Il figlio della futura regina di Norvegia, Marius Borg Hoiby, è stato arrestato
con l’accusa di aggressione, minacce e violazione di un ordine restrittivo. Lo
ha dichiarato la polizia norvegese. “Il distretto di polizia di Oslo può
confermare che Marius Borg Hoiby è stato arrestato domenica sera, sospettato di
lesioni personali, minacce con un coltello e violazione di un ordine
restrittivo”, ha dichiarato la polizia in un comunicato. Ha aggiunto di aver
chiesto che Hoiby fosse tenuto in custodia cautelare per quattro settimane “per
rischio di recidiva”.
Il 29enne, nato prima che sua madre Mette-Marit Tjessem Hoiby sposasse il
principe ereditario norvegese Haakon, viene processato da oggi martedì 3
febbraio al tribunale distrettuale di Oslo con l’accusa di 38 capi d’accusa, tra
cui quattro presunti stupri e aggressioni contro ex fidanzate. Hoiby ha ammesso
alcuni reati minori, ma nega le accuse più gravi. Diverse ex fidanzate sono ora
querelanti nel caso contro di lui, e lui ha l’ordine tassativo di non
contattarle. Rischia fino a 16 anni di carcere se il tribunale distrettuale di
Oslo lo dichiarasse colpevole. Il processo durerà fino al 19 marzo.
Dunque si è aperto a Oslo il processo per violenza sessuale del figlio della
principessa Mette-Marit. Marius Borg Hoiby è comparso davanti al tribunale di
Oslo con l’accusa di aver violentato quattro donne e aggredito diverse ex
fidanzate, secondo quanto riferito da un giornalista dell’Afp presente in aula.
I pubblici ministeri hanno affermato che potrebbe rischiare fino a 10 anni di
carcere se condannato al processo. Il tribunale ha spiegato che alcune parti del
procedimento si svolgeranno a porte chiuse. Il team della difesa di Hoiby ha
affermato che egli “nega tutte le accuse di abusi sessuali, nonché la maggior
parte delle accuse di violenza”.
Al processo sono state imposte molte restrizioni, compreso il divieto di
scattare foto a Marius Borg Hoiby dentro o fuori dall’aula. È stato inoltre
vietata la diffusione di qualsiasi dettaglio che possa identificare le quattro
donne che si presume abbia violentato.
La famiglia reale non parteciperà ad alcun procedimento nell’aula 250 del
tribunale distrettuale di Oslo. Anzi, re Harald V e la regina Sonja si
recheranno alle Olimpiadi invernali in Italia, ulteriore prova di quanto il
figliastro del principe ereditario Haakon sia isolato.
Nel frattempo emergono rivelazioni anche su sua madre, la principessa
Mette-Marit, in merito ai suoi rapporti con il finanziere morto in carcere
Jeffrey Epstein. Il nome della principessa compare infatti in centinaia delle
nuove mail rese note la scorsa settimana dal Dipartimento di Giustizia
americano. Mette-Marit ha ammesso di aver mostrato “scarsa capacità di
giudizio”. La principessa, che già nel 2019 aveva detto di essersi pentita dei
suoi rapporti con il finanziere pedofilo, ha dichiarato di “assumersi la
responsabilità di non aver indagato più a fondo sul passato di Epstein e di non
aver capito prima che tipo di persona fosse”. Ha quindi aggiunto “mi pento di
aver avuto contatti con Epstein. È semplicemente imbarazzante”.
L'articolo Marius Borg Hoiby è stato arrestato, poi via al processo per violenza
sessuale del figlio della principessa di Norvegia Mette-Marit. Il giudice:
“Niente foto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Stupro
Mondo della musica sotto choc. Ross Davidson, noto come il nome d’arte Ross Wild
ed ex cantante degli Spandau Ballet, è stato riconosciuto colpevole di stupro e
tentato stupro. Davidson, 37 anni, è stato giudicato colpevole da una giuria
della Wood Green Crown Court dopo oltre 11 ore di camera di consiglio. Lo
riporta la BBC. I fatti contestati riguardano lo stupro di una donna avvenuto a
Londra nel 2015 e il tentato stupro e un’aggressione sessuale ai danni di
un’altra donna in Thailandia nel 2019. Ross Davidson aveva negato tutte le
accuse.
Secondo quanto emerso in aula, come riporta la BBC, Davidson aveva conosciuto
entrambe le vittime tramite l’app di incontri Tinder. Durante il processo ha
sostenuto che tutti i rapporti sessuali fossero consensuali, una versione
respinta dalla giuria. Una delle vittime ha raccontato di essersi svegliata
mentre l’imputato la stava aggredendo nel suo appartamento di Londra. La donna
ha dichiarato di essersi sentita “inerme” e “troppo spaventata per reagire”,
riferendo inoltre che Davidson le aveva confidato un interesse per rapporti
sessuali con persone “inermi o immobili”.
Nel procedimento è emerso anche che Davidson aveva già ammesso una precedente
accusa di voyeurismo relativa al dicembre 2019, quando aveva filmato di nascosto
la seconda donna mentre dormiva in una stanza d’albergo in Thailandia. Il video,
rinvenuto sul telefono dell’imputato, mostrava la donna “addormentata, immobile
e non reattiva”, parzialmente nuda, mentre veniva toccata. La vittima ha
dichiarato di non essere mai stata a conoscenza dell’esistenza del filmato.
