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Everybody viva el Duche: se la ricezione è distratta, la satira da potente diventa pericolosa
La discussione non riguarda più solo i meme nostalgici o i video virali di qualche anno fa. Oggi la politica italiana convive con Everybody viva el Duche, un brano che mescola ironia pop, latino americana e riferimenti storici, trasformando in ballabile un termine carico di tragedia. Pezzo diventato virale su TikTok, utilizzato in oltre 8000 video, non è l’innovazione della musica politica: canzoni satiriche e remix sono sempre esistiti. La novità è la viralità istantanea, la facilità con cui un simbolo storico entra nei feed di milioni di persone, accompagnato da balletti, meme e remix, a pochi click da noi. “Il brano – spiegano gli autori – usa l’ironia per esagerare situazioni, linguaggio e cliché storici, trasformandoli in pura arte pop musicale enfatizzata dal montaggio paradossale. Non è una celebrazione, non è un inno al fascismo, ma una caricatura irriverente in chiave pop pensata per intrattenere, riflettere e smontare l’assurdità di certi miti del passato. Un brainrot musicale destinato a diventare virale e a distruggere il potere dei termini. Nonostante l’ilarità della canzone e i ban di TikTok, Everybody viva el duche è diventata una hit che, più viene bannata e censurata, e più si rafforza. L’ironia e le caricature pop non possono essere sottoposte a censura”. Il pezzo, che scherza col termine Duce, e che è stato rilanciato da programmi radiofonici come La Zanzara, che ha fatto un po’ da cassa di risonanza, tuttavia ha un’ironia digitale non del tutto innocua. Dipende dal pubblico che la fruisce: chi condivide già una certa visione politica può interpretare la canzone come conferma del proprio pensiero, chi non la condivide la percepisce come satira. Il punto, però, è che oggi la satira è veicolata da algoritmi, trend e dinamiche di engagement, non da dibattiti pubblici o giornalismo critico. Così, ciò che nasce per smontare un mito può finire per rafforzarne involontariamente la presenza nella cultura digitale. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, è la figura centrale di questo cortocircuito: non è più la semplice destinataria di meme virali pensati per ridicolizzarla, ma la protagonista di una cultura pop-politica in cui visibilità e riconoscibilità contano più dei contenuti. La sua immagine si presta al remix: appare per magia perfino in un affresco della Cappella del Crocifisso di San Lorenzo in Lucina, rimbalza in coreografie, battute, citazioni condivise. Non è la sostanza della politica, ma ne determina la percezione pubblica. In questo senso, Meloni ha ottenuto ciò che pochissimi leader riescono a conquistare: familiarità digitale, presenza virale, capacità di entrare nell’immaginario collettivo. Ma qui sta il punto cieco. Il Duce non è un meme neutro: è un simbolo storico di violenza e dittatura. Ridurlo a ballo o canzone non lo svuota, lo normalizza. E il rischio non è la satira, ma la banalizzazione della tragedia che quel simbolo porta con sé. /box_correlati] Il contesto culturale è fondamentale. Assistiamo a un’Italia in cui memoria e cronaca civile si mescolano a viralità e intrattenimento digitale. Acca Larenzia smette di essere solo cronaca nera e diventa folklore digitale; il fascismo non torna in camicie nere, ma si ripresenta attraverso la musica e la condivisione compulsiva. La parodia rischia di normalizzare simboli e linguaggi storici che avrebbero bisogno di analisi, approfondimento, contestualizzazione. Il brano, quindi, è più di un tormentone: è un laboratorio sociale che mostra come l’ironia algoritmica possa funzionare come anestetico culturale. Ride di tutto allo stesso modo, produce engagement, non consapevolezza. La storia non si neutralizza con un remix così come la memoria non si sostituisce con un trend. E il problema non è la canzone, ma la nostra capacità di leggere il passato mentre condividiamo il presente. Ridere è legittimo, ma comprendere resta necessario. Il messaggio è chiaro: la satira digitale è potente, ma può diventare pericolosa se la ricezione è distratta. La politica italiana oggi si gioca tra algoritmi e storia, tra pop e memoria. Everybody viva el Duche non è il problema, ma l’indicatore: misura come l’Italia contemporanea gestisce simboli, storia e cultura digitale insieme. E noi, spettatori, non siamo innocenti: ogni risata è una forma di amnesia. L'articolo Everybody viva el Duche: se la ricezione è distratta, la satira da potente diventa pericolosa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Perché oggi abbiamo ancora bisogno di rileggere Piero Gobetti: un anticorpo contro cinismo, inerzia e resa preventiva
