Un vero e proprio terremoto giudiziario e d’immagine sta per abbattersi in via
definitiva sulla famiglia reale norvegese. Al termine di un delicatissimo
processo durato sette settimane, la procura di Oslo ha formulato la sua
richiesta di pena per Marius Borg Høiby: sette anni e sette mesi di reclusione.
Il ventinovenne è il primogenito della principessa ereditaria Mette-Marit (nato
dalla sua precedente e breve relazione con l’uomo d’affari Morten Borg) e
figliastro del futuro re, il principe Haakon. Pur non essendo formalmente un
membro della casa reale, le sue vicende personali — aggravate dalla recente
scoperta del suo nome all’interno di centinaia di documenti legati ai
controversi “file Epstein” — hanno inferto un colpo durissimo alla credibilità
della monarchia scandinava.
LA LISTA NERA: DALLO STUPRO AI 3,5 KG DI MARIJUANA
L’elenco delle accuse mosse a carico di Høiby è una lunga lista che comprende
tra i 38 e i 40 capi d’imputazione. Il quadro tracciato dagli inquirenti, che in
linea teorica prevedeva una pena massima complessiva fino a 16 anni, spazia dai
reati legati agli stupefacenti (è accusato del trasporto di ben 3,5 chili di
marijuana) alle violazioni del codice della strada, fino a reati contro la
persona di estrema gravità. Il giovane è infatti chiamato a rispondere di
maltrattamenti in famiglia ai danni di un’ex compagna, atti di violenza, minacce
di morte e, accusa ben più pesante, dello stupro di quattro donne che, secondo
l’impianto accusatorio, si trovavano in condizioni tali da non poter opporre
alcuna resistenza.
L’ARRESTO DEL 2024 E I VIDEO INCRIMINANTI NELLO SMARTPHONE
La miccia che ha fatto esplodere lo scandalo risale all’estate scorsa. Il 4
agosto 2024, la polizia norvegese ha arrestato Høiby con l’iniziale sospetto di
aggressione ai danni della fidanzata. Sequestrando telefoni cellulari e computer
dell’indagato, le forze dell’ordine hanno però rinvenuto una serie di
inequivocabili video e materiali digitali che documentavano ulteriori e
reiterati crimini, fornendo alla procura gli elementi per formulare le attuali
incriminazioni.
GELO IN AULA E LE PAROLE DEL PM
Presentatosi in aula con un abbigliamento decisamente informale — jeans e una
polo blu a maniche corte — Høiby ha mantenuto un atteggiamento di totale
freddezza. Durante la lettura della richiesta di condanna non ha lasciato
trasparire alcuna reazione. La sua linea difensiva è netta: ammette alcune
responsabilità minori legate a infrazioni e reati minori, ma respinge
categoricamente le accuse più gravi, prime fra tutte quelle di violenza
sessuale. A smontare questa narrazione ci ha pensato il pubblico ministero
Sturla Henriksbø durante l’arringa finale, richiamando l’attenzione della corte
sul trauma insuperabile delle vittime: “Lo stupro può lasciare cicatrici
indelebili e distruggere vite”, ha scandito il magistrato in aula. “Questo può
essere qualcosa che la vittima si porterà dentro per tutta la vita”.
I PROSSIMI PASSI DEL TRIBUNALE
L’udienza riservata all’accusa si è conclusa, aprendo la strada agli interventi
degli avvocati difensori delle presunte vittime. La parola passerà poi alla
difesa di Høiby, che avrà a disposizione l’ultima replica nella giornata di
domani. Per conoscere il verdetto dei giudici, tuttavia, ci vorrà ancora tempo:
secondo la stampa locale, la camera di consiglio sarà lunga e complessa e la
sentenza non è attesa prima di diverse settimane, se non addirittura mesi.
L'articolo Accuse di stupro, violenze, traffico di droga e l’ombra degli Epstein
files: chiesti 7 anni di carcere per Marius Borg Høiby, il figlio della
principessa di Norvegia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Stupro
Mentre l’Italia si è impantanata nelle polemiche sul ddl Bongiorno e il rifiuto
della maggioranza di inserire il concetto di “consenso” nel reato di violenza
sessuale, il Parlamento europeo va in direzione esattamente contraria. La
commissione Libertà civili dell’Eurocamera ha infatti approvato una relazione
che esorta la commissione Ue a presentare una proposta legislativa che
stabilisca una definizione di stupro comune tra gli Stati basata, appunto,
sull’assenza di consenso. Il testo ha ottenuto 75 voti a favore, 27 contrari e 3
astensioni. A favore anche il Ppe (di cui fa parte Forza Italia). Mentre tra gli
italiani ha parlato l’eurodeputata M5s Carolina Morace: “Bongiorno prenda
appunti”, ha dichiarato. Ora il testo dovrà affrontare il voto della sessione
plenaria del 25 e 26 marzo prossimi a Bruxelles.
