“La morte di Hamnet e la scrittura di Hamlet si alternano nei registri tra fine
del sedicesimo secolo e inizio diciassettesimo” spiega una didascalia in esergo
su sfondo nero in apertura di Hamnet. Essere o non essere? O ancora meglio:
esserci stato o non esserci stato? Se c’è un fatto storico nebuloso, riscritto,
disaggregato e riaggregato è la vita e il lavoro, di William Shakespeare.
Figuriamoci su cosa ha detto, fatto e brigato il suo unico figliolo morto (per
la peste?), tal Hamnet. Faceva prove di fioretto con la spadina di legno in
giardino con papà Bardo? Aveva questo rapporto simbiotico con la sorella gemella
Judith tanto da autoinsufflarsi il morbo mortifero e morire al posto suo?
Vivaddio, il romanzo scritto da Maggie O’Farrell, da cui Chloé Zhao ha tratto
pedissequamente il suo quinto film (otto le candidature agli Oscar, compreso
miglior sceneggiatura non originale, regia, film e attrice principale – Jessie
Buckley), più che un documento storico rivelatore è un’invenzione finzionale
tragica su un lutto familiare devastante che forse, chissà, potrebbe aver
sconvolto la famiglia Shakespeare fin quasi alla rottura e, soprattutto,
ispirato l’autore inglese nientemeno che per la stesura dell’Amleto come
elaborazione del lutto. Hamnet non ha nulla di lezioso (Shakespeare in Love), ma
vive di un realismo estremo e crudo, plasmato su una cupa luminosità, una vivida
sporcizia e su un’ancestrale animalità da tardo Cinquecento rurale nei dintorni
campagnoli di Stratford-upon-Avon (Avon che esonda, peraltro).
Il film si apre con un’oggettiva dall’alto che riprende Agnes Hathaway (Buckley)
rannicchiata, assopita e sporca di terra, tra le enormi radici di un albero
secolare. In una pausa dalle lezioni private date ai figli dei vicini per
ripianare i debiti del babbo guantaio, Will (Paul Mescal, davvero a suo agio tra
dita inzaccherate, umori e strazi) incontra Agnes in mezzo al bosco. Come
animali si annusano e si amano in mezzo a piante e arbusti giganteschi, fango e
acque limacciose, tavolate di cipolle e patate a essiccare. Avendo ricevuto in
dono la sapienza erborista da parte della madre, e usandola come medicamento,
Agnes è considerata una mezza strega. Minimo, anche se intenso, è lo scandalo,
mentre Will prova a seguire nel tormento e tra fioche, sghembe candele l’istinto
di scrittore e Agnes, incinta, partorisce la prima figlia nel bosco senza aiuto
alcuno.
Saranno i gemelli, Hamnet e Judith, a nascere rocambolescamente con i segni
della morte e della sopravvivenza addosso. Così, se papà Will inizia a ingranare
e passa numerosi e lunghi periodi nella perigliosa e lurida Londra reale a
mettersi su compagnia e a mettere in scena i suoi testi, a casa Agnes vede
ammalarsi di peste i figlioli e perirne uno. Per tre quarti di film Hamnet pulsa
di questa condensazione inesausta e primitiva di urla e lacrime, di pozioni e
cenni esoterici come circolare difesa da mali e maligno, di inquadrature
incombenti angolari dall’alto nelle stanze come soggettive spiritate.
Poi il film prorompe in un’ultima parte con la riproduzione altrettanto
realistica del Globe Theatre londinese e della prima ultrapopolare dell’Amleto,
con Agnes in piedi e in prima fila, e Will pieno di biacca in viso, spettro
vagante sul palco in un bosco di cartapesta. Impossibile rimanere passivi di
fronte a questa duplice versione esasperata della fine della vita, appesa ogni
secondo a un imperscrutabile destino, di una gioia familiare tanto intensa
quanto fragile e sottile. La regia di Zhao è ieraticamente spiazzante,
sinistramente anticonvenzionale, per certi versi anche un filino
sentimentalmente ricattatoria. Anche se Hamnet è un film che lascia
drasticamente il segno in quel suo vertiginoso specchio tra sporco verismo
naturalistico e finzione armonica del teatro, tra semplicità emotiva e
sofisticazione da letterati, tra femmina madre concreta e dominante e maschio
padre etereo e subalterno. Definirla una riscrittura dei ruoli di genere è forse
troppo, ma non si cade tanto lontani dalla verità. Buckley antidiva assoluta,
con bava e capelli stropicciati da applausi. In sala dal 5 febbraio.
L'articolo Hamnet, così un figlio perduto segnò il destino di Shakespeare e
ispirò un capolavoro del teatro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Film in uscita al cinema
Dopo le proiezioni in anteprima, arriva nelle sale da nord a sud il docufilm
“Giulio Regeni – Tutto il male del mondo” dedicato alla storia del ricercatore
torturato e ucciso in Egitto dieci anni fa. Dal 2 al 4 febbraio sarà nei cinema
di quasi tutte le regioni, a esclusione di Calabria, Molise e Valle d’Aosta (qui
tutte le sale dove sarà proiettato).
Diretto da Simone Manetti e distribuito da Fandango, il film propone una
ricostruzione puntuale dei fatti che hanno segnato una delle vicende giudiziarie
e di cronaca più dolorose per l’Italia contemporanea. La narrazione parte dal
rapimento di Giulio Regeni – giovane ricercatore italiano dell’Università di
Cambridge scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato privo di vita il 3
febbraio seguente con segni di torture – e segue gli sviluppi della lunga
battaglia per ottenere verità e giustizia.
