Curiosamente è toccato a due ex banchieri centrali dare la sveglia alla politica
internazionale, ancora un po’ rintronata dai colpi ben assestati dal bizzarro
quasi ottantenne di Washington. Nel suo discorso di fronte alla fortunata élite
mondiale che ogni anno si riunisce a Davos, Mark Carney, ora primo ministro
canadese ma già governatore della Banca del Canada e della Banca d’Inghilterra,
in un audace intervento ha dichiarato solennemente che l’ordine economico
mondiale è morto e che le medie potenze economiche devono trovare nuove strade
se non vogliono essere preda dei grandi squali, Usa e Cina.
A quest’analisi ha risposto Mario Draghi nel suo recente intervento a Lovanio. I
due, amici suppongo, sono perfettamente sulla stessa linea di ragionamento: gli
Usa sono diventati, inaspettatamente, da alleati una grande minaccia per
l’ordine economico mondiale, e bisogna correre ai ripari con nuove e inedite
alleanze non solo di carattere commerciale. L’analisi di Draghi però ha una
marcia in più, almeno per noi europei.
Nelle due posizioni si possono scorgere alcune differenze. Intanto, il Canada
non è la Ue, economicamente parlando. Sembra banale ma occorre ribadirlo. La Ue
produce un quarto della ricchezza mondiale, e quindi è una super potenza
economica. Non così il Canada che ha un Pil di poco inferiore a quello italiano.
Quindi opportunamente Draghi ha invitato le nazioni europee ad abbandonare le
posizioni attendiste o rinunciatarie nei confronti dell’aggressore Trump.
L’economia dell’Unione è pari a quella degli Usa in termini reali, se non
superiore dal punto di vista industriale.
Anche la Cina, che ci fa tanta paura, è in fondo un paese ancora in via di
sviluppo con un reddito pro capite che è una frazione di quello di molti paesi
europei. Di conseguenza, la Ue può esercitare un ruolo economico a livello
internazionale che al Canada, nei fatti, non è consentito.
Di fronte ad una leadership americana che ha perso la bussola, l’Europa deve
essere decisa a sostenere le sue ragioni perché il grande debitore non siamo
noi. L’esempio cinese ci può insegnare qualcosa. Non abbiamo le terre rare o non
siamo grandi compratori di soia, ma qualcosa possiamo fare per spaventare gli
Usa di Trump. Insomma, la Ue deve mostrare i muscoli, anche per Draghi.
In secondo luogo, e quasi di sfuggita, Draghi ha citato l’euro come una
istituzione europea di grande successo. Qui non ne sarei tanto sicuro. L’euro
aveva l’ambizione di essere una moneta globale e non una moneta regionale, come
di fatto è. Moneta della seconda zona economica mondiale, avrebbe dovuto essere
competitivo nei confronti del dollaro risultando una valida alternativa. E
invece questo non è successo. Le ragioni di questo fallimento internazionale
della moneta unica andrebbero indagate a fondo. Forse la ragione risiede nel
fatto che l’Europa non è il fulcro della finanza internazionale che rimane
legata alle borse di Londra e di New York.
Abbandonando il campo dell’economia, poi Draghi si è spinto molto in là. Ha
invitato gli Stati europei ad abbandonare una visione confederale, per
abbracciare una visione federale. Questa piccola variazione linguistica ha un
impatto enorme perché significa passare da una coalizione di Stati alla
formazione di un singolo Stato. Nel suo discorso Draghi ha introdotto l’idea di
un federalismo pragmatico. Diventerà questo binomio un tormentone politico come
lo sono stati altri? Nella Prima Repubblica binomi celebri erano il centralismo
democratico o le convergenze parallele. Nella seconda, mi viene in mente
l’autonomia differenziata. Ora siamo arrivati al federalismo pragmatico di
Draghi.
Se ho capito bene questo pragmatismo ha due dimensioni. Fare quello che si può,
da qui l’intonazione pragmatica ma non rinunciataria. In secondo luogo, creare
delle istituzioni europee che abbiano un potere effettivo. Evidentemente per
l’ex governatore della Bce quelle attuali non sono all’altezza delle sfide poste
dall’ottantenne di Washington, e questo è abbastanza evidente un po’ a tutti.
