontari potrebbero
presto diventare obbligatori, e imporre nuove regole per la riproduzione dei
cani. Solo gli esemplari che soddisfano la maggior parte dei requisiti
potrebbero continuare a riprodursi, con un impatto significativo sul panorama
cinofilo britannico. Accanto ai Corgi, anche Bulldog, Carlini, Shih Tzu, Boxer,
Cavalier King Charles Spaniel e altre razze molto amate rischierebbero di essere
esclusi dagli allevamenti.
Eppure, la passione per questi piccoli protagonisti della storia reale non
sembra scemare. All’ultima edizione del Crufts 2026 a Birmingham, la più grande
esposizione dedicata ai cani di razza, Hazel, un Welsh Corgi, ha conquistato il
secondo posto tra i finalisti.
L'articolo “God Save the… Corgi”: il cane simbolo della monarchia britannica
rischia di diventare una razza proibita proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se avete visto il programma televisivo Airport Security, saprete che negli
aeroporti possono capitare ritrovamenti incredibili, dalla droga agli oggetti
più assurdi. Ma Zhang Kequn, cittadino cinese, ha portato il concetto di
insolito a un livello tutto suo: all’aeroporto internazionale Jomo Kenyatta di
Nairobi, è stato arrestato dopo essere stato fermato con oltre 2000 formiche
“regine” nel bagaglio, destinate alla Cina. Un traffico tanto insolito quanto
illegale.
L’uomo non ha ancora fornito spiegazioni ufficiali, ma gli investigatori
ritengono che possa essere collegato a una rete di traffico di formiche
smantellata lo scorso anno in Kenya. Le formiche, protette dai trattati
internazionali sulla biodiversità, rientrano in una categoria di specie il cui
commercio è severamente regolamentato, proprio per prevenire danni agli
ecosistemi locali.
Negli ultimi anni, il Kenya Wildlife Service ha segnalato una crescente
richiesta di formiche da giardino, scientificamente note come Messor cephalotes,
soprattutto in Europa e Asia. Qui i collezionisti le allevano come animali
domestici, e fanno di un insetto minuscolo in un bene ambito e redditizio.
Questo boom ha alimentato un mercato nero pericoloso, spesso nascosto in valigie
o spedizioni internazionali.
PRECEDENTI GIUDIZIARI
Non è il primo caso del genere nel Paese. Lo scorso maggio, un tribunale keniano
ha condannato quattro uomini, due belgi, un vietnamita e un cittadino locale, a
un anno di carcere per aver tentato di esportare migliaia di formiche regine. Un
caso senza precedenti, che aveva già messo in luce quanto il contrabbando di
insetti protetti possa assumere contorni paradossali ma gravi sul piano legale e
ambientale.
L'articolo Nascondeva oltre oltre 2000 formiche “regine” in valigia:
l’incredibile scoperta ai controlli in aeroporto. La polizia: “C’è una rete di
trafficanti di questi insetti usati come animali domestici” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Iniezioni di acido ialuronico per rendere le labbra più voluminose e carnose,
filler per ridefinire e scolpire la forma del naso, botox per distendere le
linee del muso e, come se non bastasse, persino impianti di silicone per
accentuare e sollevare la gobba. Se state pensando all’ultimo capriccio di
qualche vip in cerca di eterna giovinezza o all’elenco dei trattamenti più
richiesti nello studio di un rinomato medico estetico, siete decisamente fuori
strada. A subire questi veri e propri interventi di chirurgia plastica non è
stata una star di Hollywood, bensì degli ignari e incolpevoli cammelli.
La mania del “ritocchino” ha ormai superato ogni limite di ragionevolezza,
finendo per coinvolgere pericolosamente, e loro malgrado, anche gli animali. I
concorsi di bellezza, infatti, non riguardano più solo le persone: in alcune
parti del mondo, mandrie e greggi finiscono sotto i riflettori di competizioni
in cui l’aspetto estetico diventa l’unico, spietato criterio di giudizio. Ma
quando la ricerca della perfezione a tutti i costi calpesta il buon senso, il
confine tra la gara tradizionale e l’abuso rischia di diventare sottilissimo.