Ross Davidso era noto al pubblico per aver collaborato con gli Spandau Ballet
nel 2018, per aver recitato nel musical del West End “We Will Rock You”,
ispirato alle canzoni dei Queen, e nel film “Bruno & Earlene Go to Vegas”
(2013).
L'articolo Ross Wild condannato per stupro: l’ex cantante degli Spandau Ballet
aveva negato tutte le accuse proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nonostante la Camera avesse già dato il via libera all’unanimità e nonostante
l’asse bipartisan tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, la destra – su spinta
della Lega – ha modificato il testo del disegno di legge sulla violenza
sessuale. La commissione Giustizia del Senato ha, infatti, votato per l’adozione
del testo base proposto da Giulia Bongiorno, relatrice del provvedimento e
senatrice del Carroccio, nella nuova versione al centro di forti polemiche.
La riformulazione aumenta le sanzioni, grazie all’ulteriore modifica presentata
oggi dalla stessa Bongiorno, ma introduce la “volontà contraria” a un rapporto
sessuale, al posto del “consenso libero e attuale“ che, se manca, definisce il
reato di violenza. Va ricordato che l’introduzione esplicita del “consenso” è
richiesta dalla convenzione di Istanbul e da tutte le associazioni che si
battono per i diritti delle donne. A votare a favore tutti i partiti che
sostengono il governo Meloni, mentre si sono espresse contro le opposizioni (Pd,
M5s, Italia viva e Avs). “Anche la presidente della commissione Giustizia e
relatrice del disegno di legge sulla violenza sessuale, Giulia Bongiorno, ha
votato e l’esito finale è di 12 voti favorevoli e 10 contrari“, rende noto la
senatrice del Pd, Valeria Valente, al termine del voto.
La riformulazione è ritenuta inaccettabile dalle opposizioni. “È una questione
di merito e una questione di metodo. Nel merito, ancora una volta saranno le
donne a dover dimostrare di aver subito violenza e ancora una volta possono non
essere credute. Ed è una questione di metodo: c’era un patto tra la leader del
maggior partito di opposizione, la segretaria del Pd Schlein, e la premier
Meloni, un patto chiesto dalle donne per avere una legge più giusta e che non le
renda vittime una seconda volta. Il patto è stato tradito per assecondare la
peggiore cultura maschilista presente nella maggioranza, con la complicità
proprio di due donne, Bongiorno e Meloni. Così sono state tradite ancora una
volta tutte le donne”, attacca una nota Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera
dei deputati. “La presidente Bongiorno non si è attenuta alle intese che avevamo
raggiunto: eravamo quasi giunti ad un testo condiviso e invece lei ha presentato
un testo che stravolge tutto”, sottolinea la senatrice Ada Lopreiato del
Movimento 5 stelle . “Si è rimangiata quanto detto anche fuori dalla commissione
circa l’importanza del concetto di consenso. Parlare oggi di un ‘dissenso
ammorbidito’ è dire tutt’altro”, aggiunge Lopreiato. Sulla stessa linea la
senatrice dell’Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi: “La presidente Bongiorno
ci fa ritornare indietro nel tempo. La proposta sulla violenza sessuale e sul
libero consenso è stata stravolta, rivoltata. Una beffa. Aumentano le pene
mentre rimane l’arretramento sui diritti. Oggi il tema per difendere le donne è
il consenso. Non vedere questo, significa non aver capito nulla”, insiste
Cucchi.
Proprio perché il testo base adottato oggi nella riformulazione della relatrice
Giulia Bongiorno “è cambiato completamente” al Senato i gruppi di opposizione
hanno chiesto e ottenuto di fare nuove audizioni sul disegno di legge. Entro
giovedì, primo febbraio, i gruppi parlamentari potranno presentare richieste di
audizioni. In base al calendario dei lavori parlamentari, l’esame del testo
dovrebbe cominciare in Aula il 10 febbraio.
Intanto Bongiorno difende la riformulazione. “Posso dire in maniera chiara e
categorica che il patto era per mettere al centro di questa legge la volontà
della donna, patto stra rispettato“, ha detto la leghista. “Io non credo sia
corretto parlare delle interlocuzioni all’interno della maggioranza”, ha detto
rispondendo alla domanda se avesse parlato con la premier Giorgia Meloni del
nuovo testo del disegno di legge. “Secondo me – ha aggiunto – questo testo fa un
passo avanti rispetto alla Camera perché salvo chi parla senza leggere il testo,
tutta la parte mia del freezing lì non c’era. Poi ci sono alcuni che criticano
il testo dicendo: ‘Non mi convince che ha levato l’interrogatorio’, ma non si
parla di interrogatorio, cioè io ho notato una serie di critiche da parte di
persone che non hanno letto o non hanno approfondito. Leggete e poi per carità
valutate“. Il testo è stato ulteriormente modificato oggi, visto che la prima
riformulazione prevedeva anche un riduzione delle pene. Adesso vengono previsti
da 7 a 13 anni di reclusione nei casi di atti sessuali con violenza, minacce e
abuso di autorità e da 6 a 12 anni per quelli compiuti contro la volontà della
vittima (nella prima versione, le pene erano di 6-12 anni nel primo caso e di
4-10 nel secondo).