Cent’anni fa moriva Piero Gobetti (Parigi, 15 febbraio 1926). Aveva ventiquattro anni. La sua vita finisce troppo presto, a causa delle ripetute aggressioni fasciste subite a Torino e il logoramento di mesi diventati persecuzione. Ma lascia un’eredità sproporzionata all’età: riviste, una casa editrice che porta il suo nome e che pubblica Montale, un’idea di cultura che non fa da cornice alla politica ma la attraversa. E una lettura lucida del fascismo delle origini: demagogia e violenza come strumenti di governo. Paolo Di Paolo incrocia Gobetti da tempo. Nel 2013 lo aveva raccontato nel romanzo Mandami tanta vita (Feltrinelli). Oggi ci torna con Un mondo nuovo tutti i giorni. Piero Gobetti, una vita al presente (Solferino, 2025), un saggio che insiste su relazioni, scelte, lati meno frequentati. E prova a capire perché la voce di quel giovane intellettuale torinese, un secolo dopo, continui a chiedere conto del nostro presente. Chi era Piero Gobetti? Un ragazzo. Oggi dovremmo definirlo così. Non fece in tempo a compiere venticinque anni. Morì un secolo fa esatto, dopo avere dato forma a un prodigioso cantiere intellettuale nell’Italia del primo fascismo. Tre riviste e una casa editrice in pochi anni. Qual è il suo talento? Il talento, da autodidatta, di pensare all’intellettuale come a un agitatore di idee. In grado di agire sulla società perché genera non solo dibattito, ma condivisione. Mette insieme persone diverse allo stesso tavolo, propone domande, spinge le persone a pensare con la propria testa. Perché è importante la pubblicazione di Ossi di seppia di Montale? Di solito a scoprire i nuovi talenti sono i più vecchi. In questo caso, Montale è più grande d’età di Piero Gobetti. Che legge quelle poesie e capisce che sono nuove, straordinarie. Gliele pubblica e dà la prima grande occasione a uno dei maggiori poeti italiani ed europei. Che cos’è la politica per Gobetti? Intensità e pensiero. Partecipazione e cooperazione. Responsabilità individuale e poi collettiva. “Restare politici nel tramonto della politica”, scrive. È una sfida valida anche e soprattutto oggi. Gobetti era liberale o socialista? Liberale di formazione, affascinato dalle spinte operaiste degli anni Venti tanto quanto dalla lezione del socialista Matteotti. Studia con slancio anche la rivoluzione bolscevica, per cercare di capire come funziona il meccanismo rivoluzionario. Ma la sua utopia è scritta nella testata della sua rivista più nota: La Rivoluzione Liberale. Che cosa la colpisce di più dell’ordine di Mussolini di “rendere la vita impossibile” a questo ragazzo? Il fatto che Mussolini — siamo nel 1923! — si preoccupi di un giovanissimo oppositore torinese. Evidentemente ne coglie l’incisività e la grandezza. Nel suo libro c’è largo spazio dedicato all’amore. Chi è Ada Prospero per Gobetti e che ruolo ha realmente nella sua vita? Ada Prospero diventa un punto di riferimento essenziale per Piero. È una storia d’amore. È una storia di sodalizio intellettuale, di crescita condivisa. Dopo la morte del giovane marito, Ada vive molte altre vite, ma tutte improntate a una grandezza d’animo, a una generosità umana, intellettuale e politica impressionanti. Gobetti è irriducibile davanti al fascismo. Oggi davanti a che cosa dovremmo essere irriducibili con la stessa durezza? Alla tentazione del cinismo. Alla “logica” del riarmo e del bellicismo come uniche possibilità. Alla irresponsabilità dell’essere apolitici. Se la politica di oggi dovesse prendere una sola cosa da Gobetti quale dovrebbe scegliere? Partirei da queste due frasi. La prima: “I partiti si sono limitati a formule vaste e imprecise, da cui nulla si può logicamente e chiaramente dedurre. Rappresentano, si dice, l’interesse dei singoli, ma badiamo che a procedere nettamente questo rappresentare interessi di singoli porta non solo all’egoismo ma addirittura fuori dalla politica. Si riduce, e va annullandosi, la possibilità di azione comune, la quale può nascere solo dal coesistere, accanto agli interessi, delle ragioni ideali. Nella vita attuale dei partiti invece di concreto c’è solo un circolo pernicioso per cui gli uomini rovinano i partiti, e i partiti non aiutano il progresso degli uomini”. La seconda: “Non c’è lotta politica. C’è della gente che teme, altra gente che spera. Di due stati d’animo soltanto non può vivere una nazione”. Come si immagina Gobetti adulto, sganciato dalla sua giovinezza? Che cosa avrebbe perso e a che cosa non avrebbe mai ceduto? Come diceva Montale, è difficile o forse impossibile immaginare Gobetti anziano. O l’onorevole Gobetti in parlamento. Penso però che avrebbe tenuto fede a quel suo precetto di non diventare come quei padri che sorridono e alzano le spalle di fronte agli entusiasmi dei figli. L'articolo Perché oggi abbiamo ancora bisogno di rileggere Piero Gobetti: un anticorpo contro cinismo, inerzia e resa preventiva proviene da Il Fatto Quotidiano.
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