Ma in che direzione andare per creare la nuova Ue? La via indicata da Draghi
sarà la strada maestra? Lascio a persone più competenti l’analisi del caso
giuridico e istituzionale. Personalmente ho sempre pensato, come molti, che il
guaio dell’Europa fosse la carenza di partecipazione democratica. In effetti,
abbiamo un’Europa degli Stati, ma non un’Europa dei popoli come spesso si
ripete. Questo risulta evidenza considerando il ruolo del tutto secondario del
Parlamento europeo.
Non so se il federalismo pragmatico di Draghi vada nella direzione, giusta ma un
po’ utopica, della costruzione degli Stati Uniti d’Europa, data la
conflittualità degli interessi nazionali, o invece non sia una scorciatoia per
dare ancora più potere a istituzioni scarsamente democratiche, per usare un
eufemismo. Aspettiamo il progetto Draghi completo, ma se la nuova Europa nascerà
sul modello dell’euro, come sembra far intendere, non credo che si farà un
grande passo avanti.
Come insegnava Karl Popper, il grande filosofo viennese, nelle scienze sociali
quello che spesso realmente conta non sono gli effetti previsti delle proprie
scelte intenzionali, ma le conseguenze del tutto involontarie e per questo
imprevedibili. Può darsi che la goffa, anche se tragica, spallata trumpiana
abbia degli esiti inattesi come quello di portare a un’idea diversa di Unione
europea, come pure a un diverso ordine economico mondiale che sappia curare le
ferite della globalizzazione. Intanto il duetto dei due ex governatori ha dato
il la e vedremo poi come continuerà la musica, di qua e di là dell’Atlantico.
L'articolo Tocca a due ex banchieri centrali strigliare il mondo dopo le
spallate di Trump: chissà se con esiti inattesi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Riportiamo integralmente il discorso che il primo ministro canadese Mark Carney
ha fatto davanti ai leader a Davos, sollecitandoli ad allearsi contro
“l’aggressività delle superpotenze”.
È un piacere – e un dovere – essere con voi in questo momento di svolta per il
Canada e per il mondo. Oggi parlerò della rottura dell’ordine mondiale, della
fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale in cui la
geopolitica tra le grandi potenze non è soggetta ad alcun vincolo. Ma vi
propongo anche un’altra tesi: che altri Paesi, in particolare le potenze di
medio livello come il Canada, non sono impotenti. Hanno la capacità di costruire
un nuovo ordine che incarni i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani,
lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale
degli Stati.
Il potere dei meno potenti comincia dall’onestà.
Ogni giorno ci viene ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi
potenze. Che l’ordine internazionale basato sulle regole si sta dissolvendo. Che
i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono.
Questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile – la logica
naturale delle relazioni internazionali che si riafferma. E di fronte a questa
logica esiste una forte tendenza, da parte dei Paesi, ad adeguarsi per
sopravvivere. Ad accomodarsi. A evitare problemi. A sperare che la conformità
garantisca sicurezza. Non lo farà.
Quali sono dunque le nostre opzioni?
Nel 1978 il dissidente ceco Václav Havel scrisse un saggio intitolato Il potere
dei senza potere. In esso poneva una domanda semplice: come si manteneva il
sistema comunista?
La sua risposta cominciava con un fruttivendolo. Ogni mattina questo negoziante
esponeva in vetrina un cartello: «Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!». Non
ci credeva. Nessuno ci credeva. Ma lo esponeva comunque – per evitare guai, per
segnalare conformità, per tirare avanti. E poiché ogni negoziante, in ogni
strada, faceva lo stesso, il sistema persisteva.
Non solo attraverso la violenza, ma attraverso la partecipazione delle persone
comuni a rituali che in privato sapevano essere falsi.
Havel definì questo atteggiamento «vivere nella menzogna». Il potere del sistema
non derivava dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi
come se fosse vero. E la sua fragilità proveniva dalla stessa fonte: quando
anche una sola persona smette di recitare – quando il fruttivendolo toglie il
cartello – l’illusione comincia a incrinarsi.
