La discussione non riguarda più solo i meme nostalgici o i video virali di
qualche anno fa. Oggi la politica italiana convive con Everybody viva el Duche,
un brano che mescola ironia pop, latino americana e riferimenti storici,
trasformando in ballabile un termine carico di tragedia. Pezzo diventato virale
su TikTok, utilizzato in oltre 8000 video, non è l’innovazione della musica
politica: canzoni satiriche e remix sono sempre esistiti. La novità è la
viralità istantanea, la facilità con cui un simbolo storico entra nei feed di
milioni di persone, accompagnato da balletti, meme e remix, a pochi click da
noi.
“Il brano – spiegano gli autori – usa l’ironia per esagerare situazioni,
linguaggio e cliché storici, trasformandoli in pura arte pop musicale
enfatizzata dal montaggio paradossale. Non è una celebrazione, non è un inno al
fascismo, ma una caricatura irriverente in chiave pop pensata per intrattenere,
riflettere e smontare l’assurdità di certi miti del passato. Un brainrot
musicale destinato a diventare virale e a distruggere il potere dei termini.
Nonostante l’ilarità della canzone e i ban di TikTok, Everybody viva el duche è
diventata una hit che, più viene bannata e censurata, e più si rafforza.
L’ironia e le caricature pop non possono essere sottoposte a censura”.
Il pezzo, che scherza col termine Duce, e che è stato rilanciato da programmi
radiofonici come La Zanzara, che ha fatto un po’ da cassa di risonanza, tuttavia
ha un’ironia digitale non del tutto innocua. Dipende dal pubblico che la
fruisce: chi condivide già una certa visione politica può interpretare la
canzone come conferma del proprio pensiero, chi non la condivide la percepisce
come satira. Il punto, però, è che oggi la satira è veicolata da algoritmi,
trend e dinamiche di engagement, non da dibattiti pubblici o giornalismo
critico. Così, ciò che nasce per smontare un mito può finire per rafforzarne
involontariamente la presenza nella cultura digitale.
Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, è la figura centrale di questo
cortocircuito: non è più la semplice destinataria di meme virali pensati per
ridicolizzarla, ma la protagonista di una cultura pop-politica in cui visibilità
e riconoscibilità contano più dei contenuti. La sua immagine si presta al remix:
appare per magia perfino in un affresco della Cappella del Crocifisso di San
Lorenzo in Lucina, rimbalza in coreografie, battute, citazioni condivise. Non è
la sostanza della politica, ma ne determina la percezione pubblica.
In questo senso, Meloni ha ottenuto ciò che pochissimi leader riescono a
conquistare: familiarità digitale, presenza virale, capacità di entrare
nell’immaginario collettivo. Ma qui sta il punto cieco. Il Duce non è un meme
neutro: è un simbolo storico di violenza e dittatura. Ridurlo a ballo o canzone
non lo svuota, lo normalizza. E il rischio non è la satira, ma la banalizzazione
della tragedia che quel simbolo porta con sé.
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Il contesto culturale è fondamentale. Assistiamo a un’Italia in cui memoria e
cronaca civile si mescolano a viralità e intrattenimento digitale. Acca Larenzia
smette di essere solo cronaca nera e diventa folklore digitale; il fascismo non
torna in camicie nere, ma si ripresenta attraverso la musica e la condivisione
compulsiva. La parodia rischia di normalizzare simboli e linguaggi storici che
avrebbero bisogno di analisi, approfondimento, contestualizzazione.
Il brano, quindi, è più di un tormentone: è un laboratorio sociale che mostra
come l’ironia algoritmica possa funzionare come anestetico culturale. Ride di
tutto allo stesso modo, produce engagement, non consapevolezza. La storia non si
neutralizza con un remix così come la memoria non si sostituisce con un trend. E
il problema non è la canzone, ma la nostra capacità di leggere il passato mentre
condividiamo il presente.
Ridere è legittimo, ma comprendere resta necessario. Il messaggio è chiaro: la
satira digitale è potente, ma può diventare pericolosa se la ricezione è
distratta. La politica italiana oggi si gioca tra algoritmi e storia, tra pop e
memoria. Everybody viva el Duche non è il problema, ma l’indicatore: misura come
l’Italia contemporanea gestisce simboli, storia e cultura digitale insieme. E
noi, spettatori, non siamo innocenti: ogni risata è una forma di amnesia.
