Curiosamente è toccato a due ex banchieri centrali dare la sveglia alla politica
internazionale, ancora un po’ rintronata dai colpi ben assestati dal bizzarro
quasi ottantenne di Washington. Nel suo discorso di fronte alla fortunata élite
mondiale che ogni anno si riunisce a Davos, Mark Carney, ora primo ministro
canadese ma già governatore della Banca del Canada e della Banca d’Inghilterra,
in un audace intervento ha dichiarato solennemente che l’ordine economico
mondiale è morto e che le medie potenze economiche devono trovare nuove strade
se non vogliono essere preda dei grandi squali, Usa e Cina.
A quest’analisi ha risposto Mario Draghi nel suo recente intervento a Lovanio. I
due, amici suppongo, sono perfettamente sulla stessa linea di ragionamento: gli
Usa sono diventati, inaspettatamente, da alleati una grande minaccia per
l’ordine economico mondiale, e bisogna correre ai ripari con nuove e inedite
alleanze non solo di carattere commerciale. L’analisi di Draghi però ha una
marcia in più, almeno per noi europei.
Nelle due posizioni si possono scorgere alcune differenze. Intanto, il Canada
non è la Ue, economicamente parlando. Sembra banale ma occorre ribadirlo. La Ue
produce un quarto della ricchezza mondiale, e quindi è una super potenza
economica. Non così il Canada che ha un Pil di poco inferiore a quello italiano.
Quindi opportunamente Draghi ha invitato le nazioni europee ad abbandonare le
posizioni attendiste o rinunciatarie nei confronti dell’aggressore Trump.
L’economia dell’Unione è pari a quella degli Usa in termini reali, se non
superiore dal punto di vista industriale.
Anche la Cina, che ci fa tanta paura, è in fondo un paese ancora in via di
sviluppo con un reddito pro capite che è una frazione di quello di molti paesi
europei. Di conseguenza, la Ue può esercitare un ruolo economico a livello
internazionale che al Canada, nei fatti, non è consentito.
Di fronte ad una leadership americana che ha perso la bussola, l’Europa deve
essere decisa a sostenere le sue ragioni perché il grande debitore non siamo
noi. L’esempio cinese ci può insegnare qualcosa. Non abbiamo le terre rare o non
siamo grandi compratori di soia, ma qualcosa possiamo fare per spaventare gli
Usa di Trump. Insomma, la Ue deve mostrare i muscoli, anche per Draghi.
In secondo luogo, e quasi di sfuggita, Draghi ha citato l’euro come una
istituzione europea di grande successo. Qui non ne sarei tanto sicuro. L’euro
aveva l’ambizione di essere una moneta globale e non una moneta regionale, come
di fatto è. Moneta della seconda zona economica mondiale, avrebbe dovuto essere
competitivo nei confronti del dollaro risultando una valida alternativa. E
invece questo non è successo. Le ragioni di questo fallimento internazionale
della moneta unica andrebbero indagate a fondo. Forse la ragione risiede nel
fatto che l’Europa non è il fulcro della finanza internazionale che rimane
legata alle borse di Londra e di New York.
Abbandonando il campo dell’economia, poi Draghi si è spinto molto in là. Ha
invitato gli Stati europei ad abbandonare una visione confederale, per
abbracciare una visione federale. Questa piccola variazione linguistica ha un
impatto enorme perché significa passare da una coalizione di Stati alla
formazione di un singolo Stato. Nel suo discorso Draghi ha introdotto l’idea di
un federalismo pragmatico. Diventerà questo binomio un tormentone politico come
lo sono stati altri? Nella Prima Repubblica binomi celebri erano il centralismo
democratico o le convergenze parallele. Nella seconda, mi viene in mente
l’autonomia differenziata. Ora siamo arrivati al federalismo pragmatico di
Draghi.
Se ho capito bene questo pragmatismo ha due dimensioni. Fare quello che si può,
da qui l’intonazione pragmatica ma non rinunciataria. In secondo luogo, creare
delle istituzioni europee che abbiano un potere effettivo. Evidentemente per
l’ex governatore della Bce quelle attuali non sono all’altezza delle sfide poste
dall’ottantenne di Washington, e questo è abbastanza evidente un po’ a tutti.