È tempo che le imprese e i Paesi tolgano i loro cartelli.
Per decenni Paesi come il Canada hanno prosperato all’interno di quello che
chiamavamo l’ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue
istituzioni, lodato i suoi principi e beneficiato della sua prevedibilità.
Potevamo perseguire politiche estere fondate sui valori sotto la sua protezione.
Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in
parte falsa. Che i più forti si sarebbero auto-esentati quando conveniente. Che
le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico. E che il diritto
internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità
dell’accusato o della vittima.
Questa finzione era utile e, in particolare, l’egemonia americana ha contribuito
a fornire beni pubblici: rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile,
sicurezza collettiva e sostegno a quadri per la risoluzione delle controversie.
Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali. E per
lo più abbiamo evitato di denunciare le discrepanze tra retorica e realtà.
Questo patto non funziona più.
Permettetemi di essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una
transizione.
Negli ultimi due decenni una serie di crisi – finanziarie, sanitarie,
energetiche e geopolitiche – ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale
estrema.
Più recentemente, le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione
economica come un’arma. I dazi come leva. Le infrastrutture finanziarie come
strumenti di coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da
sfruttare.
Non si può «vivere nella menzogna» del beneficio reciproco attraverso
l’integrazione quando l’integrazione diventa la fonte della propria
subordinazione.
Le istituzioni multilaterali su cui facevano affidamento le potenze medie – il
WTO, l’ONU, le COP, l’architettura della risoluzione collettiva dei problemi –
sono fortemente indebolite.
Di conseguenza, molti Paesi stanno giungendo alle stesse conclusioni. Devono
sviluppare una maggiore autonomia strategica: nell’energia, nel cibo, nei
minerali critici, nella finanza e nelle catene di approvvigionamento.
Questo impulso è comprensibile. Un Paese che non è in grado di nutrirsi, di
rifornirsi di energia o di difendersi ha poche opzioni. Quando le regole non ti
proteggono più, devi proteggerti da solo.
Ma guardiamo con lucidità a dove questo conduce. Un mondo di fortezze sarà più
povero, più fragile e meno sostenibile.
E c’è un’altra verità: se le grandi potenze abbandonano persino la pretesa di
regole e valori per perseguire senza ostacoli il proprio potere e i propri
interessi, i benefici del “transazionalismo” diventano più difficili da
replicare. Le potenze egemoni non possono monetizzare indefinitamente le loro
relazioni.
Gli alleati diversificheranno per coprirsi dall’incertezza. Compreranno
assicurazioni. Aumenteranno le opzioni. Questo ricostruisce la sovranità – una
sovranità che un tempo era fondata sulle regole, ma che sarà sempre più ancorata
alla capacità di resistere alle pressioni.
Come ho detto, una gestione del rischio di questo tipo ha un costo, ma il costo
dell’autonomia strategica, della sovranità, può anche essere condiviso. Gli
investimenti collettivi nella resilienza sono meno onerosi che costruire
ciascuno la propria fortezza. Standard condivisi riducono la frammentazione. Le
complementarità generano benefici a somma positiva.
La domanda per le potenze medie, come il Canada, non è se adattarsi a questa
nuova realtà. Dobbiamo farlo. La domanda è se ci adattiamo semplicemente
costruendo muri più alti, oppure se possiamo fare qualcosa di più ambizioso.
Il Canada è stato tra i primi a cogliere il segnale di allarme, avviando un
cambiamento profondo della propria postura strategica. I canadesi sanno che la
vecchia e comoda convinzione secondo cui la nostra geografia e le nostre
alleanze garantivano automaticamente prosperità e sicurezza non è più valida. Il
nostro nuovo approccio si fonda su ciò che Alexander Stubb ha definito “realismo
basato sui valori” – oppure, in altre parole, sull’essere al tempo stesso
guidati da principi e pragmatici. Guidati da principi nel nostro impegno verso
valori fondamentali: sovranità e integrità territoriale, il divieto dell’uso
della forza salvo nei casi conformi alla Carta delle Nazioni Unite, il rispetto
dei diritti umani.
Pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli
interessi divergono, che non tutti i partner condividono i nostri valori. Ci
impegniamo in modo ampio e strategico, a occhi aperti. Affrontiamo attivamente
il mondo per quello che è, non aspettiamo un mondo che vorremmo fosse. Il Canada
sta calibrando le proprie relazioni affinché la loro profondità rifletta i
nostri valori. Stiamo privilegiando un coinvolgimento ampio per massimizzare la
nostra influenza, data la fluidità dell’ordine mondiale, i rischi che essa
comporta e le poste in gioco per ciò che verrà.
Non facciamo più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul
valore della nostra forza. Stiamo costruendo questa forza in patria.
Da quando il mio governo è entrato in carica, abbiamo ridotto le tasse su
redditi, plusvalenze e investimenti delle imprese, abbiamo eliminato tutte le
barriere federali al commercio interprovinciale e stiamo accelerando mille
miliardi di dollari di investimenti in energia, intelligenza artificiale,
minerali critici, nuovi corridoi commerciali e altro ancora. Raddoppieremo la
spesa per la difesa entro il 2030, facendolo in modo da rafforzare le nostre
industrie nazionali. Ci stiamo rapidamente diversificando all’estero. Abbiamo
concordato un partenariato strategico globale con l’Unione europea, inclusa
l’adesione a SAFE, il sistema europeo di appalti per la difesa.
Negli ultimi sei mesi abbiamo firmato altri dodici accordi commerciali e di
sicurezza in quattro continenti. Negli ultimi giorni abbiamo concluso nuovi
partenariati strategici con Cina e Qatar. Stiamo negoziando accordi di libero
scambio con India, ASEAN, Thailandia, Filippine e Mercosur. Per contribuire alla
soluzione dei problemi globali perseguiamo una geometria variabile: coalizioni
diverse per questioni diverse, basate su valori e interessi. Sull’Ucraina siamo
membri centrali della Coalizione dei Volenterosi e tra i maggiori contributori
pro capite alla sua difesa e sicurezza.
Sulla sovranità artica stiamo fermamente al fianco della Groenlandia e della
Danimarca e sosteniamo pienamente il loro diritto unico a determinare il futuro
della Groenlandia. Il nostro impegno verso l’Articolo 5 è incrollabile.
Lavoriamo con i nostri alleati NATO – compresi quelli nordici e baltici – per
rafforzare ulteriormente i fianchi settentrionale e occidentale dell’Alleanza,
anche attraverso investimenti senza precedenti del Canada in radar oltre
l’orizzonte, sottomarini, velivoli e presenza sul terreno. Il Canada si oppone
con forza ai dazi legati alla Groenlandia e chiede colloqui mirati per
raggiungere obiettivi condivisi di sicurezza e prosperità nell’Artico.
Sul commercio plurilaterale sosteniamo la creazione di un ponte tra il
Partenariato Trans-Pacifico e l’Unione europea, dando vita a un nuovo blocco
commerciale di 1,5 miliardi di persone.
Sui minerali critici stiamo formando “club di acquirenti” ancorati al G7, per
consentire al mondo di ridurre la dipendenza da forniture concentrate.
Sull’intelligenza artificiale cooperiamo con democrazie affini per evitare di
essere costretti, in ultima analisi, a scegliere tra egemoni e hyperscaler (i
grandi fornitori di servizi cloud).
Questo non è multilateralismo ingenuo. Né è affidarsi a istituzioni indebolite.
È costruire coalizioni che funzionano, tema per tema, con partner che
condividono un terreno comune sufficiente per agire insieme. In alcuni casi, si
tratterà della grande maggioranza delle nazioni. Ed è creare una fitta rete di
connessioni tra commercio, investimenti e cultura, su cui potremo fare
affidamento per le sfide e le opportunità future.
Le potenze medie devono agire insieme perché, se non sei al tavolo, sei nel
menù.
Le grandi potenze possono permettersi di andare da sole. Hanno la dimensione del
mercato, la capacità militare e la leva per dettare le condizioni. Le potenze
medie no. Ma quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da
una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che viene offerto. Competiamo tra noi
per essere i più accomodanti.