Il documentario si avvale delle voci dei genitori, Claudio Regeni e Paola
Deffendi, e dell’avvocata Alessandra Ballerini, protagonisti della lotta civile
e legale per far luce sulle responsabilità di quanto accaduto al giovane
italiano. La sceneggiatura – firmata insieme a Emanuele Cava e Matteo Billi –
intreccia materiali d’archivio, atti processuali e testimonianze per mettere in
fila i dubbi, i depistaggi e le omissioni che hanno caratterizzato il caso e il
successivo iter giudiziario, ancora in corso e atteso a sentenza entro il 2026.
Prima dell’uscita ufficiale nelle sale, il documentario è stato presentato in
una serie di anteprime speciali con la partecipazione del regista Simone
Manetti, degli sceneggiatori Emanuele Cava e Matteo Billi e, in molte tappe,
anche dei genitori di Giulio e dell’avvocata. La prima nazionale si è tenuta il
25 gennaio a Fiumicello Villa Vicentina (Udine) alla Pista di pattinaggio con la
presenza degli autori e della produzione.
A Milano, il 26 gennaio all’Anteo Palazzo del Cinema la serata è stata moderata
da Fabio Fazio e collegata in contemporanea con numerose sale in altre città
italiane. Nel corso della settimana sono poi seguite proiezioni con incontri con
il pubblico a Roma al Nuovo Sacher (28 gennaio), a Bologna al Cinema
Modernissimo (29 gennaio, con la partecipazione anche di Carlo Lucarelli e
Gianluca Farinelli), a Pordenone, Udine, Monfalcone e Trieste, e ancora a Padova
e Vicenza.
A Genova, uno striscione con scritto “Verità per Giulio Regeni” è stato esposto
sulla facciata frontale di Palazzo Doria-Tursi. Al momento dell’affissione,
davanti alla sede del Comune c’erano la sindaca Silvia Salis e l’avvocata
Alessandra Ballerini. Nel capoluogo ligure il film verrà proiettato alle 21 di
martedì 3 febbraio al Cinema America: oltre ai saluti istituzionali portati
dalla prima cittadina, alla serata saranno presenti la legale della famiglia
Regeni, il regista del docufilm e il primo coautore della sceneggiatura, mentre
i genitori si collegheranno da remoto per fare un intervento.
Dopo le giornate in sala, sono in programma delle proiezioni con Q&A, tra cui a
Livorno il 4 febbraio con l’avvocata Ballerini e il regista, a Latina con gli
autori Cava e Billi, e il 12 febbraio a Torino con Ballerini, Manetti, Cava
insieme a Luciana Litizzetto e Don Ciotti.
L'articolo Dieci anni dal ritrovamento di Giulio Regeni, il documentario in 200
cinema: ecco tutte le sale dove sarà proiettato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Inizio anni Novanta, l’Unione Sovietica si sgretola, Mosca è una città in
fermento, la sete di libertà è insaziabile. All’improvviso tutto è possibile,
per chi vuole arricchirsi, per chi è mosso da propositi più idealistici. Tra
questi ultimi c’è Vadim Baranov, giovane intellettuale che ama il teatro
d’avanguardia e la comunicazione. L’incontro e poi la separazione con Ksenia,
donna abile a sentire dove va il vento e a posizionarsi di conseguenza, lo
convince però che non sarà l’arte ma la politica a definire la nuova era che sta
arrivando. Intanto la nomenklatura cerca un malleabile fantoccio che possa
puntellare la presidenza agli sgoccioli di Boris Eltsin: la scelta cade su un
anonimo funzionario dei servizi segreti Vladimir Putin, all’inizio riluttante ma
poi affascinato dall’idea. A garantirgli il consolidamento del potere sarà
proprio Baranov che si trasforma in superbo stratega ed eminenza grigia della
nuova Russia. Poi viene bruscamente allontanato e si ritira a vita privata. Nel
2019 riceve nella sua dacia un professore americano.
Dal berlusconismo al trumpismo. Come siamo arrivati al punto che un dittatore
dopo 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale abbia riportato la guerra
in Europa. E’ un filmone Il Mago del Cremlino. Le Origini di Putin del regista
francese Olivier Assayas, colto e pluripremiato. Una narrazione intensa, una
sceneggiatura forbita rivisitata da Emmanuel Carrère che offre diverse letture
delle sfaccettature dell’enigmatico universo putinesco, alla luce degli eventi
più attuali delle derive autoritarie.
Le Origini. La fama di potere di Putin affonda le radici nella povertà, nato in
piccolo villaggio della Georgia (secondo la madre naturale intervistata dal
Telegraph) cresciuto in un orfanotrofio perché la madre non aveva i mezzi per
mantenere il figlio. Nato a Leningrado secondo i biografi ufficiali. E’ il primo
dei suoi grandi misteri. Operaio ed ex agente del Kgb. Putin, interpretato da un
magnifico Jude Law con parrucchino, mandibola imbronciata (chi mai ha visto
Putin sorridere) e camminata sbilenca, è ossessionato: c’è qualcuno più popolare
di lui, Stalin. Lo Spin Doctor gli ricorda che la sua fama era legata ai lager.
La massa va sottomessa con la violenza, con la repressione. Gorbaciov (che
beveva solo latte) ha dato la libertà al popolo sovietico, Putin lo ha richiuso
in una prigione grande quanto la Russia.
Putin e il Kursk: il sottomarino nucleare lanciamissili considerato
inaffondabile si inabissò nelle acque dell’Artico causando la morte di 118
marinai. Segnò la prima Grande Crisi della sua presidenza. Putin mostrò solo
indifferenza davanti alla tragedia delle madri che urlavano che i loro figli
erano morti per 50 dollari di salario al mese.
