Se Hamnet di Chloe Zhao ha diviso la critica (meno le platee travolte da lacrime
incontrollabili), la sua protagonista Jessie Buckley ha unito chiunque in un
plauso unanime. L’attrice nata nel verdissimo Killarney d’Irlanda alla fine del
1989 non è brava nel ruolo di Agnes Shakespeare: è semplicemente clamorosa. Con
questo “ruolo della vita” — almeno finora — pochi sono i dubbi che l’Oscar da
protagonista non finisca nelle sue mani, dopo la nomination da “supporting
actress” che la celebrò per La figlia oscura (2021), diretto da quella Maggie
Gyllenhaal che l’ha voluta protagonista de La Sposa!, dal 5 marzo anche nelle
sale italiane. Dice bene Variety motivando i probabili favori dell’Academy verso
Buckley: “L’attrice guida il film dentro a un dolore primordiale, senza mai
indugiare nel sentimentalismo”. Una riflessione valoriale altissima, che
suggella un talento di cui forse ancora in pochi si erano accorti. Del resto
Jessie appartiene a quella categoria di performer complete: è anche cantautrice,
danzatrice, raffinatissima interprete teatrale (ha vinto un Laurence Olivier
Award per il musical Cabaret nel 2021), con una solida e classicissima
formazione tutta British, essendosi laureata alla Royal Academy of Dramatic Art.
Al netto di premi vinti, statistiche e previsioni fatte, Buckley non dovrebbe
dunque avere rivali per la prossima Notte degli Oscar (15 marzo): dopo aver
ricevuto il Golden Globe (film drammatico), il BAFTA, il Critics’ Choice e il
premio SAG (Screen Actors Guild), l’attrice ha una probabilità del 95% di
trasformare la candidatura che, nel mondo delle scommesse, si traduce a 1,02
quote.
Qualunque altra vincitrice sorprenderebbe. A partire dalla seconda favorita,
l’australiana Rose Byrne, mattatrice assoluta e quasi solitaria del dramedy
“autoriale” Se solo potessi ti prenderei a calci (If I’d Legs I’d Kick You) di
Mary Bronstein. Seppur vincitrice del Golden Globe come miglior attrice di una
commedia o musical, Byrne ha pochissime chance di assaporare la statuetta più
ambita del cinema (il 3%: gli scommettitori la danno a 19,00), anche per
l’oggettiva complessità del film di cui è protagonista, che peraltro gode di una
sola nomination: la sua. E per quanto assai più pop, anche la due volte
“oscarizzata” Emma Stone difficilmente sarà chiamata a fare il suo discorso di
ringraziamento per aver interpretato Bugonia di Yorgos Lanthimos, con la regia
del quale ha trionfato nel 2024 per Poor Things, dopo il suo primo Academy Award
per La La Land nel 2016. Quasi infinitesimali le possibilità sia per la
“veterana” Kate Hudson, chiamata a esprimersi — e a cantare — in Song Song Blue
di Craig Brewer, sia per la norvegese Renate Reinsve, unica interprete non di
madrelingua inglese, sensibile protagonista femminile di Sentimental Value del
suo connazionale Joachim Trier, forte candidato nella categoria dei film
internazionali. Dovesse vincere una delle ultime due attrici, gli scommettitori
vedrebbero la propria puntata moltiplicarsi di ben 26 volte.
Sul fronte delle “supporting actress” i giochi sono notevolmente più aperti e
dunque interessanti. In buona parte poco note al grande pubblico internazionale,
le performer generalmente inserite in questa categoria guardano al loro
possibile Oscar come all’antipasto per un futuro da protagoniste. Con due
interpreti offerte dal cast di Sentimental Value — l’americana e assai famosa
Elle Fanning e la norvegese Inga Ibsdotter — che purtroppo per loro godono di
scarse possibilità di vittoria, i favori si spalmano sul rimanente terzetto,
composto dall’americana Teyana Taylor (Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas
Anderson), la 75enne Amy Madigan (Weapons di Zach Cregger) e la
britannica-nigeriana Wunmi Mosaku (I peccatori di Ryan Coogler). Se quest’ultima
ha trionfato ai BAFTA, la veterana Madigan ha vinto il Critics’ Choice Award e
il SAG, mentre la febbrile “Perfidia” di Una battaglia dopo l’altra si è
guadagnata il Golden Globe.
Insomma, i principali riconoscimenti pre-Oscar perfettamente tripartiti in una
corsa che anche per gli scommettitori si livella su quote moltiplicative
ravvicinate, fra 2 e 3. In conclusione, è possibile che, mancando una
superfavorita come Jessie Buckley tra le “leading”, tra le “supporting” abbia la
meglio la performer presente in uno dei film con il maggior numero di
candidature: in tal caso il cerchio si stringerebbe fra Taylor e Mosaku. Con un
sonoro e appassionato applauso per la bravura di tutte, protagoniste e non.
L'articolo La clamorsa Jessie Buckley domina i pronostici, ma tra le non
protagoniste è sfida aperta: la corsa agli Oscar 2026 delle attrici proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Tag - Film in uscita al cinema
Tra il sottile pulviscolo della contemporanea poesia di La mattina scrivo ci si
può infilare in molti modi. Pensando che sia un film sulla precarietà del mondo
del lavoro (e lo è). Pensando che sia un film sul senso del sacrificio affinché
l’arte e l’artista possano agire liberi (e lo è anche questo). Oppure pensando
che questa storia di un oggi slittante e sfuggente, filmata con mirabile e
ruvida grazia dalla regista francese Valérie Donzelli, racconti qualcosa di
ancora più critico: l’indecifrabilità dei ruoli sociali.
Il quarantenne Paul (Bastien Bouillon) è un fotografo parigino che rinuncia a
3mila e rotti euro al mese garantiti e a un bell’appartamento per fare lo
scrittore. Lo vediamo fin dai primi istanti del film: Paul è già immerso anima e
corpo nella dinamica di un lavoro di fatica – demolire a cottimo muri e
pavimenti di un appartamento – per quella che diventa una vera e propria
necessità di sopravvivenza.