Ma in che direzione andare per creare la nuova Ue? La via indicata da Draghi
sarà la strada maestra? Lascio a persone più competenti l’analisi del caso
giuridico e istituzionale. Personalmente ho sempre pensato, come molti, che il
guaio dell’Europa fosse la carenza di partecipazione democratica. In effetti,
abbiamo un’Europa degli Stati, ma non un’Europa dei popoli come spesso si
ripete. Questo risulta evidenza considerando il ruolo del tutto secondario del
Parlamento europeo.
Non so se il federalismo pragmatico di Draghi vada nella direzione, giusta ma un
po’ utopica, della costruzione degli Stati Uniti d’Europa, data la
conflittualità degli interessi nazionali, o invece non sia una scorciatoia per
dare ancora più potere a istituzioni scarsamente democratiche, per usare un
eufemismo. Aspettiamo il progetto Draghi completo, ma se la nuova Europa nascerà
sul modello dell’euro, come sembra far intendere, non credo che si farà un
grande passo avanti.
Come insegnava Karl Popper, il grande filosofo viennese, nelle scienze sociali
quello che spesso realmente conta non sono gli effetti previsti delle proprie
scelte intenzionali, ma le conseguenze del tutto involontarie e per questo
imprevedibili. Può darsi che la goffa, anche se tragica, spallata trumpiana
abbia degli esiti inattesi come quello di portare a un’idea diversa di Unione
europea, come pure a un diverso ordine economico mondiale che sappia curare le
ferite della globalizzazione. Intanto il duetto dei due ex governatori ha dato
il la e vedremo poi come continuerà la musica, di qua e di là dell’Atlantico.
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spallate di Trump: chissà se con esiti inattesi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Davanti all’Europa c’è un futuro in cui “rischia di diventare, al tempo stesso,
subordinata, divisa e deindustrializzata” in un mondo in cui “l’ordine globale è
oggi defunto”. Ma questa situazione “non è di per sé la minaccia”, lo è
piuttosto “ciò che lo sostituirà”. In questo scenario, quindi, “un’Europa
incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri
valori”. Parola di Mario Draghi che chiede uno scatto in avanti, verso la
“federazione” dei Paesi membri.
L’ex capo della Bce ed ex presidente del Consiglio ha scattato la sua fotografia
sul futuro dell’Unione ricevendo la laurea honoris causa a Leuven, in Belgio.
Uno scenario a tinte fosche, se non si troverà una strada per reagire. Un
percorso magari tortuoso, ma possibile a suo avviso: “Tra tutti coloro che oggi
si trovano stretti tra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno l’opzione di
diventare essi stessi una vera potenza – ha detto – Dobbiamo decidere: restiamo
semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiamo
i passi necessari per diventare una potenza?”.
Draghi ha quindi evidenziato che per diventare una potenza “l’Europa deve
passare dalla confederazione alla federazione”. Un passo avanti verso gli Stati
Uniti d’Europa: “Dove l’Europa si è federata – sul commercio, sulla concorrenza,
sul mercato unico, sulla politica monetaria – siamo rispettati come potenza e
negoziamo come un soggetto unico. Lo vediamo oggi negli accordi commerciali di
successo negoziati con l’India e con l’America Latina”, ha sottolineato.
“Agendo insieme, riscopriremo qualcosa che da tempo era sopito: il nostro
orgoglio, la nostra fiducia in noi stessi, la nostra fiducia nel nostro futuro.
Ed è su queste fondamenta che l’Europa sarà costruita”, ha proseguito Draghi
portando ad esempio la postura assunta dall’Ue nei giorni di grande tensione con
gli Stati Uniti riguardo alla Groenlandia. “La decisione di resistere anziché
accomodare ha richiesto all’Europa di compiere una vera valutazione strategica:
mappare le nostre leve, individuare i nostri strumenti e riflettere sulle
conseguenze dell’escalation – ha ricordato – La volontà di agire ha imposto
chiarezza sulla capacità di agire”.
