Quel che colpisce quando parli con Alberto Bianco non è tanto quello che dice,
ma quello che sceglie di lasciare fuori. Le parole per lui non sono riempitivo,
sono la sostanza. E questa cosa si sente ancora di più in Camaleonte, un disco
che può sembrare scritto di fretta ma che, in realtà, è solo scritto senza
alibi. E poi te lo dice quasi di passaggio: l’ha inciso su un quattro piste a
cassette, un Tascam, come se fosse la cosa più normale del mondo nel 2026.
Composto da undici brani che spogliano la scrittura del cantautore torinese da
ogni sovrastruttura e riportano tutto all’essenza – cantautorato, intimità
analogica, poesia che convive con caos, leggerezza e malinconia – Camaleonte è
una presa di posizione che si maschera da urgenza: una settimana per scriverlo,
pochi giorni per registrarlo a Torri in Sabina, insieme a Bob Angelini e Andrea
“Fish” Pesce, e nessuna voglia di rifinirlo all’infinito. È il rifiuto “di quel
perfezionismo tossico che ti fa rifare una take finché non cancelli anche
l’ultima traccia di essere umano…”. Qui succede il contrario: se la voce trema,
resta, se la chitarra graffia, meglio. Se entra uno strumento, un altro deve
farsi da parte come in una specie di selezione naturale, sopravvive solo quello
che serve davvero.
E allora un po’ viene da sorridere, perché mentre fuori c’è gente che passa le
giornate a costruirsi un’identità a colpi di stories e caption, Bianco fa il
contrario: si toglie di mezzo. Prova a liberarsi dallo sguardo degli altri, di
chi ti sussurra “questo funziona”, “questo no”, “questo piacerà”. Ci ha
convissuto per anni, lo ammette e adesso sta cercando di eliminare il superfluo.
Non è il solito “si stava meglio quando si stava peggio”, con la malinconia
analogica pronta all’uso, ma è uno che ha capito una cosa più concreta: che meno
possibilità hai, più pesano le scelte. E in un mondo di suoni perfetti e
intelligenza artificiale, questa imperfezione diventa una forma di verità. “È
una scelta di identità – spiega – un atto politico: restare fedeli al proprio
gusto significa resistere”. E a proposito di politica, sul referendum del 22 e
23 marzo, Bianco si espone: “Voterò convintamente No. Senza entrare nei
tecnicismi, mi sembra evidente la scarsa credibilità di chi propone certi
cambiamenti. È importante partecipare”.
Dentro Camaleonte ci sono i fantasmi di quando tutto era ancora informe: sale
prove che sanno di umido, mattine buttate via che poi scopri non lo erano, primi
baci che non sapevano di esserlo. Non è nostalgia, è piuttosto un inventario
emotivo disordinato, come quando apri una scatola e ti cade addosso una vita
intera. In mezzo a questi ricordi prende vita anche il video che vi mostriamo in
anteprima di L’amore è anarchia, girato durante le sessioni di registrazione: un
pezzo che è una dichiarazione di resa, dove Bianco ammette di non saper
proteggere i sentimenti né comandarli, e forse non vuole nemmeno provarci.
L’amore non segue regole, non rispetta gerarchie, non ascolta il buon senso.
Come i marinai in tempesta, si va avanti bestemmiando e brindando, sperando che
il mare decida di lasciarti passare.
Il punto, alla fine, è che lui non sembra particolarmente interessato a
“restare” dentro il sistema. Non alle condizioni che gli vengono proposte. Non
ha nessuna voglia di trasformarsi nell’ennesimo musicista che deve fare il
content creator per legittimarsi. E questa non è una posa: è una questione di
sopravvivenza. Perché quando ti accorgi che gli spazi si restringono, che i
locali chiudono, che le radio parlano più di quanto suonino, hai due
possibilità: adattarti o spostarti. Bianco si sposta e da lì tira fuori un disco
che suona vivo, imperfetto, ma presente. E allora capisci che tutta questa
ossessione per il controllo alla fine era solo paura travestita da
professionalità.
L'articolo Alberto Bianco torna con Camaleonte: un album scritto senza alibi
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Musica Italiana
“Ti ho incontrata, ma tu non mi hai visto. Eri in macchina, è stato un attimo,
ma il mio cuore si è come bloccato”. Sono i primi versi di una delle canzoni più
famose di Max Pezzali, “L’universo tranne noi”, uscita nel 2013. Dietro quella
canzone cioè un nome e cognome: la moglie Debora Pelamatti.
