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Silvana Armani sfila per la prima volta a Parigi, chi è la nipote di re Giorgio che ha conquistato i social: “L’eleganza è nel Dna di famiglia”
Per oltre quarant’anni è stata una presenza costante, discreta, quotidiana. Sempre accanto a Giorgio Armani, ma mai davanti. Ora, dopo il debutto della nuova Armani Privé a Parigi, Silvana Armani esce definitivamente dall’ombra dello zio e assume un ruolo centrale nella storia della Maison. È lei a firmare la prima collezione di Alta Moda femminile dopo la scomparsa di Re Giorgio, mentre le linee uomo sono affidate a Leo Dell’Orco. Un passaggio di testimone che non ha il sapore della rottura, ma della continuità, e che ha raccolto grande entusiasmo non solo da parte della critica e degli addetti ai lavori, ma anche del pubblico. Sotto ai post e alle immagini della sfilata condivisi sui social, infatti, sono tanti i commenti di questo tenore: “L’eleganza è nel Dna di famiglia”, “Se lavori 40 anni con Armani diventi pure tu Armani. Complimenti bella collezione”. “Rendo la sua visione a modo mio e penso che gli sarebbe piaciuta questa sfilata”, ha spiegato Silvana ai giornalisti presenti nel backstage. “Per esempio, basta cappellini: lui li adorava, io no”. Piccoli scarti, mai rotture. Il risultato è una collezione, Jade, che appare immediatamente riconoscibile come Armani, ma attraversata da un respiro nuovo, calibrato. È un esercizio di equilibrio: strutture leggere, linee fluide, una femminilità misurata che dialoga con pantaloni e tailleur di ispirazione maschile. Bustini, completi dal taglio preciso, suggestioni giapponesi e una palette che ruota intorno alla giada, scelta come filo conduttore. “A casa era lo zio, al lavoro lo chiamavo il signor Armani, come tutti”, ha raccontato in un’intervista a la Repubblica. Un confine mai oltrepassato, che ha permesso a Silvana di crescere accanto a uno dei più grandi stilisti del Novecento senza mai invocare scorciatoie. La sua formazione non è stata teorica, ma quotidiana: “Sono stata accanto allo zio ogni giorno lavorativo degli ultimi quarant’anni: lui la chiamava ‘la palestra’ e mi ha davvero rafforzato”, ha spiegato. Un apprendistato lungo una vita, fatto di osservazione, metodo, disciplina. “All’inizio ero nel panico, perché di signor Armani ce n’è uno solo. Poi mi sono detta: conosci il suo metodo e il suo pensiero. Vai e fai il tuo”. Prima di entrare in azienda, Silvana Armani è stata indossatrice, sfilando per stilisti come Krizia e Walter Albini. Aveva 23 anni quando ha lasciato le passerelle. L’ingresso in Armani non è stato immediato né semplice: “Collegavo gli interni sbagliati, dopo due giorni mi hanno spostata”, ha raccontato sorridendo. Il passaggio allo stile arriva quando Giorgio le chiede una cartella colori per dei costumi da bagno. Gli piace. Da lì comincia tutto. “Ero una ragazzina, aspettavo le sei per andarmene. Solo con il tempo ho capito che privilegio fosse stargli accanto”. La perdita precoce dei genitori – il padre era il fratello di Giorgio Armani – ha reso lo zio una vera figura di riferimento: “Molto protettivo. Quando uscivo iniziava: ‘Dove vai? Perché? Stai attenta’. Diceva che è pieno di squali. Col senno di poi, aveva ragione”. Anche negli ultimi anni, quando la fragilità fisica si faceva più evidente, Silvana ha cercato di proteggerlo. “Quando vedevo che era stanco gli proponevo di bere un tè insieme: solo così si fermava”. E racconta un uomo “d’acciaio”, incapace di mostrarsi stanco: “Ripeteva: ‘Non posso farmi vedere stanco’”. “L’ultima volta che l’ho visto? Un attimo prima che morisse. Ha aperto gli occhi, ha sorriso e se n’è andato”. Dopo, il senso di smarrimento. Ma anche la consapevolezza del peso della responsabilità: “La Giorgio Armani Spa ha novemila dipendenti. Novemila famiglie vivono anche grazie al tuo lavoro”. Silvana Armani non ha mai pensato a un designer esterno: “Non ne voleva sapere. Se lo immagina Giorgio Armani che rende conto a qualcuno?”. E oggi, con Leo Dell’Orco, il rapporto è cambiato: “Non siamo più cane e gatto. Lavoriamo bene insieme”. “Classico Armani ma con un twist. Pezzi sensati”, dice della sua idea di donna. E aggiunge: “A volte guardo certi brand e mi chiedo dove si possa andare vestiti così”. Nessuna crociata, solo misura. “Il mondo è bello perché è vario: sennò saremmo tutti in Armani. E sai che noia?”. L'articolo Silvana Armani sfila per la prima volta a Parigi, chi è la nipote di re Giorgio che ha conquistato i social: “L’eleganza è nel Dna di famiglia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I gioielli rubati al Louvre sono “ricomparsi” alle sfilate di Parigi: ecco come è stato possibile
