Scintille a Otto e mezzo (La7) tra Lilli Gruber e Massimo Cacciari sul muro
anti-estrema destra alzato dalle opposizioni alla Camera e sull’annullamento
della conferenza stampa sulla “remigrazione” promossa dal deputato leghista
calabrese Domenico Furgiuele.
Nel serrato botta e risposta tra la giornalista e il filosofo, il confronto si
concentra sul senso della Costituzione, sull’antifascismo e sulla scelta delle
opposizioni di bloccare fisicamente l’ingresso in Parlamento di esponenti
dichiarati dell’area neofascista.
La discussione parte dalla cornice costituzionale, richiamata dalla conduttrice
dopo quanto avvenuto alla Camera: “Restiamo sul tema della Costituzione
antifascista perché oggi abbiamo assistito a un altro tipo di scontro”.
Cacciari replica immediatamente: “Sulla Costituzione non c’è scritta la parola
‘antifascista’”.
Gruber ribatte ricordando l’origine storica della Carta: “Sì, però nasce
dall’antifascismo”.
Il filosofo insiste su un piano culturale e politico più ampio, rivendicando una
distinzione netta tra valori costituzionali e retorica identitaria: “Il fatto
che non ci sia scritto ‘antifascista’ ha un significato culturale molto
importante, perché è ovvio che siamo contro i fascisti, non abbiamo bisogno di
accreditarci, non abbiamo bisogno di una patente di antifascismo, lo siamo ma lo
siamo nei fatti, attraverso una Costituzione che è tutta democratica e
progressiva sui diritti da conquistare e che chiede alla gente di organizzarsi
per conquistarli e svilupparli”.
E aggiunge: “Non abbiamo bisogno di dirci antifascisti e questo bisogna
ficcarselo nella testolina, perché con la retorica dell’antifascismo e col
ripetere ‘siamo antifascisti’ non si va da nessuna parte. Tu sei antifascista
nella misura in cui sei un democratico progressivo”.
Gruber riporta il discorso sull’attualità parlamentare, ricordando che proprio
quel giorno gruppi neofascisti avrebbero dovuto entrare in Parlamento su invito
della Lega e sottolineando come anche la trasmissione usi cautela nel ricorrere
alla parola fascismo quando si parla di derive autoritarie contemporanee.
Cacciari concorda sul rischio di inflazione del termine: “Appunto, ‘Trump è
fascista, l’altro è fascista, quell’altro è fascista’, ma cosa vuol dire? Il
fascismo è stata una roba seria, oh”.
Il punto più controverso arriva quando Gruber pone la domanda centrale: “Oggi le
opposizioni alla Camera hanno bloccato questi gruppi neofascisti, bisognava
farli entrare in Parlamento, questi neofascisti, o no?”.
La risposta di Cacciari va contro la linea scelta da Pd, Movimento 5 Stelle,
Alleanza Verdi e Sinistra, +Europa e Azione, che hanno occupato la sala stampa
di Montecitorio e impedito fisicamente lo svolgimento dell’evento:“Io li avrei
fatti entrare in Parlamento e avrei discusso lì, sarei andato lì a dirgli: cosa
volete, che cosa rappresentate, perché siete d’accordo con quello che sta
facendo Trump in America? Si discute, si vede cosa dicono, li si denuncia, li si
critica, li si combatte. Io non sono mai stato per l’eliminazione fisica”.
Gruber respinge l’equivoco: “Ma quale eliminazione fisica, nessuno ha detto
questo”.
Ma Cacciari insiste sul principio: “Sì, ma si è detto: ‘Tu non entri qui’.
Perché non devono entrare?”.
La conduttrice rilancia: “Bisogna quindi essere tolleranti al massimo con gli
intolleranti”.
Il filosofo sbotta: “Ma io non sono tollerante con nessuno, sono totalmente
intollerante nei confronti delle bestialità che dicono costoro, ma glielo vado a
dire in faccia”.
La giornalista ricorda: “E infatti le opposizioni lo hanno detto in faccia”.
“Ma si discute e si parla, scherziamo?”, conclude Cacciari.