L'articolo Ddl stupri, adottata come testo base la proposta di Bongiorno che
elimina il “consenso”. Insorgono le opposizioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo la presentazione del disegno di legge di modifica della normativa sulla
violenza sessuale in Commissione Giustizia, ho ricordato le parole di Titti
Carrano, carissima amica, compagna di lotte, avvocata e presidente di DiRe dal
2011 al 2017. Ogni volta che discutevamo della necessità di intervenire
sull’articolo 609 bis del codice penale, Carrano metteva in guardia da un
rischio preciso: in assenza di un confronto serio e approfondito tra giuriste,
forze politiche e associazioni femministe, qualsiasi modifica avrebbe prodotto
un testo peggiorativo. Temeva iniziative strumentali e demagogiche, costruite
sulla pelle delle donne e finalizzate unicamente alla raccolta di consenso.
E così è stato, anche grazie all’imperdonabile ingenuità politica e alla scarsa
lungimiranza di Elly Schlein e del Partito Democratico che si sono fatti mettere
in scacco da forze politiche tutt’altro che raffinate. Un errore grave, su cui
le opposizioni dovrebbero riflettere seriamente.
Il disegno di legge che modifica l’attuale normativa sulla violenza sessuale, a
prima firma Giulia Bongiorno (Lega), presidente della Commissione Giustizia del
Senato, è un testo confuso, ambiguo e mal scritto – cosa sarebbero, ad esempio,
le violenze “a sorpresa”? – che, peraltro, comporta un abbassamento delle pene:
si tratta di un’anomalia in un Parlamento a vocazione forcaiola. Ma questo ddl
non rappresenta soltanto una battuta d’arresto nel percorso di riforma
dell’articolo 609 bis: segna un arretramento gravissimo, che mette a rischio
tutte le donne, limitando la loro possibilità di far valere il diritto alla
libertà sessuale e all’autodeterminazione sui propri corpi nel momento in cui
denunciano una violenza.
Si tratta di una pagina nera nella storia dei diritti delle donne italiane. Dal
1997 a oggi, pur tra contraddizioni e battaglie difficili, l’ordinamento aveva
conosciuto un’evoluzione che rafforzava le risposte di giustizia alle vittime di
violenza maschile: una violenza strutturale e trasversale, radicata in
stereotipi e asimmetrie di potere, che vede – lo svelano le statistiche – un
uomo su tre autore di almeno un atto violento contro una donna. Tra queste, la
violenza sessuale è il crimine che viene meno denunciato, ed è il fenomeno che
resta maggiormente sommerso e meno stigmatizzato socialmente. Le sopravvissute
alla violenza sessuale sono quelle più esposte a rischio di vittimizzazione
secondaria e istituzionale.
Quanto avvenuto dal 19 novembre fino ad oggi segna uno spartiacque nei diritti
delle donne, e svela il volto reazionario e misogino delle forze politiche che
oggi hanno la maggioranza in Parlamento. Il testa-coda della riforma dimostra
chiaramente che non si tratta di un correttivo volto a migliorare il testo
approvato all’unanimità alla Camera, il 19 novembre 2025 – come promesso da
Giulia Bongiorno – ma di un colpo di spugna, fortemente voluto dalla Lega, che
ha smantellato l’impianto della riforma basata sul consenso e ha cancellato i
progressi della normativa precedente.
Una normativa che aveva consentito il consolidamento della giurisprudenza della
Corte di Cassazione, la quale aveva definito il reato di violenza sessuale a
partire dall’assenza di consenso, e non dalla necessità che la donna
manifestasse un dissenso esplicito o subisse violenza fisica o minacce evidenti.
Non a caso, il rapporto Grevio sull’Italia, pubblicato il 5 dicembre scorso,
rilevava con soddisfazione che la Cassazione si era “chiaramente allineata ai
requisiti della Convenzione di Istanbul”.
A novembre ci avevamo creduto. Sarebbe stato sufficiente approvare anche al
Senato la riforma votata all’unanimità alla Camera. Invece, il giorno
successivo, si sono levate obiezioni e allarmismi da parte di esponenti politici
e delle Camere penali, tutti fondati su uno stereotipo duro a morire: le donne
mentono, le denunce sono strumentali, le accuse di stupro sono vendette
personali.
Matteo Salvini, in quei giorni, dichiarò che un consenso “preliminare, informato
e attuale” avrebbe aperto la strada a un’ondata di contenziosi. Un’affermazione
che ignora deliberatamente i dati: solo il 10% delle violenze sessuali viene
denunciato, e le denunce non sono in aumento, mentre – come rileva l’Istat –
aumentano le violenze sessuali contro le donne tra i 18 e i 25 anni. La riforma
sul consenso chiara nella sua formulazione avrebbe semmai incoraggiato le donne
a denunciare le violenze sessuali e avrebbe abbassato il rischio di
vittimizzazione secondaria, ma si tratta di un salto di civiltà che questo
Parlamento non ha intenzione di fare.
Quali sono i passaggi critici?