Lasciato dalla moglie (la stessa Donzelli), che si porta i due figli già
grandicelli in Canada, poco apprezzato dal padre che, irritato, non comprende la
sua scelta radicale (“perché non scrivi un libro che venda?”), dopo aver dato
fondo ai propri risparmi e aver venduto le sue preziose macchine fotografiche
Paul finisce per abitare in un sottoscala umido e buio. È costretto a limare su
ogni voce di spesa, a fare il taxista abusivo ma soprattutto ad accettare
volontariamente lavoretti da tuttofare (tagliare l’erba con le cesoie, pulire
vetri, smontare mobili), accettando su un’app dello smartphone (Jobbing, sic)
mansioni assegnate attraverso una rapidissima asta al ribasso online tra
concorrenti.
Grazie a questa cercata flessibilità lavorativa il protagonista è convinto di
riuscire a ritagliarsi la mattina per scrivere il suo quarto romanzo, dopo che i
primi tre – come gli ricorda la direttrice della casa editrice (Virginie
Ledoyen, chi si rivede!) – sono stati apprezzati dalla critica ma non hanno
venduto granché. Cinquemila copie comunque, in Italia, sarebbero oro per tre
quarti degli scrittori semiprofessionisti.
Questo graduale scivolamento verso l’indigenza rende Paul una figura
difficilmente inquadrabile nelle caselle della riconoscibilità sociale. Ed è
proprio questa eccezionalità nella povertà a rendere il personaggio una figura
emblematica e magnetica: impolverata, affaticata e pervicace, quasi sempre
scolpita in primi piani o a mezzo busto, spesso colta in una smorfia di stupito,
accennato sorriso.
“Sono come molti altri, attirato dalla flessibilità del sistema e
paradossalmente dalla libertà che permette. È una trappola ben pensata. Una
giusta combinazione di libertà e della sua privazione”, spiega la voce fuori
campo di Paul che innerva il tessuto dell’intero film.
Il romanzo giusto, comunque, arriverà. S’intitolerà À pied d’œuvre (titolo
originale del film e del vero libro da cui è tratto), che tradotto vorrebbe dire
qualcosa come “pronto a tutto” o anche “sempre pronto per iniziare un
lavoretto”. Del resto, per sintetizzare la nuova opera all’editrice, Paul
sottolinea: “Parla del mio ombelico, di te, di me, dei miei figli e pure del
nostro mondo”. Donzelli è capace di ritrarre con rapidità, senza ridondanze
formali né retorica drammaturgica (nelle produzioni italiane sarebbe stato un
terribile melodramma tragico), l’atipico e ostinato understatement di Paul.
Impossibile rimanerne indifferenti. Ancora una volta, va riconosciuto il
coraggio del distributore nostrano Teodora.
L'articolo La mattina scrivo, il film di Valérie Donzelli sull’artista precario
che finisce nella giungla dei lavoretti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Medio Oriente è in fiamme e Scalfire la Roccia diventa un monito. Ha
conquistato i festival e il pubblico di mezzo mondo il documentario diretto da
Sara Khaki e Mohammadreza Eyni, due registi iraniani candidati all’Oscar, in
uscita l’8 marzo: è una potente testimonianza.
Scalfire la roccia. Cutting Through Rocks ci porta in un villaggio nel
nord-ovest dell’Iran profondamente conservatore. Ogni giorno bisogna scalfire la
pietra di una mentalità retrograda, becera, maschilista che considera la donna
una sua proprietà. Sara Shahverdi è la prima donna ad essere eletta consigliera,
ex ostetrica, divorziata, abituata a girare in moto e in pantaloni. Perché una
Grande Rivoluzione comincia anche dalle piccole cose. Sara è la sesta di sei
sorelle, il padre voleva assolutamente un maschio, i tre fratellini verranno
dopo. Li cresce praticamente lei mentre il padre le insegnava ad andare in
motocicletta. La motocicletta sgangherata diventa un strumento di riscatto
sociale per lei in una società rigidamente patriarcale, in un paese che di fatto
odia le donne e le schiaccia come scarafaggi.
Ma Sara è una donna che vuole andare contro il sistema e insegna sgommate e
accelerate anche alla nipote, figlia del fratello. Cavalcare una moto vuol dire
cavalcare la protesta in difesa dei diritti civili ignorati delle donne. Il
fratello le insegue con la macchina, taglia loro la strada e prende a schiaffi
la figlia. Poi la costringe a sposarsi contro la sua volontà. Sul velo della
sposa vengono appuntanti con spille biglietti di soldi, come da tradizione. Sara
si batte come un tigre contro le “tradizioni” che gli uomini usano per tenere
soggiogate le donne. Contro i matrimoni combinati in un’età nella quale le
bambine dovrebbero ancora giocare con le bambole. Non decidi tu quello che devi
fare. Parole terribili.
Un altro esempio di negazione di diritti: una giovane donna per sottrarsi a un
destino di sottomissione vuole cambiare sesso, ma il giudice le nega il
consenso. Finché ci saranno ingiustizie e disuguaglianze basterebbe che ci sia
sempre una persona dal grande coraggio che alza la testa per combatterle. Un
grido di speranza in questi tempi più bui che mai. Su Teheran piovono bombe e si
spara sui civili. Una vergogna.
Altro copione Lady Nazca – La signora delle linee, diretto da Damien Dorsaz e
ispirato alla straordinaria storia di Maria Reiche, matematica, archeologa e
traduttrice tedesca, naturalizzata peruviana, che ha dedicato tutta la sua vita
allo studio e alla salvaguardia delle misteriose Linee di Nazca, uno dei più
grandi enigmi archeologici della storia dell’umanità. All’alba della Seconda
Guerra Mondiale, Maria è una donna fuori dal suo tempo: visionaria, solitaria,
determinata. Fugge dalla Germania e si rifugia in Perù, cerca di adattarsi a una
società chiusa e conservatrice, volendo proteggere anche il legame con la sua
compagna Amy.