L'articolo Everybody viva el Duche: se la ricezione è distratta, la satira da
potente diventa pericolosa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Musica Italiana
“Il mio maestro di canto e recitazione ha abusato sessualmente di me per oltre
10 anni, dai 12 anni in avanti”. È un racconto sconvolgente quello della
cantante Emma Morton. L’artista scozzese ha rilasciato un’intervista a “Noi Tv”,
in cui ha raccontato gli abusi subiti dal suo insegnante di canto, pianoforte e
teatro dall’età di 12 anni. La cantante ha raccontato di aver visto su Facebook
nel 2019 un post dell’uomo che cercava bambini per preparare uno spettacolo
teatrale.
La donna ha dichiarato: “Una sera ho visto un post su Facebook del mio
insegnante di teatro e canto di quando ero piccola, cercava bambini per uno
spettacolo. In quel momento la mia vita è cambiata drasticamente, non ho potuto
più ignorare e nascondere quella che è stata la mia esperienza con questa
persona. Ha abusato sessualmente di me per oltre 10 anni, dai 12 anni in
avanti”.
Emma Morton ha rivelato che l’uomo, oltre ad abusare di lei, l’aveva allontanata
dalla famiglia: “Mi ha isolato dalla mia famiglia, la mia volontà di cantare è
sempre stata contrastata da un immenso e inspiegabile disagio. Avevo attacchi di
panico, pensieri di suicidio prima di cantare, non dormivo per giorni. Era una
sensazione emotivamente pesante”. Morton è diventata famosa in Italia per la sua
partecipazione a X Factor 2014.
Dopo il tour del 2019, la cantante si è presa un periodo di pausa. Ora desidera
tornare a esibirsi. Emma ha dichiarato: “Spero di poter riavvicinarmi al
palcoscenico e sentirmi connessa con il pubblico. La cosa che mi è sempre
piaciuto e dare conforto nel fare questo mestiere, nonostante tutte le
difficoltà attraversate, è stato il contatto col pubblico”.
L'articolo “Il mio maestro di canto e teatro ha abusato di me per oltre dieci
anni. Avevo attacchi di panico e pensieri suicidi”: la rivelazione della
cantante Emma Morton proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giuseppe Verdi occupa nella storia della musica un luogo che non è solo
centrale, ma di spartiacque. A 125 anni dalla sua morte, Verdi è un classico che
non consola, ma ancora strugge, commuove e ispira. E lo fa con quella miscela di
rigore e istinto che rende la sua opera un caso unico nella modernità musicale.
Io non sono “verdiano”, ma non posso non riconoscerne la grandezza. Come scrisse
da par suo Mario Bortolotto: “La dipartita di Verdi era stata l’occasione per
allestire un mito. Spettò anzitutto come prevedibile, all’alta rettorica
dannunziana. Nella canzone Per la morte di Giuseppe Verdi, accolta nel 1904 in
Elettra, sono tutte le ragioni di quella mitologia popolare: universalismo:
‘Pianse ed amò per tutti’; terrestrità: ‘ci nutrimmo di lui come del pane’;
sapore terragno: ‘nato dalla zolla, / dalla madre dei buoi / forti’;
patriottismo: ‘La melodia suprema della patria’, oracolo minaccioso: ‘congiunto
/ in terra avea con la virtù de’ suoni / tutti gli spirti per la santa guerra’.”
Chi accoglieva lo scomparso – e qui si tocca lo zenit – erano poi Dante,
Leonardo, Michelangelo. Non si intende la compagnia, ma, certo, non si può far
di peggio, e più sonoramente. Quando invece, vent’anni dopo, il musicista cade
nelle mani della Ronda, è tutt’altra musica. I “fratelli antichi” si sono
dileguati: resta, in primo piano, la “atavica semplicità”, l'”effetto esagerato
e fulmineo” (…). È questo quel residuo elementare, che percorre l’opera
verdiana, fino alla fine che più tardi Alberto Moravia tentò di enucleare come
“volgarità”: affrettandosi ad aggiungere ch’essa “altro non è se non la
permanenza, in quel contesto nazionale e sociale, di valori vetusti, di stabili
codici morali, che si possono far risalire addirittura al Rinascimento”.
