Sorpresa per Flea che dai Red Hot Chili Peppers plana al debutto solista con
l’album “Honora”, in uscita il 27 marzo e anticipato dal brano “Traffic Lights”
con Thom Yorke e Josh Johnson. Dopo quasi 50 anni di onorata carriera come
bassista di una delle band storiche della musica internazionali, Flea ha
abbracciato il jazz e la tromba. Il titolo “Honora” prende il nome da un amato
membro della famiglia, Flea ha composto e arrangiato la musica, oltre a suonare
la tromba e il basso in tutto l’album, affiancato da un gruppo il jazz moderno.
Come ha raccontato Flea, la scoperta del jazz avviene da bambino, quando alcuni
amici di famiglia suonavano insieme nel salotto di casa sua: “È stata la cosa
più bella che abbia mai visto. La follia, il calore e l’unità. Bebop puro. Boom.
Capii che esistevano cose più elevate su questa terra, ben al di sopra della
meschinità che mi aveva lasciato scoraggiato. La sacra triade della mia vita,
musica, sport e natura, era completa. Ricordo che mentre suonavano, mi rotolavo
per terra dalle risate. Non potevo credere, non potevo credere, che fossero
capaci di fare una cosa del genere. Era un miracolo”.
“Ho sempre desiderato tornare a suonare la tromba – ha ammesso Flea – Ma alla
fine abbiamo fatto tutti quei dischi di successo e abbiamo fatto quello che
facevamo, e ha iniziato a sembrare impossibile. Ci provavo per qualche mese, e
poi venivo sopraffatto dai Red Hot Chili Peppers e dalla vita, dal ritmo
frenetico di tutto”. Tre anni fa Flea ha iniziato a esercitarsi ogni giorno, che
fosse in tour con la band, a casa o sul set di un film fino a creare “Honora”.
“È stato meraviglioso fin dal primo secondo – ha detto Flea -. Non c’è mai stato
un momento in cui ho pensato: ‘Oh no, non so se funzionerà. Non so se hanno
davvero capito cosa sto facendo’. Cosa che sarebbe potuta accadere. Credo in me
stesso, ma temevo che potessero pensare, sottovoce, ‘Non sai suonare, cazzo’.
Invece è successo esattamente il contrario. I miei giorni da dipendente dalla
droga sono ormai lontani, ma mi sentivo davvero come se fossi sotto l’effetto di
droghe per tutto il tempo delle registrazioni. Ogni volta che ci sedevamo a
suonare, mi sentivo come se fluttuassi con loro”.
L'articolo “Mi sentivo sotto l’effetto di droghe per tutto il tempo delle
registrazioni”: la svolta jazz di Flea con tromba e basso. Ma non lascia i Red
Hot Chili Peppers proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Band
Le Bambole di Pezza sono la prima band interamente femminile a calcare il palco
del Festival di Sanremo 2026 e unica band in gara quest’anno Il gruppo, composto
da Morgana (chitarra solista), Cloe (voce), Dani (chitarra ritmica), Xina
(batteria) e Kaj (basso), porta in gara il brano “Resta con me”, una power
ballad scritta con Nesli che racchiude la loro filosofia: “Se si resta uniti e
si tiene duro, si possono raggiungere obiettivi importanti”. Un inno alla
“sorellanza” e un invito “a restare insieme nei momenti difficili”. Per la
serata delle cover, la scelta è ricaduta su Cristina D’Avena, con cui canteranno
“Occhi di gatto”: “Abbiamo creato una versione ‘bambolizzata’ della canzone e
sarà molto rock proprio come ha voluto lei”.
Subito dopo il Festival, la band tornerà alla sua dimensione naturale, il live,
con un tour nei club che toccherà le principali città italiane da aprile a
maggio. Queste le date annunciate: 15 aprile (Milano, Fabrique); 21 aprile
(Firenze, Viper); 23 aprile (Padova, Hall); 28 aprile (Torino, Concordia); 6
maggio (Bologna, Estragon); 7 maggio (Roma, Atlantico); 9 maggio (Napoli, Casa
della Musica).