La casta dei nuovi ricchi che se ne vanno in giro per il mondo a godere delle
gioie del capitalismo. Poi Putin si riprende il controllo delle ricchezze degli
oligarchi da lui stesso creati e li fa arrestare, uccidere o avvelenare. A lui
ritorna il comando del gas, petrolio, foreste e giacimenti. Putin non si
accontenta di monopolizzare solo il Potere vuole monopolizzare anche la
sovversione. La chiama Democrazia Sovrana che sta alla dittatura come una sedia
sta alla sedia elettrica. Il Potere crea dipendenza difficile disintossicarsi.
Sempre più paranoico seriale, intento a costruire la “cattedrale” del suo mito,
sempre più spietato, si sbarazza anche del fidatissimo Baranov che costringe a
un esilio forzato.
L’ex Spin Doctor e il professore citano lo scrittore distopico Evgenij Zamjatin,
il diavolo della letteratura sovietica, che scriveva: “L’unico futuro possibile
per la letteratura russa é il suo passato”.
Quello che il film non dice sull’infanzia di Putin: la madre Vera Putina aveva
raccontato che nel ’99, guardando i notiziari sull’elezione del nuovo primo
ministro russo riconobbe immediatamente in Vladimir Putin suo figlio perché
“camminava come un’anatra”. Chiunque provasse a squarciare un velo sulle origini
di Putin faceva una brutta fine. Il giornalista russo Artyom Borovik, un
eminente critico del Cremlino che all’epoca stava lavorando a un documentario
sull’infanzia di Putin, morì in un incidente aereo all’aeroporto di Sheremetyevo
il 9 marzo 2000. Il giornalista italiano di Radio Radicale Antonio Russo,
assassinato lo stesso anno perché denunciava gli orrori della guerra cecena.
Vera si era offerta invano di fare un test del dna per dimostrare la sua verità.
E’ morta nel 2023 a 96 anni. Senza mai rivedere suo figlio.
Putin e l’immortalità: al leader cinese Xi Jinping durante una parata disse che
con l’aiuto delle biotecnologie e il trapianto degli organi si può vivere fino a
150 anni. Oddio, auguriamoci di no. Nel frattempo potrebbe sempre cadere vittima
del suo mito.
L'articolo L’ossessione del Putin di Jude Law? Qualcuno è più popolare di lui:
Stalin. Ecco ‘Il Mago del Cremlino’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sono usciti quasi tutti il 29 gennaio questi nuovi film al cinema: ‘La scomparsa
di Josef Mengele’ sull’infinita fuga di un nazista; ‘Le cose non dette’ segna il
ritorno di Gabriele Muccino; ‘Send Help’ si presenta come il nuovo horror di Sam
Raimi; ‘L’agente segreto’ è il brasiliano in corsa per 4 Oscar. Invece in
anteprima voglio parlarvi di ‘Giulio Regeni – Tutto il male del mondo’ che
ripercorre 10 anni di processo e insabbiamenti, in sala dal 2 al 4 febbraio; e
‘Hamnet’ che tratta la vicenda dolorosa di Shakespeare dietro la scrittura, dal
5 al cinema.
***
Appena passata la Giornata della Memoria escono al cinema anche film che
raccontano i colpevoli della Shoah. Così dal 29 gennaio è in sala La scomparsa
di Josef Mengele, di un regista russo, originale e antiautoritario come Kirill
Serebrennikov. Il suo racconto lucido sulla fuga lunga trent’anni del medico
macellaio di Auschwitz parte proprio dalle sue vere ossa che vengono conservate
oggi in un Museo della Memoria. Il bianco e nero, il montaggio che ci trasporta
su due binari temporali nella vicenda di quest’uomo protetto nel dopoguerra da
un conclave di nazisti in Sudamerica, forse raggiunge il suo culmine con il
confronto tra il gerarca e il figlio hippie, che scopre solo a fine anni
settanta i crimini del padre. Colpa e coscienza si scontrano in questa bilancia
del tempo che fa luce sui cerotti segreti di un regime finito, ma offre
consapevolezza sui rigagnoli velenosi del nazismo che si sono nascosti per
decenni tra le fazendas brasiliane e le periferie difficili di paesi neolatini.
Roccioso e inquietante il protagonista August Diehl, anche nel creare
involontariamente con il regista, un ponte con La zona d’interesse, altro titolo
sul tema campi e memoria.
Seppur diversamente, tocca il tema della memoria anche L’agente segreto di
Kleber Mendonça Filho. L’autore sfiora con tante citazioni alcuni classici del
cinema, e la vicenda di quest’uomo che torna a Recife per ritrovare la sua
famiglia impiglia il nostro sguardo, come il protagonista, tra la dittatura
degli anni ‘70 e il suo popolo formica. “La macumba è il twist dei poveri” dirà
a un certo punto uno dei personaggi. Ricostruzione minuziosa e meritevole di 4
candidature agli Oscar 2026, parte come affresco storico su quel Brasile ma
presenta diverse tragiche analogie con tanto insospettabile Occidente
democratico di oggi. E Wagner Moura è protagonista inossidabile del film
politico del momento.