L'articolo Casapound, Cacciari: “Io li avrei fatti entrare alla Camera e ci
avrei discusso”. Scintille con Lilli Gruber proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La vicenda dei bombardamenti italiani su Barcellona durante la Guerra Civile
Spagnola (1936-1939) è uno dei capitoli più oscuri della storia europea del
Novecento. Non solo per la violenza militare esercitata contro la popolazione,
ma per la lunga battaglia civile e giudiziaria condotta, decenni dopo, per
ottenere verità, giustizia e riconoscimento. Dopo oltre dieci anni di iniziative
legali, raccolta di testimonianze e mobilitazione pubblica, la denuncia per
crimini di guerra contro l’Aviazione Legionaria italiana è stata archiviata
definitivamente nel gennaio 2026 dai tribunali spagnoli.
La causa era stata avviata nel 2011 da un gruppo di antifascisti italiani
residenti a Barcellona — tra cui l’associazione AltraItalia — insieme ad alcune
vittime ancora in vita. L’obiettivo era chiamare a rispondere dei bombardamenti
aerei che tra il 1937 e il 1939 colpirono sistematicamente Barcellona e numerose
località catalane e valenciane, provocando migliaia di morti tra i civili. Le
operazioni, condotte dai trimotori Savoia-Marchetti dell’Aviazione Legionaria di
Mussolini, si inserirono nella strategia militare congiunta di fascismo italiano
e nazismo tedesco a sostegno delle truppe franchiste. I raid indiscriminati su
quartieri residenziali, mercati e infrastrutture civili — come quelli del marzo
1938 — anticiparono pratiche di guerra aerea che sarebbero poi state replicate
su vasta scala nella Seconda Guerra Mondiale.
Per decenni, tuttavia, non vi fu alcuna risposta giudiziaria. Il franchismo
prima e la transizione democratica poi consolidarono quello che è stato definito
pacto del olvido, un patto di silenzio volto a evitare il confronto con i
crimini della guerra e quelli della dittatura. È in questo vuoto che si inserì
l’iniziativa dei collettivi italo-catalani, che tentarono di ottenere il
riconoscimento dei bombardamenti come crimini di guerra e crimini contro
l’umanità, imprescrittibili secondo il diritto internazionale.
La denuncia, presentata a Madrid e poi trasferita al Tribunale di Barcellona, fu
sostenuta da testimonianze dirette dei sopravvissuti e da un lungo lavoro di
ricerca negli archivi militari italiani e spagnoli. Parallelamente si sviluppò
la campagna Bombes d’Impunitat (Bombe di impunità), volta a rivendicare la
responsabilità storica e politica degli Stati coinvolti e un risarcimento almeno
simbolico per le vittime. Proprio in questi giorni è arrivata la sentenza di
archiviazione della causa penale.
L’archiviazione non ha colto di sorpresa i promotori. Per Rolando D’Alessandro,
portavoce di Bombes d’Impunitat, l’esito era prevedibile: “Un processo penale
deve riguardare persone vive – spiega – e visto il tempo che consapevolmente è
stato fatto passare, era inevitabile arrivare a un non luogo a procedere per
assenza di colpevoli, non di delitto”. Secondo D’Alessandro, le responsabilità
sono condivise. Da un lato le autorità italiane hanno temporeggiato per oltre
dodici anni; dall’altro quelle spagnole non hanno mostrato maggiore
determinazione. Le commissioni rogatorie inviate all’Italia hanno prodotto una
lunga sequenza di risposte negative, i “non risulta”, nonostante molti piloti
fossero inquadrati nell’esercito franchista, decorati e con ogni probabilità
pensionati dal regime.
La querela iniziale indicava 21 presunti responsabili. Dopo anni di richieste
formali e l’intervento di Eurojust, la magistratura italiana è riuscita a
identificarne con certezza solo quattro, tutti deceduti: Guglielmo Di Luise,
Riccardo Emo Seidil, Paolo Moci e Gennaro Giordano. Per gli altri nominativi è
stata dichiarata l’impossibilità di una identificazione certa a causa di
omonimie compatibili con il periodo bellico.
Nel 2015 fu ascoltato l’unico sopravvissuto identificato con certezza, Luigi
Gnecchi, nato il 5 marzo 1914. Interrogato, dichiarò di aver partecipato solo a
missioni di ricognizione e non a bombardamenti. Morì senza essere mai rinviato a
giudizio. Come ricorda D’Alessandro, “l’unico aviatore chiamato in causa nel
procedimento è stato, prima della morte, citato come esempio per le nuove
generazioni dal ministro della Difesa italiano in carica”.