“Carlo Conti ci ha chiamate per il Festival ed è un grande onore e “finalmente”
perché si è dimostrato una persona illuminata. Essere su quel palco con degli
strumenti da suonare come unica band rock è grandissima responsabilità. Non ce
l’aspettavamo di essere chiamate, ma cerchiamo di coronare questo sogno da un
bel po’”, ha detto la band a FqMagazine.
“CI SONO STATI CONFLITTI TRA NOI CHE ABBIAMO SUPERATO”
“Il nostro brano ‘Resta con me’ invita a restare uniti di fronte a momenti di
difficoltà. Con questo senso di una sorellanza, perché noi ci siamo rese conto
che è solo grazie a questa unione tra di noi che si possono raggiungere grandi
obiettivi. Come, per esempio, è stato questo di Sanremo. Ci siamo trovate mille
volte in difficoltà, con ostacoli enormi, o anche perché no, con dei conflitti
anche tra di noi, però è stato solo guardandoci in faccia, dicendoci “ok, ce la
possiamo fare, qual è il problema, cerchiamo di capire dove era la questione del
conflitto” e grazie a questo processo abbiamo imparato giorno dopo giorno a
diventare sempre più unite e soprattutto a mantenere la strada verso questo
obiettivo”.
“La nostra è una storia che inizia tanti anni fa e quindi proprio per quello
andiamo a dire abbiamo anche tanto fatto tanta gavetta diciamo, abbiamo calcato
tanti palchi piccoli, andavamo in giro con una macchina scassata quindi il fatto
di aver fatto questo percorso così lungo e tortuoso ci rende davvero orgogliose
di poter arrivare su questo palco appunto come prima band femminile.
“LA DONNA È MESSAGGERA DI PACE”
“Stiamo vivendo questo momento purtroppo pieno di conflitti in questo momento il
mondo è veramente troppo pieno di odio. Vogliamo portar avanti un discorso di
pace, le donne spesso anche negli anni passati hanno sempre portato avanti dei
discorsi pacifisti, forse proprio perché in qualche modo procreando, teniamo
particolarmente al senso della vita in quanto proprio possibilità di esistere,
il fatto che esistano atrocità tali ci sembra qualcosa di molto ingiusto a cui,
insomma, speriamo in qualche modo di contribuire nel cambiamento culturale e
anche contro la violenza, ovviamente, altro tema per noi fondamentale”.
“POCA SOLIDARIETÀ FEMMINILE? NON È VERO, È UN MITO DA SFATARE”
“Non è proprio vero che c ‘è più solidarietà tra gli uomini che tra le donne. È
una cosa che un po’ ci viene insegnata. C’è anche tanto pregiudizio su questa
cosa qui, a volte siamo noi stesse a partire prevenute nei confrotti delle altre
donne e quando in realtà c ‘è molto sostegno tra noi. Cioè credo che comunque la
società incoraggi di più i legami maschili che quelli femminili e una delle
nostre missioni è invece cercare di rafforzare il più possibile quelli femminili
e riconoscere che siamo una collettività che ha delle istanze che vanno portate
avanti in comune e quindi cercare di sfatare questo mito della rivalità
femminile. Sì, è un mito, è proprio una specie di luogo comune e quasi ci viene
detto che è così e a volte è a furia di ripeterti qualcosa. Tutti quanti
litigano, tutti quanti fanno pace e anzi a volte le donne riescono a
trasmettersi una profondità e ad avere il coraggio di piangere l’una davanti
all’altra, di trasmettersi delle emozioni molto più profondamente rispetto
magari a rapporti maschili, quindi in realtà io penso sia proprio un mito. E noi
vogliamo sfatarlo”
L'articolo “A Sanremo 2026 Cristina D’Avena sarà rocker come noi. Tra donne c’è
solidarietà, sfatiamo il mito di questa società. Noi donne dobbiamo restare
unite.”: così Le Bambole di Pezza proviene da Il Fatto Quotidiano.
Alla vigilia della sua partecipazione all’11esimo Festival di Sanremo della sua
carriera con “Il meglio di me”, Francesco Renga in un incontro con la stampa ha
ripercorso le fasi salienti del suo percorso artistico e di come i Timoria sia
stati per lui “famiglia”, in un momento importante della sua vita.