Spostandoci in Italia invece, le sue dinamiche narrative si basanoda sempre su
relazioni amorose in crisi e struggimento individuale per raggiungere
un’impossibile serenità dei personaggi. Gabriele Muccino ha trasformato
agilmente Siracusa, il romanzo di Delia Ephron del 2018 in sceneggiatura corale
per il suo Le cose non dette. Una coppia in crisi porta una coppia di amici in
vacanza a Tangeri (nel libro erano americani in Sicilia). Alla ricerca di nuovi
equilibri vedremo una madre elicottero, l’iperprotettiva Carolina Crescentini,
un marito inseguito dall’amante giovane e appassionata, i sanguigni Stefano
Accorsi e Beatrice Savignani e due legatissimi amici. Tra i personaggi adulti e
traballanti brilla la giovane rivelazione Margherita Pantaleo nei panni della
figlia tredicenne con un bel caratterino. Crinale tra fiducia e tradimento, è su
questo rasoio che Muccino fa girare una serie di mulinelli emotivi e narrativi
rimescolando continuamente le acque della tensione. Il piccolo allievo di Ettore
Scola ora è grande, e stavolta ha fatto un quasi-thriller. Claudio Santamaria lo
aiuta a bagnarlo di commedia all’italiana, mentre la macchina da presa gli danza
intorno come fosse un altro personaggio, e Miriam Leone ci risulta gigante nella
sua dolorosa performance.
Tornando alle democrazie oggi dubbiose, ce ne andiamo negli Usa di Sam Raimi per
il suo horror giocherellone Send Help. Il plot aveva potenziale. Un’impiegata
timida e un po’ sciatta si ritrova su un’isola deserta con il suo capo bullo.
Chi si salverà nello scontro? Chissà cosa ne avrebbe pensato la Wertmuller,
perché mai nessuno è più riuscito a dare a quel naufragio a due un senso forte
come fece lei. Comunque, Raimi gigioneggia in ciò che lo diverte. Allora sangue
a volontà, situazioni iperboliche irreali e buchi tremendamente illogici sulla
storia. Anche se la protagonista Rachel McAdams è super, tutto pare
perfettamente apparecchiato per sollazzare e sfogare superficialmente un
pubblico giovane e rabbioso.
Giungiamo alla prima anteprima, Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, in sala
per soli 3 giorni a inizio febbraio. Ma è sempre un inizio per i film evento,
perché se gli spettatori chiedono agli esercenti, alcune proiezioni fuoridata ci
scappano sempre. E qui ne varrebbe la pena. Il regista Simone Manetti mette
ordine i fatti a 10 anni dalla scomparsa e dalla tortura di Giulio. Nuove
testimonianze video si rincorrono in un caso ancora irrisolto e purtroppo non
unico. A parlare abbiamo i genitori Claudio Regeni e Paola Deffendi, due leoni
veri, e la loro avvocatessa. Il film è una ricerca della verità dritta e
necessaria, ma vanno riportate le parole della famiglia Regeni, più importanti
di qualsiasi recensione cinematografica: “Confidiamo che la diffusione di questo
documentario possa fare conoscere la nostra lunga battaglia per ottenere verità
e giustizia e possa fare comprendere tutto il male che abbiamo dovuto affrontare
e gli ideali che ci hanno animati. Ci auguriamo che la consapevolezza di ‘tutto
il male del mondo’ che si è abbattuto su Giulio e su di noi, possa renderne più
difficile la sua reiterazione, che pure sappiamo compiersi, spesso
nell’impunità, ai danni dei molti Giuli e Giulie del mondo”.
Chiudiamo con un altro dramma legato alla perdita di un figlio, e in uscita il 5
febbraio. È un romanzo del 2020 Hamnet, di Maggie O’Farrell, nel quale partendo
dalla vera tragedia famigliare della morte del figlio undicenne di William
Shakespeare si ipotizza un legame tra il trauma per la perdita e la drammaturgia
del più grande autore di sempre. La moglie, interpretata da Jessie Buckley, è la
protagonista luminsa di questa tragedia bucolica, e Paul Mescal ha il compito di
dare volto al Poeta. Anche senza le sue 8 candidature agli Oscar, questa nuova
opera di Chloé Zhao brilla perché mette in congiunzione su grande schermo il
superamento della quarta parete teatrale tra pubblico e artista sul
palcoscenico, tendendo le mani a tutto ciò che di più urgente l’Arte mette in
scena.
Ma riflette anche con acume sul processo creativo, e sulle magiche, misteriose e
salvifiche vie che trasformano le esperienze vere metabolizzandole in narrazione
teatrale, letteraria o cinematografica che sia. Insomma, oltre alla magnificenza
che porterà di sicuro Statuette, anche un valore inoppugnabilmente formale. Sarà
l’imperdibile di febbraio. #PEACE
L'articolo Il docufilm su Giulio Regeni e Hamnet (Shakespeare): due anteprime
tra i nuovi titoli in sala proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se non andate a vedere L’agente segreto, il film brasiliano diretto da Kleber
Mendonça Filho, candidato a quattro premi Oscar, le sale devono chiudere e di
cinema non se ne parli più. Impossibile non amare questo thriller d’atmosfera,
magmatico e crudo, elegantemente e ironicamente cinefilo, volutamente costruito
attorno a una sotterranea violenza politica e a un’umanità ostinatamente
diffusa.
Siamo nel 1977, in un’epoca, come dice la didascalia, “piena di bizzarrie”. Già,
perché L’agente segreto inizia come un western, in una stazione di benzina in
mezzo al nulla brasiliano del nord-est, con un cadavere decomposto sotto un
cartone a pochi metri dalle pompe e dove sopraggiunge il protagonista Marcelo
(Wagner Moura) su un maggiolone giallo. Tutto sembra avvolto in un senso di
sinistra inquietudine fin da subito: il paffuto, sudato e pavido proprietario
della stazione di servizio; l’arrivo di due corrotti poliziotti; il cadavere che
rimane lì senza che nessuno intervenga da giorni, con i cani randagi che
saltellano attorno impazziti; l’evocazione del Carnevale che ha già fatto 90
morti; un samba insinuante e malato nelle orecchie; un enorme, terrorizzante
mascherone di gallo a bordo strada. L’agente segreto è già tutto spiegato in
questi dieci minuti iniziali di rara perfezione visiva e percettiva.