Una commissione rogatoria del 2019 ha inoltre attestato che negli archivi
militari italiani non compare alcun riferimento esplicito ai bombardamenti di
Barcellona, con l’eccezione del pilota Castellani Gori, per il quale non è stato
possibile escludere il coinvolgimento. Per la Marina militare risulta invece che
il 13 febbraio 1937 il comandante dell’incrociatore Eugenio di Savoia fosse
Massimiliano Vietina, morto nel 1967.
Per Bombes d’Impunitat l’archiviazione non chiude la questione. “Malgrado la
rilevanza di una causa che riguarda il primo bombardamento a tappeto su una
grande città europea – afferma D’Alessandro – non si è incrinato il muro di
impunità e di omertà costruito intorno alla guerra di Spagna, che per molti
versi può essere definita un genocidio secondo le categorie attuali”. E
aggiunge: «La Repubblica nata dalle ceneri del fascismo, che nel dopoguerra ha
riconosciuto riparazioni a tutti i Paesi aggrediti, non ha mai chiesto
formalmente nemmeno scusa ai popoli dello Stato spagnolo. Anzi, ha continuato a
incassare fino al 1967 il pagamento delle armi fornite da Mussolini a Franco».
Secondo l’avvocato Jaume Asens, che istruì la causa, oggi resterebbe aperta solo
la strada di un’azione civile in Italia. Un’ipotesi che, per essere perseguita,
dovrebbe partire da associazioni disposte a riaprire una ferita che, sul piano
giudiziario, gli Stati hanno scelto di lasciare irrisolta.
L'articolo Le bombe fasciste che colpirono Barcellona nella guerra di Spagna:
“Muro d’impunità mai incrinato, l’Italia ha temporeggiato” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Cent’anni fa moriva Piero Gobetti (Parigi, 15 febbraio 1926). Aveva ventiquattro
anni. La sua vita finisce troppo presto, a causa delle ripetute aggressioni
fasciste subite a Torino e il logoramento di mesi diventati persecuzione. Ma
lascia un’eredità sproporzionata all’età: riviste, una casa editrice che porta
il suo nome e che pubblica Montale, un’idea di cultura che non fa da cornice
alla politica ma la attraversa. E una lettura lucida del fascismo delle origini:
demagogia e violenza come strumenti di governo.
Paolo Di Paolo incrocia Gobetti da tempo. Nel 2013 lo aveva raccontato nel
romanzo Mandami tanta vita (Feltrinelli). Oggi ci torna con Un mondo nuovo tutti
i giorni. Piero Gobetti, una vita al presente (Solferino, 2025), un saggio che
insiste su relazioni, scelte, lati meno frequentati. E prova a capire perché la
voce di quel giovane intellettuale torinese, un secolo dopo, continui a chiedere
conto del nostro presente.
Chi era Piero Gobetti?
Un ragazzo. Oggi dovremmo definirlo così. Non fece in tempo a compiere
venticinque anni. Morì un secolo fa esatto, dopo avere dato forma a un
prodigioso cantiere intellettuale nell’Italia del primo fascismo.
Tre riviste e una casa editrice in pochi anni. Qual è il suo talento?
Il talento, da autodidatta, di pensare all’intellettuale come a un agitatore di
idee. In grado di agire sulla società perché genera non solo dibattito, ma
condivisione. Mette insieme persone diverse allo stesso tavolo, propone domande,
spinge le persone a pensare con la propria testa.
Perché è importante la pubblicazione di Ossi di seppia di Montale?
Di solito a scoprire i nuovi talenti sono i più vecchi. In questo caso, Montale
è più grande d’età di Piero Gobetti. Che legge quelle poesie e capisce che sono
nuove, straordinarie. Gliele pubblica e dà la prima grande occasione a uno dei
maggiori poeti italiani ed europei.
Che cos’è la politica per Gobetti?
Intensità e pensiero. Partecipazione e cooperazione. Responsabilità individuale
e poi collettiva. “Restare politici nel tramonto della politica”, scrive. È una
sfida valida anche e soprattutto oggi.
Gobetti era liberale o socialista?