La band nel 1991 ha vinto il Premio della Critica per “L’uomo che ride”. Di quel
periodo Renga ha ricordato: “Molto bello, anche se per la scena rock da cui
provenivamo la nostra scelta era uno scandalo, fu giusto andare al Festival con
quella canzone che era bellissima, perché Omar scriveva e scrive divinamente.
Reunion? Ogni anno che passa diventa più difficile”.
Omar Pedrini risponde mentre è in scena a teatro con “Canzoni sul saper vivere
ad uso delle nuove generazioni”. Lo spettacolo di teatro-canzone di Pedrini è
ispirato al situazionista Raoul Vaneigem (1967), e invita i giovani “a vivere
autenticamente, cercando amore, creatività e piacere contro l’impoverimento dei
valori”. Il repertorio esplora la consapevolezza e la crescita personale con
leggerezza.
“Ringrazio Francesco per le belle parole e ricambio. – ha affermato Pedrini come
riporta Brescia Oggi – Le sue dichiarazioni affettuose mi fanno piacere, del
resto da tempo ci siamo rappacificati e l’affetto è reciproco. Però le distanze
artistiche sono incolmabili, io mi sento molto vicino con la mia amata OP band
ai Timoria della seconda fase, quella senza una voce importante e più rock
band”.
E ancora: “Una grande emozione quest’anno celebrare il 35ennale del primo Premio
della Critica per i giovani introdotto per i Timoria nel 1991, e
contemporaneamente il più grande successo dei Timoria ottenuto senza Renga con
il 25ennale di Sole Spento, ultimo disco d’oro dei Timo. Strani scherzi del
destino! Un abbraccio e una carezza a Francesco. La Reunion? Magari, un giorno
un giro alla Page & Plant”. È solo una simpatica battuta?
L'articolo Francesco Renga: “Reunion coi Timoria? Ogni anno che passa diventa
più difficile”. Omar Pedrini conferma: “Le distanze artistiche sono incolmabili”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
È molto interessante il docu-film in tre episodi “Take That”, disponibile su
Netflix e dedicato ad una delle boy band britanniche più amate della storia
della musica mondiale. È la storia di cinque ragazzi diversi tra loro Gary
Barlow, Howard Donald, Mark Owen, Jason Orange e Robbie Williams., uniti da un
progetto ideato da un lungimirante manager, Nigel-Martin Smith. Il dietro le
quinte di una storia unica fatta di successi con alle spalle dodici singoli al
primo posto nel Regno Unito e oltre quarantacinque milioni di dischi venduti in
tutto il mondo. Ma ci sono anche cadute violente, incomprensioni, rivalità,
strappi, addii e inaspettate reunion.
La prima puntata racconta la genesi del progetto. Il manager Smith aveva in
mente di ricreare in Europa un successo simile a quello degli americani New Kids
on the Block. Canzoni pop con coreografie mozzafiato. Smith “sposa”
artisticamente da subito Gary, sodalizio che rimarrà forte anche nel corso degli
anni e che comporterà le frizioni all’interno della band, soprattutto da Robbie
Williams che non si è mai sentito valorizzato appieno.
La voce narrante del documentario è soprattutto quella di Gary, mentre manca
Robbie Williams che però compare con l’audio di alcune vecchie interviste.
“Eravamo i ragazzi della classe operaia con una grande possibilità nella vita”,
ha detto Gary. Sin dalle prime immagini della prima puntata si capisce molto del
carattere e della personalità di ciascun componente della band. In un camerino
c’è Gary che si prepara vocalmente per “Back For Good”, Robbie Williams con il
suo carattere spicca davanti alla telecamera e lascia presagire quello che poi
avverrà qualche anno dopo.