Marcelo non è affatto un agente segreto (e nel film non ce ne sono agenti
segreti), ma un uomo comune, vedovo, laureato ed esperto in tecniche
industriali, sicuramente non vicino al regime dittatoriale dell’epoca, in fuga
verso Recife per incontrare il figlio di nove anni, accudito dagli anziani nonni
materni (il nonno fa il proiezionista!). Verrà accolto in una nascosta
comunità/condominio di “rifugiati” coordinato dall’anziana combattiva Dona
Sebastiana, lavorerà sotto copertura in un istituto pubblico dove si rilasciano
carte d’identità, ma soprattutto avrà, dopo circa mezz’ora di film, due, anzi
tre, killer alle calcagna, perché uno squallido vecchio industriale di San Paolo
vuole vendicarsi di un torto subito da un “comunista”.
La narrazione procede svelando gradualmente la grossa ossatura del presente (i
settanta), chiazze di passato, poi pure di futuro – l’oggi – in chiusura,
cucendole con il filo evocativo di una ricostruzione d’ambiente impeccabile,
giradischi e musicassette per una playlist musicale vagamente tarantiniana da
brividi, abiti e automobili tirati a lucido, facce e corpi peculiari dell’epoca
che non fanno mai sbandare occhio e racconto. L’agente segreto si sviluppa
gradualmente senza mai accelerare nel ritmo, si stratifica in microsottotrame
per mostrare la ferocia avvolgente di una persecuzione totalizzante, tenendo
sempre al centro l’incredibile presenza in pericolo di Moura, oscillante nella
dialettica tra autentici cattivi e quasi anonimi buoni.
Mendonça Filho, che è stato critico cinematografico per parecchio tempo, al suo
quarto lungometraggio abbandona la cinefilia dura e pura e costruisce un omaggio
alle proprie suggestioni di sala (Lo squalo di Spielberg è ovunque; lo split
screen cade gentile e curioso) per prorompere in un cinema più popolare,
commestibile, a suo modo hollywoodiano, di quanto vorrebbe sembrare, scegliendo
una strada formale comunque personale, anticonvenzionale, inevitabilmente
spiazzante. Insomma, chi entra in sala per vedere un thriller, rimarrà
soddisfatto. Per chi entra in sala per vedere come si realizza un’opera d’arte
cinematografica, pure. Ora capiamo perché Moura ha vinto il Golden Globe e la
Palma d’oro a Cannes, ed è candidato agli Oscar come miglior attore. Anche se è
l’intero cast del film, fin nella più insignificante comparsata di un
poliziotto, a luccicare come un gioiello di una luminosa e variopinta vetrina.
Distribuito da Minerva Pictures.
L'articolo L’agente segreto – Un thriller mozzafiato che intreccia politica e
tensione e quattro nomination agli Oscar 2026 proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quando Simone de Beauvoir incontra Franco Califano e le corna deflagrano tra le
costine dei romanzi Adelphi e il catalogo Alpitour, Le cose non dette (dal 29
gennaio in sala) è la nuova fatica, proprio fisica e corporea, che consacra il
Muccino touch dopo vent’anni di onorato servizio di esagitazione formale. Il
movimento di macchina a precedere la corsa, con urla e strepiti nello
scapicollarsi a perdifiato di tutti i personaggi muccianiani (uomo o donna,
vecchio o giovane, poco importa), tocca il suo apice tra i dedali marocchini
tutti simili di Tangeri, dove è ambientato sostanzialmente l’intero film. Più de
L’ultimo bacio, più di Ricordati di me, più di A casa tutti bene, l’ideologia
stilistica dell’esagitazione trova il suo habitat privilegiato in un frenetico
discorso di doppia coppia, più figlia e amante (al pepe, si diceva nelle
commedie sexy anni Ottanta) che cercano di ritrovare il bandolo della matassa
esistenziale in un momento di crisi sentimentale e affettiva.
Il cinquantenne Carlo (Stefano Accorsi, stranamente ricciolino e modello Lou
Ferrigno) è un ordinario di filosofia alla Sapienza che sembra in crisi creativa
(scrive anche romanzi), ma non fa altro che coprire alla moglie Elisa (Miriam
Leone, giornalista di grido a Vanity Fair, anch’essa senza più bussola
professionale) la tresca con Blu (Beatrice Savignani), una sua assatanata
studentessa che fa anche la cameriera in un ristorante dove spesso lui ed Elisa
vanno a cena assieme alla coppia di amici Paolo (Claudio Santamaria, bonario e
fesso amicone di Carlo) e Anna (una ferocissima Carolina Crescentini), anch’essi
ai ferri corti con Paolo che ha un debole silente per Elisa. E se Carlo ed Elisa
sembrano essere in crisi perché non riescono ad avere figli, Paolo e Anna hanno
una figliola, la tredicenne Vittoria (Margherita Pantaleo), che sembra uscita da
un film horror.
Oppressa dall’isterica asfissia materna, apparentemente taciturna, in realtà
Vittoria si rivela come posseduta da tutti gli estremi psicofisici della pubertà
che sfocia in adolescenza: prova la prima masturbazione, adora in modo maniacale
Paolo, sa mentire e trasformarsi oltre le formalità tra giovani e adulti.