“I fan hanno percepito subito che io lo ami molto e sia protettiva: – ha
spiegato, come riporta Il Corriere della Sera, in un video dove Pelamatti ha
risposto alle domande pervenute ai fan – l’ho conosciuto a 21 anni quando facevo
l’università a Pavia, è un’amicizia che poi si è trasformata in amore. Sanno che
lo tutelo sempre, in questo ambiente non è facile, lo difendo in ogni
situazione: Max è il centro della mia vita insieme a Hilo (il figlio del
cantante, avuto da una precedente relazione), i miei genitori e i miei nipoti”.
E ancora: “Quando scrisse ‘L’Universo tranne noi’ lui si era già esposto con me
sui suoi sentimenti, io stavo con una persona e avevo un rapporto complicato:
non stavo bene. Lui mi portò a cena, mi diede il testo della canzone scritto a
mano, scoppiai in lacrime e la cameriera pensò avessi avuto un lutto. Tante
piccole cose ci fecero capire che il nostro era amore e non solo amicizia.
Quella canzone, sì, parlava di noi”.
Non poteva mancare il riferimento a uno dei periodi più difficili per Pezzali,
l’addio al manager storico e scopritore Claudio Cecchetto: “La rinascita di Max
è un riscatto, è stato per anni sottovalutato dalle persone che lavoravano con
lui, non avevano capito le sue potenzialità o, se le hanno capite, hanno provato
a soffocarle e non so perché. I fan ora vedono come Max sia tornato meglio di
prima: i suoi manager attuali sono simili a lui, persone educate e perbene che
lo sanno capire, lo ascoltano e non gli impongono nulla come avveniva in
passato. Ora ha ricominciato a divertirsi”.
L'articolo “Max Pezzali mi portò a cena e mi diede il testo di ‘L’Universo
tranne noi’. Scoppiai in lacrime e la cameriera pensò avessi avuto un lutto. Chi
lavorava con lui ha provato a soffocare le sue potenzialità”: parla la moglie
Debora proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Oggi siamo dentro un’altra trasformazione: l’intelligenza artificiale è già
parte del presente, anche se ancora non sappiamo fino a che punto cambierà le
regole del gioco. So solo che, come sempre, Time saprà adattarsi. È questo che
abbiamo fatto fin dall’inizio: leggere il futuro prima che diventi abitudine.
Dal vinile ai social, dal club alla rete, Time continua a esserci. Perché il
suono può mutare, ma la visione no”. Parola di Giacomo Maiolini che ha fondato
e dirige da oltre quarant’anni Time Records, la casa discografica che ha segnato
la storia della musica dance. Tutto il percorso artistico e umano del
discografic è racchiuso nel volume “Mai avuto tempo” (Collana SEM
Classic/Feltrinelli).
Il 2 giugno 2025 ha ricevuto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
il titolo di Cavaliere della Repubblica per i suoi meriti professionali e
l’impegno filantropico. Maiolini è l’unico discografico italiano ad aver
raggiunto per quattro volte la vetta della classifica di vendita inglese. Figura
chiave nella nascita e nella diffusione del genere Eurobeat.
“Oggi l’industria musicale è cambiata ancora una volta. – racconta Maiolini nel
libro – Abbiamo attraversato tutte le ere (il vinile, la musicassetta, il cd,
poi lo streaming) e ora siamo nel tempo in cui i successi nascono e crescono
dentro la viralità. Non bastano più le classifiche, servono i trend, i video,
le storie condivise milioni di volte. È la musica che corre sui social, che
esplode in rete prima ancora di arrivare in radio. (…) E in questo nuovo
scenario, Time è ancora qui. Non come ricordo, ma come presenza viva.
Continuiamo a portare la musica italiana nel mondo: nel 2023 con ‘My Addiction’
di Alex Guesta, nel 2024 con ‘Emergency 911’ di Prezioso feat. Marvin, nel 2025
con ‘I Don’t Know’ di Erika. Ogni rivoluzione tecnologica ha cambiato il modo di
ascoltare, ma non il senso di ciò che facciamo. La musica resta un istinto, un
linguaggio che si adatta, che sopravvive a ogni formato”.