E così, “uniti” di fronte a una “minaccia diretta, ha detto l’ex presidente del
Consiglio, “gli europei hanno scoperto una solidarietà che prima sembrava
irraggiungibile”. Una “determinazione condivisa” che “ha trovato riscontro
nell’opinione pubblica in un modo che nessun comunicato finale di un vertice
avrebbe potuto ottenere”. Tra le sfide, ovviamente, la tenuta dell’industria e
del commercio: “In questa fase, la strada migliore per l’Europa è quella che sta
già percorrendo: concludere accordi con partner affini che offrano
diversificazione e rafforzare la nostra posizione nelle catene di
approvvigionamento in cui siamo già critici”, ha rimarcato Draghi facendo
riferimento alle ultime intese chiuse con il Mercosur e l’India.
“È qui che oggi l’Europa esercita il proprio potere. Nel 2023 l’Ue è stata il
maggiore esportatore e importatore mondiale di beni e servizi, con importazioni
dal resto del mondo pari a 3.600 miliardi di euro. È inoltre il principale
partner commerciale di oltre 70 Paesi”, ha rimarcato specificando che l’Unione
Europea detiene “posizioni decisive in diverse industrie strategiche”. Tra
queste ha menzionato la litografia a ultravioletti estremi, tecnologia
necessaria per produrre chip avanzati, che è sostanzialmente un monopolio
europeo.
Ma non solo: “Produciamo metà degli aerei commerciali del mondo. Progettiamo i
motori che alimentano la stragrande maggioranza del trasporto marittimo
globale”. In questo contesto, ha concluso, è “sbagliato” pensare agli accordi
commerciali principalmente in termini di crescita: “Il loro scopo oggi è
strategico: rafforzare la nostra posizione e riallineare le nostre relazioni ora
che commercio e sicurezza non coincidono più pienamente. Ma questa è una
strategia di contenimento, non un punto di arrivo”.
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essere subordinata e deindustrializzata” proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’apertura di Giorgia Meloni alla necessità che l’Europa, unita, dialoghi anche
con Vladimir Putin per arrivare alla tanto attesa pace, scatena una suggestione:
la figura di Mario Draghi potrebbe essere quella giusta come inviato speciale Ue
in Ucraina, dove gli ultimi attacchi russi hanno provocato 4 morti e diversi
feriti in più regioni. Ad alimentarla sono le parole del sottosegretario alla
presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari: “Sì, se fosse per noi, sì”,
ha dichiarato a Il Foglio. Una valutazione positiva su Draghi che però non può
rappresentare una candidatura da parte del governo, spiegano fonti della
maggioranza, perché su questo argomento il boccino viene mosso in primo luogo da
Bruxelles.
E a proposito di ciò, da Bruxelles fanno sapere che la nomina di un inviato
speciale dell’Ue per l’Ucraina non è al momento all’ordine del giorno: la regia
politica sulle garanzie di sicurezza resta saldamente nelle mani della
coalizione dei Volenterosi, con il formato E3 (Regno Unito, Francia e Germania)
a guidare il lavoro sulle iniziative per il dopoguerra. A riferirlo sono più
fonti istituzionali europee a Bruxelles.
L’ipotesi di un emissario incaricato di aprire un dialogo con Mosca, precisano,
è su un piano distinto. Dopo le sollecitazioni a un contatto con Putin fatte
daMeloni ed Emmanuel Macron, l’idea circola nei palazzi europei come “nuova” e
sul tema non c’è ancora nessuna discussione concreta. Sul nome di Draghi non ci
sono preclusioni – come evidenziato dalle fonti da Bruxelles – ma l’ipotesi è
ancora prematura. La figura del nuovo inviato nascerebbe comunque più
all’interno del Consiglio europeo, senza sovrapporsi al lavoro della Commissione
e dei Volenterosi.
Intanto due giorni dopo il vertice della coalizione dei Volenterosi, Emmanuel
Macron ha incontrato in una riunione a porte chiuse tutte le forze politiche
rappresentate in parlamento per presentare loro il piano di dispiegamento di
diverse migliaia di soldati francesi in Ucraina, dopo che si sarà concluso un
accordo di pace. Secondo la leader del gruppo parlamentare France Insoumise
Mathilde Pano, la Francia potrebbe inviare “6mila soldati” in Ucraina. Lo
riporta Le Monde. Alla riunione hanno partecipato anche il premier, il ministro
delle Forze Armate, il capo di Stato Maggiore, i presidenti dell’Assemblea
Nazionale e del Senato.
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Francia pronta a inviare 6mila soldati” proviene da Il Fatto Quotidiano.