L’occasione per far scontrare coppie in frantumi e spigoli caratteriali è la
gita per tutti e cinque a Tangeri, in Marocco: meta classica per scrittori in
cerca di nuova ispirazione, ma anche ultimo possibile scenario in cui piomba Blu
per prendersi definitivamente il suo Paolo. Tutto in Muccino ribolle: il sesso,
la rabbia, lo strazio, le balle, il tradimento. E tutto ribolle dentro a queste
autentiche performance di atletica leggera dove Paolo insegue Blu, Anna insegue
Vittoria, Carlo insegue Paolo, Elisa insegue Carlo, ecc… davanti allo sguardo
involontariamente comico di una attonita concierge dell’hotel.
La struttura narrativa tesa verso uno slabbrato climax si arricchisce di stralci
di passato soprattutto tra Paolo e Blu, prevede visivamente e inizialmente (poi
si perde) una palpitazione cardiaca (proprio la si sente) su sfondo improvviso
da frame nero, e si impreziosisce di citazioni del prof Accorsi (“Oggi s’impara,
domani si vince”, ma anche “le idee sono come storie d’amore, arrivano quando
meno te lo aspetti”) qui su sfondo Roma Capoccia del romanesco Santamaria.
Le cose non dette, come ogni film di Muccino che si rispetti, è un film
ostinatamente e caoticamente corale, ma spesso e volentieri qualche
caratterizzazione sfugge di mano e qualche scena stecca proprio di brutto: la
Crescentini in perenne overacting; Accorsi con la sovraesposizione della sua
celebre smorfia ansiogena con labbro mezzo sollevato che si trasforma
continuamente nell’espressione “ma cos’è sto fetore?”; la sostanziale
impalpabile presenza della Leone. Anche se, più di tutto e di tutti, è il
mosaico ricostruttivo dei punti di vista alla Rashomon, rispetto a un delitto e
davanti alla commissaria di turno, che invece di cucire carsicamente la trama ne
disfa banalmente l’ordito.
Tratto dal romanzo sofisticato e upper class Siracusa (Fazi editore) scritto da
Delia Ephron, sorella di Nora (sceneggiatrice di C’è posta per te) e con Muccino
qui allo script, Le cose non dette chiude il pacchetto contemporaneità forzata
con il brano omonimo appositamente scritto e gorgheggiato da Mahmood, scambiato
per un discutibilissimo atto di ribellione.
L'articolo Le cose non dette – Il Muccino touch con i nuovi tradimenti, le
crisi, le urla e le perenni corse a perdifiato dei suoi personaggi proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Il consumismo delle notizie dai teatri di guerra: Venezuela, Iran, Gaza,
Ucraina, Groenlandia, Cuba. Mentre Panama e Taiwan continuano ad avere i piedi
freddi. Trump ci aveva promesso che sarebbe finita in Ucraina. Invece continua
nel disprezzo delle regole dei deboli, dei dimenticati e degli alleati. Nel
mentre si continua a combattere e a morire. La missione di un plotone ucraino si
trasforma in operazione praticamente suicida: attraversare un miglio di foresta,
pesantemente fortificata e minata, per liberare il villaggio strategico di
Andriivka dalle forze russe. Una volta arrivati trovano solo morti, la bandiera
dell’Ucraina la issano su un cumulo di macerie. Un giornalista li accompagna,
testimoniando le devastazioni della guerra e la crescente incertezza sulla sua
conclusione.
Il film di Mstyslav Chernov, bello nella sua tragicità, è nelle sale il 19, 20,
21 gennaio. Andare a vederlo oltre a essere una testimonianza importante è un
gesto di rispetto per le giovani vittime, almeno di loro rimarrà una traccia
nella memoria dei vivi. Non sono morti invano. I giovani soldati hanno lasciato
i loro lavori, chi faceva il camionista, chi studiava, chi invece di abbracciare
un fucile ha deciso di abbracciare una telecamera per testimoniare l’orrore.
Dal team vincitore dell’Oscar per 20 days in Mariupol, 2000 metri ad Andriivka
documenta il costo della guerra russo-ucraina da un punto di vista personale
devastante. Dopo il suo storico racconto del prezzo pagato dai civili a
Mariupol, Chernov rivolge il suo sguardo ai soldati ucraini sfiniti: chi sono,
da dove vengono e le decisioni impossibili che affrontano nelle trincee (un
amaro ricordo della nostra prima guerra mondiale) mentre combattono per ogni
centimetro della loro terra. Un contrasto stridente nella guerra tecnologica dei
droni/kamikaze.
Nel mezzo di una controffensiva fallimentare si intrecciano riprese originali,
intensi video dalle bodycam dell’esercito ucraino e potenti momenti di
riflessione. I soldati intervistati con un’intimità struggente sognano una
doccia, un pasto caldo, un letto e di riabbracciare la fidanzata. Invece molti
di loro moriranno: hanno meno di 25 anni. Un pugno nello stomaco l’immensa
distesa di lapidi e croci, un mare di dolore. Sognavano solo una patria libera.
Per chi è rimasto sembra invece che questa guerra potrebbe non finire mai.
Ps. Tragicamente dal fronte iraniano, atteso in Italia per la promozione del
film Divine Comedy in uscita al cinema il 15 gennaio, il regista iraniano Ali
Asgari non è potute arrivare, per la cancellazione del suo volo da Teheran.
Nella drammatica situazione in corso in Iran, il governo degli ayatollah ha
anche bloccato internet e linee telefoniche, per cui Asgari risulta
irraggiungibile da diversi giorni. Tramite un messaggio recapitato a uno dei
coproduttori so in ogni caso che è salvo. Regista dissidente e fortemente
critico con il regime, autore di film girati in patria illegalmente, già per
Kafka a Teheran Asgari non poté raggiungere l’Italia per la sospensione del
passaporto da parte del governo. Teodora Film e Zoe Films, che hanno coprodotto
il film per l’Italia, hanno espresso una piena solidarietà ad Ali e al popolo
iraniano, che sta pagando un prezzo altissimo in questi giorni di proteste.