Maiolini attraversa gli ultimi decenni della musica, narrandone le
trasformazioni digitali e tecnologiche che irrimediabilmente cambiano fruizione
e presentazione della note. La vita professionale si intreccia con l’estero,
l’ambiente radiofonico soprattutto Radio Deeay con Linus, Albertino, Molella e
anche Cecchetto. Intuizioni, ascolti, fiuto per lo “sconosciuto” che può, con le
giuste intuizioni, svoltare e cavalcare le classifiche mondiali. “Mi guardo
intorno, nel mio ufficio, e mi sembra di riconoscere ogni parete. Sono passati
anni, ma la luce dei monitor è la stessa. Sempre accesa. E forse anche io”,
scrive nel lubro.
Tra i racconti più intimi quello legato alla madre. “A sedici anni ho iniziato a
studiare ragioneria e ben presto ho finito col sentirmi come un errore dentro a
una formula. Non mi trovavo, non capivo che posto avessi nel mondo. – ha
ricordato – Ogni mattina mi sembrava una salita infinita, ogni banco una gabbia.
Un giorno tornai a casa con quella decisione già pronta in gola: volevo
smettere”.
E ancora: “Appena varco la porta della cucina, mamma mi sbircia da dietro la
spalla, intenta a cucinare. Insieme al suo sguardo mi accolgono il televisore
acceso senza volume, il profumo di minestrone, il ticchettio dell’orologio sopra
la credenza, e io resto lì, in piedi, con lo zaino ancora sulle spalle”.
“Non mi trovo bene confesso tutto d’un colpo alle sue spalle foderate dal
vestito a fiori. “Non voglio più andarci a scuola. Voglio stare a casa –
conclude Maiolini – Mamma non si ferma e non si volta, continua a mescolare il
minestrone. Lo assaggia e solo dopo aver posato il mestolo si volta a guardarmi.
Fai quello che senti’ mi dice. ‘Ma ricordati: se superi questo momento, il resto
sarà una passeggiata’”.
Un consiglio prezioso che poi segnerà tutta la vita del manager.
L'articolo “La musica resta un istinto, un linguaggio che si adatta, che
sopravvive a ogni formato”: Giacomo Maiolini e la storia di Time Records, la
discografica che ha segnato la musica dance proviene da Il Fatto Quotidiano.
“A mia madre, quando stava morendo, avevo promesso che avrei portato fino in
fondo una missione: la musica”. Promessa mantenuta, visto che da decenni Marco
Masini non smette di scrivere e comporre. Reduce dal Festival di Sanremo dove
con Fedez si è piazzato al quinto posto grazie al brano “Male necessario”, il
cantautore ricorda i momenti più difficili del proprio percorso, a partire dalla
morte della madre avvenuta quando lui aveva 19 anni: “Grazie alla promessa fatta
a mamma, sono andato avanti: la settimana dopo ero su un palco a suonare la
samba con il mio gruppo”, fa sapere a Vanity Fair.
LO SMARRIMENTO DOPO IL SUCCESSO
Nella sua vita ci sono stati altri “mali necessari”, come “lo smarrimento dopo
due milioni di copie vendute in due anni. Ero peggiorato a livello umano e
professionale. Se prima l’obiettivo era raggiungere il pubblico con le mie
canzoni, emozionare le persone, a quel punto le priorità erano diventate
acquistare una macchina più bella, cercare il terreno più costoso a Firenze per
costruirci sopra casa, avere qualche donna in più” ammette. Parole confermate
anche al Corriere della Sera: “Lì ti peggiori, poi vai nell’abisso più nero, e
allora ti ritrovi”.
MARCO MASINI, MIA MARTINI E LE DICERIE
Inevitabile pensare anche alla diceria degli anni Novanta secondo cui Masini
portasse sfortuna: “Il mio errore è stato ignorare quelle voci“, spiega a
distanza di tanto tempo. “Avrei dovuto affrontarle subito insieme alla mia
etichetta, al mio produttore, a tutto il team”, le sue parole a Vanity Fair.
Un’altra artista ha pagato care quegli stessi pettegolezzi. È Mia Martini: “Lei
non è riuscita a difendersi da una cosa molto più cattiva di quella successa a
me” commenta al giornale di via Solferino. “Sono più arrabbiato con chi ha
ignorato che Mimì stava male. L’ho vista con i miei occhi e purtroppo ero
l’ultima persona capace di aiutarla perché le stesse cose stavano iniziando ad
accadere anche a me”, conclude Masini.