Le audizioni, la formazione, la preparazione delle coreografie e la gavetta dura
fatta di serate nei locali gay (“ci amavano, ottimo per costruire una fanbase”),
poi i club, le riunioni studentesche ai licei… Piano piano il nome inizia a
circolare e la band comincia a consolidarsi: “Ci stavamo conoscendo meglio,
stavamo iniziando a diventare amici. Capimmo che dovevamo puntare ad un pubblico
giovane quindi andammo negli auditori e nelle assemblee di scuola. Uscimmo dalle
scuole e piano piano aumentavano i fan. Alla mattina andavamo a scuola e nella
notte ai club gay. Le ragazze volevano strapparci gli abiti di dosso”.
Insomma, dopo aver firmato un contratto, l’incognita più grande era firmare una
hit. Di certo il singolo e il video “Do what U like” del 1991 aveva come intento
quello di catturare l’attenzione, cosa che poi è avvenuta con i sederi in vista
dei ragazzi e mutande di metallo su dei leggins. La svolta arriva con “Pray” del
1993 che dà il via definitivo all’avventura musicale dei Take That.
Però inizia la pressione, la riceca spasmodica della hit, la sensazione della
trasformazione “da amici ad azienda, macchina per soldi per tante persone”. Le
cose iniziano seriamente a cambiare con “Back For Good” del 1995, forse il più
grande successo della band. “È stato l’inizio della fine – ha detto Gary -.
L’ego si era gonfiato, ciascuno voleva il suo spazio. Iniziavano gli attriti con
Robbie”. E Williams stesso lo ha ammesso: “Ero depresso tornavo in hotel mi
scolavo una bottiglia di vodka fino a perdere i sensi, avevo 19/20 anni ed ero
un alcolizzato furibondo”.
Ai Take That mancava la fiducia non sono negli altri ma soprattutto con se
stessi. Gary Barlow si rifiutava di condividere le responsabilità di
compositore, Robbie Williams aveva un ego chiuso in gabbia, Jason Orange veniva
incoraggiato a non cantare perché considerato solo come ballerino.
La seconda puntata inizia dall’addio di Robbie nel luglio del 1995 e quello che
è accaduto successivamente. “Vedevamo Robbie e quello che faceva – dice Gary -,
lui rappresentava una boccata d’aria fresca, mentre noi eravamo fermi”. Ed ecco
che appena un anno dopo l’addio di Robbie, arriva nel febbraio 1996 lo
scioglimento dei Take That. Da quel momento Williams punzecchia spesso Gary, con
cui sentiva la rivalità all’interno della band. Barlow fatica per la sua
carriera da solista e inizia a prendere peso e inizia ad avere disturbi
alimentari, si rintana in casa, viene mollato dalla casa discografica dopo i
flop dei suoi singoli. C’è Howard Donald che senza lavoro né prospettive cade in
preda alla depressione e pensa a suicidarsi, buttandonsi nel Tamigi: “Ma non ce
l’ho fatta, sono stato troppo vigliacco”.
La terza puntata è quella della rinascita. La reunion del 2005, la voglia di
riappacificarsi, il ritorno di Robbie Williams per un tour unico Progress Live.
Gli 8 concerti all’Etihad Stadium e al Wembley Stadium superano il precedente
record detenuto dal Bad World Tour di Michael Jackson nel 1988. Dal 2014 i Take
That rimangono in tre Gary Barlow, Howard Donald e Mark Owen. Jason Orange
decide di ritirarsi a vita privata. Il trio non si è mai fermato, tanto che
partirà il The Circus Live Tour dal 29 maggio da Southampton e toccherà stadi a
Coventry, Manchester (Etihad Stadium), Londra, Glasgow, Cardiff e Dublino.
Ospiti speciali i The Script e Belinda Carlisle. Non è prevista la
partecipazione al momento di Robbie Williams, impegnato con la promozione del
suo ultimo disco “BritPop”.
Barlow ammette di essere stato un maniaco del controllo che, negli Anni 90,
considerava i Take That semplicemente come un veicolo per le sue ambizioni di
compositore. Solo lo scioglimento e la successiva reunion della band gli hanno
permesso di comprendere quanto avesse bisogno dei suoi compagni, esattamente
come loro avevano bisogno di lui. Quello che è certo è che le band costruite a
tavolino con personalità diametralmente opposte alla fine fanno i conti con
rivalità, parole non dette e incomprensioni.