L’importanza di Verdi non risiede soltanto nell’aver dato forma definitiva al
melodramma italiano, ma nell’averlo sottoposto a una radicale rifondazione
dall’interno. Verdi parte dal teatro d’opera ottocentesco, dai suoi codici e
dalle sue convenzioni, per portarli al limite di rottura. Dalla spinta giovanile
di Nabucco e I Lombardi fino alla lucidità crepuscolare di Falstaff, il suo
percorso è quello di un compositore che non smette di mettere in discussione il
proprio linguaggio. Ogni opera è una verifica, ogni successo una tappa
provvisoria.
Le opere principali scandiscono questa traiettoria con chiarezza quasi
didattica. Rigoletto, Il trovatore e La traviata segnano la conquista di un
teatro in cui il personaggio non è più mera maschera, ma vivo archetipo moderno.
Simon Boccanegra e Don Carlos introducono una dimensione politica e storica più
complessa, fatta di zone d’ombra, di conflitti irrisolti. Aida espande lo spazio
scenico e sonoro senza cedere all’esotismo facile, mentre Otello e Falstaff
rappresentano l’approdo a una scrittura continua, nervosa, quasi prosciugata,
dove l’aria tradizionale si dissolve in un flusso drammatico di precisione
chirurgica.
La risonanza musicale di Verdi oggi è legata a questa capacità di parlare al
presente senza aggiornamenti cosmetici. Le sue opere resistono alle vane mode
registiche perché contengono già, nella partitura, un pensiero teatrale forte,
strutturato, autosufficiente. Verdi conosce il tempo scenico, il peso del
silenzio, l’impatto drammatico di una pausa. Il confronto con Wagner, spesso
ridotto a una sterile contrapposizione da derby, è in realtà uno dei nodi più
fertili della storia musicale europea. Verdi guarda Wagner con attenzione, senza
sudditanza. Ne comprende la portata rivoluzionaria, ma rifiuta l’idea di un
sistema totale, di un mito che si sostituisce al teatro. Dove Wagner tende alla
fusione e all’infinito, Verdi sceglie il limite, l’immediato, il “troppo umano”.
È un dialogo a distanza, fatto di differenze radicali e di reciproco rispetto,
ma un melomane può benissimo amare entrambi.
L’influenza di Verdi sulla musica successiva è meno appariscente di quella
wagneriana, ma non meno profonda. Si manifesta nella centralità della voce come
veicolo drammatico, nell’attenzione al ritmo della parola, nella capacità di
fare del teatro un luogo di verità e non di ornamento. Da Puccini a Britten, da
certi esiti del verismo fino a riflessioni novecentesche sul rapporto tra musica
e scena, Verdi rimane una presenza silenziosa ma decisiva. In questo sta la sua
attualità: non nella celebrazione, ma nella resistenza del suo teatro, che
continua a parlare con voce ferma, attraversando il tempo senza consumarsi, al
di là delle mode fatue.
L'articolo L’attualità di Verdi non risiede nella celebrazione, ma nella
resistenza del suo teatro: così continua a parlarci oggi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Chi l’avrebbe detto? Sono diventato un paroliere della canzone italiana grazie a
Tutti Fenomeni, in vita Giorgio Quarzo Guarascio.
E qualcosa con la musica italiana comunque la mia famiglia c’entra, non mi
stanco mai di ripetere con fanciullesco orgoglio che mio zio Dario Farina è uno
dei maggiori compositori esistenti, ha composto successi planetari come Sarà
perché ti amo, Felicità e Mamma Maria (e tantissimi altri), melodie che dopo
quasi mezzo secoli tutti ancora cantano. Il successo di questo pezzi è dovuto
alla melodia, ovviamente agli interpreti, al produttore Freddy Naggiar e a Popi
Minellono, il paroliere (eccetto Sarà perché ti amo che è stata scritta quasi
tutta da Enzo Ghinazzi, meglio conosciuto come Pupo).
Quindi, anche io paroliere! Certo un paroliere sui generis, del tutto
particolare, non un vero e proprio paroliere, ma diciamo che Giorgio si è
abbeverato con lucidità e affetto al mio repertorio aforistico (abbiamo in
comune una grande passione per la letteratura aforistica), prendendo a piene
mani e facendo sue certe mie esternazioni concettuali e anche più in generale
ispirandosi a una mia filosofia di vita contrassegnata da quello che si può
chiamare “ozio creativo”.