Durante un’esplorazione nel deserto di Nazca, Maria si imbatte nelle
indecifrabili linee e figure gigantesche tracciate nel terreno con precisione
matematica da una civiltà pre-inca e che risale al 300 a.C. Maria riuscirà tra
mille difficoltà e ostacoli burocratici a portare a compimento la sua missione
scientifica e a svelare il significato dei geoglifi e a preservarli dall’incuria
di quei tempi. Nel silenzio del deserto, Maria troverà il suo posto nel mondo.
Grazie alla sua instancabile opera, le Linee di Nazca sono dal 1994 Patrimonio
dell’Umanità dall’Unesco. Anteprima speciale l’8 marzo all’Anteo Palazzo del
Cinema di Milano.
Squarci di femminismo anche nella ultima e audace interpretazione di
Frankenstein. Ne La Sposa!, l’attesissimo kolossal americano, anche il punto
esclamativo del titolo non è casuale. Per la regista, sceneggiatrice e
coproduttrice Gyllenhaal rappresenta l’energia repressa e liberata di ogni donna
messa a tacere. Questo elemento simbolico sottolinea il carattere esplosivo e
ribelle di Ida, la Sposa, e della rivolta sociale delle donne che lei riesce a
innescare nella Chicago degli anni ’30, dominata da gangster e sbirri corrotti.
La narrazione non si limita a un semplice esperimento scientifico (creare in
laboratorio una compagna per il vuoto affettivo di Frankenstein) ma
dall’”oltretomba” nasce un movimento culturale radicale di rottura che sconvolge
l’intera città alla mercé del violento boss Lupino, che colleziona omicidi e
lingue strappate dei traditori.
Sullo sfondo di una storia d’amore clandestina e travolgente, Frankenstein e la
sua sposa diventano eroi. Il film esplora il confine tra desiderio, creazione e
ribellione sociale, restituendo una tensione narrativa che mescola romanticismo,
gotico horror e dramma.
L'articolo Scalfire la roccia, Lady Nazca e La Sposa! Così anche il cinema
festeggia l’8 marzo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ultima chiamata per amare Jean-Luc Godard. Firmato: angolo cinefilia
statunitense, Richard Linklater. Nouvelle Vague è il più devoto, divertente e
sincero scavalcamento di campo – non il controcampo, attenti mi raccomando –
possibile di Fino all’ultimo respiro (1960), il lungometraggio d’esordio del
critico e regista francese, caposaldo rivoluzionario dell’infrazione delle
regole cinematografiche tradizionali, sia stilistiche sia narrative, nella
storia del cinema mondiale. In pratica Nouvelle Vague è guardare, spesso
frontalmente, Godard (e l’operatore Raoul Coutard, novello Gregg Toland di Orson
Welles) mentre filma Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg per i boulevard di Parigi.
“Cosa state girando?”, chiede un passante in mezzo al traffico. “Un documentario
su Jean Seberg e Jean-Paul Belmondo che recitano in un film”, risponde il
regista. Il tutto scavalcando con la macchina da presa di 180 gradi quello che
abbiamo ammirato per decenni, per capire cosa significasse sovvertire e rompere
le regole formali e produttive nel fare un film. “New York Herald Tribune”,
certo. Ma anche: “Per fare cinema bastano una ragazza e una pistola”.
Nouvelle Vague di Linklater è un giocoso e forbito bignami di tutto il
citazionismo godardiano, espresso da Godard stesso (Guillaume Marbeck) su
appunti, fogliettini, dichiarazioni a un’infastidita star come la Seberg
(perfetta Zoey Deutch) e a un complice e arguto Belmondo (Aubry Dullin, con
mento e dentatura giusti).
E se Godard realmente – anzi moralmente – puntò all’istantaneità e
all’imprevedibilità per girare (oggi chi lo fa più? sic), Linklater imbastisce
invece, con certosina precisione e minuziosa cura nella messa in scena (reparto
cicche e fumatori, in sala e non, per dire), un set nel set del 1959, provando
una sovrapposizione mimetica che passa perfino dai nomi (grossi) in
sovrimpressione sotto i mezzi busti di presentazione. Tra Pierre Kast, Georges
Sadoul, Agnès Varda e Jean Rouch, Jacques Rozier e Alain Resnais, c’è perfino
Roberto Rossellini, profeta e già mito dei “giovani turchi”, che comunque si
infila in tasca i panini del buffet e chiede qualche spicciolo a Jean-Luc.
Proprio a lui che ancora non ha messo insieme quattro franchi accavallati per
esordire al cinema.
All’epoca c’erano già riusciti tutti i suoi colleghi dei Cahiers du Cinéma (che
vediamo in sala, in scena e in ufficio): Éric Rohmer, Jacques Rivette, Claude
Chabrol – due volte – e soprattutto François Truffaut con I 400 colpi, che nel
rivoluzionare il cinema dans la rue forse ha dato un tantino di più dell’amico,
all’epoca, Jean-Luc.
A far partire la mini macchina produttiva di Fino all’ultimo respiro – una
manciata di figure tecniche e poco più, appena venti giorni di riprese – ci
pensa Georges de Beauregard (“Nulla di incomprensibile come le sue recensioni”,
dice a Godard). Riprese selvagge, al volo, per strada: luci naturali, macchina
da presa leggerissima, dialoghi mai pronti e sempre in divenire. “Voglio
iniziare ogni giornata senza sapere cosa girare”. Seberg si spazientisce, il
produttore s’infuria, ma tra un’apparizione di Jean-Pierre Melville con cappello
sul set e Robert Bresson che gira Pickpocket in metropolitana, Fino all’ultimo
respiro si chiude con il clamoroso primo piano della Seberg (che Linklater,
scavalcando di campo, ci mostra con lei di spalle) e va verso l’altrettanto
fulminante montaggio.
“Non tagliamo nessuna scena: tagliamo all’interno della scena”. Didascalico, per
carità. Ma Godard qui ha proprio riscritto il cinema, la vita e parecchio altro.