Questa non è sovranità. È la rappresentazione della sovranità mentre si accetta
la subordinazione.
In un mondo di rivalità tra grandi potenze, i Paesi intermedi hanno una scelta:
competere tra loro per ottenere favori oppure unirsi per creare una terza via
con un impatto reale.
Non dovremmo permettere che l’ascesa della forza bruta ci accechi rispetto al
fatto che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole rimarrà
forte – se scegliamo di esercitarlo insieme.
E questo mi riporta a Havel.
Che cosa significherebbe, per le potenze medie, “vivere nella verità”?
Significa dare un nome alla realtà. Smettere di invocare l’“ordine
internazionale basato sulle regole” come se funzionasse ancora come promesso.
Chiamare il sistema per ciò che è: un periodo di intensificazione della rivalità
tra grandi potenze, in cui i più forti perseguono i propri interessi usando
l’integrazione economica come strumento di coercizione. Significa agire in modo
coerente. Applicare gli stessi standard ad alleati e rivali. Quando le potenze
medie criticano l’intimidazione economica proveniente da una direzione ma
tacciono quando proviene da un’altra, stanno lasciando il cartello in vetrina.
Significa costruire ciò in cui affermiamo di credere. Invece di aspettare il
ritorno del vecchio ordine, creare istituzioni e accordi che funzionino davvero
come descritto.
E significa ridurre le leve che consentono la coercizione. Costruire un’economia
domestica forte dovrebbe essere sempre la priorità di ogni governo. La
diversificazione internazionale non è solo prudenza economica; è il fondamento
materiale di una politica estera onesta. I Paesi si guadagnano il diritto a
posizioni di principio riducendo la propria vulnerabilità alle ritorsioni. Il
Canada possiede ciò che il mondo desidera. Siamo una superpotenza energetica.
Deteniamo vaste riserve di minerali critici. Abbiamo la popolazione più istruita
al mondo. I nostri fondi pensione sono tra i maggiori e più sofisticati
investitori globali. Abbiamo capitale, talento e un governo con un’enorme
capacità fiscale per agire con decisione.
E abbiamo i valori a cui molti altri aspirano.
Il Canada è una società pluralista che funziona. Il nostro spazio pubblico è
rumoroso, diverso e libero. I canadesi restano impegnati nella sostenibilità.
Siamo un partner stabile e affidabile – in un mondo che non lo è affatto – un
partner che costruisce e valorizza relazioni di lungo periodo. Il Canada ha
anche qualcos’altro: la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la
determinazione ad agire di conseguenza.
Sappiamo che questa rottura richiede più di un adattamento. Richiede onestà sul
mondo per quello che è.
Stiamo togliendo il cartello dalla vetrina.
Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo rimpiangerlo. La nostalgia non è una
strategia. Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte
e più giusto. Questo è il compito delle potenze medie, che hanno più da perdere
in un mondo di fortezze e più da guadagnare in un mondo di cooperazione
autentica. I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la
capacità di smettere di fingere, di nominare la realtà, di costruire forza in
patria e di agire insieme. Questa è la strada del Canada. La scegliamo
apertamente e con fiducia. Ed è una strada aperta a qualsiasi Paese disposto a
percorrerla con noi.
L'articolo “L’ordine mondiale è finito, inizia una realtà brutale. Ecco cosa
dobbiamo fare”: il discorso del premier canadese Carney a Davos proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Parla all’indomani dell’immagine fake postata da Trump in cui si vede il
presidente americano parlare davanti ai leader europei mentre mostra un
cartellone dove la bandiera americana copre Groenlandia e Canada, che peraltro
ha ripetutamente rivendicato come 51° stato, minacciando – già ai tempi di
Trudeau – di cancellare unilateralmente gli accordi che da oltre cent’anni
regolano le relazioni tra i due Paesi. Il premier del Canada Mark Carney, nel
suo intervento al Forum Economico Mondiale di Davos, parla davanti ai leader
mondiali e si guadagna la loro – rarissima – standing ovation mentre ribadisce
il totale sostegno a Groenlandia e Danimarca, che hanno un “diritto unico e
inalienabile di determinare il futuro” dell’isola artica”, e invita le potenze
medie del mondo a collaborare per resistere alle pressioni coercitive delle
superpotenze aggressive. E sta valutando l’invio di un piccolo numero di truppe
in Groenlandia, seguendo l’esempio di altri alleati della Nato, come parte di
una dimostrazione di sostegno all’isola.