Non a caso il suo ultimo disco si intitola Lunedì, il giorno in cui riprende
l’attività lavorativa, mentre gli artisti stanno ancora a letto a stiracchiarsi,
a sognare e immaginare un mondo senza più la schiavitù del lavoro coatto. E
quando non sei occupato a lavorare che cosa fai? Pensi all’amore, l’amore,
l’unica cosa che conta. Quell’amore che ti fa dire come nella canzone Mao: “Ho
una voglia di baciarti incredibile”. L’amore che ti fa dire “Dirsi addio è una
forma di rispetto assoluto” nella canzone Col tuo nome.
Ah, se questo semplice concetto lo facessero proprio tutti quegli uomini che non
accettano un addio e poi infieriscono sul corpo dell’amata, con violenza e
disperata impotenza. Il disco di Giorgio è divertente, spiazzante,
imprevedibile; si passa dal sesso anale all’universo newtoniano, ci sono
elettroni inquieti e sacchi di juta con dentro tre chili di arance, c’è la tomba
di Truffaut e il buddismo delle farfalle, c’è chi muore vista mare e chi muore
in bicicletta a Formentera, c’è il desiderio di dare intensità a ogni momento
della vita (parlami d’amore in ascensore, mentre di solito si parla del più e
del meno).
Tutti Fenomeni rivela l’insensatezza del nostro vivere quotidiano con i suoi
accostamenti arditi, attraverso i suoi testi apre ferite intelligenti, crea
sospensioni liriche e riflessive, ci suggerisce nuovi ricami, nuovi sguardi da
posare sul mondo con innocenza rivoluzionaria, ci spinge a non farci mercificare
il desiderio, perché la merce è sempre funebre e crea solo cadaveri pulsanti;
Giorgio è fin troppo consapevole del male che c’è nel mondo, lo spettro del
lager nazista incombe in ogni nostro aperitivo, per ogni gin tonic c’è un forno
crematorio, tutto questo odio che si rinnova e che non lascia speranza, ma
“l’odio non è abbastanza”, l’odio non collima con l’Essere, c’è qualcosa che
sfugge, che non si lascia soffocare, tra il Big Bang e l’Apocalisse c’è l’amore,
non è un amore inteso come un porto sicuro in cui smemorarsi, non è l’amore di
un contratto matrimoniale, è un amore fragile, sempre in fuga, quasi
inafferrabile, ma quello che conta è non arrendersi, è continuare a cercarlo,
magari dentro un sacco di juta quantico, facendo salti nell’iperspazio dei testi
di Tutti Fenomeni, inaugurando una fenomenologia dell’imprevisto.
Sottrarsi alla prevedibilità di un’esistenza predigerita, ordinando al cinese
anche se non arriva Mao, ma nutrendo questo entusiasmo adolescente (in senso
etimologico di crescita, progresso, tuffo nell’avvenire) che ci fa gridare “Ho
una voglia di baciarti incredibile”. E alla fine di tutto il fenomeno che è la
vita, perché non accogliere la felicità del cane? In fondo basta un osso.
L’apporto al disco di Giorgio Poi (il senno di Poi) ci ha regalato melodie da
cantare anche sotto la doccia, perché un vero successo non può fare a meno dello
shampoo (per chi ha ancora i capelli). Auguro a questo disco litri e litri di
shampoo canterino, perché se Giorgio diventa strafamoso, divento famoso anche
io, “paroliere” nascosto di questo Lunedì, e finalmente potrò coronare il mio
sogno di finire su Novella Duemila. Dite la verità, non vi aspettavate un finale
così…
L'articolo Grazie a Lunedì, il nuovo album di Tutti Fenomeni, sono diventato un
paroliere sui generis proviene da Il Fatto Quotidiano.
È ufficiale: i C.S.I. tornano insieme. E la cosa interessante non è nemmeno la
reunion in sé, né il solito carico di polemiche preventive che l’accompagna.
Quelle arrivano sempre puntuali: nostalgia, soldi, incoerenze politiche, passato
che non passa. Tutto già sentito. Tutto prevedibile. E in fondo anche
irrilevante. Perché il ritorno dei C.S.I. non riguarda il passato da rimettere
in scena, ma il tempo che siamo diventati. Riguarda una generazione che oggi si
ritrova adulta, spesso stanca, con addosso il proprio carico di disillusione, e
che all’improvviso viene rimandata a un momento in cui la musica non era solo
intrattenimento, ma un linguaggio condiviso. Un’idea. Qualcosa che includeva
prese di posizione nette.