Nel ddl Bongiorno il consenso scompare, sostituito dalla generica “volontà”, e
viene introdotto il concetto di dissenso con conseguenze devastanti. Le donne
dovranno dimostrare in tribunale di aver detto “no” per essere credute,
ignorando ciò che la letteratura scientifica documenta da anni: durante
un’aggressione sessuale molte vittime entrano in uno stato di freezing o
tanatosi, che impedisce loro di parlare o reagire. O più semplicemente accade
che le donne non abbiano la prontezza di reazione che ora invece sarà chiesto
loro di avere.
Riportando il dissenso al centro del reato, questo ddl – se approvato –
cancellerà l’orientamento giurisprudenziale della Cassazione sul consenso, così
come si era espressa negli ultimi dieci anni e offrirà agli avvocati degli
stupratori uno strumento solido per sottoporre le donne a pressanti
interrogatori umilianti e invasivi. E non è l’unico passaggio insidioso, come ha
spiegato l’avvocata Elena Biaggioni di DiRe: “il riferimento agli atti sessuali
‘a sorpresa’ ci pone una domanda. Che cosa intende il legislatore, che lo stupro
è solitamente preannunciato? Nelle pieghe dell’ambiguità troveranno posto
pregiudizi; quanto alla riformulazione dell’ipotesi di minor gravità, ci sono
altri elementi di preoccupazione. Sposta il focus dall’atto al danno, come se la
violazione del corpo di una donna fosse valutabile solo in base alle sue
conseguenzemisurabili“.
Le critiche delle opposizioni, delle femministe e dei centri antiviolenza si
moltiplicano. Le Camere penali incassano e tacciono mentre il messaggio politico
che arriva dal Parlamento è chiaro: i corpi delle donne restano a disposizione
degli uomini, fino a prova contraria. E tutto questo porta la firma di una
donna: Giulia Bongiorno.
L'articolo Ddl Stupri, perché la riformulazione a firma Bongiorno segna un
arretramento gravissimo proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ultimo ricordo che aveva era di essere a lavoro. Poi però si è risvegliata in
un camper dopo essere stata stuprata. È sulla base di questo racconto riportato
da una donna di 24 anni che gli investigatori de carabinieri sono arrivati
all’arresto di un uomo di 59 anni, datore di lavoro della ragazza.
I fatti risalgono a lunedì 15 dicembre. La giovane stava per finire il turno nel
luogo di lavoro, un laboratorio specializzato nella riparazione di macchine da
caffè industriali, quando il suo datore l’ha convinta a trattenersi per qualche
ora in più. L’uomo, un pluripregiudicato, ha offerto una minestra alla giovane,
che è rimasta nel negozio per consumare il pasto. Da quel momento in poi, la
24enne non ricorda più nulla. Dopo aver perso conoscenza, la giovane si è
risvegliata all’interno di un camper, indossando indumenti diversi da quelli che
aveva in precedenza.
La donna, con addosso il sospetto di essere stata violentata, si è recata
all’ospedale per effettuare degli esami: gli accertamenti medici, però, non
hanno evidenziato lacerazioni o ferite compatibili con una violenza sessuale. Le
indagini svolte dalla procura di Prato, guidata da Luca Tescaroli, dopo la
denuncia della giovane hanno ricostruito la vicenda: l’uomo, ripreso dalle
telecamere di videosorveglianza del locale, è accusato di aver violentato la
dipendente da incosciente. Dopo alcuni controlli medici, è stata rinvenuta la
presenza di benzodiazepine nel corpo della vittima, la sostanza più comunemente
conosciuta come droga dello stupro.
L'articolo “Ha drogato e stuprato una dipendente”: arrestato un 59enne a Prato
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non lasciatelo morire dietro quelle sbarre”. A parlare è il padre del 14enne
arrestato un mese fa con l’accusa di aver ricattato per mesi e violentato una
ragazzina di Sulmona appena 12enne.Con lui erano stati arrestati il cugino
18enne del ragazzo e un 17enne. L’appello del padre è scattato dopo una visita
al figlio nel carcere minorile di Casal del Marmo (Roma). Il 14enne, presente
all’incontro visibilmente sfigurato, avrebbe raccontato al padre le sevizie e i
dispetti quotidianamente subiti dagli altri detenuti. Segnalate anche minacce di
morte e richieste di droga da parte dei detenuti al giovane, che si ipotizza
possa essere stato preso di mira per la gravità del reato contestato. “Ho paura
che esca lì morto – ha riferito l’uomo in questura – Aveva profonde ferite in
volto, sul torace e sulle braccia. Mi ha raccontato di essere stato
immobilizzato da due detenuti più grandi di lui e picchiato, torturato con una
spatola di ferro. Almeno quattro volte mi ha raccontato di essere stato
picchiato e derubato delle scarpe e del cibo che gli ho portato in carcere, ma
l’altro giorno lo hanno sfigurato“.