Liberale di formazione, affascinato dalle spinte operaiste degli anni Venti
tanto quanto dalla lezione del socialista Matteotti. Studia con slancio anche la
rivoluzione bolscevica, per cercare di capire come funziona il meccanismo
rivoluzionario. Ma la sua utopia è scritta nella testata della sua rivista più
nota: La Rivoluzione Liberale.
Che cosa la colpisce di più dell’ordine di Mussolini di “rendere la vita
impossibile” a questo ragazzo?
Il fatto che Mussolini — siamo nel 1923! — si preoccupi di un giovanissimo
oppositore torinese. Evidentemente ne coglie l’incisività e la grandezza.
Nel suo libro c’è largo spazio dedicato all’amore. Chi è Ada Prospero per
Gobetti e che ruolo ha realmente nella sua vita?
Ada Prospero diventa un punto di riferimento essenziale per Piero. È una storia
d’amore. È una storia di sodalizio intellettuale, di crescita condivisa. Dopo la
morte del giovane marito, Ada vive molte altre vite, ma tutte improntate a una
grandezza d’animo, a una generosità umana, intellettuale e politica
impressionanti.
Gobetti è irriducibile davanti al fascismo. Oggi davanti a che cosa dovremmo
essere irriducibili con la stessa durezza?
Alla tentazione del cinismo. Alla “logica” del riarmo e del bellicismo come
uniche possibilità. Alla irresponsabilità dell’essere apolitici.
Se la politica di oggi dovesse prendere una sola cosa da Gobetti quale dovrebbe
scegliere?
Partirei da queste due frasi. La prima: “I partiti si sono limitati a formule
vaste e imprecise, da cui nulla si può logicamente e chiaramente dedurre.
Rappresentano, si dice, l’interesse dei singoli, ma badiamo che a procedere
nettamente questo rappresentare interessi di singoli porta non solo all’egoismo
ma addirittura fuori dalla politica. Si riduce, e va annullandosi, la
possibilità di azione comune, la quale può nascere solo dal coesistere, accanto
agli interessi, delle ragioni ideali. Nella vita attuale dei partiti invece di
concreto c’è solo un circolo pernicioso per cui gli uomini rovinano i partiti, e
i partiti non aiutano il progresso degli uomini”. La seconda: “Non c’è lotta
politica. C’è della gente che teme, altra gente che spera. Di due stati d’animo
soltanto non può vivere una nazione”.
Come si immagina Gobetti adulto, sganciato dalla sua giovinezza? Che cosa
avrebbe perso e a che cosa non avrebbe mai ceduto?
Come diceva Montale, è difficile o forse impossibile immaginare Gobetti anziano.
O l’onorevole Gobetti in parlamento. Penso però che avrebbe tenuto fede a quel
suo precetto di non diventare come quei padri che sorridono e alzano le spalle
di fronte agli entusiasmi dei figli.
L'articolo Perché oggi abbiamo ancora bisogno di rileggere Piero Gobetti: un
anticorpo contro cinismo, inerzia e resa preventiva proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Bagarre a Piazzapulita (La7) sulla commemorazione di Acca Larentia, l’evento
annuale che si tiene ogni 7 gennaio a Roma, nel quartiere Tuscolano, in memoria
dell’uccisione di tre giovani militanti del Fronte della Gioventù il 7 gennaio
1978.
Il reportage di Salvatore Guliano sul rito dei saluti romani e sulle
dichiarazioni di alcuni esponenti di spicco di Fratelli d’Italia, come Fabio
Rampelli e Federico Mollicone, viene commentato da Tomaso Montanari, rettore
dell’Università per stranieri di Siena, con parole taglienti.
Lo storico dell’arte sottolinea: “L’equiparazione fra fascismo e comunismo è
veramente intollerabile. Bisognerebbe ricordare che il presidente dell’Assemblea
costituente è stato Terracini, che era un comunista, che i comunisti in Italia
sono padri costituenti e che i fascisti sono i reietti che hanno devastato il
paese, distrutto la libertà, si sono alleati con i nazisti. Questa equiparazione
nella storia d’Italia – continua – è da rigettare interamente e come spesso
ripete Alessandro Barbero giustamente, c’è anche una ragione, diciamo,
filosofica. Il fascismo ha attuato fino in fondo la propria ideologia devastando
il mondo. Il comunismo ha devastato il mondo purtroppo tradendo la propria
ideologia. C’è una differenza filosofica profonda”.