Vallo a spiegare oggi cosa sono stati i C.S.I. Se incappi nella loro musica,
scoprirai quanto certi testi, certe svisate, restino tragicamente attuali:
“Ci fotte la guerra che armi non ha
Ci fotte la pace che ammazza qua e là
Ci fottono i preti, i pope, i mullah
L’ONU, la NATO, la civiltà” (daCupe vampe).
Testi che chiedono attenzione, per potersi rivelare. I C.S.I. non tornano per
spiegarci nulla. Tornano, punto. E questo basta a rimettere al centro del
discorso alcune questioni inspiegabilmente diluite nel tempo di questo presente.
Non domande ma riflessioni, su cosa significhi appartenere a qualcosa. Su quanto
costi, nel tempo, tenere la barra dritta quando l’entusiasmo giovanile lascia il
posto alla consapevolezza.
Nove frasi semplici, stanno lì come chiodi piantati nel muro:
1. Siamo stati più radicali di quanto ricordiamo.
2. Abbiamo confuso il compromesso con la maturità.
3. La musica è diventata sottofondo, non più scontro.
4. La nostalgia non è sempre una fuga.
5. Il disagio non è un difetto da correggere.
6. Le contraddizioni sono necessarie.
7. Il tempo non aggiusta tutto.
8. Alcune ferite non si rimarginano.
9. Chi è stato è stato e chi è stato non è.
Nove, per restare fedeli alle consuetudini che regolano questo blog. Ripartire
da qui aiuta a capire perché questa reunion pesa più di tante altre. Perché non
si limita a riattivare un repertorio, ma riattiva uno sguardo, per quanto
scomodo e anche divisivo. Non importa quante saranno le date, né se questo
ritorno durerà una stagione o qualcosa di più. Non importa nemmeno se qualcuno
parlerà di operazione nostalgia. La nostalgia, quando è onesta, non è un
rifugio: è un confronto. Serve a misurare la distanza tra ciò che siamo stati,
ciò che siamo e ciò che accettiamo di diventare.
Al solito, chiudo con una connessione musicale: una playlist dedicata,
disponibile gratuitamente sul mio canale Spotify (link qui sotto). Se vuoi dire
la tua, fallo nei commenti — o, meglio ancora, sulla mia pagina Facebook
pubblica, dove questo blog vive davvero. È lì che il dibattito continua, si
contorce e a volte … deraglia. E sì: se ne leggono di tutti i colori. Ti
aspetto.
9 Canzoni 9 … dei C.S.I
L'articolo La reunion dei C.S.I. pesa più di tante altre. Con loro torna un’idea
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il popolo televisivo più “pop” lo ha conosciuto nel 2021, quando al Festival di
Sanremo ha presentato il brano “Arnica”, che si è classificato al 23esimo posto.
Ma Gio Evan catalizza ormai da qualche anno l’attenzione non solo dei suoi fan,
ma anche dei curiosi che partecipano in massa a quello che viene considerato “il
raduno dei buoni”, Evanland che torna il 25 e 26 luglio per la quinta edizione.
“Il raduno dura 48 ore e ci sono dei workshop, gli esercizi di comunità perché
quello che vorrei sempre accadesse è il senso di accoglienza e di accettazione
verso l’altro. E mi piace che accada nella natura. Mi piace dire che questo è il
primo festival non dove non fa uso di canne, perché davvero non ce n’è bisogno!
C’è l’attenzione verso l’altro, ma attenzione non è una promozione sulla
felicità della vita”.
Gio Evan ha annunciato che il 25 luglio si esibiranno Cisco e gli ex Modena City
Ramblers, che celebreranno i 30 anni del disco “La grande famiglia”i. Tra gli
ospiti della prima giornata di Evanland ci sarà anche il musicista colombiano
Montoya. Il 26 luglio saliranno sul palco i Vazzanicchi, guidati da Valerio
Lundini. Ma sono solo i primi nomi confermati.
Ma non solo: dal 6 febbraio esce in digitale l’album “L’affine del mondo live”,
Il 22 marzo tappa a Londra all’Islington Assembly Hall per un concerto speciale,
il 20 giugno partirà da Villa Ada di Roma “Extra Terrestre”, il nuovo tour
“musicale, comico e spirituale” che aiuterà a “riflettere sulla contemporaneità,
sulla tendenza all’accumulo e il conseguente allontanamento dall’essenziale”.