Ora il padre del giovane ha deciso di denunciare i fatti, ma anche chi aveva il
compito di vigilare sul figlio “Vi prego, fate qualcosa per lui, ha solo 14
anni. Se ha sbagliato pagherà, quello che sta subendo a Casal del Marmo non
serve a raddrizzarlo, semmai a farne un delinquente quando ne uscirà. Seguirà un
percorso riabilitativo con gli psicologi, ma non lasciatelo morire dietro quelle
sbarre. In questa storia lui è rimasto coinvolto suo malgrado, si è lasciato
trascinare da quei ragazzi più grandi che per lui erano gli unici punti di
riferimento. Siamo stranieri e viviamo in un piccolo paesino: non è facile per
un bambino di sette anni, tanto aveva quando ci siamo trasferiti qui, farsi
delle amicizie”
A parlare all’Ansa anche l’avvocato della famiglia Alessandro Margiotta, che
chiarisce di aver chiesto già da 20 giorni e già per tre volte il trasferimento
del suo cliente. Il legale definisce l’accanimento verso il ragazzino “tortura
di stampo medievale” e conclude dicendo: “Ha solo 14 anni e la tipologia di
reato per il quale è rinchiuso, lo rende un facile bersaglio per gli altri
detenuti. Sembra esser stato torturato con una spazzola di ferro e lamette.
Credo lo facciano per gioco, probabilmente per il tipo di reato, ma anche
probabilmente perché racconta di queste violenze e loro lo puniscono sempre di
più. Ma il mio assistito è stato anche minacciato: agli altri detenuti gli hanno
detto di riferire al padre di portare droga da fumare, altrimenti lo
ammazzeranno. Il ragazzino si trova in cella con il 17enne, l’altro minore
coinvolto nello stesso caso, altrettanto sconvolto perché hanno picchiato anche
lui ma non ha nessuno che lo va a trovare, non ha i genitori qui. Bisognerà che
la procura di Roma si attivi per verificare le condizioni di tutti i ragazzi lì
dentro”.
L'articolo “Torturato e picchiato” dagli altri detenuti nel carcere minorile. Il
padre: “Non lasciatelo morire” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Chi ha paura del consenso di una donna? Nella Giornata Internazionale per
l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, la coalizione di destra ha messo
in scena un grottesco teatrino con lo stop alla modifica della legge sulla
violenza sessuale. Il nuovo testo introduce la centralità del consenso della
vittima nella definizione del reato. A bloccare l’iter, che dopo l’approvazione
all’unanimità alla Camera sembrava scontato, è stata la Lega, seguita da ruota
da Fratelli d’Italia e Forza Italia.
Un eccesso di dietrologia potrebbe far pensare che la stretta di mano tra
Giorgia Meloni e Elly Schlein a favor di telecamere sia stata una mossa per
raccogliere qualche voto in più in due regioni tradizionalmente vicine al
centrosinistra, in prossimità delle elezioni regionali. Una sorta di cinico spot
elettorale? Più probabilmente Matteo Salvini, visto il deludente risultato
elettorale di Fratelli d’Italia, ha voluto mettere in difficoltà Giorgia Meloni,
che si era esposta su questo tema. Un modo per dire ‘qui comando io e questa è
anche casa mia’. Forte del sostegno degli uomini della coalizione.
Dopo lo stop sono arrivate le rassicurazioni di Eugenia Roccella e di Giulia
Bongiorno: la legge sul consenso si farà ma con “modifiche migliorative” e le
attiviste ora temono un depotenziamento della legge… e allora? Meglio la vecchia
normativa che una brutta riforma.
Ma la cosa più grave sono state le dichiarazioni del ministro Matteo Salvini,
che con il suo spregio misogino e sessista ha offeso tutte le donne di questo
paese, paventando un’epidemia di calunnie da parte di “vendicatrici” che
vorrebbero vedere uomini innocenti in carcere. Imbeccato opportunamente, ha
tirato fuori, già che c’era, il somaro di battaglia delle cosiddette
associazioni dei padri separati. “Le denunce strumentali rovinano le famiglie”
ha tuonato. È molto probabile che, se Matteo Salvini si sedesse a un tavolo con
20 uomini, avrebbe vicino a sé almeno tre autori di violenze sessuali, mentre la
probabilità che tra questi ci sia un uomo calunniato per stupro è prossima allo
zero.
I dati Istat sulla violenza sessuale ci dicono che solo il 10% delle vittime
denuncia, mentre l’80% tace. Meno del 30% delle donne che si rivolgono ad un
centro antiviolenza denuncia. Il silenzio è proprio ciò che la destra sembra
volere: che le donne continuino a tacere. Ma sarebbe più onesto che costoro lo
dicessero apertamente: “State zitte! Non denunciate, perché rischiate di
rovinare la vita e la reputazione di tanti rispettabili cittadini”. Tacere, a
patto che non si tratti di immigrati, identificati dal leader della Lega come il
prototipo dello stupratore. Uomini dalla cultura arretrata, anche se alcuni
politici nostrani non hanno esitato ad augurare stupri ad avversarie politiche
come Matteo Camiciottoli, ex sindaco di Pontivrea della Lega, condannato per
aver augurato uno stupro a Laura Boldrini.