“L’ASSENZA DI CONSENSO DEVE ESSERE AL CENTRO”
La relazione si basa “sulla posizione del Parlamento secondo cui l’assenza di
consenso deve essere l’elemento centrale nei procedimenti giudiziari per stupro”
ed esorta gli Stati Ue che “ancora si basano su definizioni fondate sulla forza
o sulla violenza ad allineare le loro leggi agli standard internazionali,
compresa la convenzione di Istanbul ratificata dall’Ue nel 2023″. Gli
eurodeputati affermano inoltre che la “violenza sessuale è spesso aggravata da
altre forme di discriminazione” e per questo sottolineano l’importanza di
“garantire un’assistenza medica completa, compresi i servizi di salute sessuale
come l’aborto e il sostegno psicologico”. Ancora, la relazione evidenzia
l’importanza “di centri di crisi attivi 24 ore su 24, servizi specializzati
gratuiti e corsi di formazione per forze dell’ordine e giudici”. Gli
eurodeputati chiedono infine che nel 2026 “vengano elaborate linee guida dell’Ue
sull’educazione sessuale, al pari di campagne di sensibilizzazione per
combattere la propaganda misogina online e i contenuti anti-gender”.
A FAVORE IL PPE. MORACE (M5S): “BONGIORNO PRENDA APPUNTI”
A Bruxelles, a schierarsi a favore è stato anche il Ppe, il gruppo più grande le
Parlamento Ue e di cui fa parte anche Forza Italia. “Come Ppe, siamo fermamente
dalla parte delle donne e del loro diritto all’autodeterminazione sessuale”, ha
dichiarato l’eurodeputata Verena Mertens. “L’assenza di resistenza non può mai
essere interpretata come consenso”. Per Mertens, “dal punto di vista
dell’applicazione della legge e dello Stato di diritto, abbiamo bisogno di una
definizione di stupro giuridicamente solida, pratica e comparabile a livello
europeo, basata sul consenso liberamente prestato e revocabile, in modo che i
reati siano perseguiti efficacemente e i responsabili siano chiamati a
risponderne”. Mertens sottolinea che l’esperienza di diversi Stati membri
dimostra che la legislazione basata sul consenso funziona: rafforza l’autonomia
delle vittime, aumenta le denunce e rafforza la tutela giuridica della dignità e
della libertà delle donne. Oggi, ricorda il Ppe, le definizioni nazionali di
stupro differiscono ancora molto all’interno dell’Ue e in molti Paesi viene
richiesta tuttora la prova della violenza o della minaccia. Questo, osserva,
crea incertezza giuridica e una protezione diseguale per le vittime.
Tra gli italiani è intervenuta l’eurodeputata M5s Carolina Morace: “La senatrice
Giulia Bongiorno prenda appunti dai legislatori europei”, ha detto in una nota
l’esponente 5 stelle, “visto che il suo disegno di legge sulla violenza sessuale
non introduce il principio del consenso esplicito, ma elementi che spostano il
focus sulla vittima anziché sull’aggressore. E’ stupro se non c’è consenso.
Questa banale ma importantissima definizione deve entrare nel nostro ordinamento
penale per combattere nel modo più efficace la violenza sulle donne”.
IN ITALIA LE OPPOSIZIONI CONTRO IL DDL BONGIORNO
Intanto in Italia, si è passati dal sostegno bipartisan alla ddl Stupri (con la
benedizione di Giorgia Meloni), allo scontro tra maggioranza e opposizione
perché non si vada avanti con la legge depurata della sua parte fondante, ovvero
il concetto di consenso. Nelle ultime ore, anche Italia Viva e Avs hanno
presentato parere contrario al fatto che la commissione Affari costituzionali di
Montecitorio dia parere favorevole al ddl. Ieri 24 febbraio, si erano espressi
nello stesso senso anche Pd e M5s.
Dopo la manifestazione di piazza del 15 febbraio scorso, in concomitanza con
l’anniversario della legge che ha reso la violenza sessuale reato contro la
persona e non contro la morale, opposizioni e associazioni torneranno a
protestare sabato 28. Al coro dei contrari intanto, si è unita anche la
Fondazione Gino Cecchettin che ha espressio “grande preoccupazione”: “Una
normativa efficace”, hanno scritto in una nota, “dovrebbe proteggere in modo
chiaro chi subisce violenza, non introdurre elementi che rischiano di rendere
più incerto il riconoscimento di un atto non voluto. Il rispetto, il dialogo e
la possibilità di autodeterminarsi sono alla base di ogni relazione e
costituiscono il cuore del concetto di consenso: questi principi non emergono
con sufficiente chiarezza nel testo attualmente in discussione”. La Fondazione
si è anche appellata al governo “affinché intervenga con determinazione nella
riformulazione del testo, garantendo che la tutela della volontà della persona
rimanga al centro dell’intervento legislativo”. Perché “una formulazione poco
chiara rischia di creare zone grigie e lasciare eccessiva discrezionalità
interpretativa, esponendo le vittime a ulteriori sofferenze: la legge deve
invece affermare senza incertezze che nessun atto sessuale non voluto è
accettabile”.