“Non è vero – insorge Sangiuliano – era esattamente quella l’ideologia del
comunismo: fare milioni di morti”.
“Certo – risponde ironicamente Montanari – ma per favore, tu saresti anche
giornalista“.
Sangiuliano insiste: “C’è stata una mozione del Parlamento europeo, votata anche
da una metà dei parlamentari del Pd che ha equiparato nazismo e comunismo, sono
due facce della stessa metà. Il leader comunista italiano Togliatti mandò a
morte i dirigenti del partito comunista polacco e fece uccidere gli anarchici in
Spagna. Togliatti era il numero due di Stalin, era il braccio destro, era
l’esecutore delle nefandezze di Stalin. Il comunismo è questo. Non esiste un
comunismo buono, stalinismo e comunismo sono la stessa identica cosa“.
Poi accusa: “In Cambogia facevate le manifestazioni per esaltare Pol Pot, che ha
ammazzato due milioni di suoi concittadini”.
“Ma voi chi? – replica il conduttore Corrado Formigli – Evitiamo i deliri, per
cortesia”.
“Non vale la pena di rispondere“, commenta Montanari.
Formigli cita poi Aldo Moro e Sangiuliano lo interrompe urlando: “Da chi è stato
ammazzato Aldo Moro?”.
“Sangiuliano, ora mi deve ascoltare, se no mi arrabbio – sbotta il giornalista –
Moro è stato ammazzato perché voleva fare un governo con quelli che lei
definisce stalinisti. Il partito comunista italiano era un partito che stava
dentro le istituzioni, ha fatto la Costituzione, è sempre stato dalla parte
della legalità. Non diciamo stupidaggini”.
“E sullo scenario internazionale erano alleati di Stalin”, ripete l’ex ministro.
“Allora le ribalto la cosa – ribatte Formigli indicando il braccialetto di
Sangiuliano con la scritta “Siete dei poveri comunisti” – Lei ad Acca Larentia
ha visto centinaia di fascisti. Si metta anche il braccialetto con la scritta
“Siete dei poveri fascisti”. Lo mette o no?”.
Sangiuliano traccheggia, protesta (“E che stiamo, a un interrogatorio di
polizia?”), poi cambia discorso: “Da ministro della Cultura ho visitato due
volte il Museo della Resistenza di Roma”.
“Ma lei è andato anche a fare campagna elettorale dai fascisti napoletani”,
ricorda Formigli.
“Ma quali fascisti – minimizza Sangiuliano – i fascisti c’erano all’epoca. Io
sono un conservatore, l’ho sempre detto”.
“E infatti conserva il fascismo“, chiosa sarcasticamente Montanari.
L'articolo Sangiuliano contro Montanari e Formigli: “Voi comunisti inneggiavate
a Pol Pot”. Bagarre in studio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Confermata la condanna a 4 mesi per “manifestazione fascista” per 13 militanti
di estrema destra protagonisti dei saluti romani alla fine del corteo in memoria
di Sergio Ramelli del 2018, manifestazione che ogni anno si tiene il 29 aprile
nel capoluogo lombardo in ricordo dell’esponente del Fronte della Gioventù
ucciso da alcuni soggetti legati ad Avanguardia Operaia nel ’75. È quanto deciso
dalla Corte d’Appello di Milano che ha accolto la richiesta della sostituta pg
Olimpia Bossi: “Queste manifestazioni con centinaia di persone, schierate come
formazioni paramilitari, non sono meramente commemorative, ma rappresentano un
pericolo per l’ordinamento costituzionale“, aveva spiegato la sostituta
procuratrice generale. Principio condiviso dai giudici che hanno così confermato
le condanne del luglio 2023. Una sentenza che assume particolare rilievo perché
arriva a quasi due anni dalla decisione della Corte di Cassazione a Sezioni
unite che aveva fissato diversi paletti sul tema del rito del “presente” e dei
saluti romani.