Linklater ne ristampa rapido le gesta a imperitura memoria in bianco e nero (e
come altrimenti?). Scelta antimoderna, forse nostalgica, ma gioiosa, limpida,
godibilissima. Distribuito da LuckyRed in collaborazione con Bim.
L'articolo Il godibilissimo gioco cinefilo di Nouvelle Vague: Linklater filma
Godard mentre inventa il cinema proviene da Il Fatto Quotidiano.
Madre assassina? No, ma quasi. In Se solo potessi ti prenderei a calci
protagonista è una Medea contemporanea in nuce che sta per esplodere. Linda,
psicologa poco più che quarantenne della ordinaria città di Montauk, è costretta
a seguire e curare la figlioletta urlante e irrequieta, da tempo con un tubo
infilato nell’intestino per nutrirsi, con una soffocante e inesausta macchina da
presa che le si appiccica per un’ora e 50 al corpo (i primi due, tre minuti di
film sono un’unica inquadratura sul suo viso).
Nulla è mai definitivamente tragico e niente è mai volutamente comico in questo
mumble thriller familiare targato A24 (garanzia di linee trasversali bizzarre di
genere) che ha nell’interpretazione maiuscola e assoluta (non c’è sequenza senza
di lei), strizzata e strattonata, di Rose Byrne, l’unico possibile prisma
attraverso il quale leggere le sfaccettature intimiste del racconto. Il marito è
un capitano di crociera lontano, la dottoressa che segue la bimba in ospedale è
sempre pronta a redarguirla, perfino il parcheggiatore le è ostile nel
concederle una sosta in doppia fila. Figuriamoci poi i suoi pazienti, perlopiù
ragazze e ragazzi, che giungono nell’ambulatorio popolare in cui lavora, e dove
Linda trova rifugio in sincere sedute di analisi con il collega, due porte più
avanti alla sua, a sua volta oggettivamente integerrimo e scostante (il celebre
volto dei talk USA, Conan O’Brien). Quando, entrata in casa con la figlioletta
per un momento di relax, si apre improvvisamente un grosso buco nel soffitto da
cui spruzza acqua a più non posso, madre e figlia saranno costrette all’ennesimo
fastidio di passare la vita temporaneamente in un motel vicino all’ospedale.
La regia di Mary Bronstein esclude qualsivoglia inquadratura larga in profondità
di campo. In Se solo potessi ti prenderei a calci non ci sono orizzonti lontani,
vie di fuga anche solo visive, per la protagonista che, anzi, è sottoposta non
solo alla scrutante prossimità spaziale della macchina da presa (il viso della
Byrne, con naturali e piccole imperfezioni, dopo dieci minuti lo mandi a
memoria), ma anche a una petulante, incontrollabile soluzione acustica e
sensoriale che per oltre mezzo film le impone solo le voci della figlia vicina e
del marito al telefono, senza mai mostrarne la presenza corporea.
E poi continuamente stordente c’è questo senso di inadeguatezza che Linda non
riesce a scrollarsi di dosso: uno stanco fastidio, un’impossibilità pratica,
quotidiana nell’essere mamma. L’amplificazione di uno stato d’animo instabile
che si fa atmosfera e ritmo del film, compreso il simbolico buco nel soffitto
che diventa un buio antro dell’inconscio, si manifesta infine in questa
dinoccolata asessualità della protagonista (le interessano solo droghe per
cancellare l’ansia che le offre il bell’infermiere afroamericano), nonché nella
presenza-specchio di una sua giovane paziente neomamma che fugge fingendo di
andare al bagno e mollando nello studio il suo neonato.
Il film della Bronstein pende inevitabilmente dalla parte distruttiva, e non da
quella costruttiva, del racconto. Il magnetismo emotivo, nonché l’impianto etico
dell’opera, scivolano gradualmente senza freni verso lo sgretolamento delle
certezze di Linda. Niente devastanti pianti, niente vere e proprie risatine
isteriche. Solo una follia disfunzionale materna rappresentata con un’intensità
stilistico-espressiva tramortente. Altro film di donne e soprattutto per donne,
ancora meglio mamme. Byrne, che in certi momenti si prende dei primi piani acidi
alla Gena Rowlands, è candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista.
L'articolo Se solo potessi ti prenderei a calci – Rose Byrne Medea contemporanea
nel mumble thriller di Mary Bronstein proviene da Il Fatto Quotidiano.
In un panorama di uscite cinematografiche ad ampia scelta, stavolta parlo di tre
titoli davvero assortiti e piuttosto lontani tra loro per genere e intenzioni:
‘Grand Ciel’, dramma operaio con risvoltini fantasy, ‘Un bel giorno’, nuova
commedia family di Fabio De Luigi, ‘La mattina scrivo’, sui sacrifici per la
scrittura, e infine ‘EPiC: Elvis Presley in Concert’, inedito documentario
ballabilissimo di Baz Luhrman. Tutti in sala dal 5 marzo.
Il primo dei quattro film di oggi fonde il tema della sicurezza su lavoro con il
genere thriller ambizioni da cinema del reale ambientato tra durissime
condizioni di lavoro. In una cittadina francese abbiamo un immenso cantiere dove
sorgerà una city modernissima ed elegante. Caschetto giallo e scarponi
antinfortunistica, un padre di famiglia ci lavora di notte sperando di riuscire
ad acquistarci una casa in futuro. E già questo è un dato illusorio, visto il
gap tra il cantiere di lusso e la fragilità economica di un operaio notturno a
chiamata. In Grand Ciel un paio di lavoratori immigrati sans papiers spariscono
misteriosamente in una zona del cantiere a livello fondamenta, parecchi metri
sottoterra. Dove tra l’altro, stranamente, niente mascherine fino alla sequenza
finale. Alcuni colleghi provando a indagare smuoveranno gli equilibri tra potere
e relazioni sul lavoro, e qui viene il fulcro interessante. S’intossicano i
polmoni degli operai e l’anima del loro caposquadra nell’opera prima di Akihiro
Hata, si denuncia la silenziosa congiura ai danni dei lavoratori, costretti dal
ricatto di micro-contratti per accettare condizioni economiche e di sicurezza
altamente sconvenienti, e in più rischiose per salute e incolumità. Piuttosto
controverso anche per il finale, ancor più misterioso che polveroso, propone un
thrilling che si fa seguire nonostante alcune sbavature.