L'articolo Stupro, la relazione approvata in Ue: “Serve definizione comune tra
gli Stati basata sul consenso” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tentata violenza sessuale ai danni di una studentessa nella serata del 23
febbraio a villa Borghese, nel cuore di Roma. L’allarme è scattato intorno alle
ore 21.30 in viale Washington. La ragazza, una 21enne britannica in Italia per
motivi di studio, ha spiegato di essere stata avvicinata da un uomo, dai tratti
asiatici, che l’avrebbe spinta oltre una siepe e aggredita. Poi l’intervento di
un tassista – accortosi della situazione grazie alle urla della vittima – ha
messo in fuga l’aggressore, che si è rapidamente allontanato facendo perdere le
proprie tracce. “Il mio appartamento è l’unico posto in cui mi sento sicura dopo
quello che ho vissuto. È stato tremendo: credevo di morire lì“, ha dichiarato la
ragazza a Il Messaggero.
A raccontare come sono andati i fatti è stata proprio la ragazza in questione,
di nome Anne: “Erano le 20.30, stavo rientrando a casa dopo essere stata con i
miei amici. Camminavo tranquilla lungo viale Washington, la strada che
attraversa Villa Borghese, quando ho notato che dietro di me c’era qualcuno. Non
mi sono preoccupata perché è una zona dove passo spesso e non ho mai avuto
problemi. Dopo qualche minuto però sentivo questa presenza sempre più vicina e
allora mi sono girata: ho visto questo uomo praticamente attaccato a me. Mi ha
presa alle spalle e buttata dietro alla siepe, in una zona completamente buia“,
ha raccontato la studentessa britannica.
“Mi tappava la bocca e mi schiacciava la testa a terra. Mi picchiava, era
aggressivo. Poi mi ha slacciato i pantaloni. Urlavo, ma nessuno mi sentiva. A un
certo punto, però, i fari di un’auto hanno illuminato nella nostra direzione.
Lui, spaventato, è corso via”. Erano i fari di un tassista di passaggio, che ha
prestato i primi soccorsi alla giovane, trovata in evidente stato di agitazione.
“Se non fosse stato per lui sarei stata l’ennesima vittima di uno stupro. È
stato un angelo“.
La vittima è stata trasportata in codice rosso al Pronto Soccorso del
Policlinico Umberto I, dove è stato attivato il Protocollo Rosa. Gli indumenti
sono stati sequestrati per gli accertamenti tecnici: “Sì. Hanno sequestrato le
immagini delle telecamere della zona e hanno preso i vestiti che indossavo
lunedì per vedere se ci sono tracce biologiche. I militari hanno avviato
l’acquisizione delle immagini dei sistemi di videosorveglianza presenti
nell’area”, racconta Anne.
La ragazza – a Roma per motivi di studio – vive lontana dalla famiglia, arrivata
in Italia dopo quanto accaduto: “Per fortuna c’è il mio coinquilino a farmi
compagnia perché adesso non riesco a uscire e ho paura a star sola. Fino a
lunedì pensavo che Roma fosse una città tranquilla. Vengo da Londra dove ho
sempre girato senza problemi. Pensavo di poterlo fare anche a Roma. E invece…
Non so se mi riprenderò“.
L'articolo Tentato stupro a Roma, la studentessa aggredita: “Non so se mi
riprenderò. Credevo di morire lì” proviene da Il Fatto Quotidiano.
In occasione dei 30 anni dall’approvazione della legge contro la violenza
sessuale del 1996, che ha reso lo stupro un reato contro la persona e non contro
la morale, i centri antiviolenza e le organizzazioni femministe e
transfemministe di Roma – come in tutta Italia, da Milano a Napoli e Bari –
tornano in piazza per dire no al Ddl Bongiorno, la proposta di legge promossa
dalla senatrice leghista, al momento in commissione Giustizia al Senato. A far
infuriare le realtà che da anni si occupano di contrastare la violenza di
genere, è la definizione di stupro, definita in un primo momento, nel testo
approvato alla Camera in maniera bipartisan, come un atto compiuto “senza il
consenso libero e attuale“, modificato poi, in commissione al Senato su spinta
della lega, con la frase “contro la volontà della persona“.
“Sostituire la parola consenso con dissenso significa mettere il corpo delle
donne a disposizione fino a prova contraria – spiega Simona Ammerata, di D.i.Re,
rete che raggruppa 88 organizzazioni in Italia che gestiscono 118 Centri
antiviolenza e più di 60 Case rifugio – significa spostare la responsabilità
della violenza sulla vittima e non sul colpevole.”
In piazza oltre alle attiviste e alle associazioni transfemministe, erano
presenti anche alcune esponenti dell’opposizione, come la senatrice Pd Susanna
Camusso e la deputata Laura Boldrini. “Noi diciamo meglio niente che questa
legge – dice Boldrini – questa proposta ci porta indietro.”
Il presidio, iniziato intorno alle 16 a piazza Santi Apostoli, si è trasformato
in un corteo che ha percorso le vie dello shopping del centro città, attirando
l’attenzione dei passanti e dei turisti, per concludersi intorno alle 19 a
piazza del Popolo. “Noi siamo in mobilitazione permanente e non ci fermiamo –
dice Francesca De Masi, presidente della cooperativa sociale Be Free – il
prossimo appuntamento sarà il 28 febbraio con il corteo nazionale qui a Roma.”