Chissà se i gioielli rubati al Louvre lo scorso ottobre verranno mai ritrovati davvero. Intanto, alla Couture Week, sono tornati sotto i riflettori. Non perchè siano stati finalmente recuperati, ma perché qualcuno li ha indossati in prima fila alla sfilata Schiaparelli Haute Couture primavera-estate 2026. Delle repliche dichiarate, ostentate e volutamente più opulente degli originali. È il colpo di genio firmato Daniel Roseberry, direttore creativo della maison, che ha trasformato una delle rapine più clamorose degli ultimi anni in un gesto di moda consapevole e spettacolare, portando in scena reinterpretazioni dei gioielli appartenuti all’imperatrice Eugénie. A indossarli è stata Teyana Taylor, attrice nominata agli Oscar 2026, ospite dello show: una tiara di perle e diamanti e il grande fiocco gioiello da corsage, ispirati ai preziosi sottratti dal Louvre il 19 ottobre. Roseberry ha raccontato a Vanity Fair che l’idea è nata pochi giorni dopo il furto: “Stavo tornando a casa a piedi dall’ufficio e ho pensato: non sarebbe bello reimmaginare quei gioielli?“. Non un’operazione nostalgica, né un esercizio museale, ma un preciso colpo di teatro proprio del mondo della couture, quell’angolo di moda in cui ancora oggi tutto – o quasi – è possibile grazie alla maestria artigianale. LA COLLEZIONE: TRA AGONIA ED ESTASI Intitolata “L’agonia e l’estasi”, la collezione nasce da una visita improvvisata alla Cappella Sistina, durante un ritiro creativo fuori Roma. Roseberry racconta di essere stato colpito dal contrasto tra il rigore narrativo delle pareti e la vertigine emotiva del soffitto michelangiolesco. “Ho smesso di pensare a come qualcosa dovrebbe apparire e ho iniziato a pensare a come mi sento mentre la creo”, spiega. È questo il battito emotivo della stagione. Il tormento è nella struttura, nel rigore quasi ecclesiastico dei tagli; l’estasi è la libertà dei colori: rosa, blu zafferano e tinte da uccelli del paradiso. In passerella, il rigore strutturale della couture convive con esplosioni di colore e forma. Code di scorpione, denti di serpente, bustier che sembrano armature velenose aprono il racconto. Poi, improvvisamente, il cielo: uccelli in volo, colori da paradiso – rosa, blu, zafferano – e volumi che si espandono come fuochi d’artificio. Le silhouette si muovono tra controllo e liberazione: bustier con denti di serpente, code di scorpione che emergono dalle schiene, archetipi dell’alta moda ibridati con un immaginario velenoso e mitologico. Le “infantas terribles”, come le chiama Roseberry, diventano le eroine della stagione. Ogni look ha un nome, un gancio narrativo. Isabella Blowfish è un tailleur-gonna gonfio di tulle e organza, spolverato di cristalli nei colori del pesce palla. Le piume, vere o in trompe-l’œil, vengono dipinte, aerografate, immerse in resina e cristalli. Il pizzo è lavorato come un bassorilievo, tridimensionale. Ogni uscita introduce una tecnica nuova, una prova ulteriore per gli atelier Schiaparelli. Gli accessori – teste d’uccello, occhi in cabochon di perla, becchi in resina – dialogano con l’eredità surrealista di Elsa Schiaparelli: l’animalità, l’anatomia, il buco della serratura come portale simbolico verso altri mondi. “Non è calcolato”, dice Roseberry. “C’è un’alchimia reale tra me e la maison”. In un tempo ossessionato dalla replica e dalla velocità, Roseberry ribadisce una verità semplice e radicale: la couture non serve alla vita quotidiana. Serve a qualcos’altro: “Moltissime persone mi chiedono quale sia il senso della couture”, conclude. “Non è creare abiti per la vita quotidiana. Per me è un modo per liberare l’immaginazione. La couture è un invito: smetti di pensare, ti dice. È il momento di sentire. Devi solo guardare in alto”. Il parterre lunedì è stato quello delle grandi occasioni: in prima fila siedono Carla Bruni, Demi Moore, Teyana Taylor appunto, Chiara Ferragni, Lauren Sánchez con Jeff Bezos. Teyana Taylor arriva avvolta in un abito di pizzo con cappotto smoking longilineo e una corona di perle, Demi Moore sceglie un look maculato scintillante. > View this post on Instagram > > > > > A post shared by Schiaparelli (@schiaparelli) L'articolo I gioielli rubati al Louvre sono “ricomparsi” alle sfilate di Parigi: ecco come è stato possibile proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Pavimento crolla durante la festa di compleanno a Parigi: evacuati tre edifici e almeno 20 feriti