Il braccio teso è penalmente rilevante solo se, “avuto riguardo a tutte le
circostanze del caso, sia idoneo a integrare il concreto pericolo di
riorganizzazione del disciolto partito”, aveva scritto il massimo collegio della
Suprema Corte. “Non è vero che la Cassazione con la recente sentenza – aveva
chiarito la pg – abbia escluso la natura di reato del gesto, a differenza di
alcune ricostruzioni mediatiche, ma ha spiegato che bisogna capire se quel
gesto, per le modalità della manifestazione, sia tale da costituire un pericolo
attraverso la propaganda di idee fasciste e queste manifestazioni, con strutture
quasi militari, lo sono”. Il bene “protetto – aveva proseguito nel suo
intervento – è l’ordinamento costituzionale, che vieta la ricostituzione del
partito fascista”. “Accertata la matrice fascista del saluto romano, queste
manifestazioni – aveva aggiunto la pg Bossi – con centinaia e centinaia di
persone, schierate come formazioni paramilitari, non sono meramente
commemorative, ma rappresentano un pericolo per l’ordinamento costituzionale e
continuano a tenersi e trovano terreno sempre più fertile“. Così, come chiesto
dalla Procura generale, la quarta sezione penale d’appello (presidente del
collegio Vincenzo Tutinelli) ha assolto gli imputati dall’incitamento “alla
discriminazione o alla violenza per motivi razziali”, reato previsto dalla legge
Mancino, ma ha confermato le condanne per manifestazione fascista, contestazione
prevista dalla legge Scelba.
Nel processo era parte civile l’Anpi, con l’avvocato Federico Sinicato che dovrà
essere risarcita. Il legale ha spiegato che “la norma” delle legge Scelba,
quella che ora viene attuata, “vuole evitare queste manifestazioni in luogo
pubblico, che hanno la capacità di suggestionare terze persone“. I difensori
degli imputati, tra cui gli avvocati Procaccini, Giancaspro e Radaelli, avevano
spiegato che “è dal ’76 che si tiene questa manifestazione per Ramelli e ci sono
state più sentenze assolutorie negli anni: è sempre stata riconosciuta come
commemorativa“.
Intanto, la Procura ha fatto ricorso contro 23 assoluzioni, del novembre 2024,
per il corteo per Ramelli del 2019. Assoluzioni decise dal Tribunale sempre dopo
la sentenza della Cassazione. Quei saluti romani, scrissero i giudici, hanno
avuto “solo una specifica valenza di omaggio e di ricordo del giovane trucidato
per le sue idee politiche”. Il processo d’appello proseguirà a marzo e la
Procura generale, diretta da Francesca Nanni, ha già chiesto di ribaltare il
verdetto con 23 condanne.
L'articolo Saluti romani al corteo per Ramelli, la Corte d’Appello di Milano
conferma 13 condanne: “Pericolo per l’ordinamento costituzionale” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Si era parlato di violenza politica, un’aggressione squadrista
dall’inconfondibile matrice fascista. C’era stata la condanna da parte della
politica regionale e persino di Elly Shlein. Ora una lettera anonima rischia di
ribaltare la possibile ricostruzione dei danneggiamento al circolo locale di
Chiavari del Partito Democratico: la politica – dice la lettera – non c’entra.
Almeno è quanto si legge nel testo senza firma lasciato nell’androne della sede
de Il Secolo XIX da un ragazzo dal volto coperto. La firma: “Ragazzi del
misfatto“. La lettera è autentica? Gli autori sono davvero coloro che hanno
danneggiato il circolo dem a suon di cori che inneggiavano al Duce? E’ una
burla, l’opera di un mitomane, una giustificazione per nascondere l’impeto di un
momento e gli spiriti nostalgici veri o presunti? La lettera è stata requisita
dalla polizia per gli accertamenti del caso.
Si legge: “Scriviamo per scusarci del pasticcio che abbiamo combinato. Non ci
aspettavamo questo riscontro a livello nazionale e ci dispiace molto anche
perché non ha senso prendere di mira un luogo pacifico come il Pd di Chiavari.
Siamo ragazzi giovani, senza alcun interesse per la politica e speriamo che la
questione si possa risolvere in modo sereno, sperando di non aver lasciato danni
permanenti né al Pd Chiavari né sul suolo pubblico”.