L'articolo “Il ddl Bongiorno fa ricadere su chi la violenza la subisce l’obbligo
di dire esplicitamente No”: la protesta a Roma proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una mobilitazione dal basso contro il ddl Bongiorno nel giorno in cui,
trent’anni fa, le donne italiane ottennero il riconoscimento della violenza
sessuale come reato contro la persona e non la morale. Da Trieste e Milano fino
a Napoli e Bari, passando per Monza, sono decine le manifestazioni organizzate
per contestare quello che resta del disegno di legge sugli stupri: se
inizialmente – grazie addirittura all’asse bipartisan tra Elly Schlein e Giorgia
Meloni – il Parlamento avrebbe dovuto inserire il concetto di consenso nel
nostro ordinamento, lo stop dei leghisti ha completamente snaturato il testo
rispetto alle intenzioni originarie. Per questo oggi 15 febbraio, associazioni e
centri antiviolenza hanno deciso di scendere in piazza: una data scelta perché
anniversario della legge approvata nel 1996 dopo lunghe battaglie delle
femministe dentro e fuori il Parlamento (e grazie all’impegno dell’allora
deputata del Pci Angela Bottari che si dimise nel 1977 di fronte ai tentativi di
annacquarla). Trent’anni dopo, le donne hanno scelto di tornare a farsi sentire
per un primo appuntamento di piazza che anticipa una più grande manifestazione
in programma il 28 febbraio.
CORTEO A MILANO. SCHLEIN IN PIAZZA A BARI. FICO AL PRESIDIO DI NAPOLI
La presidente della rete dei Centri antiviolenza Critistina Carelli ha sfilato
nel corteo di Milano: “Dobbiamo essere una rete di grandi gruppi della società
civile che dice no”, ha detto, “La nuova proposta della presidente Bongiorno,
attiva meccanismi molto pericolosi per le donne: contro la volontà e con il
consenso non sono ovviamente la stessa cosa. Anziché affermare il principio che
la libertà di autodeterminazione sessuale è una scelta frutto di una volontà
attiva e consapevole, si rischia di approdare a un modello basato sul chi tace
acconsente”, afferma DiRe.
Tra le piazze organizzate in mattinata, quella di Bari dove si è vista anche la
segretaria dem Elly Schlein insieme al capogruppo in Senato Francesco Boccia, il
presidente della Regione Antonio Decaro e il sindaco Vito Leccese. “Per noi il
ddl Bongiorno è semplicemente irricevibile, è un passo indietro nella tutela
delle donne”, ha detto la leader Pd. “Avevamo fatto un accordo, avevamo
approvato all’unanimità una legge che introduce finalmente il consenso come da
convenzione di Istanbul, una legge che dice che solo sì è sì e senza consenso è
stupro, è violenza. L’utilità di quella legge era fare questa innovazione,
mettere il principio del consenso dentro alla legge italiana per sostenere le
donne. Invece hanno tolto il consenso dalla legge, l’hanno cambiata in dissenso,
non è la stessa cosa. Si rischia di mettere un carico ulteriore sulle spalle
delle donne e delle vittime per cui noi ci batteremo duramente. È davvero grave
che Giorgia Meloni non sia stata all’accordo che era stato preso. Io chiedo a
lei a tutto il centrodestra di tornare sui propri passi e di reinserire il
consenso in quella legge”.
A Napoli, oltre ad associazioni e sindacati, ha partecipato anche il presidente
della Campania Roberto Fico. “Meglio nessuna legge che questa legge”, è stato il
grido di protesta. L’esponente 5 stelle ha anche parlato di “vergogna” per un
provvedimento che, a suo avviso, segna un arretramento sui diritti delle donne
“proprio quando abbiamo una premier donna”. Fico ha ribadito l’impegno della
Regione nel contrasto alla cultura maschilista e prevaricatrice e ha richiamato
la Convenzione di Istanbul come riferimento nella tutela delle vittime di
violenza. Critico anche lo scrittore Maurizio De Giovanni, che ha definito la
proposta “una stortura”, sostenendo che “solo un governo a trazione maschilista
e patriarcale poteva immaginare una modifica del genere”, e auspicando una
maggiore partecipazione maschile alla mobilitazione. Per la senatrice dem
Valeria Valente “saranno le piazze a dire a Giorgia Meloni di fermarsi”.
LA LETTERA DELL’ORDINE DEGLI PSICOLOGI
A mobilitarsi, nei giorni scorsi, era stato anche l’ordine degli psicologi.
Mentre il tema sembrava piano piano sparire dall’agenda del governo, a scrivere
alla leghista Giulia Bongiorno è stato il consiglio nazionale dell’Ordine degli
psicologi. In una lettera inviata alla leghista, responsabile della revisione
del testo, i professionisti che lavorano in prima linea nella tutela delle
vittime di violenza hanno voluto esprimere la loro preoccupazione: “La legge
sulla violenza sessuale deve tornare a mettere al centro il concetto di
consenso“, si legge. “Il consenso non è un dettaglio linguistico, ma il perno
della tutela contro la violenza sessuale e va rimesso esplicitamente al centro
della legge”.