Non è una regola, si sa, ma l’esempio narrato in questo docu-film è lampante.
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L'articolo I disturbi alimentari di Gary Barlow, l’alcolismo di Robbie Williams
e i pensieri suicidi di Howard Donald: la storia dei Take That insegna che i
progetti nati a tavolino non reggono proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mondo della musica sotto choc. Ross Davidson, noto come il nome d’arte Ross Wild
ed ex cantante degli Spandau Ballet, è stato riconosciuto colpevole di stupro e
tentato stupro. Davidson, 37 anni, è stato giudicato colpevole da una giuria
della Wood Green Crown Court dopo oltre 11 ore di camera di consiglio. Lo
riporta la BBC. I fatti contestati riguardano lo stupro di una donna avvenuto a
Londra nel 2015 e il tentato stupro e un’aggressione sessuale ai danni di
un’altra donna in Thailandia nel 2019. Ross Davidson aveva negato tutte le
accuse.
Secondo quanto emerso in aula, come riporta la BBC, Davidson aveva conosciuto
entrambe le vittime tramite l’app di incontri Tinder. Durante il processo ha
sostenuto che tutti i rapporti sessuali fossero consensuali, una versione
respinta dalla giuria. Una delle vittime ha raccontato di essersi svegliata
mentre l’imputato la stava aggredendo nel suo appartamento di Londra. La donna
ha dichiarato di essersi sentita “inerme” e “troppo spaventata per reagire”,
riferendo inoltre che Davidson le aveva confidato un interesse per rapporti
sessuali con persone “inermi o immobili”.
Nel procedimento è emerso anche che Davidson aveva già ammesso una precedente
accusa di voyeurismo relativa al dicembre 2019, quando aveva filmato di nascosto
la seconda donna mentre dormiva in una stanza d’albergo in Thailandia. Il video,
rinvenuto sul telefono dell’imputato, mostrava la donna “addormentata, immobile
e non reattiva”, parzialmente nuda, mentre veniva toccata. La vittima ha
dichiarato di non essere mai stata a conoscenza dell’esistenza del filmato.
Ross Davidso era noto al pubblico per aver collaborato con gli Spandau Ballet
nel 2018, per aver recitato nel musical del West End “We Will Rock You”,
ispirato alle canzoni dei Queen, e nel film “Bruno & Earlene Go to Vegas”
(2013).
L'articolo Ross Wild condannato per stupro: l’ex cantante degli Spandau Ballet
aveva negato tutte le accuse proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo 25 anni i C.S.I. – Consorzio Suonatori Indipendenti – tornano insieme. “In
Viaggio”, titolo di uno dei brani più famosi della band, è il percorso live che
riporta sul palco una delle esperienze artistiche più radicali e influenti della
musica italiana. Un ritorno che riunisce Giovanni Lindo Ferretti, Massimo
Zamboni, Gianni Maroccolo, Ginevra Di Marco, Francesco Magnelli e Giorgio
Canali. Il tour partirà simbolicamente proprio da Marzabotto (luogo fondativo
del loro immaginario), per poi attraversare l’Italia tra agosto e settembre, in
6 date.
Per Giovanni Lindo Ferretti, l’idea che i C.S.I. fossero definitivamente
conclusi era più che radicata: “Essenziali sono le cose che accadono” dice.
L’esperienza recente sul palco con i CCCP, si è trasformata in domanda e poi in
desiderio. “Immaginare un ritorno dei C.S.I era un abominio. Dopo il concerto
dei CCCP a Taormina ho pensato che fosse finita – spiega Ferretti -. Finita
molto bene, certo, ma poi mi sono detto: adesso posso pormi il problema C.S.I.
Sono tornato a casa e ho scritto ai miei compari: lasciatemi stare ad agosto ma
da settembre se siete interessati anche solo per vederci, io ci sono”.
Tra loro, ammette, “c’è affetto ma siamo molto indipendenti gli uni dagli altri
e avevamo qualche remora”. Poi si sono incontrati a pranzo “ed è stato molto
piacevole, ci legava un profondo senso di riconoscenza e abbiamo pensato di
poter rimanere vivi e salire sul palco perché c’è un pubblico che aspetta di
rivedere i C.S.I. Ne abbiamo parlato e ci è sembrata una opzione ragionevole”.