Una festa nel quinto piano di un edificio dell’XI arrondissement di Parigi è finita nel panico quando il pavimento della casa è crollato, probabilmente a causa del peso a cui era sottoposto per via delle presenza di 50 persone. Gli avventori, in casa per una festa, sono stati evacuati e nel crollo sono rimaste ferite 20 persone. Una donna, soccorsa dai pompieri sotto le macerie, era in arresto cardiaco e le sue condizioni sono considerate gravi. Il suo cuore ha ripreso a battere, ma non sarebbe considerata ancora fuori pericolo. L’episodio è avvenuto dopo la mezzanotte al 34 bis di rue Amelot, vicino piazza della Bastiglia, zona della movida parigina ancora affollata a quell’ora del sabato sera. Le vie sottostanti sono state teatro di alcune scene di tensione per la fuga dei presenti. Sul posto è intervenuta una carovana di soccorsi formata da 125 pompieri, una quarantina di camion dei vigili del fuoco e una decina di ambulanze. Fonti della polizia francese confermano come l’edificio sia “un residenziale senza precedenti noti di problemi ” L’architetto Antoine Cardon, in qualità di esperto accorso sul posto, parlando con Franceinfo ha fornito dettagli sul crollo che dovrebbe essere strutturale: “Abbiamo osservato che un pavimento era stato indebolito dall’acqua infiltrata da un balcone. L’infiltrazione ha portato al deterioramento del pavimento, che ha causato una reazione a catena di crolli su tutto il piano”. Oltre all’intero edificio, di sei piani, sono stati evacuate le due strutture adiacenti. I residenti hanno fatto rientro nelle loro abitazioni durante la notte, verso le ore 04:00. La procura di Parigi ha aperto un’indagine sulle cause delle lesioni e del crollo e sono in corso aggiornamenti. All’interno dell’edificio era in corso una festa, come racconta uno degli invitati a LCL: “Eravamo tutti riuniti per festeggiare il 60esimo compleanno di un’amica. Proprio mentre stavamo iniziando a farle gli auguri ed eravamo tutti riuniti intorno a lei, il pavimento è crollato. Siamo caduti dal quinto al quarto piano. È successo così velocemente che non riesco nemmeno a descriverlo, ti senti solo scivolare“. FOTO DI ARCHIVIO L'articolo Pavimento crolla durante la festa di compleanno a Parigi: evacuati tre edifici e almeno 20 feriti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Perché oggi abbiamo ancora bisogno di rileggere Piero Gobetti: un anticorpo contro cinismo, inerzia e resa preventiva
Cent’anni fa moriva Piero Gobetti (Parigi, 15 febbraio 1926). Aveva ventiquattro anni. La sua vita finisce troppo presto, a causa delle ripetute aggressioni fasciste subite a Torino e il logoramento di mesi diventati persecuzione. Ma lascia un’eredità sproporzionata all’età: riviste, una casa editrice che porta il suo nome e che pubblica Montale, un’idea di cultura che non fa da cornice alla politica ma la attraversa. E una lettura lucida del fascismo delle origini: demagogia e violenza come strumenti di governo. Paolo Di Paolo incrocia Gobetti da tempo. Nel 2013 lo aveva raccontato nel romanzo Mandami tanta vita (Feltrinelli). Oggi ci torna con Un mondo nuovo tutti i giorni. Piero Gobetti, una vita al presente (Solferino, 2025), un saggio che insiste su relazioni, scelte, lati meno frequentati. E prova a capire perché la voce di quel giovane intellettuale torinese, un secolo dopo, continui a chiedere conto del nostro presente. Chi era Piero Gobetti? Un ragazzo. Oggi dovremmo definirlo così. Non fece in tempo a compiere venticinque anni. Morì un secolo fa esatto, dopo avere dato forma a un prodigioso cantiere intellettuale nell’Italia del primo fascismo. Tre riviste e una casa editrice in pochi anni. Qual è il suo talento? Il talento, da autodidatta, di pensare all’intellettuale come a un agitatore di idee. In grado di agire sulla società perché genera non solo dibattito, ma condivisione. Mette insieme persone diverse allo stesso tavolo, propone domande, spinge le persone a pensare con la propria testa. Perché è importante la pubblicazione di Ossi di seppia di Montale? Di solito a scoprire i nuovi talenti sono i più vecchi. In questo caso, Montale è più grande d’età di Piero Gobetti. Che legge quelle poesie e capisce che sono nuove, straordinarie. Gliele pubblica e dà la prima grande occasione a uno dei maggiori poeti italiani ed europei. Che cos’è la politica per Gobetti? Intensità e pensiero. Partecipazione e cooperazione. Responsabilità individuale e poi