Ora andiamo in Italia, dove il comico apparentemente bonario Fabio De Luigi,
mescola il suo humour, con Virginia Raffaele, in due personaggi. Uno sarà
burbero a riccio, l’altra determinata e speranzosa, con l’aggiunta di qualche
simpatica cattiveria in questa commedia per famiglie dal titolo rassicurante: Un
bel giorno. Ma 7 saranno i giovani complici fondamentali. Infatti un vedovo con
4 figlie incontra una single con 3 ragazzi. Si nascondono reciprocamente il
numeroso dettaglio, ma i nodi verranno al pettine tra gag e una nascente liaison
tutta da ridere.
Da segnalare l’outsider Antonio Gerardi, qui dipendente rustico e impenitente;
anche la suocera puntigliosa di Beatrice Schiros; ma soprattutto le figlie
indomabili del protagonista, una per tutte la più piccola, un’arciera
imprevedibile come un Cupido inesperto: Arianna Gregori. Il film scaglia le
giuste frecce allo spettatore stuzzicandone il buon umore, ma centrando anche
punti più delicati con unacerta dolcezza. Come la disabilità mentale di uno dei
personaggi. De Luigi funziona sempre bene come capocomico, e per il ricco
assortimento di età dei personaggi, al momento della scelta nelle biglietterie
dei multisala il suo film potrà far gola a grandi e piccini.
Torniamo in Francia, dove questo dramma, un cortocircuito borghese tra povertà,
arte, aspirazioni e bugie, dichiarato storia vera alla base del romanzo
originale di Franck Courtès, viene trasformato in vicenda cinematografica da
Valerie Donzelli. Un fotografo di successo che ha rinunciato alla sua carriera
per inseguire il sogno di scrivere si piega a vivere di lavoretti ottenuti sul
web in tragiche aste a ribasso. La mattina scrivo, non è solo titolo, ma motto
chiave del bravissimo Bastien Bouillon, attore che si cuce addosso le ferite
profonde del sacrificio. Lavoro umile ai confini della dignità e
dell’ingiustizia stringono al cappio le ambizioni di un padre che lotta per la
sopravvivenza del suo obbiettivo letterario. La sceneggiatura è ben meritevole
del Premio Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia 2025… Ma se voi aveste un
bel lavoro da 3.000 euro al mese, lo mollereste per vivacchiare tra povertà e
lavori dolorosi pur di diventare scrittori? Cioè, non provereste a tenervi il
lavoro e scrivere di notte?
Chi invece i suoi sogni non solo li realizzò oltre ogni immaginazione, ma
diventò a sua volta sogno e idolo di milioni di persone è stato il Re del
Rock’n’Roll. EPiC: Elvis Presley in Concert potrebbe essere considerato come
fantastico film succedaneo del buon biopic Elvis, sempre di Baz Lurhman. Questo
doc però parla il linguaggio modernissimo di un cineasta esperto nel costruire
emozioni attraverso il montaggio di filmati originali ritrovati e restaurati. Ne
esce un punto di vista inedito, interno agli show di Las Vegas che fecero
leggenda. 1100 concerti tra il 1979 e il ’77.
Star come Sammy Davis Jr. e Carey Grant tra il pubblico e nel backstage, con
Elvis a chiamare dal palco “Sam” tra una coreografia da karateka e un reggiseno
pervenutogli da una fan tra gli spettatori sono solo alcuni frame. C’è anche
tanto pubblico in questo film che ricostruisce il mito attraverso quel rapporto
empatico dell’artista con lo spettatore attraverso il fenomeno della starità.
Musicalmente tanti suoi successi più inaspettate cover di Oh Happy Day degli
Edwin Hawkins Singers, o Get Back e Yesterday dei Beatles allargano il raggio
d’azione di uno showman monumentale da ogni punto di vista. Le sue chiacchiere
confidenziali con la macchina da presa in camerino raccontano di quando “se la
spassava in furgone”, alcuni rimandi alla sua infanzia gospel e al suo
immancabile Colonnello manager vi riporteranno inevitabilmente al biopic del
2022 con Austin Butler e Tom Hanks. Insomma, questo nuovo lavoro del regista
australiano scoppia di ritmo e buca lo schermo con la capacità di espandere la
memoria. #PEACE
L'articolo I film in sala dal 5 marzo: ‘Un bel giorno’, ‘EPiC: Elvis Presley in
Concert’, ‘Grand Ciel’ e ‘La mattina scrivo’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nei cinema italiani è avvenuto … un miracolo! Secondo quanto riportano i dati
Cinetel per la giornata di lunedì 2 marzo 2026, a trionfare letteralmente al box
office non sono stati i campioni d’incassi Cime tempestose o Scream 7, bensì
Sacro Cuore – Il suo regno non avrà mai fine, un docudrama francese diretto da
Steven e Sabrina Gunnell, in cui si celebra il 350esimo anniversario delle
apparizioni del Cuore di Gesù e di Santa Margherita Maria Alacoque a
Paray-le-Monial, in Borgogna, avvenute tra il 1673 e il 1675. I numeri di questo
successo fulminante ed estemporaneo parlano chiaro: 266mila euro d’incassi per
quasi 34mila spettatori in un solo giorno. Dietro, ma molto dietro, c’è Scream
7, l’horror distribuito dalla corazzata Eagle, che raccoglie 102mila euro per
poco meno di 13mila spettatori. Al terzo posto c’è Cime tempestose, altro
kolossal Warner, che sfiora i 99mila euro per 13.504 spettatori.
Scorrendo la classifica, troviamo anche titoli italiani che hanno macinato buoni
numeri nelle settimane passate, come Le cose non dette di Muccino (ieri 12mila
euro), la commedia Agata Christian – Delitto sulle nevi (10.800 euro) e
Lavoreremo da grandi (9.800 euro). Non è difficile quindi fare le proporzioni:
per mettere insieme il ricavo di Sacro Cuore ci vogliono circa gli incassi degli
altri cinque titoli in classifica che lo seguono.