Il primo ostacolo è stata la scaletta. Poi le cose hanno cominciato ad accadere,
una dopo l’altra. “Per me bisognava iniziare con ‘A tratti’. Lo dico ai miei
compagni. Passano pochi giorni e arriva Maroccolo. Dice che Valerio Mastranderea
ha una casa di produzione indipendente (Damocle, fondata assieme a Francesco
Tatò, ndr) e bisogna che realizziamo un film di questa storia. Perché no?
Dobbiamo fare sul palco quello che i fan vorrebbero sentire da noi”. Poco dopo
arriva la telefonata di Zamboni: “C’è una richiesta per un concerto a Ulan
Bator”. La Mongolia non è un nome a caso ma il luogo da cui nacque il loro terzo
album in studio, ‘Tabula Rasa Elettrificata’, punto di fuga di un’intera
traiettoria artistica, che ora è il loro traguardo.
C.S.I. punto di riferimento esistenziale oltre che musicale è Ferretti non lo
nega: ”È un dato di fatto. Ci ritroveremo e ci guarderemo. Sono passati
trent’anni. Siamo cresciuti e invecchiati. ‘In viaggio’ è questa cosa qua: sai
quando parti ma non hai idea di quello che incontrerai lungo la strada. Siamo
abbastanza vecchi per non farci entusiasmare troppo dalla meraviglia o farci
abbattere dalla miseria”.
Ginevra Di Marco parla di uno spazio che si crea ogni volta che i C.S.I.
suonano: “Un universo bellissimo” e sottolinea la scelta di biglietti a prezzi
accessibili, mai oltre i 48 euro. “Un segno di vicinanza al nostro pubblico”. E
se Massimo Zamboni scherza definendo il ritorno sul palco “un incubo”, Giorgio
Canali, che per anni ha cercato di prendere le distanze, chiude il cerchio a
modo suo: dopo polemiche e strumentalizzazioni la sua risposta è stata una: “E
allora vaffanculo: C.S.I.”.
Il tour 2026, così come il film, si chiamerà ‘In viaggio’: “E sarà anche la
prima canzone che ascolterete in scaletta, se non cambiamo idea. I C.S.I. ci
sono, se non muoiono loro o il mondo, alla fine dell’estate faranno sei
concerti”.
L'articolo “Siamo abbastanza vecchi per non farci entusiasmare troppo dalla
meraviglia o farci abbattere dalla miseria”: dopo 25 anni i C.S.I. tornano
insieme proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il mondo della musica è in lutto. Francis Buchholz, bassista tedesco della band
hard rock degli Scorpions, è morto per un tumore all’età di 71 anni. La notizia
è stata confermata dal management del gruppo, dopo che la famiglia aveva
annunciato la scomparsa su Facebook. Buchholz ha fatto parte degli Scorpions dal
1973 al 1992.
“Si è spento serenamente, circondato dall’amore – ha scritto la famiglia nel
messaggio pubblicato sui social -. Durante la sua battaglia contro il cancro gli
siamo stati accanto, affrontando ogni sfida come una famiglia, proprio come ci
ha insegnato lui”.
Un pensiero è stato rivolto anche ai fan: “Vogliamo ringraziarvi per la vostra
incrollabile fedeltà, per l’amore e la fiducia che gli avete dimostrato nel
corso del suo straordinario viaggio. Gli avete donato il mondo, e lui vi ha
restituito la sua musica”. E ancora: “Anche se le corde ora tacciono, la sua
anima continuerà a vivere in ogni nota che ha suonato e in ogni vita che ha
toccato”.
Nato ad Hannover il 19 febbraio 1954, Buchholz aveva iniziato a suonare già in
giovane età in diverse formazioni. Nel 1972 il suo gruppo, i Dawn Road, si unì
agli Scorpions. Con la band partecipò alla realizzazione di alcuni dei brani più
celebri, tra cui Rock You Like a Hurricane, Still Loving You e Wind of Change.