collettiva. “Restare politici nel tramonto della politica”, scrive. È una sfida valida anche e soprattutto oggi. Gobetti era liberale o socialista? Liberale di formazione, affascinato dalle spinte operaiste degli anni Venti tanto quanto dalla lezione del socialista Matteotti. Studia con slancio anche la rivoluzione bolscevica, per cercare di capire come funziona il meccanismo rivoluzionario. Ma la sua utopia è scritta nella testata della sua rivista più nota: La Rivoluzione Liberale. Che cosa la colpisce di più dell’ordine di Mussolini di “rendere la vita impossibile” a questo ragazzo? Il fatto che Mussolini — siamo nel 1923! — si preoccupi di un giovanissimo oppositore torinese. Evidentemente ne coglie l’incisività e la grandezza. Nel suo libro c’è largo spazio dedicato all’amore. Chi è Ada Prospero per Gobetti e che ruolo ha realmente nella sua vita? Ada Prospero diventa un punto di riferimento essenziale per Piero. È una storia d’amore. È una storia di sodalizio intellettuale, di crescita condivisa. Dopo la morte del giovane marito, Ada vive molte altre vite, ma tutte improntate a una grandezza d’animo, a una generosità umana, intellettuale e politica impressionanti. Gobetti è irriducibile davanti al fascismo. Oggi davanti a che cosa dovremmo essere irriducibili con la stessa durezza? Alla tentazione del cinismo. Alla “logica” del riarmo e del bellicismo come uniche possibilità. Alla irresponsabilità dell’essere apolitici. Se la politica di oggi dovesse prendere una sola cosa da Gobetti quale dovrebbe scegliere? Partirei da queste due frasi. La prima: “I partiti si sono limitati a formule vaste e imprecise, da cui nulla si può logicamente e chiaramente dedurre. Rappresentano, si dice, l’interesse dei singoli, ma badiamo che a procedere nettamente questo rappresentare interessi di singoli porta non solo all’egoismo ma addirittura fuori dalla politica. Si riduce, e va annullandosi, la possibilità di azione comune, la quale può nascere solo dal coesistere, accanto agli interessi, delle ragioni ideali. Nella vita attuale dei partiti invece di concreto c’è solo un circolo pernicioso per cui gli uomini rovinano i partiti, e i partiti non aiutano il progresso degli uomini”. La seconda: “Non c’è lotta politica. C’è della gente che teme, altra gente che spera. Di due stati d’animo soltanto non può vivere una nazione”. Come si immagina Gobetti adulto, sganciato dalla sua giovinezza? Che cosa avrebbe perso e a che cosa non avrebbe mai ceduto? Come diceva Montale, è difficile o forse impossibile immaginare Gobetti anziano. O l’onorevole Gobetti in parlamento. Penso però che avrebbe tenuto fede a quel suo precetto di non diventare come quei padri che sorridono e alzano le spalle di fronte agli entusiasmi dei figli. L'articolo Perché oggi abbiamo ancora bisogno di rileggere Piero Gobetti: un anticorpo contro cinismo, inerzia e resa preventiva proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Parigi invasa da 350 trattori: la protesta degli agricoltori contro il Mercosur
Invasione di trattori a Parigi: gli agricoltori, in guerra contro il trattato con il Mercosur che l’Ue si appresta a firmare, sono entrati questa mattina nuovamente nella capitale, questa volta addirittura con 350 veicoli che hanno percorso i quai sulla Senna. Chiedono “atti concreti e immediati” al governo a qualche giorno dalla firma dell’accordo, sabato in Paraguay. La protesta è organizzata oggi dal primo sindacato agricolo, la Fnsea, e dai suoi alleati dei Giovani Agricoltori. La lunga fila ininterrotta ha costeggiato il fiume della capitale passando proprio sotto l’Assemble’e Nationale. In quel momento e’ stato dispiegato lo striscione con la scritta “La rivolta agricola riprende”. Continuano le proteste anche nel sud-ovest, nella regione di Tolosa in particolare, con un blocco stradale su un’autostrada che ha costretto le forze dell’ordine a intervenire per ripristinare la circolazione. L'articolo Parigi invasa da 350 trattori: la protesta degli agricoltori contro il Mercosur proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mercosur, alla vigilia del voto sull’accordo proteste dei trattori a Parigi e in Grecia. Agricoltori italiani in piazza a Milano venerdì