L'articolo “Dopo il successo mi sono perso, pensavo solo alle macchine e ad
avere più donne. Le dicerie sulla sfortuna? Ho sbagliato a ignorarle”: così
Marco Masini proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il momento più surreale del concerto arriva quando il frontman sul palco tira
fuori una riffa come su un volo della Ryanair. Numeri estratti, premi
improbabili, il pubblico che ride come fosse una gag nel mezzo di un rito
iniziatico. È una scena perfetta per spiegare cosa sono i Sì! Boom! Voilà!:
cinque musicisti – Roberta Sammarelli (ex Verdena), Davide Lasala, Giulio Ragno
Favero (ex Teatro degli orrori), Giulia Formica (Baustelle) e Michelangelo
Mercuri aka N.A.I.P. che nella vita reale fanno già dischi, produzioni, tour,
collaborazioni con nomi solidi, e che a un certo punto hanno deciso di
comportarsi come se tutto questo non fosse mai esistito. Cinque amici che si
incontrano in sala, attaccano gli strumenti e vedono cosa succede.
Favero lo dice quasi con naturalezza: “Non è un gesto anacronistico, è
semplicemente il modo in cui nascono le band. Solo che di solito questo accade
quando hai vent’anni e nessuna carriera alle spalle. Qui succede dopo”. È la
differenza tra un debutto e una regressione volontaria. Il nome della band
invece sembra nato per caso: “Sì! Boom! Voilà! – spiegano – non è stato deciso
da qualcuno in particolare: in un certo senso è stato delegato a terzi, e col
tempo è diventato quasi una profezia. Come se fosse il nome a guidare la band e
non il contrario”. Prima l’assenso, poi l’esplosione, poi l’apparizione. Perché
il vero centro del progetto rimane lo show. Sul palco, cinque musicisti suonano
come se fossero tornati nella prima sala prove della loro adolescenza. Forse è
proprio questo il trucco.
Dentro il gruppo c’è anche Roberta Sammarelli, che molti conoscono per la lunga
militanza nei Verdena. Lasciare una band arrivata a un livello altissimo per
ripartire quasi da zero sembra una decisione che andrebbe spiegata con grandi
teorie artistiche. In realtà la spiegazione è molto più semplice: alcune persone
non possono smettere di suonare. “Quando un progetto dura troppo a lungo rischia
di diventare una sorta di routine. Ritrovare quell’energia in un progetto nuovo
diventa uno stimolo, anche per affrontare quello che si stava già facendo”. Così
nasce questa specie di collettivo rumoroso in cui la forma canzone viene
rispettata e sabotata nello stesso momento.
Il primo disco omonimo è composto da undici brani presentati dal vivo in un
breve tour nei club a febbraio. I titoli sembrano slogan scritti a caso sui
muri: Vivere così così non si può più, Dio come ti odio, Un pezzo degli Swans.
Il riferimento agli Swans non è soltanto un omaggio, ma anche una provocazione a
un certo indie contemporaneo dove il noise è diventato una texture elegante da
inserire tra due brani da playlist. Qui invece il rumore è una cosa fisica,
quasi artigianale. “Le canzoni nascono prima dalla musica e poi dalle parole.
Titoli appuntati su fogli sparsi, collage di frasi, immagini che si attaccano
agli arrangiamenti come adesivi su una chitarra”. Favero racconta di divertirsi
a “scarabocchiare” idee: il progetto gli ha dato la possibilità di far esplodere
quel gioco. Lasala racconta che “la registrazione è avvenuta in una decina di
giorni. Prima l’immediatezza, poi – solo dopo – il controllo. È una dinamica
quasi opposta a quella della produzione contemporanea, dove la rifinitura
precede spesso la nascita stessa delle canzoni”.
Il risultato è un suono crudo, diretto, una specie di noise-punk che si avvicina
a quello di gruppi come gli Idles, anche se il punto non è il genere ma
l’energia. Il primo singolo, Pinocchio, gioca proprio su questo terreno ambiguo.
Può essere la storia di un Paese che continua a raccontarsi favole oppure il
ritratto di cinque musicisti che a questo punto delle loro vite hanno deciso di
smettere di raccontarsele.
L'articolo Sì! Boom! Voilà!: quando cinque musicisti si mettono insieme e
tornano alle origini proviene da Il Fatto Quotidiano.
In libreria a un anno dal grande successo sanremese, “Lucio Corsi. Volevo essere
strano” è l’ultima fatica letteraria del critico musicale Donato Zoppo. Con la
prefazione di Francesco Bianconi dei Baustelle, il libro, uscito per Compagnia
editoriale Aliberti – la copertina è illustrata da Alessio Vitelli –, si colloca
nello scaffale delle biografie musicali come “CSI. È stato un tempo il mondo”,
“Eroi nel vento. Quarant’anni di Desaparecido dei Litfiba” e “Lucio Battisti.