E ancora: “Le parole nel diritto orientano la prova e la valutazione dei fatti.
Spostare il baricentro sul ‘ha detto no?’ invece che sul ‘c’era un sì libero,
attuale e volontario?’ rischia di riportare l’attenzione sulla condotta della
vittima”. Nella lettera si richiama la Convenzione di Istanbul che definisce “la
violenza sessuale come atto non consensuale e chiarisce che il consenso deve
essere dato volontariamente, come libera manifestazione della volontà, valutata
nel contesto concreto”. Quindi, scrivono, “rimettere il consenso al centro non
significa rovesciare le garanzie costituzionali, ma ricondurre la norma al suo
nucleo: gli atti sessuali sono leciti solo se fondati su una volontà libera e
volontariamente espressa”. L’appelo degli psicologi è che il Parlamento faccia
marcia indietro e inserisca “il riferimento al consenso come criterio cardine“,
così da “garantire un impianto coerente con gli standard sovranazionali, senza
arretramenti culturali”.
L'articolo “Senza consenso è stupro”: da Milano a Napoli e Bari, la protesta di
piazza contro il ddl annacquato da Bongiorno proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il figlio della futura regina di Norvegia, Marius Borg Hoiby, è stato arrestato
con l’accusa di aggressione, minacce e violazione di un ordine restrittivo. Lo
ha dichiarato la polizia norvegese. “Il distretto di polizia di Oslo può
confermare che Marius Borg Hoiby è stato arrestato domenica sera, sospettato di
lesioni personali, minacce con un coltello e violazione di un ordine
restrittivo”, ha dichiarato la polizia in un comunicato. Ha aggiunto di aver
chiesto che Hoiby fosse tenuto in custodia cautelare per quattro settimane “per
rischio di recidiva”.
Il 29enne, nato prima che sua madre Mette-Marit Tjessem Hoiby sposasse il
principe ereditario norvegese Haakon, viene processato da oggi martedì 3
febbraio al tribunale distrettuale di Oslo con l’accusa di 38 capi d’accusa, tra
cui quattro presunti stupri e aggressioni contro ex fidanzate. Hoiby ha ammesso
alcuni reati minori, ma nega le accuse più gravi. Diverse ex fidanzate sono ora
querelanti nel caso contro di lui, e lui ha l’ordine tassativo di non
contattarle. Rischia fino a 16 anni di carcere se il tribunale distrettuale di
Oslo lo dichiarasse colpevole. Il processo durerà fino al 19 marzo.
Dunque si è aperto a Oslo il processo per violenza sessuale del figlio della
principessa Mette-Marit. Marius Borg Hoiby è comparso davanti al tribunale di
Oslo con l’accusa di aver violentato quattro donne e aggredito diverse ex
fidanzate, secondo quanto riferito da un giornalista dell’Afp presente in aula.
I pubblici ministeri hanno affermato che potrebbe rischiare fino a 10 anni di
carcere se condannato al processo. Il tribunale ha spiegato che alcune parti del
procedimento si svolgeranno a porte chiuse. Il team della difesa di Hoiby ha
affermato che egli “nega tutte le accuse di abusi sessuali, nonché la maggior
parte delle accuse di violenza”.
Al processo sono state imposte molte restrizioni, compreso il divieto di
scattare foto a Marius Borg Hoiby dentro o fuori dall’aula. È stato inoltre
vietata la diffusione di qualsiasi dettaglio che possa identificare le quattro
donne che si presume abbia violentato.
La famiglia reale non parteciperà ad alcun procedimento nell’aula 250 del
tribunale distrettuale di Oslo. Anzi, re Harald V e la regina Sonja si
recheranno alle Olimpiadi invernali in Italia, ulteriore prova di quanto il
figliastro del principe ereditario Haakon sia isolato.
Nel frattempo emergono rivelazioni anche su sua madre, la principessa
Mette-Marit, in merito ai suoi rapporti con il finanziere morto in carcere
Jeffrey Epstein. Il nome della principessa compare infatti in centinaia delle
nuove mail rese note la scorsa settimana dal Dipartimento di Giustizia
americano. Mette-Marit ha ammesso di aver mostrato “scarsa capacità di
giudizio”. La principessa, che già nel 2019 aveva detto di essersi pentita dei
suoi rapporti con il finanziere pedofilo, ha dichiarato di “assumersi la
responsabilità di non aver indagato più a fondo sul passato di Epstein e di non
aver capito prima che tipo di persona fosse”. Ha quindi aggiunto “mi pento di
aver avuto contatti con Epstein. È semplicemente imbarazzante”.
L'articolo Marius Borg Hoiby è stato arrestato, poi via al processo per violenza
sessuale del figlio della principessa di Norvegia Mette-Marit. Il giudice:
“Niente foto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mondo della musica sotto choc. Ross Davidson, noto come il nome d’arte Ross Wild
ed ex cantante degli Spandau Ballet, è stato riconosciuto colpevole di stupro e
tentato stupro. Davidson, 37 anni, è stato giudicato colpevole da una giuria
della Wood Green Crown Court dopo oltre 11 ore di camera di consiglio. Lo
riporta la BBC. I fatti contestati riguardano lo stupro di una donna avvenuto a
Londra nel 2015 e il tentato stupro e un’aggressione sessuale ai danni di
un’altra donna in Thailandia nel 2019. Ross Davidson aveva negato tutte le
accuse.