La credibilità di una vittima di stupro, lo sappiamo, è inversamente
proporzionale allo status dello stupratore. Se il violento è un “bravo ragazzo”
o un “rispettabile cittadino”, può dormire sonni tranquilli. Nel corso degli
anni, le operatrici dei centri antiviolenza hanno ascoltato testimonianze di
donne che avevano subito violenze sessuali da parte di medici, ingegneri,
imprenditori, preti, appartenenti alle forze dell’ordine, avvocati (sì, anche
penalisti), militari, insegnanti, allenatori, fisioterapisti, politici,
giornalisti, direttori di banca, studenti di prestigiose università e attivisti
dei centri sociali, quelli che stanno sempre in prima linea a lottare contro il
potere, tranne quello che si cullano dentro. Uomini di destra e uomini di
sinistra. Atei o religiosi. La violenza sessuale non avviene solo per mano di
emarginati che aggrediscono donne nel buio delle strade o nei parchi. Avviene
anche in studi eleganti, in uffici confortevoli, in case accoglienti , commessa
in larga parte, da uomini che sono già in relazione con le donne. Sono violenze
che difficilmente vengono denunciate. In 30 anni di esperienza ho seguito
personalmente solo cinque donne che avevano deciso di denunciare. Cinque in 30
anni.
In uno di questi casi, si trattava di una ragazza che, dopo aver accettato un
rapporto sessuale, aveva subito una violenza. Quando mi disse che era
determinata a denunciare, le offrii il sostegno del centro antiviolenza, ma ero
preoccupata per la pesantezza del processo che rischiava di diventare un vero e
proprio tritacarne. Lo abbiamo visto con le 700 domande a cui è stata sottoposta
la donna che ha denunciato Ciro Grillo, Vittorio Lauria ed Edoardo Capitta,
condannati in primo grado dal tribunale di Tempio Pausania. Una ragazza che,
prima di ottenere la condanna, aveva subito una gogna mediatica, con la sua
credibilità messa in dubbio in un processo sommario sui social e sulle pagine
dei giornali. È accaduto anche alle vittime di Alberto Genovese.
Le battaglie femministe, alla fine, vincono perché sono fondate sulla denuncia
di una palese iniquità e anche se sono portate avanti contro un vento che soffia
forte e gelido, riescono a cambiare la cultura. Tutto questo avviene tra passi
avanti e i backlash reazionari. La legge sulla violenza sessuale fondata sul
consenso è stata approvata in Spagna, Svezia, Danimarca, Francia, Belgio,
Irlanda e Germania e non ci sono state “ecatombe” di uomini calunniati. In
Italia, forse ci vorranno vent’anni.
Lo spettacolo penoso offerto dal centrodestra – gira voce che un modulo di
consenso sessuale sia stato distribuito tra i senatori da Porro e Cruciani – ci
fa capire quale sia il livello culturale di chi siede nei banchi del parlamento.
Sul livello culturale degli estensori del modulo, che cali un pietoso velo.
Contro questa legge si è levata una bella fetta della stampa, quella che urla
quando a stuprare una donna non è un italiano bianco, ma un nero o peggio un
“islamico”. Alcuni hanno sventolato la foglia di fico dell’inversione della
prova, una tesi confutata da Paola Di Nicola Travaglini, magistrata e
consigliera di Cassazione; da Fabio Roia, presidente del tribunale di Milano; ma
anche da avvocati.
Una parte degli uomini, terrorizzati all’idea di finire in carcere per stupro,
hanno rumoreggiato sui social. E ci sono stati deliri di avvocati che si sono
esposti pubblicamente nel suggerire di filmare i rapporti sessuali: diteci, cari
avvocati, si deve filmare con o senza il consenso della donna? E che fare poi di
quelle immagini, avvocati, conservarle nel caso del bisogno? Si potrebbe parlare
di isteria collettiva se non fosse che anche la parola isteria è portatrice di
un gap culturale.
Ci vollero 20 anni per trasformare il reato di violenza sessuale in un crimine
contro la persona e non contro la morale. Che a essere ferita dal crimine fosse
una donna e non la morale, all’epoca, sembrava scandaloso. Era una legge che
incideva non solo sul piano giuridico ma anche sul piano simbolico, riconoscendo
che il corpo delle donne non apparteneva alla famiglia o al marito e non
rappresentava l’onorabilità di un uomo. E deputati e senatori, in Parlamento,
resistettero assediati per 20 anni, ferreamente alleati contro i corpi delle
donne. Oggi, l’introduzione del consenso nel dibattito parlamentare suscita
ancora scandalo. E gli uomini si alleano contro la volontà delle donne perché è
quello che il patriarcato li ha addestrati a fare. Da quando nascono.
La società italiana è ancora profondamente allagata dalla cultura dello stupro.
Le pagine come Phica.eu o Mia moglie ci ricordano che il consenso della donna è
imprevisto. Il corpo della donna è un oggetto di scambio tra maschi, trofeo in
un terreno di guerra contro le donne. Troppi uomini interiorizzano la cultura
dello stupro e vivono la sessualità come un atto predatorio, di dominio e
umiliazione nei confronti del corpo femminile.
I 700mila uomini che si scambiavano foto senza il consenso delle partner o che
si divertivano a umiliare donne in politica o nello spettacolo non erano tutti
stupratori, ma condividevano lo stesso immaginario degli stupratori. Tutti
coloro che si spaventano all’idea che il consenso di una donna possa diventare
parte integrante della legge sulla violenza sessuale o hanno la coscienza
sporca, o hanno l’inconscio di paglia. E quindi: a chi fa paura il consenso di
una donna?