Ci sono parecchi dettagli da analizzare in questo “caso”. Intanto, la conferma
che il sistema ad uscita circoscritta e limitata a pochi giorni e spettacoli,
con posti prenotati, inaugurato con molto acume diversi anni fa da distributori
come Nexo Digital (ricordate i film evento sui pittori?), è ancora una formula
vincente. Pensate che ieri Sacro Cuore era presente in 118 sale, mentre solo
Cime tempestose e Scream 7 ne avevano rispettivamente 586 e 357. Sono numeri
paradossali e incredibili, che dimostrano come la strategia di una distribuzione
mirata, magari da un distributore non tradizionale, abbia un appeal di non poco
conto, che travalica il generico interesse per i film distribuiti in maniera
tradizionale.
Poi, per Sacro Cuore, c’è un altro particolare importante da analizzare, più,
come dire, spirituale. Il docudrama è distribuito in Italia da Dominus
Production Group, una società di produzione e distribuzione cinematografica,
nonché casa editrice, che distribuisce film e opere legate al cristianesimo e al
cattolicesimo in ogni sua forma. La sua fondatrice è Federica Picchi, attuale
sottosegretaria ai Giovani e allo Sport della Regione Lombardia, ex manager nel
campo bancario e aziendale internazionale, che, come ha spiegato in diverse
interviste, si è aperta alla fede in Cristo sul finire del primo decennio del
Duemila.
Dominus Production, fondata nel 2010, ha distribuito in Italia documentari su
diverse sante cattoliche e fiction su vicende più spinose, come Sound of
Freedom, il film di Alejandro Monteverde, prodotto da Mel Gibson e interpretato
da Jim Caviezel sul traffico sessuale di bambini in Colombia, diventato punto di
riferimento per diversi passaggi delle teorie di QAnon. Insomma, il mondo
cattolico per le produzioni cinetelevisive rimane un bacino di utenza molto
remunerativo e presente.
Basti pensare che la stessa strategia mirata di distribuzione in specifiche sale
è stata adattata negli stessi giorni (dal 2 al 4 marzo) da Lucky Red per il
decennale di Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti. Il film è
distribuito in 164 sale (un terzo in più di Sacro Cuore), ma ha raccolto il 2
marzo poco più di 2mila spettatori per 15mila euro d’incassi.
L'articolo Il paradossale e incredibile campione d’incassi al box office (per un
giorno): Sacro Cuore batte i kolossal di Hollywood proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Mentre la serie su Enzo Tortora firmata Marco Bellocchio ha esordito il 20
febbraio sulla neonata piattaforma HBO Max, diamo uno sguardo anche a due film
in sala: ‘Domani interrogo’ con Anna Ferzetti e l’horror ‘Whistle – Il richiamo
della morte’
Partiamo cronologicamente con questi due titoli, tra di loro agli antipodi, ma
entrambi in sala dal 19 febbraio. Domani interrogo di Umberto Carteni è il
fedele adattamento all’omonima opera letteraria di Gaja Cenciarelli, Marsilio
Editore. Si tratta di un film che sembrerebbe piccolo, invece si rivela grande e
sfaccettato perché riproduce in maniera realistica e disincantata le dinamiche
all’interno della scuola di oggi, anzi di una classe romana. Una professoressa
d’inglese proveniente dal centro si ritrova in periferia. Messa in difficoltà da
realtà complesse alle quali non era abituata, reagirà senza mai demordere
intessendo relazioni empatiche con i ragazzi e le ragazze del quinto anno, non
senza difficoltà e svarioni adolescenziali.
Il regista ci mostra i personaggi attraverso una messa in scena vivace e di
camera a mano. La sua trasposizione ricorda anche il francese Les Héritiers, di
qualche anno fa. Ottima idea i diversi flussi di coscienza dei personaggi, dove
uno per uno, in monologhi da voce-pensiero, in sospensione da una narrazione
corale, ci raccontano il futuro di ognuno dei ragazzi e delle ragazze. Scontri
adrenalici, amori difficili, scoperta di sé attraverso lo studio e i problemi
che possono ingoiare una vita e una famiglia compongono un mosaico di giovani
amine in tumulto capitanate da Anna Ferzetti. Che finalmente dispiega le ali da
grande attrice in un ruolo da protagonista che riempie con forza e gentilezza.
“Non è un fatto di voti, è un fatto di chi volete essere”, dice ai suoi ragazzi.
Il cast di classe è perfetto e sempre sincero nelle performance tra caratteri
ribelli e fragili, tutti attorialmente propulsivi. In questo vortice
coloratissimo vanno davvero forte Zoe Massenti, Morgan Sebastian Wahr e Sara
Silvestro. Ci sono pure in giro insegnanti come la professoressa Ferzetti, e
come l’autrice originale Cenciarelli, magari ce ne fossero di più, e magari
venissero seguiti dai genitori, ancor più che dai figli. Ma questa è un’altra
storia. “Ho provato, ho fallito. Non fa niente, fallisci meglio”. Ottima sintesi
questa citazione di Samuel Beckett nello school-movie del momento. Fa un
bell’effetto dire school-movie su un film italiano. Ma ancor di più a guardarlo
in sala.
Ci trasferiamo attraverso il solito inevitabile viaggio oltreoceano. Sempre
scuole superiori, ma un horror dove uno strano e antichissimo fischietto viene
ritrovato da uno studente che, indovinate un po’, va a fare una brutta fine. Eh
sì, chi ascolta il fischio dovrà morire. Schema solito per questo film col
fischio, The Whistle di Corin Hardy, regista molto tecnico anche di The Nun. Si
tratta di prodotti tipicamente truculenti rivolti ai teenagers, pieni di
rassicuranti ingenuità da format e plot-twist, ma non possiamo mai dimenticare
che son tutti nipotini del capostipite Nightmare e dello zietto Final
Destination. Tra i quali solo il primo con iconicità artistiche. Oltre a
marketing e intrattenimento walky-cup segnaliamo un capolino sulle relazioni
LGBTQ, più due attori di classe cristallina. Uno è il simpatico cameo del grande
commediante inglese Nick Frost, l’altra è Dafne Keen, vista da piccina in Logan
come partner di Wolverine, ma ora inizia con ruoli young-adult. Artista da
tenere d’occhio.