Scrivi il tuo nome su qualcosa che vale”. Un excursus nella storia vita e nella
produzione del cantautore glam rock di Val di Campo di Vetulonia, nella Maremma,
luogo fortemente presente nella poetica di Corsi, così come le influenze
artistiche di famiglia (la madre è una pittrice, il padre un artigiano del
cuoio) che l’hanno portato al grande pubblico italiano con il brano “Volevo
essere un duro” (Premio della Critica “Mia Martini” e secondo posto al Festival
di Sanremo 2025) e a quello internazionale (quinto posto all’Eurovision Song
Contest 2025).
Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo la prefazione di Francesco
Bianconi al volume:
Quando invitammo Lucio Corsi ad aprire i concerti dei Baustelle nel 2017,
dicemmo che aveva la giovinezza e le visioni, contro il tempo e contro il mondo.
Dal mio punto di vista l’artista deve sempre essere contro il mondo. Deve
opporre la bellezza e l’arte al mondo, che fa orrore. Certamente non è facile,
ci sono tanti “falsi artisti” o manieristi che sono in consonanza con il mondo,
che si muovono solo per il consenso. E muoversi per il consenso non serve a
niente. Invece Lucio ha personalità, stile, e una visione chiara come pochi
altri in questo momento.
Gli artisti che piacciono a me hanno tutto in mente; proprio come Lucio, come
ebbi modo di scoprire lavorando insieme a lui al suo disco Cosa faremo da
grandi?, e ciò mi colpì molto. Il musicista, il cantautore, soprattutto oggi
deve avere uno sguardo a 360 gradi, deve avere il controllo su ogni dettaglio.
Lucio era così, aveva idee molto chiare anche sugli arrangiamenti, che in
pratica aveva già in testa. Così il mio ruolo di produttore fu semplicemente
quello di favorire il dipanarsi di idee già chiare, di dare un occhio esterno,
una supervisione. Fu tutto molto naturale, forse anche perché il suo mondo di
riferimenti estetici combacia abbastanza con il mio.
Non so quanto i Baustelle abbiano influenzato Lucio, ma so che quando l’ho
incontrato mi sono un po’ reinnamorato della musica. Il talento, la giovinezza,
il suonare e lavorare insieme a lui mi hanno sicuramente influenzato. Allo
stesso modo un certo sentimento di ritorno a un rock ’n’ roll fresco e
“sgangherato” e la voglia di riappropriarsi sia della purezza del folk sia della
sfacciataggine del glam sono sfociati nel nostro disco Elvis. E questo è merito
anche della frequentazione con Lucio. Il nostro sguardo sul mondo è segnato
anche dai nostri ambienti. Nella sua scrittura influiscono inevitabilmente i
suoi luoghi di provenienza. Lui stesso lo dichiara, li evoca nelle canzoni. Ha
una forma di mitizzazione della sua Maremma. Per me è diverso, io dalla mia
campagna sono scappato e sto bene nella città; ma la provincia è una strana
bestia: è come un cane che scacci ma che poi ritorna scodinzolante. Quindi la
mia terra, e lo sguardo che la mia terra mi ha dato, me li ritrovo sempre, più o
meno in absentia, anche nelle canzoni più metropolitane e senza rimpianti che
scrivo. Una peculiarità della poetica di Lucio è il suo sguardo di meraviglia
verso le cose. Le sue canzoni sono il regno della similitudine, hanno sempre
qualcosa di paradossale, con segni che evocano altro e rimandano a un altrove.
Non è un neorealista ma semmai un surrealista, se volessimo usare una metafora
cinematografica. Le sue canzoni hanno una patina che in modo sbrigativo potremmo
definire “fatata”, ma la fanciullezza, l’occhio bambino, sono assai spesso la
cifra della poesia.
L'articolo “Lucio Corsi. Volevo essere strano”: la storia del cantante nel nuovo
libro di Donato Zoppo – L’estratto in esclusiva proviene da Il Fatto Quotidiano.
Alle otto del mattino, Michele Bitossi entra in classe con la stessa faccia di
chi sa che la giornata sarà lunga e non per questo meno necessaria. Davanti ha
una ventina di diciassettenni in deficit cronico di sonno, cresciuti a notifiche
e scrolling notturno. Lui apre il registro, prende fiato e comincia dalla guerra
dei Cent’anni. Non perché sia un nostalgico della polvere degli archivi, ma
perché in quella storia di assedi, tregue e tradimenti c’è un modo per parlare
anche del presente.