Non nomina mai Trump, ma il riferimento è chiaramente a lui. “Ogni giorno ci
viene ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi potenze”, ha
detto Carney. “Che l’ordine basato sulle regole sta svanendo. Che i forti fanno
ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono. Le potenze medie devono
agire insieme perché se non siete al tavolo, noi siamo nel menu”. Il discorso,
che secondo il New York Times avrebbe scritto di suo pugno, arriva nel momento
in cui Trump ha minacciato nuovi dazi contro i Paesi che intendono rafforzare la
loro presenza militare in Groenlandia, mentre il Canada è già stretto da tariffe
imposte da Washington che stanno avendo un pesante impatto su i settori
automobilistico, dell’acciaio, dell’alluminio e del legname. Carney, ex manager
nel settore degli investimenti e governatore delle banche centrali del Canada e
dell’Inghilterra che ha partecipato al forum di Davos una trentina di volte, ha
spiegato che gli eventi recenti hanno dimostrato che l'”ordine internazionale
basato sulle regole” è di fatto “morto”. Di conseguenza, Canada e altri paesi
non hanno altra scelta se non creare nuove alleanze per contrastare le tattiche
di pressione e intimidazione delle grandi potenze. “C’è una forte tendenza, tra
i paesi più piccoli, ad adeguarsi per evitare guai, sperando che la
sottomissione garantisca sicurezza. Non sarà così”, ha avvertito il premier
canadese, ribadendo l’impegno del Canada nel rafforzare la sicurezza del fianco
settentrionale e occidentale della Nato.
Lo scenario in caso di invasione Usa – La crescente tensione che si respira nel
continente americano ha spinto l’esercito canadese a sviluppare un modello di
risposta a un’invasione statunitense, scrive il giornale canadese ‘Globe and
Mail‘. Citando due alti funzionari governativi anonimi, il giornale ha affermato
che il modello di risposta canadese si concentra su tattiche di tipo
insurrezionale, come quelle utilizzate in Afghanistan dai combattenti che hanno
resistito alle forze sovietiche e successivamente statunitensi. Il Globe ha
riferito che i funzionari ritengono improbabile che Trump ordini un’invasione
del Canada. Dopo la sua elezione nel 2024 e nei primi mesi del suo nuovo
mandato, Trump ha ripetutamente definito il vicino settentrionale degli Stati
Uniti il 51° Stato e ha affermato che una fusione avrebbe giovato al Canada. I
colloqui di Trump sull’annessione si sono allentati negli ultimi mesi, ma la
pubblicazione di un’immagine sulla sua piattaforma social di una mappa che
mostra Canada e Venezuela coperti dalla bandiera statunitense ha riacceso le
preoccupazioni. I funzionari hanno dichiarato al Globe che, in uno scenario di
invasione, le forze statunitensi supererebbero le posizioni canadesi via terra e
via mare in appena due giorni. Poiché il Canada non dispone delle risorse
militari per resistere agli Stati Uniti, la reazione canadese sarebbe modellata
su una campagna di tipo insurrezionale, che include imboscate e “tattiche mordi
e fuggi”, si legge nel rapporto. Il Globe ha specificato che il modello in fase
di sviluppo “costituisce un quadro concettuale e teorico, non un piano militare,
che è una direttiva attuabile e graduale per l’esecuzione delle operazioni”.
L’esercito canadese non ha risposto immediatamente a una richiesta di commento
sul rapporto del Globe.
L'articolo “Il Canada si prepara in caso di invasione Usa”. Il premier Carney a
Davos: “La sottomissione non garantisce sicurezza” proviene da Il Fatto
Quotidiano.