Nel 1992 gli Scorpions raggiunsero il successo planetario con l’album Crazy
World. Nello stesso anno Buchholz lasciò il gruppo per dedicarsi alla vita
familiare. In seguito, secondo quanto riportato dalla rivista “Rolling Stone”,
lavorò come consulente nell’industria musicale. Scrisse il libro “Bass Magic” e
nel 2005 tornò ad esibirsi in live unendosi al tour del chitarrista Uli Jon
Roth, ex Dawn Road e Scorpions.
L'articolo È morto Francis Buchholz, bassista della band hard rock degli
Scorpions. La famiglia “Si è spento circondato dall’amore. Durante il cancro gli
siamo stati accanto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
È ufficiale: i C.S.I. tornano insieme. E la cosa interessante non è nemmeno la
reunion in sé, né il solito carico di polemiche preventive che l’accompagna.
Quelle arrivano sempre puntuali: nostalgia, soldi, incoerenze politiche, passato
che non passa. Tutto già sentito. Tutto prevedibile. E in fondo anche
irrilevante. Perché il ritorno dei C.S.I. non riguarda il passato da rimettere
in scena, ma il tempo che siamo diventati. Riguarda una generazione che oggi si
ritrova adulta, spesso stanca, con addosso il proprio carico di disillusione, e
che all’improvviso viene rimandata a un momento in cui la musica non era solo
intrattenimento, ma un linguaggio condiviso. Un’idea. Qualcosa che includeva
prese di posizione nette.
Vallo a spiegare oggi cosa sono stati i C.S.I. Se incappi nella loro musica,
scoprirai quanto certi testi, certe svisate, restino tragicamente attuali:
“Ci fotte la guerra che armi non ha
Ci fotte la pace che ammazza qua e là
Ci fottono i preti, i pope, i mullah
L’ONU, la NATO, la civiltà” (daCupe vampe).
Testi che chiedono attenzione, per potersi rivelare. I C.S.I. non tornano per
spiegarci nulla. Tornano, punto. E questo basta a rimettere al centro del
discorso alcune questioni inspiegabilmente diluite nel tempo di questo presente.
Non domande ma riflessioni, su cosa significhi appartenere a qualcosa. Su quanto
costi, nel tempo, tenere la barra dritta quando l’entusiasmo giovanile lascia il
posto alla consapevolezza.
Nove frasi semplici, stanno lì come chiodi piantati nel muro:
1. Siamo stati più radicali di quanto ricordiamo.
2. Abbiamo confuso il compromesso con la maturità.
3. La musica è diventata sottofondo, non più scontro.
4. La nostalgia non è sempre una fuga.
5. Il disagio non è un difetto da correggere.
6. Le contraddizioni sono necessarie.
7. Il tempo non aggiusta tutto.
8. Alcune ferite non si rimarginano.
9. Chi è stato è stato e chi è stato non è.
Nove, per restare fedeli alle consuetudini che regolano questo blog. Ripartire
da qui aiuta a capire perché questa reunion pesa più di tante altre. Perché non
si limita a riattivare un repertorio, ma riattiva uno sguardo, per quanto
scomodo e anche divisivo. Non importa quante saranno le date, né se questo
ritorno durerà una stagione o qualcosa di più. Non importa nemmeno se qualcuno
parlerà di operazione nostalgia. La nostalgia, quando è onesta, non è un
rifugio: è un confronto. Serve a misurare la distanza tra ciò che siamo stati,
ciò che siamo e ciò che accettiamo di diventare.
Al solito, chiudo con una connessione musicale: una playlist dedicata,
disponibile gratuitamente sul mio canale Spotify (link qui sotto). Se vuoi dire
la tua, fallo nei commenti — o, meglio ancora, sulla mia pagina Facebook
pubblica, dove questo blog vive davvero. È lì che il dibattito continua, si
contorce e a volte … deraglia. E sì: se ne leggono di tutti i colori. Ti
aspetto.
9 Canzoni 9 … dei C.S.I
L'articolo La reunion dei C.S.I. pesa più di tante altre. Con loro torna un’idea
proviene da Il Fatto Quotidiano.