È caos sul Mercosur, l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay che, dopo un negoziato durato 25 anni, dovrebbe essere firmato il 12 gennaio. Sempre se venerdì si raggiungerà un’intesa durante la riunione degli ambasciatori dei Paesi Ue (Coreper). In Spagna, il premier Pedro Sanchez incrocia le dita, ma Paesi come Ungheria e Irlanda hanno ribadito il loro ‘no’ e in Francia e Grecia i trattori invadono piazze e autostrade. A Parigi sono entrati all’alba. Nonostante i divieti, la protesta ha raggiunto i principali monumenti della capitale, la Tour Eiffel e l’Arco di Trionfo e gli agricoltori hanno tentato di scavalcare le inferriate che proteggono l’Assemblée Nationale, chiedendo di essere ricevuti. In Grecia, hanno bloccato autostrade principali, svincoli e caselli a causa, oltre che del Mercosur, anche dell’aumento dei costi di produzione. L’Italia sembra essersi ammorbidita dopo la proposta avanzata dalla Commissione europea che prevede anche la possibilità per gli Stati membri di mobilitare già dal 2028 (invece che con la revisione di medio termine) fino a due terzi dei fondi previsti, ossia circa 45 miliardi di euro. Il Governo Meloni spinge affinché passi il messaggio che qualcosa l’Italia è già riuscita a ottenere. Nel frattempo, però, Coldiretti e Filiera Italia ribadiscono la loro opposizione alla firma dell’intesa senza reciprocità. Tradotto: “In ogni accordo e su ogni prodotto agricolo e agroalimentare importato, deve valere il divieto di ingresso nell’Unione europea di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni in campi e stalle italiani”. Garantire questa condizione non è cosa semplice né per Giorgia Meloni, né per altri premier, né per Ursula von der Leyen. IN FRANCIA SALE LA TENSIONE Una eventuale decisione del governo Meloni di firmare l’intesa, inoltre, porterebbe la Francia a essere isolata tra i principali Paesi europei. Ed è un fattore di grande tensione. A mettere benzina sul fuoco anche le parole del presidente dei Républicains, Bruno Retailleau, ex ministro dell’Interno, intervistato dalla radio France Inter: “C’è una forma di impotenza della Francia. Da ministro dell’Interno ho fatto dei Consigli d’Europa, ho visto come i miei colleghi guardavano alla Francia: è uno stato che non si fa rispettare, non è all’altezza del suo rango e perde la sua potenza. Oggi non siamo rispettati”. Di più. Secondo Retailleau il modello da seguire sarebbe quello dell’Italia e di Meloni “che impone all’Europa alcune delle sue tesi. Prima si è opposta al Mercosur, ha ottenuto in materia di politica agricola delle contropartite finanziarie (su cui, però, pesano diverse incertezze e perplessità – Leggi l’approfondimento)”. Di fatto, però, sia dalla Francia che dall’Italia gli agricoltori chiedono di non cedere di fronte alle ‘lusinghe’ di Ursula von der Leyen. Segno che quanto offerto da Bruxelles non è poi un piatto così ricco. LA PROTESTA DEI TRATTORI A PARIGI E LE CRISI CHE AFFRONTA IL SETTORE Di certo non è servito a fermare la protesta per le strade di Parigi. Il presidente del Coordinamento rurale, secondo sindacato agricolo francese, Bertrand Venteau, ha parlato di “un centinaio” di trattori entrati nella capitale prima dell’alba. Mobilitato da settimane, il settore agricolo francese affronta diverse crisi: l’epidemia di dermatosi nodulare contagiosa che sta decimando i bovini, il calo dei prezzi del grano, l’aumento dei concimi e la minaccia di una concorrenza più agguerrita nel caso di firma del Mercosur. Dopo che gli agricoltori hanno tentato di scavalcare le inferriate che proteggono l’Assemblée Nationale, la presidente della camera bassa di Parigi, Yael Braun-Pivet, è uscita dall’edificio per cercare il dialogo, ma è stata fischiata. Protetta dalla polizia dal lancio di oggetti in atto, ha annunciato agli agricoltori che li avrebbe ricevuti nel primo pomeriggio. Nel frattempo, però, si è schierata accanto agli agricoltori in rivolta: “Bisogna continuare la lotta. I francesi hanno diritto di venire a esprimersi davanti all’Assemblea. Rimango all’ascolto dei cittadini – ha detto – anche se la situazione è tesa, anche se non hanno voglia di parlare, ma di esprimere la loro rabbia, io sono qui per ascoltarli”. E ha ricordato che i deputati hanno “espresso più volte il loro rifiuto del Mercosur”. Decisamente più dura la reazione dell’Esecutivo. Il governo “non lascerà correre” sulle azioni di protesta degli agricoltori con i trattori nella regione di Parigi, che sono “illegali” ha avvertito la portavoce del governo, Maud Bregeon, ai microfoni di France Info. I TRATTORI A MILANO Nel frattempo, venerdì mattina, oltre un centinaio di trattori e autobotti degli agricoltori manifesteranno contro il Mercosur, in piazza Duca d’Aosta, davanti alla stazione di Milano. “Dieci miliardi in più dalla Politica agricola