Infine dal 31 marzo, sarà disponibile nelle librerie il nuovo romanzo di Gio
Evan “La gioia è un duro lavoro” (Feltrinelli). Una storia intima, sospesa tra
sogno e realtà, in cui l’artista si confronta con la scomparsa della madre
cercando un senso alla sua assenza e intrecciando il dolore agli insegnamenti
spirituali ricevuti dal suo maestro. “Cerco di sdoganare il concetto della
morte, – ha detto – che va guardata in faccia senza alcun problema e accolta”,
ha spiegato durante l’incontro con la stampa milanese.
L'articolo “Evanland è l’unico raduno dove nessuno fuma le canne. Bastano stima
e senso di comunità. Ma non è una promozione sulla felicità della vita”: così
Gio Evan proviene da Il Fatto Quotidiano.
È morto all’età di 89 anni il cantante Tony Dallara, pseudonimo di Antonio
Lardera. I suoi successi – da “Come prima” a “Romantica“, da “Ti dirò” fino a
“Bambina, bambina” – sono entrati nella storia della canzone italiana segnando –
dalla fine degli anni ’50 – una svolta nello stile interpretativo e nel gusto
del pubblico. Dallara, uno dei primi “urlatori”, è stato protagonista assoluto
della musica leggera italiana tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni
Sessanta, uno degli interpreti più popolari della sua generazione, capace di
segnare un’epoca con uno stile vocale innovativo e una serie di successi entrati
nella storia della canzone italiana.
Nato a Campobasso il 30 giugno 1936, ultimo di cinque figli, Antonio Lardera è
cresciuto a Milano, dove la famiglia si è trasferita quando era ancora bambino.
Il padre, Battista Lardera, ex corista del Teatro alla Scala, gli trasmette fin
da giovanissimo l’amore per la musica. Dopo la scuola dell’obbligo inizia a
lavorare come barista e poi come impiegato, ma la passione per il canto prende
presto il sopravvento. Comincia così a esibirsi nei locali milanesi con alcuni
gruppi vocali, tra cui i Rocky Mountains, che diventeranno in seguito I
Campioni, condividendo i palchi cittadini con altri giovani destinati a segnare
un’epoca. In quegli anni Tony Dallara guarda con attenzione alla musica
americana, in particolare a Frankie Laine e ai Platters, rimanendo colpito dallo
stile del loro solista Tony Williams. È proprio ispirandosi a quel modo di
cantare, potente e ritmicamente innovativo, che Dallara rielabora il repertorio
melodico italiano, introducendo una vocalità nuova, più intensa e moderna
rispetto alla tradizione dominante.
La svolta arriva nel 1957, quando viene assunto come fattorino all’etichetta
discografica Music. Il direttore Walter Guertler lo ascolta cantare quasi per
caso, va a sentirlo esibirsi al Santa Tecla di Milano e decide di metterlo sotto
contratto. È Guertler a suggerirgli il nome d’arte “Dallara”, ritenendo
“Lardera” poco musicale, e a fargli incidere “Come prima”, brano già presentato
senza successo alla commissione del Festival di Sanremo nel 1955. Pubblicato
alla fine del 1957, il brano diventa in pochi mesi un fenomeno discografico
senza precedenti. A Dallara viene cucita addosso l’etichetta di “urlatore”,
simbolo di una generazione che si allontana dalla tradizione melodica di
cantanti come Claudio Villa o Luciano Tajoli per guardare ai modelli
statunitensi. Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta,
nonostante il servizio militare, Dallara pubblica una lunga serie di successi:
“Ti dirò”, “Brivido blu”, “Non partir”, “Ghiaccio bollente”, “Julia”.
Parallelamente si affaccia al cinema, partecipando a film che raccontano il
nascente mondo della musica giovanile, come “I ragazzi del juke-box” di Lucio
Fulci, accanto a artisti quali Adriano Celentano, Fred Buscaglione e Gianni
Meccia.