L'articolo 2000 meters to Andriivka: così i giovani soldati ucraini continuano a
morire nella totale indifferenza proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel 2002 Danny Boyle aveva riscritto a modo suo la parabola dell’apocalisse
zombie lanciandola come un sasso sulla sua Londra, resa deserta e inquietante.
Lui in immagini per la regia, Alex Garland in sceneggiatura. 28 giorni dopo
lanciò l’irlandese Cillian Murphy, futuro premio Oscar per Oppenheimer, e impose
all’immaginario collettivo una nuova idea di zombie movie dalle corse
indiavolate, e soprattutto legata più strettamente a un virus che a una
non-morte soprannaturale.
Una specie di rabbia, malattia peraltro metafora tragica di un mondo
ipercinetico che ha perso ogni grazia. I giorni diventarono 28 settimane dopo, e
poi 28 anni nel sequel del 2025, ai quali oggi si aggiunge un quarto capitolo
sempre più truculento, 28 anni dopo – Il Tempio delle Ossa, dove quell’umana
grazia tenterà di recuperarla il dottor Kelson, alias Ralph Fiennes. Comparso
nel franchise già al capitolo precedente, il suo personaggio cercherà di
domare/educare l’alpha, il capobranco degli infetti.
La regia passa a Nia DaCosta, scrittura sempre di Garland, e producer Boyle. La
regista newyorkese sembra accantonare lo zombie movie per un horror organico e
splatter, ma anche più lineare, quasi quanto le teste e le spine dorsali
strappate a mani nude dall’apha. Esseri umani come gamberetti. La sua narrazione
si concentra sui conflitti dei vivi mettendo di fronte Fiennes e Jack O’Connell,
titolare di un nuovo cattivello niente male, che si aggira comandando un
manipolo di ragazzi in tuta, tutti ribattezzati Jimmy. Ci ricorda un po’ il
primo Negan di The Walking Dead, con uno stile formale dalle parti dei Drughi di
Arancia Meccanica.
Se questo quarto capitolo vi dovesse conquistare, sappiate che ne è previsto un
altro, chissà se l’ultimo, che dovrebbe dirigere il regista di Trainspotting. Ma
come piccolo spoiler, senza rifar nomi, torna a quanto pare una vecchia
conoscenza del franchise, un attore spesso in stato di grazia nelle sue
performance. Con tutti questi sequel, di chi saranno i nostri 28 anni, o giorni
al cinema?
E siamo giunti a Paolo Sorrentino, che dopo la storia tutta femminile di
Parthenope, riprende con sé in scrittura Umberto Contarello mettendo insieme un
pastiche che potremmo collocare tra Il Divo (che firmò da solo) e Loro
(sceneggiato a quattro mani con lo scrittore padovano). Toni Servillo veste i
panni carismatici di un Presidente della Repubblica uscente, Anna Ferzetti
quelli della figlia giurista e infaticabile assistente del padre.
A sei mesi dalla fine del mandato, Mariano De Santis deve decidere se concedere
la grazia in due casi di omicidio, in più rifinire e nel caso firmare la nuova
legge sul diritto all’eutanasia. Stavolta si va dritti su temi caldi e
attualissimi. Giocando a contrasto, i giorni del Presidente Servillo sono
scanditi dal garbo del Quirinale e ritmati da musica tecno più il rap di Gué. Lo
sguardo di Sorrentino riempie e compone magistralmente come sempre i grandi
spazi delle scene.
La grazia sintetizza nel titolo il suo intento, lo raggiunge in modo molto
maturo e spirituale, ma non moralista, poiché il Presidente di Sorrentino,
vagamente simile per pochi aspetti al vero Presidente Sergio Mattarella ma ben
lungi dall’idea biopic, pone su tutto una riflessione alimentata dal tempo,
dallo studio, dalla conoscenza profonda e rispettosa della materia giuridica
quanto delle persone, e quindi mira all’instancabile osservazione umana, fatta
di passioni quanto a volte di compassione.
Nello scandagliare l’umano la coppia Contarello/Sorrentino è imbattibile. Forse
la più netta novità nella loro formula è una nuova concettualizzazione nobile
della burocrazia.
Piaccia o meno, nella filmografia di Sorrentino appare oramai chiara una
bilanciata alternanza tra titoli con il gigante Servillo in testa, e pastiche
con protagonisti one shot. Slalom di storie e characters che intreccia anche
l’alternanza tra la scrittura in solitaria e quella a quattro mani con
Contarello. Ultima nota è per Ferzetti. Perfetta e non satellitare, aspettiamo
il ruolo che la porti ancora più su come merita. Come la Veronica Lario di Elena
Sofia Ricci (in Loro), il suo personaggio e la sua forza attoriale avrebbero
tenuto un film da protagonista, entrambe con un Servillo più laterale. Ma forse
la recente Parthenope è solo la prima delle nuove eroine protagoniste assolute
di Sorrentino. #PEACE
L'articolo Tornano in sala Danny Boyle e Paolo Sorrentino: un’instancabile
osservazione umana proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il cinema in Italia nel 2025? Ha vivacchiato ancora. Alcuni giorni fa sono
usciti i dati Cinetel relativi a incassi e spettatori nell’ultimo anno di
visioni in sala e i risultati sono pressoché simili al 2024 e al 2023. Insomma,
gli spettatori nel 2025 non aumentano ma nemmeno diminuiscono molto. Andiamo a
vedere i dati. Nell’anno 2025 al box office italiano si sono incassati
496.552.723 euro per 68.361.056 di biglietti venduti. Rispetto al 2024 c’è un
minuscolo +0,5% negli incassi (fenomeno Zalone? ne parliamo tra poco) e -2% di
presenze. Rispetto al 2023 siamo a +0,2% negli incassi e -3,2% nelle presenze.