comune, no grazie. Non svendiamo le nostre tradizioni, la nostra storia, il nostro cibo” ha detto a LaPresse Angelo Distefano, portavoce del Coapi (Coordinamento agricoltori e pescatori italiani), secondo cui “la firma equivarrebbe ad una condanna a morte. Ad oggi, solo il 3 per cento della merce viene controllata nelle dogane ed è sotto gli occhi di tutti la disparità di condizioni lavorative, fitosanitarie, economiche e qualitative dei prodotti Sud Americani e quelli italiani”. COSA CHIEDE L’ITALIA Per Coldiretti e Filiera Italia non è sufficiente l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione europea, che farebbe passare i controlli solo a circa il 4 per cento “con evidenti rischi per la tutela della salute dei cittadini consumatori e per il rispetto delle regole di produzione imposte agli agricoltori europei”. E accusano: “L’accordo Mercosur è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati di Bruxelles ai grandi gruppi industriali multinazionali stranieri, a partire dalle aziende tedesche del settore chimico come Bayer e Basf, consentendo di esportare con maggiore facilità fitofarmaci vietati da tempo nell’Ue, che finirebbero per rientrare nei piatti dei consumatori proprio attraverso le importazioni agevolate dall’accordo”. Perché l’Italia dia il via libera definitivo all’accordo Mercosur “manca l’ultimo miglio. I nostri diplomatici stanno verificando che le garanzie ottenute oggi siano supportate da elementi tecnici e politici. Al Coreper faremo il punto” ha detto il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, in un’intervista al Sole 24 ore, sottolineando che ora “occorre garantire che i prodotti agricoli dei paesi Terzi e importati in Europa rispettino le medesime regole sulla sicurezza alimentare imposte ai produttori Ue”. Di fatto, con un gioco di prestigio, si sono modificate le regole per accedere ai fondi Pac, pezzo del puzzle che si aggiunge alla sospensione (retroattiva dall’1 gennaio scorso) del meccanismo di adeguamento del carbonio (Cbam). Manca l’intesa sulle clausole di salvaguardia. Ad oggi, come ricorda lo stesso ministro Lollobrigida “è fissata una soglia dell’8% per individuare uno squilibrio su prezzi e importazioni. Noi vogliamo che da questo 8% si scenda al 5 per cento”. C’È CHI DICE NO (PER ORA) La Francia, come annunciato in queste ore dal ministro dei Rapporti con il Parlamento, Laurent Panifous, dovrebbe votare contro l’accordo di libero scambio con il Mercosur, anche se sarà in minoranza. La posizione definitiva di Parigi sarà annunciata dal primo ministro e dal presidente. “Il voto francese deve essere no, ovviamente, è la parola data dal governo e che non è cambiata da settimane” ha detto Panifous. “Ci saranno probabilmente conseguenze al fatto che la Francia, da questo punto di vista, sarà isolata a livello europeo” ha aggiunto. Ma “per me, quello che conta – ha proseguito il ministro – è che la parola del governo francese sia ascoltata in Europa e che gli agricoltori, gli allevatori francesi sappiano che il governo li sostiene”. La portavoce del governo, Maud Bregeon, è apparsa meno sicura ai microfoni di France Info, precisando che Emmanuel Macron e il premier Sébastien Lecornu daranno “il responso definitivo” sulle condizioni poste dalla Francia (clausola di salvaguardia, clausole “specchio”, rafforzamento dei controlli). “Al momento – ha detto la portavoce – quel trattato non è ancora accettabile”. Nel frattempo, l’Irlanda ha dichiarato che voterà contro. “La posizione del governo sul Mercosur è sempre stata chiara: non abbiamo sostenuto l’accordo nella forma in cui è stato presentato. Voteremo contro l’accordo” ha dichiarato in un comunicato il vicepremier irlandese, Simon Harris. Stessa posizione quella dell’Ungheria. “La Commissione europea sta spingendo per l’adozione e l’attuazione di un accordo che aprirebbe l’Europa alle importazioni illimitate di prodotti agricoli sudamericani a scapito dei mezzi di sussistenza degli agricoltori ungheresi. Ci opponiamo a questa decisione, poiché Bruxelles sta ancora una volta ignorando gli interessi dei nostri agricoltori” scrive su X il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó. L'articolo Mercosur, alla vigilia del voto sull’accordo proteste dei trattori a Parigi e in Grecia. Agricoltori italiani in piazza a Milano venerdì proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gli agricoltori entrano a Parigi: trattori davanti all’Arco di Trionfo e sugli Champs-Élysées – Video