Secondo quanto emerso in aula, come riporta la BBC, Davidson aveva conosciuto
entrambe le vittime tramite l’app di incontri Tinder. Durante il processo ha
sostenuto che tutti i rapporti sessuali fossero consensuali, una versione
respinta dalla giuria. Una delle vittime ha raccontato di essersi svegliata
mentre l’imputato la stava aggredendo nel suo appartamento di Londra. La donna
ha dichiarato di essersi sentita “inerme” e “troppo spaventata per reagire”,
riferendo inoltre che Davidson le aveva confidato un interesse per rapporti
sessuali con persone “inermi o immobili”.
Nel procedimento è emerso anche che Davidson aveva già ammesso una precedente
accusa di voyeurismo relativa al dicembre 2019, quando aveva filmato di nascosto
la seconda donna mentre dormiva in una stanza d’albergo in Thailandia. Il video,
rinvenuto sul telefono dell’imputato, mostrava la donna “addormentata, immobile
e non reattiva”, parzialmente nuda, mentre veniva toccata. La vittima ha
dichiarato di non essere mai stata a conoscenza dell’esistenza del filmato.
Ross Davidso era noto al pubblico per aver collaborato con gli Spandau Ballet
nel 2018, per aver recitato nel musical del West End “We Will Rock You”,
ispirato alle canzoni dei Queen, e nel film “Bruno & Earlene Go to Vegas”
(2013).
L'articolo Ross Wild condannato per stupro: l’ex cantante degli Spandau Ballet
aveva negato tutte le accuse proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nonostante la Camera avesse già dato il via libera all’unanimità e nonostante
l’asse bipartisan tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, la destra – su spinta
della Lega – ha modificato il testo del disegno di legge sulla violenza
sessuale. La commissione Giustizia del Senato ha, infatti, votato per l’adozione
del testo base proposto da Giulia Bongiorno, relatrice del provvedimento e
senatrice del Carroccio, nella nuova versione al centro di forti polemiche.
La riformulazione aumenta le sanzioni, grazie all’ulteriore modifica presentata
oggi dalla stessa Bongiorno, ma introduce la “volontà contraria” a un rapporto
sessuale, al posto del “consenso libero e attuale“ che, se manca, definisce il
reato di violenza. Va ricordato che l’introduzione esplicita del “consenso” è
richiesta dalla convenzione di Istanbul e da tutte le associazioni che si
battono per i diritti delle donne. A votare a favore tutti i partiti che
sostengono il governo Meloni, mentre si sono espresse contro le opposizioni (Pd,
M5s, Italia viva e Avs). “Anche la presidente della commissione Giustizia e
relatrice del disegno di legge sulla violenza sessuale, Giulia Bongiorno, ha
votato e l’esito finale è di 12 voti favorevoli e 10 contrari“, rende noto la
senatrice del Pd, Valeria Valente, al termine del voto.
La riformulazione è ritenuta inaccettabile dalle opposizioni. “È una questione
di merito e una questione di metodo. Nel merito, ancora una volta saranno le
donne a dover dimostrare di aver subito violenza e ancora una volta possono non
essere credute. Ed è una questione di metodo: c’era un patto tra la leader del
maggior partito di opposizione, la segretaria del Pd Schlein, e la premier
Meloni, un patto chiesto dalle donne per avere una legge più giusta e che non le
renda vittime una seconda volta. Il patto è stato tradito per assecondare la
peggiore cultura maschilista presente nella maggioranza, con la complicità
proprio di due donne, Bongiorno e Meloni. Così sono state tradite ancora una
volta tutte le donne”, attacca una nota Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera
dei deputati. “La presidente Bongiorno non si è attenuta alle intese che avevamo
raggiunto: eravamo quasi giunti ad un testo condiviso e invece lei ha presentato
un testo che stravolge tutto”, sottolinea la senatrice Ada Lopreiato del
Movimento 5 stelle . “Si è rimangiata quanto detto anche fuori dalla commissione
circa l’importanza del concetto di consenso. Parlare oggi di un ‘dissenso
ammorbidito’ è dire tutt’altro”, aggiunge Lopreiato. Sulla stessa linea la
senatrice dell’Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi: “La presidente Bongiorno
ci fa ritornare indietro nel tempo. La proposta sulla violenza sessuale e sul
libero consenso è stata stravolta, rivoltata. Una beffa. Aumentano le pene
mentre rimane l’arretramento sui diritti. Oggi il tema per difendere le donne è
il consenso. Non vedere questo, significa non aver capito nulla”, insiste
Cucchi.
Proprio perché il testo base adottato oggi nella riformulazione della relatrice
Giulia Bongiorno “è cambiato completamente” al Senato i gruppi di opposizione
hanno chiesto e ottenuto di fare nuove audizioni sul disegno di legge. Entro
giovedì, primo febbraio, i gruppi parlamentari potranno presentare richieste di
audizioni. In base al calendario dei lavori parlamentari, l’esame del testo
dovrebbe cominciare in Aula il 10 febbraio.