Il 1960 segna il momento più alto della sua carriera. Tony Dallara vince il
Festival di Sanremo in coppia con Renato Rascel con “Romantica”, brano che
trionfa anche a Canzonissima. “Romantica” diventa il suo più grande successo,
viene tradotto in numerose lingue – anche in giapponese – e consacra
definitivamente la sua popolarità anche all’estero. Nello stesso anno prende
parte a nuovi film musicali, confermando il suo ruolo centrale nello spettacolo
italiano dell’epoca. A partire dal 1962, con il mutare dei gusti del pubblico e
l’affermarsi del beat, la popolarità di Dallara inizia progressivamente a
diminuire. Negli anni Settanta Tony Dallara decide di ritirarsi dalla scena
musicale e di dedicarsi a un’altra grande passione: la pittura. Dagli inizi
degli anni Ottanta, complice il revival della musica italiana, torna a esibirsi
dal vivo, soprattutto nei mesi estivi, riproponendo i suoi grandi successi.
Negli ultimi anni aveva affrontato gravi problemi di salute, arrivando a
trascorrere anche un lungo periodo in coma. Nonostante ciò, nel 2024 era tornato
in televisione, partecipando a “Domenica In”, dove aveva emozionato il pubblico
cantando dal vivo “Romantica”, “Come prima” e “Ti dirò”.
L'articolo Morto Tony Dallara: il cantante di “Romantica” e “Come prima” aveva
89 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Alessandra Drusian dei Jalisse ha pubblicato alcune fotografie dall’ospedale
dov’è stata ricoverata per un’operazione di protesi all’anca. “Mi sono presa una
pausa per pensare alla mia salute“, ha dichiarato la cantante, che lo scorso 8
gennaio ha deciso di sottoporsi all’intervento, posticipato per anni. Drusian ha
raccontato di aver finora attenuato il dolore grazie a fisioterapie e
infiltrazioni, poi ha deciso di passare alla chirurgia. L’artista ha spiegato:
“Ho tenuto duro per 5 anni pensando di poter risolvere con fisioterapie
infiltrazioni e antidolorifici, ma alla fine non c’erano altre soluzioni“. Come
documentato dal marito e partner nei Jalisse Fabio Ricci, l’intervento è andato
bene e in pochi giorni la cantante è stata dimessa dall’ospedale. I fan hanno
potuto seguire tutti gli aggiornamenti grazie ai video pubblicati sul profilo
Facebook della coppia.
Con un video, Fabio Ricci ha immortalato il momento delle dimissioni di
Alessandra Drusian, accompagnata dalla “telecronaca” del marito. Il cantante
dice: “Ecco la campionessa che esce dal suo hotel 8 stelle. Ci dica, com’è
andata?“. La moglie ha risposto così: “È andata, è stata una bellissima
esperienza, soprattutto con tutti gli oppioidi che mi hanno dato!”. L’artista ha
voluto ringraziare l’equipe medica che l’ha seguita. Drusian ha dichiarato:
“Sono stati tutti meravigliosi”.
L'articolo “Ho tenuto duro per 5 anni, ma non c’erano altre soluzioni. Com’è
andata? Con tutti quegli oppioidi…”: Alessandra Drusian dei Jalisse si è
operata. Le immagini dall’ospedale proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Romina Power ha tradito il suo pubblico, ha sputato nel piatto dove ha
mangiato”. Non usa mezzi termini Popi Minellono, il paroliere di “Felicità”, che
interviene a “La volta buona” per commentare quanto dichiarato dall’artista nel
podcast di Alessandro Cattelan, “Supernova”. A proposito delle tante hit incise
con l’ex marito Al Bano, infatti, Power ha così parlato di quel periodo: “So
solo che rianalizzando i miei scritti, il periodo in cui avevo gli incubi era
quando avevamo il massimo successo. Non mi sentivo appagata perché la musica che
faccio con Al Bano non è il mio genere, non è la musica che ascolto. Lo facevo
perché faceva piacere agli altri. Ad esempio Felicità io non la volevo neanche
incidere, la trovavo una canzone banale”.