Uscito da scuola, poche ore dopo, lo stesso uomo prende una chitarra e canta di
difese emotive, anestesia collettiva e uomini che per non sentire più niente si
mettono tra sé e il dolore “mille cose”. È da questa frizione quotidiana che
nasce Tutte difese, il nuovo disco di Bitossi, un album che arriva da
quell’intercapedine minuscola tra la vita reale e il tentativo di raccontarla.
Non c’è niente di romantico, se non il fatto che a un certo punto qualcuno
decide di non mentire più.
Bitossi non è un debuttante e neppure un reduce nostalgico. È uno che ha fatto
il giro largo: band (Numero 6), pseudonimi (Mezzala), scrittura per altri (anche
per Francesco Gabbani), un romanzo, un podcast, una stagione in cui la bussola
sembrava impazzita. Nel frattempo è diventato professore di Italiano e Storia in
un istituto tecnico. Non per ripiego, ma per una specie di vocazione differita,
un desiderio rimasto in sospeso per vent’anni e ripreso quando la musica ha
smesso di sembrare una corsa a ostacoli.
La copertina di Tutte difese è già un manifesto: un corpo che vola – oppure cade
– con la testa in fiamme, giacca verde militare, braccia spalancate come un
Cristo urbano precipitato tra palazzi grigi per un cortocircuito visivo
travestito da minimalismo scandinavo. Il titolo funziona come un’accusa senza
tribunale. Le difese sono quelle che alziamo ogni giorno per non vedere troppo
bene quello che siamo diventati: ironia permanente, bulimia digitale, ambizioni
mascherate da vocazione. Bitossi lo racconta senza giri di parole né iperboli:
per anni ha inseguito l’idea di “arrivare”, magari appuntandosi una stellina
simbolica – il palco di Festival di Sanremo – per dimostrare qualcosa ai figli,
agli altri, a se stesso. Poi la bussola si è rotta. E quando si rompe la bussola
non perdi la strada: perdi il Nord.
Il disco nasce esattamente lì, nel punto in cui smetti di fare musica per
strategia e ricominci a farla per necessità: Sono non sono è identità liquida
compressa in tre minuti, Quanto siamo soli osserva l’alienazione da smartphone
senza il tono moralista di chi scopre l’acqua calda: la solitudine, suggerisce
Bitossi, non è una condizione ma una postura. Poi c’è Partigiano, la parola più
pericolosa del disco. Nel racconto di Bitossi non è un monumento storico bensì è
una scelta interiore, quasi fisica: “il momento in cui smetti di stare nel
mezzo”. Non c’è enfasi patriottica né nostalgia retorica ma l’idea, più scomoda,
che la neutralità spesso assomigli a una resa educata. Bitossi la canta con la
prudenza di chi insegna tutti i giorni che le parole hanno un peso specifico. In
classe, racconta, fa spesso una domanda semplice: “Come stai?”. Può sembrare
poco, ma per una generazione cresciuta dentro un flusso continuo di immagini e
aspettative è quasi una rivoluzione semantica. Insegna lo Stilnovo e la Storia
medievale, ma soprattutto prova a restituire un vocabolario emotivo a ragazzi
che passano metà della vita online e l’altra metà a capire chi sono.
Questa doppia esistenza – docente e cantautore – non è un dettaglio biografico:
è la chiave del disco. Bitossi conosce la tentazione dell’anestesia digitale
perché ci è passato dentro. Sa quanto sia facile scambiare la visibilità per il
senso. E poi c’è il calcio, che nel suo universo torna come una specie di
religione laica. Non il calcio dei talk show urlati ma quello delle metafore
morali: l’attimo del gol sospeso, il dubbio del Var, la sensazione che anche la
gioia ormai debba essere convalidata da qualcuno. Tutte difese, composto da 12
brani, sembra avere l’ambizione di rallentare il rumore, ed è senza dubbio il
disco della maturità in tutti i sensi: non è un caso se in filigrana si sente la
lunga ombra di Fabrizio De André, soprattutto quando il racconto scivola verso
la parabola morale. Ma Bitossi non gioca alla citazione colta, usa quella
tradizione come un attrezzo, non certo come una reliquia. E se Tutte difese
fosse un voto in pagella, sarebbe un sette pieno, scritto con la penna rossa e
accanto una nota breve: “Michele ha smesso di nascondersi”.