Intanto Bongiorno difende la riformulazione. “Posso dire in maniera chiara e
categorica che il patto era per mettere al centro di questa legge la volontà
della donna, patto stra rispettato“, ha detto la leghista. “Io non credo sia
corretto parlare delle interlocuzioni all’interno della maggioranza”, ha detto
rispondendo alla domanda se avesse parlato con la premier Giorgia Meloni del
nuovo testo del disegno di legge. “Secondo me – ha aggiunto – questo testo fa un
passo avanti rispetto alla Camera perché salvo chi parla senza leggere il testo,
tutta la parte mia del freezing lì non c’era. Poi ci sono alcuni che criticano
il testo dicendo: ‘Non mi convince che ha levato l’interrogatorio’, ma non si
parla di interrogatorio, cioè io ho notato una serie di critiche da parte di
persone che non hanno letto o non hanno approfondito. Leggete e poi per carità
valutate“. Il testo è stato ulteriormente modificato oggi, visto che la prima
riformulazione prevedeva anche un riduzione delle pene. Adesso vengono previsti
da 7 a 13 anni di reclusione nei casi di atti sessuali con violenza, minacce e
abuso di autorità e da 6 a 12 anni per quelli compiuti contro la volontà della
vittima (nella prima versione, le pene erano di 6-12 anni nel primo caso e di
4-10 nel secondo).
L'articolo Ddl stupri, adottata come testo base la proposta di Bongiorno che
elimina il “consenso”. Insorgono le opposizioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo la presentazione del disegno di legge di modifica della normativa sulla
violenza sessuale in Commissione Giustizia, ho ricordato le parole di Titti
Carrano, carissima amica, compagna di lotte, avvocata e presidente di DiRe dal
2011 al 2017. Ogni volta che discutevamo della necessità di intervenire
sull’articolo 609 bis del codice penale, Carrano metteva in guardia da un
rischio preciso: in assenza di un confronto serio e approfondito tra giuriste,
forze politiche e associazioni femministe, qualsiasi modifica avrebbe prodotto
un testo peggiorativo. Temeva iniziative strumentali e demagogiche, costruite
sulla pelle delle donne e finalizzate unicamente alla raccolta di consenso.
E così è stato, anche grazie all’imperdonabile ingenuità politica e alla scarsa
lungimiranza di Elly Schlein e del Partito Democratico che si sono fatti mettere
in scacco da forze politiche tutt’altro che raffinate. Un errore grave, su cui
le opposizioni dovrebbero riflettere seriamente.
Il disegno di legge che modifica l’attuale normativa sulla violenza sessuale, a
prima firma Giulia Bongiorno (Lega), presidente della Commissione Giustizia del
Senato, è un testo confuso, ambiguo e mal scritto – cosa sarebbero, ad esempio,
le violenze “a sorpresa”? – che, peraltro, comporta un abbassamento delle pene:
si tratta di un’anomalia in un Parlamento a vocazione forcaiola. Ma questo ddl
non rappresenta soltanto una battuta d’arresto nel percorso di riforma
dell’articolo 609 bis: segna un arretramento gravissimo, che mette a rischio
tutte le donne, limitando la loro possibilità di far valere il diritto alla
libertà sessuale e all’autodeterminazione sui propri corpi nel momento in cui
denunciano una violenza.
Si tratta di una pagina nera nella storia dei diritti delle donne italiane. Dal
1997 a oggi, pur tra contraddizioni e battaglie difficili, l’ordinamento aveva
conosciuto un’evoluzione che rafforzava le risposte di giustizia alle vittime di
violenza maschile: una violenza strutturale e trasversale, radicata in
stereotipi e asimmetrie di potere, che vede – lo svelano le statistiche – un
uomo su tre autore di almeno un atto violento contro una donna. Tra queste, la
violenza sessuale è il crimine che viene meno denunciato, ed è il fenomeno che
resta maggiormente sommerso e meno stigmatizzato socialmente. Le sopravvissute
alla violenza sessuale sono quelle più esposte a rischio di vittimizzazione
secondaria e istituzionale.
Quanto avvenuto dal 19 novembre fino ad oggi segna uno spartiacque nei diritti
delle donne, e svela il volto reazionario e misogino delle forze politiche che
oggi hanno la maggioranza in Parlamento. Il testa-coda della riforma dimostra
chiaramente che non si tratta di un correttivo volto a migliorare il testo
approvato all’unanimità alla Camera, il 19 novembre 2025 – come promesso da
Giulia Bongiorno – ma di un colpo di spugna, fortemente voluto dalla Lega, che
ha smantellato l’impianto della riforma basata sul consenso e ha cancellato i
progressi della normativa precedente.
Una normativa che aveva consentito il consolidamento della giurisprudenza della
Corte di Cassazione, la quale aveva definito il reato di violenza sessuale a
partire dall’assenza di consenso, e non dalla necessità che la donna
manifestasse un dissenso esplicito o subisse violenza fisica o minacce evidenti.