LA STOCCATA DI POPI MINELLONO, PAROLIERE DI “FELICITÀ”
Le dichiarazioni di Romina Power non sono passate inosservate a Cristiano
Minellono, in arte Popi, paroliere che ha contribuito alla nascita di brani in
grado di unire in un solo coro intere generazioni, da “Comprami” di Viola
Valentino a “Mamma Maria” e “Voulez vous danser” dei Ricchi e Poveri, passando
per “Noi ragazzi di oggi” di Luis Miguel, fino a “Ci sarà” e la già citata
“Felicità” del duo Al Bano e Romina. Proprio a proposito di quest’ultima canzone
datata 1982, Popi in collegamento con “La volta buona” nella puntata del 14
gennaio commenta: “Io penso che [Romina] abbia fatto un clamoroso autogol, ha
tradito il suo pubblico. Sono abituato a sentirmi dare dell’autore banale perché
anche quando ho scritto L’italiano con Toto Cutugno il giorno dopo Sanremo tutti
i giornali hanno detto che era un testo banale, pieno di luoghi comuni”. E
ancora: “Trovo che Romina abbia sbagliato, abbia sputato nel piatto dove ha
mangiato perché Felicità le ha dato delle soddisfazioni e dei guadagni
inimmaginabili per oltre 40 anni, per cui almeno un senso di rispetto per il suo
pubblico lo doveva avere. Calcolate che solo l’anno scorso Felicità sul web ha
avuto 3 miliardi di visualizzazioni”.
LA REPLICA DI ROMINA POWER
A stretto giro arriva la replica della stessa Power, che sui social puntualizza
il senso delle proprie parole: “Etimologicamente la parola ‘banale’ deriva dal
francese antico ‘banal’ e significa semplicemente qualcosa di comune, di neutro.
Non è un termine offensivo”. L’artista ritiene che la propria riflessione sia
stata estrapolata da un discorso più ampio e decontestualizzata “per costruire
una polemica”, e che il senso di quel che ha detto sarebbe ben diverso da come
in queste ore viene “raccontato e strumentalizzato”. “Sono molto affezionata
alla canzone Felicità” puntualizza, “l’ho sempre cantata e continuerò a farlo,
perché vedere la gioia e l’emozione del pubblico rende prima di tutto me
felice”. E conclude: “Solo chi cerca polemica e discordia può vedere cattiveria
ovunque, chi è positivo e pacifico non vedrà mai il male dove c’è solo amore”.
L'articolo “Romina Power sputa nel piatto dove ha mangiato, ha tradito il suo
pubblico”: è scontro tra l’autore di “Felicità” e la cantante, che replica: “Le
mie parole strumentalizzate per creare polemica” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Felice e spensierata: Elodie ha condiviso sui social le foto della vacanza in
Thailandia. La cantante ha da poco concluso il tour che l’ha portata a esibirsi
nelle principali città italiane. Dopo il full immersion di concerti, l’artista
si è concessa una vacanza insieme alle ballerine e amiche che hanno condiviso
con lei il palco dell’Elodie Show 2025. Le immagini del viaggio thailandese sono
state condivise dalla stessa cantante, ritratta mentre assaggia lo street food
locale e si diverte in discoteca.
Insieme alla cantante c’era Franceska Nuredini, al centro dei gossip per una
possibile relazione. L’artista romana si sarebbe lasciata con il motociclista
Andrea Iannone, come ha riportato il settimanale Chi, sebbene nessuno dei due
abbia confermato o smentito la rottura.
A Natale, Elodie ha postato alcune foto in famiglia senza il fidanzato, un primo
segnale di allontanamento. Negli scorsi giorni, Iannone è stato paparazzato
insieme a Rocío Muñoz Morales, ex compagna di Raoul Bova, a Madrid, città natale
dell’attrice e modella. Recentemente, il pilota della MotoGp è stato ospite di
Gianluca Gazzoli nel podcast BSMT. Iannone non ha rilasciato dichiarazioni sulla
relazione con Elodie che, stando alle fotografie, sarebbe giunta al termine dopo
circa 4 anni.
ELODIE E FRANCESKA NUREDINI, GOSSIP O REALTÀ?
Alla vacanza in Thailandia ha partecipato anche Franceska Nuredini. Secondo il
gossip, la ballerina ed Elodie avrebbero una relazione. Le fotografie postate
dalla cantante hanno alimentato le voci. Al momento non ci sono state né
smentite, né conferme dalle dirette interessate. Lo scorso 29 dicembre, Elodie
ha pubblicato su Instagram una foto insieme a Franceska. Quest’ultima ha
commentato il post con un cuore bianco e la scritta “Amor”.
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L'articolo Elodie dimentica Andrea Iannone e vola in Thailandia insieme alla
ballerina Franceska Nuredini: un viaggio tra amiche o l’inizio di una relazione?
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