Torniamo in Italia ma in streaming online, dove la nuova opera di Marco
Bellocchio ha trovato forma come serie in 6 episodi da guardare su HBO Max, dal
20 febbraio, uno a settimana. Quella di Enzo Tortora è una vicenda incredibile,
uno degli errori giudiziari più inspiegabili di sempre. Aleggia il pensiero
personale dell’autore fin dal prologo iniziale su quei decenni, ’70 e gli ‘80,
nati come Anni di Piombo e spezzati poi tra il Nord della Milano da bere e il
Sud di Mafia, Camorra e terremoti. In mezzo il liberale presentatore di
Portobello, l’uomo in quel momento più famoso e più amato finisce in carcere per
la spifferata di un condannato.
Il regista sonda il paese partendo da uno studio televisivo, sbircia nelle case
dei telespettatori, mette in mano al suo Fabrizio Gifuni il ruolo di un grande
uomo di spettacolo e gli fa scalare una montagna di bugie subite
contrapponendoci una dignità più grande e mai piegata. Con lo sguardo e il
dinamismo modernissimi quanto Il traditore, ci parla di giustizia e di congiura
dell’errore attraverso un affresco nazional popolare. La metafora visiva del
castello di carte, lo show dei concorrenti in studio e quello macabro di
ergastolani e mentitori da Poggio Reale, passando per i pm discutibili ed
egocentrici fino ai confronti nelle aule bunker, ci parlano di una prima
Italietta golosa di voyerismo mediatico e trainata dal popolo bue. Sarà amaro
l’applauso in aula alla prima condanna di Tortora, anche se il finale lo
conosciamo.
Dal cast emerge un grandissimo Lino Musella. Il suo pedante accusatore incarna
un male stolto e saccente. Un personaggio machiavellico degno del miglior
Scorsese. Mentre intorno a Gifuni Barbora Bobulova nei panni dell’inseparabile
sorella Anna, e Romana Maggiora Vergano, qui giovane compagna amorevole e
discreta di Enzo, costituiscono la cerchia più stretta degli affetti intorno al
protagonista. Una menzione particolare meritano poi i magistrati Fausto Russo
Alesi e Alessandro Preziosi; Gianfranco Gallo nel ruolo chiave di Raffaele
Cutolo; e Francesco Russo, divertentissimo assistente di studio, e animatore di
applausi per il successo del programma. Si mescolano a questa serie scene
sorrentiniane con il presentatore alle prese con i suoi ospiti originali, come
la ragazza che piange a comando, e poi l’inseguimento al pappagallo svolazzato
in una chiesa. Tra condannati cutoliani, il Partito Radicale con un Tommaso
Ragno a interpretare Marco Pannella, e Valeria Marini a fare Moira Orfei in un
cameo felliniano, nel corso delle sei puntate un grande interrogativo mi ha
iniziato a perseguitare: chissà gli spettatori sparsi per il mondo, connessi con
i loro wi-fi, come prenderanno questa storia italiana che seppur verissima
sembra più fantasiosa e distopica di certe serie tv. #PEACE
L'articolo Un’occhiata a Portobello di Marco Bellocchio, un horror ‘col fischio’
e alla consacrazione di Anna Ferzetti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tre pose al telefono con un bicchiere di whisky in mano e torna ad essere un
fottuto avvocato del diavolo. La comparsata di Al Pacino in Il filo del ricatto
– che vi proponiamo in una clip in esclusiva – è di quelle da segnare sul
taccuino delle cose da vedere al cinema.
Nel nuovo gustoso film di Gus Van Sant, in uscita nelle sale italiane il 19
febbraio, l’85enne interprete di Scarface è mister M.L. Hall un furbo cinico e
irrispettoso riccastro che con la sua società ha fatto perdere tutti i risparmi
dell’uomo qualunque Tony Kiritsis (interpretato da Bill Skarsgard). Quest’ultimo
decide di vendicarsi prendendo in ostaggio il figlio di Hall a cui lega un fil
di ferro con un fucile puntato alla nuca.
Con l’aiuto involontario delle televisioni in diretta – siamo nella Indianapolis
del 1977 – e di una trasmissione radiofonica, Kiritsis verrà pedinato fino a
quando entrerà nel suo appartamento con l’ostaggio. È da lì che dopo parecchie
ore di stallo viene chiamato in causa al telefono Mr. Hall/Pacino, figura
mefitica ed egoista perfino verso il figlio che gli chiede aiuto. Insomma, non
siamo di certo dalle parti di quei film “davvero pessimi” che, come scriveva
Pacino nella sua biografia Sonny Boy (La Nave di Teseo), “non voglio neanche
citare e che feci solo per soldi quando ero proprio a secco”. Dead’s man wire –
Il filo del ricatto è invece un’opera bizzarra tutta da gustare. Qui la nostra
recensione dall’ultimo festival di Venezia.
L'articolo Al Pacino torna “avvocato del diavolo” ne Il filo del ricatto: tre
pose al telefono che valgono il film proviene da Il Fatto Quotidiano.
Amore e sottomissione possono stare cinematograficamente insieme? Escono
contemporaneamente, e casualmente, nelle sale italiane Pillion e La Gioia e noi
ne forziamo la coesistenza in maniera arbitraria perché pongono al centro del
racconto un rapporto (senti)mentale di dominanza a senso unico tra presunte
coppie disfunzionali. Il primo è tratto da un romanzo britannico (Box Hill)
intriso di esplicito BDSM, tute in pelle da biker dominatori e con un introverso
magrolino sognante controllore della sosta. Il secondo è estrapolato, va detto
con tatto alquanto peregrino, da un raccapricciante e recente caso di cronaca
nera italiano, con protagonisti un ragazzetto perverso, fluido e criminale e
un’insegnante cinquantenne zitellona altrettanto invaghita del suo carnefice.