L'articolo Michele Bitossi torna con un disco di necessità. La copertina di
‘Tutte difese’ è già un manifesto proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Che stron*o chissà cosa ha detto di me”. Inizia così il botta e risposta tra
Tommaso Paradiso e Levante davanti alle telecamere di Vanity Fair. I due big del
Festival di Sanremo sono stati tra i protagonisti di Vanity Fair Riviera, dove
l’ex frontman dei Thegiornalisti – in gara con la sua “I romantici” – ha
rivelato alcune curiosità su di sé. L’artista romano ha svelato chi tra le
cantanti in gara è più affine ai suoi gusti. Paradiso ha condiviso le sue
risposte con Levante. La cantante, pizzicata dalle telecamere di Vanity Fair, ha
dichiarato: “Che stron*o chissà cosa ha detto di me”. Tommaso ha risposto “Vuoi
che te lo dico?”, con Levante che ha subito detto sì.
Il 43enne ha raccontato che gli è stato chiesto di indicare una collega che
rispecchia i suoi gusti. Rivolgendosi a Levante ha aggiunto: “Ho detto che non
ne posso scegliere una, ne scelgo due, te e Ditonellapiaga. Mi ha chiesto il
motivo e ho risposto ‘Perché mi piacciono i threesome‘ ”
Levante è rimasta stupita dall’affermazione, accennando poi un sorriso. Paradiso
ha quindi scherzato: “No tesoro era uno scherzo”. La reazione della cantante è
stata simpatica. Levante si è complimentata con il collega dicendogli
ironicamente: “Sei un genio”. Il video si conclude con un abbraccio e un bacio
sulla guancia di Paradiso all’artista siciliana.
I due cantanti sono reduci dalla serata delle cover. Sul palco dell’Ariston,
Tommaso Paradiso ha cantato “L’ultima luna” in compagnia degli Stadio. Levante,
invece, ha infuocato l’atmosfera con Gaia sulle note de “I maschi” di Gianna
Nannini. La cantante è stata tra le protagoniste della serata per il bacio
scambiato sul palco con la collega al termine dell’esibizione. Paradiso e
Levante torneranno a esibirsi nella serata di oggi, 28 febbraio, in occasione
della finale della settantaseiesima edizione del Festival di Sanremo.
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L'articolo “Ho fatto il tuo nome e quello di Ditonellapiaga, mi piacciono i
threesome”: la confessione “hot” di Tommaso Paradiso a Levante, lei reagisce
così proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Sentitevi liberi dal giudizio”. Dal palco dell’Ariston Caterina Caselli si è
rivolta così ai giovani. Nella quarta puntata del Festival di Sanremo 2026,
l’artista ha ricevuto il premio alla carriera. Esattamente 60 anni fa, la
cantante partecipava alla kermesse con “Nessuno mi può giudicare”, una canzone
entrata nella storia della musica italiana. Visibilmente commossa, Caselli ha
dichiarato: “Il brano contiene un messaggio ancora importante, rivendica la
libertà dal giudizio“. E rivolgendosi ai giovani ha detto: “Sentitevi liberi dal
giudizio”. Caterina ha proseguito definendosi fortunata per il suo percorso
nella musica: “Sono stata fortunata nella mia vita, ho avuto incontri importanti
che mi hanno aiutato in questo percorso”. Ha poi voluto ringraziare tutti coloro
che le sono stati accanto in questi 60 anni di carriera: “Voglio ringraziare le
persone e gli artisti da cui ho imparato qualcosa. Grazie a tutti tutti voi, che
mi avete accompagnato in questi anni”.
Caselli, oggi tra le più importanti produttrici discografiche in Italia, ha
ricordato alcuni talenti lanciati dalla sua etichetta. Tra questi Andrea
Bocelli, super ospite della finale di oggi. Caterina ha raccontato un simpatico
aneddoto che riguarda il cantante: “Quando Bocelli passò dal pop al registro
lirico e Phil Collins disse: ‘Ma dov’era nascosto questo qui?’ “. Il Festival
del 2026 sarà ricordato per altri due grandi artisti insigniti del premio alla
carriera: Fausto Leali e Mogol.