LO SCANDALO IN OMAN: SQUALIFICATI 20 ANIMALI
È esattamente quello che è accaduto al Camel Beauty Show Festival 2026, l’atteso
evento tenutosi ad Al Musanaa, in Oman. Qui, gli ispettori incaricati di
garantire il rispetto delle rigide regole della competizione hanno individuato e
smascherato diversi casi di manipolazione estetica e frode. Alcuni proprietari,
disposti a tutto pur di migliorare l’aspetto dei propri animali e aumentare così
le possibilità di vittoria (e di accaparrarsi i ricchissimi premi in palio),
hanno trasformato i loro esemplari in veri e propri “pazienti” da clinica
estetica.
Le rigorose verifiche veterinarie hanno portato alla luce pratiche sorprendenti
e scorrette: non solo labbra gonfiate ad arte, nasi rimodellati e gobbe al
silicone, ma in alcuni casi è stato rilevato persino l’utilizzo illecito di
ormoni per aumentare artificialmente la massa muscolare degli animali. Il
risultato di questa frode a colpi di siringhe? Venti cammelli sono stati
immediatamente squalificati dalla competizione, innescando l’apertura di nuove,
accese polemiche sulla deriva etica che sta travolgendo questi storici festival.
CAMMELLI DAL CHIRURGO ESTETICO: IL BUSINESS MILIONARIO
Dietro queste competizioni si muove un mercato enorme, capace di muovere premi
da decine di milioni di dollari. Come riportato da Forbes, infatti, i montepremi
di questo evento possono raggiungere anche i 66 milioni di dollari. Oltre al
denaro, i vincitori ottengono prestigio, diritti di riproduzione e spesso
ricompense aggiuntive come automobili o bonus economici. Per gli allevatori,
conquistare il titolo significa aumentare il valore dell’animale e rafforzare la
propria reputazione nel settore. Proprio l’importanza economica di queste
competizioni spinge alcuni partecipanti a cercare scorciatoie per emergere: gli
standard richiesti, dalla lucentezza del mantello alla forma della testa fino
alla lunghezza del collo, sono sempre più elevati e non tutti sono disposti a
rispettare le regole.
Le manipolazioni estetiche, tuttavia, non rappresentano solo una violazione del
regolamento, ma anche un serio rischio per la salute degli animali: iniezioni e
interventi possono provocare dolore, infezioni, lividi o ascessi, soprattutto se
effettuati senza adeguate condizioni di sicurezza o supervisione veterinaria.
Non è la prima volta che emergono casi simili: nel 2021 oltre 40 cammelli sono
stati squalificati dopo controlli con raggi X, ultrasuoni e test genetici che
hanno rivelato l’uso di botox, filler o ormoni. Un fenomeno che racconta una
corsa al prestigio e al profitto in cui, troppo spesso, il benessere degli
animali finisce in secondo piano.
L'articolo Labbra gonfiate con filler, naso ritoccato e gobba accentuata con
silicone: i cammelli “rifatti” ai concorsi di bellezza, è scandalo in Oman
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il criminale Benjamin Netanyahu ha definito l’ennesimo atto di prepotenza in
spregio del diritto internazionale (l’attacco all’Iran) “il ruggito del leone”.
Questa definizione si presta ad una lettura sulla defaunazione, ma anche sul
declino culturale e fisico della nostra specie. Sicuramente il predetto
criminale non sa, quando pronuncia quella locuzione, che sta usando un
riferimento ad una specie animale che in Africa si è ridotta del 90% in cento
anni e che, confinata com’è in riserve “naturali”, con l’assenza di corridoi
ecologici, la pressione del turismo e l’aumento della popolazione, è oggi
considerata una specie vulnerabile.
In pratica, il criminale – citando un verso della Bibbia “Il leone ruggisce, chi
non tremerà? Il Signore Dio ha parlato, chi può non profetizzare?”, scritta ai
tempi in cui il leone occupava tutta l’Africa – ha implicitamente messo il dito
nella piaga: quell’uomo figlio di Dio ha recentemente sterminato uno dei
maggiori mammiferi al mondo e non è detto neppure che riesca a salvare gli
esemplari che rimangono. Dicevo “implicitamente” perché di sicuro Netanyahu non
saprà nulla della defaunazione, e probabilmente nulla gli importa che si
estinguano i leoni africani visto che è capace di causare con totale cinismo il
genocidio di un’intera popolazione umana. E la scomparsa dell’ennesimo grande
mammifero non potrà non avere conseguenze sull’uomo, perché tutto è connesso in
questo mondo.