Che i due titoli si incrocino in sala, dicevamo, è un caso. Che Pillion abbia
più carte in regola di La Gioia lo è fino a un certo punto. Ma andiamo con
ordine.
È molto divertente l’appellativo che Peter Bradshaw sul Guardian ha dato
all’opera prima di Harry Lighton: un Wallace e Gromit sadomaso. Già, perché la
storia di sesso, latex e vaselina che investe prima di tutto l’addetto alla
sosta Colin (Harry Melling) richiama quella classica del padrone e del suo
inequivocabile schiavo a quattro zampe, con tanto di collare (in sala ne trovate
una versione imbarazzante anche in Cime tempestose, ndr), che si vede in un
episodio dell’animazione Aardman. Colin non ha avuto grandi relazioni d’amore,
anzi forse è proprio vergine su tutti i fronti, canta con il padre in un
quartetto da pub e una sera, tra pinte di birra e lucine natalizie, riceve
dall’aitante, biondo e muscoloso motociclista Ray (Alexander Skarsgård) un
bigliettino con l’invito a vedersi nel tardo pomeriggio del giorno di Natale
davanti a un supermercato.
La buffa famigliola di Colin sembra quasi festeggiare l’evento sentimentale del
figliolo, anche se Colin, giunto oramai al tramonto all’appuntamento, si ritrova
in pochi istanti in un vicolo con la testa spinta all’altezza del pube di Ray
per consumare forzatamente sesso orale. Da qui inizia un’avventura di coppia
dove Ray fa capire subito a Colin che fungerà da oggetto di totale
sottomissione, a partire dalle incombenze casalinghe, dai giochi erotici ai
rapporti sessuali e fino al dormire ai piedi del letto per terra come un cane.
Colin ci cade dentro con corpo, anima e tanto cuore. E così, mentre Ray forza la
resistenza corporea di Colin alzando sempre di più l’asticella della
sottomissione fisica, Colin cercherà vanamente di forzare il rapporto in chiave
di amorosi sensi come fossero una coppietta che corre felice sui prati.
Lighton decide fin dalle prime sequenze di prosciugare il personaggio di Ray da
dettagli, parole o passato da scoprire, donandogli un’affascinante algida
solennità in numerosi camera car e relegando Colin a piani ravvicinati di
estatico tormento. Il registro narrativo è quello di un realismo quotidiano
senza sconti surreali o immaginari, condito perfino da dettagli anatomici
incombenti; mentre, a livello stilistico, la regia non tende mai all’enfatico o
al ridondante. Lighton inquadra il suo amore gay come se, nell’irriducibilità
del sadomaso, si potesse scorgere un angolo di luce sentimentale, affettiva e
meno meccanica. Finale e sottofinale li lasciamo agli spettatori, ma nella
sorpresa non si cerca affatto lo scandalo o la morale, bensì solo una sana
consapevolezza esperienziale.
In La Gioia di Nicolangelo Gelormini la sottomissione è quella della
cinquantenne Gioia (Valeria Golino), un’insegnante di francese goffa,
simil-beghina, che vive nella provincia torinese con gli anziani e asfissianti
genitori in una stanzetta da adolescente (tifa per la Juventus e ascolta Reality
di Richard Sanderson da Il tempo delle mele di continuo su una tv, sic), per
l’infido, imberbe e belloccio Alessio (Saul Nanni), ripetente appena diciottenne
senza nessuna voglia di studiare ma che si guadagna volontariamente da vivere
prostituendosi e mutando aspetto in orge maschili o con arrapate ed eleganti
signore borghesi.
Con cotanta mamma avvenente, squattrinata e complice (Jasmine Trinca, oggi
addirittura cassiera dalle curve mozzafiato), infilatosi per caso in casa di
Gioia, Alessio viene attratto dai suoi averi e con la scusa di lezioni di
recupero di francese la seduce, da bimbetto sciocco e furbo quale è. Ma così
come in Pillion il sadomaso che regola flusso e intensità emozionale sfiora
l’ultrarealismo, in La Gioia le ragioni di una sottomissione più platonica e
mentalmente servile di lei verso di lui vanno rintracciate in un caotico
guazzabuglio di tonalità e parallelismi nella rappresentazione di spasmi e
singulti di Gioia.
Tanto va alluso e intuito, anche se poi ci si appende, anzi proprio ci si
impicca (e si impicca Gioia) in una sequenza tra l’onirico e il fantastico dove
Alessio, steso sul ramo di un albero, regge con la mano il collo di lei
penzolante nel vuoto senza farla cadere. Insomma, non serve sapere la fine che
fece la vera Gloria Rosboch, a cui si rifà il personaggio della Golino, perché
il tocco artistico ha già emesso la sua sentenza visiva (ci sono anche altre
sequenze para-antonioniane sulla pista del Lingotto davvero cringe).
Gelormini prova a strutturare con fatica anche una seconda ipotesi – quella
sentimentale – tra Gioia e Alessio, nel frattempo fuggito con un gruzzolo
pazzesco cedutogli da Gioia. E visto che non vuole affatto allontanarsi dai
particolari dei fatti di cronaca, deve barcollarci attorno, costruirci una serie
di maschere e mascheroni (la Trinca femme fatale di periferia è forzatissima)
che prorompono nel maquillage a cui è stata sottoposta la Golino,
iperinflazionata di primi piani. Si dirà: funzionale al rapporto speculare tra
il giovanotto bello e la tardona bruttina? Ebbene, parrucche, occhialoni, nasi e
rughe che mostrificano Golino non sono altro che una terrificante, quanto non
proprio necessaria né educata, somiglianza con la vera Rosboch.
L'articolo Sottomissione e desiderio: il doppio volto del dominio nei film
Pillion e La Gioia proviene da Il Fatto Quotidiano.