Nel quarto appuntamento del Festival di Sanremo i 30 artisti in gara si sono
esibiti con le cover. La serata è stata vinta da Ditonellapiaga e TonyPitony,
che hanno portato sul palco dell’Ariston un mini musical sulle note di “The lady
is a tramp” di Frank Sinatra. Al secondo posto si è posizionato Sayf,
accompagnato da Mario Biondi e Alex Britti in una frizzante rivisitazione di
“Hit the road Jack”. Al terzo posto si è classificata Arisa. La cantante ha
ricevuto una standing ovation per la sua interpretazione di “Quello che le donne
non dicono” di Fiorella Mannoia, arricchita dalle voci del coro del Teatro Regio
di Parma.
A completare la Top 10 sono: Bambole di Pezza e Cristina D’Avena, Tredici Pietro
con Galeffi, Fudasca&band (e Gianni Morandi, esibitosi a sorpresa con il
figlio), Sal Da Vinci insieme a Michele Zarrillo, Lda e Aka 7even con Tullio De
Piscopo, Dargen D’Amico in compagnia di Pupo e Fabrizio Bosso e, al decimo
posto, Luché insieme a Gianluca Grignani.
L'articolo “Giovani, sentitevi liberi dal giudizio”: Caterina Caselli riceve il
premio alla carriera a Sanremo 2026 proviene da Il Fatto Quotidiano.
La finale del Festival di Sanremo 2026 è alle porte. Dopo la serata delle cover
vinta da Ditonellapiaga e TonyPitony, è tutto pronto per decretare il vincitore
della 76esima edizione della kermesse. Nel corso dell’ultima puntata, di sabato
28 febbraio, i 30 Big selezionati da Carlo Conti, si esibiranno per l’ultima
volta. “Chi vincerà il Festival?”, è la domanda da un milione di euro. Ma
vediamo il programma della finale.
I CO-CONDUTTORI E IL SUPER OSPITE
Nino Frassica e Giorgia Cardinaletti saliranno sul palco, in veste di
co-conduttori, affiancando Carlo Conti e Laura Pausini. Al Suzuki Stage, in
piazza Colombo, si esibiranno i Pooh (conduce Daniele Battaglia). Max Pezzali,
invece, canterà a bordo della Costa Toscana, al largo di Sanremo. Il super
ospite sarà Andrea Bocelli.
IL VOTO NELL’ULTIMA SERATA
Il sistema di votazione durante la serata delle cover è stato un antipasto di
quello che ci attenderà nella puntata finale. Nel dettaglio: potranno esprimere
le proprie preferenze rispettivamente il Televoto (34%), la giuria della Sala
Stampa, Tv e Web (33%) e la giuria delle Radio (33%). Terminate tutte le
esibizioni, verranno comunicate le posizioni dalla 30 alla 6. I primi cinque
verranno resi noti in ordine sparso e, di conseguenza, si ripartirà con la
votazione del Televoto (34%), Radio (33%), Stampa (33%) per incoronare il
vincitore.
TUTTI E 30 I BRANI IN GARA
In attesa della scaletta minuto per minuto che decreterà (anche) l’ordine di
esibizione dei cantanti, ecco tutti e 30 i Big in gara.
* Ditonellapiaga – Che fastidio!
* Michele Bravi – Prima o poi
* Sayf – Tu mi piaci tanto
* Mara Sattei – Le cose che non sai di me
* Dargen D’Amico – AI AI
* Arisa – Magica favola
* Luchè – Labirinto
* Tommaso Paradiso – I romantici
* Elettra Lamborghini – Voilà
* Patty Pravo – Opera
* Samurai Jay – Ossessione
* Raf – Ora e per sempre
* J-Ax – Italia Starter Pack
* Fulminacci – Stupida sfortuna
* Levante – Sei tu
* Fedez & Marco Masini – Male necessario
* Ermal Meta – Stella stellina
* Serena Brancale – Qui con me
* Nayt – Prima che
* Malika Ayane – Animali notturni
* Eddie Brock – Avvoltoi
* Sal Da Vinci – Per sempre sì
* Enrico Nigiotti – Ogni volta che non so volare
* Tredici Pietro – Uomo che cade
* Bambole di Pezza – Resta con me
* Chiello – Ti penso sempre
* Maria Antonietta & Colombre – La felicità e basta
* Leo Gassmann – Naturale
* Francesco Renga – Il meglio di me
* LDA & Aka7even – Poesie clandestine
L'articolo Sanremo 2026, la scaletta della finale: Nino Frassica e Giorgia
Cardinaletti co-conduttori, Andrea Bocelli super ospite. Ecco come si elegge il
vincitore proviene da Il Fatto Quotidiano.