Alcuni agricoltori francesi sono entrati a Parigi per protestare contro l’accordo commerciale Mercosur fra l’Unione europea e i Paesi latino americani. Un “centinaio” di trattori, secondo gli organizzatori, sono riusciti ad arrivare alle porte della capitale all’alba ma secondo il ministero dell’Interno “la maggior parte sono stati bloccati alle porte” della città, mentre una ventina circolavano verso le 8 in centro. Nonostante i divieti gli agricoltori hanno raggiunto i principali monumenti della Capitale, tra cui la Tour Eiffel e l’Arco di Trionfo. “Vogliamo essere ricevuti oggi dalla presidente dell’Assemblée Nationale – ha dichiarato il presidente del Coordinamento rurale, secondo sindacato agricolo francese, Bertrand Venteau – e dal presidente del Senato”. Mobilitato da settimane, il settore agricolo francese affronta diverse crisi: l’epidemia di dermatosi nodulare contagiosa che sta decimando i bovini, il calo dei prezzi del grano, l’aumento dei concimi e la minaccia di una concorrenza più agguerrita nel caso di firma da parte dell’Unione europea di un accordo di libero scambio con 4 Paesi del Sudamerica (Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay) sul quale si stava trattando da 25 anni e che sembra arrivato in dirittura d’arrivo. Video @PaulAgriculteurdu62 L'articolo Gli agricoltori entrano a Parigi: trattori davanti all’Arco di Trionfo e sugli Champs-Élysées – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Neve su Parigi, cancellati oltre 100 voli. Sospeso il trasporto pubblico nella capitale
La neve imbianca Parigi. Da martedì sera la capitale francese è imbiancata. Circa 100 voli sono stati cancellati all’aeroporto di Roissy Charles-de-Gaulle e circa 40 voli a Orly per effetto della copiosa nevicata. “Speriamo che la situazione torni alla normalità questo pomeriggio”, ha dichiarato il ministro dei Trasporti Philippe Tabarot a CNnews. Il Ministro ha anche fatto appello ad essere vigili in “tutto il Paese”, “in particolare per quanto riguarda la pioggia gelata, che non è sempre stata prevista e può arrivare in qualsiasi momento”. Inoltre, a partire dalle 7, tutti gli autobus parigini e dell’Ile-de-France hanno gradualmente sospeso il servizio per le nevicate nella regione e sono tornati ai loro depositi: lo hanno annunciato le compagnie di trasporto pubblico Ile-de-France Mobilités (Idfm) e Ratp. L'articolo Neve su Parigi, cancellati oltre 100 voli. Sospeso il trasporto pubblico nella capitale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Così, 130 anni fa, i fratelli Lumière inventavano il cinema
Centotrent’anni fa, il 28 dicembre 1895, quando si proiettò il primo film al mondo al Salon indien del Grand Café, sul boulevard des Capucines di Parigi, Auguste e Louis Lumière, artefici dell’operazione, non c’erano. Il ruolo fondamentale in quello che oggi si chiamerebbe il marketing del neo-cinematografo l’ebbe infatti Antoine Lumière, padre dei due fratelli, pittore e fotografo con attività di famiglia a Lione (la moglie Jeanne Joséphine Costille era una semplice lavandaia). Antoine (lui sì che c’era alla prima…) aveva uno spiccato gusto dell’impresa commerciale, anche se rischiosa. Fu lui, infatti, a lanciare l’idea della prima proiezione pubblica a pagamento intuendo con straordinaria precognizione che ciò che andava costruito era un pubblico attratto dall’invenzione dei suoi figli. Quelle “fotografie animate”, come le chiamava Antoine, dovevano essere mostrate agli spettatori in un luogo consono e attrattivo, tanto da rifiutare alcune iniziali offerte per approdare, infine, a una ex sala da biliardo (il seminterrato Salon Indien) del Gran Café. Erano le 18, il biglietto costava un franco e la sala era piena. Louis, che era il più tecnico fra i due fratelli, aveva già sperimentato i primi cinematoscopi, realizzato un cronofotografo (tutti progenitori del cinema) grazie a una pellicola fabbricata a Lione e aveva offerto varie dimostrazioni pubbliche già dal marzo di quell’anno. Solo dopo la proiezione del 28 dicembre, però, gli arrise il successo mondiale: zar, reali inglesi, famiglie imperiali europee agognavano di vedere ‘il cinema’ e furono proprio loro a fare da involontari press agent ai Lumière. La loro invenzione sbarcherà anche in America, offuscando il viascopio Armat-Edison che pure aveva raggiunto le sale statunitensi sin dall’estate del 1895 con l’autoctono sistema Biograph ideato da William Kennedy Laurie Dickson (che, nell’estate del 1898, sarà il primo a riprendere un pontefice, ovvero papa Leone XIII che passeggiava nei Giardini