L'articolo La destra blocca la modifica della legge sulla violenza sessuale: chi
ha paura del consenso di una donna? proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il rischio è il rovesciamento dell’onere della prova“. Anche la ministra per la
Famiglia, Natalità e Pari Opportunità, Eugenia Roccella, si scaglia contro il
ddl sul “consenso libero e attuale” in materia di violenza sessuale. Lo fa
criticando il testo del provvedimento e sollevando dubbi, salvo poi essere
smentita – punto per punto – dal presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia,
magistrato da decenni impegnato nel contrasto alla violenza di genere: “Dovrà
essere sempre il pubblico ministero a dover dimostrare che quel rapporto è
avvenuto senza un libero consenso da parte della donna”, spiega Roia.
Dopo la battuta d’arresto a sorpresa arrivata martedì in Senato, la destra prova
ad abbattere definitivamente il ddl, nonostante le garanzie date dalla stessa
premier Giorgia Meloni. Matteo Salvini, con orgoglio, si intesta la frenata
parlamentare: per il leader della LEga la legge è “troppo interpretabile” e
lascia “spazio alle vendette personali”. Poco dopo è la ministra Roccella,
intervistata durante la trasmissione “Ping Pong” su Rai Radio 1, a condividere
la decisione di non approvare il ddl: “È meglio prendere più tempo ma approvare
una legge convincente”, ha detto. Per Roccella “quello che è emerso dopo
l’approvazione alla Camera è una forte perplessità da ambienti importanti: gli
avvocati, l’ex presidente delle Camere Penali Caiazza è stato molto duro su
questa legge, anche altri hanno sollevato dei dubbi“. Critiche condivise dalla
ministra: “Il rischio è il rovesciamento dell’onere della prova, questo è il
dubbio”, insiste la ministra.
Alla presa di posizione di Roccella risponde il magistrato Roia che ha ricevuto
per il suo impegno sul tema del contrasto alla violenza di genere l’Ambrogino
d’Oro nel 2018. Non è “assolutamente vero che introdurre il concetto di consenso
libero ed attuale” nel reato di violenza sessuale “costituisca un’inversione
dell’onere della prova”. Come spiega Roia, la donna “si limiterà a fare una
denuncia, sempre sotto assunzione di responsabilità”, ma poi “dovrà essere il
pubblico ministero a dimostrare che quel rapporto è avvenuto senza un libero
consenso”. Parlando con l’Ansa, il presidente del Tribunale di Milano sottolinea
che parlare di rischio di inversione della prova “è una suggestione, un profondo
sbaglio giuridico-processuale e probabilmente, ma questo non sta a me dirlo, può
essere una scusa per non approvare una legge di civiltà“. Legge che, ricorda il
magistrato, “altri Paesi hanno e che stanno applicando e che la stessa Europa ci
ha richiesto di adottare”.
Roia spiega infatti che “già nell’attuale legge ci sono delle condizioni che
tendono ad eliminare il consenso, che sono la violenza, la minaccia e l’abuso di
condizioni di inferiorità, anche transitoria, psichica o fisica da parte della
donna”. Questi, spiega, sono i casi “tipici della donna che assume sostanze
stupefacenti o alcoliche“. Introdurre “il concetto di consenso – prosegue il
presidente del Tribunale – è un qualcosa di più ampio, ma che non sposta
assolutamente il tema, perché dovrà essere sempre il pubblico ministero a dover
dimostrare che quel rapporto è avvenuto senza un libero consenso da parte della
donna”. Pm che “ovviamente utilizzerà le dichiarazioni della donna, ma questo
già avviene nei processi attuali”, aggiunge.
Per Roia quella di martedì “è una pagina oscura che è capitata, tra l’altro,
proprio il 25 novembre (giornata internazionale contro la violenza sulle donne,
ndr) e lo è sul piano di quel raggiungimento di obiettivi di libertà delle donne
verso i quali tutti dicono, a parole, di orientarsi, tranne poi assumere
atteggiamenti contraddittori rispetto a quegli stessi obiettivi”, conclude il
magistrato.
L'articolo Ddl stupro, Roccella: “Rovescia l’onere della prova”. Il magistrato
Roia: “Falso, spetta al pm dimostrare l’assenza di consenso” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Stop al Senato all’approvazione del ddl sul “consenso libero e attuale” in
materia di violenza sessuale. L’accordo, dopo la trattativa che ha coinvolto
Elly Schlein e la premier Giorgia Meloni, c’era e l’auspicio delle opposizioni e
dello stesso presidente del Senato era quello di approvare oggi, senza
modifiche, il disegno di legge in occasione della Giornata per l’eliminazione
della violenza contro le donne. Ma la destra ci ripensa con la presidente della
Commissione Giustizia, la leghista Giulia Bongiorno, che chiede correzioni e un
nuovo ciclo di audizioni. Un a mossa che ha provocato la reazione delle
opposizioni, con i senatori di centrosinistra che hanno abbandonato la riunione
in segno di protesta.