Il movente, semplicemente, non c’è, spiegano gli anonimi: “Avevamo bevuto troppo
e abbiamo causato questi danni, non siamo in alcun modo coinvolti in
organizzazioni filofasciste e non la pensiamo in quel modo, non ci interessa la
politica, il nostro è stato solo un gesto insensato e privo di ragionamento,
dettato da un consumo eccessivo di alcolici”. Il segretario del circolo, Antonio
Bertani, aveva dichiarato di aver udito frasi come “Siamo noi i camerati” e
“Duce, duce!“. La matrice dei cori sarebbe la stessa degli atti vandalici: “I
cori che si possono essere sentiti sono risultato di un eccessivo consumo
alcolico. Però, comunque, non possono essere giustificati e ci scusiamo”. I
“Ragazzi del misfatto” definiscono l’aggressione uno stupido errore e, oltre a
scusarsi, si rendono disponibili a risarcire i danni.
L'articolo Sede del Pd a Chiavari vandalizzata, la lettera anonima dei presunti
autori: “Avevamo bevuto troppo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Secondo me fanno un errore, non è con sistemi di censura che si combattono le
idee, per quanto pericolose siano.” Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo
(La7) dal filosofo Massimo Cacciari, a proposito delle polemiche relative alla
fiera della piccola e media editoria, Più libri più liberi, che oggi apre i
battenti in un clima di tensione per la presenza, tra gli editori ammessi, di
Passaggio al Bosco, sigla fiorentina nata nell’orbita della “Destra
identitaria”.
Contro la partecipazione della casa editrice si sono mobilitati storici,
associazioni antifasciste e centinaia di scrittori, che nella lettera aperta del
2 dicembre parlano di un “pantheon nazifascista e antisemita” e chiedono all’AIE
di revocare l’ammissione, evocando il precedente Altaforte del 2019.
Nel dibattito interviene Cacciari, rovesciando il punto di vista. Per il
filosofo, concentrare l’attenzione sull’espositore controverso significa
ignorare il terreno su cui si alimentano i fenomeni neofascisti: “La battaglia
politica-culturale contro i fenomeni fascisti la fai nella scuola, studiando,
all’università, discutendo, dialogando, la fai con una politica seria. Se
crescono le forze di destra, anche fasciste, in Europa, non è colpa di una casa
editrice che esponga o non esponga i suoi libri, è colpa di una cattiva, pessima
politica europea“.
Quando Lilli Gruber commenta contrariata (“Non so, l’Europa cosa c’entra?”),
Cacciari ribadisce: “Certo, la cattiva politica europea. Se ci fosse stata una
seria politica europea, non ci sarebbe l’alleanza per la Germania, non ci
sarebbe la Le Pen. Mussolini per caso è stato portato con le armate e dai
marziani oppure è stato portato dalla cattiva politica precedente, da errori
fatti da socialisti, da comunisti, da liberali? Che cos’è che produce il
fascismo e il nazismo? Si autoproducono?“.
Di fronte all’obiezione della conduttrice (“Questa casa editrice pubblica
Mussolini”), Cacciari replica: “Mussolini è sempre stato pubblicato, anche il
Mein Kampf. Sono sempre state le case editrici che hanno pubblicato alcuni testi
canonici del fascismo, con altri, magari sotto mentite spoglie.”
E aggiunge: “Certo, la prospettiva politica è quella, ma sono libri che si sono
sempre trovati, case editrici che le hanno sempre pubblicate.”
La sua posizione insiste sull’inefficacia concreta dei divieti: “Fatto sta che
questi libri si sono sempre trovati, che differenza fa nella sostanza che si
trovino in una libreria o che si trovino al festival più libri, più liberi? Che
differenza fa? Nessuna. Perché questi testi si trovano in tutta Europa,
dappertutto, in tutte le librerie, o se no le ordini. Su Amazon le ordini,
tutti. Anche i peggiori, tutti.”
E conclude: “Cosa vuoi che conti nel mondo attuale la censura? Cosa vuoi che
fermi la censura? È solo cultura, scuola, educazione che può servire a
qualcosa.”
L'articolo Cacciari a La7: “Se crescono le destre è colpa della pessima politica
europea, non di libri esposti a una fiera” proviene da Il Fatto Quotidiano.