Perché parlo di leoni “africani”? Perché esiste anche il leone asiatico, e anzi
esso campeggiava nella bandiera persiana, prima della rivoluzione khomeinista,
ma fu sterminato dagli stessi persiani e gli individui residui sopravvivono solo
più in India, nel Gir Forest Wildlife Sanctuary. Forse consci di averne come
popolo causato l’estinzione, gli ayatollah hanno fatto togliere il leone dalla
loro bandiera. Negli Stati Uniti i leoni non c’erano, c’erano altri grandi
mammiferi, i bisonti, e gli antenati del “rosso” furono capaci di ridurre il
loro numero a 300 alla fine del 1800, quando all’inizio dello stesso secolo se
ne contavano 50-60 milioni. Esemplare la fotografia che ritrae una montagna di
teschi di bisonte destinati a fertilizzare i campi.
Credo che anche al rosso non fregherebbe più che tanto che si estinguessero (per
fortuna non sono oggi in pericolo), visto che i presidenti che lo hanno
preceduto hanno causato la morte di oltre due milioni di Homo sapiens, di cui
decine di migliaia di bimbi, in Iraq e Afghanistan, e lui è sulla buona strada
nell’esportazione della democrazia, come dimostrato dal supporto a Israele a
Gaza, dal blitz in Venezuela e oggi dall’assalto all’Iran. E tutto soprattutto
per avere il controllo dell’estrazione del petrolio (come sottolinea in questi
giorni Alessandro Di Battista), quel petrolio la cui fuoriuscita causa il
riscaldamento globale, che a sua volta causa l’estinzione di molte specie
animali e vegetali.
Tutto torna. Defaunazione, perdita di specie, cambiamento climatico, ma, ripeto,
cosa volete che gliene importi a questi poveretti, signori della guerra ma
ignoranti della Terra? E, del resto, la ipotetica salvezza del genere umano non
potrebbe che ottenersi con il transito a una visione olistica; ma è possibile
questa, in un mondo in cui non si ha rispetto neppure per i nostri simili?
L'articolo Netanyahu definisce l’attacco all’Iran ‘il ruggito del leone’: una
lettura sulla defaunazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
La foto di una gattina di appena 5 mesi ha fatto il giro del web. Si chiama
Dorito e ha gli occhi azzurri e magnetici simili a due biglie di vetro. Come
riporta La Stampa, il micio è sopravvissuto alla Fip, una peritonite infettiva
felina che si sarebbe potuta rivelare fatale. La vita di Dorito non è iniziata
in maniera semplice. Lei e sua sorella Cheeto sono state abbandonate dopo pochi
giorni di vita dietro a un cassonetto in Minnesota. Entrambi i gattini erano
feriti, infreddoliti e malati. I mici sono stati portati alla Bitty Kitty
Brigade di Little Canada, uno dei principali rifugi del Minnesota. Quando Dorito
è arrivata al gattile non aveva ancora gli occhi così grandi e splendenti. Col
passare del tempo, la peritonite infettiva felina ha iniziato a fare danni e gli
occhi del micio si sono gonfiati.
La Fip è una malattia molto grave, causata da una mutazione del coronavirus
felino. Solitamente, il virus provoca nei gatti sintomi leggeri, al pari di un
raffreddore. In alcuni casi, però, il coronavirus muta nell’organismo e innesca
una reazione infiammatoria incontrollata che colpisce addome, organi interni e,
talvolta, gli occhi. I medici hanno diagnosticato a Dorito un aumento della
pressione oculare. Grazie a un trattamento tempestivo, l’equipe veterinaria è
riuscita a domare il glaucoma e a guarire le ulcere corneali. Dorito ha bisogno
di cure quotidiane, fatte di colliri. Gli occhi meravigliosi (e malati)
potrebbero ridursi con il tempo. Lo staff del Bitty Kitty Brigade di Little
Canada ha definito il gattino “amante delle coccole e dolce come un bambino”.
> A kitten named Dorito has gone viral for her unique-looking giant eyes
> pic.twitter.com/4vINxx7xg2
>
> — Dexerto (@Dexerto) February 12, 2026
L'articolo “No, non sono fatti dall’AI: è l’effetto causato da una grave
malattia”: la verità dei medici sugli occhioni “di cristallo” della gatta Dorito
e la sua storia commovente proviene da Il Fatto Quotidiano.