Non a caso, il rapporto Grevio sull’Italia, pubblicato il 5 dicembre scorso,
rilevava con soddisfazione che la Cassazione si era “chiaramente allineata ai
requisiti della Convenzione di Istanbul”.
A novembre ci avevamo creduto. Sarebbe stato sufficiente approvare anche al
Senato la riforma votata all’unanimità alla Camera. Invece, il giorno
successivo, si sono levate obiezioni e allarmismi da parte di esponenti politici
e delle Camere penali, tutti fondati su uno stereotipo duro a morire: le donne
mentono, le denunce sono strumentali, le accuse di stupro sono vendette
personali.
Matteo Salvini, in quei giorni, dichiarò che un consenso “preliminare, informato
e attuale” avrebbe aperto la strada a un’ondata di contenziosi. Un’affermazione
che ignora deliberatamente i dati: solo il 10% delle violenze sessuali viene
denunciato, e le denunce non sono in aumento, mentre – come rileva l’Istat –
aumentano le violenze sessuali contro le donne tra i 18 e i 25 anni. La riforma
sul consenso chiara nella sua formulazione avrebbe semmai incoraggiato le donne
a denunciare le violenze sessuali e avrebbe abbassato il rischio di
vittimizzazione secondaria, ma si tratta di un salto di civiltà che questo
Parlamento non ha intenzione di fare.
Quali sono i passaggi critici?
Nel ddl Bongiorno il consenso scompare, sostituito dalla generica “volontà”, e
viene introdotto il concetto di dissenso con conseguenze devastanti. Le donne
dovranno dimostrare in tribunale di aver detto “no” per essere credute,
ignorando ciò che la letteratura scientifica documenta da anni: durante
un’aggressione sessuale molte vittime entrano in uno stato di freezing o
tanatosi, che impedisce loro di parlare o reagire. O più semplicemente accade
che le donne non abbiano la prontezza di reazione che ora invece sarà chiesto
loro di avere.
Riportando il dissenso al centro del reato, questo ddl – se approvato –
cancellerà l’orientamento giurisprudenziale della Cassazione sul consenso, così
come si era espressa negli ultimi dieci anni e offrirà agli avvocati degli
stupratori uno strumento solido per sottoporre le donne a pressanti
interrogatori umilianti e invasivi. E non è l’unico passaggio insidioso, come ha
spiegato l’avvocata Elena Biaggioni di DiRe: “il riferimento agli atti sessuali
‘a sorpresa’ ci pone una domanda. Che cosa intende il legislatore, che lo stupro
è solitamente preannunciato? Nelle pieghe dell’ambiguità troveranno posto
pregiudizi; quanto alla riformulazione dell’ipotesi di minor gravità, ci sono
altri elementi di preoccupazione. Sposta il focus dall’atto al danno, come se la
violazione del corpo di una donna fosse valutabile solo in base alle sue
conseguenzemisurabili“.
Le critiche delle opposizioni, delle femministe e dei centri antiviolenza si
moltiplicano. Le Camere penali incassano e tacciono mentre il messaggio politico
che arriva dal Parlamento è chiaro: i corpi delle donne restano a disposizione
degli uomini, fino a prova contraria. E tutto questo porta la firma di una
donna: Giulia Bongiorno.
L'articolo Ddl Stupri, perché la riformulazione a firma Bongiorno segna un
arretramento gravissimo proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ultimo ricordo che aveva era di essere a lavoro. Poi però si è risvegliata in
un camper dopo essere stata stuprata. È sulla base di questo racconto riportato
da una donna di 24 anni che gli investigatori de carabinieri sono arrivati
all’arresto di un uomo di 59 anni, datore di lavoro della ragazza.
I fatti risalgono a lunedì 15 dicembre. La giovane stava per finire il turno nel
luogo di lavoro, un laboratorio specializzato nella riparazione di macchine da
caffè industriali, quando il suo datore l’ha convinta a trattenersi per qualche
ora in più. L’uomo, un pluripregiudicato, ha offerto una minestra alla giovane,
che è rimasta nel negozio per consumare il pasto. Da quel momento in poi, la
24enne non ricorda più nulla. Dopo aver perso conoscenza, la giovane si è
risvegliata all’interno di un camper, indossando indumenti diversi da quelli che
aveva in precedenza.
La donna, con addosso il sospetto di essere stata violentata, si è recata
all’ospedale per effettuare degli esami: gli accertamenti medici, però, non
hanno evidenziato lacerazioni o ferite compatibili con una violenza sessuale. Le
indagini svolte dalla procura di Prato, guidata da Luca Tescaroli, dopo la
denuncia della giovane hanno ricostruito la vicenda: l’uomo, ripreso dalle
telecamere di videosorveglianza del locale, è accusato di aver violentato la
dipendente da incosciente. Dopo alcuni controlli medici, è stata rinvenuta la
presenza di benzodiazepine nel corpo della vittima, la sostanza più comunemente
conosciuta come droga dello stupro.
L'articolo “Ha drogato e stuprato una dipendente”: arrestato un 59enne a Prato
proviene da Il Fatto Quotidiano.