A cinquant’anni dalla morte di Francisco Franco, in Spagna si moltiplicano
messe, omaggi e iniziative pubbliche che celebrano la figura del dittatore. Da
Madrid a Valencia, passando per decine di parrocchie, il 20 novembre — data
simbolica del 20-N, giorno della morte sia del Caudillo sia del falangista José
Antonio Primo de Rivera — diventa ancora una volta il palcoscenico di un
nostalgismo organizzato, che unisce fondazioni franchiste, movimenti
ultracattolici e sacerdoti apertamente conservatori. Il tutto nell’indifferenza,
quando non nel silenzio complice, di buona parte della gerarchia ecclesiastica.
Al centro di questa rete spiccano due attori storici: la Famiglia Franco, che
custodisce l’eredità politica del dittatore, e la Fundación Nacional Francisco
Franco, oggi sotto esame per violazione della legge sulla memoria democratica.
Nonostante il possibile scioglimento, la Fnff continua a convocare i suoi
sostenitori e quest’anno invita a una messa nella parrocchia madrilena dei
Dodici Apostoli, mentre promuove celebrazioni in molte altre diocesi. Accanto
alla fondazione opera il Movimiento Católico Español, guidato da José Luis
Corral, veterano dell’ultracattolicesimo spagnolo. Per il Mce non conta chi
organizzi la messa: conta l’obiettivo, ovvero pregare per Franco e per Primo de
Rivera.
Sul fronte ecclesiastico non mancano figure controverse. Tra queste, il
sacerdote Jesús Calvo, volto storico del tradizionalismo cattolico e sostenitore
dichiarato del regime, simbolo di quella miscela di nostalgia autoritaria e
religiosità identitaria che segna una parte della Chiesa spagnola. Ma Calvo non
è un caso isolato: secondo le associazioni memorialiste, ogni anno decine di
parroci celebrano messe per l’anima del dittatore. Molti lo fanno in silenzio,
temendo esposizione mediatica o richiami dei vescovi, ma senza mai interrompere
la pratica.
La reazione arriva soprattutto dall’Asociación para la Recuperación de la
Memoria Histórica. Il presidente Emilio Silva accusa la Chiesa di legittimare,
con queste celebrazioni, un regime responsabile di repressione e crimini
sistematici. L’associazione chiede al governo di intervenire, anche
riconsiderando i privilegi fiscali concessi all’istituzione ecclesiastica. Le
tensioni sono esplose soprattutto nella Comunità Valenciana, dove la messa per
Franco celebrata nella parrocchia di Simat de la Valldigna — pagata da un fedele
— è stata definita “un’umiliazione” dalle famiglie delle vittime della
dittatura.
Le messe, però, rappresentano solo un tassello di un apparato più ampio. Come
documentano diverse inchieste, durante la “settimana del 20-N” si organizzano
una ventina di eventi: manifestazioni, cene nostalgiche, discorsi pubblici. Il
Mce ha convocato un raduno a Plaza de Oriente con la partecipazione della
neonazista Isabel Peralta; la Falange Española de las Jons sfila da via Génova
fino alla sede del Psoe denunciando un immaginario “genocidio degli spagnoli”;
nostalgici si recano nei cimiteri di Mingorrubio e San Isidro per omaggi
floreali a Franco e Primo de Rivera. La Fnff prepara una cena in luogo segreto,
mentre gruppi affini si ritrovano nel “Chino franquista”, bar madrileno noto per
l’estetica falangista. Il 22 novembre la Comunión Tradicionalista Carlista
annuncia una messa al Cerro de los Ángeles con slogan come “España vive” e
richiami al golpe definito “crociata”.
Dietro questo calendario fitto si muove una rete strutturata, che continua a
reinterpretare il franchismo come un riferimento politico, culturale e
religioso. Il fatto che molte diocesi mantengano un silenzio costante solleva
interrogativi giuridici e morali: come può una democrazia tollerare celebrazioni
pubbliche di un regime dittatoriale? E quale spazio resta per la memoria delle
vittime, quando chi difende l’eredità del Caudillo mantiene una visibilità tanto
capillare? Per i nostalgici, quelle messe non sono un rito privato: sono un
gesto politico. Per chi difende la memoria democratica, rappresentano la prova
che il franchismo non è mai del tutto uscito dalla scena pubblica spagnola.
L'articolo Il lato nero della Spagna: per i 50 anni della morte di Francisco
Franco messe e raduni tra neonazisti e preti compiacenti proviene da Il Fatto
Quotidiano.