Insomma, il mero dato oggettivo vede una piccolissima fuga di spettatori
tamponata dal solito dato leggermente fuorviante (se usato come pietra di
paragone verso i dati del passato recente e ancora più dell’epoca in cui c’erano
le lire) degli incassi. In parole povere: i biglietti costano immensamente di
più anche solo rispetto al periodo pre Covid. Durante le ultime feste natalizie,
ad esempio, in molte multisale un posto centralissimo per Buen Camino è costato
anche più di 12 euro.
Per capire ancora meglio cosa significhi l’aumento del prezzo del biglietto nel
giro di un decennio basta incrociare i parametri incassi/spettatore dello stesso
Zalone che con Quo Vado? (2016) ha incassato 65.365.767 euro per quasi 10
milioni di spettatori (secondo maggiore incasso nella storia del cinema in
Italia; però “solo” 43esimo come numero di spettatori), mentre Buen Camino, che
nelle prossime ore lo supererà per puntare dritto ai 68 milioni e rotti di
Avatar, ha incassato 65.292.956 euro ma registrato un numero molto minore di
spettatori: 8.104.189 (quasi due milioni in meno rispetto a Quo Vado?).
E su come Buen Camino abbia spinto molto negli ultimi sei giorni del 2025
ricordiamo che ha incassato 36 milioni di euro (4 milioni e 400 mila presenze),
diventando campione d’incassi del 2025 (lo sarà ovviamente anche del 2026) con
una sola settimana di programmazione. Insomma, difficile è capire se il fenomeno
Zalone abbia la funzione di un principio moltiplicatore esponenziale per
spostare masse al cinema (ci crediamo poco) o faccia come sempre campionato a sé
ad ogni uscita cadenzata come si attendesse l’apparizione taumaturgica di un
sant(iag)o.
Buen Camino spinge verso l’alto anche la quota di produzioni italiane viste nel
2025: 32,7% degli incassi e 33,3% delle presenze (162,4 milioni di euro
d’incasso e 22,7 milioni di biglietti venduti). Qui va detto però che prima di
Buen Camino le produzioni italiane rappresentavano già un 29% del totale. Si
tratta, comunque, del migliore risultato dal 2016 sia in valore assoluto che
percentuale, che vede anche un forte calo della quota hollywoodiana sia come
incassi (-24,7%) che come spettatori (-25,9%).
Dietro Zalone, tra gli italiani, hanno fatto bottino: Follemente di Paolo
Genovese (17,9 milioni di euro; 2,4 milioni di presenze); Diamanti di Ferzan
Ozpetek (9,8 mln; 1,3 mln); Io sono la fine del mondo di Angelo Duro (9,7 mln;
1,2 mln) e Oi vita mia con Pio e Amedeo (8,5 mln; 1,1 mln).
Infine, il cinema in Italia nel 2025 è andato molto bene nel primo trimestre e
ancora meglio nei primi cinque mesi, con un maggio da record poi vanificato dal
trimestre giugno-luglio-agosto, come sempre ai minimi termini, ma ancor di più
da una flessione copiosa di ottobre e novembre rispetto agli stessi mesi del
2024, con rispettivamente -22,4% e -25,5%.
L'articolo Stessi incassi e meno spettatori nel 2025: il paradosso dei biglietti
al cinema che sono sempre più cari proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ringrazio la mia compagna per aver gettato le basi della nostra relazione. Non
ce l’avrei mai fatta senza di te, grazie dal profondo del cuore. Ti amo”. Alla
31esima edizione dei Critics Choice Awards, il momento più dolce non è stato
solo il premio: Timothée Chalamet, vincitore come Miglior attore protagonista
per Marty Supreme ha conquistato il pubblico con una dedica a sorpresa alla
fidanzata Kylie Jenner. Dal palco, con il trofeo in mano, l’attore si è rivolta
all’influencer. In platea, Jenner gli ha risposto con un sorriso e un tenero “ti
amo”, tra gli applausi dei presenti.
La loro storia, iniziata tre anni fa, è diventata ufficialmente pubblica solo di
recente. Se prima la coppia appariva raramente insieme, negli ultimi mesi il
loro legame ha preso il centro della scena: dal sostegno reciproco al Palm
Springs International Film Festival. A suggellare questa nuova fase è arrivata
anche l’approvazione della madre di Kylie, Kris Jenner. La matriarca del clan
Kardashian-Jenner ha condiviso sui social uno scatto in cui indossava una giacca
brandizzata Marty Supreme, accompagnandolo con la scritta: “Il miglior film di
sempre”, e taggando Chalamet. Ormai “Timmy” fa parte della famiglia. Per la
prima volta dall’inizio della relazione, l’attore è stato incluso pubblicamente
anche nei festeggiamenti natalizi della famiglia Kardashian-Jenner, come
mostrato da uno scatto condiviso sui social. Il nome della giovane star è
comparso sulla tradizionale casetta di pan di zenzero, accanto ai soprannomi di
tutti i membri della famiglia.
L'articolo “Non ce l’avrei mai fatta senza di te, grazie dal profondo del cuore.
Ti amo”, la dedica di Timothée Chalamet a Kylie Jenner ai Critics Choice Awards
2026 proviene da Il Fatto Quotidiano.