Vaticani). L’imprenditore Thomas Armat, insieme con Thomas Alva Edison, l’inventore della lampadina, aveva sperimentato quella creazione grazie all’appoggio di una potente finanziaria partecipata persino dal fratello di William McKinley, venticinquesimo presidente degli Stati Uniti. Ma i Lumière lo batterono sul tempo, pur se di poco. Così come anticiparono la Gran Bretagna, rappresentata da Robert William Paul. Già nel 1896 i brevetti di apparecchiature per il cinema erano centinaia: in Francia c’era, oltre ai Lumière, Georges Méliès con le tecniche inglesi di Paul (pare che i Lumière gli abbiano rifiutato le loro); poi Léon Gaumont uscì con il suo cronofotografo Demeny e Charles Pathé si servì delle tecniche dell’ingegnere Henri Joly, quasi tutti marchi che hanno rappresentato (e rappresentano) il cinema d’oltralpe. Era nata l’industria cinematografica mondiale: quella francese, in primis, e quasi in contemporanea, quella americana, entrambe imbattibili per numero di prodotti realizzati. In quegl’anni è presente anche il proto-cinema tedesco, sia pur con un solo film (Immagini di Berlino di Skladanowski, 1895); quello sovietico (a partire, nel 1908, con il produttore Drankov e i suoi film su popolo e letteratura russa); quello cecoslovacco di Max Urban, un architetto-regista che utilizzava la moglie come attrice (dal 1912). E ancora quello polacco (post 1910) con Aleksander Hertz ed Henrik Finkelstein (scopritori della diva Pola Negri); quello austriaco, quello danese (che produrrà i capolavori di Carl Theodor Dreyer a partire dal 1919). Ma c’è anche la produzione ungherese e quella spagnola (a Barcellona). Oltreoceano non c’è solo cinematografia Usa: a Cuba nel 1897 si girò un documentario sull’estinzione degli incendi. E ancora Messico, Brasile, Argentina, Sudafrica e persino Australia e Giappone (dal 1898) cominceranno a sperimentare. Naturalmente, a parte Francia e Usa, si tratta di numeri piccoli, ma destinati presto a moltiplicarsi. E non mi addentro in ciò che avveniva in Paesi lontani come l’India, oggi al primo posto al mondo per numero di film prodotti. E l’Italia? Si parte nel 1905 con La presa di Roma per la regia di Filoteo Alberini (poi fondatore della Cines). Insomma, i fratelli Lumière sono stati il ‘big bang’ del cinema mondiale. Il film che proiettarono quel famoso pomeriggio del 28 dicembre 1895 è La Sortie des usines Lumière (L’uscita dalla fabbrica Lumière), girato a Lione nove mesi prima. Il più noto, L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat, laddove la locomotiva corre minacciosa verso gli spettatori terrorizzati, è successivo. Ed è stata, nel 2016, la voce di Valerio Mastandrea a guidarci attraverso i segreti di quei 17 metri di pellicola del primo film al mondo (circa 50 secondi la durata) con un documentario presentato al Cinema Ritrovato di Bologna nel corso della mostra Lumière! L’invenzione del cinematografo. I Lumière hanno diretto oltre 140 film (compresi quelli sperimentali e quelli attribuibili al padre), più di John Ford. Certo, il paragone non regge per durata, assenza di montaggio, mancanza di profondità di campo, spesso presenza di operatori in campo, scarsa economia produttiva, personaggi in carne ossa in sala a spiegare il film… Ma, tant’è, senza i Lumière non ci sarebbe stato (forse) neppure John Ford. Eppure i fratelli smisero piuttosto presto con i film per dedicarsi allo studio della fotografia a colori (e Auguste anche di medicina). S’erano sposati con due sorelle e morirono entrambi a 92 anni. In sintonia fra loro, ma anche con i regimi fascisti francese e italiano. Candidati più volte al Nobel, non lo ottennero mai. Ma ad Hollywood campeggia una stella Walk of Frame dedicata a loro. Direi proprio il minimo sindacale per gli inventori del cinema come fenomeno di massa. L'articolo Così, 130 anni fa, i fratelli Lumière inventavano il cinema proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tre donne accoltellate nella metro di Parigi: aggressore in fuga
Un uomo armato di coltello ha aggredito tre donne sulla linea 3 della metropolitana di Parigi. L’aggressore si è poi dato alla fuga. Lo ha riferito la società di trasporti pubblici parigina (Ratp). Gli attacchi sono avvenuti nelle stazioni Arts et Métiers, République e Opéra, nel cuore di Parigi, “tra le 16.15 e le 16.45”, ha specificato la stessa azienda. L'articolo Tre donne accoltellate nella metro di Parigi: aggressore in fuga proviene da Il Fatto Quotidiano.
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