“Siamo molto amareggiati e sorpresi. Una legge che aveva oggi la possibilità di
celebrare un momento alto del Parlamento, è stata di fatto affossata. Come
opposizioni abbiamo lasciato i lavori. Stringersi la mano con questa destra non
vale niente”, hanno detto i senatori dem abbandonando i lavori. E dall’altro
ramo del Parlamento i deputati di opposizione hanno chiesto una sospensione del
ddl Femminicidio. La Camera ha respinto a maggioranza la richiesta avanzata in
primis da Avs e a cui si sono associati Iv, Pd e M5s. Bisogna “sospendere il
provvedimento fino a quando la ministra Roccella non chiarirà insieme ai
capigruppo di maggioranza del Senato cosa sta accadendo”, “se c’è ancora un
accordo” sul tema delle violenze di genere tra maggioranza e opposizione, ha
detto Marco Grimaldi di Avs.
“Farò un ciclo di audizioni che sia mirato e breve su alcuni aspetti tecnici
segnalati e poi si proseguirà. Essendo arrivato oggi in commissione, è erroneo e
fuorviante dire che ci sono ritardi. Certamente il provvedimento andrà avanti”,
ha dichiarato Giulia Bongiorno che è anche relatrice del ddl sulla violenza
sessuale e il consenso. La senatrice della Lega ha confermato che nel merito, i
dubbi riguardano un comma che disciplina i casi di “minore gravità” per cui i
senatori del centrodestra hanno chiesto di specificare cosa si intende per
minore gravità. Ma ha ribadito che si tratta di “un provvedimento
importantissimo e utile perché è come se in Italia una giurisprudenza esalta il
consenso e poi il singolo giudice si attiene al testo normativo. Quindi bisogna
garantire omogeneità”.
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“Servono nuove audizioni e correzioni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Vera Cuzzocrea*
E’ recente e unanime l’approvazione alla Camera della proposta di legge che
modifica il reato di violenza sessuale introducendo il requisito del “consenso
libero e attuale”, in linea con quanto previsto all’art. 36 della Convenzione di
Istanbul e come già avviene in diversi paesi.
L’elemento costitutivo della violenza diventa il consenso che deve essere dato
volontariamente e valutato tenendo conto del contesto in cui avviene l’atto: un
vero e proprio ribaltamento, dagli obiettivi di indagine alla dinamica
processuale. In cui la vittima viene ascoltata nei suoi vissuti e riconosciuta
nella condizione di particolare vulnerabilità che connota il reato e al reo
viene restituita la responsabilità di dimostrare di non aver posto in essere
nessuna forma di costrizione, non solo fisica ma anche psicologica.
E’ l’esito di una rivoluzione culturale che per secoli ha posto la vittima di
violenza sessuale nel paradosso di essere giudicata, costretta a difendersi,
prodotto scenari processuali di vittimizzazione secondaria. L’associazione
Victim Support ha recentemente pubblicato i risultati di una ricerca da cui
emerge che il 73% delle vittime sopravvissute ad uno stupro sarebbero sottoposte
ad una ri-traumatizzazione giudiziaria. Per la durata, gli ascolti multipli
connotati da domande screditanti tese ad indagare le azioni messe in atto per
fermare l’atto, l’eventuale abuso di sostanze stupefacenti, l’abbigliamento
indossato, la vita privata. Domande orientate a indebolire la credibilità della
vittima più che ad accertare le responsabilità dell’autore, di fatto non capaci
di restituire giustizia a chi subisce il reato. Giustizia, come quella che
chiedeva l’avvocata Tina Lagostena Bassi, nella sua arringa conclusiva (Processo
per stupro, 1978). Eppure la giurisprudenza si è espressa sull’irrilevanza della
reazione della vittima nel delitto sessuale, riconoscendo la difficoltà
psicologica vissuta a causa della paura e del frastornamento per
l’imprevedibilità della situazione.
D’altra parte, i reati sessuali sono da sempre caratterizzati da credenze che di
fatto hanno contribuito a normalizzare la violenza, disimpegnando moralmente chi
ne è responsabile e colpevolizzando chi la subisce. E’ solo del 1981
l’abolizione del “matrimonio riparatore”: una pratica che “costringeva” la donna
a sposare il suo stupratore quale “rimedio” al disonore. Come se il danno
prodotto non fosse emotivo e fisico e il diritto violato non fosse alla propria
libertà personale. Quasi non stupisce, considerando che la violenza sessuale,
fino al 1996, era un reato contro la morale pubblica e non contro la persona!
Franca Viola si è ribellata, trent’anni prima, rifiutandosi di sposare il suo
violentatore, denunciandolo e ottenendone la condanna. Lei e molte altre
andrebbero ricordate oggi: sono il 23,4% le donne tra i 16 e i 75 anni vittime
di violenza sessuale (Istat, 2025). E chissà quante altre.
Sollecitando il governo ad investire in azioni strategiche volte a promuovere lo
sviluppo di competenze emotive e socio-relazionali capaci di costruire uno star
bene insieme sano svincolato da logiche di dominio e stereotipi di genere. Fin
dall’infanzia. Si chiama prevenzione ed è necessaria a costruire quella
consapevolezza del consenso. Per chi non sa percepirlo, per chi non sa
ascoltarsi e per noi che troppo spesso abbiamo giudicato senza conoscere
guardando ad un’unica storia possibile.
* Vicepresidente Ordine Psicologi Lazio
L'articolo Il consenso ‘libero e attuale’ è frutto di una rivoluzione culturale.
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